Mese: aprile 2011

Gheorghe RADU

1° maggio 2011 – Commemorazione di Gheorghe RADU

Gheorghe RADU

Gheorghe RADU

“Gheorghe Radu, morto di lavoro in Molise”

Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino.

Per non dimenticare…

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

(Art. 1 Costituzione Italiana)

1° maggio 2011

Festa del Lavoro

Campomarino – c.da Nuova Cliternia

Iniziativa Pubblica

“Primo Maggio, legalita’ e Diritto al Lavoro”

Programma

Ore 11:00 Campomarinoc.da Nuova Cliternia

Omaggio a Gheorghe Radu

Deposizione di una Corona di fiori e commemorazione religiosa con la presenza di Maria, moglie di Gheorghe e sua figlia Valentina.

Ore 12:00 Campomarino – Piazza di Nuova Cliternia

Dibattito Pubblico sul tema “Primo Maggio, Legalità e Diritto al Lavoro”



Nicola TRANFAGLIA

L’ITALIA SI E’ FERMATA IN MOLISE di Nicola Tranfaglia, l’Unità 16marzo2010

 

 

 

Nicola TRANFAGLIA

Nicola TRANFAGLIA

 

 

 

di Nicola Tranfaglia – nicolatranfaglia.com

da l’Unità (16 marzo 2010)

C’è qualcuno in Italia che sa cosa sta succedendo da molti anni nel Molise? E’ la più piccola regione italiana (o almeno quella che ha meno abitanti, 320mila, secondo le ultime stime) governata dal presidente Michele Jorio del Popolo della Libertà, vicino a Berlusconi.

Andrà alle urne soltanto tra un anno. Ma l’opposizione composta dal partito democratico, dall’Italia dei Valori e da Sinistra e libertà, è debole, per non dire in buona parte inefficace e inefficiente.

Nello stesso tempo il regno del Molise, come lo chiama a ragione Vinicio D’Ambrosio, autore del bestseller locale uscito l’anno scorso ormai alla quarta edizione (Il Chiostro, pag. 510, euro 18) ha una serie di primati impressionanti: per esempio c’è il numero più alto a livello nazionale di dipendenti della regione: 2,79 ogni mille abitanti contro l’0,39 in Lombardia, l’0,59 del Veneto, l’0,64 del Lazio e dell’Emilia Romagna. Cioè regioni amministrate dal centro-destra e dal centro-sinistra. L’organico molisano prevede 981 dipendenti. Oltre 300 sono responsabili di ufficio. Spropositato il numero dei dirigenti: un centinaio più sei direttori generali. La Lombardia impiega tre dirigenti, ogni 100 mila abitanti, il Molise 27.

Tutto questo determina un costo di funzionamento di 171 euro l’anno per abitante, il doppio quasi dei 93 euro registrati nella media delle regioni a statuto ordinario e complessivamente 55 milioni di euro iscritti a bilancio che, dice un consigliere del Partito Democratico Michele Petraroia (8 agosto 2007), “non contemplano le decine di collaboratori che, senza alcuna procedura trasparente, entrano ed escono dai libri paga della Regione come fosse un Grand Hotel”.

Secondo un’indagine del Sole 24 ore nel Molise il 30,3 per cento dei tributi finisce in stipendi al personale.Una percentuale stratosferica, se si pensa che in Lombardia la quota è del 2,1 per cento. La media nazionale è del 10,4 per cento.

Potremmo continuare per molte pagine, segnalando le due sedi regionali (del Molise) che Jorio ha creato a Roma quando le altre regioni, anche le più grandi e lontane, ne hanno ovviamente una sola. Ci sono altre mille peculiarità del gigantesco regno creato dal presidente che è in grado di controllare la televisione locale e tutti i quotidiani regionali, in modo da non lasciare all’opposizione nessuno strumento di comunicazione, se si esclude una coraggiosa rivista mensile che si chiama Il Ponte diretta da Paolo De Chiara.

Ma vale la pena, piuttosto, spiegare ai lettori come Jorio, che è già stato per dieci anni sindaco di Isernia e che è una presenza costante da quasi vent’anni nella politica molisana, ha ottenuto il grande consenso di cui oggi, a un anno dalle prossime elezioni regionali, continua (forse) ad avere. D’Ambrosio, autore de Il regno del Molise lo ha spiegato, ricorrendo al bel libro Il costo della democrazia scritto da Massimo Villone e Cesare Salvi e pubblicato da Mondadori nel 2005: “Supponiamo che io sia uno eletto a funzione di governo, un sindaco, un presidente di provincia o un governatore, ho avuto una campagna elettorale complicata, difficile e costosa, ho avuto i miei ambienti di riferimento, amici, sostenitori, squadre di volontari e imprenditori vicini a me.

Adesso si aspettano che io dia delle risposte, niente di illecito, beninteso, ma c’è l’imprenditore che vuole il sostegno all’impresa, l’associazione di volontari che vuole l’affidamento del servizio sociale, (…), allora io che faccio, mi rivolgo al dirigente messo là da una giunta precedente, persona per bene, rigorosa, onesta, pignolo, spacca il capello in quattro, osserva le regole, dice che la Pubblica Amministrazione non deve fare nessun favoritismo, dirigente come tutti i cittadini vorrebbero naturalmente, però per me è un problema.

Che cosa posso fare? Lascio lì il dirigente, però riorganizzo l’amministrazione. Prendo pezzi dagli uffici, li sposto, faccio un altro dipartimento, un’altra area. Le cose che mi interessano le metto da un’altra parte quindi il dirigente sta là ma non si occupa più delle cose mie. A capo di questa nuova struttura metto un nuovo dirigente, un esterno assunto a contratto, naturalmente un amico mio. Nei procedimenti che mi interessano, che producono gli atti che mi interessano metto un comitato di esperti. Naturalmente nel comitato di esperti lì sono tutti amici miei.

Posso fare ancora un’altra cosa: prendo un pezzo di attività che mi interessa, lo esternalizzo per così dire. Lo metto in una società a partecipazione pubblico-privato, in una Spa nella quale io partecipo come ente. Mi nomino il presidente, mi nomino i consiglieri di amministrazione, in tutto o in parte, revisori, sindaci e quindi sempre amici miei, beninteso, gente di cui mi fido, e come effetto collaterale se devono svolgere questa attività magari faccio assumere quei 30/40 giovanotti che mi hanno dato una mano ad attaccare i manifesti in campagna elettorale.

In tutto questo non c’è nessun illecito, diciamo. Io non firmo una carta, non tocco nessuno, non ci sono tangenti, non ci sono mazzette, si orienta l’amministrazione verso un risultato che è quello della produzione del consenso.”

La truffa è perfetta, come è perfetto il connubio politica-affari. Si violano leggi e costituzione nei loro articoli fondamentali, si crea un regno con poteri quasi assoluti e si ammazza l’opposizione, se non c’è subito nella società e nei partiti una grande riscossa democratica.

L’Unità – 16 marzo 2010

http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

Tratto da:

L’Unità.it
http://www.unita.it/news/nicola_tranfaglia/96256/litalia_si_fermata_in_molise
NicolaTranfaglia.com
http://www.nicolatranfaglia.com/blog/2010/03/16/litalia-si-e-fermata-in-molise
Antimafiaduemila.com
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/26276/78/

Giuseppe Lumia

INFILTRAZIONI MAFIOSE, IL MOLISE TACE!

 

Giuseppe Lumia

Giuseppe Lumia

Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”.

“E’ un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”.

“Adesso ci si straccia le vesti, si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui pertrafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”.

“Non si è fatto quel lavoro a setaccio, a maglia stretta. […]. Le classi dirigenti della politica della vostra Regione non solo non hanno fatto prevenzione, non solo non hanno strutturato norme, regole e comportamenti per colpire le prime infiltrazioni mafiose. Ma, addirittura, si è dato il cattivo esempio. Si è utilizzata la Regione, le risorse pubbliche con quei criteri da rapina che hanno fatto della politica il luogo dove esercitare un dominio privato. Dove trasformare il cittadino in suddito. Dove annullare il ruolo della maggioranza e dell’opposizione. Dove fare della sanità un grande mercimonio, piuttosto che la tutela e la promozione del diritto alla salute”.

Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”.

Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male”.

“Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”.

(On. Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009)

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Casal di Principe 19marzo2009

CARTA CANTA – Le Mafie in Molise

Casal di Principe 19marzo2009

Casal di Principe 19marzo2009

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. Quale peso possono avere, per caratterizzare la società locale, alcuni colloqui in carcere tra ospiti di lunga durata, tutti nati e vissuti altrove? In tutte le carceri questo avviene e, con maggiore frequenza, in quelle dove albergano mafiosi e camorristi. … Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”.
(Gianfranco Vitagliano, Assessore Regionale alla Programmazione, 13 luglio 2009)

“Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. E’ un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione. Sono rimasto attaccato a voi perché non riesco a rendermi conto di come l’Italia non conosca questa Regione per quello che è. E’ una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa. Il circuito negativo (cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica, n.d.r.) stronca la democrazia”.
(Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, 12 giugno 2009)

“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”… “Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male”… “Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”.
(On. Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009)

“Non credete che voi siete immuni da queste parti sol perché noi abbiamo la sede legale di questa holding criminale, che è il clan dei casalesi. Nessuno è escluso. Noi abbiamo i morti ammazzati. Da voi si intrecciano i percorsi affaristici”.
(Raffaele Sardo, giornalista e scrittore, Pietracatella, 5 dicembre 2009)

“La Tenenza di Mondragone ha dato esecuzione al provvedimento di sequestro di beni disposto dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Collegio per l’applicazione di misure di prevenzione – su proposta avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Napoli, in danno di un noto imprenditore casalese, D.G. (Diana Giuseppe, n.d.r.), operante nel settore della distribuzione del gas, nei cui confronti sono stati emessi nel tempo plurimi provvedimenti giurisdizionali (sentenze ed ordinanze applicative di misure cautelari coercitive). […]. Le regioni interessate all’esecuzione del provvedimento sono la Campania (provincia di Napoli, Salerno, Caserta, Avellino e Benevento), il Lazio (provincia di Roma, Latina e Frosinone), la Calabria (provincia di Cosenza ) ed il Molise (provincia di Isernia). […]. Il valore complessivo stimato dei beni sottoposti a sequestro ammonta a circa 40 milioni di euro”. (Comunicato Stampa, Comando Provinciale di Caserta della Guardia di Finanza, 13 dicembre 2009)

“In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”.
(Nicola Magrone, Procuratore della Repubblica – Tribunale di Larino, il Ponte, gennaio 2010)

Mafie in Molise, un argomento da affrontare

Casal di Principe 19marzo2009 In ricordo di don Peppe Diana

“Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“E’ un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”. In Molise, però, tutto tace. A nessuno interessa che in questa Regione ci siano questi criminali a svolgere i loro sporchi affari. Le classi dirigenti molisane non sono interessate a contrastare seriamente il fenomeno. Bisogna stare attenti anche alla forma da utilizzare per parlare di questi fatti. Si rischia la lesà maestà nei confronti della politica. E si rischia di essere accusati di definire mafiosi i molisani o di fare cattiva pubblicità. Le pesanti affermazioni del senatore Giuseppe Lumia (minacciato di morte da Cosa Nostra per il suo costante impegno antimafia) sono cadute nel vuoto. Nessuno ha voluto dare seguito alla grave situazione prospettata durante un incontro a Campobasso. Il silenzio, che serve a questi piccoli gangster per agire indisturbati, rende ancor più difficile l’azione contro le infiltrazioni criminali molisane. Questi piccoli uomini disonorevoli sono da molti anni in questa Regione. Trafficano, fanno affari, si arricchiscono. Le infiltrazioni già ci sono da diversi anni. Il problema ora è un altro. E’ mandarli via. Bonificare il territorio da questi delinquenti da quattro soldi. Eliminare il puzzo che segue i loro movimenti e le loro azioni. E solo un’opera comune può portare a questo risultato. Bisogna parlarne. Bisogna confrontarsi. La politica deve discutere seriamente di questi problemi. I cittadini devono essere consapevoli della gravità di questa situazione. Non si può affidare la lotta solo alle forze dell’ordine. Non funziona così. Il problema riguarda tutti, anche le future generazioni. Molto deve essere fatto per loro. Per il loro futuro. Lumia è stato chiaro: “adesso ci si straccia le vesti, si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”. Ma il Molise tace. Continua a rimanere in silenzio. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “non si è fatto quel lavoro a setaccio, a maglia stretta. […]. Le classi dirigenti della politica della vostra Regione non solo non hanno fatto prevenzione, non solo non hanno strutturato norme, regole e comportamenti per colpire le prime infiltrazioni mafiose. Ma, addirittura, si è dato il cattivo esempio. Si è utilizzata la Regione, le risorse pubbliche con quei criteri da rapina che hanno fatto della politica il luogo dove esercitare un dominio privato. Dove trasformare il cittadino in suddito. Dove annullare il ruolo della maggioranza e dell’opposizione. Dove fare della sanità un grande mercimonio, piuttosto che la tutela e la promozione del diritto alla salute”. Per anni il Molise ha fatto finta di non vedere. Dobbiamo aspettare il morto, come a Duisburg (in Germania), o è possibile affrontare questo problema con serietà? Loro, in attesa delle decisioni delle classi politiche, continuano ad operare in silenzio. Molisani, sveglia.


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SETTIMANALE MOLISANO “IL VOLANTINO”, 8 agosto 2009

Giuseppe Lumia

Lumia: “Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere”

Giuseppe Lumia

Giuseppe Lumia

“Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male”

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”. Secondo Giuseppe Lumia, senatore e membro della commissione Antimafia: “Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male”. Il senatore Lumia, che vive sotto scorta perché minacciato di morte dalla mafia, è intervenuto a Campobasso in un incontro pubblico organizzato da Libera Molise e dall’Associazione Culturale “G. Tedeschi”. All’incontro era presente il coordinatore dell’associazione di Don Ciotti, il professore Franco Novelli, insieme al consigliere regionale, ex segretario della Cgil Molise, Michele Petraroia. Giuseppe Lumia si è soffermato molto sulla questione della presenza delle mafie in Molise. “Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Le classi dirigenti di questa Regione non hanno fatto il proprio dovere”. Ma qual’è, secondo l’ex presidente della commissione Antimafia, il primo grande dovere contro le mafie? “Fare prevenzione. Conoscere le mafie e impedire che possano radicarsi. E’ mancato un lavoro di prevenzione, è mancato un lavoro di denuncia, è mancato un lavoro di costruzione di percorsi integrati di educazione e di crescita della cultura della legalità Tali limiti hanno indebolito il tessuto sociale, economico ed Istituzionale della vostra realtà territoriale. E le mafie annusano, sentono da lontano dove si creano quegli spazi, quelle “opportunità” per la loro presenza. Nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Il senatore siciliano Lumia mette anche in evidenza il ruolo del clan dei casalesi, già da molti anni “impegnato” con i suoi sporchi affari in Molise. “Adesso ci si straccia le vesti, si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”. Per l’attuale componente della commissione Antimafia la questione della presenza delle mafie in Molise: “è un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classe dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio. Di amarlo. Segnali in questi anni ce ne sono stati. Nell’Operazione “Piedi d’Argilla”, anche allora, quante vesti si stracciarono. Quanta indignazione per chi diceva attenzione, capiamo quello che sta avvenendo, denunciamo, preveniamo, riorganizziamo una dinamica pubblica diversa da quella che già allora cominciava a strutturarsi. Che era quella, appunto, del clientelismo sfrenato, dell’uso distorto delle risorse pubbliche, della confusione, del tentativo di infiltrare gli apparati, anche investigativi. Si perse una grande occasione, una grande opportunità. Un’altra operazione nel 2007. Quando la lezione non è ben digerita, ecco che ancora una volta appalti e smaltimento dei rifiuti. Poi ancora procedimento “Operazione Mosca”. Quando da San Giuseppe Vesuviano sono arrivati, già allora, dei clan vicini a Fabio Ciro, che è stato uno degli epiloghi dell’organizzazione della mafia dei casalesi. Raccolta e trasformazioni dei metalli ad Isernia. E qui la cosa è stata gravissima, perché si sono infiltrati proprio nelle industrie che facevano questo lavoro, con le discariche abusive. E ancora un procedimento, quello per ignoti. Addirittura il rinvenimento di 300 mila tonnellate di rifiuti in una cava a confine tra Campania e Molise. Anche qui segnali ben precisi. Quando l’autorità giudiziaria se ne occupa i fatti già si sono consumati. E, quindi, se non apri gli occhi di fronte a questi fatti consumati e così manifesti le responsabilità sono ancor più gravi. Sono responsabilità non tollerabili. Di portata devastante”. Cosa dovevano fare le classi dirigenti molisane? “Le classi dirigenti dovevano prevenire. Non l’hanno fatto. Le presenze ci sono già state nel passato e non hanno organizzato un controllo di legalità all’altezza di una difesa che bisognava fare nei vostri territori. Gli appalti sono stati controllati cantiere per cantiere? Si sono fatti i protocolli di legalità, quelli di nuova generazione? Si sono controllati a monte le imprese? Si sono visti chi forniva il cemento, il materiale? Chi faceva l’intermediazione? Si è strutturato un sistema di controllo a rete? Si è evitato quel mercimonio che porta alla moderna schiavitù, che è l’organizzazione del lavoro nero? Si sono accesi i riflettori sul riciclaggio, sugli investimenti? Non si sono fatti. Non mi risulta. Non li conosco. Si è sollecitata un’azione di prevenzione tecnica, quella che fa la cosiddetta misura di prevenzione patrimoniale, per sequestrare i beni alle organizzazioni mafiose che mettono piede nella vostra Regione? Non mi risulta. Tranne qualche piccola cosa, non si è fatto quel lavoro a setaccio, a maglia stretta. Non penso che si sia fatto quel discorso di crescita della cultura della legalità. In cui il cittadino conosce bene quali sono i propri diritti e i propri doveri. Le classi dirigenti della politica della vostra Regione non solo non hanno fatto prevenzione, non solo non hanno strutturato norme, regole e comportamenti per colpire le prime infiltrazioni mafiose. Ma, addirittura, si è dato il cattivo esempio. Si è utilizzata la Regione, le risorse pubbliche con quei criteri da rapina che hanno fatto della politica il luogo dove esercitare un dominio privato. Dove trasformare il cittadino in suddito. Dove annullare il ruolo della maggioranza e dell’opposizione. Dove fare della sanità un grande mercimonio, piuttosto che la tutela e la promozione del diritto alla salute. Dove utilizzare le risorse del terremoto per scatenare appetiti e clientele. Dove fare delle assunzioni clientelari, a partire dalla Regione, un metodo per conquistare il consenso, piuttosto che mettersi al servizio, in modo efficiente, per i bisogni dei cittadini e delle imprese. Gli esempi potrebbero continuare”. Senza dimenticare le responsabilità “delle classi dirigenti”, cominciamo tutti a guardarci allo specchio, per chiederci: “noi questa cosa che puzza di morte (e non solo), che umilia, che distrugge e che spezza i sogni e le speranze nostre e dei nostri figli, la vogliamo?”. Riassaporiamo tutti insieme “la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”, come amava dire il giudice Paolo Borsellino, ammazzato da questi uomini per il suo costante e leale impegno. Onoriamo la memoria anche con i fatti.

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“Il Volantino”, 25 luglio 2009

DE MAGISTRIS e le INTERCETTAZIONI

 

Luigi de Magistris e Paolo De Chiara

“Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com) 

Il popolo c’è. E quando il popolo è presente c’è motivo per essere ottimisti. E se il popolo si mette in movimento lo siamo ancora di più tutti quanti”. In questo modo è intervenuto, qualche giorno fa ad Isernia, l’ex magistrato di Catanzaro, oggi europarlamentare, Luigi de Magistris. Toccando con mano lo sconforto (per l’attuale situazione del nostro Paese e del nostro piccolo, ma sfortunato, Molise) delle tante persone intervenute alla presentazione del suo libro Assalto al Pm (Chiarelettere, 14,00 euro). Insieme all’ex componente della commissione antimafia Lorenzo Diana e al direttore di Altromolise.it Antonio Sorbo. Nel corso dell’incontro non poteva mancare il riferimento all’ex collega, già governatore forzista della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, indagato proprio da de Magistris per associazione per delinquere nella famosa inchiesta Poseidone. In un’intercettazione telefonica, registrata il 16 novembre 2005 con la sua segretaria, l’ex presidente parla in questi termini del suo collega: “Questa gliela facciamo pagare… lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana… saprà con chi ha a che fare… c’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… siamo così tanti ad avere subìto l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!… Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…”.

L’intera intercettazione è contenuta nel libro, impreziosito dalla prefazione del giornalista Marco Travaglio e dalla postfazione del magistrato antimafia Antonio Ingroia. L’autore di quella “profonda” conversazione è stato messo sotto inchiesta anche dai magistrati di Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. “Chiaravalloti nonostante sia o sia stato indagato, non sto seguendo più di tanto le vicende giudiziarie, per fatti gravissimi e oltre ad essere l’autore delle minacce, attualmente è vice-presidente dell’Autorità nazionale per la privacy. Il motivo fondante della legge per le intercettazioni. Ci sarebbe già questo per non discutere su questa legge”. Per de Magistris la profezia di Chiaravalloti si è avverata: “Non mi avvalgo del legittimo impedimento. Ancora oggi, a distanza di anni, complessivamente, sono stati aperti sulla mia vicenda cento procedimenti. Nel momento apicale di Mani Pulite, mi hanno raccontato i colleghi, al massimo hanno potuto raggiungere i trenta-quaranta procedimenti penali a testa. Dobbiamo aggiungere i procedimenti disciplinari. Sono stato messo sotto procedimento disciplinare perché avevo osato dire la verità, accertata dalla Procura di Salerno. Che alcuni magistrati in Calabria sono collusi. Se non lo dice un cittadino che è stato magistrato e che ha visto con i propri occhi, con le proprie mani, con la propria testa e con il proprio cuore la collusione dei magistrati ma chi lo deve dire. Non ci si pone il problema di andare a vedere se è vero. Il fatto solo che abbia osato dire che alcuni magistrati sono collusi, cioè esattamente la verità, perché se la ‘ndrangheta, che conosco meglio per ragioni professionali, non viene sconfitta è per le sue collusioni con la politica, con le Istituzioni, con pezzi della magistratura, con pezzi delle forze dell’ordine, con pezzi dei servizi e con pezzi delle burocrazie. Poi ci sono i procedimenti civili. Ho una causa dove Mastella mi ha chiesto cinque milioni di euro. La profezia di Chiaravalloti si è avverata”.

Ma perché de Magistris ha scritto Assalto al Pm. Storia di un cattivo magistrato? “Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”. In questo momento particolare, dove “i deviati sono diventati normali e i normali sono diventati deviati”, è in pericolo, per la legge sulle intercettazioni, l’intero sistema democratico del Paese. “Questa è una legge che ha un obiettivo molto semplice. È fatta per favorire la criminalità, e soprattutto, la criminalità dei colletti bianchi. Questa legge non consentirà più di individuare i reati di mafia dei colletti bianchi, le truffe ai fondi europei. I reati più pericolosi. Tutte le intercettazioni telefoniche non nascono con delitto di mafia. Alla mafia ci si arriva con i cosiddetti “reati fine”.

Per arrivare al delitto di associazione mafiosa si deve cominciare a indagare sulla rapina, sull’estorsione, sull’usura, sull’omicidio, sul traffico di droga. Il tema è quello di portare a compimento il disegno piduista di Licio Gelli sul controllo della magistratura e dei mezzi di comunicazione. Vogliono che il Paese non venga a conoscenza. Per lasciarlo nell’ignoranza, nel pensiero unico, nella normalizzazione. Far passare il messaggio che tutto è normale”. Anche l’ex componente della commissione antimafia, Lorenzo Diana, minacciato di morte dal clan camorristico dei casalesi, non sembra aver dubbi sul provvedimento governativo: “E’ la pretesa di tagliare le mani, di fermare le inchieste della magistratura e quindi la pretesa delle mani libere negli affari, nell’illegalità. La pretesa di mettere il bavaglio ai giornalisti e ai giornali perché non forniscano informazioni. Non siamo di fronte a fenomeni nuovi. Già Gramsci e molti studiosi liberali hanno parlato dei tentativi eversivi di pezzi di classe dirigente e di pezzi di borghesia stracciona come questa. Rozza, che non accetta nemmeno di stare dentro le regole. Esiste la pretesa di essere intoccabili. Quelli che vogliono muoversi senza alcuna regola, senza alcun rispetto delle leggi dello Stato, per imporre il proprio dominio, le proprie logiche affaristiche dentro le Istituzioni. Questo deve far riflettere i cittadini. Chiunque abbia a cuore un impianto di Stato che possa rispondere meglio agli interessi generali e a garantire i diritti dei cittadini non può che ribellarsi rispetto a quanto sta avvenendo nel Paese”. Lo stesso concetto espresso dal maestro del cinema italiano Mario Monicelli, nella trasmissione di Santoro Rai per una notte (realizzata per rispondere alla decisione censoria del servizio pubblico di non mandare in onda i programmi di approfondimento durante la campagna elettorale per le Regionali): “Spero che il nostro film finisca con quello che in Italia non c’è mai stato… una bella rivoluzione…”.

Per l’europarlamentare è necessaria una differenza fondamentale: “Fino alla morte, oltre che alla Costituzione, difenderò l’indipendenza, il pluralismo e la libertà dell’informazione, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ben nella consapevolezza che ci sono giornalisti e magistrati che meritano queste libertà e magistrati e giornalisti che se la privano e che sono indegni di fare questi mestieri. Alcuni giornalisti sono megafono della propaganda di regime e alcuni magistrati sono il collante giudiziario di un disegno criminale e immorale che sta massacrando la nostra democrazia”. È necessaria, quindi, quella cultura della legalità auspicata dall’ex presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, sotto scorta per le minacce di morte della mafia siciliana. Ma cos’è la legalità? “Le più grandi nefandezze non avvengono con la mafia delle coppole e della lupara, ma le più gravi operazioni stanno avvenendo con l’istituto della legalità. Quando mi chiedono di parlare di legalità comincio ad avere un po’ di imbarazzo. Perché legalità è la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano, il processo breve, il legittimo impedimento, la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, i tagli alla scuola. Non avvengono con moti eversivi di piazza, ma attraverso leggi. Diceva Giovanni Falcone che senza una straordinaria mobilitazione culturale e civile le mafie e il malaffare, la corruzione non le sconfiggiamo”. Ed ecco di nuovo comparire il senso civico dei cittadini. L’impegno di ciascuno di noi per cambiare veramente le cose. “È chiaro che ci vuole una grande mobilitazione. Possono comprare tutto, ma non la coscienza e la dignità delle persone. Non critico chi non se la sente, perché mi rendo conto che di fronte a questo tsunami istituzionale qualcuno dice “io non ce la faccio, non reggo”. Ma chi sente dentro una fiamma civile deve fare qualcosa in più. Trovare forme di protagonismo attivo, di cittadinanza attiva, di partecipazione democratica nelle forme che ritiene più idonee alla propria indole.

L’ultimo segmento che ci è rimasto è la coscienza civile di un popolo in movimento, come ci consegna quell’immagine straordinaria del Quarto Stato. Dobbiamo mettere in moto una pacifica e sana ribellione sociale. Ci dobbiamo ribellare di fronte alle ingiustizie manifeste. Lo dobbiamo fare per noi stessi, ma ancor di più, per chi viene dopo di noi”.

*http://www.malitalia.it/2010/06/de-magistris-e-le-intercettazioni/

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CARTA CANTA – La classe dirigente molisana

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“…Se il Molise è come lo vediamo adesso, il merito (o la colpa?) è da attribuire a tutti quelli che nel passato hanno ricoperto ruoli più o meno determinanti nella scena politica di questa Regione”.
(Ulisse Di Giacomo, senatore della Repubblica, coordinatore regionale Pdl Molise, Altromolise.it, 12 luglio 2010)

La verità è che è facile, molto facile, fare le pulci a chi governa, dimenticando troppo spesso le proprie responsabilità nelle scelte fatte in un passato che non è altro che il padre del presente. Certo Iorio di errori ne avrà fatti; solo chi no fa nulla non commette errori, e tutto si può dire di  Iorio meno che sia uno che “non faccia”. Ma da qui ad addossare a lui tutto il male di questa Regione è non solo fuorviante, ma culturalmente e politicamente disonesto.
(Ulisse Di Giacomo, senatore della Repubblica, coordinatore regionale Pdl Molise, Altromolise.it, 12 luglio 2010)

“In genere, prima, quando il figlio seguiva le orme del padre era una cosa meritoria. Da noi sembrerebbe una cosa che deve essere tenuta in dispregio. Se un figlio fa il medico e sta nella sanità e il papà era medico sembra di gridare allo scandalo. Ma i parenti di Iorio dove dovrebbero essere collocati per essere disancorati dal pregiudizio?”.
(Rosetta Iorio, sorella del presidente della Regione Molise, Assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Isernia, il Ponte, novembre 2009)

“Non credo che sia finito il tempo di Michele Iorio. Le vicende interne al Pdl non le seguo. Ho un’idea un pò particolare della politica. Spesso mi sono soffermato a dire che non faccio politica, ma faccio l’amministratore”.
(Gabriele Melogli, sindaco di Isernia, il Ponte, ottobre 2009)

Il problema è regionale. Stanno gestendo gli enti sub regionali come agenzie di collocamento per trombati, per morti di fame, per gente che non ha né arte e né parte, per amanti e pseudo tali. Siamo, per davvero, alla frutta”.
(Giovancarmine Mancini, ex vice sindaco di Isernia, consigliere provinciale, il Ponte, agosto/settembre 2009)

“A loro degli elettori non gliene frega niente. Gli elettori vengono utilizzati solo e soltanto quando devono votare. Presi in giro a modi vecchia democrazia cristiana: “ne sistemiamo uno così creiamo aspettative per mille”. E’ un mix di clientelismo, ricatti più o meno velati e di pacche sulle spalle. Gli ingredienti di sempre della Dc, che ha devastato la nostra Regione per cinquant’anni. E che adesso, in questa fase, è nella PdL. Però in una fase appena precedente è stata con il centro-sinistra. Non dobbiamo dimenticare che Don Michele Iorio ha governato la Regione Molise con Rifondazione Comunista, con presidente Marcello Veneziale. Questi cambiano partito come se fossero spazzolini da denti”.
(Giovancarmine Mancini, ex vice sindaco di Isernia, consigliere provinciale, il Ponte, agosto/settembre 2009)

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Molise, una Regione di frontiera

 

Rossana Venditti

Il presidente dell’Anm, per il distretto di Campobasso, Rossana Venditti (nella foto): “il Molise è una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. Dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto. Questo tipo di infiltrazione criminale richiede livelli di professionalità elevatissimi”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Questo è un regalo per chiunque delinque e ovviamente per le organizzazioni criminali. In realtà è un’agevolazione per chiunque delinqua e commette reati per i quali attualmente è prevista un’attività di intercettazione. Già oggi la legge è rigorosa nel discriminare le ipotesi. Si è parlato frequentemente di abusi. Gli abusi sono una patologia. Si interviene in maniera demolitiva sullo strumento”. In questo modo si è espresso il pubblico ministero della Procura di Campobasso Rossana Venditti. Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati per il distretto di Campobasso ha affrontato diverse questioni: dal disegno di legge sulle intercettazioni alle infiltrazioni della criminalità organizzata in Molise (“E’ un argomento – secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Lumia – la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti”), dai problemi della giustizia molisana alla libera stampa.
La decisione del Governo di mettere mano alle intercettazioni ha scatenato diverse e legittime critiche. Molti, dall’Anm ai giornalisti, dai magistrati agli editori, dagli scrittori ai cittadini, hanno contestato con forza questo disegno governativo. Lei cosa ne pensa?
“Esiste una posizione molto netta assunta dall’Associazione Nazionale Magistrati in ambito nazionale, con comunicati del presidente Palamara e, naturalmente, la linea è quella tracciata a livello nazionale e cioè piena condivisione della posizione che viene espressa. Le riserve che vengono esternate sono tante. Le riserve di tipo generale sono sui presupposti necessari per le attività di intercettazione, più restrittivi. Sulla procedura che viene caricata di adempimenti formali, il che rende ovviamente più difficoltoso portare avanti l’iter per arrivare all’autorizzazione ad intercettare. E poi, il terzo profilo è quello relativo ai tempi che si riducono drasticamente al punto da poter vanificare del tutto l’efficacia dello strumento. Se tiriamo le somme di questi tre filoni di innovazione arriviamo a un depotenziamento molto percepibile dello strumento delle intercettazioni. Che è uno strumento preziosissimo di indagine, insostituibile, irrinunciabile. E’ illusorio dire che si può tornare a compiere le indagini preliminari come venivano eseguite prima dell’avvento delle intercettazioni. Significa indebolire molto le potenzialità di investigazione. Di questo dobbiamo essere consapevoli. Dobbiamo sapere a cosa stiamo rinunciando. E poi decidere. Tutto è rinunciabile, naturalmente.  Però nel bilanciamento di interessi, che la collettività deve fare, tra la tutela della privacy, tra la tutela della sfera individuale e la tutela della collettività intera dal crimine, di qualunque natura e di qualunque estrazione, dobbiamo fare una scelta consapevole ed informata. Dobbiamo sapere a cosa stiamo rinunciando”.
Ci sarà l’introduzione di un collegio formato da tre giudici per autorizzare l’attività di intercettazione. Quali conseguenze porterà questa innovazione?
“Nel momento in cui per autorizzare un’attività di intercettazione ci vorranno tre giudici, cioè un collegio, nel Tribunale capoluogo di distretto, nel Molise, quindi Campobasso, stiamo già immaginando che le carte si muoveranno avanti e indietro, tra Isernia e Larino. Questo viaggio di carte, peraltro così delicate tutelate da un interesse assoluto, crea già di per sé un vulnus. Figuriamoci in altre realtà. Come quelle della Sicilia, della Calabria, della vicina Puglia in cui si porranno problemi di tutela della segretezza con un’incidenza che adesso non c’è”.
Il vice-presidente del Csm Nicola Mancino ha criticato la magistratura definendo “eccessivo” lo sciopero fatto dalle toghe.
“E’ stato uno sciopero assunto come decisione estrema dopo un dibattito molto sofferto all’interno della Anm. Non è stata una decisione estemporanea presa a cuor leggero. I magistrati prima di giungere allo sciopero attraversano sempre un travaglio di categoria e poi individuale. Sanno che si tratta di una misura assolutamente eccezionale. Devo però anche dire che la partecipazione allo sciopero è stata particolarmente elevata. In campo nazionale si è raggiunto l’80/85%, mentre nel distretto di Campobasso abbiamo raggiunto il 72,4% di adesioni. Considero questo un dato davvero significativo per la nostra realtà. Probabilmente l’adesione in maniera così massiccia risponde proprio ad una necessità molto avvertita di rendersi visibili, rendere riconoscibile la nostra rivendicazione. Anche se ho visto che in realtà è stato dato poco risalto allo sciopero dei magistrati. Forse il vero risalto si è avuto dopo le dichiarazioni di Mancino”.
Gli attacchi quotidiani della politica ai magistrati, che continuano da diversi anni, portano ad una precisa delegittimazione. Sembra che questi attacchi contribuiscano ad aumentare il distacco tra i cittadini e i magistrati. Lei lo avverte questo distacco?
“Il distacco è una realtà. Ed è facilmente verificabile. Soprattutto, ancora una volta, si coglie dalle piccole cose. Nel modo come le persone si approcciano alla giustizia: con diffidenza spesso, con il timore che talune indagini siano fatte pro o contro e quindi applicando a scelte che sono solamente di tipo tecnico e procedurale una lettura dietrologica. Questo si avverte, ed evidentemente fa parte di un clima culturale, sociale, mediatico. Lo sforzo è quello di riconquistare il rapporto con le persone, gli utenti, le persone offese. Dare un’immagine autorevole, credibile, equidistante, efficiente più possibile nonostante le difficoltà operative siano davvero tante”.
Quali sono le difficoltà che si riscontrano in Molise?
“Il primo problema è quello degli organici dei magistrati, ma soprattutto del personale amministrativo, vitale per la macchina della giustizia. Non c’è più turn-over. Noi chiediamo sistematicamente degli straordinari che non saranno retribuiti. Ci fondiamo sulla buona volontà di personale che purtroppo è divenuto demotivato. Negli altri Ministeri c’è stata la cosiddetta riqualificazione del personale che ha incentivato anche la professionalità interna. Nel Ministero della Giustizia, purtroppo, ciò non è avvenuto. Le persone che vanno in pensione non vengono sostituite. È difficile operare così. È difficile essere efficienti così. È difficile fare udienza civile senza avere un cancelliere che scrive i verbali e affidandosi alla collaborazione degli avvocati che rappresentano le parti. A Campobasso noi siamo fortunati perché abbiamo il cancelliere in udienza. Già a Larino non sempre è garantita questa presenza”.
Qual è la situazione di Larino?
“Difficile. Rispetto a taluni fenomeni è un luogo di frontiera. In realtà il Molise è tutta una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. E dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto. Questo tipo di infiltrazione criminale, peraltro, richiede livelli di professionalità elevatissimi. Il crimine economico non è facilmente decifrabile e non è facilmente indagabile. Un’altra esigenza è quella della collaborazione delle persone, soprattutto, dell’imprenditoria sana che dovrebbe precocemente individuare e denunciare tentativi o situazioni addirittura già esistenti”.
La crisi economica potrebbe intensificare questo rischio?
“Le difficoltà economiche dell’impresa sono il tessuto su cui si inserisce l’usura. I capitali che vengono destinati all’usura spesso sono derivanti da attività criminali organizzate di più alto livello. E quindi qui si può creare il contatto, la connessione. E se poi l’imprenditorie viene strangolato e alla fine non riesce a tenere dietro alle pretese usurarie c’è il rischio che l’imprenditore divenga solamente la facciata di una realtà gestionale…”.
Una testa di legno?
“L’immagine spendibile, rassicurante di una realtà già modificata”.
Ritornano le intercettazioni. Senza questo strumento diventa difficile capire certi strani “movimenti”?
“Alcune cose non si fanno alla luce del sole. Non lasciano tracce documentali evidenti. Alcune cose si concordano nel chiuso delle stanze. Alcune forme di intimidazione arrivano, come dire, nei discorsi a tu per tu tra due persone. In cui non ci sono testimoni e forme di ricostruibilità dall’esterno”.
La libera stampa è fondamentale per far conoscere ai cittadini l’operatività della macchina della giustizia. Lei cosa ne pensa?
“Deve esistere un controllo sociale sull’amministrazione della giustizia. Noi dobbiamo dare conto di come amministriamo giustizia ai cittadini. Informare significa anche dare ai cittadini la possibilità di verificare l’operato di chi amministra la giustizia. Quindi non è solo in un’ottica finalistica di creare la motivazione a collaborare, ma è in un’ottica anche semplicemente di controllo dell’operato dei magistrati. Le udienze sono pubbliche, salvo rarissime eccezioni, perché la pubblicità, che oggi significa pubblicità tramite i mezzi di informazione, risponde a quell’esigenza di verificabilità, di trasparenza, di possibilità per il cittadino di accedere senza ostacoli al controllo, alla partecipazione”.
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Forgione: “Il Molise non è un’isola felice”

“In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni”. Con queste parole è intervenuto in Molise l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione (nella foto a sinistra insieme al pm di Campobasso Rossana Venditti) e autore del libro Mafia Export (Baldini Castoldi Dalai Editore, 2009, euro 20). Lo stesso concetto ribadito in passato da diversi giornalisti, magistrati e operatori del settore. “In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Sulla presenza delle mafie in Molise si è espressa anche il pm Rossana Venditti: “Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”. I segnali continuano ad essere registrati. Dai sequestri di beni legati alla criminalità organizzata alla presenza di soggetti vicini o parte integrante delle organizzazioni criminali, dalle denunce fino ai vari segnali di intimidazione. Ma in questa piccola Regione continua l’assordante silenzio intorno alla presenza delle mafie. E la politica, che dovrebbe intervenire, resta a guardare e a difendere “l’isola felice”, che come ha affermato Forgione “felice non è”. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia, oggi componente dell’Antimafia: “Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”. E cosa fa la politica locale, oltre a dare il cattivo esempio? Ecco una dichiarazione dell’Assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano: “Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. […]. Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Mentre la classe dirigente molisana, quindi, continua a mettere sotto il tappeto problemi che andrebbero affrontati con onestà, coraggio e costanza è utile seguire il ragionamento del presidente dell’Anm Molise Rossana Venditti: “In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Non abbiamo, per nostra fortuna, i morti per strada e non abbiamo le saracinesche che saltano. Cominciamo ad avere situazioni più sottili che vanno decifrate, comprese, ricollegate tra di loro e indagate con professionalità. Tutto ciò implica un livello di preparazione ancora maggiore di quello che viene richiesto in realtà dove il fenomeno oramai è conosciuto, indagato. Dove ci sono sentenze passate in giudicato che dicono che esiste una certa realtà criminale così denominata, che ha quella struttura, che ha quella storia. In Molise lavoriamo ancora in una fase sperimentale, di decifrazione. Fatichiamo molto a farlo. Non esistono le capacità di capire fino in fondo cosa sta succedendo e la disponibilità ad esporsi e ad assumere un ruolo, che per definizione è un ruolo scomodo: quello di chi denuncia, quello di chi testimonia, quello di chi inizia un percorso pieno di incognite. Come magistratura molisana ci proponiamo e cerchiamo di essere disponibili, autorevoli, rassicuranti. E’ una fatica quotidiana con i nostri numeri, con i nostri mezzi e con i nostri organici. Che sono, purtroppo, del tutto inadeguati. Non è ancora sufficiente perché non abbiamo quel ritorno che auspicheremmo. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento”. Fondamentale è quindi parlarne. Continuare con il concetto di “cultura della legalità”. Per cambiare le coscienze, per far conoscere la realtà, quindi anche i rischi e i pericoli. “Il giorno che è uscito questo libro – ha dichiarato Forgione – il presidente del consiglio non ha trovato di meglio che dire che non bisogna più scrivere libri di mafia perché rovinano l’immagine dell’Italia. Di mafia dobbiamo parlarne, perché dobbiamo rompere questo muro di omertà sul territorio. Mi fa piacere che è stato usato come pretesto il mio libro per aprire una riflessione in Molise, in questa isola che felice non è. Ho scritto un libro raccogliendo anche l’esperienza della Commissione Antimafia. Un libro contro l’ipocrisia. L’ipocrisia vale per il mondo. Vale per l’Australia, vale per la Germania, vale per la Lombardia e può valere anche per il Molise”. Qual è l’ipocrisia? “E’ quella che non vede le mafie fino al momento in cui le mafie non insanguinano le strade”. Ritorna il concetto che si riscontra da troppi anni in Molise. Per Forgione: “Il massimo di questa ipocrisia l’abbiamo riscontrata in questa dimensione internazionale con la strage di Duisburg. I tedeschi sapevano delle famiglie in lotta dal 1991, al punto che nel 2000 la polizia tedesca inviava un rapporto all’autorità italiane, descrivendo in modo minuzioso cosa facevano le famiglie di San Luca. Poi il problema era degli italiani. Riscoprono la ‘ndrangheta quando la notte di ferragosto del 2007 trovano per la prima volta sei corpi uccisi davanti al ristorante. L’altra faccia di questa ipocrisia qual è? Che puoi prendere, in qualunque parte dell’Italia e del Mondo, i soldi dei mafiosi con la presunzione che quando arrivano i soldi sporchi non arrivano anche i mafiosi. Quando abbiamo un fatturato criminale annuo che oscilla tra i 100 e i 150miliardi il problema non è più del rapporto tra l’economia legale e l’economia illegale. Il problema che abbiamo, che dovrebbe essere l’assillo di ogni governo e delle classi dirigenti, è tracciare la linea di confine tra economia legale ed economia illegale. La globalizzazione ha favorito la dispersione di questa traccia, di questo confine netto”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “La ricostruzione di un’etica pubblica del nostro Paese deve riguardare la politica, ma deve riguardare anche il mondo economico, deve riguardare le categorie professionali, deve riguardare la chiesa troppo silente in alcune aree del territorio. Deve riguardare tutti. Noi abbiamo il dovere di partire ognuno dal proprio ruolo se vogliamo far superare l’esclusività della dimensione penale e giudiziaria nella lotta alla mafia”. Ma come si riconoscono le mafie?Guardate cosa avviene sul territorio, guardate quante aree agricole stanno diventando commerciali, guardate le varianti ai piani di fabbricazione, guardate alle deroghe alle normative urbanistiche esistenti e cosa avviene in deroga, guardate quanti progetti vengono realizzati con il silenzio-assenso. E cominciate a capire cosa sono le mafie. Diciamoci la verità: in nome dello snellimento nelle procedure sono stati abbattuti tutti gli strumenti di controllo in questo Paese. I fondi europei – continua Forgione – vengono gestiti tutti con l’autocertificazione. È chiaro che tutti i procedimenti sono regolari. In Italia c’è l’anagrafe dei conti correnti bancari, stabilita con legge del 2001. Il decreto attuativo della legge viene fatto a febbraio del 2008. Quanti governi sono passati e perché non è stato fatto? Perché questo santuario del mercato è intoccabile. Bisogna fare un patto con gli imprenditori su questi temi. Il sistema dei subappalti con il massimo ribasso è un sistema criminogeno”. Quale deve essere l’impegno dell’antimafia? “La nostra antimafia deve ripartire da una rilettura del territorio, dei processi di modernizzazione. Oggi le mafie sono soggetti dinamici, imprenditoriali. Sono delle grandi holding economico finanziarie. La ricostruzione di un’etica pubblica passa attraverso la ricostruzione di un meccanismo di trasparenza dei comportamenti individuali e collettivi. Se facciamo questo la lotta alla mafia cambia di significato”. Ma qual è la situazione drammatica che dobbiamo affrontare? “Siamo un Paese che ha garantito la latitanza di Bernardo Provenzano per 40anni. Non esiste una latitanza che può durare tutti questi anni senza un sistema di coperture istituzionali, politiche e sociali. Non a caso che per quella latitanza ci sono vertici dei Ros che devono rispondere anche di fronte alla giustizia. Quando si arresta un latitante, quando si aggredisce la dimensione criminale militare delle mafie è sempre un bene. Ma se da un lato aggrediamo questa dimensione, riconquistiamo fette di territorio e dell’altra, però, garantiamo alla dimensione economico finanziaria di potersi espandere e di inquinare settori interi della nostra economia, anche attraverso processi legislativi che ne favoriscono l’espansione, la lotta alla mafia non la facciamo. Questa è la questione drammatica che noi oggi abbiamo di fronte”.
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malitalia.it
link: http://www.malitalia.it/2010/08/molise-di-cultura-e-legalita/

Gheorghe RADU, un morto dimenticato!

USA E GETTA - Copertina Il Ponte, febbraio 2010

Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino.

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ calato un assordante silenzio sulla triste vicenda di Gheorghe Radu. Il giovane lavoratore rumeno lasciato morire nei campi di Campomarino durante la raccolta dei pomodori. Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino. “Se fosse stato soccorso – scrisse l’ex segretario della Cgil Molise Michele Petraroia – forse poteva salvarsi ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. C’è stata omissione di soccorso? Chi era presente sul posto? Chi poteva intervenrire e non lo ha fatto? La Procura di Larino aprì un’indagine. Tre gli indagati: Teodoro Zullo, Edilio Cardinale e Domenico Scarano. Per capire cosa accadde quel maledetto 29 luglio di due anni fa. “Quel giorno – ci spiegò la signora Maria (una donna dignitosissima) – mio marito è partito da casa alle 5.50. Intorno alle 12.50 ho provato a telefonare, ma non mi ha risposto. Nel pomeriggio, intorno alle 16, ho messo a lavare i miei panni neri. Un segno che Dio mi ha dato. Gheorghe a quell’ora era già morto”. Il bracciante rumeno raccoglieva, per un’azienda di Torremaggiore, i pomodori insieme ad altri lavoratori. Per tanto tempo si è registrato un assordante silenzio anche da parte delle Istituzioni regionali. Gheorghe è morto di lavoro in Molise. Di lavoro nero. Proprio nel 2010 l’Istat in un rapporto ha spiegato: “Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria, seguita a distanza da Molise e Basilicata”. Ma nessuno s’indigna.

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LA VOCE NUOVA DEL MOLISE, 28 ottobre 2010

De Lucia: “I CATURANO non trasportano rifiuti” – II parte. Intervista al gruppo Caturano di Maddaloni

CATURANO a Venafro

CATURANO a Venafro

“Ma questo con il Molise non c’entra niente. Stavamo parlando del Molise. Quello è un problema di vicinato. Non voglio andare oltre perché confondiamo solo le idee. Piano piano mi sta dipingendo come un criminale”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La prima parte dell’intervista al direttore amministrativo del gruppo Caturano, di ieri, ci ha lasciato dei dubbi. I Caturano, oggi, trasportano i rifiuti? Secondo De Lucia, è dal 2003 che non li trasportano più. (“Noi i rifiuti non li facciamo più”). Ma perché, allora, se dal 2003 l’Azienda Caturano non trasporta più i rifiuti sul sito della ditta, nella lista dei servizi offerti, si trova anche la dicitura “trasporto rifiuti”? Lo abbiamo chiesto a De Lucia. “Il sito non è stato più aggiornato”.  E per quanto riguarda il compost? Abbiamo capito male noi? E’ facile cadere in errore. Per due distinte risposte sempre alla stessa domanda. Con la seconda parte chiudiamo l’intervista al gruppo Caturano. Partendo dal Nucleo Industriale Pozzilli-Venafro. Oggi un vero deserto, con pochissime realtà industriali. Ma qualche anno fa era talmente florido che si era tentata la stessa strada, poi intrapresa dal Commissario Del Torto per il depuratore del Nucleo di Termoli. “L’attuale discarica – si legge nelle cronache del 2004 – sta per essere allargata. Se così fosse i rifiuti speciali di mezza Italia sarebbero scaricati, assemblati e forse bruciati. […]”. Riprendiamo l’intervista con il direttore amministrativo, Salvatore De Lucia, del gruppo Autotrasporti Caturano dall’ultima parte dell’interrogazione di Vendola del 25 novembre 2004.

“Ad oggi resta da accertare quali siano le attività dell’imprenditore Caturano nella provincia di Isernia”. Quali sono le vostre attività? Operate nel Nucleo Industriale di Pozzilli-Venafro?

“Può capitare. Precal è cliente nostro”.

Anche la Fonderghisa dei Ragosta lo era?

“Mai avuto rapporti”.

Nel vostro comunicato si può ancora leggere: “il gruppo ritiene gravi e lesiva l’associazione del nome dell’Azienda a vicende legate al crimine organizzato”. Però la società – si legge su Il Mattino del 3 novembre scorso – è stata tirata in ballo da alcuni collaboratori di giustizia”, Raffaele Piccolo (ex braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone) ed Emiliano Di Caterino. Il primo, come ha scritto Rosaria Capacchione, “ha fatto riferimento agli autotrasporti maddalonesi in un verbale allegato agli atti dell’inchiesta Normandia2 (l’inchiesta che ha portato all’arresto dell’ex consigliere regionale dell’Udeur ed ex titolare dell’Ecocampania Nicola Ferraro)”. Il secondo collaboratore di giustizia ha dichiarato: “Ho detto che i Caturano non pagavano. Ho poi saputo che avevano denunciato richieste estorsive ma solo relative al gruppo Belforte operante in Marcianise e San Felice a Cancello. Non ci sono mai state denunce nei confronti del gruppo Bidognetti o del gruppo Schiavone”.

“Le ho lette dal Mattino. Conosco l’Azienda e quello che succede nell’Azienda. Queste frasi, secondo me, sono riportate male. Se uno non paga è colpevole? Allora  siamo colpevoli. Le estorsioni non le paghiamo”.

Non avete mai pagato?

“Assolutamente no. Se vengono li denunciamo. Nelle zone delicate non ci lavoriamo proprio. Non ci andiamo nemmeno”.

Il Sannio Quotidiano, nel 2003, scrive: “Incendiate due betoniere di un’impresa. Nel mirino i mezzi della “Calcestruzzi Volturnia”, una ditta di Maddaloni che opera nel settore del cemento, di cui è amministratore unico il 33enne (oggi 40enne, ndr) Aniello Caturano”. Per gli investigatori l’incendio fu di natura dolosa. Che accadde?

“Abbiamo denunciato il fatto. In provincia di Benevento non abbiamo ricevuto nessuna intimidazione. Non si è capito perché e chi ha deciso di fare questa cosa”.

Conferma che Luigi e Antonio Caturano sono imputati nel processo Re Mida? (L’operazione nata nel 2003 e che prende il nome da una telefonata intercettata del trafficante Luigi Cardiello che dice: “E noi appena tocchiamo la monnezza la facciamo diventare oro, ndr”)?

“E’ una cosa vera”.

Qual è l’accusa?

“Traffico illecito (di rifiuti, ndr). Ma il processo è ancora in svolgimento. Non è concluso e non ci sono condanne. Sarà dimostrata la completa estraneità”.

Ci penseranno i magistrati.

“Certo”.

Siamo al primo grado?

“A Napoli, ancora in primo grado”.

Perché sono stati imputati entrambi i Caturano: Antonio e Luigi?

“Uno era l’amministratore e Antonio essendo responsabile della logistica aveva parlato a telefono con uno dei personaggi”.

Il 12 dicembre del 2008 il NOE di Caserta denunciò Luigi Caturano per numerose irregolarità relative alla raccolta, trasporto, recupero e smaltimento di rifiuti speciali. Abbandono e deposito incontrollato di rifiuti speciali. Lo conferma?

“Fecero un controllo a una nostra sede operativa e secondo i Noe c’erano delle irregolarità. Che abbiamo sanato immediatamente. Erano prodotti derivanti dall’officina, che secondo loro stavano stoccati male prima del ritiro. I contenitori non erano perfettamente idonei”.

E la denuncia a Luigi Caturano?

“Ancora non si è discussa. Le irregolarità contestate le abbiamo sanate. Credo che è stata archiviata, ma non sono sicuro al cento per cento. Devo sentire il legale. L’ultima volta che l’ho sentito mi pare che la procedura era stata archiviata”.

Nel dicembre del 2007 dei Comitati civici contro il degrado ambientale di Maddaloni lamentarono il forte e cattivo odore proveniente dall’autoparco Caturano. Lo conferma?

“Si, ma è una vicenda… Ma questo con il Molise non c’entra niente. Stavamo parlando del Molise. Quello è un problema di vicinato. Non voglio andare oltre perché confondiamo solo le idee. Piano piano mi sta dipingendo come un criminale.  (A questo punto il direttore amministrativo De Lucia non risparmia un feroce attacco all’editore de Il Mattino, Caltagirone, ndr). Se di industriali, di persone per bene vogliamo fare un bel dossier, iniziamo da cinquanta anni fa, da quando è nato ad oggi, tutte le multe che ha preso, eventuali problemi, magari ha litigato con un amico, problemi di vicinato, cause per incidente della strada, li mettiamo tutti insieme, in un arco di tempo molto stretto per farlo apparire… come il peggiore criminale del mondo. Stiamo parlando di un’Azienda che fa milioni e milioni di fatturato, quindi ha dei volumi di cose, che fanno ogni giorno, che tutti questi piccoli eventi, rapportati ai volumi complessivi, sono zero praticamente”.

Non si sta dando del criminale a nessuno.

“Analizziamole una alla volta le problematiche. Stiamo parlando della questione che ci dicono che noi veniamo in Molise. Noi veniamo nella zona, ma non abbiamo mai fatto niente di illecito”. 

Nell’estate del 2003 il Reparto Operativo tutela ambientale dei carabinieri di Caserta fotografò un camion dei Caturano mentre usciva dalla cava Ma.gest.

“E’ quello là. Un solo trasporto contestato”.

Cosa si contesta?

“Che questo camion ha trasportato questo prodotto che poi alla fine non era conforme”.

La cava Ma.gest. dove si trova?

“A Giugliano, mi pare. Una cosa del genere”.

Chi è Patrizia Colimoro?

“Mai sentita nominare”

La cava di Giugliano è gestita dalla Ma.gest. Service di Patrizia Colimoro?

“Non so chi è Patrizia Colimoro”.

Per Caserta7 Toni Gattola era l’effettivo controllore. Gattola, già convivente di Brigida Cacciapuoti, la sorella di Alfonso. Proprio quest’ultimo venne individuato da Sandokan come capozona di Cancello Arnone.

“Non li conosco, mai sentiti nominare. Non abbiamo nessuno interesse”.

Del gruppo Caturano fa parte anche la Ve.Ca. Sud?

“No assolutamente. Sono dei parenti, ma hanno un’Azienda loro che non fa parte del gruppo”.

Ma Ve.Ca. non sta per Ventrone e Caturano?

“Fu fondata da Ventrone e Caturano, però poi l’ha gestita il cognato negli ultimi trent’anni. I Caturano sono usciti dalla gestione dell’Azienda”.

Da che anno?

“Da oltre vent’anni”.

Scrive Rosaria Capacchione: “nel 2009 la Ve.Ca. Sud si era aggiudicata dal Commissario straordinario di governo l’appalto per il trasporto delle ceneri del termovalorizzatore nonostante la condanna del responsabile della società per traffico illecito di rifiuti. Nel luglio scorso la ditta è finita ancora nei pasticci: i carabinieri del Nas hanno scoperto che nei cassoni dei camion ancora sporchi di cenere contaminata, durante il viaggio di ritorno dalla Systema Ambiente di Brescia, finiva il masi destinato ai mangimifici e caricato in Veneto e in Emilia Romagna. Mangime mescolato a metalli pesanti e utilizzato negli allevamenti di bestiame del centro-sud”.

“E’ un’azienda terza. Non so le notizie precise nel merito”.

Quanti camion, di solito, vengono in Molise ogni giorno?

“Dipende dal lavoro che ci sta. Una decina in questo periodo qua”.

2/fine

SECONDA PARTE, La Voce Nuova del Molise, 13 novembre 2010

CATURANO a Venafro

CATURANO, parla il direttore amministrativo De Lucia – I parte

“Penso che si sono sbagliati i testimoni. I mezzi nostri non sono mai entrati. Se è entrato per sbaglio, ha girato ed è uscito fuori. Poi gialli e bianchi non ci stanno solo i nostri”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Dopo la nota inviata dal gruppo Caturano alle redazioni dei giornali molisani abbiamo avvicinato il ragioniere Salvatore De Lucia, direttore amministrativo dell’Azienda citata dalla giornalista Rosaria Capacchione nei suoi articoli pubblicati su Il Mattino. Per la verità dovevamo parlare con il responsabile del gruppo Antonio Caturano. Già citato negli articoli dei quotidiani locali del 2003 e da un’interrogazione parlamentare del 2004 di Vendola. Ma siccome De Lucia “conosce vita, morte e miracoli dell’Azienda e conosce le cose come sono andate” abbiamo approfittato per rivolgere alcune domande. Siamo partiti dalle frasi riportate, nella nota, dalla Caturano Autotrasporti Srl.

Si apprende dal vostro comunicato stampa che “la ditta Caturano Autotrasporti Srl non ha mai trasportato rifiuti da, o per, il Molise ma solo materie prime”. Quali sono le vostre attività in Molise?

“Noi lavoriamo con diverse aziende del Molise, in particolare con lo stabilimento della Colacem di Sesto Campano, che è un nostro cliente storico da almeno quaranta anni. I nostri mezzi sono spesso in zona, nel numero di quaranta, cinquanta mezzi al giorno che fanno la spola  con lo stabilimento e trasportano materie prime sia in entrata che in uscita. Materie prime e prodotti finiti”.

Poi, a parte la Colacem?

“In Molise, tra i clienti principali, c’è questo e lo Zuccherificio di Termoli. Perché noi facciamo anche trasporto alimentare”. Qual è il vostro percorso in Molise?

“O ci fermiamo a Sesto Campano per scaricare e caricare alla Colacem oppure attraversiamo tutto il Molise per arrivare fino in fondo a Termoli. Dipende dove capita il lavoro”.

Sempre nella vostra nota si legge che “il gruppo apprende con piacere da altre fonti stampa molisane, che il consorzio industriale di Termoli ha smentito la circostanza secondo la quale il gruppo Caturano sarebbe fra i suoi clienti/fornitori”. Voi, quindi, non siete mai entrati, con i vostri mezzi, nel Nucleo Industriale di Termoli?

“No assolutamente. Il depuratore di Termoli non sappiamo nemmeno chi è. Non abbiamo nemmeno i mezzi per fare quel tipo di trasporto”.

Perché, allora, nell’articolo de Il Mattino e di Primonumero.it si attesta il contrario? Rosaria Capacchione scrive: “la ditta Caturano di Maddaloni che trasporta il percolato a Termoli”, mentre su primonumero.it si apprende: “…si aggiungono i mezzi dei Caturano, inconfondibili nelle loro scritte gialle”.

“La cosa strana è che il Mattino è andato a pubblicare una notizia già apparsa su altri organi di stampa che abbiamo querelato, che diceva proprio queste cose inesatte…”.

Lei dice, quindi, che nessun automezzo della ditta Caturano è mai entrato nel Nucleo Industriale di Termoli. Ma ci sono testimoni che hanno visto entrare e uscire i vostri mezzi con la scritta Autotrasporti Caturano?

“Non ci stanno i testimoni. Il giornalista ha affermato questa questione”.

Ci sono dei testimoni che hanno visto i vostri camion.

“Noi andiamo allo Zuccherificio del Molise”.

Ci sono dei testimoni che affermano di aver visto entrare e uscire dal Nucleo Industriale di Termoli i vostri mezzi.

“Il nostro cliente è lo Zuccherificio del Molise”.

Lasciamo perdere lo Zuccherificio del Molise. Ci sono dei testimoni che hanno visto i vostri mezzi entrare e uscire nel Nucleo.

“Ma cosa di intende per Nucleo Industriale”.

E’ quello che voi nominate nel vostro comunicato stampa.

“Quello che ha fatto la smentita che non ci conoscono”.

Si.

“Penso che si sono sbagliati i testimoni. I mezzi nostri non sono mai entrati. Se è entrato per sbaglio, ha girato ed è uscito fuori. Poi gialli e bianchi non ci stanno solo i nostri”.

Le testimonianze parlano di camion con scritta Autotrasporti Caturano.

“In questo impianto non ci sono mai andati”

Mentre per la discarica di Montagano?

“Sempre in Molise sta?”

Sempre in Molise e anche in questo caso ci sono dei testimoni.

“In Molise non abbiamo mai trasportato i rifiuti”.

Nel comunicato stampa si legge che Antonio Caturano non è mai stato arrestato presso il cementificio della Colacem di Sesto Campano”. Perché allora il 25 novembre del 2004 Vendola in una interrogazione parlamentare dice: “nel cementificio di Sesto Campano e nelle vicinanze, tempo fa, è stato fermato ed arrestato, con un carico di sostanze tossiche e radioattive, un pericoloso trafficante di rifiuti, tale Antonio Caturano di Maddaloni”?

“Non riusciamo a spiegarci Vendola dove ha preso queste informazioni”.

Vendola parla di pericoloso trafficante.

“Non penso che Vendola conosca le cose del Molise. Qualcuno della zona gli avrà preparato un dossier di inchiesta contro la Colacem e in un passaggio, verso la fine, diceva questo trafficante pericoloso è stato arrestato. Non è mai successo questo evento”.

Sempre nell’interrogazione di Vendola si legge: “l’associazione a delinquere venne stroncata dalla Dda di Napoli con l’Operazione Re Mida che svelò gli intrecci criminali tra gli imprenditori e il pericoloso clan dei Casalesi di Casal di Principe che da anni lucra nel traffico dei rifiuti”. Su questo passaggio cosa ci dice?

“L’Operazione Re Mida con il Molise non ha niente a che fare”.

Su questo passaggio che dice?

“L’unica cosa esatta è l’Operazione Re Mida. Stiamo parlando del 2003. Un cliente ci aveva commissionato dei trasporti di rifiuti speciali da Milano per Napoli. Nemmeno di rifiuti speciali, erano di compost. Da Milano per una cava di Napoli che era in decomposizione ambientale”.

Voi trasportate anche il compost?

“Esatto, sarebbe un terriccio praticamente. Per l’inchiesta Re Mida la questione era che questo materiale non  fosse perfettamente conforme ai requisiti di compost e, quindi, è scattata questa cosa. Avendo la magistratura classificato come rifiuto, automaticamente sarebbe generato un trasporto di rifiuti irregolare. Essendo semplici trasportatori se un cliente ci chiama e ci dice “fammi questo servizio, trasportami questo prodotto” noi inviamo i nostri mezzi, il nostro personale”.

Da come ha detto, voi fate il semplice trasporto. Potrebbe accadere, quindi, che trasportiate anche materiale irregolare, rifiuti tossici, rifiuti pericolosi?

“I rifiuti non li facciamo, noi facciamo materie prime”.

Il compost per l’agricoltura?

“Quello perché è terriccio”.

Nell’operazione Agricoltura Biologica (luglio 2004), dove si parla di traffico illecito di rifiuti, si capisce bene come può essere trattato il compost. Attraverso varie operazioni si declassificava la pericolosità dei rifiuti. Potrebbe capitare in un’operazione di trasposto di caricare compost illegale e dannoso? “Dall’esperienza del 2003, per una nostra leggerezza e per fidarci dei clienti, abbiamo avuto questo problema qualsiasi cosa ci chiedono e se c’è il minimo sospetto che ci può essere qualcosa di poco chiaro, se non ci forniscono tutti gli elementi del caso rinunciamo al lavoro”.

E quali sono gli elementi del caso? Come fate a capire che è una cosa strana?

“Se c’è il minimo sospetto. C’è maggiore attenzione su quel settore”.

Come fate?

“Ci sono delle procedure nostre interne che vengono attuate giorno per giorno”.

Come siete accorti nell’evitare queste situazioni?

“Se ci viene chiesta qualche tipologia nuova di trasporto noi ci accertiamo documentalmente, perché non possiamo fare sopralluoghi sul posto”.

Se i documenti non corrispondono al vero?

“Non facciamo la digos noi”.

Potrebbe capitare?

“Non può capitare”.

Vi chiamano, per voi sta tutto a poSto e la documentazione sta in regola. Come fate ad avere la certezza?

“Dipende uno come valuta le cose. Se una volta ogni due anni viene scoperto un problema del genere bisogna vedere in che contesto si individua. Se su cento milioni di trasporti effettuati ne vengono individuati tre o dieci irregolari …”.

Ma potrebbe capitare?

“Ma non potrebbe perché noi i rifiuti non li facciamo più”.

Sto parlando del compost.

“Ma non facciamo nemmeno quello”.

Non lo fate più?

“Dal 2003 non facciamo nulla di tutto questo”.

Mi ha detto prima che il compost lo continuate a trasportare?

“Avete capito male”.

continua…

LA VOCE NUOVA DEL MOLISE – PRIMA PARTE, 11 nov 2010

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