WordNews.it

Testata giornalistica on-line indipendente e irriverente di informazione ed inchieste.

«Il giornalismo è il cane da guardia del potere».

 Fondata e diretta da Paolo De Chiara

WordNews.it © è un organo di informazione Antifascista, Antirazzista e Laico.

Acquista «IO HO DENUNCIATO»

Acquista il libro

IO HO DENUNCIATO, (Romanzi Italiani) Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita. di Paolo De Chiara, Romanzi Italiani, 2019

€15,00

La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

NICOSIA-OCCHIONERO. Sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa).  Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie».

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

di Paolo De Chiara

Ma che fine ha fatto l’inchiesta “Passepartout” condotta dai magistrati siciliani? E Nicosia? E il “primo ministro” (Matteo Messina Denaro)? E le intercettazioni? E Santo Sacco (componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano)? E la carta intestata della Camera dei Deputati? E l’Onorevole molisana Occhionero (Italia Viva)?

Qualche ora fa sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa). 

Ora la palla passa nelle mani del Gup Fabio Pilato. L’udienza preliminare è prevista per il 9 settembre 2020.

Antonello Nicosia, l’assistente della parlamentare molisana è ancora in carcere, dal giorno del suo arresto. Dal 4 novembre scorso. Insieme ad Accursio Dimino.  

Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie». Noi, non la ringraziamo.

“PASSEPARTOUT”

Il provvedimento nasce dall’attività investigativa sulla famiglia mafiosa di Sciacca. «L’attività di indagine è stata avviata in seguito alla scarcerazione di Accursio Dimino, più volte condannato per il delitto di cui all’art.416 bis». Grazie alle intercettazioni, ai servizi di osservazione, ai pedinamenti è emerso l’intreccio tra mafia e politica

L’assistente della parlamentare molisana, il detenuto Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato definito «un poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo». Una fedina non proprio immacolata. Arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Agrigento, «per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operanti nei territori di Siculiana, Porto Empedocle e Agrigento». Sentenza confermata dalla Corte d’appello di Palermo nel 2006. Diventata definitiva. Un profilo criminale consolidato nelle sentenze

Nel corso degli anni Nicosia ha tentato di rifarsi una verginità: prima in associazioni e imprese, poi come docente (così si presentava) di “sociologia trattamentale carceraria” presso l’Università di Palermo e di “storia della mafia” (un vero esperto in materia) all’Università di Santa Barbara in California. Innumerevoli le cariche ricoperte, tra cui quella di direttore del Centro studi “Pedagogicamente”.

Si è fatto portavoce dei diritti dei detenuti. Diverse le iniziative intraprese per il miglioramento del trattamento penitenziario e delle condizioni carcerarie. Il 1 novembre del 2017 arriva l’elezione al Congresso dei Radicali, diventa membro del Comitato nazionale.

Agli inizi del 2019 inizia la collaborazione, «ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti», con la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali” (passata successivamente in “Italia Viva”).

A cosa si deve questo incontro? Chi ha presentato Nicosia alla Occhionero? La deputata molisana in quale occasione ha incontrato questo “stinco di santo”? Perchè la scelta è passata senza filtri? Perchè per fare il bidello bisogna produrre il proprio certificato penale e per fare l’assistente parlamentare si possono avere condanne gravissime (Nicosia è parte integrante dell’associazione mafiosa) senza controlli? Chi sapeva? Chi non ha controllato? Perchè è stato scelto proprio Nicosia? 

Questo soggetto, è la sua voce che spiega tutti i passaggi e tutti i particolari, entrava nelle carceri per incontrare i mafiosi come lui («la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata datata nel tempo»). Ed entrava perchè assistente parlamentare di un deputato della Repubblica italiana. E faceva pure il “padrone” nelle strutture carcerarie. Lo dice lui. E’ lui che si vanta, che spiega, che racconta. Che parla. E’ lui che utilizza la carta intestata della Camera dei Deputati, con l’assenso della parlamentare molisana.

«I rapporti stretti con l’Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti».

I due parlano molto al telefono. Si scambiamo pareri, si chiedono favori. Parlano di Santo Sacco (l’esponente della famiglia di Castelvetrano e uomo di Matteo Messina Denaro), ridono, scherzano. Parlano del “primo ministro” (il latitante Denaro, la primula rossa di Cosa nostra). Pagine e pagine di conversazioni trascritte. 

Il 23 dicembre del 2018 Nicosia avvisa la parlamentare: «non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…». La previsione è stata quasi azzeccata.     

Il 7 marzo 2019 la redarguisce pesantemente: «Onorè non parlare a matula (a vanvera, nda)… onorè non parlare a matula, già stai parlando a matula… Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece…».

Solo alcuni esempi per capire il rapporto tra i due. Ma l’Onorevole ha mai informato qualcuno? Ha preso tutto come uno scherzo o era consapevole di questi nomi? Questa deputata può continuare a rappresentare il popolo italiano? La questione giudiziaria è una cosa e seguiremo gli aggiornamenti nei prossimi mesi. Ma la questione è anche, e soprattutto, politica. Cosa dice il suo partito? Cosa dice Renzi? E’ opportuno avere un soggetto del genere in Parlamento?

Nicosia Antonino, detto Antonello 

«Si è adoperato», secondo i magistrati, «per favorire più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonchè al fine di veicolare messaggi fra loro e l’esterno. Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art.416 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi».

Il pregiudicato cambiava la macchina ogni mese per evitare le cimici, per far impazzire gli inquirenti (“…possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta…”). E’ rimasto fregato dalla sua arroganza. 

Stretti sono i suoi rapporti con Dimino. Insieme parlano, pianificano strategie, estorsioni, initimidazioni, danneggiamenti, omicidi. Insieme cercano di spostare i propri affari negli Stati Uniti d’America. Il piano salta e arriva il carcere. Per entrambi.

Dimino Accursio, detto Cussu Matiseddu  

Professore di educazione fisica e imprenditore ittico. Uomo di fiducia di Salvatore di Gangi, capo della famiglia mafiosa di Sciacca. Già condannato, definitivamente, per partecipazione ad associazione mafiosa.

Uomo d’onore, affiliato alla famiglia di Sciacca. In stretti rapporti con i componenti della famiglia di appartenenza e con i vertici delle altre articolazioni territoriali. Ha avuto rapporti con gli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, ha partecipato a progetti omicidiari, ha ricevuto un pizzino scritto da Matteo Messina Denaro. Inoltre ha avuto contatti anche con le articolazioni di Trapani, infatti, è stato destinatario di una lettera inoltrata da un importante esponente mafioso di Castelvetrano (“verosimilmente Matteo Messina Denaro”).

Paolo e Luigi Ciaccio

Due fratelli gemelli, a dispozione di Dimino e Nicosia «per svariate esigenze e necessità»    

Massimiliano Mandracchia

Commerciante di Sciacca, «stabilmente a disposizione di Accursio Dimino». Secondo gli inquirenti «in diverse occasioni è stato accertato che proprio il Mandracchia ha svolto il ruolo di indispensabile tramite fra il Dimino e gli altri indagati per consetire loro di intrattenere comunicazioni e scambiarsi messaggi utili senza entrare direttamente in contatto e, quindi, ostacolando le indagini in corso volte alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati e all’accertamento delle vicende associative che li riguardavano».

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

da WordNews.it

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

Il fallimento dello sGovernatore

PENULTIMO. Nonostante le lacrime, le inutili parole e gli annunci vuoti il gradimento di Donato Toma (sGovernatore del Molise) rispecchia la situazione di una Regione gestita da dilettanti.

Il fallimento dello sGovernatore

di Paolo De Chiara

Serviva una statistica per comprendere il fallimento di uno Sgovernatore e di una intera classe dirigente?

Il Molise merita questi dilettanti che hanno creato solo danni? Per la cronaca, dobbiamo aggiungere che nemmeno in passato il Molise ha potuto vantare una classe dirigente adeguata. Il consiglio regionale è formato, quasi, dalle stesse persone. Che prima stanno da una parte e poi stanno dall’altra. Molti dovrebbero fare altro nella vita. La politica, quella vera (quella bella) non è per loro. Ci giocano, per il proprio tornaconto.

Le stesse facce da diversi, troppi anni. Facce che cercano solo il consenso. Devono apparire sui giornali e nelle tv locali. Ci tengono. Tutto questo sembra ridicolo. E’ ridicolo, decisamente. Una Regione affidata a chi, invece di risolverli, ne ha causati tanti. Di problemi. 

Anche da un movimento nuovo ci si aspettava di più. Indubbiamente. Dopo due legislature ancora non si vede quella “cattiveria” politica (in senso buono, meglio specificare) per far saltare il banco. Con certa gente nemmeno il caffè bisognerebbe prendere. 

«Apprendiamo, da media nazionali – scrive il consigliere regionale del M5S, Vittorio Nola – i numeri relativi ad un sondaggio, elaborato tra il 18 e il 20 maggio 2020, dal gruppo di ricerca Lab21- Università Roma Tre, pubblicato su Affari Italiani, relativo al gradimento dei governatori delle Regioni italiane. I dati, che risentono dei giudizi dei cittadini riguardo la gestione di questi mesi interessati dalla pandemia, registrano nelle prime tre posizioni i Governatori nell’ordine: Luca Zaia del Veneto, Vincenzo De Luca della Campania e Stefano Bonaccini dell’Emilia-Romagna. In ultima posizione troviamo Attilio Fontana della Lombardia».

Ma dove sono stati i cittadini in questi anni? Chi ha scelto Iorio e Frattura in passato? Chi ha scelto l’attuale sGovernatore? «Colpisce, ma non sorprende, – aggiunge Nola – la penultima posizione del Molise con Donato Toma, che ottiene solo il 37,8% tra coloro che dichiarano di conoscere il leader politico a livello nazionale ed un misero 39,2% tra i cittadini molisani residenti».

«Questi valori, dopo solo due anni dall’insediamento della XII Legislatura, avvenuta a maggio 2018, cristallizzano il fallimento complessivo dell’azione di Governo della Regione Molise, che da tempo sta mostrando tutti i suoi limiti e non solo per l’emergenza sanitaria». Il ragionamento non fa una piega. Ma il movimento del consigliere Nola è pronto per governare questa Regione? Ci sono le persone giuste per aprire la scatoletta? Per “scassare”? (una parola molto cara a De Magistris, durante la sua campagna elettorale).

I cittadini molisani, se dovessero svegliarsi, potranno scegliere finalmente una adeguata alternativa politica? Ma in tutto questo dove è finito un centro-sinistra serio? Vero, autentico e non sbiadito. Dove sta? 

Per Nola: «Donato Toma ha accentrato ultimamente su di sé un totale di 16 deleghe operative, su settori diversificati! Evidentemente queste scelte non pagano anzi, accentuano i problemi, rallentano le decisioni e non creano le giuste sinergie, né con la tecnocrazia regionale né con le parti sociali e ben che meno con le forze di opposizione che tante volte suggeriscono interventi e linee di azione, puntualmente ignorate o disattese. I giochi di potere e i perenni riposizionamenti della maggioranza di destra, propri delle campagne elettorali, proseguono imperterriti e si ha notizia anche della prossima nomina di un quinto assessore in quota Lega. In verità, sarebbe preferibile che dal garage regionale di via Genova, al posto della Ferrari (citata da Toma ad inizio mandato) uscisse un più sobrio trattore, utile a “seminare” con pragmaticità ed efficienza».

Ora servono i fatti in questa Regione. Il consigliere Nola è anche impegnato nella commissione antimafia. I cittadini vogliono i risultati. Come un registro dei Tumori che ad oggi, già sovvenzionato, ancora non c’è.

da WordNews.it

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Armando D’Alterio, già Procuratore della DDA di Campobasso e PM del caso Siani (un “magistrato tenace” secondo Paolo, il fratello di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra), ricorda la sua esperienza professionale: «Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività».

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

di Paolo De Chiara

L’operazione «Piazza Pulita», condotta dalla DDA di Campobasso, ha portato allo scoperto l’attività criminale “impiantata”, soprattutto, in Molise. Il lavoro dei carabinieri e dei finanzieri ha permesso di smantellare le attività illecite, legate anche alle condotte criminose di affiliati campani residenti sul posto (e imparentati con questi delinquenti). Hanno tentato, come in passato, di stabilire una “base” per i loro sporchi affari. L’indagine è durata più di due anni. Diversi soggetti erano già stati coinvolti in altre operazioni, in altri arresti. Già schedati e conosciuti per il loro “vizietto”.

Un gruppo di delinquenti organizzati e coordinati da una mente criminale (residente a Bojano), accusati di associazione a delinquere (finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti), detenzione e spaccio di drogaautoriciclaggioporto abusivo di armitrasferimento fraudolento di valoriestorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso.

Un “giocattolo” costruito per fare soldi e per acquisire “potere”. Ma si sono dimostrati dei dilettanti. Anche sul territorio dove operavano. «Questa gente – ha affermato un cittadino bojanese – la conosciamo bene. Sono delinquenti nel DNA. Anche l’ex assessore, già in passato, ha dato prova delle sue abilità delinquenziali. La mente criminale abitava a pochi passi da casa mia, è il cugino di un napoletano che da diversi anni è residente in paese. Finalmente è arrivata questa operazione che ha fatto piazza pulita di questi guappi di cartone. Già in passato, a Bojano, ci sono stati episodi di richiesta di pizzo. Ora dovrebbero buttare le chiavi».

Numeri da capogiro. Sia da una parte, per smantellare un sistema che coinvolgeva non solo il Molise, e sia dalla parte dei criminali, con misure cautelari, arresti, custodie in carcere, divieti di dimora.

È stata fatta, appunto, «Piazza Pulita» di un sistema criminale organizzato in forma embrionale, con i complimenti arrivati anche dal ministro dell’Interno Lamorgese e dal Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Ma non è la prima operazione di questa portata in Molise e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultima.

In questa Regione si continua a difendere l’indifendibile (“Il Molise è un’isola felice”, dicono) e si assiste, frequentemente, ad azioni di contrasto di questo tipo. E si continua a delegare alle forze dell’ordine e ai magistrati.   

Anche in passato, altre operazioni, hanno tentato di accendere i riflettori su un problema che si trascina da anni.

Abbiamo contattato Armando D’Alterio, già Procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi Pg a Potenza (il PM del caso Siani) per raccogliere la sua testimonianza, legata alla sua esperienza professionale passata. «Anche noi, all’epoca, facemmo un’operazione che univa personaggi del Molise con altri soggetti criminali di maggiore spessore della Campania che facevano capo ad organizzazioni criminali, che utilizzavano anche personaggi extracomunitari, per il trasporto di stupefacenti di vario genere, eroina e cocaina, dalla Campania al Molise per la vendita al dettaglio».

Ci sono state altre operazioni durante la sua permanenza in Molise.  

«Organizzammo l’arresto in flagranza sulla direttrice stradale Campania-Molise, ovviamente ancor prima di procedere al deposito delle intercettazioni, con l’operazione di pedinamento e di intervento in flagranza e il sequestro dello stupefacente e l’arresto in flagranza dei responsabili, continuando le intercettazioni onde cogliere le reazioni e i commenti da parte dei due referenti, uno campano e l’altro molisano, dell’organizzazione. Dopo gli arresti in flagranza è sempre emerso che il centro del comando gravitava in Campania».

Ed ancora il coinvolgimento della Comunità Rom.

«Abbiamo proceduto con il dibattimento, prima con le indagini poi con gli arresti di appartenenti al clan Di Silvio e altre due famiglie di Rom che lavoravano in Molise, nell’ambito della droga. Addirittura tre organizzazioni, tra loro collegate, che avevano in comune il luogo di deposito. Era tutto gravitante nell’ambiente dei Rom, anche qui ci furono arresti e condanne confermate in larga parte».

La droga è sempre stato un serio problema per il Molise?

«Il problema della droga in Molise è endemico, spesso coinvolge cittadini extracomunitari, spesso coinvolge una parte minima della comunità Rom che si dedica al traffico di sostanze stupefacenti. Ancora un’altra organizzazione trafficava con la Spagna. C’era un asse con il Sud America, Spagna, Emilia Romagna e Molise».

In Molise ci sono raffinerie?      

«Non risultano in Molise centrali di raffinamento della droga, quindi è un terminale ultimo che prelude, poi, alla vendita al dettaglio».

Bojano, il piccolo paese in provincia di Campobasso, è ritornato al centro delle cronache. In passato lei stroncò un’associazione a delinquere con collegamenti con la camorra e la ‘ndrangheta.

«In questo caso parliamo di estorsioni con il 513 bis, illecita concorrenza con violenza o minaccia collegata alle macchinette mangiasoldi. C’erano collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta della Locride».

Perché questi collegamenti? Per essere autorizzati ad operare in questo settore?

«È un’attività che richiede, forse, anche associazione per procurarsi un numero adeguato di macchinari da imporre e un minimo di capitali da investire. Procedemmo anche al sequestro delle macchinette, dei locali destinati al deposito».

Gli altri settori attenzionati?

«All’epoca, ricordo, c’era la consapevolezza nei pregiudicati di una grossa difficoltà ad agire con violenza e minaccia estorsiva nei confronti della cittadinanza molisana».

Perché?

«Perché c’era la consapevolezza che, diversamente da altri popoli del meridione, purtroppo tragicamente assoggettati all’omertà, la personalità del soggetto molisano è, invece, più incline alla denuncia. Cominciarono con minacce velate, con riferimento ai pregiudicati che erano alle spalle. Perché una minaccia più espressa avrebbe potuto provocare un’immediata denuncia. In realtà, anche con queste minacce velate, si è proceduto agli arresti».

Ci fu un altro tentativo a Campobasso.

«Proprio quando presi possesso a Potenza ci fu l’esplosione di un dispositivo artigianale dinamitardo davanti a un negozio. Fu arrestato un minorenne. Sembrava finita lì».

E invece?

«Convocai, presso il comando provinciale dei carabinieri, tutti i commercianti della zona di Campobasso vecchia. Sentimmo svariati negozianti, finché tre di loro riferirono che questo stesso ragazzo, insieme a un altro pregiudicato, di estrazione napoletana, tentavano di imporre la protezione. Quella che era sembrata una ragazzata, con l’arresto in flagranza del ragazzo, in realtà, si è rivelata come l’ultima goccia di una progressione criminale che in precedenza si era svolta con atteggiamenti spavaldi, richieste di consumazioni non pagate, velate minacce di essere pagati per garantire la tranquillità degli esercizi commerciali. Non essendo riusciti ad ottenere ciò che si pretendeva si era passato all’attentato dinamitardo. Furono condannati il minorenne e il soggetto che costituiva il deus ex machina della situazione».

La presenza dei collaboratori di giustizia sul territorio può influire su determinate situazioni?

«Proprio nel caso delle macchinette videopoker abbiamo avuto due collaboratori che erano stati avvicinati da questi personaggi camorristici, con la ‘ndrangheta alle spalle. Perché costituissero i loro referenti in zona. Ma si rifiutarono e ci dettero lo spunto le indagini, o meglio per inquadrare la fattispecie in ambiti associativi».

Lei come ricorda il Molise? Per lei è un’isola felice?

«Non penso che sia un’isola felice. Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività. Mi esprimo in termini molto generali e con una visione che si riferisce a quegli anni. Senza far riferimento a nessun caso concreto. Però c’è una struttura che, dal punto di vista istituzionale, è complessa perché ci sono tutti gli enti locali, dalle circoscrizioni al Comune, dalla Provincia alla Regione, che non favoriscono quel distacco che sarebbe necessario. In relazione alle dimensioni del territorio».

Questo modus operandi avvantaggia l’ingresso di personaggi legati alla criminalità?

«Non posso aggiungere nient’altro».

Tra poche ore ricorderemo la strage di Capaci. Come si può seguire l’esempio di un magistrato come Giovanni Falcone?

«Con quella frase che accomunava Falcone con Paolo Borsellino: “bisogna fare il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Se lo facessero tutti non ci sarebbe bisogno né di martiri e né di eroi. Quando si compie il proprio dovere si è pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Oggi abbiamo un altro magistrato, il PM della Trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo. Vogliamo aggiungere qualcosa?

«C’è un procedimento in corso, i magistrati non fanno dichiarazioni su processi in corso».                     

Per approfondimenti:

da WordNews.it

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

SILENZIO!

INUTILI COMMEMORAZIONI. Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote. Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”. Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere. Nel Paese “senza memoria” ci si dimentica del passato. E si compiono sempre gli stessi errori ed orrori.

SILENZIO!

di Paolo De Chiara

Viviamo in un Paese strano. Il Paese dei “misteri” irrisolti. Altra parola inutile. Sì, irrisolti. Ma i misteri non sono poi così tanto misteriosi. Conosciamo la feccia che in questi anni ha insanguinato questo Paese.

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Sino ad oggi.

C’è sempre lo stesso fil rouge, impregnato di sangue, che lega tutti gli episodi politico-criminali che hanno attraversato la nostra storia.

Noi siamo il Paese senza memoria. E un Paese senza memoria, come diceva il poeta (che non è stato massacrato da un ragazzino di 17 anni ma dalle stesse “menti raffinatissime” che hanno impunemente massacrato innocenti), è un Paese senza storia.

Abbiamo sempre avuto questo problema. Abbiamo sempre preferito di curare i nostri fatti privati. Abbiamo sempre girato la testa dall’altra parte. È successo, in ogni situazione.

Dopo ogni omicidio, dopo ogni strage. Facciamo finta di commuoverci. Poi passata quella mezz’ora, resa falsa dal nostro menefreghismo, riprendiamo a vivere come prima. Peggio di prima.

Siamo molto bravi a commemorare. A partecipare alle fiaccolate, alle manifestazioni. A urlare: “Mai più!”. Inutilmente.

Le commemorazioni non bastano più nel Paese delle stragi di Stato. Il sangue innocente non lo possiamo cancellare con poche ore di falso impegno.

Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote.

Falcone è stato massacrato in vita. I bravi cittadini si lamentavano delle sirene. Pure le firme raccolsero per “cacciare” Falcone dalla sua abitazione. In vita è stato denigrato, offeso, attaccato. Dai “Palazzi” e dalle “televisioni”. Dai colleghi e dai prezzolati, che si vendono per poco. Pure il fallito attentato all’Addaura. Se l’era fatto da solo, dissero, per la notorietà. La macchina del fango è vecchia come il mondo.

Poi è toccato a Borsellino. Anche a lui hanno riservato un “bel trattamento”.  

Prima di loro è toccato ad altri: a Peppino Impastato (“un terrorista”), a don Peppe Diana (“se la faceva con le donne dei camorristi”), a Pier Paolo Pasolini (“un pederasta”, “un frocio”). E non sono gli unici.

Abbiamo girato la testa dall’altra parte. Ecco perché tutti questi “eroi” (parole usate a vanvera) sono stati ammazzati. Prima isolati e poi colpiti senza pietà.

Perché noi non siamo stati attenti, non siamo stati presenti.

Non li abbiamo difesi in vita.

Abbiamo atteso la loro morte per ritenerli credibili.

Abbiamo fatto schifo.

E non abbiamo nemmeno imparato la lezione. Continuiamo a riempirci la bocca di false parole, di inutili proclami.

Appendiamo le bandiere, ci mettiamo la maglietta commemorativa.

Ci facciamo i selfie in via D’Amelio, sul tratto autostradale dove i mafiosi hanno posizionato il tritolo per eliminare un “genio” (ecco la parola giusta) della magistratura italiana.  

Pensiamo di lavare così la nostra sporca coscienza.

Ma continuiamo a votare – “il nodo è politico”, amava ripetere Paolo Borsellino – i peggiori: abbiamo aperto le nostre Istituzioni ai mafiosi e ai loro sodali. Ai loro complici.

Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Cesaro. Alcuni esempi per dire che non ce ne frega niente della lotta alle mafie.

Ci sono le sentenze che disegnano un quadro sconcertante. Come quella sulla scellerata Trattativa Stato-mafia. Ma chi l’ha letta? Chi ne vuole parlare?

Sappiamo che un Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, pagava Cosa nostra. Anche dopo le stragi, quando il sangue degli “eroi” era ancora caldo.

E continuiamo a dare credito politico a questa gentaglia.

Bisogna cambiare registro. Non basta più voltare “pagina”. Bisogna chiuderlo il libro della vergogna. E aprirne uno nuovo. Scriverne uno, tutto nuovo. Ovviamente non dimenticando i responsabili, le “menti raffinatissime” che, ancora oggi, sono presenti negli ingranaggi della nostra Repubblica.

Personaggi ben posizionati per controllare le nostre vite.

Ci sono ancora uomini di Contrada, ad esempio. Di quei vergognosi Servizi Segreti che troviamo in ogni situazione. In ogni omicidio. In ogni strage.

Veri e propri sistemi criminali che si occupano di occulte strategie, di vergognose nomine. Ai vertici delle Istituzioni. Per controllare, per gestire, per comandare.

Alla faccia di quelli che chiamano “eroi”. Ecco come si commemorano i morti ammazzati!

Possiamo cambiare. E possiamo iniziare a farlo con le persone vive. Posizionarci dalla loro parte. Senza se e senza ma. Senza difendere, per partito preso, personaggi delle Istituzioni che non hanno fatto il proprio dovere. Non serve il “tifo”. Serve cercare le responsabilità.

Oggi abbiamo un magistrato, vivo, che rischia ogni giorno la sua vita. Questo magistrato si chiama Nino Di Matteo.

Nel “Paese senza memoria”, questo Pm, sta respirando la stessa aria degli anni Novanta, respirata dai tanto acclamati Falcone e Borsellino.

Sta subendo lo stesso massacro.

Lo abbiamo già dimenticato. Le sue parole forti, disarmanti, potenti (dette in una trasmissione televisiva, come faceva Falcone) non hanno creato un serio dibattito. Lo sdegno dei benpensanti, falsi filosofi viziati, ha scientificamente spostato l’attenzione su cose inutili. Sul presentatore. Sul programma. Ma Di Matteo è stato chiaro.

“Qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha prontamente ubbidito. È già capitato in passato. Sta capitando ancora.

Gratteri non viene nominato ministro perché “qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha ubbidito. Senza profferir parola.

E nel silenzio di tutti si bruciano le conversazioni telefoniche tra un Presidente della Repubblica e un tizio preoccupato da certe rivelazioni sulla Trattativa Stato-mafia.

Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Brecht.

Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere.

Ma è pronto questo Paese a difendere le persone perbene? In attesa del vero cambiamento morale, almeno, si resti in Silenzio!

da WordNews.it

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA. “Vittima di una estorsione, con encomiabile coraggio, denunciava alcuni esponenti della criminalità organizzata, consentendone l’arresto e la successiva condanna. A distanza di alcuni anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Chiarissimo esempio di impegno civile e rigore morale fondato sui più alti valori di libertà e di legalità. 16 maggio 2008, Castel Volturno (Caserta)”. Medaglia d’oro al valor civile, 17 marzo 2009.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

di Paolo De Chiara

“Letti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara Alfiero Massimo, Bartolucci Giovanni e Granato Davide colpevoli dei reati loro ascritti e, riuniti i medesimi sotto il vincolo della continuazione […], condanna ciascuno alla pena dell’ergastolo. Dichiara gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici nonché in stato di interdizione legale e interdetti in perpetuo dall’esercizio della potestà genitoriale”.

Ergastolo, fine pena mai per gli assassini di Domenico Noviello, un imprenditore casertano ucciso dalla camorra, dal gruppo Setola. Per dare l’esempio, per il controllo del territorio. Perché le persone perbene come Domenico sono fastidiose. Denunciano, non si fanno intimidire, mettono i bastoni tra le ruote. Rompono la minchia. È il giudice delle indagini preliminari, Isabella Iaselli, a pronunciare la sentenza il 4 dicembre del 2012.

Noviello ha fatto il suo dovere, fino in fondo. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare gli estorsori“Si, abbiamo paura – è la moglie di Domenico che risponde a una domanda durante una puntata de ‘La storia siamo noi’, registrata prima del brutale omicidio, – ma non ci pentiamo di aver denunciato i nostri estorsori. Qualcuno deve pur cominciare se si vuole che la realtà del Sud cambi”. Basta rivedere la puntata della trasmissione per risentire, in sottofondo, la voce di Domenico: “digli che ci sentiamo soli. Diglielo che lo Stato ci ha sostenuto solo all’inizio”. La sentenza del 2012 è stata emessa nei confronti di Massimo Alfiero, alias ‘Capritto’, di Casal di Principe (Caserta), classe ‘72; Giovanni Bartolucci di San Marcellino (Caserta), classe ’80 e Davide Granato di Napoli, classe ‘75. I tre camorristi che hanno chiesto il rito abbreviato. Per l’omicidio Noviello gli imputati, in totale, sono dieci.

Per gli altri sette (Alessandro Cirillo, Francesco Cirillo, Metello Di Bona, Giovanni Letizia, Massimiliano Napolano, Giuseppe Setola e Luigi Tartarone) si è concluso il rito ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Il 7 luglio 2014 il PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita, nella sua requisitoria ha chiesto sei ergastoli per gli assassini di Domenico. Quattordici per il collaboratore di giustizia Tartarone. Il 19 novembre 2014 la sentenza, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: (CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO; CIRILLO Francesco, ERGASTOLO; DI BONA Metello, 43 anni di reclusione; LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO; NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO; il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO; TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione).

L’omicidio di una persona perbene   

Venerdì 16 maggio 2008. Una giornata particolare. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano d’Aversa, padre di tre figli, imprenditore di Castel Volturno, titolare di una autoscuola che gestisce insieme ai figli, sta uscendo presto di casa per raggiungere la sua attività. “Alle ore 7:30  – scrive il GIP Iaselli – viene segnalata la presenza di un corpo privo di vita in Castel Volturno, località Baia Verde, all’altezza della rotonda di viale Lenin”C’è una Fiat Panda multijet nera ferma, con motore acceso e crivellata di colpi.

C’è anche un morto-ammazzato, sangue ovunque e tanti, troppi bossoli di pistola. Di due pistole. “L’auto era ferma lungo la strada che la vittima percorreva per raggiungere l’agenzia di pratiche automobilistiche e scuola guida di cui il Noviello era titolare”.      

“Quella mattina – spiega il figlio Massimiliano – mi svegliai prima di mio padre, con mio cognato eravamo stati a correre sulla spiaggia. Dopo la corsa ci lasciamo, mi richiama e mi comincia a dire ‘tuo padre dove sta? Mica ha fatto un incidente? Dove sta, è uscito?’. Era molto vago, lui già sapeva qualcosa, ma tentennava nel dirmelo. Non ha avuto il coraggio di dirmelo. Inizio a chiamare mio padre sul cellulare e vedo che suona, squilla ripetutamente senza risposta. Mi inizio ad agitare, mi innervosisco, mi metto in macchina e mi reco in località Baia Verde. Ci metto cinque minuti per arrivare sul posto. Vedo la macchina, scendo, mi avvicino e vedo il corpo di mio padre, con il viso rivolto verso terra. Subito prendo coscienza di quello che è accaduto, in quel momento mi è cascato il mondo addosso”.

La scena del crimine viene perlustrata dalla polizia. Sembra tutto chiaro. Mettono tutto per iscritto. La vittima, Domenico Noviello, prima di morire, ha cercato di sottrarsi all’agguato. Ha tentato, con tutte le sue forze, di uscire dalla sua macchina, dalla portiera laterale. Stramazza al suolo per i “colpi all’addome, alla spalla ed alla gamba sinistra nonché alla testa”. Lo sportello anteriore destro, scrivono gli uomini della squadra mobile, era aperto e “presso il medesimo era il cadavere del Noviello”.

Nella tasca destra della tuta della vittima viene ritrovata una pistola Beretta, legalmente dichiarata. Domenico, immune da precedenti penali, è stato preso alla sprovvista dalla fulminea, ma preparata nei minimi dettagli, azione criminale. Violenta, barbara, animalesca. Sul posto vengono trovati 25 bossoli, cinque proiettili e un frammento di proiettile. Nella Fiat Panda, nel sedile anteriore destro e nel cruscotto, tre ogive e tre frammenti di ogiva.

Dagli accertamenti del Racis di Roma, fondati sulla traiettoria dei proiettili, è possibile ricostruire gli ultimi attimi in vita di Domenico Noviello“Poco prima del civico 327 era stato affiancato e parzialmente superato da un altro veicolo, moto o auto, che verosimilmente si bloccava trasversalmente all’asse stradale. Sceso dal veicolo uno sparatore apriva il fuoco all’indirizzo del lato guida della Panda, impiegando una pistola cal. 380”Per i verbalizzanti sulla scena del crimine era presente un altro killer che ha bersagliato l’uomo “con una nuova scarica di colpi, almeno altri 12”, con una seconda arma. “La vittima finiva con l’accasciarsi al suolo mentre il killer, continuando a fare fuoco, la raggiungeva fino al punto in cui si era adagiata, tra la ruota posteriore ed il marciapiedi, e lì completava l’azione esplodendo ancora ulteriori colpi al suo indirizzo”.

La relazione autoptica e gli altri omicidi

Il documento è firmato dal dottor Luigi Barbato. L’autopsia indica che “la vittima è stata attinta da tredici colpi d’arma da fuoco”, due “a livello della guancia sinistra e del braccio destro”, uno “alla regione frontale destra”, uno “alla regione fronto-zigomatica sinistra”, uno “al livello dell’orecchio sinistro”, uno “trapassante che parte dalla fascia laterale del braccio sinistro, trapassa lo sterno rientra sottocutaneamente a livello del torace e fuoriesce con altro foro a 10 cm dal primo ingresso”, uno “a livello della spalla sinistra”, uno “trapassante a livello emitoracico superiore destro”, uno “al fianco sinistro”, uno “a livello inguinale sinistro”, uno “al fianco destro”, uno “a livello scapolare sinistro”.

Dalla relazione dell’esperto emerge un altro interessante dato“sulla base della ricostruzione dei tramiti intracorporei, si può affermare che i colpi sono stati esplosi da una persona che si trovava prima di fianco e poi posteriormente alla vittima”.

I carabinieri del Racis di Roma evidenziano altri dati, altrettanto interessanti. Dal confronto dei bossoli recuperati con quelli ritrovati sul luogo di altri omicidi è emerso che la pistola semiautomatica è stata già impiegata nel duplice omicidio Kazani-Dani del 4 agosto 2008, nell’omicidio di Ramis Doda del 21 agosto 2008, nell’omicidio di Antonio Celiento del 18 settembre 2008, nella strage degli extracomunitari del 18 settembre 2008. Mentre la pistola calibro 380 è stata impiegata il 2 maggio del 2008 per l’omicidio di Umberto Bidognetti e il 1 giugno dello stesso anno per l’omicidio di Michele Orsi.

Il 30 settembre 2008 il Roni di Caserta arresta nel territorio di Giugliano in Campania Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, i primi due coinvolti anche nell’assassinio di Noviello. Vengono sequestrate numerose armi, “tra cui sei positive ai confronti balistici”. Una pistola, la Pietro Beretta, un’arma da guerra con matricola abrasa, è stata usata, “con elevato grado di probabilità, negli omicidi Noviello, Kazani-Dani e Celiento”.   

“Quando vedo – aggiunge Massimiliano – il corpo di mio padre sbatto per terra, subito dopo mi prendono e mi portano in commissariato. Cercano di capire e inizio a ricordare che mio padre mi diceva ‘se mi capita qualcosa ho un’agenda, la devi consegnare alla polizia’. Su questa agenda c’è scritto che mio padre elogia le forze dell’ordine e le Istituzioni e scrive che era stato avvicinato da un certo Cipriani o Cipriano, non ricordo, che lui aveva allontanato. Si scusa con l’autorità perché aveva scritto questa cosa senza avvisare dell’episodio”.

Le testimonianze

Subito dopo l’omicidio di Noviello gli investigatori cercano i testimoni. Cominciano dai presenti in zona al momento dell’omicidio. Solo due: l’uomo che ha chiamato il 113 e un dipendente di una pasticceria attiva nei pressi del luogo del delitto. “Nulla di significativo è stato riferito da Manfredino e Ferrillo i quali evidenziavano di essere giunti dopo che gli sparatori erano andati via”. Nessuno ha visto nulla, nessuno era presente in quel preciso momento. Ancora deserto intorno al coraggioso Domenico Noviello, il testimone che ha denunciato il racket della camorra. Anche al suo funerale pochissime persone.

È Massimiliano che rende “dichiarazioni più significative”. Parla dell’attività del padre, ubicata nei pressi del commissariato di Castel Volturno. “Alcuni anni prima – è possibile leggere dalle motivazioni della sentenza di condanna – il padre aveva denunziato un tentativo di estorsione da parte di alcuni esponenti del clan dei casalesi, arrestati a seguito della denuncia. Il padre viveva con il timore di subire ritorsioni”Massimiliano ricorda “il calo degli iscritti, forse dovuto a timori da parte dei cittadini locali”, l’episodio raccontato dal padre legato ai locali dell’autoscuola, “perché l’intero Parco Sementini era stato messo all’asta”.  Domenico si dimostra interessato, vuole comprare quei locali. Ma deve rinunciare, un emissario porta un messaggio preciso. “Il giovedì precedente – scrive il giudice Iaselli – il padre gli aveva confidato che tale Addattilo di Castel Volturno, recandosi presso l’agenzia per motivi di lavoro, gli aveva detto testualmente ‘i locali sono stati venduti ed ora te ne mandano pure”.

Il padre aveva risposto ‘voglio vedere come me ne cacciano’. Addattilo viene riconosciuto da Massimiliano. È un cliente dell’agenzia, il suo nome è Giovanni, già con diversi precedenti legati all’estorsione, allo spaccio di stupefacenti, alle armi. Massimiliano Noviello parla della decisione del padre, un’azione legale. Il giovane Noviello parla anche delle ‘pressioni’ del padre, “affinché evitasse di ‘calcare troppo la mano’ nei confronti dei soggetti arrestati, e sul punto testualmente dichiara: “mentre chiacchieravo con mio padre, questi intavolò l’argomento e mi disse che, a suo parere, sarebbe stato opportuno non infierire troppo nei confronti degli estorsori. Questo perché, tutto sommato, avevamo raggiunto il nostro obiettivo – facendoli arrestare – e dovevamo pensare a difenderci, non ad attaccare. Di certo non potevamo essere noi a sconfiggere la criminalità locale, pertanto non era opportuno esporsi più di tanto. Ormai avevamo fatto capire da che parte stavamo”.      

È l’episodio della denuncia, rafforzato dalla collaborazione attiva, dagli arresti e dalle condanne, a scatenare la rabbia animalesca e sanguinaria dei camorristi. Vogliono lanciare un segnale, compilano una lista degli obiettivi da eliminare per dare l’esempio.

Maria Rosaria, l’altra figlia di Domenico, conferma esplicitamente “che dopo la denuncia del padre per la estorsione commessa da alcuni componenti del clan dei casalesi tratti in arresto per tale vicenda, la famiglia aveva subito un forte stress emotivo e tensioni giornaliere prevedendo ritorsioni della camorra”.

Racconta degli incontri del padre con esponenti di associazioni antiracket, delle sue preoccupazioni per l’asta dei locali. La moglie di Domenico, Giuseppina, racconta un episodio che non ha dimenticato, che gli è rimasto impresso nella mente. Sei giorni prima dell’omicidio, intorno alle 16:00, nota tre uomini in una Fiat Punto di colore grigio.

Il 16 maggio l’altra figlia Maria Antonietta, insieme al marito, consegna a un ispettore capo due fogli manoscritti, con chiari riferimenti alla vicenda estorsiva del 2001.

“Meglio un giorno da leone che cento da conigli”

“Tutto ha inizio – ricorda, oggi, Massimiliano –  nell’anno 2001, precisamente nel periodo di Pasqua. Vennero da noi dei personaggi del posto, personaggi loschi, e ci fecero una richiesta estorsiva. Inizialmente venne un certo Pasqualino Cirillo e mi chiese di parlare con mio padre, il titolare dell’autoscuola. Un suo cugino latitante, stiamo parlando di Alessandro Cirillo ‘o sergente, doveva parlare con mio padre. Subito capii le loro intenzioni e dissi che avrei riferito. Comunico questa cosa, ne iniziammo a parlare a casa. Mio padre mi disse ‘Massimo, è meglio un giorno da leone che cento da conigli. La storia ci insegna che le persone hanno combattuto per la propria libertà’.

Mio padre amava leggere, leggeva molti libri di storia e per lui non era possibile che queste persone, attraverso la forza, la violenza, potessero dettare legge. Era un’offesa per lui”.

Nella famiglia Noviello ritorna con forza il passato, mai dimenticato“Mia madre già aveva perso un fratello. Fu ammazzato all’età di 33 anni, si chiamava Pasquale De Angelis. Pretendevano soldi, una richiesta estorsiva, all’epoca erano ladri di galline, sempre di Casale. Anche il fratello di mia madre disse di no e venne ammazzato. Non è stata ritenuta una vittima di mafia. La decisione di mio padre fu presa con sofferenza, mia madre si ritrovava a rivivere una situazione drammatica, una piaga che si riapriva. Decidemmo di denunciare”.

Precisamente il 19 marzo del 2001. Domenico Noviello si presenta davanti agli investigatori (“siamo andati insieme a Caserta”, precisa il figlio Massimiliano) e denuncia le richieste estorsive. È chiaro, preciso. Indica le date, fa nomi e cognomi. Non dimentica l’episodio del 15 marzo, quando due uomini, due ambasciatori del clan, lo invitano da certi “compagni di Castel Volturno”.

Non certo comunisti, ma camorristi. Della peggiore specie. Nella stessa giornata presso l’auotoscuola si presenta un uomo (poi riconosciuto e individuato in Francesco Cirillo) che parla del cugino latitante interessato ad incontrare il padre. Erano tutti interessati a Domenico Noviello, la richiesta dello schifoso clan non può rimanere inevasa. Due giorni dopo, racconta Domenico agli investigatori, si registra l’incontro con Lisandro ‘o giudice, che chiede di preparare 30 milioni di lire per gli amici di Casale. Anche questo esattore viene riconosciuto, si tratta di Alessandro Gravante. Riconosce anche un certo Aldo Russo, si era già presentato in agenzia per invitare Domenico a incontrare i ‘compagni’ e gli ‘amici’.

“Iniziarono a venire diversi personaggi con atteggiamenti arroganti – ricorda Massimiliano – e in quell’occasione capii le parole di mio padre: ‘questi una volta che entrano, si impossessano dell’attività’. Insieme andiamo alla questura di Caserta a fare la denuncia. Con loro iniziammo a temporeggiare. Abbiamo denunciato questa tentata estorsione, io ho denunciato alcuni esponenti, mio padre altri, alcuni parlarono con me e altri con mio padre in mia assenza. Dopo la denuncia la squadra mobile di Caserta si attivò e mise cimici all’interno dell’attività, partirono le indagini e ci chiesero di farli parlare. Abbiamo denunciato e partecipato attivamente agli arresti”.

L’appuntamento con gli estorsori

Cominciano ad arrivare le prime conferme, ma non basta. Serve lo scambio, bisogna pizzicarli in flagranza di reato. Il 9 aprile del 2001 si materializza l’incontro tra Domenico Noviello e gli estorsori. L’appuntamento è stato programmato nei pressi di un bar per la consegna della borsa con 10 milioni di lire, in contanti. Cento banconote da 100 mila, tutte fotocopiate. È pronto anche un decreto di fermo emesso dal pubblico ministero nei confronti di Gravante e Vitolo (“colti sul fatto”), nei confronti di Aldo Russo e dei due cugini Cirillo (latitanti).

“Nella motivazione della sentenza è resa palese l’importanza della denuncia del Noviello Domenico e della successiva attività di collaborazione offerta alle forze di Polizia in una importante operazione a carico di soggetti legati alla criminalità organizzata di Castel Volturno”.

Durante l’incontro c’è uno scambio di battute tra Domenico e gli estorsori, l’episodio lo ricorda Massimiliano“Alla consegna mio padre ha dovuto svincolare i propri soldi, perché il Ministero non svincolò i soldi in tempo. Dovemmo fotocopiarli e portali alla polizia. Mio padre consegna la borsa con i soldi e uno di loro gli disse ‘hai visto come ti abbiamo trattato’. E mio padre rispose ‘devi vedere io come ti ho trattato’. Gli consegna i soldi, si allontana, il segno era mettersi la mano in testa, irrompono le forze dell’ordine”.

Dal 2001 scatta la protezione. Il 12 aprile vengono disposte le misure di vigilanza “aventi ad oggetto la famiglia” Noviello, fino all’estate del 2003, quando il Ministero decide di sospendere la vigilanza. Il 24 giugno arriva una nota con la decisione presa alla segreteria di sicurezza della questura di Caserta. Il 16 maggio 2001, insieme a sua figlia Rosaria, si presenta in commissariato. Riferisce puntualmente degli inviti rivolti dai suoi conoscenti, da alcuni professionisti che si erano occupati della gestione contabile e dell’assistenza legale della sua impresa. Domenico Noviello non si fa intimidire dalle parole, dai chiari inviti. “Non aderisce a tali sollecitazioni”. Va avanti, a testa alta.

“Dal momento in cui subiamo la tentata estorsione  – chiarisce Massimiliano – non abbiamo mai pagato, perdiamo la serenità. Ero fidanzato con la mia attuale moglie, non avevamo alcun tipo di tutela. Cominciai a mentire anche a mia moglie, avevo un atteggiamento strano, un comportamento poliziesco. Dal 2001 ho il porto d’armi di pistola per difesa personale”.

Il Gup del Tribunale di Napoli, in sede di abbreviato, condanna Francesco Cirillo, Aldo Russo, Alessandro Gravante, Tommaso Vitolo e Alessandro Cirillo, il cugino di Francesco il latitante.

Il ‘cecato’ Setola e i collaboratori di giustizia

‘Spietato’ e ‘determinato’, queste le parole dei collaboratori di giustizia per descrivere Giuseppe Setola ‘o cecato, il killer della camorra che ha terrorizzato il territorio campano. È lui che approva e condivide la scelta di eliminare Domenico Noviello. Presente nella lunga lista compilata per affermare il dominio. Omicidio su omicidio. Un animale che ama l’odore del sangue. Nasce il 5 novembre del 1971 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Viene soprannominato ‘a puttana, è un cane sciolto, non ama le regole. “Costituisce il suo gruppo di fuoco – si legge su La Repubblica del 14 gennaio 2009 – formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito ‘cornuti’ e ‘bastardi’”. Conosce il carcere, ci passa sei anni. Poi arriva una grave patologia agli occhi. Diventa semicieco, perde l’uso della vista. Ma è solo un bluff, una sceneggiata. Setola è diventato ‘o cecato. Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica di Pavia, dove era stato ricoverato per il ‘problema’ agli occhi. Inizia l’inferno. Il gruppo di fuoco viene ricostituito. Iniziano le vendette, i regolamenti di conto. La strategia stragista. “Occorreva – racconta un ‘pentito’ – terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti, colpire quanti commettevano reati senza il permesso del clan e senza versare allo stesso una parte dei proventi illeciti”. Viene arrestato dopo una rocambolesca fuga nelle fogne (il suo vero habitat) di Trentola Ducente, in provincia di Caserta.

“Mio padre mi disse: ‘Massimo, noi ci siamo difesi da un clan ma non credere che abbiamo sconfitto la criminalità’. Con queste parole voleva dire ‘tieni i toni bassi, evita di sfidarli. Tu hai da perdere’. Era ritenuto l’infame, una persona che aveva fatto una cosa controcorrente. Lui non accettava di essere calpestatoColpiscono mio padre per dare un segnale, avevano avuto questo affronto, non aveva pagato, aveva denunciato”.

“cornuti” e i “bastardi” parlano“Con riguardo ai collaboratori Spagnuolo Oreste, Di Caterino Emilio, Amatrudi Massimo e Iovane Massimo va sottolineato che i primi e principali collaboratori di giustizia provenienti del gruppo facente capo a Setola Giuseppe (nell’ambito della fazione della famiglia Bidognetti), sono stati Di Caterino Emilio e Spagnuolo Oreste che non hanno certo concordato le loro dichiarazioni”.

Oreste Spagnuolo viene arrestato il 30 settembre del 2008 dai carabinieri di Caserta, insieme ad Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Durante l’operazione Antimafia effettuata a Giugliano viene ritrovato e sequestrato un “vero e proprio arsenale”.

Emilio Di Caterino, soprannominato Emiliotto, dopo l’arresto di Luigi Guida diventa il reggente del clan Bidognetti. Con l’arresto, dopo la latitanza, comincia la collaborazione con lo Stato. La stessa scelta di Massimo Amatrudi, gruppo Setola, già condannato per associazione con Massimo Alfiero, Oreste Spagnuolo e Luigi Tartarone (17 dicembre 2009).

Anche Massimo Iovine decide di ‘cambiare vita’“La scelta di collaborare – scrive il gip Isabella Iaselli – per chi ha fatto parte del gruppo Setola non può dirsi certamente presa a cuor leggero, dal momento che, come sottolineato dall’accusa, si è dovuto fare luce su una serie di delitti efferati ammettendo in molti casi gravi responsabilità personali”.

Questo è l’elenco impressionante dei delitti commessi dal gruppo Setola, nel 2008. Una violenza brutale concentrata in pochi mesi.

  • 2 maggio, omicidio di Umberto Bidognetti, condannato a morte perché padre del ‘pentito’ Domenico;
  • 16 maggio, omicidio di Domenico Noviello;
  • 30 maggio, tentativo di omicidio per Francesca Carrino, la sorella di Anna, collaboratrice di giustizia, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e’ Mezzanotte, capo storico;
  • 1 giugno, omicidio di Michele Orsi, imprenditore operante nel settore dei rifiuti solidi urbani, per aver reso dichiarazioni compromettenti per il clan;
  • 11 luglio, omicidio di Raffaele Granato, per aver denunciato richieste estorsive;
  • 4 agosto, omicidio di Dani e Kazani, due cittadini albanesi non autorizzati ad operare nella zona;
  • 18 agosto, ferimento di alcuni cittadini nigeriani, la loro presenza non era gradita;
  • 21 agosto, omicidio di Ramis Doda, cittadino albanese non gradito al clan;
  • 18 settembre, omicidio di Antonio Celiento e degli extracomunitari colpiti nella strage di Castel Volturno;
  • 2 ottobre, omicidio di Lorenzo Riccio, impiegato presso l’agenzia funebre Russo. Il titolare aveva denunciato Francesco Bidognetti;
  • 5 ottobre, omicidio di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.

“Il gruppo facente capo al Setola operava con modalità particolarmente cruente, tanto che gli stessi affiliati non potevano mai dirsi al sicuro da una condanna a morte basata anche sul sospetto di un tradimento. Il clima non era mai rilassato”. È il collaboratore Spagnuolo che racconta il comportamento di Setola. Decideva chi doveva eseguire gli omicidi per testare l’affidabilità e la lealtà dei suoi uomini.          

Nell’interrogatorio del 6 ottobre del 2008 Oreste Spagnuolo indica gli esecutori dell’omicidio NovielloMassimo Alfiero, Davide Granato, Gino Natale detto Marano, Napoleano Massimo. Il mandante lo indica in Setola “che voleva punirlo per avere denunziato gli autori della estorsione ai suoi danni”.

Si esprime meglio nell’interrogatorio del 7 ottobre 2008“quanto alla causale, per come fu riferita da Peppe Setola rappresento che il Noviello molti anni fa aveva denunziato Cirillo Francesco detto Pasqualino, Gravante Alessandro e Russo Aldo nonché Cirillo Alessandro, quest’ultimo venne poi assolto. Questa ragione insieme alla necessità di intimorire chiunque volesse denunziare il gruppo Setola costituì la ragione per cui il Setola Giuseppe e Cirillo Alessandro decisero di uccidere il Noviello, almeno per quanto mi fu detto”.

Il collaboratore racconta l’esecuzione, l’episodio lo apprende dal racconto di Massimo Napolano. Quella mattina, il 16 maggio 2008, Massimo Alfiero, Massimo Granato e Gino Tartarone sono alla guida di una Yaris blu rubata. Raggiungono Baia Verde, dopo aver fatto sosta nel cortile della casa di un amico, (“ignaro di tutto”), dove attendono la telefonata di Massimo Napolano. Secondo quel racconto a sparare fu Massimo Alfiero con la pistola calibro 9 (nascosta da Gianluca Bidognetti, ricevuta da Massimo Alfiero)  e Davide Granato con la revolver calibro 38.

Nell’interrogatorio del 16 ottobre 2008, il collaboratore Emilio Di Caterino parla di una riunione con Setola e Cirillo, dove si parlò dell’omicidio dell’imprenditore coraggio di Castel Volturno. Il collaboratore Massimo Iovane ribadisce un concetto semplice, ma chiaro: “Il clan dei casalesi è molto vendicativo, non dimentica le azioni commesse in danno del gruppo, decidendo di reagire anche a distanza di svariati anni”.       

Decisive sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Tartarone (già condannato per 416bis, nel dicembre 2009) e Massimo Alfiero. Ammettono la loro partecipazione e spiegano nei dettagli tutti gli spostamenti, il piano, gli appostamenti, le autovetture utilizzate, le armi, le schede telefoniche, le attese, la dinamica. “Ci siamo incontrati di fronte all’ingresso di Baia Verde – racconta Tartarone nel corso dell’interrogatorio del 14 settembre 2010 – e da lì siamo partiti immediatamente dopo aver ricevuto una telefonata che ci avvisava della presenza del Noviello… ho visto materialmente Alfiero sparare molti colpi d’arma da fuoco all’indirizzo del Noviello dopo essersi affiancato alla sua autovettura colpendolo al viso e tronco e, successivamente, scendere dall’autovettura, prendere l’altra pistola e raggiungere il Noviello nel frattempo sceso dall’autovettura nel tentativo di sottrarsi ai colpi d’arma da fuoco e sparare ulteriori colpi d’arma da fuoco per finirlo di cui almeno due in testa”.

Il gruppo di fuoco, subito dopo l’omicidio poteva essere bloccato“Ricordo che le due autovetture con a bordo Di Bona, Alfiero ed io hanno incrociato una pattuglia di carabinieri nei pressi di una pompa di benzina subito dopo Casal di Principe. Credo che ci abbiano notati anche se non ci hanno inseguito nonostante l’elevatissima velocità di viaggio di entrambe le autovetture”. Dopo l’omicidio Tartarone e Alfiero si nascondono in una casa a San Marcellino, in provincia di Caserta, presa in affitto da Giovanni Bartolucci.  .

È fondamentale la collaborazione di Massimo Alfiero, il killer. L’esecutore materiale che scaricò “13 botte” su Noviello solo con una pistola, mentre con l’altra gli sparò altri colpi, “finendolo poi con un colpo alla testa”.

Il 15 ottobre del 2010, dopo la sua richiesta di essere ascoltato, viene portato in Procura dove spontaneamente ammette la sua appartenenza al clan Bidognetti, denuncia le sue azioni criminali, racconta di aver partecipato agli omicidi di Domenico Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi. Vuole passare dall’altra parte, soffre per la ‘lontananza’ della famiglia. “Precisa di aver fatto parte del clan da epoca risalente e di poter riferire su molte vicende”.     

Il ripensamento

Il camorrista quasi pentito Alfiero è al 41 bis. Ci sono due ordinanze che lo inchiodano, per associazione e omicidio. Ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Oreste Spagnuolo, Massimo Iovine, Antonio De Martino ed Emilio Di Caterino), che parlano della sua ‘posizione di rilievo’ nel gruppo Setola. Ha sulle spalle “numerosi e gravissimi delitti”La sua collaborazione è preziosa. Ma Alfiero ad un certo punto si blocca e si chiude nel totale silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Non per le pressioni del clan, non per le voci che cominciano a girare e che vengono raccolte da sua moglie.

Il killer del clan Bidognetti, Massimo Alfiero, dopo aver espresso la decisione di parlare, di vuotare il sacco, di raccontare il suo interessante punto di vista viene bloccato dalla sua donna. Da sua moglie, dalla madre dei suoi figli. Tutto è stato registrato dagli inquirenti grazie alle intercettazioni ambientali, le ‘cimici’ azionate durante i colloqui in carcere. La signora Alfiero decide di rinunciare al programma di protezione, anche per sua figlia. È decisa, suo marito non deve parlare. Non deve mettere in pericolo la famiglia. Il ‘sistema’.

I due si incontrano in carcere per il colloquio. La Corvino lo smonta“Adesso ti stanno facendo vedere solo rose e fiori… è vero o no? […]“tu sei un uomo… prima hai parlato… poi non hai detto niente”. […] “tanto tu esci… esci e stai insieme a noi… passeranno per dirti sei… sette anni quanto ci manca”. Fine pena mai, ergastolo per il killer che voleva diventare collaboratore.

Tre ergastoli nel rito abbreviato. Rispettivamente per Massimo Alfiero (il killer), per Giovanni Bartolucci (componente del commando e organizzatore) e per Davide Granato (ha partecipato all’organizzazione, assumendo il ruolo di ‘specchiettista’). Proprio quest’ultimo, nell’udienza del 4 dicembre del 2012, rende delle spontanee dichiarazioni. Ammette le sue responsabilità e consegna un appunto: “prima di tutto chiedo scusa a Dio per aver fatto male a una sua creatura, poi chiedo scusa alla famiglia intera della vittima per avergli arrecato tantissimo dolore. So benissimo che non sarà facile essere perdonato per l’ignobile azione, però da parte mia con un atto di coraggio mi assumo la mia responsabilità per aver partecipato a questo efferato delitto ed essere sottoposto al giudizio di questo tribunale per non sfuggire alle mie colpe. Ancora chiedo scusa alla famiglia Noviello e all’intera società e mi dissocio da qualsiasi contesto mafioso ed in particolare dal clan dei casalesi”.

Parole sprecate, inutili.

“Quanto al motivo abietto così come contestato deve ritenersi spregevole che una vita umana sia stata soppressa per una vicenda risalente nel tempo e peraltro ormai definita al fine di dare un segno della forza della criminalità. Con l’omicidio del Noviello si è voluto inviare un messaggio terribile alla collettività: i soggetti colpiti da misure cautelari e condanne, anche a distanza di tempo, si vendicano contro di coloro che, rispettosi della legge, hanno denunciato alle Istituzioni i torti subiti”. Il rito ordinario, per gli altri sette imputati, è arrivato alle battute conclusive.

Nell’udienza del 3 aprile, per la prima volta il killer sanguinario Setola risponde alle domande del PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita. A modo suo. Definendosi, scrive Il Mattino, un capro espiatorio “messo in mezzo dagli infami che hanno fatto il mio nome per avere protezioni e soldi, facendomi ottenere condanne ingiuste. Per lei e il PM Sirignano ho fatto tutto io, ma con la coscienza sono a posto”‘O cecato è stato condannato, sino ad oggi, a otto ergastoli per 15 omicidi. Una coscienza impregnata di sangue.

“Sono loro che devono andare via!”

“Quante volte, in famiglia, abbiamo parlato e discusso di lasciare il territorio. Mio padre era sempre contrario, ‘non devo andare via io, solo loro che devono andare via’. Questa scelta la vedeva come una sconfitta. Lui non ha offeso nessuno, si è difeso da un attacco. Cosa prevede la legge? La denuncia? Questo ha fatto mio padre, ha rispettato la legge”.

Ma lo Stato come si è comportato con Domenico Noviello? È stato fatto tutto il possibile? Poteva essere ancora protetto? “Il Noviello – si legge nelle motivazioni – è stato sottoposto a misure di sicurezza sino all’estate del 2003 e tuttavia aveva continuato a temere per sé e per i familiari, oltre a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito ad andare oltre, come testimoniato dal rinvenimento di fogli manoscritti da consegnare alla polizia in caso di morte violenta”.

Si poteva fare di più?

“Siamo stati abbandonati dallo Stato”, risponde Massimiliano, “mio padre incontra le associazioni, inizia a capire che l’isolamento lo porta in uno stato di abbandono. In un’intervista a mia madre si sente la voce di mio padre: ‘diglielo che lo Stato ci ha abbandonati, che ci sentiamo soli’. Mio padre lo ha sempre dichiarato. Non ha fatto questa scelta per lo Stato, ha fatto questa scelta perché amava essere libero. Ci facevano pesare anche il rinnovo del porto d’armi, a volte mio padre chiedeva di essere accompagnato e spesso e volentieri si trovava senza protezione. Soffriva questa cosa, tutti gli altri pagavano, lui era visto come la mosca bianca, il marziano del posto”. Ma Massimiliano non si sente abbandonato dallo Stato, lo dice chiaramente: “a seguito della morte di papà, tutto posso dire, ma non di essere stato abbandonato dallo Stato. Forse si sono accorti della ‘gaffe’ che hanno fatto, infatti hanno conferito la Medaglia d’oro al valor civile prima della sentenza. Mio padre è stato abbandonato, è stato utilizzato, abbiamo partecipato attivamente agli arresti. Invece io no, io ho avuto tutto e subito. Non posso lamentarmi e attaccare lo Stato”.

Il 17 marzo del 2009 il presidente della Repubblica ha  conferito alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile. A Castel Volturno è stata intitolata una piazza, per non dimenticare una vittima di camorra, un cittadino onesto.

Morto per il rispetto della legalità.

Tratto da «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» di Paolo De Chiara, Perrone Editore, Roma, 2014

da WordNews.it

Carmine Mocerino deve dimettersi?

OPPORTUNITA’ POLITICA. L’Associazione “Caponnetto” ha chiesto le dimissioni del presidente della commissione regionale anticamorra della Campania. Abbiamo rivolto cinque domande al vicepresidente e a un componente dell’istituzione regionale.

Carmine Mocerino deve dimettersi?

di Paolo De Chiara

Dopo il clamore dell’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Nola, condotta dai carabinieri di Castello di Cisterna e dai colleghi del Comando antifalsificazione monetaria di Roma, che ha portato alle ordinanze applicative delle misure cautelari personali, emesse dal Gip del Tribunale di Nola, di professionisti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di corruzione, soppressione, distruzione e occultamento di atti pubblici, falsità in atti pubblici, uso di valori di bollo contraffatti e truffa ai danni dello Stato, è arrivata la forte presa di posizione dell’Associazione “Caponnetto”.

Per il segretario Elvio di Cesare le dimissioni, per Carmine Mocerino, sono necessarie. «L’attività giudiziaria vede coinvolta la moglie dell’on. Mocerino Carmine attuale presidente della commissione anticamorra regionale. Alla luce della gravità delle accuse formulate dall’Autorità Giudiziaria si chiede al presidente della commissione anticamorra regionale on.le Mocerino Carmine se non ritenga di dimettersi per ovvie ragioni di opportunità, ed al precipuo fine di eliminare ogni dubbio che la commissione regionale che presiede possa operare nella piena e regolare funzione di contrasto alle illegalità».

Abbiamo girato, con altre domande, la richiesta ad alcuni componenti della Commissione regionale Anticamorra della Campania. Ecco il loro pensiero sulla vicenda.

Le cinque domande:

  1. Che ne pensa degli arresti effettuati, nelle scorse ore, dalla Procura della Repubblica di Nola?
  2. Queste operazioni fanno bene alla politica?
  3. È a conoscenza che tra i soggetti implicati c’è anche la moglie dell’On. Mocerino, attuale presidente della commissione regionale Anticamorra della Campania?
  4. L’Associazione “Caponnetto” ha chiesto espressamente, con una nota, le dimissioni del presidente. Lei condivide questa linea?
  5. Il nome di Mocerino è anche legato alla questione “Rimborsi” presso il consiglio regionale e ad alcune intercettazioni, come riportato da Repubblica nel 2016, dove un certo Giovanni D’Avino (boss di camorra detenuto) fa riferimento proprio a Mocerino. È opportuno, politicamente, che un consigliere “chiacchierato” possa ricoprire questo incarico?  

Le risposte.

Vincenza Amato (Pd), vice presidente Commissione:

  1. «È una vicenda molto spiacevole. Intanto perché non è mai bello ascoltare certe cose, anche perché ledono la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Per il caso specifico la magistratura farà il suo percorso, ci saranno le indagini e quant’altro. Noi ci affidiamo, come sempre, a quello che è il lavoro della magistratura, degli organi inquirenti».
  2. «No, sicuramente non fa bene alla politica. Non capisco qual è la domanda».
  3. «Appunto, è la moglie del presidente della Commissione. Poi bisogna vedere come si rimetteranno le indagini. Il presidente Mocerino non c’entra nulla, noi ci affidiamo al lavoro della magistratura e poi faremo le valutazioni insieme al presidente della Commissione. Verificheremo l’opportunità rispetto al ruolo che lui ricopre, però Carmine è una persona che si è distinta in questi anni per il contrasto al crimine, alla criminalità organizzata. Abbiamo fatto un lavoro senza colore politico, per l’interesse dei cittadini, del territorio e per contrastare i poteri criminali. Quindi sull’integrità, sulla correttezza e sull’onorabilità di Mocerino non ho assolutamente dubbi. Ci sono vicende che interessano la sua consorte e sono affidate alle indagini della magistratura».
  4. «Assolutamente no. Intanto sono garantista, sono sempre fiduciosa nel lavoro che fanno i magistrati, sono rispettosa di questo. In questo momento, proprio perché non c’è ancora una definizione delle indagini, sono molto cauta nell’esprimere giudizi e credo nemmeno di essere nella posizione di potere esprimere. Stiamo parlando della moglie e non del presidente. E con il presidente valuteremo l’opportunità, insomma, rispetto alla situazione che ha interessato la sua famiglia, di ricoprire questo incarico. Bisogna avere grande grande rispetto e intelligenza in queste situazioni».
  5. «Chiacchierata l’ha detto lei. Carmine Mocerino è un consigliere regionale, è stato eletto, ricopre un ruolo. Io lo conosco per il modo in cui ha ricoperto quel ruolo, per l’impegno in questi anni. L’ho conosciuto in questa legislatura. Chiunque può parlare al telefono con ognuno di noi e dire cose. Diverso è appurarle certe cose».

Tommaso Malerba (M5s), Componente Commissione:

  1. «Da quello che ho appreso dai giornali si muovono accuse di processi, in qualche modo, truccati, di faldoni e fascicoli spariti. Questo è quello che ho appreso, non ho approfondito. È una notizia fresca. Ho appreso dai giornali, coinvolge un po’ di avvocati di quell’area che non conosco bene esattamente tutti quanti».
  2. «Certamente, il rispetto della legge fa bene non solo alla politica, fa bene ad ogni segmento produttivo e sociale. La legalità è un equilibrio tra diritti e doveri, quando la Procura indaga e accerta fatti acclarati è giusto che la giustizia faccia il suo corso».
  3. «Sì, con il quale abbiamo un rapporto istituzionale (Mocerino, ndr). È una persona equilibrata, squisita. Ho saputo che la moglie è coinvolta, però non mi esprimo finché non si avranno fatti acclarati. Conoscendo la serietà della persona saprà senz’altro prendere le distanze. La questione riguarda la moglie. Quando saranno acclarati i fatti e se ci saranno responsabilità ognuno dovrà trarre le proprie conclusioni. Ripeto conosco Mocerino, riconosco e ci riconosciamo rispetto istituzionale, persona di grande garbo e attento alle istituzioni e al ruolo che ricopre. La politica di attacco non mi appartiene. È troppo presto per addebitare un imbarazzo».
  4. «Sì, conosco l’Associazione. Questa richiesta non la conoscevo. Se i fatti saranno acclarati il presidente Mocerino dovrà levarsi dall’imbarazzo. Però vorrei aspettare i fatti, non conosco le indagini. Siamo nella fase iniziali, non vorrei gridare al lupo. Non vorrei fare corse in avanti, non lo trovo corretto sul piano politico. Il rispetto istituzionale si fonda anche su queste cose. Ma aspettiamo la magistratura che faccia il suo corso».
  5. «Con molta onestà non ricordo di queste vicende. Ma al di là delle persone, quando si ricopre un ruolo bisogna avere un’immagine specchiata, altrimenti non è credibile l’istituzione che rappresenti. Ma questi episodi non li ricordo, quindi emetterei un giudizio su cose a cui non sono a conoscenza».                          

Abbiamo provato a contattare gli altri membri della commissione regionale anticamorra, tra cui il segretario Vincenzo Viglione (M5s) e il componente Mario Casillo (Pd), ma non siamo stati fortunati.

Per approfondimenti:

ARRESTI. L’Associazione “Caponnetto” attacca: «Mocerino (presidente della Commissione anticamorra), dopo l’arresto della moglie, deve dimettersi»

da WordNews.it

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

Memoria da rinfrescare: la TRATTATIVA Stato-mafia. Sentenze, Detti e Contraddetti.

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

di Paolo De Chiara

LE RICHIESTE DI RIINA

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

RAGIONI SFUGGENTI

«Mi sfugge la ragione per cui la mafia avrebbe dovuto scendere a patti con Berlusconi quando ancora non era in politica».

Giorgia Meloni (PdL), 8 agosto 2012

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/1 

P.M. DEL BENE «Le fece proprio il nome di Dell’Utri?»

IMPUTATO BRUSCA «Sì.»

P.M. DEL BENE «Senta, Mangano le rappresentò solo di avere incontrato Dell’Utri o anche altri soggetti?»

IMPUTATO BRUSCA «Doveva incontrarsi… il messaggio era diretto a Silvio Berlusconi, poi in quella circostanza non mi ha detto… ma ha incontrato solo Marcello Dell’Utri, poi il successivo, se il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, questo non ho avuto modo di approfondirlo… L’obiettivo era Marcello Dell’Utri però il punto finale era Silvio Berlusconi”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

NE AVESSE AZZECCATA UNA

«Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

Pino Arlacchi, Panorama, 24 febbraio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/2 

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

IL MEDIATORE MAFIOSO

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/3 

Poi, Riina fa un cenno all’elenco delle richieste che secondo Massimo Ciancimino egli avrebbe redatto (“… Ponnu riri… vinni…, vinni…, vinni… cosu… Cianciminu. Ma Cianciminu vinni ci purtò a ste… ste elencu… mu rasssi… mu rassi ste elencu ca u fazzu esaminari… (inc.) hanno visto (inc.)..”).

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

SFUGGENTI REAZIONI CON ALLEANZA ANNESSA

“Troppe ombre, troppi non detti e troppe cose poco chiare caratterizzano questa vicenda: il popolo italiano ha il diritto di sapere cosa sia successo veramente”.

“Il sacrificio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli eroi caduti nella guerra alla mafia non può e non deve essere vano. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua nascita il mio pensiero e quello di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia va ai suoi famigliari e parenti. Una ricorrenza che cade in un momento particolare visto che è in corso la requisitoria dei Pm al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Il mio augurio è che quello di oggi possa essere un ulteriore passo in avanti per arrivare, dopo tanti anni, ad accertare la verità”.

Giorgia Meloni, alleata con Berlusconi, Fratelli d’Italia, 19 gennaio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/4 

Da segnalare, però, che, nel corso del colloquio con Lo Russo, Riina esprime un concetto che conferma una sua precedente esternazione captata da un agente della Polizia Penitenziaria. Secondo quando il teste Bonafede ha riferito, infatti, Riina il 31 maggio 2013 ebbe, tra l’altro, a dire “io non cercavo a nessuno, erano loro che cercavano a me”. Ora, vi sono chiari elementi per escludere che Riina si riferisse alla sua latitanza e che confermano che, invece, egli si sia riferito alla “trattativa” ed al fatto che furono altri a sollecitarla.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

E LUI PAGA…

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni FalconeFrancesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri.

Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/5 

Nel corso della relativa conversazione con Adinolfi il Graviano manifesta la convinzione che nel 1994 il Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi avrebbe abolito la pena dell’ergastolo se non avesse trovato una opposizione interna in altre componenti del Governo (“… come no, Umbè? Allora, poi un’altra cosa. Per quanto riguarda u governo ri Berlusconi. Perché Berlusconi non ha fatto alcune cose … Non è che io lo sto difendendo… aveva… (inc.)… a Casini … e ti stavo dicendo… aveva anche a Bossi contro. Picchì? Quannu aviano fatto… tu rici ma tiri sempre acqua o to mulino? Quando avevano fatto u codice penale stavanu abbulennu l’ergastolo. Mi sono spiegato? Poi subito attaccato ri Bossi… ri Casi… Casini u sai chi dissi? “Ma come togliere l’ergastolo?” Minchia, si sii cattolico, pezzo ri ‘nfame chi un sii autro! Eh… Poi all’ultimo, quando Fini si arriva a questa rottura, dice: “sì, va bene, si u purtamo a trent’otto anni va bene, dice, arrivato a un certo punto, sono trent’otto anni”. Questo è il motivo… “).

Si tratta di un passo della conversazione “in chiaro”, così come quasi tutti quelli del colloquio di quel giorno con Adinolfi allorché il Graviano fa altri riferimenti a Berlusconi, al fatto che questi, dopo essere stato eletto nel 1994, non aveva mantenuto gli impegni presi.

Intercettazione ambientale del 19 gennaio 2016, conversazione durante il “passeggio” tra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pagg. 4601 e 4602

E LUI SCAPPA…

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/6 

Brusca, poi, ha ugualmente confessato di avere incaricato successivamente Vittorio Mangano di contattare Dell’Utri e Berlusconi per richiedere loro di adoperarsi per i provvedimenti oggetto delle pregresse richieste dei mafiosi, prospettando, però, espressamente, ai medesimi Dell’Utri e Berlusconi, che, in caso di non accoglimento di quelle richieste, sarebbe stata portata avanti la strategia stragista di “cosa nostra” (dich. Brusca: “… E di dirgli se non si mette a disposizione noi continueremo con la linea stragista…”).

Ed è stato accertato che, in continuità con quell’incarico ricevuto anche dal Brusca (oltre che dal Bagarella), Mangano proseguì i contatti con Dell’Utri anche successivamente all’insediamento del Governo Berlusconi e, nei fatti, dunque, indipendentemente dal carattere dell’approccio con il medesimo Dell’Utri, rinnovò la minaccia indirizzata al Governo e dal detto destinatario percepita nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4651

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/7 

Lo stesso Mori, invero, ha riferito di avere, ad un certo punto, rivolto, tra l’altro, a Vito Ciancimino la seguente frase: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4895

ALTRO SANGUE

«Quindi Cosa nostra fa le stragi nel periodo in cui il Presidente del Consiglio, secondo le conclusioni di questa Sentenza, finanzia Cosa nostra.

Forse cominciamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza.

Forse cominciamo a capire perché questa sentenza è scomoda perché parla di diffuse omertà istituzionali, perché parla di Presidenti della Repubblica che hanno mentito.

Perché parla di esponenti politici che hanno riferito, pur essendo già stati interrogati nei processi che celebrammo a Caltanissetta vent’anni prima, fatti importantissimi accaduti nel periodo delle stragi solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, aveva detto qualcosa. Dice che la Trattativa non evitò altro sangue, ma lo provocò.  

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2018

da WordNews.it

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

SPECIALE Peppino Impastato. INTERVISTA al fratello Giovanni: «Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata».

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

di Paolo De Chiara

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, un giovane viene ammazzato. Si chiama Peppino Impastato. Oggi tutti conoscono la storia del compagno Peppino. Un “rivoluzionario”, un uomo senza paura. Figlio di mafioso, “legato” – per i suoi rapporti familiari – al mondo criminale. Frequenta suo zio, Cesare Manzella, il boss del posto. Si trova a contatto con Luciano Leggio e Tano Badalamenti, pezzi (di merda) da novanta. Il primo continuerà la carriera criminale con i sanguinari assassini corleonesi, l’altro verrà “posato” da Riina e company. Entrambi arriveranno all’apice dell’organizzazione criminale, nella famosa triade. Insieme a un certo BontadeTutti criminali, tutti mafiosi, tutti schifosi.

Peppino Impastato non entrerà in quel mondo. Con gli anni, attraverso la cultura, attraverso la sua mente pensante, comincerà a scagliarsi contro quel mondo criminale. Oggi lo ricordiamo per la sua intransigenza, per la sua passione, per i suoi valori, per il suo impegno. Ma, soprattutto, per la sua azione quotidiana: attraverso il giornalismo, la radio, le mostre fotografiche, le contestazioni. È stato un faro in quegli anni, dove nemmeno si nominava la parola “mafia”. E lui aveva il coraggio di sfotterli, utilizzando l’ironia. Di urlare, giustamente, che la mafia (come tutte le mafie) è una valanga di merda.

Peppino delegittimava la cultura mafiosa utilizzando le parole. Ed è stato eliminato perché i mafiosi hanno avuto paura delle sue parole modellate con forza e senza alcun timore. Sono passati 42 anni e Peppino Impastato è ancora con noi, per condurre le sue (le nostre) battaglie. Peppino Impastato è stato massacrato, lo hanno imbottito di tritolo e lo hanno fatto saltare in aria sui binari della tratta ferroviaria Palermo-Trapani. E hanno tentato pure di infangarlo. Ma non ci sono riusciti.

La sua lezione è ancora attuale. Abbiamo tante armi per sconfiggere questi maledetti. La battaglia è lunga e va condotta anche dal punto di vista politico. Altro insegnamento di Peppino. La politica non è quella cosa lorda che vogliono farci credere. I politici, molti di loro, sono una “cosa inutile” e dannosa. Abbiamo lasciato campo libero. Dobbiamo riprenderci gli spazi occupati da personaggi indegni.

Cultura, politica, passione, dignità, onestà. Questi sono gli ingredienti per eliminare il cancro mafioso. Una volta per tutte.

Per ricordare la figura di un gigante abbiamo contattato suo fratello: Giovanni Impastato. E siamo partiti dai ricordi dell’infanzia. «È stato il periodo più bello, più intenso della nostra vita, eravamo molto spensierati. Paradossalmente vivevamo all’interno della tenuta di zio Cesare Manzella, il capomafia che è stato ucciso nel 1963 con l’autobomba.

Noi siamo rimasti un po’ delusi. Pensavamo a questo grande benefattore, che si preoccupava per noi, che giocava con noi. Non soltanto lui, ma anche Luciano Liggio giocava con noi. Era latitante lì, protetto da lui che era il capomafia. Era ricercato da tutte le polizie d’Italia. Poi queste cose ce le ha dette nostra madre».

Cosa vedevano i suoi occhi in quegli anni?

«Da subito l’ho preso come un punto di riferimento. In quegli anni lui aveva 15 anni e io ne avevo 10. Da quel momento in poi nasce in me questa figura. Mi affascinava tantissimo perché parlava bene, perché si interessava a me, perché era molto cordiale, era molto intelligente. Mi sono legato tantissimo a lui. Poi iniziano i conflitti in famiglia, dopo la morte dello zio, perché Peppino inizia a fare delle scelte. E in quel momento sono entrato un po’ in crisi. Lui mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire quale era la situazione. Fino al punto che viene buttato fuori di casa, perché intraprende la sua attività di rottura. Da quel momento in poi perdo quel punto di riferimento, perdo quel legame affettivo. Peppino diventa un amico, un compagno di lotta. Ero costretto, spesse volte, a incontrarlo fuori. Il rapporto diventa difficile, molto complicato, nel senso che veniva un po’ meno la comunicazione. Successivamente, quando si era verificato tutto in famiglia in quel modo, lo consideravo un po’ responsabile. Per le sue scelte radicali, per il suo modo di contestare la famiglia. Quello è stato un momento di crisi, però mi sono reso conto che lui aveva sempre ragione. Negli anni dell’attività lo aiutavo, lo sostenevo. Però non avevo la sua personalità, il suo carisma, la sua sensibilità. Ma il rapporto lo abbiamo mantenuto sempre forte».

Come possiamo definire Peppino con una parola?

«Rivoluzionario. Credo che questa parola comprenda la lotta, l’impegno, la rivoluzione morale e culturale. Peppino esprimeva, incarnava la figura del rivoluzionario».

In Peppino scatta la molla del cambiamento con l’episodio dell’autobomba del 1963?

«La molla scatta con questo episodio. Prima andava tutto bene, non c’erano problemi. Le contraddizioni iniziano dopo. Quando Peppino inizia a riflettere e a capire che eravamo stati ingannati. Quel mondo era un falso mondo, basato sulla menzogna, sull’ipocrisia. Loro non pronunciavano mai la parola mafia, il mafioso non la pronuncia mai. Loro volevano dimostrare di essere persone dedite a pensare alle persone bisognose, a ribellarsi alle ingiustizie dello Stato, a sostituirsi allo Stato. Questo ci facevano capire, ma non era vero. Di tutto questo ce ne siamo resi conto dopo. E così comincia a contestare il padre, comincia a contestare la società. Si rende conto di cosa era la mafia. Fonda il giornale L’Idea, siamo nel 1965».

Che differenze c’erano tra il capomafia, poi ucciso, Manzella e Tano Badalamenti?

«Fra Badalamenti e Manzella non c’erano molte differenze. Gaetano Badalamenti ha raccolto quell’eredità. Manzella non cercava lo scontro frontale, voleva sempre dialogare con le Istituzioni. Era un criminale, anche lui ha iniziato il traffico della droga, anche lui ha commesso i suoi omicidi, è stato mandante di omicidi. Badalamenti era diverso rispetto a quello che è avvenuto dopo, rispetto ai Provenzano, ai Riina, dei carnefici che sono arrivati allo scontro con le Istituzioni, che hanno provocato dei guasti interminabili dove lo Stato è stato costretto, perché lo Stato non lo vuole risolvere questo problema, a prendere qualche iniziativa. Le stragi Badalamenti non le avrebbe commesse. Badalamenti è stato il mandante dell’omicidio di Peppino, condannato all’ergastolo, però debbo riconoscere che lui la strategia dello stragismo non l’avrebbe mai portata avanti».

Perché lo Stato non vuole risolvere questo problema?

«Perché la mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato».

Ancora oggi?

«Sì. Il problema non è stato ancora risolto. Guardiamo agli ultimi episodi…».

Quali episodi?

«Le scarcerazioni. Ma chi è il responsabile? Chi è stato? Ammetto la buona fede del Ministro, ammetto la buona fede di Di Matteo, ammetto la buona fede di tutti, ma ci deve essere questo responsabile. E allora andiamolo a prendere».

Quando e come arriva la politica nella vita di Peppino?

«Arriva subito. Lui lo scrive, “Arrivare alla politica nel lontano 1965 su basi puramente emozionali”, però lui è stato molto agevolato. Gli anni Sessanta sono stati i più intensi, anni di lotte, di trasformazioni. I giovani ci credevano, lottavano, studiavano. Peppino è figlio di quel tempo. In Peppino non troviamo solo una forte coscienza critica nei confronti della mafia, ma soprattutto politica. Diventa un militante di estrema sinistra con le sue idee, contestando anche quei vecchi regimi comunisti che erano logori e che di comunismo non avevano nulla».

Peppino, quindi, non si occupava solo di mafia ma anche di sociale.

«Portando avanti anche queste battaglie sociali si scontrava con la mafia. Fare battaglie nel sociale significa combattere la mafia».

Quando nasce la frase “La mafia è una valanga di merda”?

«Nel 1967. Molti sono convinti che questo articolo su L’Idea sia uscito. È stata mia madre a sequestrarlo. Si è recata da quelli che stampavano il giornale per impedire l’uscita. Aveva paura che i mafiosi lo uccidessero».

E poi c’è un’altra idea rivoluzionaria: la radio.

«Era un grande comunicatore. Inizia il suo impegno con L’Idea Socialista e lo chiude, perché viene ucciso, con Radio Aut. In mezzo sempre le sue battaglie».

Nelle trasmissioni radiofoniche i personaggi locali vengono “battezzati” con dei soprannomi. Era una passione di Peppino?

«Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata. Se attaccavi un mafioso, facevi una denuncia, successivamente, lui recuperava. Ti poteva dare pure l’onore delle armi. Ma quando i mafiosi iniziano a perdere consensi sociali, perché Peppino faceva ridere il Paese con tutti questi nomignoli rendendoli esseri ridicoli e insignificanti, non potevano più recuperare. Ecco perché decidono di spegnere questa mente lucida. Questo è stato il primo caso di lotta alla mafia con l’ironia. Dopo ci sono stati i film e tante altre cose. Anche Pif lo riconosce e dice di essersi ispirato a Peppino».

Quindi da una parte l’ironia e dall’altra la cultura. Peppino era un uomo di cultura.

«Con il Circolo Musica e Cultura faceva riflettere molto i giovani. Lui diceva sempre che bisogna studiare per conoscere il fenomeno, per sconfiggerlo, per affrontarlo. Organizzava lo studio collettivo. La biblioteca itinerante è stata una cosa bellissima. La cultura è la base di tutto».

Come veniva percepito l’impegno di Peppino a Cinisi? Quali erano le reazioni della cittadinanza?             

«Lui veniva considerato un alieno sotto certi aspetti. Uno che rompeva gratuitamente le scatole. Veniva considerato scomodo. Faceva le denunce contro il traffico di droga e la gente si è arricchita in quel Paese. In quegli anni non c’erano controlli, la gente andava e veniva dall’America, l’aeroporto era in mano alla mafia. In alcuni casi, anche per paura, la gente si allontanava. Però nell’ultimo periodo Peppino stava acquisendo molti consensi. I suoi comizi erano affollati, le trasmissioni in radio erano seguite. La gente stava cominciando ad aprirsi. Poi è arrivato l’omicidio».

Prima di arrivare a quella maledetta notte dell’8 maggio 1978 dobbiamo fare un ulteriore passaggio. Peppino decide di candidarsi alle elezioni comunali di Cinisi del 14 maggio. L’ultimo schiaffo ai mafiosi locali?

«Sarebbe stato sicuramente eletto, con meno voti rispetto a quando è stato eletto, successivamente, da morto. I mafiosi hanno avuto ancora più paura, perché all’interno del consiglio comunale, sicuramente, li metteva in difficoltà. Lo avrebbero dovuto ascoltare, era una figura istituzionale, non potevano far finta di nulla, non potevano nascondere le carte. Prima i cittadini non potevano vedere certe carte. E la mafia ha avuto paura».

La goccia che fa traboccare il vaso e che porta alla decisione finale di eliminare fisicamente Peppino è la candidatura in consiglio comunale?

«Sicuramente sì. Quando Peppino decide di candidarsi consigliere comunale, è chiaro, i mafiosi capiscono che bisognava agire al più presto possibile. Bastava una settimana per rompere gli equilibri e sarebbe stato più difficile ucciderlo. Lo hanno camuffato come forma di attentato, con l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri, dei servizi segreti, tutta questa sporcizia che gira attorno a settori istituzionali. Badalamenti era molto amico dei carabinieri e delle istituzioni. Non è stato difficile organizzare l’omicidio, sotto forma di attentato terroristico. Non a caso i carabinieri e i giudici di allora non hanno fatto altro che depistare le indagini, facendole a senso unico. Cercando di infangare la sua memoria. Facendolo passare per terrorista. Senza l’appoggio delle istituzioni Badalamenti non avrebbe mai commesso questo omicidio in questo modo. Magari lo avrebbe commesso in un momento diverso, in maniera completamente diversa».

Questo omicidio viene commesso a tavolino partendo dal ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro? C’è un collegamento tra i due fatti? Badalamenti era stato informato?

«È difficile da dimostrare, anche se nella sentenza del processo Pecorelli, anche se poi sono stati assolti tutti, viene fuori che Badalamenti sapeva dell’omicidio di Moro o, quanto meno, dopo che c’era stato un tentativo di una parte della DC di salvare l’On. Moro. C’è stato un dialogo tra i Salvo e Tano Badalamenti, che ha incaricato Buscetta, che era recluso nel carcere di Cuneo dove c’era anche Curcio insieme a tanti altri, di parlare con i brigatisti. Bisogna vedere se tutto questo è vero. Sembrerebbe che i brigatisti avrebbero detto che in quei giorni lo avrebbero ucciso e Badalamenti già sapeva qualcosa. O si è ispirato a quel clima. Ma non mi sento in grado di confermarla questa cosa».

Lei come la ricorda la sera dell’8 maggio del 1978? Quando scatta l’allarme?

«L’allarme scatta nei compagni. Gli stessi compagni tentarono di non allarmare la mia famiglia, perché pensavano di poterla risolvere la cosa. Noi aspettavamo Peppino, anche lui doveva partecipare all’invito di questi ospiti che venivano dagli Stati Uniti. Noi non ci siamo troppo preoccupati perché lui, abitualmente, veniva tardi, non cenava, soprattutto quando c’erano le elezioni. Quella sera lui non è venuto. A un certo punto bussano alcuni compagni e chiedono di Peppino. E poi l’indomani mattina è successo quello che è successo».

Da chi avete appreso la notizia?

«Dai carabinieri che sono venuti a fare la perquisizione a casa nostra. Poi mi hanno portato in caserma, mi hanno interrogato. Un interrogatorio terribile, tutto in funzione dell’attentato terroristico».

Lei è andato sul luogo del massacro?

«No, alcuni compagni me lo hanno impedito. Sul luogo del massacro ci sono andati i suoi compagni che, addirittura, hanno raccolto i resti perché i carabinieri non volevano fare più indagini. Hanno fatto di nascosto alcune foto che sono rimaste nella storia».

E per arrivare alla verità avete dovuto aspettare quasi trent’anni.

«Più di venticinque anni. Se per verità si intende i processi con la sentenza abbiamo dovuto aspettare quasi trent’anni, però avevamo la verità storica».

In questa storia c’è una donna combattiva: la signora Felicia.

«Lei ha avuto un ruolo importante. Sotto certi aspetti è stata determinante. Subito dopo va avanti con le sue denunce. Non ha problemi a denunciare gli autori di questo delitto. Non si tira indietro. Fa nomi e cognomi. Questa è stata una sorpresa per tutti, spiacevole soprattutto per la mafia. Hanno capito che noi stavamo facendo sul serio, che non avevamo nessuna intenzione di mollare, di tirarci indietro. Non si aspettavano una reazione del genere, soprattutto di mia madre. Mia, nostra e anche dei compagni di Peppino. I primi due o tre anni sono stati loro in prima fila e hanno rischiato pure la vita nel fare le denunce».

Qual è stato il ruolo di suo padre? Ha protetto Peppino fin quando ha potuto?

«Il ruolo di mio padre è un po’ particolare. Lui lo butta fuori di casa, lo ripudia come figlio perché era comunista, perché era eretico, perché parlava male dei suoi parenti mafiosi. Però poi quando lo vede in pericolo, nel film (I Cento Passi, ndr) viene fuori questo particolare, tenta di salvarlo. Si reca negli Stati Uniti in cerca di protezione per il figlio. Quando Badalamenti gli comunica che lo volevano uccidere va a parlare con gli amici americani. Poi, purtroppo, il fatto non si è potuto più risolvere perché hanno deciso di ucciderlo. Anche quando è stato buttato fuori di casa è stata una forma di protezione per dire ai suoi amici mafiosi “ci sto pensando”. Però, poi, è successo quel che è successo».

Nel film, che lei ha citato, c’è la scena della morte di suo padre. Ma è stato un suicidio o un omicidio?

«È stato un omicidio, anche se noi non abbiamo una sentenza. Purtroppo c’era stato il tentativo di aprire un fascicolo anche su questo, ma i responsabili erano tutti morti».

Qual è la spiegazione di questo omicidio?

«Mio padre faceva parte dell’organizzazione mafiosa, vincolato dal giuramento. In alcuni casi, quando Cosa nostra ordina, devi eseguire e non ti puoi ribellare. In quel caso Luigi Impastato doveva uccidere suo figlio. Lui non si poteva permettere di tentare di salvarlo. In quel caso doveva morire. È stato ucciso anche perché poteva diventare pericoloso, mio padre era una testa calda».

Quali battaglie condurrebbe oggi Peppino Impastato?

«Sarebbe accanto a noi per condurre le battaglie contro il razzismo, a favore degli immigrati. Condurrebbe le sue battaglie insieme ai movimenti che nei loro territori difendono le terre e la natura come i No Tav, come i No Muos, come i No Triv. Sarebbe al fianco dei movimenti contro la globalizzazione, contro lo squilibrio delle risorse e a quel mondo cattolico di base che porta avanti quelle battaglie di civiltà e di democrazia. Sarebbe, sicuramente, deluso della situazione politica attuale, sarebbe deluso della sinistra che è scomparsa. Però le battaglie sociali, di civiltà e di democrazia, a prescindere, bisogna portarle avanti. Sono battaglie per i diritti, per il rispetto della Costituzione e per la dignità umana. Peppino sarebbe accanto a noi su queste battaglie.

© Franco Zecchin
10 maggio 1978. Funerali di Peppino

centroimpastato.com

da WordNews.it

«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

D.U., Operatore 118 Campobasso. Il testimone del 5 maggio 2009: «Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

di Paolo De Chiara

«Presumo che lei abbia attivato prima i carabinieri, in ogni caso siamo stati i primi ad intervenire. La porta era chiusa, abbiamo bussato, apre Denise. Entriamo, c’è lei dietro questo tavolino di fronte, lei è con la figlia. Erano molto agitate per la concitazione ambientale. Io guardo subito questa cassetta degli attrezzi poggiata a terra, dall’ingresso era posata sulla destra. Addossata alla parete c’era questa cuccia del cane, un Alano femmina, mansueto, mite. Tant’è vero che Lea e Denise se la prendevano ripetutamente con il cane che non le aveva difese. Ovviamente parlavano in dialetto stretto calabrese, non era sempre facile capire il significato delle parole, la sostanza si».

E cosa succede dentro la casa?

«Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

E cosa accade?

«I carabinieri non vanno subito al merito della problematica, cominciano a fare delle domande: «Chi è? Chi ha chiamato? Perché è venuto questo?», addirittura ho avuto l’impressione che non fossero convinti del tentativo di omicidio, ma è umano. A un certo punto succede una cosa bizzarra».

Ce la racconti.

«Ho avuto la brillante idea, lo devo confessare con il senno di poi, di guardare sopra al frigorifero e vedo un pacchetto di sigarette, senza il cartoncino laterale…».

Sì, Lea fumava le canne

«Si, si… a un certo punto faccio un cenno al collega, che lo prende. Non ricordo bene se ci fosse hashish o marijuana. Il collega lo prende e lo passa al vicebrigadiere, questo giustizialismo eccessivo, al ché il comportamento dei carabinieri cambia».

Che significa?

«Cominciano a urlare, «di chi è questo?», imprecando contro la donna. E lei urla e dice «io lo faccio per rilassarmi, voi dovete pensare a proteggerci, no a queste cose qua. Io non sono una criminale, non ho ammazzato nessuno». Gesticolava, sbatteva i pugni sul tavolo, cercava di imporsi, di far capire le sue ragioni. Ad un certo punto il carabiniere chiede alla infermiera donna di perquisire Lea Garofalo, e la dottoressa intelligentemente impedisce questa perquisizione. Quando la dottoressa vede che il problema non è più la questione aggressione, ma c’è un conflitto tra la pattuglia e loro due “ritira le truppe”. Esaurito il nostro compito ce ne andiamo. Scrive i documenti, fa un referto che consegna come copia anche a loro, e andiamo via».

Quanto tempo è durato il vostro intervento?

«Il tutto è potuto durare, approssimativamente, non più di quaranta minuti».

Ritorniamo alla cassetta degli attrezzi. Lei cosa ricorda?

«Era aperta, era una comune cassetta da idraulico, per dissimulare. Ascoltando la vicenda e rileggendo ho fatto mente locale. La cassetta era lì, di colore celeste. Era tra il cane e il tavolino, come se qualcuno l’avesse scagliata  a terra e fosse fuggito».

In quella stanza c’era anche una lavatrice?

«C’era uno sgabuzzino, quello era un soggiorno, forse, con angolo cottura. Una casa piccolissima, potrei ipotizzare una quarantina di metri quadri, cinquanta».

Nella stanza c’erano coltelli?

«Mi sembra che lei ha tirato fuori il coltello, per dire «io mi sono dovuta difendere con questo».

In che stato avete trovato Lea Garofalo?

«Aveva dei segni non appariscenti, sul collo segni di pressione. Non c’erano ferite, escoriazioni, si vedeva che c’era stata una colluttazione».

La donna come era vestita?

«Aveva dei jeans stretti, scuri, pure la maglia credo fosse scura. Capelli raccolti, non era truccata in modo appariscente, era agitatissima. Si è cercato subito di calmarla, di far spiegare cosa fosse avvenuto, lei continuava a parlare in dialetto calabrese».

Lei ha deciso di fare questa intervista, senza rivelare il suo nome, perché?

«Per rendere onore a questa persona, perché credo di aver avuto un pregiudizio…».

Ci può spiegare il suo pregiudizio?

«Come se in realtà avevamo a che fare con una persona che faceva uso di sostanze, non credibile. L’ho scoperto dopo chi era, tutta la situazione. L’atteggiamento è stato di tutta l’equipe, lo devo dire per onor del vero e per rendere giustizia, in qualche modo, a questa donna. Siamo stati poco sensibili».

Può spiegare meglio?

«Si è fatto ciò che prevede il protocollo, redigere un referto, riempire una scheda. Non credo che siamo stati molto umani da confortare, essere più protettivi. È vero che ha rifiutato le cure, delle gocce di valium, ma lei voleva calcare la mano, tra virgolette, sull’avvenimento, come a dire «dimostrate che è successo questo», attraverso una scheda sanitaria, l’intervento delle forze dell’ordine. Con l’episodio del pacchetto le cose si confondono…».

C’è stata sensibilità da parte delle forze dell’ordine?

«No, per quello che ho visto io. Anzi hanno alzato la voce».

Quando uscite dalla casa notate qualcosa di particolare?

«Sì, quando siamo usciti lo scenario era radicalmente cambiato. Quando arriviamo non c’è nessuno, quando usciamo c’erano almeno una decina di poliziotti, tra quelli in divisa e in borghese. Avevano chiuso la strada con il nastrino. Mi ricordo la scena dell’addetto della scientifica con la valigetta che stava salendo in casa. Quella è l’ultima immagine di quella giornata».

La sua testimonianza è stata raccolta? Siete stati sentiti nel processo molisano contro Massimo Sabatino, il falso tecnico della lavatrice?

«No, mai. Ma è a discrezione del giudice, in primis viene convocato il medico, in seconda battuta l’infermiere…».

Gli altri componenti dell’equipe sono stati sentiti?

«Non mi risulta, io non ho più sentito parlare di questa storia».

fonte: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

da WordNews.it

LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

5 maggio 2009, il RACCONTO. Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea.

LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

di Paolo De Chiara

L’opera di riavvicinamento è iniziata. Carlo Cosco pare interessarsi al futuro di sua figlia e si dimostra diverso. Non è più violento come prima, sembra cambiato. Sembra. Invece, dentro di sé, cova solo la vendetta. L’intenzione illustrata anni prima ai suoi amici ‘ndranghetisti non si è affievolita. La richiesta fatta a Salvatore Cortese non è stata rimossa. Carlo Cosco non ama le persone come Lea. Lo preoccupa la sua temerarietà, il suo coraggio. Si mostra cambiato, affabile, disponibile, cortese. Ma è solo la dannata mistificazione di un dannato criminale.

Per sette anni, il Cosco cerca contatti con la madre di sua figlia. Le tenta tutte. Ma il programma di protezione è più forte delle sue intenzioni e dei suoi soldi. Il 5 marzo 2010 Denise racconta«Mio padre e mia madre si sono riavvicinati a seguito dell’uscita di mia madre dal programma di protezione, mia madre aveva rinfacciato a mio padre il fatto che questi aveva speso un sacco di soldi per sapere i luoghi segreti in cui mia madre e io di volta in volta ci spostavamo. Mia madre infatti gli diceva che, anche se aveva speso tutti questi soldi per avere informazioni su di noi, lui comunque era sempre venuto a saperlo dopo che ci eravamo già spostate».

Il programma funziona. Per sette lunghi anni ha protetto le due donne. La decisione di uscirne offre, per la prima volta, la possibilità a Cosco di inserirsi. Di portare a termine il suo piano. Il pretesto è Denise, il suo futuro. Un argomento che sta molto a cuore alla donna. Lea vuole provare di nuovo.

«Provare a vivere tutti insieme a Campobasso»dove l’uomo ha preso una casa in affitto.

È la stessa Denise che ricorda, durante il processo a Milano, di essere ritornata in Molise, con la madre, in auto. Cosco si rivolge a una agenzia immobiliare e trova una nuova abitazione. Non tutto, però, fila liscio. Lea non viene ammessa nella casa occupata anche dalla madre di Cosco, che non è disposta a lasciare l’abitazione. Per un paio di giorni, dorme in auto. Fuori, come un cane. È una situazione stressante, che la tiene sulle spine, comincia a preoccuparsi anche per la sua sicurezza personale.

In vita sua, non ha mai amato le imposizioni, le prepotenze. Anche questa volta si ribella.

Entra nell’abitazione e si scontra violentemente con la madre di Carlo, Piera Bongera, una torinese abituata ai trattamenti poco ortodossi del marito Domenico, il capostipite della famiglia Cosco. Lea cerca e ottiene il riscatto, sbatte fuori di casa la suocera. Comincia l’inferno.

L’anziana donna si sente male e viene ricoverata in ospedale.

Il giorno dopo si registra la seconda parte della contesa. Ritorna Carlo Cosco e la nonna di Denise inveisce contro Lea. Urla e parole grosse. La rabbia accumulata è tanta, Lea prende un coltello e minaccia madre e figlio. Sputa, secondo la sorella Marisa, in faccia alla mamma di Carlo. È stanca di certi atteggiamenti. Lea non vuole nulla da loro, vuole vivere felicemente con sua figlia. Cosco rimane impassibile. È stato sempre un vigliacco.

Come la sera del forte litigio tra la sua convivente e Antonio Comberiati. Nemmeno in questa occasione difende la sua donna. Sembra di rivivere la stessa scena.

La sfuriata di Lea sortisce i suoi effetti. Gli “ospiti” abbandonano la casa e ritornano in Calabria. Le due donne, finalmente libere, decidono di andare a Roma. Al concerto del 1° maggio. Denise parte con degli amici, la mamma la segue con la sua auto. Fino al rientro a Campobasso, non sentono Carlo Cosco. Il 5 maggio ritornano in Molise, intorno alle 5:00 del mattino, e raggiungono la loro abitazione.

Il tecnico della lavatrice

Denise, stanca per il viaggio e per la lunga vacanza, resta nel suo letto e non va a scuola. È una decisione presa all’improvviso. Ha spento il cellulare e non si accorge che il padre tenta più volte di mettersi in contatto con lei. Lui non sa, non può sapere, che in casa ci sono sia la madre che la figlia. È una mattina come tante altre. Alle nove bussano alla porta, è il tecnico della lavatrice.

Da qualche giorno, infatti, l’elettrodomestico è guasto. Ne è a conoscenza anche Carlo Cosco, che ha avvisato l’agenzia immobiliare«La lavatrice aveva effettivamente un guasto, di cui mio padre ne era a conoscenza e per cui aveva detto a mia madre che avrebbe chiamato un tecnico».

L’agenzia però ha programmato per il giorno dopo, il 6 maggio, l’arrivo del vero tecnico. Il mafioso Carlo Cosco anticipa i tempi. Lea fa entrare l’uomo con la valigetta degli attrezzi in mano e lo accompagna nel lavatoio. Il presunto tecnico poggia la valigetta vicino alla lavatrice e comincia a maneggiare, a premere tasti.

Non è il suo lavoro, si vede ad occhio che non sa dove mettere le mani.

Lea si insospettisce: va in cucina, prende un coltello e lo nasconde nella tasca dei pantaloni. La donna chiede di aprire la valigetta. Non si fida, è sveglia, vuole vederci chiaro. L’uomo poggia la cassetta degli attrezzi sulla lavatrice e, in un attimo, si avventa contro Lea. Le toglie il coltello dalle mani, la colpisce. È una lotta per la sopravvivenza. Il finto tecnico le conficca in gola due dita. Lea reagisce, stringe con violenza i suoi genitali. La donna è un osso duro, conosce alcune mosse di difesa personale, anche Denise lo conferma nel processo di Milano: «Era pratica di qualche mossa di arti marziali».

La colluttazione fa cadere a terra la cassetta degli attrezzi, il tonfo sveglia Denise, che accorre in soccorso della madre. Si accorge subito della gravità della situazione e comincia a colpire l’uomo con calci e pugni. Lea si divincola dalla presa. Le due donne lottano insieme, l’una per proteggere l’altra.

Un vicino di casa sente delle voci femminili e le urla di aiuto provenienti dall’appartamento occupato dalla Garofalo. Non sa cosa fare, cosa pensare. Si affaccia sul pianerottolo e vede un uomo di spalle correre per le scale e raggiungere il portone d’ingresso del palazzo. È scappato a gambe levate, ma ha lasciato la cassetta degli attrezzi in casa e le sue impronte digitali.

Nella valigetta un’amara sorpresa. Gli utensili per la riparazione sono stati sostituiti con rotoli di nastro adesivo, guanti in lattice, filo di ferro gommato, una corda, forbici, una lama a seghetto e una pallina. Il piano è chiaro. Per fortuna è sfumato. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

Il finto tecnico viene descritto dalle due donne: alto circa un metro e settanta, capelli rasati, magro, carnagione olivastra, viso lungo e tondo, senza barba o baffi, dell’età di circa 37 anni, indossa giubbotto blu, jeans e un tatuaggio sul collo, sotto l’orecchio sinistro. Questa è la descrizione che Lea fa ai carabinieri di Campobasso.

Denise rincorre l’uomo, lo segue fino all’uscio della porta. Così il 19 dicembre 2009 racconta quei momenti: «Lo sconosciuto in seguito al mio intervento e alla continua reazione di mia madre scappava via immediatamente. Voglio precisare che quando l’uomo ha raggiunto la porta di casa io l’ho bloccato chiedendogli chi lo aveva mandato e lui mi rispondeva di lasciarlo stare senza respingermi fisicamente”.

L’uomo si è impaurito. È convinto di trovare solo Lea, la presenza di Denise lo mette in fuga. Gli ordini sono chiari e non si discutono. La ragazza non si tocca.

Lea indica immediatamente il suo ex compagno come mandante di questa aggressione e di questo tentato sequestro. Il Cosco conosce il problema della lavatrice perchè ha abitato in quella abitazione con sua madre, dal 24 al 30 aprile. Lea chiama Marisa, le spiega e le racconta il grave episodio. La sorella ascolta e subito fa un’associazione di idee. Ricorda che la stessa mattina della colluttazione, ha visto Carlo Cosco fermo davanti al bar, di fronte alla scuola di sua figlia. Un alibi perfetto, costruito a tavolino. Tutto è stato studiato, tutto deve filare liscio. Ma non è stata prevista l’eventualità che Denise rimanesse a casa. Il falso tecnico ha l’ordine di tramortire e di rapire Lea e non Denise. Ecco perché scappa quando la figlia del capo lo assale. 

I carabinieri ispezionano la casa e trovano le impronte digitali dell’aggressore. Le inviano ai colleghi dei R.I.S. di Roma per gli esami dattiloscopici. Le impronte corrispondono a un soggetto fotosegnalato nel 2004 dalla questura di Brescia. Il finto tecnico si chiama Massimo Sabatino, un pregiudicato con precedenti penali. Già condannato per rapina e violenza privata, arrestato dal Gico di Reggio Calabria perché appartenente ad un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, arrestato dalla questura di Brescia per rapina.

Dalla banca dati delle forze dell’ordine emerge un dato interessante che lega il Sabatino ai Cosco. Il 16 novembre del 2008 a Milano, in via Montello, durante un controllo, si trova insieme a Carlo, Vito e Giuseppe Cosco. È il fratello di Paola, l’ex convivente di Massimiliano Floreale, amico intimo dei Cosco. È integrato bene nel gruppo malavitoso. L’altra sua sorella, Rosaria, ha avuto una relazione con Rosario Curcio. È quest’ultimo a confermarlo: «Lo conosco perché ero fidanzato con la sorella di lui, tale Rosi. Sono stato con lei circa 5 mesi fino al luglio del 2008».

È stato trovato più volte in compagnia di Rosario Curcio e Massimiliano Floreale, affiliati all’organizzazione. Sabatino è un soggetto idoneo agli studi del Lombroso. È un uomo delinquente, è portato al crimine violento ed è ben inserito nella cosca originaria di Petilia Policastro, che opera anche a Milano, e che fa capo alla famiglia di Carlo Cosco.

Anche questa volta tutto è stato preparato nei minimi dettagli. Il materiale rinvenuto nella cassetta degli attrezzi non è utile per riparare un guasto di una lavatrice. Ha un solo ed unico scopo: immobilizzare Lea, evitare le grida con la pallina da mettere in bocca, legarla con la corda, impacchettarla e sequestrarla. All’esterno dell’abitazione di via Sant’Antonio Abate a Campobasso è presente anche uno dei fratelli del Cosco. Il furgone è parcheggiato in strada, tutto è pronto per accogliere il corpo della donna. Ci sono gli scatoli di cartone e 50 litri di acido.

Una volta dentro, di Lea si sarebbero perse le tracce per sempre. Ma il piano salta per l’intervento di Denise. L’ordine non è di uccidere Lea, ma di rapirla. Altrimenti sarebbe bastata una semplice pistola con il silenziatore. Un’azione da pochi minuti. Il piano è più complesso, prevede il rapimento, l’arrivo in Puglia, l’interrogatorio e poi la morte della donna.

Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea. Per lui l’incubo non è finito. La donna è ancora viva e può di nuovo accusarlo. Cosco si preoccupa e fa bene.

Lea è una donna non adatta a lui. Se ne frega delle regole, del rispetto, del falso onore, della famiglia e della ‘ndrangheta. Lei nella mente ha solo Denise, il suo obiettivo è creare un futuro diverso alla figlia. È una donna e una madre coraggio.

Non ha paura e dichiara ai carabinieri«…ritengo che l’individuo (Massimo Sabatino, nda) che si era presentato questa mattina qualificandosi come tecnico era certamente un sicario mandato senza ombra di dubbio da Cosco Carlo, il quale ha interesse di farmi ammazzare, perché in questo periodo è venuto a conoscenza che io sono al corrente del fatto che certamente lui ha preso parte all’omicidio di mio fratello Garofalo Floriano, avvenuto nel comune di Petilia Policastro, frazione di Pagliarelle, in data 7 giugno 2005. Considerato che sono stata sotto il programma di protezione per aver rivelato particolari utili ad attività di indagini probabilmente teme che io possa riferire fatti ritenuti utili alle competenti autorità giudiziarie. Mi riservo di riferire particolari utili circa la morte di mio fratello Floriano”.

fonte: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta, 2012

da WordNews.it

UNDICI ANNI DOPO

Campobasso, 5 maggio 2009. Lea Garofalo subisce un tentativo di sequestro nel capoluogo molisano. La ‘ndangheta tenta di mettere le mani sulla donna ribelle calabrese.

UNDICI ANNI DOPO

di Paolo De Chiara

Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea.

Cosco si preoccupa e fa bene. Lea è una donna non adatta a lui. È una donna e una madre coraggio. Non ha paura e dichiara ai carabinieri: «…ritengo che l’individuo (Massimo Sabatino, nda) che si era presentato questa mattina qualificandosi come tecnico era certamente un sicario mandato senza ombra di dubbio da Cosco Carlo, il quale ha interesse di farmi ammazzare, perché in questo periodo è venuto a conoscenza che io sono al corrente del fatto che certamente lui ha preso parte all’omicidio di mio fratello Garofalo Floriano, avvenuto nel comune di Petilia Policastro, frazione di Pagliarelle, in data 7 giugno 2005. Considerato che sono stata sotto il programma di protezione per aver rivelato particolari utili ad attività di indagini probabilmente teme che io possa riferire fatti ritenuti utili alle competenti autorità giudiziarie. Mi riservo di riferire particolari utili circa la morte di mio fratello Floriano”.

da WordNews.it

Molise, Michele Iorio: «Potrei ricandidarmi»

L’ISOLA INFELICE. Ultima parte dell’intervista realizzata all’attuale consigliere, non più di maggioranza, già Presidente della giunta regionale molisana per dodici anni. Cumannari è megghiu di futtiri diceva qualcuno e l’andreottiano Michele Iorio, impegnato in politica già dalla fine degli anni Ottanta, ha fatto sua questa perla di saggezza siciliana. Siamo ripartiti dal clientelismo: «Probabilmente non dovrebbe esserci, bisogna fare in modo che sia gestito nel miglior modo possibile. Io non lo so se l’ho gestito nel miglior modo possibile, ma ho cercato di non vivere di clientelismo, fino a quando ho potuto». In questa intervista è stato affrontato anche il rapporto politica-mafie.

Molise, Iorio: «Potrei ricandidarmi»

di Paolo De Chiara

Con questa ultima parte riprendiamo subito il concetto interrotto sul clientelismo. «Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro», ha affermato Michele Iorio.

Lei cosa intende per clientelismo politico?

«Sarebbe il rapporto tra l’interesse dei cittadini o dei singoli cittadini con l’interesse pubblico o con chi gestisce l’interesse pubblico. C’è e ci sarà, probabilmente ci sarà sempre».

È una cosa positiva per la politica o è una cosa negativa?

«Ma io non la vedo positiva per la politica. La politica dovrebbe essere esente da questa malattia, anche se bisogna riconoscere che sotto varie forme e sotto diverse forme, anche nelle altre democrazie, sotto sotto il clientelismo c’è. Magari lo fanno i potentati di altro genere, non politico. Ma, comunque, il clientelismo c’è».

Nella sua lunga gestione politica ci sono stati esempi di clientelismo?

«Il clientelismo ha sempre coinvolto tutti, non credo che nessuno possa dichiararsi completamente esente da questa tentazione. È innata nel politico che si misura con i voti, si misura con il consenso, difficilmente riesce a misurarsi con le proprie capacità. A volte ci sono politici capaci, persone impegnate nella politica capaci che non riescono a trasmettere questa capacità all’opinione pubblica e dal punto di vista elettorale non riescono ad essere premiati. Poi c’è quel rapporto tra l’elettore e l’eletto che ti porta, in qualche modo, a creare le condizioni per il clientelismo. Probabilmente non dovrebbe esserci, bisogna fare in modo che sia gestito nel miglior modo possibile. Io non lo so se l’ho gestito nel miglior modo possibile, ma ho cercato di non vivere di clientelismo, fino a quando ho potuto».

C’è una affermazione fatta da un ex magistrato della DDA di Campobasso: “Il Molise è una piccola Regione, si conoscono tutti ed ognuno pensa il proprio turno. Oggi tocca a me e domani potrebbe toccare a te”. Lei condivide questa analisi?

«È una condizione umana. Il fatto di essere una piccola Regione ci mette in una condizione particolare rispetto ad altre realtà, anche dal punto di vista dell’efficacia del clientelismo ai fini della rielezione. “Oggi tocca a me, domani tocca a te” mi sembra un po’ esagerato ma, comunque, è un dato di fatto. Sicuramente».

Se ci fosse la possibilità di rivivere i suoi anni di potere cosa farebbe di diverso?

«L’esperienza che ho maturato mi servirebbe per cambiare molti atteggiamenti».

I suoi o quelli dei suoi uomini?

«I miei e quelli dei miei uomini. Innanzitutto quelli dei miei uomini».       

Come giudica i governatori che sono stati eletti dopo di lei?

«Hanno avuto la presunzione di essere diventati tuttologi da un giorno all’altro e di non avere avuto rispetto di quanto è stato fatto in precedenza. Penso che siano state due condizioni che hanno caratterizzato entrambi i presidenti».

L’attuale Presidente Toma è politicamente adatto a governare questa Regione?

«Non lo so. Credo che stia sbagliando, questo sì. Non è questione di essere personalmente o non personalmente adatto».

Perché sta sbagliando?

«Perché ha interpretato il suo ruolo, dal mio punto di vista, in maniera sbagliata quanto quello precedente. Non rispettando le cose fatte e, soprattutto, le cose che si stavano facendo, per dimostrare di essere diverso e migliore. Almeno così ha ritenuto. Ha cercato, addirittura, di allontanarsi dalla tradizione dei governi di centro-destra precedenti ed è entrato in una fase di auto-esaltazione. E credo che possa diventare per lui un rischio».

Che intende? Potrebbe terminare prima il suo mandato?

«Potrebbe essere un rischio perché con questo atteggiamento non si riesce a governare a lungo. D’altronde siamo già alla quarta edizione dell’azzeramento della giunta, in due anni».

Uno spettacolo degno per i cittadini molisani?

«No».

Cosa meritano i molisani?

«Qualcosa di diverso. Il rammarico è che si potrebbe fare, ma per farlo ci vuole capacità di ragionare, di condividere. Tanta umiltà, tanta disponibilità al dialogo. Credo che la politica sia un’arte molto complicata».

Il consigliere di maggioranza Massimiliano Scarabeo ha affermato che dietro alle decisioni di Toma ci sono dei mandanti. Lei si sente tirato in ballo?

«No, credo di essere proprio escluso nella maniera più assoluta. Mi sono battuto, come non mai, per dichiarare quella una pagina scura della politica molisana».

Lei condivide il pensiero di Scarabeo? Ci sono o non ci sono questi mandanti?

«Nella politica i mandanti ci sono sempre. Che ci sia qualcuno che trae giovamento da questa condizione è sicuro, altrimenti non sarebbe stato fatto».

Lei conosce i mandanti? Ha una sua opinione?

«È un po’ difficile. Il Presidente ha detto che lo ha fatto per dare la responsabilità agli assessori di votare il bilancio e mi attengo alle sue motivazioni, che sono veramente poca cosa rispetto all’enormità di quello che è stato fatto».

Qual è l’enormità?

«Enormità significa ledere il principio di retroattività delle leggi elettorali. Secondo me quello è uno dei principi che ha retto il nostro Paese, i nostri parlamenti. Addirittura quando sono state cambiate le leggi, in attesa delle nuove elezioni, nel Molise si è voluta seguire una strada molto diversa, per togliere di mezzo qualche fastidio».

A maggio si attende la decisione del Tar Molise. Lei cosa aggiunge?

«C’è una sola via, annullare quello che è stato fatto e far ripetere tutta la procedura. Se posso esprimermi per la mia esperienza credo non sia possibile giustificare il perché un consiglio regionale è stato convocato in quel modo».

Possiamo spiegare meglio?  

«Cioè perché quattro consiglieri regionali non sono stati convocati nel consiglio che doveva disporre la loro fuoriuscita. Di questo stiamo parlando».

Lei è stato, politicamente, molto vicino all’ex cavaliere Berlusconi. Per lei resta un punto di riferimento? Anche dopo la sua condanna definitiva per frode fiscale?

«Di Berlusconi non ho condiviso sempre tutto, però devo dire che, per me, è stato un riferimento molto importante in una fase politica in cui avevo, in qualche modo, abbracciato un’idea che purtroppo è rimasta un’idea».

Che tipo di idea?

«Avere nel Paese due schieramenti democratici, che potessero alternarsi. Dopo il peregrinare che ho fatto, personalmente, in tutte le forme di pseudo DC che c’è stata dopo la caduta della Democrazia Cristiana, a cominciare dell’Udc, dal Ccd, insomma tutto quel cammino tortuoso delle aree democristiane, l’approdo con Berlusconi l’ho visto politicamente soddisfacente, sul piano dell’impegno, dei programmi, devo dire dell’innovazione».

Indipendentemente dalla P2, da Mangano, dalle accuse, dalle condanne…

«Le accuse, le condanne… devo dire che l’esperienza che ho vissuto direttamente con lui, pur avendo un rapporto di amicizia e una certa frequentazione, non ho mai avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un personaggio che potesse essere legato alle accuse che ha ricevuto nelle varie fasi della sua vita politica».

Lei è stato all’interno di quel partito. Il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (“il mediatore del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa nostra”), ha scontato una pena definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Bisogna aggiungere la condanna in primo grado per la Trattativa Stato-mafia, senza dimenticare la sottrazione dei libri antichi. Lei cosa ha pensato e cosa ne pensa?

«Ho avuto dei pensieri “sarà vero, non sarà vero”, mi è rimasto sempre qualche dubbio. Però, in ogni caso, conosco anche la storia e so che non sempre la lettura degli avvenimenti giudiziari definisce al meglio percorsi politici o storici di un certo livello. Guardiamo ad Andreotti (prescritto per mafia, nda) come ad altre personalità che pure in qualche modo, soprattutto nell’area siciliana, sono stati coinvolti da questioni. La storia di Falcone è assolutamente importante per capire come ci si muove in ambienti in cui, a volte, si può essere accusati di tutto e del contrario di tutto. Personalmente ho cercato di non fare queste considerazioni trasferendole nella quotidianità, ho visto un partito che mi piaceva, persone degne di esserci. Insomma, per quello che ho conosciuto, con Berlusconi c’è stata anche la soddisfazione di un rapporto personale di un certo livello».

La politica deve stare lontana dalle mafie o, come disse un ex ministro della Repubblica, “bisogna convivere con la mafia”?

«La politica deve rimanere lontana dalla mafia. E per rimanere lontana dalla mafia non deve essere una politica sponsorizzata né dai mafiosi né dagli antimafiosi, altrimenti diventa tutta una giostra e non si capisce nulla. Forse le cose di oggi le leggeremo tra 150 anni».

Secondo lei le mafie hanno messo piede in Molise?

«Se vuole una battuta scherzosa, qualcuno diceva che nel Molise no, perché la nostra è molto più potente della mafia».

Sembra di sentir parlare Andreotti. Questa è una battura andreottiana…

«Diciamo così. Comunque non credo, in Molise non credo. Non ci sono state molte occasioni e molti movimenti economici da interessare la mafia, intesa come organizzazione».

Il Molise, è per lei, un’Isola Felice?

«Fino ad ora credo e spero di sì, anche se non so fino a che punto».

Perché dice così?

«C’è sempre da tenere gli occhi aperti. Non sarà la mafia principale, ma altre mafie che possono, in qualche modo, fare un boccone del Molise, siamo talmente pochi… Diciamo che… ecco, bisogna riflettere molto bene quando si affaccia il problema delle riforme elettorali. Se pensiamo all’ultima riforma elettorale…»

Pensiamoci.

«È una riforma elettorale che ha favorito la capacità di chi riesce a fare più liste. E chi riesce a fare più liste, al di là degli ideali, delle posizioni sociali, tradizionali, gestisce il potere. Non solo si è creata la condizione per cui, con il 22, 23% dei voti, questa legge elettorale affida la maggioranza assoluta in Regione, ma addirittura lega il voto alle singole persone che compongono le liste e, indissolubilmente, va al Presidente. Non c’è il voto disgiunto, non c’è nemmeno il ballottaggio. C’è un’elezione fatta a tavolino».

Ritornando all’Isola Felice, durante la sua gestione politica, nel Nucleo industriale Pozzilli-Venafro, due “prenditori”, i fratelli Ragosta, legati alla criminalità, acquistarono due aziende decotte (Rer e Fonderghisa). Parliamo di fondi europei, rifiuti, traffico di armi. E questo è solo uno dei tanti esempi legati alle presenze criminali nella nostra Regione. Perché si continua a dire che le mafie non sono mai arrivate?

«Che ci siano stati dei mafiosi interessati o qualcuno che ha riciclato del denaro in Molise credo che sia certo. Non si può certo dubitare. Non credo che socialmente il Molise sia come la Calabria e come la Sicilia, ecco. Tanto per parlarci chiaro».

È giusto avere in consiglio regionale un soggetto condannato definitivamente, in passato, poi riabilitato, per aver introdotto, da agente penitenziario, nel carcere di Campobasso delle armi cedute a dei gruppi criminali?  

«È difficile rispondere, trattandosi di un amministratore con cui ho lavorato in più occasioni, con il quale ancora sto lavorando in consiglio regionale. In un Paese, che è la culla del diritto, quando c’è la riabilitazione… Allora a che serve la riabilitazione? Poi le considerazioni devono farle i partiti che candidano la gente. Tutti hanno responsabilità».

Ma esistono questi “filtri” all’interno dei partiti?

«No, non esistono più. Su questo non c’è dubbio. Però è difficile correggerlo con l’impossibilità a candidarsi, soprattutto quando c’è l’istituto della riabilitazione. Se non ci fosse, allora, il problema si risolve da solo. Ma essendoci come si fa ad evitarlo? Abbiamo sufficienti leggi che, in qualche modo, regolamentano i sistemi elettorali, parlo di quelle costituzionali».

Lei pensa ad una nuova ricandidatura per le prossime regionali, ovviamente come Presidente?

«Mi crea qualche imbarazzo rispondere. Continuo e continuerò a fare politica, su questo non c’è dubbio. Se dovesse essere necessario mi impegnerò anche la prossima volta, tutto sommato potevo chiudere la mia carriera politica in modo soddisfacente, però le dico con sincerità sono…

È a disposizione?

«Sono a disposizione, vedremo come andranno le cose».

PRIMA PARTE.Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

SECONDA PARTE. Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

da WordNews.it

Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

SECONDA PARTE. Continua l’intervista realizzata all’ex presidente della Regione Molise. Tra i tanti temi toccati (parentopoli, sanità pubblica e privata, questione Huscher, prescrizione, falsi amici e traditori) abbiamo affrontato una questione molto delicata, il clientelismo politico. Per Michele Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro».

Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

di Paolo De Chiara

Ieri abbiamo pubblicato la prima parte dell’intervista a Michele Iorio, per dodici anni alla guida della Regione Molise. Quasi un Imperatore della politica locale. Oggi riprendiamo il ragionamento, ripartendo dalla sanità regionale, un luogo di scontro politico per tutte le anime della piccola regione italiana. Indipendentemente dalle accuse, registrate nel corso degli anni, sul clientelismo o sull’uso politico ed elettoralistico di questo delicato ma remunerativo settore, oggi rimane un fatto accertato e certificato: c’è una vera e propria zavorra. Un debito che tocca i sessanta milioni di euro, con conseguenti commissariamenti, quasi, perenni della sanità. «Bisogna essere onesti con le proprie responsabilità», ha affermato nella prima parte Michele Iorio. «Credo che ci possa anche essere parte di responsabilità. Parliamo, però, di sette anni fa. Dopo sette anni non è possibile che si dica che le responsabilità sono prevalentemente dipese da me». Ma il medico-politico Iorio, preferisce una sanità pubblica o privata? «Sono, naturalmente, per la prevalenza assoluta della sanità pubblica».

In Molise c’è una prevalenza di sanità privata?

«Non credo ci sia una prevalenza di sanità privata. Il problema che ci sono delle situazioni, diciamo che i due centri Neuromed e Cattolica hanno una discreta, la Cattolica, e notevole, la Neuromed, mobilità attiva che, teoricamente, sarebbe una ricchezza. Ma che diventa, per la stortura della contabilità pubblica della sanità del Molise, debito che comporta disavanzo, che comporta il commissariamento, che comporta l’aumento delle tasse e che comporta il turn over a zero. Cose, che di fatto, hanno distrutto, la sanità pubblica».

In passato, soprattutto durante la sua gestione politica, è stato accusato di aver favorito parenti e amici, non solo nella sanità pubblica. Cosa risponde dopo diversi anni?

«Mi veniva e mi viene da ridere. Nella sanità pubblica ho dei parenti, la metà dei quali sono impiegati in sanità da quando io avevo 15/16 anni. Non credo di avere avuto questo tipo di…».

Nel 2009, ad esempio, il quotidiano Repubblica, scrisse: “L’elenco, in verità, è lungo: il cognato Sergio Tartaglione (marito di Rosetta Iorio) è il primario del reparto di psichiatria e presidente dell’ordine dei medici di Isernia; il figlio del governatore, Luca Iorio, nell’ospedale lavora in qualità di medico chirurgo; il cugino del presidente, Vincenzo Bizzarro, attuale consigliere regionale di Forza Italia, è stato direttore del distretto sanitario di Isernia, ed una volta in pensione ha lasciato il posto alla cugina Rosa (nominata tra le polemiche in virtù della sua laurea in giurisprudenza). L’elenco prosegue: la moglie del cugino del governatore, Luciana De Cola, ricopre, al Veneziale, il ruolo di vice direttrice sanitaria. Il primario del reparto di Cardiologia è Ulisse Di Giacomo, senatore di Forza Italia e coordinatore regionale del partito di Berlusconi. Anche lui al Veneziale ha un parente nel suo stesso staff medico. Lavora a Isernia, ma in un centro medico privato (Hyppocrates), convenzionato anche con la Regione, Raffaele Iorio (figlio del governatore) in qualità di direttore medico.

Ma i parenti di Iorio lavorano anche negli uffici della Regione. Infatti un’altra cugina di Iorio, Giovanna Bizzarro, ricopre il ruolo di funzionaria, mentre il fratello della moglie del presidente, Paolo Carnevale, risulta direttore della società pubblica Arpa (Azienda regionale per la protezione ambientale) di Isernia.
Dai parenti poi si passa ai colleghi di area politica. Gianfranca Testa, candidata alle elezioni comunali di Isernia con la lista civica (voluta da Michele Iorio) “Progetto Molise”, è stata da poche settimane nominata direttrice del distretto sanitario di Venafro. Le connessioni coinvolgono anche lo staff del governatore. Il figlio del suo portavoce, Giuseppe Scarlatelli, è stato assunto negli uffici del distretto sanitario di Termoli con l’incarico di “correttore di bozze” del giornalino dell’ente”.

Quindi, secondo lei, sono accuse strumentali?

«Guardi, gli unici che possono aver tratto vantaggio da me sono i miei figli. Consideri che ho due figli medici, uno è ortopedico al Sant’Andrea di Roma, già universitario insieme al prof. Ferretti e sta facendo il concorso da ordinario. Vinse in due scuole di specializzazione, all’epoca, e scelse Sant’Andrea; l’altro è un chirurgo vascolare innamorato del Molise che ha fatto di tutto per fare questa attività pubblica nel Molise, senza fare un’ora di privato. Quando ha fatto un concorso al nord di chirurgo vascolare e poi è stato trasferito nel Molise non ha preso il posto a nessuno. Non c’è stata una ricerca al posto di favore, se non si vuol considerare un favore che siano laureati, specializzati».

Per lei, quindi, si tratta di un accanimento nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia?

«Assolutamente sì, anche attraverso menzogne. La realtà è questa».

Qualche anno fa arrivò in Molise il chirurgo Huscher. Intorno a questo nome scoppiò una feroce polemica, non solo politica. Rifarebbe la stessa scelta?

«La scelta la rifarei, anche in maniera più diffusa. La ricerca di personalità importanti da introdurre nella struttura pubblica credo che sia uno degli obiettivi che si debba dare un buon amministratore. Soprattutto nel Molise. Le nostre strutture private hanno la possibilità di avere una mobilità attiva alta, se il pubblico riuscisse a trasformarla in una occasione simile, a fare gli stessi risultati, credo che sarebbe una occasione di crescita reale della nostra Regione e anche della nostra sanità. Siamo una piccola Regione con un bacino di utenza povero, quindi è chiaro che se non diventiamo centro di servizi per le regioni limitrofe che hanno problemi inversi al nostro non c’è spazio per noi, per il futuro. Dobbiamo creare le condizioni per avere personaggi di qualità in tutti i settori. Ecco perché mi sono messo alla ricerca e ho parlato con il prof. Huscher. L’ho incontrato, ha dato la sua disponibilità a venire nel Molise, a condizione che potesse anche avere un rapporto con l’Università».

Non è che vi siete lasciati tanto bene con Huscher. Il professore si scagliò contro di lei e contro suo figlio. Lei è rimasto deluso da questo comportamento?

«Molto male. Però devo riconoscere, da chirurgo, quando lo sentivo parlare di chirurgia e di anatomia ci stava poco da discutere».

Perché dice “molto male”? Cosa vuole dire?

«Non lo so cosa è successo. Ha discusso con mio figlio, ma di questioni banali, di lavoro. Poi ha allargato la sua critica, anche feroce, al mio ruolo di Presidente. Ma senza nessun momento di diaspora personale, perché personalmente non ci siamo sentiti più. Solo per dichiarazioni fatte, magari, sulla stampa».

All’epoca ci fu anche un interessamento da parte della Procura di Campobasso. Lei, che ha subìto diversi processi, cosa pensa della magistratura molisana?

«Non sono finiti. Mi astengo da ogni considerazione».

Cosa resta?

«Il “sistema Iorio” a Campobasso».

In che fase ci troviamo?

«In primo grado, stiamo discutendo il dibattimento».

Lei è ottimista o pessimista?

«Sono ottimista».

Quanti anni sono passati?

«Se sono sette anni che non sono più il Presidente, se pensa che l’indagine si è chiusa il giorno in cui persi le elezioni, stranamente».

Sta arrivando la prescrizione?

«Questo non lo so. Il calcolo lo fanno gli avvocati. Spero che ci sia un’assoluzione».

Lei rifarebbe tutto ciò che fatto durante la sua lunga carriera politica?

«Sì. Forse potevo fare qualche errore in meno, per chiudere la mia carriera. Ma non mi è stato consentito dall’annullamento delle elezioni. Avrei dovuto correggere, c’era forse da rinnovare, da cambiare alcuni metodi, ma anche alcune persone. Forse la gente si aspettava questo cambiamento, ma non ho avuto la possibilità di realizzarlo. Motivo per cui continuo a fare politica con tutta la forza che mi rimane per poter realizzare questo obiettivo».

Quanti falsi amici ha incontrato durante la sua carriera politica?

«Tantissimi».

Quanti traditori?

«Delusioni tantissime, traditori più di qualcuno».

A chi si riferisce?

«Sarebbe antipatico, traditore è un termine molto…».

Politicamente, ovviamente.

«Politicamente… basta guardare tutti quelli che stavano con me e ora stanno dall’altra parte. Intendiamoci, anche nell’attuale governo».

Lei si riferisce anche a Frattura, diventato Presidente della giunta regionale?

«Come no. Sì».

Lei rivendica tutte le sue scelte politiche?

«Le difendo, naturalmente non pensando che era l’unica cosa da fare. Si poteva fare di meglio, si poteva fare di più. Me ne sono andato con una Regione in discreta salute, nonostante la crisi pesante che attraversava, aveva dei problemi sì, ma aveva però anche una capacità di risposta di una certa qualità, si pensi alle aziende che erano ancora in vita, all’ITR, allo Zuccherificio, all’Arena. Si pensi agli ospedali tutti aperti. Forse una riorganizzazione la si poteva fare con più rapidità».

Nemmeno per quei fallimenti, delle aziende che ha appena nominato, si sente responsabile?

«Perché responsabile?»

È una domanda.

«No, assolutamente. Ci stiamo rendendo conto, con il Coronavirus, di quanto è indispensabile avere e conservare le proprie capacità produttive come Paese. Per le mascherine, ad esempio. Ho difeso la produzione dello zucchero, soprattutto in Molise. Mi sono battuto in maniera notevole per conservare questa possibilità. Non mi rimprovero nulla. Non è certo colpa mia se l’Arena è fallita. Ho fatto di tutto per mantenere la produzione, ma non ci sono riuscito».

Lei cosa pensa del clientelismo nella politica?

«Nella politica…»

Nella politica regionale molisana.

«Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro»

Lei cosa intende per clientelismo politico?

Seconda parte/continua

PRIMA PARTE. Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

da WordNews.it

Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

PRIMA PARTE. Dopo le interminabili polemiche sulla sanità regionale abbiamo sentito telefonicamente l’ex Governatore del Molise Angelo Michele Iorio. L’intervista è divisa in tre parti, perché diversi sono stati gli argomenti toccati: dall’attuale situazione politica sino alla sua gestione, dai giudizi politici sino al processo sul “Sistema Iorio” fermo al primo grado presso il Tribunale di Campobasso. Dopo sette anni dalla sua ultima gestione politica ecco l’opinione del politico amato dai suoi elettori e odiato, politicamente, dai suoi, pochi, avversari.

Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

di Paolo De Chiara

È stato per dodici anni il Presidente, incontrastato, della giunta regionale del Molise. In consiglio regionale è presente dagli anni Novanta. Comincia la sua scalata politica al Comune di Isernia. Ha già un esempio in famiglia, suo padre, un consigliere regionale della Democrazia Cristiana. Prima consigliere, poi Sindaco. Alla Provincia di Isernia diventa Assessore ai Lavori pubblici e all’Urbanistica. Nel 1990 arriva la scelta definitiva: la professione di medico viene accantonata e diventa il “cavallo di battaglia”. L’ingresso in consiglio regionale è in grande stile: da Assessore all’Urbanistica, poi ai Lavori pubblici, poi alla Sanità. Dalla DC al centro-sinistra, dall’Ulivo al centro-destra. Un uomo per tutte le stagioni.

Arriva la vicepresidenza e, nel 1998, viene eletto Presidente della giunta. Tra ribaltoni e contro-ribaltoni resta sempre a galla. Nel 2000 perde le elezioni, ma vengono annullate. Nel 2001 diventa Deputato con Forza Italia e rieletto Presidente della Regione. Nel 2006 arriva il Senato della Repubblica, sempre con Forza Italia. Lo stesso anno viene riconfermato Presidente. Ma come si dice, chi si accontenta muore.

Nel 2011 arriva la terza consacrazione regionale. Per poco. Il Tar, nel 2012, annulla le elezioni. Nel 2013 viene battuto da un esponente di centro-sinistra, proveniente dal centro-destra. Una doppia beffa. Il 2018 non è un bell’anno: al senato viene battuto dal grillo Luigi Di Marzio, alle regionali viene eletto “solo” consigliere regionale.

Per molti è il primo responsabile della drammatica situazione della sanità pubblica regionale. Sono passati sette anni dall’ultimo suo incarico importante, oggi è un consigliere regionale che ha rotto politicamente con la sua attuale maggioranza. Durante questi anni, dove si sono susseguiti due presidenti (Frattura prima e Toma oggi) si è mai pentito delle sue scelte politiche? Rifarebbe tutto ciò che ha fatto? Cosa ha intenzione di fare? Lo abbiamo chiesto a lui, partendo dall’attuale situazione della sanità. «Oggi, compresa l’emergenza Coronavirus, direi che è una sanità assolutamente in crisi di riorganizzazione. Bisogna reinventarla».

Perché dice in crisi?

«Ha subìto anni di persecuzione, a volte ottusa, anche da parte di provvedimenti governativi o meglio più tecnici che politici, ma comunque governativi, che hanno impedito di sostituire i primari andati in pensione, hanno attuato la norma del turn over a zero, che è una norma anticostituzionale, dove si definiva impossibile l’assunzione di personale anche nel caso in cui era infungibile».

Secondo lei, quindi, le responsabilità non sono politiche?

«C’è stato questo depauperamento che, politicamente, è stato condiviso da Frattura (presidente della Regione Molise, nda) attraverso un piano operativo che è quello che attualmente abbiamo, per altro trasformato in legge dello Stato che nemmeno viene applicato, perché anche quel piano operativo vede delle piante organiche misere, sottostimate con turni incredibili, insopportabile di lavoro da parte dei medici e del personale sanitario. E in più con la chiusura di reparti fondamentali, come ad esempio la neurochirurgia di Campobasso o come l’organizzazione di un dipartimento di emergenza che potesse coprire tutte quante le emergenze, sia pure in un ospedale solo, come quello di Campobasso. Per tutta una serie di considerazione di questo genere, in aggiunta abbiamo avuto e stiamo avendo un’emergenza Coronavirus che possiamo considerarla superata come fase acuta, ma che ancora lascia dietro di sé una serie di problemi irrisolti anche per il ritardo dell’attuale governo regionale, dell’attuale presidente della giunta regionale (Toma, nda) che non ha voluto utilizzare l’ospedale di Larino e di Venafro, come ospedali Covid, per poter, nello stesso tempo, far funzionare la struttura pubblica».

Lei per quanti anni ha governato la Regione Molise?

«Dodici anni».

Oggi è un consigliere regionale, come sta vivendo questa esperienza?

«La sto vivendo male perché, purtroppo, non ho trovato la possibilità di raggiungere gli obiettivi che mi ero prefigurato. Mi sono ricandidato per dare continuità, sostanzialmente, a una politica che avevo portato avanti per tanti anni e poi ho dovuto prendere atto che le cose non andavano nel giusto verso. Non è mai stata una ricerca di spazio personale, tipo assessorato o quant’altro, semmai è stata la presa di coscienza di essere ormai fuori dall’interesse di questa maggioranza o, meglio, ancora dal presidente Toma».

Lei prima parlava di crisi della sanità regionale. Ma lei si sente responsabile, dopo 12 anni di presidenza, di questa crisi?

«No, credo che questa crisi è stata determinata da un’errata interpretazione, che oggi comincia ad essere patrimonio generale, di come si gestisce la sanità e di come si rovina il servizio pubblico nella sanità. La prevaricazione romana e la condizione di essere una Regione assolutamente priva di risorse proprie per poter battere o controbattere alle iniziative di razionalizzazione di tipo nazionale, che è successa in tutto il Mezzogiorno d’Italia, ha determinato questo problema nel Molise. Il problema della sanità in Italia non è solo nel Molise, ma di tutto il Sud. Dobbiamo essere onesti, chiari, senza mezze parole. Non si può definire nemmeno una condizione alla Feltri maniera questo stato di cose. Il problema è che il Mezzogiorno è stato sempre, in qualche modo, il bacino di utenza del Nord e questa tendenza non si è mai invertita nella sanità».

In Molise come è stata gestita l’emergenza?

«Si poteva fare molto di più».

In che senso?

«Nel senso di iniziative politiche per la gestione di questa emergenza, comunque dobbiamo dire che in Molise i numeri sono stati tali che, obiettivamente, non c’è stata un’evidente situazione di annunciata tragedia, come stava avvenendo e come è avvenuto in gran parte del nord Italia».

Ma lei fa parte della maggioranza che sostiene l’attuale presidente della Regione Molise?

«Non sono più di questa maggioranza, l’ho detto e l’ho ridetto in consiglio regionale. Mi sono allontanato per i vari motivi che non mi vedono condividere le cose che fa questa maggioranza. Si è voluto insistere sul Covid misto, che in Molise non aveva nessuna ragione. In tante parti d’Italia hanno cercato di riaprire vecchi ospedali, hanno fatto ospedali nuovi, reparti nuovi, costruiti ex novo. In Molise avevamo la possibilità, solo con un atto di riorganizzazione, di utilizzare due ospedali per il Covid ma nulla abbiamo fatto».

A Campobasso c’è stata la presa di posizione dei medici dell’ospedale Cardarelli.

«Hanno lamentato che non riescono più a operare perché non hanno a disposizione la rianimazione. Non si è voluto far nulla, se non attendere tempi migliori per riaprire l’ospedale di Larino».

Mentre a Termoli cosa succede?

«L’ospedale è in una crisi profonda, dove interi reparti, a parte il punto nascita, a parte la pediatria, ma anche l’ortopedia che pare sia rimasta con solo con un primario. Dico solo, solo un primario. Stiamo parlando di servizi pubblici essenziali costituzionalmente garantiti che in Molise non si riescono a realizzare. Come si fa a stare tranquilli con questa situazione?»

Perché non si è organizzato un solo ospedale per l’emergenza Covid?

«Perché evidentemente c’è stato un approccio all’emergenza da neofita. Da chi esegue gli ordini o le disposizioni nazionali, punto e basta. Senza aggiungere nulla di proprio agli atti di governo, che possano caratterizzare la gestione della sanità. Non c’è il coraggio di dire “apro l’ospedale di Larino” che ha, addirittura i respiratori, le attrezzature, le stanze. Andrebbe solo completato con interventi infrastrutturali, ma di minimo costo. Ci si affida solo ai cosiddetti tecnici, che ti dicono che non può essere aperto un altro ospedale perché manca il laboratorio. Una grande fesseria, perché a Roma fanno i prelievi dallo sportello della macchina, figuriamoci se dobbiamo avere un laboratorio per poter fare i tamponi. Sono giustificazioni tecniche che ripetute da un politico fanno paura».

Le strutture private riceveranno il 95% del fatturato a prescindere dalle prestazioni. Lei cosa ne pensa? È una giusta decisione?

«Potrebbe essere una giusta decisione se le cose fossero orientate nel senso della garanzia della permanenza per alcune strutture sanitarie private che, altrimenti, avrebbero dovuto chiudere. È un po’ come per le aziende private, per le fabbriche. Però questo non deve assolutamente diventare il momento della conta dei deficit che avviene sul debito della sanità molisana. L’anomalia è quella».

Come si corregge questa anomalia?

«In un solo modo. Come avviene in Lombardia e in Emilia Romagna la mobilità viene garantita a tutti e si possono tranquillamente fare dei contratti di prestazioni che poi si pagano a due anni, dopo che avviene il rimborso da parte della regione che partecipa».         

Le strutture private hanno deciso per la cassa integrazione. Poiché le strutture pubbliche sono in difficoltà non sarebbe il caso di assorbire questo personale? Lei cosa ne pensa?

«Si potrebbe pure fare».

A tempo determinato? Indeterminato?

«Tutto è possibile, purché si usi la ragionevolezza e si veda pure che tipo di personale».   

Lei si è pentito di avere fatto la rottamazione dei medici nel 2010?

«No. Quella era una richiesta sindacale, anche molto forte. La gente voleva il prepensionamento che era stato regolamentato da leggi. Il problema è stata l’impossibilità di ricoprire posti vacanti».

Oggi abbiamo un deficit, per quanto riguarda la sanità pubblica, di 60 milioni di euro. Giusto?

«Sì, più o meno. Si dice così, sì.»

Lei si sente responsabile, politicamente, di questo debito? O dobbiamo addebitarlo solo alle gestioni politiche successive?

«Bisogna essere onesti con le proprie responsabilità. Credo che ci possa anche essere parte di responsabilità. Parliamo, però, di sette anni fa. Dopo sette anni non è possibile che si dica che le responsabilità sono prevalentemente dipese da me».

E da chi sono dipese?

«Le responsabilità stanno nel sistema sanitario. In un sistema sanitario che non funziona dal punto di vista anche del finanziamento nazionale».

Ma la politica ha le sue responsabilità?

«Tutta la politica nazionale, quella di centro-destra e quella di centro-sinistra. All’opinione pubblica vorrei far osservare una cosa, che si rifiuta di approfondire questi argomenti. Ma qualcuno si è mai chiesto perché non si è mai attuato il cosiddetto piano dei costi standard, per le prestazioni sanitarie, in questo Paese?»

Ce lo dica lei.

«Costi standard definiti e uguali per tutti. Stiamo parlando della famosa siringa che deve costare la stessa cosa in Sicilia e in Sardegna. Ci si è mai chiesti perché non si è mai fatto?»

Perché non si è mai fatto?

«Perché ci rimette il Nord, ci perde il Nord».

Quindi la politica nazionale è a favore del nord del Paese?

«Assolutamente sì. È dimostrato dai conti. Ma sono argomenti che non appaiono».

Lei, da deputato, ha votato il federalismo fiscale.

«In qualche modo ho pensato che ci potesse essere un problema per il Sud, ma ero tranquillo perché il federalismo fiscale poggiava le sue basi, essenzialmente, sulla definizione dei costi standard, sia per la sanità sia per i servizi pubblici, quelli scolastici e quelli dei trasporti. Ho votato favorevolmente pensando che, tutto sommato, ci si potesse fidare di uno Stato che fa una legge e poi mantiene gli impegni».

Invece cosa è successo?

«Non è stato mai mantenuto l’impegno di fare i costi standard. Credo che questo sia il vero problema nazionale».

In Molise, però, abbiamo un rapporto pubblico privato particolare. Non crede?

«Questo rapporto è esasperato dal fatto che, addirittura, ci considerano la mobilità attiva come debito della Regione. E non ci consentono di riequilibrarlo dopo due anni, quando cioè le Regioni pagano».

Prima parte/continua

da WordNews.it

Somma Vesuviana, parla il sindaco Di Sarno

INTERVISTA al primo cittadino dopo i nostri articoli sulla situazione che sta vivendo la cittadina vesuviana rispetto ai pazienti positivi della clinica Santa Maria del Pozzo. «Non è che mi sveglio e chiudo una struttura. Insieme all’Asl, e chi per esso, si deciderà se c’è o meno da fare questa cosa. Se io la devo fare non mi preoccupo, non ho interessi personali con nessuno a Somma Vesuviana».

Somma Vesuviana, parla il sindaco Di Sarno

di Paolo De Chiara

«Io sto facendo il mio dovere da sindaco». Queste sono state le prime parole del primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, avvicinato per un confronto sulla situazione che ha investito la Clinica Santa Maria del Pozzo. «Se non ci fosse stato il problema della clinica la fase della città è calante. Siamo arrivati a 17 casi. Sono stati esaminati, se non erro, 495 tamponi. Per quanto mi concerne sapere direttamente, da notizie ufficiali dell’ASL, i casi sono 22: 18 degenti e 4 dipendenti, di cui due interni e due consulenti esterni».

Come si sta affrontando questa situazione?

«Monitorando tutto quello che stanno facendo».

Lei, come primo cittadino, ha intenzione di emanare qualche provvedimento? Quale sarà la sua azione?

«Di controllo».

Anche una chiusura della struttura?

«Non è che mi sveglio e chiudo una struttura. Insieme all’Asl, e chi per esso, si deciderà se c’è o meno da fare questa cosa. Se io la devo fare non mi preoccupo, non ho interessi personali con nessuno a Somma Vesuviana».

Lei sta aspettando una risposta da parte dell’Asl?

«Non sto aspettando, sto chiedendo quali sono gli atti propedeutici su questa questione».

In base a queste risposte lei prenderà una decisione?

«Assolutamente sì»

I suoi cittadini cosa chiedono?

«Di essere vicini a loro. Io non faccio la corsa a dire ci stanno 10, 20 o 100 persone. Per me anche un solo Covid positivo è un dramma e non un numero. È una persona che sta soffrendo con una famiglia e chi per esso».

C’è un’inchiesta in corso da parte dell’Asl?

«Non sono a conoscenza di questo»

Dove sono finiti i pazienti positivi?

«I 18 sono tutti ospedalizzati nei Covid center della provincia di Napoli, tranne i 4 che sono domiciliati a casa. Sul mio territorio non ci sono positività».

Nel comune di Somma ci sono zero positivi?

«Rispetto alla Clinica. I positivi sono allocati nei Covid center, i 18 degenti sono trasferiti subito. E i 4 sono in quarantena».

Quindi nel suo Comune non ci sono casi?

«Rispetto alla Clinica no. In totale sono 17 i positivi, nei quarantacinque giorni che abbiamo avuto l’emergenza. Al momento sono 17 i positivi».

La Clinica che provvedimenti ha preso?

«Assolutamente sì. Ma perché non lo chiede alla Clinica?».

Lei ha parlato di controlli fatti anche all’esterno della Clinica.

«Questo nel periodo antecedente. Io sono l’organo di controllo, non sono il direttore sanitario della Clinica, non sono il proprietario della Clinica. Io faccio i controlli come autorità sanitaria locale. Non devo dire cosa fa la Clinica, perché la Clinica non è mia».

Quali controlli farete nei prossimi giorni?

«Io lo so che c’è il problema, sono abituato a prendermi sempre le mie responsabilità».

Può spiegare in cosa consistono questi controlli?

«Tutti i controlli amministrativi che mi competono saranno messi in atto. Tutti i controlli».

Può fare qualche esempio?

«Se è stata effettuata una sanificazione post Covid e quali sono le misure prese nei confronti dei dipendenti anche se negativi. Queste cose le farò sicuramente».

In quanto tempo?

«Mi devono rispondere entro lunedì. Io non faccio il poliziotto. Se c’è stato qualche errore o qualche omissione non compete a me».

Cosa si sente di dire ai suoi cittadini?

«Stiamo vivendo una crisi esistenziale per questo virus. Una crisi che va di pari passo e forse anche più grave, una crisi economica che sta emergendo rispetto a quelle persone che lavoravano in nero e che, ad oggi, non hanno nessun sostegno da parte di nessuno. E non bastano i buoni alimentari che abbiamo messo in campo per arginare la mancanza di tranquillità economica, di mettere il famoso piatto a tavola».

Per approfondimenti:

– Un nuovo lazzaretto?

– Cosa non ha funzionato nella clinica Santa Maria del Pozzo?

– Casi Covid: il sindaco Di Sarno in diretta Facebook: «Fate gli uomini»

– Covid19: una gestione pessima?

– Clinica Santa Maria del Pozzo, parla un testimone

da WordNews.it

L’Isola felice e i suoi statisti

MOLISE. Oggi qualche invidioso grida allo scandalo. Ma come si permettono questi sindacalisti-comunisti? Il piccolo Molise è un’isola felice. Un’isola Beata. Mettetevelo nella testa. E su questa isola sperduta, da trent’anni, governano veri statisti che hanno sempre pensato al bene dei molisani. Troppo facile criticare, ma voi cosa ne sapete? La classe dirigente è degna di questo nome. Qui tutto va bene, Madama la Marchesa. In Molise la sanità pubblica non serve: un ospedale e due mezzi ospedali bastano. Ci sono altre strutture, private, che avanzano pure. Oggi i molisani devono ringraziare gli statisti che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni. Una lapide ci vorrebbe. A futura memoria. “Qui giace lo statista tal dei tali. Poche differenze con i precedenti. Solo continuità e passione sfrenata per il suo territorio. Mi raccomando non cambiate, o molisani, continuate a scegliere a cazzo”.

L’Isola felice e i suoi statisti

di Paolo De Chiara

È troppo facile lamentarsi. Magari spaparacchiati sul divano, con le pantofole e con una birra ghiacciata in mano. Troppo facile tuonare critiche tra un rutto e l’altro. Chi ha giustamente votato questi sGovernatori, veri e propri statisti, ha pensato al bene di tutti i molisani. Diciamolo chiaramente: in Molise si vive bene, c’è un popolo timorato di Dio (secondo un assessore del passato, detto Vitagliano), si mangia bene e ci sono risorse che fanno invidia ai principi reali. La Sanità è perfetta, le tasse sono basse, i trasporti funzionano alla grande, i treni partono e arrivano in orario. E i giovani cervelli, con entusiasmo, restano in questa terra. Il Molise è una terra fertile, è la terra promessa per le giovani generazioni. Perché la classe dirigente è adeguata e non specula sulla vita delle persone. Gli esempi sono innumerevoli e chi dice il contrario è in perfetta malafede. Vergognatevi, brutti mascalzoni. Andate a lavorare, comunistacci, invece di rompere i cabbasisi. E senza l’appoggio dei sindacati, che sono una iattura per i vostri diritti.  

Abbiamo avuto grandi statisti: uno meglio dell’altro. I molisani non hanno la memoria corta. Loro ragionano, valutano, meditano, vagliano, soppesano e poi scelgono il meglio. Der meglioIn Molise funziona così. Mai una scelta è stata sbagliata. Tutte sono state fatte per un motivo. O per tanti motivi. Hanno vinto sempre loro e continueranno a farlo. I grandi statisti della cosa pubblica. Qui Regna chi vale, non chi bara. Lunga vita a loro. Ai Re, ai Vicerè, ai vassalli e, forse, alla plebe.    

Qualche sciacallo, approfittando della pandemia, vorrebbe cavalcare l’onda. Ma tutti dobbiamo pensare solo ed esclusivamente ai bollettini di guerra che ogni giorno i nostri cari politici ci sottopongono. Presuntuosi da quattro soldi. Questo è il tempo della commozione generale, non c’è spazio per le polemiche strumentali e distruttive. Tanto non prenderete mai il posto occupato dalle loro natiche profumate. Le vostre puzzano, non sono degne e adeguate per occupare gli scranni del potere. Puzzoni. Fatevene una ragione e fatevi un bidè. E continuate pure a criticare. Le vostre parole si perdono nell’aria, se le porta via il vento. E voi resterete, come è sempre successo, con la bocca aperta. Come inutili idioti.

Ogni questione è buona per tentare di fare polemica. Nemmeno quei poveri anziani, definiti dei pacchi postali, buttati da un luogo all’altro, sono stati estromessi. Sciacalli. Rispettate queste persone che sono la storia della nostra comunità. Gli spostamenti notturni sono stati autorizzati dai nostri bravi e belli statisti.

Ma chi ha causato questa situazione? Chi è politicamente responsabile? Le responsabilità sono soltanto politiche? O ci sono responsabilità che vanno cercate all’interno delle gabine elettorali? Che domande faziose. Dopo questi condottieri cosa volete di più? Hanno degnamente rappresentato Palazzo Muffa in questi anni. Abbiamo avuto il nostro Imperatore, il caro sindaco-presidente-onorevole-senatore (oggi consigliere regionale) Michele Iorio. Come siete ingrati. Come Caligola ha permesso l’ingresso in consiglio regionale di tanti cavalli. Anche di tanti somari. Sempre bestie sono. Rispettabilissime, lavorano molto, ma sono anche testarde. E, a volte, scalciano. 

Lunghi anni di Impero regionale all’insegna della bellezza e della meritocrazia. Solo i più bravi hanno rappresentato le degne istituzioni regionali. Solo i più bravi sono stati posizionati nel mondo della sanità pubblica. Ecco, le feroci critiche sono arrivate sempre dai peggiori, da chi chiedeva immeritatamente. E nulla ha ottenuto. Giustamente. Bisognava preservare una Regione. E l’obiettivo è stato raggiunto: le mafie non sono mai arrivate, il territorio è rimasto immacolato. La gente vive bene e le malattie particolari sono solo nella testa degli esaltati. Volevano pure il Registro dei Tumori questi sprovveduti. A cosa serve se, in Molise, non esiste alcuna forma di inquinamento? Ma si sa, l’ingratitudine è la cugina degli opportunisti. Ecco perché qualcuno ancora sparla. Buffoni!

Non sono mancati i giornalisti disinformati. Di fuori Regione ovviamente. Addirittura nel 2010 un cronista del Corriere della Sera, un certo Sergio Rizzo, scriveva: “È forse accettabile che una Regione di 320 mila abitanti investa milioni per avere sedi diplomatiche a Roma e Bruxelles? È forse accettabile che paghi un numero di dipendenti otto volte superiore, in proporzione, a quelli della Lombardia? O che i politici regionali siano retribuiti più del governatore di uno Stato americano?”. Balle stratosferiche, secondo i nostri rappresentanti. Mai smentite. Non serve. Il potere precostituito deve pensare a lavorare per il bene della massa votante. Le smentite fanno perdere tempo. L’importante è instaurare la convinzione nelle menti dei sostenitori fedeli. E nonostante gli straordinari risultati l’Imperatore è stato sostituito. Anche per colpa di una magistratura politicizzata. Sempre molto presente in questa piccola Regione, insieme a una Corte dei Conti che ha sempre contato i peli nel deretano dei salvatori della Patria.

Pure gli storici hanno le loro responsabilità. Per un certo Nicola TranfagliaLa situazione del Molise è particolarmente disastrata. Per fortuna in Italia non è dovunque così. Altrove ci sono altre Regioni in cui le condizioni non sono queste. Sia per l’opposizione che per la maggioranza. Qui, evidentemente, c’è un particolare disastro anche per quanto riguarda il maggior partito del centro-sinistra”. Era il 2010. Ma il passaggio sul centro-sinistra è storicamente accertato. In Molise non c’è mai stata una opposizione che si è opposta alle scelte grandiose. Una opposizione totalmente inutile e dannosa. 

Nel 2019 un esponente di estrema destra, per prendere il posto del Comandante minimo, arrivò a dire: “Nel Molise abbiamo una grossa emergenza della politica con la ‘p’ maiuscola, del fare politica per la gente e per i progetti che riguardano il nostro territorio e non per se stessi e per le proprie clientele di potere.  Abbiamo un’occupazione del potere in modo capillare. Vedo come gestiscono e perché hanno tutti questi voti. Siamo di fronte a un’emergenza che fa paura, che indigna”. Un vero e proprio tiro Mancini.  

Dieci anni dopo cosa è cambiato? Ma nulla deve cambiare. Il Gattopardo non si abbatte con la fionda scassata. Loro hanno giustamente cambiato le giacchette. Ma son rimasti quasi gli stessi. Faccioni rassicuranti, menti stupefacenti. La matita, nella cabina elettorale, è stata sempre usata nel modo migliore.   

I molisani non si sono mai accontentati. E si sono affidati a Frattura. Un uomo, un imprenditore, un genio della politica. Una garanzia. Anni di splendore. Ecco come si deve fare per gestire la cosa pubblica. Eliminare tutte le bandiere colorate e utilizzare tutte le risorse politiche possibili per governare in santa pace. Hanno tentato di ostacolarlo. Avrebbe voluto lasciare un ricordo della sua azione politica a Campochiaro. Ma quei cittadini indisciplinati non hanno compreso la portata epocale di quelle centrali a Biomasse. Mica come gli isernini che hanno un grandioso Auditorium, che vale quasi 60 milioni di euro. Un’opera faraonica, degna del capoluogo di provincia. Peccato che alcune proteste non hanno permesso di completarlo ancora. Ma le opere incompiute sono le più belle. Profumano di passione.

Oggi il Molise sta continuando la sua stagione esaltante. Un certo Toma, conosciutissimo nell’ambiente politico mondiale, che tomo tomo e cacchio cacchio, con il vessillo della Regione tra le mani, sta conducendo la sua battaglia. Per i molisani, ovviamente. Se ne infischia delle critiche dei soliti noti. Frustrati e schierati. Lui è umano. Piange, si commuove durante i collegamenti istituzionali. E chi lo attacca affermando che è “politicamente inutile” deve solo Vergognarsi. Lui, il Toma, va avanti per la sua strada. Ignora anche le parole dei suoi alleati. Ma come si permette un consigliere di maggioranza a definire il presidentissimo “inadeguato politicamente”? Si dimetta questo scarabeo.

“In una Regione di 320 mila abitanti – disse una volta un magistrato della DDA – si aspetta il proprio turno. Oggi tocca a me, domani potrebbe toccare a te”. Ecco, continuate ad aspettate il vostro turno. Con la matita in mano. 

da WordNews.it

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

INTERVISTA al penalista siciliano Enzo Guarnera: «La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute, politicamente, compio un atto criminale».

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

di Paolo De Chiara

«Il 10 agosto 2009, l’assessore alla sanità della Regione Siciliana, Massimo Russo, firmò un dettagliato piano per le pandemie in Sicilia. Si tratta di un piano molto articolato, che doveva essere messo in atto da tutte le aziende sanitarie, a cura dei manager e dei vari assessori succedutisi negli anni. Nulla è stato fatto. Questa è la tipica “notitia criminis”. Credo sia il caso che se ne occupino tutte le Procure della Repubblica competenti per territorio». Siamo partiti da questo post dell’avvocato siciliano Enzo Guarnera (foro di Catania), scritto sulla propria pagina Facebook, per capire cosa è successo in questi anni in Sicilia. Il penalista, molto famoso nel suo ambiente per il suo impegno per la diffusione della cultura della legalità e per il suo passato politico (è stato per due legislature deputato, con “La Rete” dell’Assemblea regionale siciliana), è molto attivo sui social. Oggi, per le minacce di morte ricevute, vive sotto scorta. Lo abbiamo avvicinato per capire il suo pensiero sui maggiori temi di attualità di quest’ultimo periodo: dalla situazione siciliana alla sanità, dall’azione del governo al protagonismo di alcuni politicanti nostrani. «Undici anni fa la Regione siciliana ha approvato un dettagliatissimo piano per la prevenzione e l’intervento, qualora arrivassero, delle pandemie. Credo che siano almeno 50 pagine di piano. Individua una serie di compiti, da parte di tutte le aziende sanitarie, con i responsabili, con tutte le attività che bisogna fare in sede preventiva. In modo che, qualora si fosse presentata una disgrazia, come quella attuale, le strutture sanitarie dell’isola sarebbero state già pronte a intervenire. Questo piano è stato redatto su volontà dell’assessore di allora, Massimo Russo, un ex PM della Procura di Palermo, e fu inviato a tutte le realtà apicali dell’isola. Ognuno aveva un compito da eseguire».

Che fine ha fatto questo piano?

«È rimasto sulla carta e lo è ancora. Se si fossero approntate, in questi undici anni, tutte quelle strutture che il piano prevedeva, probabilmente, oggi in Sicilia non avremmo avuto quei problemi che abbiamo, anche se rispetto ad altre realtà in Italia il problema è minore. Però il problema esiste».

Di chi sono le responsabilità?

«La responsabilità non è soltanto politica. Il decreto della regione ha forza di legge, è un atto del governo e va attuato. Chi non l’ha fatto ha commesso, a mio giudizio, il reato di omissione di atti di ufficio. Ma se si trova, ed è un problema di accertamento investigativo, un nesso di causalità tra la mancata applicazione del decreto della Regione con i casi di coronavirus che si sono verificati in Sicilia e con i contagi, evidentemente, c’è una responsabilità penale più grave. Parliamo di pandemia colposa. Questo è un aspetto che, ovviamente, ipotizzo ed è compito delle varie Procure accertare. Se questa mia ipotesi ha un fondamento, essendo una omissione messa in atto da tutte le aziende sanitarie, sarebbero interessate tutte le Procure dell’isola per competenza territoriale, sicuramente tutte le provincie. E poi bisogna vedere se all’interno delle aziende ci sono altri responsabili. Ho sollevato un problema, vediamo se qualche Procura si pone il tema e decide di approfondire. L’approvazione del piano è stata confermata dal presidente della Regione dell’epoca Raffaele Lombardo. Nessuno ha pensato di tirare fuori dal cassetto questo piano».

Come si sta affrontando l’emergenza nella sua Regione?

«Credo che si stia affrontando un po’ come in altre regioni».

Cosa intende?

«C’è un’ansia di protagonismo che io non comprendo, c’è una gara quasi, tra alcuni presidenti a chi è più bravo, a chi dice le cose più belle, a chi fa gli interventi più utili. Purtroppo Musumeci non è alieno da questa logica, come se facesse una gara con i suoi colleghi del nord, in particolare il presidente Fontana, il presidente Zaia. Ognuno tira fuori una cosa, a integrazione delle disposizioni del Governo quasi per dire “voi fate questo, ma io sono più bravo”. Si seguono gli umori dell’opinione pubblica. Ad esempio, Musumeci è passato da una fase nella quale era ancora più restrittivo nelle sue determinazioni a un’altra fase, nella quale adesso comincia a dire che bisogna aprire qualcosa, bisogna ripartire, bisogna incentivare il turismo. Ma è la stessa logica che personaggi minori hanno seguito, penso ad esempio al sindaco di Messina, ma penso anche a qualche parlamentare nazionale. La vicenda di Salvini è emblematica. A distanza di pochi giorni, una volta si deve chiudere e una volta si deve aprire, secondo gli umori che percepisce nell’opinione pubblica. La politica fatta così, non è seria. Non ha scenari complessivi, non ha razionalità, si cerca soltanto il consenso. Qualunque situazione viene utilizzata strumentalmente in prospettiva, questo significa che i problemi non si affrontano in maniera frazionale, si pensa sempre alla prossima elezione. E questo, purtroppo, è avvenuto anche in Sicilia, dove ci sono vari candidati in questo momento, in pectore, nel centrodestra, per le prossime regionali. C’è Musumeci che pensa di ricandidarsi, anche se disse che questa era la sua ultima esperienza politica; c’è De Luca, questo sindaco macchiettistico di Messina che avrebbe velleità simili. E, quindi, c’è questa battaglia, con altri parlamentari regionali che sgomitano per avere visibilità. È chiaro che in questa situazione si perde di vista l’interesse collettivo».

Rimaniamo su De Luca. Nei giorni scorsi si è registrata la polemica sul funerale del fratello di un personaggio vicino alla criminalità organizzata celebrato a Messina. Lei che idea si è fatto?

«Un funerale anomalo rispetto a quello che, in base alle disposizioni, doveva avvenire. La prima responsabilità è della Curia, in questo caso al parroco che avrebbe dovuto dire che in questo momento funerali non se ne possono fare. Il parroco, invece, ha celebrato il funerale in chiesa, con la presenza di parenti. E questo non è consentito dalle normative. Questo è il primo errore. In molte realtà la chiesa locale ha ancora difficoltà a seguire le indicazioni del Papa, nel contrastare duramente certi ambienti. Magari per paura, per timidezza. Gli emuli di Don Abbondo abbondano. Il parroco ha dimostrato debolezza. Poi c’è stato un corteo. Trenta o cento persone? Il problema non è questo, il corteo non si poteva tenere. È impensabile che il sindaco di Messina, così attento, così munito di droni con la sua voce tonante e insultante, non abbia saputo, non si sia accorto che c’era questo funerale, questa cerimonia in chiesa. Evidentemente anche qui c’è lo stesso discorso fatto per il parroco. Nei confronti di alcuni ambienti vi è un certo timore. Certi ambienti possono essere pericolosi. Quando il sindaco nel suo intervento giustificatorio tentò di sminuire la portata del funerale ottenne il ringraziamento dei parenti. Questa è una cartina di tornasole, perché i parenti devono ringraziare il sindaco. Questa tolleranza è stata gradita dai parenti. Tutte queste cose caratterizzano non solo la Sicilia, ma tutto il meridione d’Italia. Un timore, un’attenzione nei confronti di zone, di ambienti della società che possono anche tornare scomodi se vengono contrastati. E allora faccio finta di non sapere. La zona grigia è molto ampia nel nostro Paese e riguarda molti fenomeni legati alla criminalità. Una zona grigia fatta da persone che tollerano, che chiudono gli occhi, che fanno finta di non sapere. Questa è la zona grigia peggiore, dove la criminalità può maggiormente prosperare».

Lei, in un suo post su Facebook, richiamando l’articolo 32 della Costituzione, ha scritto: “Nel 1981 in Italia, negli ospedali pubblici, vi erano 530 mila posti letto; nel 2017 si erano ridotti a 191 mila posti letto. Contemporaneamente sono aumentati i finanziamenti e le convenzioni in favore delle strutture sanitarie private. Le cronache giudiziarie hanno rivelato che, in parallelo, i fenomeni di corruzione in questo settore hanno subito una impennata. Formigoni uno degli ultimi esempi. Tale progressiva riduzione è stata operata da tutti i governi, sia di centrodestra (negli ultimi 20 anni Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia) che di centrosinistra (Ulivo, Progressisti, PD, Rifondazione Comunista, cespugli vari). Non esito a definirli, tutti, criminali politici”. Cosa intende quando dice “criminali”?

«Politicamente è criminale non attuare in pieno il diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione. Questo è un atto di criminalità politica. La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche e gli ospedali, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini, soprattutto a quelli meno abbienti, ai poveri, agli emarginati, perché sono questi soggetti che vanno tutelati secondo i principi costituzionali. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute agli ultimi, politicamente, compio un atto criminale. A parte il fatto che disattendo, nei fatti, un principio costituzionale. Questo significa per me politicamente criminale. Poi, è anche doppiamente criminale, sempre dal punto di vista politico, e potrebbe anche non esserlo solo dal punto di vista politico, perché le somme che ho distolto alla sanità pubblica le ho stornate per riversarle nella sanità privata convenzionata, che trae profitto. Una sanità che, in parte, pesa anche sulle tasche dei cittadini e che può essere accessibile, soprattutto quella di eccellenza, soltanto ai cittadini ricchi. Si evidenzia, di fatto, una discriminazione quasi classista. Ecco perché è doppiamente criminale. Una scelta fatta da tutti, centrodestra e centrosinistra».

Come giudica le restrizioni contenute nei vari decreti emanati?

«Confuse. Credo che bisognava avere maggiore rapidità e maggiore chiarezza. I cittadini non sanno più quali sono. Fra provvedimenti del presidente del consiglio e decreti legge del Governo è difficile orientarsi, perché non si sa se quello che arriva dopo è ad integrazione o in sostituzione di quello precedente. Se ho questa difficoltà io, che di mestiere faccio l’avvocato, figuriamoci il cittadino normale. Questo Governo, per carità, si è trovato improvvisamente ad affrontare una crisi non prevista, anche se il Ministero poteva prevedere un piano contro le pandemie. Oggi c’è una grossa difficoltà. Questa proliferazione, adesso, di enti, di gruppi di studio e di lavoro rischia di appesantire. C’è un po’ di fatica, in questo momento, da parte del Governo. Conte fa quello che può, ma non è il massimo. Questo Governo non è il massimo, ci sono ministri messi a caso. Non basta essere avvocati o docenti universitari per essere in grado di governare un Paese».

Lei parla di “ministri messi a caso”. Fino a qualche mese fa il Ministero dell’Interno era rappresentato da Salvini. Lei è molto critico con il leader della Lega. Perché?

«Il leader leghista è un grande mistificatore politico. Una persona che, intanto, non ha mai lavorato, ha solo vissuto di politica: dai consigli comunali al consiglio regionale, dal parlamento europeo al parlamento nazionale. È una persona senza cultura istituzionale. Una persona che ha una grande bramosia di potere personale. Nei momenti particolari lui ha rivelato la sua vera natura. Una persona che, in una democrazia parlamentare, dice “voglio i pieni poteri” rivela la propria indole».

Che tipo di indole?

«Antidemocratica e assetata di potere personale. Diffido di queste persone, che hanno una grande voglia di avere il potere comunque, che esprimono un narcisismo. Una patologia della personalità. Diffido dai narcisisti. Persone prive di umiltà, della capacità di capire gli altri, privi di alcuni valori come la solidarietà, l’attenzione verso gli ultimi. Diffido di chi utilizza strumentalmente le emozioni e la pancia del popolo. Questi sono quelli che aspirano ad essere dittatori. Per me gli uomini sono tutti uguali e tutti hanno gli stessi diritti. Per me i primi dodici articoli della Costituzione rappresentano il faro, dovrebbero essere il faro per chi fa politica. Invece no, questa Costituzione viene, a mio giudizio, abbondantemente dimenticata, messa da parte. Salvini, in questo momento, è l’emblema di tutto ciò che non dovrebbe essere uno statista. Una persona che non vorrei mai che fosse a capo del Governo. Tutto sommato questo Governo, con tutte le critiche che posso fare, è il male minore. Resta il grande tema del cambiamento della politica in questo Paese. L’unico politico che ho apprezzato è stato Enrico Berlinguer, una persona perbene. Il futuro possiamo costruirlo con i giovani».

da WordNews.it

«Nessuno ha interesse a far emergere il rapporto tra criminalità e politica»

INTERVISTA. Parla il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto: «Lo Stato ha scaricato i testimoni di giustizia. E sono stati scaricati pure dai 5 Stelle. Ma vuoi vedere che Crimi (presidente della Commissione centrale, nda) non comanda proprio niente e c’è un sistema al Viminale che rende il politico che ricopre certi ruoli un mero figurante?»

«Nessuno ha interesse a far emergere il rapporto tra criminalità e politica»

di Paolo De Chiara

«La questione testimoni di giustizia non può essere un’emergenza Covid19 ma una presa di coscienza di una politica che da 20 anni non attua le giuste azioni nei confronti dei cittadini che hanno denunciato le mafie. La carità non serve, ma urge serietà e certezza, la povertà è altra cosa e non bisogna minimamente unire le due questioni».

Non usa mezze misure il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto per analizzare la situazione dei cittadini che hanno denunciato, attraverso il loro coraggio, le schifose mafie. Ciliberto ha fatto emergere gli affari della camorra e gli appalti criminali, nei lavori pubblici. Da anni si batte, non solo per la sua condizione, ma anche per portare allo scoperto i gravi limiti di un intero sistema. «Si continua a dire che i testimoni di giustizia sono abbandonati, ma sono 20 anni che va avanti questa storia. E sono abbandonati anche da questo Governo che, fondamentalmente, è composto da quelle persone che quando c’era il PD o gli altri, dicevano che avrebbero risolto i problemi. I testimoni che ora si stanno lamentando lo stanno facendo solo per alzare un polverone, per chiedere qualcosa in cambio».

Entriamo nel merito.

«Chi conserva il polo fittizio sta nel programma di protezione. E quindi, Covid o non Covid, è previsto il contributo, con l’alloggio dello Stato. Quindi non stanno facendo la fame. Mentre chi è fuoriuscito e non si è riuscito a realizzare per le mille mancanze del Servizio Centrale di protezione o per un loro modo di fare, la fame faceva prima e la fame fa adesso. Il Covid-19 non c’entra nulla. Lo Stato ancora non riesce a comprendere che aiutare meno di 100 persone è una cosa prioritaria. Come c’è stato un intervento, in occasione di questa pandemia, è mancato un intervento, negli ultimi anni, nei confronti dei testimoni. Sto parlando di un vero e proprio sussidio. Perché non si decidono? Parliamo di 80, 90 persone. Non penso che lo Stato per 90 mila euro al mese possa fallire».

Perché non è stato previsto un sussidio?

«Non c’è volontà».

Ma perché non c’è volontà?

«Perché i testimoni non servono. Perché lo Stato, in questa fase, sta cominciando a dare dei soldi? Di cosa ha paura?»

Lei cosa pensa?

«Ha paura della sommossa e di perdere il consenso elettorale. Se oggi un premier o un partito fa bene i cittadini lo ricorderanno. Dei testimoni di giustizia non se ne frega niente nessuno. Cominciando dalla magistratura. Dobbiamo sempre richiamare le parole di un magistrato, pronunciate in un momento di calma, di serenità, in tempi non sospetti, da membro della Commissione e da esponente della DNA nazionale».

Cosa disse?

«I testimoni di giustizia non devono più esistere. Così è. Non servono. E adesso stanno scoprendo che non servono nemmeno i collaboratori di giustizia».

Pure i collaboratori?

«Sì, perché mentre prima si puntava su collaboratori di un certo calibro che potevano dare delle notizie importanti, che portavano a sequestri di miliardi di euro, negli ultimi anni questi soggetti sono di basso livello. Gente che parla dell’omicidio, dell’estorsione. Non parlano, ad esempio, della camorra spa, cioè del meccanismo finanziario, dello scambio di voti».

Ma perché, secondo lei, accade tutto questo?

«All’interno della Commissione Antimafia ci sono dei politici che non hanno nessun interesse a far emergere il rapporto tra la criminalità organizzata e la politica. Dobbiamo sempre ricordare che la criminalità durante le elezioni muove i voti. Non c’è nessun tipo di vantaggio a fare stare bene queste persone. Lo Stato non vuole più i testimoni di giustizia. Basti vedere la decisione di eliminare il danno biologico, la capitalizzazione e tutte le misure che offrivano un inserimento nel mondo reale di una persona che ha perso».

In che senso? Cosa vuole dire?

«Quando diventi testimone di giustizia perdi. Se io, oggi, metto la mia storia e quella dei Vuolo, che ho denunciato, sulla bilancia, il piatto pende a mio sfavore. I Vuolo hanno vinto, ma non contro di me».

Quindi i testimoni di giustizia sono pericolosi per il sistema?

«Lo Stato ha scaricato i testimoni di giustizia. E sono stati scaricati pure dai 5 Stelle. Quando non stavano al Governo dicevano che il problema si poteva risolvere in due mesi e sono passati anni. E nulla si è risolto. Ci sarà un perché? Ma vuoi vedere che Crimi (vice ministro dell’Interno e presidente della Commissione centrale, nda) non comanda proprio niente e c’è un sistema al Viminale che rende il politico che ricopre certi ruoli un mero figurante? Come è possibile che una persona con una delega non riesce a risolvere le problematiche dei testimoni di giustizia?».

Quali sono i problemi dei testimoni di giustizia?

«L’inserimento socio lavorativo, che è diventato un bluff. Anche quei pochi posti di lavoro che hanno dato non permettono di riorganizzarsi una vita. Poi c’è la questione della protezione, che è sempre più inesistente».

Un giudizio su questo Governo?

«Se il testimone di giustizia ha le capacità per tornare a vivere ci riesce, ma da solo. Altrimenti è destinato a morire. Il giudizio è deludente. Loro che dicevano che avrebbero aperto il parlamento come una scatoletta, hanno deciso di lasciarla chiusa. Nel senso che non c’è stata un’apertura. Lo stesso Comitato, presieduto dalla Aiello, ad oggi ha realizzato zero risultati. Anzi, meno di zero. Non ci sono stati risultati e come tutti gli altri Comitati si concluderà con una relazione che verrà mandata, verrà letta e riposta nei cassetti. Niente hanno fatto loro, come niente fece la Bindi come niente fece la Commissione precedente con Mattiello».

È giusto mettere nello stesso calderone i testimoni e i collaboratori di giustizia?

«No, non è giusto. Al Servizio Centrale di protezione esistono varie sezioni, ben distinte e separate. I percorsi sono completamente differenti, con diritti e doveri differenti. Ben venga chi collabora in maniera onesta, ma continuo a dire che c’è una netta distinzione tra testimone e collaboratore. Il testimone, oltre ad essere una persona che ha ricoperto un ruolo importante nei processi, è anche parte lesa. Quello che non può essere un collaboratore di giustizia. Il testimone non ha scelto una via criminale, ma ha scelto la via della giustizia».

Qual è la ratio di mettere tutti insieme?

«Fare numero e confusione».

 Lei come giudica l’operato politico della testimone di giustizia Piera Aiello?

«Una figura molto marginale che ha trovato la sua nicchia per il suo pregresso, per il suo essere stata testimone di giustizia».

È servito ai testimoni avere una testimone all’interno delle Istituzioni?

«Se la stessa fosse rimasta una testimone di giustizia sì. Ma alla luce dei fatti lei è una politica, ha dimenticato le sofferenze patite e non si è più immedesimata nel ruolo dei testimoni di giustizia. Tante promesse e nulla di fatto».

da WordNews.it

Carta Canta

Pericolo MAFIE

Pericolo MAFIE

di Paolo De Chiara

«A causa dei guasti giganteschi del Coronavirus accadrà che tante attività economiche siano ridotte in ginocchio e debbano poi chiudere o fare una gran fatica a riprendere. Una preda facile per i mafiosi, pronti da sempre a vampirizzare le imprese che si trovino spolpate e senza denaro in cassa. E queste nuove opportunità di investimento aperte alla mafia dal Coronavirus portano con sé il rischio che uno scenario economico già di per sé cupo e avvelenato possa persino tracimare in catastrofe».

Giancarlo Caselli, «Come il Coronavirus può rendere le imprese una facile preda delle mafie», Huffingtonpost.it, 25 marzo 2020 

«In questo momento penso alla ‘ndrangheta. Nel momento del superamento della crisi chi avrà il potere economico? Chi sarà incoraggiata ad intervenire?

La ‘ndrangheta non sta ferma, la ‘ndrangheta ha gli occhi ben spalancati laddove ci sono interessi e possibilità di vedere finanziamenti ed altro. Bisognerà spalancare gli occhi».

Angela Napoli, già componente della Commissione Antimafia, WordNews.it, 27 marzo 2020

Circolare ai questori: ci sono «ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molte attività».

Coronavirus, Viminale: «Rischio mafia più alto per l’economia», Il Sole 24Ore, 28 marzo 2020

«Il rischio più concreto e reale è l’usura. Gli imprenditori avranno difficoltà. Poi dipenderà anche dalla durata di questo blocco. Ma gli imprenditori hanno bisogno di liquidità, di soldi veri in mano, non più e non tanto di non pagare le tasse».

«Il problema dell’élite della ‘ndrangheta è quello di giustificare la ricchezza, non di arricchirsi, e quindi presteranno soldi a usura anche a interessi bassi per invogliare, incentivare i commercianti a rivolgersi agli usurai ‘ndranghetisti. Chi si rivolge a questo tipo di usurai sa perfettamente con chi sta trattando. Il pericolo, quindi, è che ancora di più altre attività imprenditoriali, alberghi, ristoranti, pizzerie, passini di mano a prestanome della ‘ndrangheta. Questo è il rischio più concreto e più vicino»

«Gli ‘ndranghetisti si presenteranno, come sempre, come benefattori, come gente che aiuta chi ha bisogno, i poveri, questo lo fanno già, da sempre, dando ai disperati 30 euro al giorno per un lavoro in nero, e questi si sentiranno, sul piano psicologico, ancora più prostrati e ancora più riconoscenti verso chi gli darà questi 30 euro».

«La dipendenza psicologica dei poveri verso di loro aumenterà ancora di più, quindi poi sarà ancora più facile, alle prossime elezioni, rappresentare il modello più convincente quando ci sarà da andare a rastrellare i pacchetti di voti».

Nicola Gratteri, procuratore capo DDA Catanzaro, Adnkronos, 29 marzo 2020

«Rischiamo di consegnare la nostra economia alla camorra».

Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, La Repubblica, 29 marzo 2020 

da WordNews.it

La camorra uccide don Peppe Diana

INTERVISTA. Parla il testimone oculare Augusto Di Meo: «mi hanno lasciato da solo. Pure la Chiesa mi ha abbandonato. Oggi non sono riconosciuto nemmeno come un testimone di giustizia». “Per amore del mio popolo” è il titolo del manifesto del 1991 dei parroci contro la camorra.

La camorra uccide don Peppe Diana

di Paolo De Chiara

Sono le 7:20 del 19 marzo del 1994. È il giorno di San Giuseppe. Nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, un prete combattivo e senza paura si sta preparando per dire messa. È con un suo amico, stanno festeggiando il suo onomastico.

Sorrisi, abbracci fraterni, un breve scambio di battute. È giunta l’ora della celebrazione. Augusto, l’amico fotografo, lascia la stanza di don Peppe. Il sagrestano sta aspettando il giovane prete, per raggiungere insieme l’altare.

Accanto al collaboratore c’è un soggetto che chiede: «Chi è don Peppe?». Il sacerdote fa un cenno con la testa. Il killer, Giuseppe Quadrano (della fazione De Falco, opposta al clan Schiavone), estrae la pistola. E spara, spara, spara, spara. Spara in faccia a don Peppe. Cinque colpi di pistola. Senza pietà. La camorra entra nella sagrestia di una chiesa e uccide un parroco.

L’unico testimone oculare sarà l’amico fotografo. E solo grazie ad Augusto Di Meo se, processualmente, è stato risolto questo omicidio. Da subito era partita la macchina del fango: «Quel prete è stato ucciso perché se la faceva con le donne», «nascondeva armi», «era un poco di buono». Tutto falso. Accuse infamanti per nascondere la verità.

Don Peppe Diana faceva semplicemente il proprio mestiere. E lo faceva pure bene. Non era un eroe, ma un prete. Era impegnato contro i clan presenti nel suo territorio. Nel dicembre del 1991 promuove un manifesto (“Per amore del mio popolo”), per risvegliare le coscienze dei cittadini di quelle zone, assopite dalle azioni quotidiane di criminali assetati di soldi e di sangue. Aveva rifiutato di svolgere anche il funerale dello zio del killer che premerà il grilletto contro di lui. Augusto Di Meo è stato lasciato solo prima («Pure la Chiesa mi ha abbandonato in quegli anni e per molti anni. Sono rimasto da solo. La gente c’era quella mattina in chiesa. E il sagrestano, durante il processo, ha dichiarato di non ricordare nulla. Arriva al processo e dice che non sapeva niente, che non voleva sapere niente. Esce di scena e rimango solo») e dopo («Non è mai arrivato il riconoscimento, dicono che non sono un testimone di giustizia»).

Di Meo non è mai diventato un testimone di giustizia. «Il processo di beatificazione non è mai partito, per don Peppino. Per me rimane ancora aperta questa ferita, sono coinvolto in prima persona. Sono arrabbiato, mancano due cose importanti, sono passati 26 anni: il processo di beatificazione che non è ancora iniziato e il riconoscimento per me come testimone di giustizia. Ho fatto il mio dovere e continuo a farlo, sono una sentinella attiva. Se non ci fosse stato il testimone ci sarebbe ancora tanta violenza e tanta camorra. La macchina del fango che ha colpito don Peppe è stata devastante. Noi eravamo due testimoni e il carico c’è stato solo per me. Ho messo in discussione la famiglia, con due bambini. Sono rimasto fuori quattro anni, al rientro ci sono state tante difficoltà, che ci sono ancora oggi. I carabinieri sono stati gli unici a starmi vicino».

Non c’è stata attenzione nei suoi confronti?

«Avrei meritato più attenzione, anche da parte della Chiesa che nei primi anni è stata lontanissima. Ora, a corrente alternata, riconosce ciò che ho fatto. Don Peppe non sarebbe felice della storia di un suo fraterno amico…»

Di questo comportamento da parte della Chiesa?

«Molto distante. Mi sono dato anche una chiave di lettura…»

E quale sarebbe?

«La macchina del fango continuava a parlare delle donne di don Peppe. Hanno scelto di non esporsi. Io ho chiesto aiuto, ma è stato inascoltato. Con la fine del processo, parliamo del 2004, hanno cominciato a ricordarsi anche di me. Mi ci sono ammalato per questa cosa».

Cosa accadde la mattina del 19 marzo del 1994?

«Arrivai in parrocchia intorno alle 7:00, vidi la golf bianca di don Peppe che stava fuori. Il sagrestano stava spazzando e chiesi dove stava don Peppe. Andai nel suo studio per salutarlo, ci abbracciammo. Passai per gli auguri, prima di raggiungere il mio laboratorio. Parlammo del programma della sera, delle suore carmelitane che stavano preparando le pappardelle alle ortiche. Commentammo un altro omicidio che c’era stato qualche giorno prima e gli chiesi cosa si poteva fare. Ricordo che mi disse che era necessario pregare e tenere sempre la guardia alta. Don Peppe doveva dire messa e, quindi, ci avviammo. Chiuse la porta, io mi fermai per allacciare la scarpa e lui si avviò per andare a dire messa. Da dietro vidi i capelli di questo soggetto, accanto al sagrestano, che chiese: «chi è don Peppe?». Don Peppe mosse la testa e questo in rapida successione gli sparò cinque colpi di pistola. Non mi resi subito conto, quando cadde all’indietro lo chiamai, ma non rispondeva. La sua faccia era piena di sangue. Quando alzai gli occhi vidi che questo soggetto si mise la pistola dentro alla cintura».

Il soggetto è Giuseppe Quadrano?

«Sì. Si girò, se ne andò, sentii la sgommata dietro la chiesa. Apparteneva alla fazione De Falco. Dopo l’attimo di smarrimento pensai di andare dai carabinieri. Mi ricordo che chiesi al piantone di chiamare il capitano. E da quel momento è cambiata la mia vita. Ma rifarei tutto da capo, nonostante tanti problemi e tante delusioni».

Lei come ha vissuto il silenzio della comunità e del sagrestano?

«Un grande dolore interiore. Il riscatto c’è stato dopo la fine del processo. Tutti siamo bravi a salire sul carro del vincitore. Quando serviva la mano nessuno si è fatto avanti e mi sarei sentito più forte. Io sono andato avanti per la mia strada, senza mai pentirmene. Molti parlano dei testimoni, ma molte persone fanno solo finta. Al momento di concretizzare non c’è questa forza».

In vita Don Peppe le ha mai manifestato le sue preoccupazioni, le sue paure?

«No, l’unico episodio si è registrato quindici giorni prima. Una sera don Peppe mi chiese un passaggio in macchina per raggiungere la sua abitazione, nonostante avesse utilizzato la sua bicicletta per raggiungere la parrocchia. Non riesco a capire, forse non mi voleva coinvolgere».

Qual è stato l’episodio scatenante che ha portato alla decisione del clan di eliminare un prete?

«Il processo è stato fatto con scrupolo, a parte le défaillance sul testimone che non viene riconosciuto. Don Peppe era un sacerdote impegnato in un rione particolare. Ci fu il fatto del funerale che lui non celebrò per la mancanza di nullaosta per farlo in chiesa. Questa fu la goccia…»

Un funerale legato al clan De Falco?

«Lo zio del Quadrano».          

Questo è il manifesto contro la camorra, firmato dai parroci della forania di Casal di Principe, Per Amore del mio Popolo, diffuso in tutte le chiese della zona aversana nel dicembre del 1991.

«Siamo preoccupati»Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”. La CamorraLa Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. Precise responsabilità politicheÈ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili. Impegno dei cristianiIl nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza. NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIOAppelloLe nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.»
Forania di Casal di Principe: Parrocchie di San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo, Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata, San Cipriano d’Aversa; Santa Croce, Casapesenna; M. S.S. Assunta, Villa Literno; M.S.S. Assunta, Villa di Briano; Santuario di M.SS. di Briano.

da WordNews.it

Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

INTERVISTA. Il 2 agosto 1980 scoppia la bomba fascista: 85 morti e 200 feriti. Dopo 40 anni la stazione di Bologna cambia nome. Abbiamo raccolto la testimonianza di un superstite, l’abruzzese Tonino Braccia: «Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

Una data indelebile, impressa nella storia d’Italia. Una tappa della “strategia della tensione”, il sottile fil rouge che attraversa il nostro Paese, da Portella della Ginestra (1° maggio 1947: 14 morti e 27 feriti) sino ai giorni nostri.

Queste storie non sono mai state affrontate. Non è mai stata fatta chiarezza. I problemi in questo Paese non sono mai stati risolti. Mai sono stati fatti i conti con la storia.

E in questa lunga storia piena di misteri, di bombe, di depistaggi, di ombre, di presenze grigie, di servizi segreti (inutile dire deviati), di fascisti, di istituzioni malate, di omicidi fatti passare per suicidi, di logge segrete, di Cosa nostra, di rappresentanti dell’Antistato, di fascisti di Ordine Nuovo, di “menti raffinatissime”, di massoneria, e chi ne ha più ne metta, rientra la strage compiuta dai fascisti il 2 agosto 1980. A Bologna.

Una bomba all’interno della stazione ferroviaria. Oggi quel luogo ha cambiato nome e riprende quella maledetta data.

Destabilizzare per stabilizzare, sostenevano. Per raggiungere i loro oscuri obiettivi non hanno mai guardato in faccia a nessuno.

È lo stesso fil rouge che lega la storia di questo Paese. Una Repubblica fondata sul sangue degli innocenti e degli onesti. “Faceva caldo quel giorno”, ripete Tonino, uno dei sopravvissuti (nella foto, in basso). che ha visto la morte in faccia, quel giorno. A Bologna. La sua frase ci riporta ad un altro episodio.

All’omicidio di Stato dell’anarchico e partigiano Giuseppe Pinelli. Buttato giù (“malore attivo” dicono le carte) dalla finestra della locale questura. A Milano.

Il “colpevole” di comodo, scelto dalle “menti raffinatissime”, per (tentare di) coprire un’altra strage. Quella di Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 (17 morti, 88 feriti). Altro sangue innocente. Un’altra strage fascista: una squadra ben affiatata, composta da Ordine Nuovo, servizi segreti, apparati dello Stato, intelligence Usa.

E dopo quarant’anni, dall’indagine della Procura di Bologna, emergono le responsabilità della Loggia P2, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), di pezzi dello Stato, di D’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e di altri squallidi soggetti. «La scelta di intitolare la stazione di Bologna utilizzando la data della strage si fa sentire. I giovani si domanderanno il perché, sapranno che vuol dire “2 agosto”. È molto importante».

In lei che effetto provoca?

«È molto sentita per me. È una cosa molto forte»

Alle 10:25 di quel maledetto 2 agosto del 1980 lei era lì, a pochi metri dalla bomba. Cosa ricorda di quei momenti?

«Avevo 19 anni, sono arrivato a Bologna il 27 giugno di quell’anno dalla scuola di Polizia di Vicenza, lo stesso giorno della strage di Ustica. Ho iniziato a fare servizio al reparto mobile come effettivo. Quel giorno mi dovevo recare a Roma, al matrimonio di mia cugina. Quella mattina non sapevo neanche se partivo, il comandante non mi aveva dato la licenza perché portavo i capelli lunghi. Ho ricevuto il permesso la mattina stessa.

E arriva alla stazione.

«Stavo aspettando sotto la pensilina. Siccome era presto ed aspettavo l’espresso che doveva arrivare sul terzo binario intorno alle 10:45 e, siccome faceva caldo, un caldo pazzesco, afoso, mi sono spostato all’ingresso della sala d’aspetto. Il tempo di entrare in sala, di appoggiarmi al vetro della porta e non ho sentito più niente. Una frazione di secondo e la bomba è scoppiata. Non ho sentito il botto, non ho sentito nulla».

E cosa ricorda?

«Mi sono ritrovato sotto ad un treno. Sentivo strillare, ma non riuscivo a vedere. Non si aprivano gli occhi. Mi schizzava dell’acqua in faccia, sicuramente l’acqua del treno, che mi ha fatto riprendere conoscenza. Ho cercato di aprire gli occhi, ma vedevo solo polvere. Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Per quanto tempo è rimasto sotto a quel treno?

«Non lo so, non mi sono reso conto, forse quindici minuti. La cartella clinica parla di 10:45. Ho ripreso a vedere, ho visto due persone che si sono abbassate e io ho fatto cenno con la mano destra e poi non li ho visti più. Cercavo di muovermi, ma ero come paralizzato. Con la mano destra ho cercato di prendere il braccio sinistro spezzato e me lo sono messo sotto la pancia. Era quasi tranciato di netto. Mi usciva il sangue da tutte le parti, avevo un occhio fuori. Ricordo i detriti in bocca, non riuscivo a respirare, a parlare. Strillavo per la disperazione. Poi ho sentito due persone che mi hanno preso e mi hanno riportato dall’altro lato, fino all’esterno della stazione. Mi hanno preso quasi subito, mi hanno messo su un’ambulanza gialla, mi hanno fatto tante domande. Ero nudo, non avevo nulla addosso, solo le mutande. Ho risposto alle domande che mi facevano e mi sono addormentato. E mi sono risvegliato il 16 agosto, in rianimazione».

E di quel giorno cosa ricorda?

«Non sapevo ancora niente. Mi sono svegliato e avevo il ghiaccio addosso. Poi ho ricostruito, ho ricordato».

Dopo la bomba, per Lei, è iniziato il calvario. Quanti interventi ha subito?

«Sui venticinque interventi, ho avuto la frattura della mandibola destra, l’orecchio staccato, ho perso l’occhio destro. La frattura dell’omero, l’asportazione del dito della mano sinistra. Poi la lesione del tendine radiale, non ho il nervo estensore. Ho avuto una ferita penetrante nell’addome, emorragia interna, frattura di anca e femore destro. Poi la bocca bloccata per un paio di mesi e poi tutte le cicatrici, le bruciature di secondo e terzo grado. Le cure sono durate per un paio di anni, poi ho subìto altri interventi all’occhio destro»

Tutto questo per una strage commessa, secondo la storia e le sentenze, dai neofascisti. Lei che ha seguito le fasi del processo che idea si è fatto?

«L’idea me la sono fatta dall’inizio. Una strage di Stato, come Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus. Metto tutto insieme, perché sono le stesse cose».

Molti protagonisti di questa strategia della tensione non ci sono più.

«Una strategia della tensione che ha distrutto il Paese. Ma chi ha pagato?»

Agli inizi di gennaio la Corte d’Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo per Gilberto Cavallini, ex terrorista Nar (Nuclei armati rivoluzionari). Lei lo ha incrociato diverse volte durante i processi. Cosa le ha trasmesso questo personaggio?

«Una rabbia pazzesca. Ho partecipato a poche udienze a Bologna, non riuscivo ad andare. Il nostro presidente dell’associazione, Paolo Bolognesi, ci ha detto di stare calmi…».

Perché ha deciso di non seguire più i processi?

«Vedevo la gente che sghignazzava. Vedevo la mamma e Fioravanti che si mandavano i bacini durante i processi, nel 1983. Ridevano, ci prendevano in giro a noi, agli avvocati. Sembrava tutta una storiella e questa cosa mi dava molto fastidio. E questi atteggiamenti venivano permessi dai giudici dell’epoca. Ricordo il generale Musumeci, poi Belmonte con una cartellina sotto il braccio. Ho visto delle cose assurde. Ricordo Stefano Delle Chiaie che prendeva in giro tutti. Perciò non me la sono più sentita di andare ai processi. Mi dava disgusto. Poi c’erano molte persone strane, che venivano da Roma e da Milano. Si spacciavano per giornalisti, per amici».

Chi erano queste persone strane, secondo lei?

«Erano fascisti, erano persone che facevano parte dei servizi segreti».

Ma questa arroganza da parte di questi soggetti come la possiamo spiegare? Si sentivano protetti da qualcuno o da qualcosa?

«Sì, sicuramente. Sembravano persone che sapevano cosa fare. Erano tranquilli, sapevano che la passavano liscia. Persone con ergastoli sulle spalle che stanno fuori. Come è possibile? Chi ha pagato per loro? Io sono distrutto nella vita e nell’anima. Non ho avuto una gioventù, non ho potuto fare il padre, non ho potuto fare il marito. La mia giovinezza è finita il 2 agosto del 1980. La mia vita si è fermata quel giorno».

Agli inizi di febbraio del 2020 la Procura generale di Bologna ha chiuso le indagini sui mandanti. La strage, secondo l’ipotesi dei giudici, è stata organizzata e finanziata dalla P2 di Gelli e dal prefetto D’Amato. Bellini viene inserito tra gli esecutori e per depistaggio viene indicato un generale del Sisde. Pezzi dello Stato e pezzi di un Potere occulto.  

«Sono stato servitore dello Stato, mi rammarica molto. Essere abbattuti da queste persone è inaccettabile. Non faccio di tutta un’erba un fascio, ma essere attaccati da un prefetto è una storia vergognosa. Fa male».

Oggi è cambiato qualcosa? Gli errori sono stati compresi? O si possono ripetere?

«Si possono ripetere».

Quando parliamo della loggia P2 dobbiamo sottolineare che un ex presidente del consiglio era parte integrante di quella loggia.

«Il nostro Paese è stato governato dalla mafia, Andreotti, Dell’Utri. La storia si può ripetere, questi vogliono governare per forza. E ancora oggi abbiamo esempi di personaggi che hanno dietro le solite persone».  

Il “Santo” Laico. Emanuele Piazza, 30anni dopo: dove sono i mandanti?

INTERVISTA ALL’AVVOCATO ANDREA PIAZZA, fratello di Emanuele, collaboratore esterno del SISDE, ammazzato nel marzo del 1990. Gli esecutori materiali sono stati arrestati e condannati. Ma chi manca all’appello? Quali sono le «menti raffinatissime» che hanno progettato l’omicidio? I depistaggi di Stato hanno nascosto la verità sull’omicidio del giovane poliziotto.

Emanuele Piazza, 30anni dopo: dove sono i mandanti?

Nel marzo del 1990, in Sicilia, scompare un giovane poliziotto. Era il collega di Nino Agostino, ammazzato insieme a sua moglie, il 5 agosto del 1989, da Cosa nostra (ma non solo). Entrambi sono legati alla vicenda dell’Addaura (21 giugno del 1989), la località marittima dove Giovanni Falcone passava le sue poche ore di relax. Dove si registrò il famoso tentativo (fallito), organizzato dalle «menti raffinatissime», per eliminare il magistrato. Offeso e dileggiato in vita e diventato “eroe” dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992). «Sventurato il paese che ha bisogno di eroi» diceva il poeta Bertolt Brecht. In questo strano Paese, con la memoria corta, non abbiamo più bisogno di eroi. Ma di persone oneste. Ammazzate da entità sconosciute. Alcuni ricordati e commemorati solo dopo la morte. E in vita? Perché non siamo stati attenti quando queste persone erano vive? «Si diventa credibili solo dopo la morte» diceva amaramente Falcone. Ed aveva capito tutto.

Emanuele Piazza collaborava con il Sisde, il servizio (segreto) per le informazioni e la sicurezza democratica (coinvolto in diversi e gravi scandali). Emanuele arrestava i latitanti. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. E per ricordare l’ennesima vittima di mafia abbiamo deciso di raccogliere il pensiero del fratello di Emanuele, l’avvocato Andrea Piazza (nella foto in basso), impegnato in questi anni a portare nelle scuole la sua testimonianza. Oltre all’Associazione che porta il nome di Emanuele è attivo, insieme a Carmine Mancuso (figlio di Lenin, maresciallo della polizia, assegnato alla scorta del giudice Cesare Terranova, uccisi entrambi da Cosa nostra il 25 settembre del 1979 a Palermo), nell’Associazione “Memoria dei caduti nella lotta contro la mafia”, dove ricopre il ruolo di segretario. «La finalità è quella di cercare di avere un ricordo uniforme. Abbiamo fatto, come associazione, anche una proposta per un regolamento commemorativo. Soprattutto per evitare che ci siano vittime di serie a, di serie b e di serie c».

Soffermiamoci sulla figura di suo fratello Emanuele. Sono passati trent’anni dal suo omicidio.

«Emanuele è scomparso a 29 anni e ne sono passati 30 da quel giorno. Questa è una giornata con una valenza simbolica particolare. Gli esecutori materiali sono stati tutti condannati, circa nove soggetti. Tra cui due collaboratori di giustizia: Ferrante e Onorato. È stata certificata, a distanza di mesi, la sua appartenenza, come collaboratore esterno, al Sisde. In prima battuta il Sisde ha sempre negato, poi su input di Falcone, hanno ammesso la collaborazione. Le indagini nella prima fase sono state assolutamente inutili. C’era La Barbera (capo della squadra mobile di Palermonda), quello che ha creato il depistaggio sulla strage di via D’Amelio con il falso collaboratore di giustizia Scarantino, che nella fase iniziale avrebbe potuto benissimo avere elementi per arrivare alla verità».

Invece?

«C’è stata la volontà di non fare le indagini. Anche la notizia sulla stampa è passata dopo tanti mesi. Emanuele scompare a marzo e la pubblicazione arriva a settembre, dopo sei mesi, con l’articolo di Francesco Viviano di Repubblica. Questi sei mesi sono serviti non per fare le indagini ma per confondere le acque. Poi c’era la documentazione che poteva portare a Francesco Onorato, il collaboratore di giustizia che ha partecipato materialmente all’omicidio di Emanuele. Onorato non è mai stato chiamato, nonostante fosse un soggetto già con precedenti penali. C’è stata la volontà di non fare nulla. Così anche la circostanza, nonostante fosse stata disposta da Falcone perché era lui che portava avanti le indagini, di sentire i funzionari di polizia che avevano avuto rapporti con Emanuele. Anziché essere ascoltati accuratamente presentarono una relazione di servizio e, processualmente, si accertò che erano state tra di loro concordate. C’è stata solo un’attività finalizzata a screditare. In quel periodo Emanuele aveva fatto arrestare un latitante, un certo Sammarco, e fece scoprire un deposito di armi. Tutte queste cose non sono mai emerse dalla prima indagine. Nella fase iniziale la vicenda di Emanuele è stata destinata al nulla. In tutte queste vicende nostrane restano sempre oscuri i mandanti. Oltre ai due collaboratori c’era pure l’uomo di Salvatore Riina, Salvatore Biondino, che ha preso trent’anni. Come sulle stragi del ’92, dove Cosa nostra c’entra marginalmente, tutto si basa sempre sul discorso del movente, peraltro ci sono pure i depistaggi di Stato. Se fosse una questione solo di mafia non ci sarebbe il depistaggio. Queste vicende sono di caratura internazionale. C’è una schematicità che si ripete in ordine a questi eventi. Si crea un colpevole apparente per nascondere tutto il resto. In questo mi allineo totalmente al pensiero della famiglia Borsellino. Inquadro la vicenda in un quadro internazionale, con dinamiche di grossi flussi di interessi.»

C’è una data importante da ricordare: 21 giugno 1989. Quel giorno viene sventato all’Addaura un attentato contro il giudice Falcone.

«Se Emanuele ha potuto o meno essere utile per evitare la strage? Non ho elementi validi per affermarlo. Aveva una sua carriera in polizia, che poi lasciò di colpo. Aveva preso parte al gruppo sportivo di lotta libera, poi aveva fatto la scorta a Pertini e poi era finito alla Criminalpol con De Gennaro, di cui aveva un’idea assolutamente negativa. Secondo gli esecutori materiali è stato ucciso perché era alla ricerca di latitanti».

Ma questa motivazione, la ricerca di latitanti, cozza con il depistaggio. Perché depistare?

«I mafiosi sono stati impiegati come subappaltatori, come esecutori apparenti».

Suo fratello cominciò ad indagare sulla morte del collega Agostino, ucciso qualche mese prima.

«C’è stata una riunione, dove risulta che lui ha dato degli indizi sull’omicidio».

C’è una frase riferita da suo fratello Emanuele all’altro suo fratello Gianmarco: «In quell’attentato (Addaura,nda) c’entra la polizia».

«Abbiamo due visioni completamente diverse. Quando passano gli anni si possono fondere i pensieri con qualcosa che si ricordava».

Quindi non è d’accordo su questa affermazione?

«Tutto può essere, in un’ottica di dinamiche di caratura internazionale».

Dove è stato ucciso Emanuele?

«A Capaci, poco distante dal luogo della strage, nei pressi della torretta dove erano presenti i rappresentanti di Cosa nostra».

Tra gli esecutori materiali c’è un certo Troia Erasmo, assolto in Cassazione per un vizio procedurale nel procedimento di estradizione dal Canada. Che fine ha fatto questo soggetto?

«Fu arrestato in Canada, quando fu emesso il decreto di estradizione gli fu contestato un omicidio e dimenticarono di contestare l’omicidio di Emanuele Piazza. È stato fin dall’inizio presente al processo, è stato condannato in primo grado e in appello. Poi in Cassazione, per questo vizio procedurale, è stato assolto. Oggi dovrebbe essere a piede libero».

Gli esecutori materiali sono stati arrestati e condannati. Per i mandanti, secondo lei, dobbiamo aspettare ancora molto?

«Non c’è più niente da fare. Il sistema non è idoneo, non è pronto per arrivare ad un livello superiore. Noi viviamo di verità apparente, legata alla semplicità dei fatti. In tutti gli omicidi eccellenti i mandanti restano sempre oscuri. In tante occasioni la Sicilia è stata utilizzata per eliminare personaggi scomodi. Nella relazione di minoranza sulla mafia, della Commissione Antimafia del ’76, è evidente che quando c’è stato lo sbarco degli americani ci si è avvalsi del gangsterismo italo-americano, una forma di legame profondo. Considero la mafia un unicum, uno Stato nello Stato. I depistaggi di Stato ci sono solo nelle vicende di mafia. La mafia è dentro il sistema».

Come è cambiata la sua vita dopo la morte di suo fratello?

«Sono vicende che si ripercuotono su tutte le persone vicine alla vittima, che possono cambiare anche la prospettiva di vita. La mia visione delle Istituzioni è ancora più negativa: dovrebbero essere da esempio invece, spesso, accade che, attraverso gli uomini che le rappresentano, sono ancora peggio».  

Ci mancava solo Bertolaso

Ci mancava solo Bertolaso

«Sono felice che Guido Bertolaso possa dare una mano alla regione Lombardia e che possa essere di questa partita».

Angelo Borrelli, Ansa, 15 marzo 2020

“Guido Bertolaso consulente del presidente Fontana per combattere contro il virus in Lombardia”.

Il Tempo, 14 marzo 2020

«Come potevo non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?»

Guido Bertolaso, Adnkronos, 14 marzo 2020

«Bertolaso persona giusta».

Silvio Berlusconi dall’esilio in Provenza, Adnkronos, 14 marzo 2020

«Guido #Bertolaso in campo contro il #coronavirus in #Lombardia è una buona notizia. Avrà tutta la collaborazione. La situazione è difficilissima. Scarseggiano gli strumenti di terapia, i dispositivi di protezione individuale, i medici e gli infermieri. Serve l’aiuto di tutti».

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, twitter, 14 marzo 2020 

«Il governatore della Lombardia Fontana ha nominato Guido Bertolaso come consulente per l’allestimento del nuovo ospedale temporaneo alla Fiera di Milano. Scelta eccellente».

Matteo Salvini, twitter, 14 marzo 2020

“Ponte Morandi? Quando attraversavo quel ponte, se ovviamente il traffico me lo permetteva, violavo tutti i limiti di velocità e ci passavo il più velocemente possibile”

Guido Bertolaso, 16 agosto 2018

«A L’Aquila ho fatto cose straordinarie. Si vedono ancora i benefici».

Guido Bertolaso, 19 gennaio 2017

«Non si può candidare questo co…ne».

Alessandra Mussolini parla di Guido Bertolaso, candidato sindaco di Roma,

26 febbraio 2016

«Bertolaso sindaco? Qui ha fatto solo danni».

Lettera rivolta ai cittadini romani, Comitato 3e32/CaseMatte, Studenti Indipendenti, Unione degli Studenti, Legambiente L’Aquila, Asilo Occupato,

Adnkronos, 22 febbraio 2016

«Ci uniamo all’indignazione espressa dai comitati Aquilani dopo il vergognoso paragone prodotto in campagna elettorale dal Sig. Bertolaso il quale definiva Roma come una “città terremotata”, richiamando in maniera inequivocabile i fatti legati al terremoto dell’Aquila».

Capoluogo d’Abruzzo, 26 febbraio 2016

«L’eruzione del Vesuvio? Non sarebbe una grande disgrazia».

Guido Bertolaso, 15 ottobre 2010 
 

«La commissione Grandi Rischi? Un’operazione mediatica. Vogliamo tranquillizzare la gente».

Guido Bertolaso, 30 marzo 2009

«In dieci giorni risolvo tutto».

Guido Bertolaso, commissario straordinario per i rifiuti in Campania,

22 maggio 2007

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: