Paolo De Chiara

Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti. Antonio Gramsci

gennaio: 2019
L M M G V S D
« Dic    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Il Veleno del Molise a #TeleMolise

AMBIENTE & INQUINAMENTO
TeleMolise, 18 gennaio 2019

«Queste schifezze accadono da troppo tempo ormai! Il popolo non è più una puttana…» #Rimbaud


MOBY DICK, TeleMolise, ore 21:00
Tutela ambiente e salute, contrasto eco-mafie e sviluppo. Sono i temi legati all’ambiente in discussione nella puntata di questa sera.


OSPITI IN STUDIO:
Daniele Colucci, magistrato; Paolo De Chiara, giornalista – scrittore; Alfonso Mainelli, Area Matese; Giuseppina Negro, delegata WWF per il Molise; Pasquale Lollino, centro azione Giuridica di Legambiente e Riccardo Vaccaro, comitato discoli del Sinarca contro il Gasdotto Larino – Chieti.


Interventi esterni: Antonio Tedeschi, consigliere regionale dei popolari per l’Italia; Carlo Fucci, procuratore capo di Isernia; Stefano Ciafani, presidente Nazionale di Legambiente e Nicola Cavaliere, assessore regionale all’Ambiente.

Intervista RadioRid

INTERVISTA TELEFONICA 

#iohodenunciato#giovedì#17gennaio#paolodechiara#enzoguarnera#beppeconvertini#radiorid #96.8

IO HO DENUNCIATO

LA DRAMMATICA VICENDA DI UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA ITALIANO

di Paolo De Chiara

IO HO DENUNCIATO. Giovedi 17 gennaio 2019, alle ore 11:00, «RadoRID» dedicherà uno speciale spazio sul tema della legalità, un tema purtroppo quanto mai attuale, ma soprattutto si parlerà dei testimoni di giustizia. Durante la diretta radiofonica, interverranno l’autore Paolo De Chiara che presenterà il suo ultimo romanzo «IO HO DENUNCIATO», la vicenda drammatica di un testimone di giustizia italiano e l’avvocato penalista Enzo Guarnera del foro di Catania, entrambi impegnati nel settore della legalità. Il programma sarà condotto da Beppe Convertin.

Vi aspettiamo! Non mancate!!
#iohodenunciato #intervistatelefonica #paolodechiara #radiorid #tdg#lamafiaèunamontagnadimerda #romanziitaliani #nuovolibro

http://www.iohodenunciato.it

IO HO DENUNCIATO #libro

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

sito: iohodenunciato.it

mail:iohodenunciato@virgilio.it

IL SITO: http://www.iohodenunciato.it/

DISPONIBILE online su:

IBS.it (clicca qui)

LIBRERIA UNIVERSITARIA.it (clicca qui)

AMAZON (clicca qui)

MONDADORISTORE.it (clicca qui)

LaFELTRINELLI.it (clicca qui)

UNILibro.it

Librerie UBIK

A breve disponibile nelle maggiori LIBRERIE italiane.

Data di uscita: gennaio 2019

Pagine: 152

Copertina: morbida

Editore: Romanzi Italiani

ISBN: 9788827864258

Odio gli indifferenti

Antonio Gramsci
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città.
Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti. E’ la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza» e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non e tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non e altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non é responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che e successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano cosi la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.

Antonio Gramsci, «La Città Futura», 1917

Radio Rai1 #IlCoraggiodidireNO

RAI RADIO1. Omicidio a Pesaro, ‘ndrangheta e Programma di Protezione. 
Domani su «Radio anch’io».
ore 9:05-9:30 

#intervento #tdg #ilcoraggiodidireno #leagarofalo #pesaro #testimonidigiustizia #radio #programma

“Il sistema di protezione non funziona”

Pesaro, via Bovio. Il luogo del delitto. fonte Corriere.it 

Dopo l’omicidio Bruzzese un testimone di giustizia denuncia i limiti dello Stato   

“Il sistema di protezione non funziona”

L’appello: “Immediate dimissioni del presidente Gaetti e del ministro Salvini”
di Paolo De Chiara

Un agguato nel giorno di Natale. Un messaggio per tutti i testimoni e i collaboratori di giustizia. La morte di Marcello Bruzzese, fratello di un ex appartenente alla ‘ndrangheta, dagli anni 2000 collaboratore di giustizia, non può essere interpretato solo come un chiaro messaggio al congiunto pentito, ma può diventare, anche indirettamente, un fattore destabilizzante per tutti gli altri. A Pesaro, con questo omicidio, probabilmente, si è giunti al punto di non ritorno. Bruzzese era un soggetto sottoposto a speciale programma di protezione, i due killer a volto coperto lo hanno atteso sotto casa, l’abitazione concessa dal Ministero dell’Interno. Il fatto è gravissimo. Come facevano gli assassini a conoscere i suoi movimenti? Come hanno scoperto i luoghi segreti e protetti frequentati dal fratello del collaboratore di giustizia? Il programma di protezione non funziona? Ne abbiamo parlato con un testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato appartenenti alla criminalità organizzata e colletti bianchi. Un sistema criminale ed economico che ha impiantato le sue radici in questo Paese orribilmente sporco. Per questioni di sicurezza non sveleremo le generalità del testimone, per meglio affrontare la sua personale esperienza nel programma di protezione. «Il Servizio centrale di protezione  – ha esordito – non dà i documenti di copertura. Il tutelato, nella cosiddetta località protetta, vive con il proprio nome e cognome e svolge azioni di quotidianità facilmente rintracciabili.»

Spieghi meglio cosa vuole dire.

«Ad esempio andare in farmacia e comprare un medicinale, il tutto con il codice fiscale che va a finire all’Agenzia delle Entrate dove non vi è una copertura e dove qualsiasi persona, che abbia un’amicizia con qualcuno o una qualche un’influenza, può facilmente vedere dove è stato acquistato il prodotto. Altro esempio: fare una ricarica telefonica. Se si fa una ricarica e il numero non è protetto o schermato o intestato ad altro ente o ad altra persona, basta un’amicizia nei gestori della telefonia per vedere da quale tabaccaio è stata fatta la ricarica telefonica. Lo stesso può succedere se, in un atto di ingenuità, si va a fare la revisione dell’auto presso un’officina della città. Basta un’amicizia al Pra (pubblico registro automobilistico) e con il codice fiscale si può risalire all’auto e si vede dove è stata fatta la revisione.»

Questo non è un programma di protezione.  

 «Ma, infatti, sono anni che dico che è un programma di alimentazione. L’unica cosa che questo apparato gestisce sono i circa 82 milioni di euro all’anno. Ti danno un alloggio e un mensile. Dopodiché il tutelato, nella località protetta, non ha nessun tipo di scorta, se non un referente dei carabinieri o della polizia che saltuariamente vede.»

Di chi sono le responsabilità? Della Commissione centrale o del Servizio centrale di protezione?

«Le responsabilità sono da imputare a tutto il sistema, perché sono anni che i vari governi e i vari presidenti di Commissione volevano riformare il Servizio centrale di protezione, perché carente.»

Carente in cosa?

«Carente nel sistema, carente nella protezione. Ci sono stati vari episodi in passato dove non c’è stato il morto, ma ci siamo andati molto vicini. Il problema è che i vari politici di turno, che cambiano, subiscono questo potere indiscriminato, quasi da personaggi impuniti. Non dimentichiamo che il Servizio centrale di protezione, che ha sede a Roma, è un servizio interforze, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, dove i cosiddetti referenti sono persone che sono lì da più di quarant’anni.»

Lei può fornire una testimonianza diretta?

«Sono stato varie volte presso il Servizio centrale, ho transitato nei corridoi e posso dire che non c’è la minima riservatezza e segretezza. Ho notato documenti riservati buttati sulle scrivanie o, tante volte, negli armadi aperti.»

Chiunque può entrare, senza controllo,  in quei corridoi?

«Sicuramente c’è una selezione all’ingresso, ma quei luoghi sono frequentati anche dai collaboratori che poi, alla fine, possono uscire dal programma e, poi, ci sono molti civili che ci lavorano. A me viene sempre il dubbio di come poca attenzione venga messa nella tutela dei documenti. E poi devo aggiungere una cosa gravissima…»

Prego, aggiunga…

«A me, circa tre mesi fa, mi fu consegnata da parte del Servizio centrale, in maniera erronea, una notifica di due soggetti, presenti nella mia stessa Regione di protezione e io, oggi, conosco dove vivono queste due persone. E se fosse successo pure con me?»

Lei ci vede buona fede in questi errori?

«Vedo superficialità. La vita di un testimone e di un collaboratore non viene reputata importante. Non ci dobbiamo dimenticare che a tutti gli appelli dei testimoni di giustizia, che molte volte chiedono degli aiuti, perché in località segreta si accorgono di aver visto alcune persone, loro rispondono dicendo che siamo dei rompicoglioni.»

Chi esercita il “potere indiscriminato”?

«Oggi al Ministero vi sono molte persone appartenenti ai Servizi segreti dell’epoca di La Barbera e di Contrada.»

Cosa vuole dire?

«Sono lobby che durano nel tempo. Gli stessi fanno le cosiddette carriere, sono intoccabili e sono quelli che veramente comandano. Cambia la politica, cambiano i membri della Commissione, ma le decisioni vengono prese sempre dalle stesse persone che siedono nelle stanze di comando.»

Voi testimoni state protestando contro alcuni membri di questo Governo. Non è cambiato nulla?

«Noi abbiamo una testimone di giustizia (Piera Aiello, ndr) in Parlamento che ha dichiarato più volte che non può fare nulla. A noi questo, veramente, ci fa cascare il mondo addosso. Una testimone di giustizia che ha vissuto le stesse nostre problematiche, oggi, ci dice che non può fare nulla. Ma perché non può fare nulla? Che cosa impedisce a un Governo di poter risolvere le problematiche di ottanta, novanta persone? Non vi è volontà. C’è da registrare la mancata valorizzazione e interesse affinché il testimone di giustizia possa vivere. Di chi denuncia, allo Stato, non gliene frega niente. È solamente un metodo per la magistratura, certe volte latitante, per arrivare agli arresti, per poter aprire filoni di indagine e, poi, una volta spremuti come limoni i testimoni vengono totalmente abbandonati.»

Perché non vi è volontà?

«A questo punto penso che deve arrivare un messaggio diretto a chiunque denunci, che dopo la denuncia si aprirà il girone dantesco infernale di una sofferenza fine pena mai. Parecchia gente mi ha contattato e mi ha detto che quello (Marcello Bruzzese, ndr) era il fratello di un criminale e chissà loro quanti ne hanno uccisi. Ma il punto è un altro: nel momento in cui un soggetto entra in un sistema tutorio, con protezione in località protetta, deve fidarsi dello Stato e lo Stato ha il dovere di proteggerlo. Se delle persone sono arrivate nella cosiddetta località protetta, che poi è una località super sgamata, perché si sa benissimo che tra Pesaro, Senigallia e Ancona vi sono una quantità maggiore di collaboratori e testimoni, allora a questo punto, che sia il fratello di un collaboratore o un collaboratore o un testimone, il problema è che il sistema è fallato. La cosa più grave è che io, alle 15:39 del giorno 26 dicembre 2018, non ho sentito alcun tipo di attestato di vicinanza da parte degli organi istituzionali, ma neanche da parte della deputata (Aiello, ndr), che avrebbe dovuto sposare da anni la battaglia di noi testimoni di giustizia.»

I poli fittizi sono luoghi sicuri?

«Il problema degli appartamenti è che troppo spesso vengono ruotati, per diversi testimoni e collaboratori di giustizia e, quindi, sono noti a diverse persone. Il soggetto tutelato diventa un bersaglio. Proprio in queste località alcuni testimoni dovettero andare via perché, ad esempio, a scuola i loro figli venivano discriminati. Gli stessi venivano etichettati come figli di pentiti.»

L’episodio di Pesaro potrà destabilizzare o influenzare le scelte dei testimoni e dei collaboratori?

«L’episodio di Pesaro, in una Nazione seria, dovrebbe portare a scelte nette: la prima cosa da fare sarebbe quella di sollevare dal suo compito il direttore del Servizio centrale, il generale di brigata Aceto. Dopodiché dovrebbero essere sollevati i comandanti provinciali e il questore e, dopodiché, bisognerebbe aprire immediatamente un tavolo di intesa per capire ogni singolo testimone, ogni singolo tutelato in che posizione vive, valutando tutte le rimostranze fatte. Le istanze che facciamo noi non ricevono risposta.»

Lei come ha vissuto questa notizia?

«Io vivo segregato in una casa, ho limitazioni di spostamenti e ho una paura quotidiana di morire. Anzi, mi reputo già morto. Vivo questa notizia come un messaggio devastante. ‘Quando decidiamo di venirvi a prendere lo facciamo’, questo è il messaggio.»

Conviene, a questo punto, denunciare le mafie?

«Conviene denunciare le mafie, ma non conviene entrare in un programma di protezione. Se una persona deve essere sradicata dalla propria terra, deve cambiare dodici località, ti distruggono le famiglie causando problemi ai figli, problemi psicologici, con un mancato reinserimento socio-lavorativo perenne, a questo punto, che venga smantellato questo sistema di protezione, che non fa altro che foraggiare gli interessi economici di determinate lobby, per mantenere un sistema che costa circa 82 milioni di euro. Nessuno si assuma più le sue responsabilità e il testimone si fa vivere a casa sua. Ma il problema di farlo vivere a casa sua lo abbiamo con le Prefetture, che non danno le tutele e sono, completamente, contro ogni tipo di testimone di giustizia.»

Lei ha vissuto delle situazioni al limite, che si possono avvicinare all’episodio di Pesaro?

«Certamente. Da testimone ho dovuto cambiare nove località, perché in due occasioni siamo stati scovati e non per colpa nostra. Fortunatamente, in quei momenti, la mia abilità nel capire un pericolo è stato l’elemento che ci ha salvati. Non dimenticherò mai, all’epoca vivevo in una località del centro Italia non lontano da dove è successo l’omicidio, che quando telefonai a questo luogotenente riferendo della presenza di persone con tuta ginnica e con le scarpette da ginnastica, con tipici volti dell’area napoletana, lui mi disse ‘chiudetevi in stanza’, aggiungendo che noi ci stavamo impressionando. Dopo due ore accertarono che queste persone fermate e identificate, avevano precedenti penali, erano delle mie zone di origine e non seppero giustificare la loro presenza in quella Regione. Noi restammo chiusi per nove ore in una stanza di albergo, con un mobile dietro alla porta e fummo sbattuti in un’altra Regione. Anche in quell’altra Regione ci fu un errore madornale: ci condussero in una città dove viveva il commercialista dei criminali che io avevo denunciato. E anche in questa occasione mi dissero: ‘come fai saperlo che quello è il commercialista dell’organizzazione criminale?’. Poi quando andarono a controllare mi dissero di non far uscire fuori questa notizia. Ma io lo scrissi al mio magistrato.»

Che fine fecero i soggetti individuati?

«Dopo poco furono rilasciati perché non avevano alcun tipo di limitazione, ma la cosa strana è che soggiornavano nell’albergo dove noi dormivamo. Persone con precedenti di reati per camorra.»

Vuole fare un appello?

«A tutti i testimoni di giustizia dico di unirci e di chiedere le immediate dimissioni del presidente della Commissione centrale, il dott. Gaetti, e del Ministro dell’Interno. Voglio ribadire un’altra cosa: anche se fosse vero ciò che ha detto Salvini, allora, io sono libero di poter tornare nella mia città. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che lui, in un anno, sconfiggerà le mafie e se veramente ci riuscirà, una cosa che è soltanto una grande fesseria, noi saremo tutti liberi di tornare nelle nostre terre.»             

Il ministro dell’Interno, Salvini
Il presidente della Commissione Centrale, Gaetti

Natale 2018 #ppp

AUGURI #natale2018
«Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!
Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!
Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso).
Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante»
#ppp#pasolini#tantiauguri

Paolo De Chiara

Giornalista, scrittore, sceneggiatore.
È nato a Isernia, nel 1979.
In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e tv), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole.
Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza), vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’; nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (Treditre Ed., Avezzano); nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani).

Ha collaborato con Canal + per la realizzazione del documentario «Mafia: la trahison des femmes», Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014.

«IO HO DENUNCIATO», 2019

La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

'Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani', don Lorenzo Milani

«IL CORAGGIO DI DIRE NO» (Nuova edizione aggiornata, 2018)

La fimmina che sfidò la schifosa 'ndrangheta.

«TESTIMONI di GIUSTIZIA», 2014

Uomini e Donne che hanno sfidato le mafie, Perrone Ed., 2014

Premio ‘RAMBALDI’, 2014

PREMIO GIORNALISTICO NAZIONALE per IL VELENO DEL MOLISE, Lanciano (Chieti), 11 aprile 2014

«IL VELENO del MOLISE», 2013

Trent'anni di omertà sui rifiuti tossici

Trent'anni di omertà sui rifiuti tossici, Falco Ed., 2013

«IL CORAGGIO di DIRE NO», 2012

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta di Paolo De Chiara (Falco Editore, 2012). Prefazione di Enrico FIERRO, Introduzione di Giulio CAVALLI

La donna che sfidò la 'ndrangheta

25 Aprile!

Per non dimenticare: LIBERAZIONE dal Nazi-Fascismo25 aprile 2019
3 mesi ancora.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: