Mese: dicembre 2011

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

Una petizione per garantire lavoro e sicurezza

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

La protesta di Luigi Coppola: “La camorra ha iniziato, ma le istituzioni stanno continuando il lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. Queste le drammatiche parole scritte da Lea Garofalo, la donna coraggio anti-‘ndrangheta sciolta nell’acido, dopo il tentativo di sequestro consumato a Campobasso, che aveva deciso di staccarsi dai legami criminali familiari.

Lea, prima di morire, decise di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica. Il suo testamento morale venne pubblicato dai vari giornali solo dopo il suo assassinio. Non è semplice la vita dei testimoni di giustizia, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori di giustizia. I testimoni di giustizia sono persone che hanno avuto coraggio a denunciare. “Oggi – scrive il comitato per la tutela dei testimoni di giustizia – in Italia decine e decine di testimoni di giustizia sono abbandonati a se stessi, in attesa di avere dallo Stato non solo la protezione che era stata loro garantita, ma persino un lavoro per poter vivere. Buona parte dei settanta testimoni di giustizia italiani hanno manifestato a Palermo per chiedere il rispetto degli accordi presi”.

E’ stata promossa da Movimenti Civici, Movimento Radical Socialista, Movimento Agende Rosse e da Democrazia e Legalità una petizione per garantire lavoro e sicurezza ai testimoni di giustizia. Tra i primi firmatari Salvatore Borsellino, Angela Napoli, Sonia Alfano, Giuseppe Lumia, Elio Veltri, Doris Lo Moro e Franco Laratta. Ma qual è la situazione dei testimoni di giustizia, oggi, in Italia? “La situazione – secondo Italo Campagnoli del comitato promotore della petizione per la tutela dei testimoni di giustizia – è veramente pesante. Il passato Governo, in particolare la figura del sottosegretario Mantovano, ha smantellato in maniera sistematica tutti i progetti di protezione. Ci sono situazioni tragiche, sconvolgenti. In Italia non sono centinaia i testimoni di giustizia e quindi non è un costo così gravoso, ma la maggior parte di loro sono stati progressivamente abbandonati. Abbiamo preparato anche una lettera destinata al Presidente Napolitano sottoscritta da una quindicina di testimoni di giustizia”.

Con il cambio di esecutivo le cose non cambiano. “L’attuale Governo, in questo momento, è del tutto latitante. Ci sono state delle risposte ufficiali e ufficiose: ‘faremo’, ‘ci stiamo interessando’, ‘stiamo prendendo atto della situazione’ ma non c’è stato assolutamente niente di concreto fino ad oggi. I testimoni non hanno avuto nessun segnale”.

Ma che tipo di tutela hanno oggi i testimoni di giustizia? “L’unica cosa che viene sempre lasciata, fino alla fine, è la scorta. Che tecnicamente, forse, è la cosa più importante ma non è assolutamente la soluzione del problema. Vicende più drammatiche ci raccontano di persone che sono state abbandonate anche dalla famiglia, altre che sono impazzite. C’è chi si è dato fuoco, chi è andato a protestare continuamente di fronte ai Ministeri, chi ha dei processi perché ha protestato in maniera esasperata. Ci sono delle situazioni tragiche”.

E’ importante ricordare la vicenda di Luigi Coppola, imprenditore di Pompei, che ha avuto il coraggio di fare il proprio dovere e denunciare. Sfrattato dall’hotel, dov’era momentaneamente sistemato, si trova ora in strada con tutta la sua famiglia. Ha una scorta, ma è costretto a vivere in auto. Il neo Ministro agli interni, Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato che “si interesserà del caso”. Ma come vive oggi Coppola? “Abbiamo trovato – risponde lui – ospitalità presso un mio parente per pochissimi giorni. Viviamo senza un centesimo e la situazione è problematica”.

Grazie alle denunce di Luigi Coppola, nel 2001, vennero arrestati il boss di Boscoreale (Na) Giuseppe Pesacane, i suoi affiliati e un componente del clan Cesarano di Pompei (appartenenti al clan Gionta) per estorsioni, sfociate in usura. In totale 30 persone. “Ho pagato l’usura sull’estorsione”. Coppola ha la scorta ma “so che stanno tentando di togliermela. Sono l’unico dei testimoni di giustizia che è riuscito a ritornare nel proprio paese di origine. Chi va in località protetta, e io ci sono stato, non fa una bella vita. Mi devono mostrare uno che è andato in località protetta e si è realizzato. Tutti hanno problemi”. La situazione coinvolge anche i parenti più stretti di Coppola “La mia famiglia mi sta facendo rendere conto che, forse, aver denunciato…”. Si interrompe “Vorrei avere a che fare con uno Stato responsabile. Nonostante ciò conduco uno sportello Anti-camorra nel Comune di Boscoreale (sciolto due volte per infiltrazione camorristica, ndr) e mi batto per la legalità. Adesso ho paura per gli altri che avrei convinto a denunciare”.

Passiamo poi al capitolo minacce: “nel 2010, a seguito delle proposte di revoca delle misure di sicurezza, mi fu tolta la vigilanza fissa e prontamente la camorra pressò. Fecero trovare alla Polizia una bottiglia con del liquido infiammabile più una cartuccia di pistola inesplosa. Non era folklore napoletano, ma un segnale di apprezzamento nei confronti dello Stato che indietreggiava. La camorra mi faceva capire la fine che avevo fatto. La camorra ha iniziato, ma lo Stato sta continuando il lavoro”. Ma ha paura? “Si, ho paura anche per chi ci ospita. Per questo motivo sono stato sempre portato ad evitare contatti stretti con i familiari. Noi siamo degli isolati nello stesso nostro Paese. Lo Stato dovrebbe dare dignità alle persone che hanno fatto ciò che ho fatto io. Lo Stato pubblicizza le sue vittorie attraverso chi mette veramente la vita in gioco. Dovrebbero evitare le pubblicità e rendere degne le persone per ciò che hanno fatto”.

Coppola è rimasto solo con la sua famiglia. “Al di là della legalità che vediamo nei salotti, al di là di quella fatta dai professionisti della legalità che non dicono mai ciò che guadagnano facendo questo, non ho ricevuto nessuna telefonata di vicinanza dai famosi associazionismi titolati. Queste persone a Coppola non lo conoscono, perché Coppola sarebbe la prova che non funziona qualcosa. Le telefonate che sto ricevendo sono di persone che soffrono come me, di Italo Campagnoli e di alcuni personaggi della politica, degni di questo nome”.

Ciononostante l’imprenditore è ottimista sul futuro del paese “Tutti insieme ce la faremo. Con la politica giusta fondata sulla legalità e non sulle collusioni criminali e politiche. Allora non avremo bisogno di scorte”. Questo è lo Stato che dà il cattivo esempio? “Se miniamo – ha concluso Campagnoli – questa base di legalità chi avrà più il coraggio di denunciare? Pino Masciari, che ha sofferto le pene dell’inferno, grazie solo alla mobilitazione e a Beppe Grillo che lanciò per primo il problema, oggi è completamente coperto e ha anche degli incarichi per continuare a portare avanti questo tipo di azione. Una mosca bianca all’interno di una situazione dove gli altri sono stati completamente abbandonati”. Ultima nota dolente, l’informazione “Totalmente latitante. L’unica informazione che ha sostenuto la nostra campagna è quella alternativa. C’è un muro di gomma”.

da lindro.it di martedì 27 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Testimoni-di-giustizia-lo-Stato,5270#.TvsvDjXojpk

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

La denuncia di Amnesty International alle politiche del passato governo

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

Per l’attivista Shady Hamadi bisogna seguire lo slogan di Don Milani, ’I care’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La strada verso la democrazia e le speranze che dobbiamo riporre nella Siria non influenzeranno solo il corso della storia di questo Paese, ma dell’intera area mediorientale. Dobbiamo avere coerenza, come l’Italia sta dimostrando in questo caso meglio di molti altri Paesi, ad ascoltare le richieste della società civile siriana che sarà la classe dirigente del domani perché sono i giovani, uomini e donne, in egual modo a dimostrare di essere la forza trainante del paese”.

Queste le parole utilizzate dallo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, attivista per i diritti umani in Siria, durante la sua audizione alla Camera dei Deputati, di fronte al comitato permanente sui diritti umani. In contesti come quello della Siria, dell’Egitto e della Libia come si è comportata l’Italia? Secondo Valentina Pagliai, responsabile del dipartimento di educazione ai diritti umani della Robert F. Kennedy Foundation of Europe (creata nel 2005 per promuovere e sviluppare a livello europeo i progetti portati avanti dal RFK Center forJustice & Human Rights, con una particolare attenzione ai progetti di educazione ai dirittiumani): “il Governo italiano (quello dell’ex premier Berlusconi, ndr) è stato molto cauto. Ma non solo il Governo italiano. La primavera araba ha contraddistinto queste situazioni. Ci siamo ritrovati di fronte ad una forma nuova rispetto all’Afghanistan e all’Iraq. Vari Governi si sono trovati spiazzati. Abbiamo assistito a una rivoluzione pacifica promossa dai giovani attraverso nuove forme di comunicazione. Una protesta partita dal basso”.

La rivoluzione ha investito anche la politica internazionale. “Questo è soltanto il primo passo– ha aggiunto Pagliai -. L’Italia, nonostante un passato Governo poco attento a certi temi e a certe novità, è molto in prima linea dal punto di vista degli aiuti umanitari. I giovani hanno capito che il cambiamento è possibile e che dipende da ciascuno di noi. La protesta si è allargata a macchia d’olio e ha toccato anche Paesi Occidentali. Fenomeni diversi, ma con la stessa matrice. Oggi molti media hanno smesso di parlarne. Questa è la rivoluzione pacifica del futuro”.

E perché questa rivoluzione non ha toccato l’Italia? “Da noi è più difficile. Nei Paesi del Nord Africa la gente non ha più nulla da perdere. Anche se i fenomeni registrati in Occidente sono dei segnali per i Governi e per le Banche. Questo movimento si è registrato in tutto il mondo, tranne che da noi. Credo che sia da collegare anche a un fenomeno culturale”.

Ma qual è il bilancio delle politiche messe in atto concretamente negli ultimi anni sul tema dei diritti umani? Come si è intervenuti? Cosa è stato fatto concretamente? La denuncia diAmnesty International è chiara. Il nostro Paese, in tema di diritti umani, ha dato il cattivo esempio. Come può un Paese esportare la democrazia, con guerre di interesse, se nei suoi territori non esistono buone leggi che tutelano i diritti umani? Ecco un primo esempio: la legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. La legge 94 del 2009 ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile da 5mila a 10mila euro. Per non parlare del rinvio forzato dei richiedenti asilo politico. Nel 2009, denuncia Amnesty, “disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar”.

I passeggeri sono stati lasciati per quattro giorni, senza acqua e cibo, sul ponte della nave. Dal maggio del 2009 le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo politico avvistati in mare. Per l’Accordo di Amicizia tra il Governo italiano e quello libico diGheddafi. Come poteva un Governo, rappresentato da chi ha accolto con il baciamano il dittatore libico (con il quale molti Stati occidentali facevano affari), portare avanti azioni concrete sui diritti umani? Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati “la politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31mila del 2008 alle circa 17mila del 2009”. Ma gli esempi non finiscono qui. Se nel parlamento italiano diversi rappresentanti politici hanno attestato senza vergogna che Ruby “è la nipote di Mubarak” a livello governativo, senza alcuna vergogna, è stato fatto passare qualsiasi atteggiamento di discriminazione.

Come quello relativo ai diritti umani dei rom, a cui è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione. In diverse città (come Milano e Roma) sono stati autorizzati gli sgomberi forzati illegali. Nel campo del controterrorismo e sicurezza “le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani”. Il 4 novembre 2009, “il tribunale di Milano ha condannato in primo grado 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti dell’ex Sismi per il rapimento di Abu Omar, trasferito illegalmente in Egitto nel 2003 e detenuto segretamente per 14 mesi. Il segreto di stato posto sulla vicenda (sia da Prodi che da Berlusconi, ndr) ha determinato il non luogo a procedere per il direttore del Sismi all’epoca del rapimento, per il suo vice e per altri tre imputati italiani”.

Continua Amnesty: “nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti”.

L’Italia, spiega nel suo rapporto Amnesty “resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione. Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse”. Ma qual è la strada che l’Italia deve seguire? La indica Shady nel suo intervento sui diritti umani, citando un italiano illustre: “dobbiamo muoverci tutti uniti sotto il segno della libertà senza interessi particolari nel far finire questa strage. Don Milani insegnò ai suoi alunni due parole in inglese ’I Care’ io mi interesso, interessiamoci tutti”.

da lindro.it di mercoledì 21 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Diritti-umani-l-Italia-cattivo,5196#.TvRzuTXojpk

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Un volontario dell’Ascom: “nessuno sta indagando”

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Alle domande sull’indagine di Gratien Rukindikiza la Farnesina non dà risposte

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Attenzione, in questo caso vi sono molti aspetti poco chiari della vicenda”. Queste le parole dal missionario padre Claudio Marano (in Burundi dal 1991) e riportate dal settimanale ’Famiglia Cristiana’. Il riferimento è all’uccisione del volontario italiano Francesco Bazzani e della suora croata Lukrecija Manic. Uccisi il 27 novembre scorso durante un’incursione presso l’ospedale di Kiremba (Ngozi), a sud-ovest del Burundi.

Dà sempre fastidio – continua padre Claudio – avere tra i piedi persone che vedono quello che accade, che conoscono a fondo la realtà in cui sono inseriti e spesso denunciano i fatti. Siamo testimoni scomodi. Per questo finiamo nel mirino”. L’attentato è stato archiviato dalla magistratura locale e dalla gran parte della stampa mondiale, come aggressione a scopo di rapina. Ma dall’inchiesta del giornalista investigativo Gratien Rukindikiza, ripresa anche da noi nell’articolo di ieri a firma Fulvio Beltrami, emerge una realtà diversa, che mette fortemente in dubbio la versione ufficiale.

Prima la cronaca ufficiale. Cos’è successo il 27 novembre scorso? Una suora croata (Lukrecija Manic) e un medico volontario italiano (Francesco Bazzani) vengono uccisi con armi da fuoco. Due banditi, subito arrestati dalla polizia locale, vengono condannati, in un processo lampo. Un’ottima dimostrazione dell’efficienza della giustizia locale di fronte al Mondo intero. Così recita la versione ufficiale. “Gli autori del doppio omicidio sono stati arrestati verso le 13. Hanno rispettivamente 20 e 24 anni e siamo sicuri si tratti dei due assassini”. Il portavoce della polizia Pierre-Cahannel Ntarabaganyi aggiunge, “Abbiamo le prove”. Quali? Per il governatore Claude Nahayo: “Siamo sicuri che sono gli autori di questo odioso delitto perché li abbiamo trovati in possesso di 4mila euro rubati nel convento, e uno di loro è stato ferito alla gamba nello scontro a fuoco con la polizia. Siamo sicuri che si tratti di una semplice rapina”.

La suora sarebbe dunque stata uccisa durante l’incursione, mentre l’odontotecnico italiano veniva sequestrato dai banditi insieme ad un’altra suora italiana (Carla Brianza, ferita e rientrata in Italia). E qui cominciano a sorgere i primi interrogativi. Preso in ostaggio e messo dai banditi alla guida di un’autovettura dell’ospedale, Bazzani si è imbattuto in un posto di blocco della polizia. Che, secondo il giornalista locale Rukindikiza, già conosceva il tragitto. Non ci sarebbe dunque stato alcun tipo di inseguimento da parte delle forze dell’ordine. L’autovettura era attesa in un punto preciso tra l’ospedale di Kiremba e Marangara, la destinazione finale, dove un’ambulanza attendeva i malviventi.

Ma nel concreto chi ha ucciso il medico italiano? Secondo la versione ufficiale i banditi. Per il collega di ’Bujumbura News’ invece sarebbe stata la polizia a sparare nella direzione dei passeggeri, probabilmente per uccidere i due banditi e non procedere all’arresto.

Ma perché la polizia conosceva il tragitto preciso dopo l’uccisione della suora croata? Come facevano a sapere che i due assassini erano presenti sull’autovettura per fuggire e fatta guidare dal volontario italiano? Durante gli interrogatori i due avrebbero spiegato che non si trattava di un furto finito male, ma di un ordine di esecuzione impartito, secondo i killer, da un deputato del FNDD (partito di Governo) Jean Baptiste Nzigamasabo, meglio conosciuto come Gihahe. Sempre secondo i presunti autori dell’omicidio è stato il deputato africano a contattarli per uccidere la suora croata, sospettata dai servizi burundesi di fornire medicinali e assistenza sanitaria ai combattenti del Fronte Nazionale di Liberazione. Nell’interrogatorio è emerso che Gihahe avrebbe promesso anche una somma di denaro a lavoro concluso: 5 miliardi di franchi burundesi (3 milioni di euro).

Alessandro Verga, uno dei componenti dell’Associazione Ascom con sede a Legnano, a cui apparteneva Francesco Bazzani dichiara: “il problema è venuto fuori in sede di tribunale, nel momento della condanna. La perizia non è stata fatta. Su questa storia ho letto dei dati diversi. Il nostro Presidente (Giovanni Gobbi, ndr) è andato in Burundi per tirare le fila. Il prossimo fine settimana avremo diverse informazioni sull’accaduto. Esistono tesi contrastanti, da appurare. Tutto l’ambiente è in fermento. Per il momento le considero solo delle voci”.

Resta il dubbio sullo studio balistico. Perché non è stato fatto? Come è possibile appurare se l’italiano Bazzani è stato raggiunto da proiettili della polizia (AK-47) o dai fucili Fal dei banditi senza una perizia? E i misteri non finiscono qui. C’è in ballo il nome del deputato del FNND Gihahe e il fatto che, sempre secondo la versione del giornalista africano, il giudice avrebbe distrutto il dossier con la confessione degli imputati. “Ho letto e sentito anche questa tesi – ha affermato Verga – ma non ho elementi certi per fare delle supposizioni. Dobbiamo aspettare il ritorno del nostro Presidente. Come notizia generica mi risulta. Però devo aggiungere che dopo il fatto la polizia del posto si è dileguata, si è nascosta”.

Possibile supporre che Bazzani si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato? La tesi del missionario padre Claudio Marano, “i missionari sono testimoni scomodi”, avrebbe forti di elementi di connessione con quest’ultima domanda, portandoci a chiederci cosa avesse visto e cosa sapesse Bazzani 
Azioni della polizia contro testimoni scomodi e corruzioni nelle forze dell’ordine sono fenomeni che, ancora secondo Verga, “accadevano 20 anni fa. Ma non posso escludere nulla”. Così come non si sente di escludere l’ipotesi legata alla strategia del regime del Presidente Pierre Nkurunziza tesa ad allontanare o eliminare tutti i testimoni stranieri dei crimini contro l’umanità che si stanno commettendo in Burundi.

Ma qualcuno sta indagando a questo proposito? Per Verga: “No, nessuno sta indagando”.

Abbiamo contattato sia l’Ambasciata d’Italia in Uganda (in quanto competente per il Burundi) sia l’Ambasciata del Burundi in Italia. Alle nostre domande nessuno ha risposto

Ci siamo rivolti anche all’unità di Crisi della Farnesina chiedendo conto della versione non ufficiale del giornalista Rukindikiza: abbiamo domandato la loro posizione riguardo ai mancati studi balistici; al posizionamento ‘sospetto’ della polizia sul tragitto dell’auto, al presunto coinvolgimento di Gihahe e a quei 5 milioni di franchi burundesi che avrebbero ricevuto; infine abbiamo chiesto se risultasse alla Farnesina l’episodio la distruzione del dossier da parte del giudice.

Raggiunto telefonicamente, un funzionario del servizio stampa dell’Unità di Crisi della Farnesina ci ha detto: “Stiamo seguendo la vicenda, la procedura prevede approfondimenti. E’ difficile dare delle risposte. Ma il nostro compito è capire quello che è successo in Burundi”. Dopo due giorni di attesa, ancora nessuna risposta ci è pervenuta.

da lindro.it di venerdì 16 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Omicidio-Bazzani-ancora-mistero,5095#.TvRv-TXojpk

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

MONICELLI, UN’EREDITÀ RIVOLUZIONARIA

Il regista tornò per primo a sdoganare la ’parola proibita’

MONICELLI, UN’EREDITÀ 

RIVOLUZIONARIA

L’appello seguito dai cortei dei giovani: “la speranza è una trappola dei padroni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Spero che finisca con una bella rivoluzione. La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”. Queste le parole utilizzate dal maestro Mario Monicelli nell’intervista rilasciata al giornalista Stefano Bianchi.

L’invito rivolto ai giovani durante una delle sue ultime apparizioni in televisione, ad Annozero, nel programma (oggi cancellato dalla programmazione Rai) di Michele Santoro. Era il 25 marzo 2010. Il grande regista, oggi, non c’è più. Sorprese tutti buttandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma.

Ma cosa è cambiato dall’appello di Mario Monicelli? Quanto è stata usata la parola ’rivoluzione’? In che contesti? Per capire la portata delle sue parole basta digitare due termini (“rivoluzione” e “mario monicelli”) su google: 420mila i risultati. L’appello rivolto ai giovani, tramite il suo testamento per il futuro del Paese, è stato utilizzato proprio dagli studenti durante diverse manifestazioni contro la riforma Gelmini (ormai ex Ministro dell’Istruzione pubblica). Su uno striscione la risposta dei giovani al maestro: “Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”.

In diversi cortei è stata utilizzata la parola ’rivoluzione’. Dopo tanti anni è stato sdoganato un termine che sembrava sparito. Nascosto nelle nostre paure. Pochi, prima di Monicelli, osavano pronunciare al grande pubblico la parola ’rivoluzione’, riferita alla situazione italiana. Alla dignità del popolo ’sottoposto’. Una parola che faceva quasi paura. Un termine utilizzato già, in un discorso del 1922, da Antonio Gramsci “esistenza di condizioni mature per una rivoluzione proletaria. Dopo due mesi da quell’intervento arrivò la marcia su Roma di Benito Mussolini e la lunga dittatura fascista. Un èpssibile parallelo con l’Italia di oggi. Con la dittatura mediatica dell’ex premier Silvio Berlusconi. Un parallelo fatto anche daMonicelli ai microfoni di Annozero: “gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono stati vent’anni sotto un governo fascista, ridicolo, con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato. Ci ha mandato l’Impero, le falangi romane lungo via dell’Impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti, che c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, tutti stavano “bòni e zitti”. Adesso il grande imprenditore (Berlusconi, ndr) ha detto: “Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari”. Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa sotto”.

Ma la rivoluzione non va di pari passo con la ’speranza’. Che non porta alla rivoluzione, ma all’attesa infinita. Sempre secondo Monicelli: “la speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono “state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa – sì, siete dei precari, ma tanto fra due-tre mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza”. Mai avere la speranza. La speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda”.

E chi comanda non vorrebbe mai la rivoluzione, il cambiamento degli assetti istituzionalizzati. Monicelli ci ha lasciati con un invito. Preso al volo da diverse popolazioni confinanti. Realtà che per molti anni hanno subito la prepotenza del ’potente’ di turno. Ma perché solo in Italia questa parola non è stata mai utilizzata in concreto? Perché questa speranza di riscatto non sembra fatta per il popolo italiano? E’ solo una questione di opportunismo del popolo? Perché ancora non scoppia una rivoluzione in Italia? A rispondere è il filosofo Umberto Galimberti: “Marx ricordava agli operai ‘guardate voi non siete dei soggetti storici, voi siete co-storici’. Diceva: ‘la storia la fanno quelli che hanno i soldi, i vostri padroni, gli imperatori, i principi, la fanno gli eserciti, i potentati. Dovete prendere coscienza di classe. Se fate degli scioperi belli lunghi morirete di fame, ma costringerete la storia a includervi’. E la cosa è stata vera. Perché l’inclusione della classe operaia è avvenuta attraverso la presa di coscienza che il sistema sta in piedi sul loro lavoro. Ma bisogna ricominciare tutto da capo. I giovani che sono in una situazione spaventosa. Perché oggi non scoppia la rivoluzione? Perché il servo e il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Ecco la rassegnazione giovanile”. Per Monicelli: “Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione”.

da lindro.i di venerdì 9 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Monicelli-un-eredita,4949#.TvRrRTXojpk

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Inserite nell’agenda politica del nuovo governo

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Dall’Istituto Bruno Leoni di Torino il monito anti-lobby: “l’Italia è un Paese a bassa libertà economica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Nonostante la retorica della crescita, l’Italia resta un Paese a bassa libertà economica. Queste le parole utilizzate dall’Istituto di Torino Bruno Leoni per presentare il rapporto annuale che misura il grado di liberalizzazione in sedici settori dell’economia italiana, confrontandoli con i Paesi più liberalizzati d’Europa. Nel 2011 l’economia italiana appare liberalizzata al 49%, “un valore ancora molto basso”.

Ma perché in Italia esiste il problema delle liberalizzazioni? Chi mette i vincoli nei diversi settori? Gioco facile, in questo sistema, lo hanno le lobby che non vogliono assolutamente perdere i loro monopoli. E il problema si riflette sulla politica, troppo spesso, incapace di prendere decisioni forti per i legami dei parlamentari sia a livello nazionale che locale. Non si possono perdere voti e consenso per svantaggiare potenti macchine economiche, e così il Paese intero resta al palo.

Perché è necessario liberalizzare in Italia? Lo abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro, il coordinatore del lavoro ’Indice delle Liberalizzazioni 2011’ per l’Istituto Leoni. “E’ necessario, perché il Paese ha un problema di bassa crescita e liberalizzare, creare occasione di competizione, è la tipica politica pro-crescita che, oltretutto, ha il vantaggio di non avere impatto diretto sui conti pubblici. E quindi di non aggravare la situazione delle finanze pubbliche”.

Perché ancora esistono dei vincoli? “Liberalizzare vuol dire rimuovere delle situazioni di monopolio o quasi monopolio e questo non fa piacere ai monopolisti. Loro, siano essi grandi aziende monopolistiche – penso ad alcuni colossi pubblici dalle Poste, all’Eni, ecc. – o siano essi organizzazioni, come gli Ordini professionali, utilizzano tutte le loro forze per contrastare ogni tipo di politica in senso della maggiore concorrenza”. Proprio gli Avvocati, in questi giorni, hanno esternato la loro preoccupazione, tramite l’Organismo unitario dell’avvocatura: “Un governo tecnico non può travolgere l’avvocatura – ha affermato il presidente del Consiglio Nazionale Forense Guido Alpa – e non può, come hanno sottolineato alcuni giornali, mettere mano a riforme importanti come quella che ci riguarda, ma che riguarda anche i diritti fondamentali dei cittadini”.

Un argomento inserito nell’agenda politica nazionale. Lunedì, tra le proposte del consiglio dei Ministri, ci sarà il tema delle liberalizzazioni. Monti ha già evidenziato la sua ricetta, attraverso cinque punti: ridurre il carico di oneri eccessivi delle procedure amministrative contro le rendite e le chiusure corporative; riordino delle professioni regolamentate con l’abolizione delle tariffe minime; rafforzare i poteri dell’Antitrust; completare la deregulation dei servizi pubblici locali; ridurre i tempi della giustizia civile. 

Ma ad oggi quali sono le eccellenze nelle liberalizzazioni? Secondo Stagnaro: “il settore più liberalizzato è quello dell’energia elettrica, perché è quello dove sono state fatte una serie di interventi. La struttura del mercato ha completamente cambiato lo scenario, sostanzialmente smantellando l’ex monopolista. Che oggi è un’Azienda importante ma che ha una quota di mercato intorno al 30%, quindi lontano dalla condizione di monopolio precedente. All’ex monopolista è stata tolta la proprietà e il controllo della rete di trasmissione nazionale, che è una condizione importante per poter avere concorrenza nel settore ed è stato consentito l’ingresso di una serie di soggetti italiani e stranieri che competono tra di loro. Restano dei problemi, degli interventi da fare. Però la struttura del mercato in questo momento, sicuramente, è di natura concorrenziale”.

E i punti deboli? “Esistono dei punti deboli, in parte, di natura tecnica. La rete ha bisogno di investimenti e questo richiede tempo. Ci sono una serie di altri problemi che sono nati negli anni e che derivano dall’esplosione delle fonti rinnovabili che per tutta una serie di ragioni, a partire dal fatto che sono sussidiate, hanno un effetto distorsivo sul mercato. L’impulso alle fonti rinnovabili nasce da obblighi del nostro Paese che ha nei confronti della Comunità Europea. Sarebbe sbagliato nascondersi dietro al fatto che questo ha un impatto sul funzionamento del mercato”. 

Quanto a quel che potrebbe o dovrebbe fare il governo Monti lunedì il Coordinatore Stagnaro commenta:“C’è solo l’imbarazzo della scelta tra le misure di concorrenza, di liberalizzazione e questioni relative ai fondi pubblici (pensioni, interventi sulla spesa e così via). Cosa potrà fare è una domanda da un milione di dollari. E’ ancora da capire quanto i passaggi parlamentari incideranno sui testi normativi. E’ il contesto che favorisce le decisioni – conclude – Siamo in una situazione tale che: o si fanno ora o mai più”.

Chi potrà mettere i bastoni fra le ruote, a parte le lobby? “Ci sono molti parlamentari, per convinzione o per altro, che interpretano gli interessi di alcune lobby e di alcuni gruppi di pressione. Penso agli avvocati per fare un esempio. E’ ovvio che il tipo di resistenza che ciascun monopolista pratica si declina a seconda delle sue caratteristiche specifiche. C’è chi si muove a livello locale e chi a livello nazionale”. Del resto, specifica l’analista, i blocchi alle leiberalizzazioni possono essere “di tanti tipi. Un blocco è quello della resistenza degli interessi di gruppi di pressione. Un altro tipo di blocco è di natura tecnica. E’ facile dire liberalizziamo, poi farlo è più complesso. Un terzo blocco deriva dal fatto che in molti casi il processo di liberalizzazione non si fa in un giorno e non si fa con un decreto, ma richiede una serie di cambiamenti che vanno introdotti nel tempo”. Qualche esempio? “Liberalizzareil mercato del gas vuol dire cambiamenti normativi, ma anche una riorganizzazione societaria dell’ex monopolista, arrivando alla separazione della rete. Tutto questo richiede determinazione e credibilità da parte di chi lo fa. Iniziare un processo non è la stessa cosa che portarlo a compimento e se vogliamo avere dei risultati nei termini delle prospettive del Paese, dell’attenzione che hanno i mercati internazionali per noi, dobbiamo fare in modo che la percezione del mondo esterno sia che il percorso lo abbiamo iniziato per chiuderlo”.

Resta da chiedersi se un Governo di tecnici è in grado di attuare le liberalizzazioni:  “Lo vedo sicuramente in grado di capirne l’importanza. Se sia politicamente in grado credo che sia troppo presto per dirlo”.

da lindro.it di giovedì 1 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Liberalizzazioni-ora-o-mai-piu,4796#.TvRp2TXojpk

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

I lavoratori in attesa di due mensilità

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

La Fiom Molise ha richiesto un incontro per “valutare la situazione industriale”. Ma Di Risio minimizza

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’intesa per Termini Imerese, per adesso, sembra aver messo tutti d’accordo. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, il Governo, i sindacati (compresa la Fiom nazionale), la Fiat e l’imprenditore molisano Massimo Di Risio. L’ex pilota del campionato turismo, oggi presidente della Dr Motor Company.

L’unica stecca nel coro è quella di un altro molisano. L’ex pm e ministro Antonio Di Pietro che, attraverso un nota firmata insieme al responsabile Welfare e Lavoro dell’IdV Zipponi, ha attaccato con queste parole: “l’imprenditore Di Risio, che ha promesso mari e monti e che è stato presentato dal ministero dello sviluppo economico, non paga da mesi i suoi dipendenti d’azienda in Molise”. Suona strano: un imprenditore, da mesi interessato a rilevare lo stabilimento siciliano, lasci senza stipendio i suoi lavoratori, che assemblano pezzi di auto spediti, via mare, dalla Cina: eppure il problema degli stipendi va avanti da mesi.

Già dal settembre scorso, quando la Fiom Molise, attraverso una nota inviata all’Associazione Industriale e alla Dr Motor Company S.p.A. chiede “di discutere della situazione industriale”. Ma non è l’unica richiesta presentata dal sindacato. Dopo una settimana ecco cosa si legge nella seconda missiva, firmata dal segretario della Fiom regionale Giuseppe Tarantino (15 settembre): “si chiede un incontro urgente per esaminare la situazione aziendale della Dr Motor”. Ma le promesse a riguardo da parte dell’azienda non si sono maiconcretizzate. Ed ecco arrivare, il 26 settembre, una nuova nota per “discutere sul mancato pagamento delle retribuzioni e sui rapporti tra la parte datoriale e le maestranze”. Il 2 novembre la Fiom sollecita “la società al pagamento della mensilità del mese di settembre ai lavoratori della Dr che potrebbe sommarsi alla mensilità del mese di ottobre”. Questa la risposta dell’imprenditore, raccolta da ’Il Sole 24Ore’: “c’è stato al più qualche giorno di ritardo, ma tutti gli stipendi sono stati pagati”.

Abbiamo voluto sentire anche un lavoratore della Dr Motor, senza riportare il suo nome, che ha esordito così: “siamo messi in mezzo a un casino. Ci sono state telefonate da alcuni giornalisti”. Sul pagamento degli stipendi? “Oggi, forse, ci faranno finalmente l’accredito per gli stipendi arretrati (settembre e ottobre, ndr). In questi anni non era mai successa una cosa del genere”. Proprio qualche giorno fa, in un’assemblea, Massimo Di Risio avrebbe esternato la sua delusione per le notizie uscite fuori dall’Azienda e arrivate a coinvolgere il sindacato.

Ma chi è l’uomo chiamato a ridare un futuro agli ex stabilimenti Fiat di Termini Imerese? Dopo l’esperienza come pilota, ha iniziato la sua avventura con un concessionario Lancia a Macchia d’Isernia. Oggi sede del polo automobilistico La Città dell’Auto. Da concessionario è diventato assemblatore. Con la scommessa Termini Imerese (per molti una vera e propria ’pazzia’) punta a diventare produttore. Di Risio ha utilizzato per le sue ’pazzie’ diversi fondi regionali. Nel 2006 la Regione Molise destinò 4,6 milioni di euro per la “realizzazione dell’iniziativa produttiva – si legge nel bollettino ufficiale – finanziata attraverso l’estensione con finanza regionale del contratto d’area Molise InternoSoldi prelevati anche dal fondo per l’emergenza alluvionale e sismica. Come si può facilmente apprendere dalla delibera di giunta n. 698 del 2007, con oggetto: ’provvedimenti in favore della ripresa produttiva nel territorio della Regione Molise colpito da eccezionali eventi sismici e meteorologici’.

Ma Macchia di Isernia, sede dello stabilimento, non rientra né nelle zone terremotate né in quelle alluvionate. “Dopo quel finanziamento pubblico – affermò in una nota il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – ho sempre chiesto informazioni sul piano industriale dell’azienda, quali investimenti e livelli occupazionali garantissero per poter usufruire del contratto d’area, ma ho sempre ricevuto risposte parziali. E ancora oggi dopo quattro anni, in commissione non è mai arrivata una relazione sui risultati raggiunti”. Per l’ex segretario regionale della Cgil Molise: “non è chiaro qual è il progetto dell’impresa, che non ci ha neanche comunicato un investimento così importante a Termini Imerese”.

Ma oggi cosa viene prodotto nello stabilimento di Macchia di Isernia? E, soprattutto, come?Dopo aver stretto nel 2007 un accordo di fornitura con Chery Automobil (casa automobilistica cinese, in Italia è conosciuta per l’accordo stipulato con la Fiat per portare il prodotto italiano in Cina), la Dr Motor comincia ad assemblare le componenti dell’auto che arrivano a Macchia di Isernia. La prima creatura è stata la DR1, una tre porte a basso prezzo, tutta made in Cina, venduta inizialmente attraverso i supermercati Iper. Per superare il problema delle omologazioni dei propulsori secondo le norme dell’Unione Europea sono arrivati i motori Fiat. Si è ingrandita la rete dei concessionari e si sono aggiunti nuovi modelli. Oggi la Dr Motor ha tre modelli nel listino (DR1, DR2 e DR5) che vanno dagli 8 a 18 mila euro, tutti prodotti in Cina. Nel 2010 l’exploit delle vendite.

Ma nei primi mesi del 2011 si verifica una forte flessione, con una riduzione del 26%. Questi i dati: 2.700 vetture vendute contro le 3.600 dell’anno precedente. Il dato percentuale è peggiore di quello Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Nel mese di ottobre la flessione è stata del 51%. Qual è oggi la situazione finanziaria della Dr Motor? E’ Andrea Malan su Il Sole 24Ore a fare i conti in tasca a Di Risio. “L’azienda molisana è da tempo in trattative con le banche creditrici per una ristrutturazione dei debiti e per l’ottenimento di nuovi fondi. Secondo fonti del ’Sole 24 Ore’, sul tavolo dello studio Solidoro di Milano c’è un piano che tecnicamente si definisce ’piano attestato di risanamento’, in base all’articolo 67 della legge fallimentare: una procedura introdotta dalla recente riforma che, con un accordo tra le parti validato da un professionista terzo, permette ai creditori e all’azienda una tutela in caso di difficoltà successive”.

Su questo punto è doveroso registrare la risposta di Di Risio: “abbiamo fatto predisporre allaErnst & Young un piano che abbiamo poi sottoposto alle banche, ma non c’è alcun articolo 67; credo che non ci arriveremo e anzi, con l’operazione Termini anche il piano precedente potrebbe essere superato”. Continua ’Il Sole 24Ore’: “la nota con cui il Ministero dello Sviluppo economico annunciava la scelta dei candidati per Termini Imerese parlava di aziende selezionate, tra l’altro, “sulla base della solidità finanziaria”. Dr Motor era gravata a fine 2009 da circa 74 milioni di debiti complessivi – di cui 34 con le banche –, con una posizione finanziaria netta negativa per 34 milioni a fronte di un patrimonio netto di poco meno di 10 milioni. L’approvazione del bilancio 2010 era stata rinviata dai revisori dellaKpmg in attesa di verificare il presupposto della continuità aziendale”. Anche sul bilancio DiRisio sembra essere tranquillo: il ritardo è dovuto alla definizione di alcune poste, e il bilancio è stato depositato nei giorni scorsi”. Bilancio o non bilancio, bisogna capire la logica della scelta di Termini Imerese. Secondo alcuni sindacalisti molisani: “lo stabilimento di Macchia non avrà più motivo di esistere”. 

da lindro.it di martedì 29 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Dr-Motor-nella-tempesta,4739#.TvRntjXojpk

Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il Procuratore della Repubblica di Napoli a Isernia, per parlare della cultura della legalità

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il magistrato vicino alla pensione dopo diverse indagini su nomi importanti. “La vecchiaia ti dà libertà”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ un Paese dove molto è illegale, quindi meglio parlare di legalità. Una legalità che deve nascere dal basso, da quando si è bambini perché altrimenti non si riesce a capire di cosa stiamo parlando. Non è soltanto l’osservanza delle norme penali. Ma l’osservanza delle norme del vivere civile. Se si riesce a vivere civilmente diventa molto naturale rispettare anche le norme legali”.

Con queste parole il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, è intervenuto a Isernia (Molise), insieme a Vincenzo Siniscalchi, Armando D’Alterio, Enrico Tedesco, Rossana Venditti e Lorenzo Diana, alla manifestazione pubblica ’Se non fossimo il Paese che siamo… come fare per riaffermare la cultura della legalità’.

Il magistrato napoletano, da otto anni alla guida della Procura più grande e difficile d’Italia, ha seguito le inchieste più bollenti degli ultimi anni: dalla camorra a Calciopoli, dai rifiuti alle indagini sull’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella fino a quella su Nicola Cosentino (sottosegretario del governo Berlusconi) e le collusioni con il crimine organizzato. Senza dimenticare le inchieste su Giampaolo Tarantini e Walter Lavitola e lo scambio di battute con l’ex premier.

A dicembre andrà in pensione. “Ho avuto la fortuna o la sfortuna di imbattermi con alcune personalità e, naturalmente, sono stato subito attaccato. Così come sono stati attaccati i colleghi milanesi. La mia toga è passata da grigia, rossa, gialla. Ma non mi interessava proprio, anche perché sto per finire. Tra un po’ me ne vado in pensione, avevo la libertà di dire tutto. Perché la vecchiaia dà la possibilità di dire tutto quello che si pensa. Sono totalmente libero nel parlare. Ho sempre reagito”.

Il giudice Giovanni Falcone confidandosi con il suo amico fraterno e collega Paolo Borsellino disse: “la gente fa il tifo per noi”. E’ cambiato qualcosa da allora?
Nell’attività che ho svolto come titolare della Procura più grande d’Italia ho ricevuto dalla gente per strada tantissima solidarietà, soprattutto per il processo al noto personaggio. In questa lotta che c’è stata è una questione soltanto di principio perchè ci si voleva sottrarre all’esame da parte dei magistrati. Su questo non abbiamo ceduto, però ci hanno fatto cedere successivamente perché le competenze le abbiamo dovute trasmettere all’autorità competente.

Cosa bisogna fare per riaffermare la cultura della legalità?
Dobbiamo partire dalle cose più ovvie. Le cose che dovrebbero essere naturali per noi italiani, ma soprattutto per noi napoletani. Abbiamo nel dna il fatto di violare le norme. Quando è necessario fare fronte comune per far ammettere una determinata cosa lo facciamo. Se ci sta il passaggio pedonale siamo portati a passare fuori dal passaggio pedonale, il rosso diventa verde e il verde diventa rosso. Sono cose un po’ strane che si vedono soprattutto a Napoli.

Che importanza hanno la famiglia e la scuola?
Si deve partire soprattutto dalla famiglia e poi dalla scuola. Oggi c’è un filo di speranza concreto: la possibilità per i ragazzi di andare negli Stati esteri dove la cultura della legalità è maggiore rispetto a quella italiana. Ne ho l’esempio classico con mio figlio che è stato molto all’estero e quindi, naturalmente, quando viene a Napoli soffre vedendo queste violazioni. Riprende molte volte anche me, lo confesso, per qualche violazione lieve che riesco a fare.

Secondo l’ex presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia: “nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Cosa rischia il Molise?
Il Molise è ancora un’isola felice. Per evitare di dovere combattere la criminalità organizzata bisogna stare attenti. I cittadini devono stare attenti, perché la criminalità organizzata è insidiosa. Quando cerca di penetrare nella società sana, acquisendo imprese che hanno bisogno di denaro fresco, come sta avvenendo in Emilia Romagna e nel Veneto abbiamo l’infiltrazione della camorra. In Molise non c’è paragone con i guai che abbiamo a Napoli, però questo vi deve servire da lezione.

La legalità è un grande parolone a cui spesso non segue niente nel concreto. L’esempio che dovrebbe venire da noi, da questa generazione, è già traballante rispetto ai ragazzi piccoli. Bisogna partire dall’osservanza delle regole più banali per poi avere la cultura della legalità. Un occhio di riguardo per le giovani generazioni? 
Bisogna educare i ragazzi a osservare le regole del vivere civile. Poi, un domani, dovranno osservare anche quelle penali e le disposizioni vigenti. Altrimenti non arriveremo a niente. Avremo soltanto gli stereotipi del mafioso che va girando con la macchina potente e compra vestiti firmati. E’ una cosa effimera questa ricchezza, perché loro devono mettere in conto due cose: morte violenta oppure il carcere a vita. La giustizia è lenta, ma arriva sempre.

A che punto siamo con la ’caccia’ a Michele Zagaria, il boss latitante della camorra?
Fino ad oggi purtroppo, nonostante che tutte le forze dell’ordine gli siano addosso, non siamo riusciti. Ci siamo andati molto vicini, abbiamo anche utilizzato aerei, elicotteri e altre tecniche speciali. Ma secondo me la tecnica vecchia, quella delle investigazioni, un confidente e la notizia buona al momento buono risolverà il problema. Spero che la latitanza termini prima che me ne vada in pensione. E’ una promessa che le forze dell’ordine mi avevano fatto. Se non ci riescono non è per cattiva volontà, ma perché veramente non ci sono riusciti.

Lui sente il fiato sul collo?
Sicuramente si, basta qualche telefonata che scappa.

da lindro.it di venerdì 18 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Lepore-qui-molto-e-illegale,4532#.TuZFPLKXvq4

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Mario Monti ufficializza la squadra del governo tecnico

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Personalità di alto profilo con qualche trascorso. Per il ’Financial Times’ “è l’ultima chance”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ l’ultima chance” per il ’Financial Times’, che spiega: “se un fallimento in Grecia sarebbe un semplice fastidio, in Italia sarebbe devastante. Quello che dovrà fare Monti sarà estremamente difficile”, gli servirà “una grossa dose di fortuna”. Ma non solo. Servirà impegno, serietà e coerenza per risollevare le sorti del Paese, gestito in questi ultimi anni in modo molto approssimativo.

La squadra di tecnici, composta dal nuovo Presidente del consiglio, è stata resa pubblica. Dopo diverse ore di colloquio con il Capo dello Stato, Monti ha ufficializzato i nomi dei nuovi ministri. Ecco la lista: Mario Monti, Presidente del consiglio con delega alle Economia e alle Finanze; Corrado Passera, allo Sviluppo e Infrastrutture; Giampaolo Di Paola, alla Difesa;Anna Maria Cancellieri, all’Interno; Paola Severino, alla Giustizia; Giulio Terzi di Santagata,agli Esteri; Elsa Fornero, al Lavoro e alle Politiche Sociali; Francesco Profumo, all’Istruzione, Università e Ricerca; Lorenzo Ornaghi, ai Beni culturali; Renato Balduzzi, alla Salute; Mario Catania, alle Politiche Agricole e forestali; Corrado Clini, all’Ambiente. Cinque ministri senzaportafoglio: Enzo Moavero Milanesi, Affari Europei; Piero Gnudi, Turismo e Sport; Fabrizio Barca, Coesione territoriale; Piero Giarda, Rapporti con il Parlamento; Andrea Riccardi, Cooperazione internazionale. Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, sottosegretariodella Presidenza del Consiglio.

Il programma di Governo sarà presentato domani. Ma chi sono gli uomini del presidenteMonti?

Partiamo dal banchiere Corrado Passera, ministro allo Sviluppo Economico e alle Infrastrutture. Uno dei protagonisti della privatizzazione dell’Alitalia, dove gli italiani si sono preoccupati delle perdite e la nuova cordata ha investito nella società sana. Durante la conferenza stampa lo stesso Monti ha tenuto a precisare: “ho considerato la sua storia come una importante premessa e promessa di una sua attività proficua senza che ci siano nelle sue nuove funzioni possibili intralci legati alla sua attività passata”. Ma chi è Passera e perché, anche dopo Berlusconi, si torna a parlare di conflitto di interessi? E’ l’amministratoredelegato di Intesa Sanpaolo. Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi e della Fondazione Teatro alla Scala, è consigliere e membro del comitato esecutivodell’Associazione Bancaria Italiana. E’ stato anche direttore generale di Cir, direttore generale di Arnoldo Mondadori Editore e del gruppo L’Espresso. Da ’Il Fatto Quotidiano’ del2 settembre 2010 si apprende: “la banca guidata da Passera, finanzia la compravendita di una società di cui lo stesso Passera è azionista. E i Fontana (industriali brianzoli, ndr),secondo quanto dichiarano all’epoca, sono pronti ad acquistare, oltre alla quota di controllo parcheggiata in una finanziaria lussemburghese, anche le azioni dei piccoli soci dell’Hotel. Quindi, in teoria, anche quelle dei Passera. Per togliersi dall’imbarazzo il banchiere avrebbe potuto rendere nota la sua posizione agli altri consiglieri di amministrazione di Intesa chiamati ad approvare il prestito. Ma Passera tace”. La stessa famiglia Fontana entrò nella cordata organizzata dal banchiere per rilevare Alitalia.

Giampaolo Di Paola, Ministro della Difesa, ammiraglio. Presidente del comitato militaredella Nato. E’ stato Capo di stato maggiore della Difesa e capo di gabinetto con il ministrodella Difesa Carlo Scognamiglio (centro-destra) e con Sergio Mattarella (centrosinistra).

Anna Maria Cancellieri, Ministro dell’Interno. Già commissario prefettizio a Bologna, dopo le dimissioni di Del Bono per il ’Cinziagate’. Nominata da poco commissario a Parma. Ha ricoperto anche il ruolo di commissario del teatro Bellini di Catania.

Paola Severino, Ministro della Giustizia. Vicina all’ex presidente del consiglio Romano Prodi. Avvocato penalista, ha difeso Cesare Geronzi, i Caltagirone, Roberto Formigoni, Romano Prodi, Gaetano Gifuni (ex segretario della presidenza della Repubblica) e Salvatore Buscemi, il capomandamento della famiglia mafiosa di Passo di Rigano. Ha assistito uno dei dirigenti di polizia imputati per l’irruzione nella scuola Diaz.

Giulio Terzi di Santagata, Ministro degli Esteri. Attuale ambasciatore italiano a Washington. Ha ricoperto la carica di consigliere politico della rappresentanza d’Italia presso la Nato. E’ di casa alla Farnesina, dove ha già ricoperto l’incarico di vice segretario generale, direttore generale per la cooperazione politica multilaterale e diritti umani e direttore politico. E’ stato ambasciatore d’Italia in Israele e rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite a New York. Giurerà domani.

Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Vicepresidente del Consiglio disorveglianza d’Intesa San Paolo, docente di Economia Politica (facoltà di Economia) all’Università di Torino e componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro. Ha fondato il Cerp, Centre for Research on Pensions and Welfare Policies, a Moncalieri.

Il dopo Gelmini si chiama Francesco Profumo, Ministro all’Istruzione, Università e Ricerca.Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. E’ stato Visiting Professor in USA, in Giappone, in Repubblica Ceca e in Argentina. Membro del Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia.

Lorenzo Ornaghi, Ministro ai Beni Culturali. Rettore dell’Università Cattolica di Milano, al terzo mandato. Direttore dell’Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), dellarivista Vita e Pensiero. E’ vicepresidente di Avvenire e della Fondazione Vittorino Colombo di Milano. Membro del Cda della Fondazione Policlinico Irccs di Milano. Pochi anni fa ha ricevuto dal Comune di Milano “l’Ambrogino d’Oro”.

Renato Balduzzi, Ministro alla Salute. Professore di diritto costituzionale nell’Università delPiemonte Orientale. Ha presieduto la commissione ministeriale per la riforma sanitaria.Consigliere giuridico del Ministro delle politiche per la famiglia.

Mario Catania, Ministro alle Politiche Agricole e Forestali. Capo dipartimento delle politiche europee e internazionali del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Corrado Clini, all’Ambiente. Direttore generale del ministero dell’Ambiente. Indagato per l’inquinamento prodotto da un impianto di incenerimento di rifiuti della società svizzera Thermoselect, difeso dall’avvocato Carlo Taormina. Posizione archiviata. Clini rientra anche in una vicenda sollevata dai cambogiani e dal ’Corriere della Sera’, dopo una denuncia presentata da padre Alex Zanotelli. Che, nel corso di una conferenza stampa, aveva posto interrogativi legati al risanamento e trasferimento della più grande discarica di Dandora (Nairobi). Il neo ministro utilizzò queste parole per rispondere: “forse disturbiamo the lords of pauperty, i cosiddetti benefattori di professione, che vivono sulla miseria dei disperati”. La storia la racconta Gianni Ballarini sulla rivista ’Nigrizia’: “A gestire, direttamente da Roma, l’operazione è Corrado Clini. Sarà lui che il 14 e il 15 agosto del 2007 scenderà a Nairobi per incontrare le autorità locali e gli stessi comboniani, per convincerli della bontàdell’iniziativa e per garantire su Eurafrica (una società italiana con uffici in Kenya e 10mila euro di capitale sociale, ndr.). Perché, nel frattempo, compare questa società, con sedi a Napoli e Roma, alla quale è stato affidato lo studio di fattibilità. E qui i misteri iniziano a infittirsi. Innanzitutto, non è chiaro chi le abbia assegnato l’incarico. Clini, nei suoi documenti, scarica la responsabilità sui colleghi kenyani. I quali cascano dalle nuvole”. “Al dottor Clini – hanno commentato Greenpeace, Legambiente e Wwf – vanno le nostre congratulazioni per il prestigioso incarico che gli è stato conferito. Ci aspettiamo che il suo impegno nel gabinetto Monti possa segnare una svolta positiva e un cambio di direzione nelle politiche italiane sull’ambiente a partire da quelle sui cambiamenti climatici”.

Enzo Moavero Milanesi, Ministro per le Politiche Europee. Giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia della Ue. Collaboratore storico di Mario Monti.

Piero Gnudi, Ministro dello Sport e del Turismo. Consigliere di amministrazione di Unicredit, Astaldi e de ’Il Sole 24Ore’. Membro direttivo di Confindustria, della giunta direttiva di Assonime (associazione tra le società per azioni), del comitato esecutivo dell’Aspen Institute. E’ stato presidente di Iri e di Enel. Amico di bicicletta di Romano Prodi.

Fabrizio Barca, Ministro alla Coesione Territoriale. Direttore generale presso il ministerodell’Economia e delle Finanze. Un curriculum di studi internazionale. Figlio di Luciano Barca, partigiano, deputato nelle fila del Pci, direttore dell’Unità ed economista. Collaboratore diEnrico Berlinguer. E’ stato accolto da Calderoli (Lega) con queste parole: “se il buongiorno si vede dal mattino, allora è notte”. Il neo ministro è stato nominato presidente del comitato per le Politiche territoriali dell’Ocse.

Piero Giarda, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria dell’Università Cattolica di Milano e componente del Comitato direttivodella scuola per il dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche. Ha insegnato all’Università Cattolica, all’Università degli Studi della Calabria all’Università di Harvard. Vice presidente della Fondazione Milano per la Scala, presidente della Fondazione Internazionale Monte Rosa, componente del Consiglio di amministrazione del Teatrodell’Opera di Roma. Così rispondeva ad una domanda, dello scorso 4 novembre, sulla famosa lettera inviata dal Governo italia all’Europa: “L’Italia ha bisogno di provvedimenti concreti e non di lettere. Nello specifico la lettera contiene pochissime indicazioni concrete ed è firmata da un personaggio che ha perso molta della sua credibilità”.

Andrea Riccardi, Ministro della Cooperazione Internazionale. Professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre. Ha fondato la Comunità di Sant’Egidio. Per molti è uno dei rappresentanti del Vaticano.

Antonio Catricalà, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Presidente dell’Antitrust.Consigliere e presidente di sezione del Consiglio di Stato. Professore di Diritto Privato all’Università di Tor Vergata, insegna Diritto dei Consumatori alla Luiss. Capo di gabinettodel Ministro delle Poste Maccanico. Ha collaborato con Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi.

Per il giornalista economico Claudio Kaufmann, vice direttore di Borsa e Finanza: “E’ l’ultima chance. E’ il migliore dei governi possibili. Viviamo una situazione peggiore di come veniva raccontata. L’unico rischio per questo governo è la politica”.

da lindro.it di mercoledì 16 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Tutti-gli-uomini-del-Presidente,4481#.TuZAy7KXvq4

’SANTI’ PATRONATI

La riforma 152 che ne ampliava le funzioni compie dieci anni

’SANTI’ PATRONATI

Un corpo intermedio di servizio e un punto di riferimento per il welfare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I Patronati hanno contribuito in questi anni ad avvicinare milioni di cittadini, lavoratori e pensionati, alle istituzioni preposte alla gestione dello stato sociale, e quindi alla democrazia. E il loro ruolo sarà sempre più determinante in futuro, soprattutto alla luce dei bisogni sociali emergenti dall’acutizzarsi della crisi economica, che aumenta disagi e domande di tutela”. In questo modo il vicepresidente del patronato Acli, FabrizioBenvignati, è intervenuto in occasione del decennale della legge di riforma 152 del 2001.

La norma che ha permesso di ampliare le funzioni, confermando i compiti e affidandone di nuovi. Una legge che ha ‘rivoluzionato’ l’attività dei patronati. L’anniversario è stato celebrato questa mattina dalle quattro sigle (Cepa, Cipas, Cipla, Copas) con una manifestazione organizzata al Cnel. Per una riflessione sulle sfide future. Per il presidente del raggruppamento Cipla, Leo Fiorito: “sono stati dieci anni che hanno modificato la nostra vita, hanno cambiato le persone, le famiglie, i lavoratori. Tutti, in questi anni, sono impegnati nella ricerca di nuovi equilibri. Questo decennale è di fondamentale importanza e i patronati, come corpo intermedio di servizio, devono offrirsi alla riflessione. Il sistema dei patronati sarà all’altezza del suo compito se guarderà per tempo e interverrà rispetto alle modificazioni in campo, se riuscirà a guardare alla rete di orientamento sociale e a definire e posizionare al centro beni e servizi di pubblica utilità, per dei bisogni che continuano ad investire salute, famiglia, immigrazione, nuove forme di società”.

All’incontro, che ha visto per la prima volta insieme i quattro raggruppamenti sindacali, ha preso parte anche il consigliere del Cnel Bosco: “il patronato costituisce dal 1947 un punto di riferimento e un partner sociale per tutti coloro che hanno diritto a prestazioni del nostro welfare e bisogno di una assistenza a misura di persona”. Per il presidente dell’Inca-Cgil,Morena Piccinini: “abbiamo bisogno di allargare il nostro ambito di azione verso grandi terreni, come quello della previdenza complementare e dei rapporti con la pubblica amministrazione a livello locale. La funzione nuova del patronato è proprio questa: rivolgersi alla persona per l’insieme dei diritti di cittadinanza, da quelli previdenziali alla tutela della salute sul luogo di lavoro, alla gestione del rapporto verso i lavoratori immigrati”.

I patronati nascono con l’esperienza del mutuo soccorso, sino ad arrivare al sostegno per i soggetti più in difficoltà. La legge del 2001, che “detta i principi e le norme per la costituzione, il riconoscimento e la valorizzazione degli istituti di patronato e di assistenza sociale quali persone giuridiche di diritto privato che svolgono un servizio di pubblica utilità”, ha permesso ai patronati di attivare le convenzioni con i soggetti istituzionali.

Per collaborare con strutture pubbliche e private e per coprire le richieste e i bisogni sociali. Ma quali sono le funzioni dei patronati? Basta sfogliare la legge del 2001: “Gli istituti dipatronato e di assistenza sociale esercitano l’attività di informazione, di assistenza e di tutela, anche con poteri di rappresentanza, a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi, dei pensionati, dei singoli cittadini italiani, stranieri e apolidi presenti nel territorio dello Stato, per il conseguimento in Italia e all’estero delle prestazioni di qualsiasi genere in materia di sicurezza sociale, di immigrazione e emigrazione”.

L’attività del patronato è sottoposta al controllo del Ministero del Lavoro che rileva, annualmente, la quantità e la qualità dell’operato di ciascuno. 11 milioni e 400mila pratiche lavorate nel 2010, 22mila uffici e recapiti aperti al pubblico sei giorni a settimana, 6 milioni e 900mila ore di servizio offerte ai cittadini in un anno. Questi i numeri dei patronati in Italia, resi noti questa mattina nel corso dell’appuntamento a Roma. Secondo l’Istituto Ispo di Milano tra la popolazione italiana il servizio più conosciuto tra i cittadini è quello riferito alle pensioni (78%), per gli assegni familiari (74%) e per l’indennità di disoccupazione (71%).

Per la ricerca, realizzata tramite interviste telefoniche, con il sistema CATI, (su un campione di 1007 individui) nove italiani su dieci (il 93%) affermano di averne sentito parlare. Il 47% afferma di saper indicare ed indica una sigla di patronato (mentre il 46% dice di non essere in grado di citare alcun nome specifico di patronato). Il 39% manifesta un’ottima o discreta conoscenza dei patronati. Il 44% degli intervistati sostiene di essersi rivolti ad un patronato, mentre il 28% dichiara che potrebbe farlo in futuro. Un’esperienza di oltre sessant’anni di attività di assistenza e di tutela per i cittadini e i migranti che “dalla pubblica amministrazione esigono i loro diritti previdenziali e assistenziali, secondo la legislazione vigente”.

Quali sfide attendono il patronato? Che peso ha in questo particolare momento? Lo abbiamo chiesto al professor Mario Napoli, docente di diritto del lavoro e direttore del Dipartimento di Diritto privato e pubblico dell’economia dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. “E’ una norma molto positiva, innovativa e interessante. Lo Stato pensa alla protezione dei cittadini. Una grande occasione di presenza sociale per le persone. L’impianto è esatto. Ne parlo positivamente, anche se è costosa per le tasche dello Stato. Ma è necessaria”. Il vicedirettore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale non ha dubbi: “non si mettono in discussione i diritti acquisiti nel corso del tempo. In questa drammatica situazione, almeno, si lasciano le forme di tutela. Quando c’è incertezza e instabilità tra i cittadini meglio non mettere in discussione certi diritti fondamentali”. Ma qual è la situazione del mercato del lavoro in Italia? Secondo lo studio Cgil-Ires e i dati che verranno presentati domani dalla Cgil nel corso di una conferenza stampa, in tre anni di governo sono stati bruciati quasi un milione di posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano è stato caratterizzato da profondi mutamenti economici e sociali. Le debolezze dell’economia italiana si sono rivelate grazie alla crisi economica mondiale. La crisi ha peggiorato la situazione e ha inciso anche sull’andamento dei contratti interinali e atipici.

da lindro.it di martedì 15 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Santi-Patronati,4452#.TuY_grKXvq4

SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti italiani

SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Deciso lo spostamento della sede di Origgio. I sindacati: “solo per favorire gli azionisti”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un piano inaccettabile”. Non usa mezze misure Marco Falcinelli della segreteria nazionaleFilctem-Cgil sulla vicenda Sanofi Aventisl’azienda farmaceutica che produce il Maalox(commercializzato in 55 Paesi).

La multinazionale ha deciso di ridimensionare e di spostare la produzione del farmaco a L’Aquila, in Abruzzo. Il sindacalista fa riferimento alle gravi conseguenze occupazionali e alle scelte strategiche improntate ad interessi finanziari. Sono 140 i lavoratori che rischiano il posto di lavoro, perché l’azienda ha deciso la riduzione dell’organico e lo spostamento dalla sede di Origgio (Varese). Il sito, fondato nel 1971, si trova a circa venti chilometri da Milano e si estende su una superficie di 160mila mq. Nel 2006 il sito di Origgio è stato coinvolto nello sviluppo di un importante progetto relativo alla costruzione di un nuovo reparto per la produzione di Enterogermina. La decisione del gruppo francese, che in Italia è una delle prime realtà industriali, comporterà il trasferimento di 140 lavoratori nel capoluogo abruzzese. Una scelta molto difficile per i lavoratori interessati. In Italia la Sanofi Aventis ha sei stabilimenti produttivi: Varese, Cuneo, Padova, L’Aquila, Frosinone e Brindisi.

Per queste ragioni, questa mattina, è stato indetto uno sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti. Circa 250 dipendenti hanno incrociato le braccia e bloccato l’ingresso dell’azienda. Per molti è impossibile accettare le richieste avanzate. Non tutti possono trasferirsi con le proprie famiglie in un’altra Regione del centro Italia. Chi non può abbandonare il proprio territorio rischia di ritrovarsi senza lavoro, nel periodo meno opportuno per la crisi che sta colpendo l’intero tessuto industriale. Sindacati e lavoratori non capiscono la scelta strategica della proprietà, che conta in tutti gli stabilimenti italiani circa 3.500 dipendenti. Per il sindacalista Maurizio Ferrari della Femca-Cisl “l’azienda non è in crisi. La scelta è solo per questioni di utili. Abbiamo anche chiesto alla Provincia di intervenire perchè la situazione varesina è a rischio e questa situazione alla Sanofi può essere evitata, le ricadute sul territorio sarebbero drammatiche, anche per l’indotto”. Anche la nota congiunta dei tre sindacati ribadisce lo stesso concetto: “tale piano è inaccettabile per le scelte strategiche in esso contenute e per le gravi conseguenze occupazionali che produce. E’ del tutto evidente che la scelta strategica del Gruppo è quella di far prevalere gli interessi di origine finanziaria a beneficio degli azionisti e di far venire meno l’impegno industriale e scientifico in Italia. Il modello di azienda che si vuole perseguire è quello che prevede una forte presenza commerciale, ancorché ridotta, con la Ricerca fatta e sviluppata altrove e temiamo, nel tempo, la potenziale dislocazione delle attività produttive in altri Paesi”.

L’iniziativa è stata appoggiata dai sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, che hanno chiesto un incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico (“per affrontare la discussione specifica e per sollecitare rapidamente la convocazione del tavolo nazionale sulla Farmaceutica”). Informando anche Farmindustria “per far sentire la sua voce nella difesa degli interessi industriali e occupazionali del settore”.

Nel 2010 sono stati 23,2 i milioni di fatturato del sito di Varese. 50 milioni sono i pezzi dellespecialità farmaceutiche prodotte e confezionate presso lo stabilimento e 4 i continenti che ricevono i prodotti del sito di Origgio. Oltre alla produzione destinata all’Europa, lo stabilimento produce farmaci per 21 Paesi: in Africa, SudAmerica, Asia, India e Indonesia. La riorganizzazione “lacrime e sangue” (definita in questo modo dalle sigle sindacali) ha colpito i lavoratori come un fulmine a ciel sereno. Nel 2010 i sindacati con queste parole giudicavano i dati relativi all’andamento economico della società: “il quadro di insieme restituiscel’immagine di una azienda solida ed economicamente in utile, che occupa la seconda posizione di mercato in Italia e la terza in Europa e che, nonostante la profonda fase di riorganizzazione che sta caratterizzando il settore a livello globale, riesce ad essere competitiva sui mercati anche grazie alla numerosità dei prodotti in portafoglio. La pipeline dei nuovi prodotti frutto delle attività di Ricerca e Sviluppo del Gruppo ma anche di numerose operazioni di acquisizione effettuate sul mercato garantiranno l’immissione in commercio di nuove specialità nei prossimi cinque anni tali da non far prevedere problemi per l’azienda nel mantenere o migliorare le posizioni di mercato”.

Ora i lavoratori pretendono risposte certe. Non vogliono aspettare la chiusura dei reparti. PerErmanno Donghi della Cgil: “la proprietà ha fatto questa scelta solo per motivi economici, non ha senso questo spostamento. Nella presentazione del piano industriale hanno deciso di investire a Origgio nove milioni di euro per la produzione di Enterogermina. Tutti i milioni investiti negli anni scorsi per far diventare questa azienda il polo centrale della produzione di Maalox, sono quindi stati buttati?”.

Ma qual è la situazione del settore farmaceutico italiano? Secondo l’indagine del 2011 diR&S Mediobanca su ’Le principali società italiane’ risulta prima per fatturato la Menariniche supera la soglia dei 3 miliardi Gli altri grandi nomi dell’industria farmaceutica italiana, tutti in progresso di fatturato sul 2009, sono la Sanofi-Aventis (+1,5%), la Novartis Pharma(+12%) e la Merck Serono (+9,4%). Secondo l’analisi di Meridiano Sanità (l’organismo sul tema della sanità in Italia) “il settore farmaceutico costituisce, insieme alla moda e alla meccanica strumentale, un ambito nel quale è ancora possibile ambire a posizioni di leadership a livello globale. Per far crescere l’intero sistema occorre far leva sulle imprese che investono, concentrando le risorse con meccanismi di incentivo”. Qualche esempio? “Il lancio del Fondo nazionale per l’innovazione, che finanzia progetti innovativi legati ai brevetti, le misure per il rientro dei talenti, il rinnovamento nel settore della Pubblica Amministrazione. Tuttavia il nostro Paese può e deve fare di più”. Resta da capire, come in questo “di più”, vengano contemplati i rapporti con i lavoratori.

da lindro.it di venerdì 11 Novembre 2011

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SCUOLE ALLO SCOPERTO

A Venafro, Molise, cede la controsoffittatura di un edificio scolastico

SCUOLE ALLO SCOPERTO

L’istituto ’più sicuro d’Italia’ messo in crisi da una vite di plastica. “Quasi diecimila istituti in Italia non sono sicuri”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

’Una scuola sicura’. Questo lo spot utilizzato dalla politica regionale per l’inaugurazione dell’Istituto comprensivo statale L. Pilla di Venafro, in provincia di Isernia. Un taglio del nastro fatto qualche giorno prima delle elezioni regionali. Esattamente il 12 settembre scorso. Per non parlare dell’inchiostro utilizzato dagli organi di informazione locali per celebrare l’evento. Pagine e pagine dedicate all’inaugurazione.

La scorsa notte l’amara sorpresa. Al rientro nelle aule, dopo il fine settimana, l’incubo si è materializzato davanti agli occhi dei presenti. L’intera controsoffittatura era crollata.Secondo alcuni per colpa di un ’fischer’, una vite di plastica di 8cm che fissava le lastre dicartongesso. Due i locali riammodernati con la stessa tecnica. Solo in uno si è registrato il cedimento. “Manca – per il segretario Flc-Cgil Molise – un piano concreto per mettere in sicurezza le scuole molisane, perchè quello fatto, spesso è stato estemporaneo e non frutto di una seria programmazione dell’offerta formativa regionale. Siamo ancora alla politica degli annunci, la realtà è diversa”.

A livello nazionale si registrano interventi bloccati o solo parzialmente realizzati in attesa dei fondi. Secondo i dati raccolti da Anci e Upi soltanto 770 accordi sono giunti a compimento con la liquidazione dei fondi, mentre per gli altri non c’è copertura. La cifra complessiva che il Ministero deve trasferire è pari a 358 milioni di euro. Di questi fondi è arrivata a destinazione una quota inferiore al 50%. Non ci sono fondi in bilancio.

Nell’ottobre del 2009 in una scuola di Napoli il crollo di una controsoffittatura in polistirolo che ferì lievemente una giovane studentessa. Il Ministro Gelmini aveva promesso un piano di riqualificazione dell’edilizia scolastica, mai arrivato. Nel 2008 a Rivoli (Torino) il crollo del controsoffitto di un’aula causò la morte di uno studente e venti feriti.

Per l’assessore comunale di Venafro Iannacone, che ha seguito da vicino l’opera, “è la classica buccia di banana. Un fischer mette in discussione un’opera strutturalmente valida”. Costata un milione e centomila euro. Fondo erogato nell’ambito di un piano nazionale per la sicurezza degli edifici scolastici. Per l’assessore “l’errore umano esiste in tutte le cose che si fanno”. Lo stesso ‘errore umano’ che causò il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini e una maestra. “La fortuna nostra – ha aggiunto l’assessore – è che la scuola era chiusa. E’ inutile tornare indietro per vedere cosa poteva succedere. Sono cose gravissime che non dovrebbero succedere. Vogliamo capire di chi è la colpa”. Lo stesso concetto espresso dal primo cittadino di Venafro Cotugno, che attacca senza mezzi termini la ditta che ha compiuto i lavori: “è un lavoro fatto male, è un lavoro fatto male, è un lavoro fatto male. Chi ha sbagliato deve pagare”.

Abbiamo avvicinato il Presidente dell’impresa che ha effettuato i lavori (La Fortuna di Caserta), Gennaro Nocera, che riduce tutto a un problema di tassello, il famoso fischer di8cm. Ecco le sue parole: “quello che ho visto a Venafro non l’ho mai visto nella mia vita”. Cioè? “L’invidia. Nessuno voleva politicamente che questa scuola si apriva. Devo avere 400 mila euro dal Comune”. Per il costruttore il crollo della controsoffittatura non poteva causare danni alle persone (“morire no, perché il cartongesso è leggero”).

Ma ecco la tesi sul complotto: “togliendo quei pannelli, questa è la scuola più sicura d’Italia. Non avrei chiamato nessuno, in due giorni facevo i lavori e si chiudeva il discorso. Qualcuno ha fatto qualche dispetto. Qualcuno è entrato nella scuola e ha sfilato un fischer. Sinceramente penso questo. Per invidia politica. Nessuno credeva a questa scuola che si apriva. La politica è una cosa vergognosa, si vendono anche le famiglie. Come i camorristi”. Ma è importante anche un altro passaggio, relativo all’appalto: “sono arrivato secondo. La prima impresa di Napoli è stata cacciata con 90mila euro. Mi hanno chiamato e sono venuto al Comune. Dove tre persone importanti (il costruttore non ha voluto fare i nomi dei personaggi, ndr) che mi conoscevano mi hanno detto ‘questa scuola la vogliamo da te’. Ho dovuto fare questa cosa a titolo di amicizia. Tutto il ribasso lo abbiamo sfruttato per le varianti”.

Per il neo consigliere regionale Cosmo Tedeschi dell’Idv: “le inaugurazioni fatte con urgenza, prima di fare le votazioni, portano a questi risultati. Un’opera del genere che cade e che mette in pericolo i bambini non è stata fatta a regola d’arte”. Al centro di forti polemiche il sindaco: “ho la coscienza pulita. Perché gli sciacalli politici non dicono che il direttore dei lavori (l’ing. Petrone, ndr) ha delle colpe, la ditta ha delle colpe”. E sul complotto politico? “Devo essere sincero, qualcuno me lo ha detto. Non ci voglio credere, sarebbe la fine. Non ci voglio pensare. Poteva accadere qualcosa di grave. E’ una cosa gravissima. I responsabili dovranno pagare. Gli avversari politici aspettano questi momenti. Quel tipo dicontrosoffittatura ce l’hanno solo i due androni”. Uno ha ceduto. “L’altro cederà”. Ma è ancora la scuola più sicura d’Italia? “Si, ci sono le carte. Non faccio il tecnico. Ci sono tutti i certificati. Questa scuola rispetta i parametri sismici e rientra nella circolare di Bertolaso. Mai come in questo caso ci sono i responsabili che la legge individua. Gli appalti pubblici necessitano di figure professionali nominati dagli enti preposti”.

E i tre ignoti personaggi, che al Comune di Venafro, hanno pregato il costruttore di effettuare i lavori? “Se non si fanno i nomi parliamo di altro. Passiamo all’altra domanda. Le cose che non hanno nome e cognome non ne parlo proprio. Se ero presente ci mettevo il nome mio. Posso dire solo che ancora una volta si registra lo sciacallaggio politico, il sindaco è estraniato dalla legge”. La Procura di Isernia, guidata da Paolo Albano, ha aperto un’inchiesta per accertare le responsabilità: “la Procura ha provveduto alla convalida del sequestro. Abbiamo seguito le indicazioni dei tecnici, per cui il sequestro è stato limitato alla parte della scuola che è stata interessata al crollo. Ai fini processuali ci serviva solo quella parte. Stiamo valutando la possibilità di una consulenza tecnica per stabilire le eventuali responsabilità. Al momento il procedimento è contro persone da identificare, in un fase successiva valuteremo anche chi, eventualmente, iscrivere”.

Secondo Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia eMassimiliano Stucchi, dirigente di ricerca: “quasi diecimila istituti in Italia non sono sicuri.La maggior parte di questi edifici scolastici si trova dove il pericolo sismico è basso”. Un vero e proprio paradosso. Come dire che per avere scuole sicure bisognerebbe abitare in zone a rischio sismico. San Giuliano di Puglia non ha insegnato nulla. I proclami fatti in quei giorni non sono serviti a nulla. La situazione è drammatica, mancano strutture idonee e soldi per rendere sicure le scuole pubbliche.

da lindro.it di giovedì 10 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Scuole-allo-scoperto,4357#.TuY8SLKXvq5

ALENIA, il gioco politico

Tre mozioni in parlamento per evitare il trasferimento al Nord. Ieri l’accordo

ALENIA RESTA AL SUD

Nel 2009 un prestito di 500 milioni di euro dalla Banca Mondiale. Per molti l’azienda al centro di un ’gioco politico’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’azienda ha annunciato un piano industriale che penalizza decisamente i propri siti nelle regioni meridionali a vantaggio degli insediamenti nelle regioni del nord”, “ingiustificato depauperamento dell’economia meridionale”, “è stato previsto lo spostamento della storica sede legale di Alenia da Pomigliano d’Arco (Napoli) a Venegono (Varese)”, “adottare ogni iniziativa di competenza tesa a garantire che nella riorganizzazione del gruppo Alenia non vi sia alcuno spazio per il trasferimento del centro decisionale, della sede legale del gruppo e delle attività produttive dalla Campania verso il Nord del Paese”.

Questi alcuni passaggi delle tre mozioni presentate a Montecitorio. La politica del Palazzo non sta a guardare e interviene sulla vicenda Alenia, per scongiurare e dire ’no’ al piano industriale di Alenia Aeronautica. Un testo (primo firmatario Francesco Nunzio Testa, Udc) èbipartisan, firmato da tutti i gruppi parlamentari (tranne la Lega, per i suoi obiettivi politici al Nord), il secondo dell’Italia dei Valori (firmato da Antonio Di Pietro) e l’altro del Pd (primo firmatario Andrea Lulli). Alenia Aeronautica è una società controllata dal colosso pubblicoFinmeccanica. La maggiore realtà industriale italiana in campo aeronautico, il complesso mondiale più avanzato nel suo settore.

Finmeccanica è il quinto colosso mondiale degli armamenti, controllata dal Governo tramite il Ministero del Tesoro, utilizzata, in questi ultimi anni dalla politica, come una vera e propria mucca da mungere. E’ Aldo Di Biagio, eletto nel Pdl alla Camera dei Deputati e iscritto dal 30 luglio 2010 al gruppo Fli, a raccontare ai microfoni del programma ’Servizio Pubblico’ diMichele Santoro il modus operandi della partecipata statale: “mi ha contattato una persona con cui avevo un rapporto di amicizia, una mia collega del Pdl. Mi ha detto: ‘ci aspettiamo da te che tu ci sostenga, devi guardare al tuo futuro, noi siamo in grado di garantirtelo. Costruisci una fondazione e ti faremo avere i fondi necessari per le tue attività, un milione e mezzo di euro ti vanno bene?’” Da dove sarebbero arrivati? “In questo caso – risponde Di Biagio – da Finmeccanica, che sembra diventato il marchettatoio di questo Governo”.

Il ’marchettatoio’, come lo definisce l’onorevole, controlla l’Alenia Aeronautica, l’azienda che opera nel campo dei veivoli civili e militari. Uno dei suoi poli di eccellenza è a Napoli e nei quattro stabilimenti di Pomigliano d’Arco, Casoria, Capodichino e Nola impiega 5milapersone. Un esercito di lavoratori che si vedono penalizzati per la decisione del piano industriale di trasferire gli insediamenti industriali nel Nord del Paese. Solo due anni fa la BEI (Banca Europa per gli investimenti) ha accordato un prestito di 500milioni di euro al gruppo Finmeccanica, in particolare all’Alenia Aeronautica, per supportare il ruolo industriale nelle regioni meridionali. “Il finanziamento – si legge in una delle tre mozioni –come spiegato dalla BEI, è stato concesso sulla base di due criteri di attività della Banca stessa: il finanziamento di attività di ricerca e sviluppo e la destinazione di risorse all’ampliamento dei siti produttivi localizzati in Campania (Pomigliano d’Arco) e Puglia (Foggia e Grottaglie), regioni italiane entrambe localizzate in zona di convergenza secondo i parametri comunitari”.

C’è chi parla di ricatto politico. “I vertici di Finmeccanica – secondo un lavoratore di Alenia –sono vicini alla Lega Nord. Questo è un ricatto della Lega a Berlusconi. E’ un dato di fatto”. Si sono registrate diverse proteste degli operai Alenia a Napoli e a Roma nei mesi scorsi. Proprio da Roma una testimonianza sul gruppo dirigente di Finmeccanica: “puntano su un ridimensionamento di circa mille unità. Così diminuisce la capacità competitiva, diminuisce la capacità produttiva”.

Ecco altre testimonianze di alcuni operai e impiegati di Casoria per la difesa del sito ad alta produttività: “non sappiamo da dove sia derivata questa scelta, se non per un fatto politico, nonostante che l’anno scorso abbiamo avuto assicurazioni. Siamo preoccupati perché lo scontro non è dal punto di vista industriale, ma è uno scontro politico”. Per un altro operaio: “la questione non riguarda soltanto Casoria, dove siamo in lotta per non far chiudere lo stabilimento, ma riguarda anche l’indotto. La vergogna maggiore è quella di voler portare la direzione al Nord. Questa è una manovra prettamente politica che noi non siamo disposti a far passare. Non possiamo farci calpestare e perdere il pane quotidiano per noi anziani e per i ragazzi che oltre al lavoro non avrebbero nessun tipo di futuro. I lavoratori non ce la fanno più a essere presi in giro da coloro che avevano promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani. Le hanno sfondate le tasche, non ce la facciamo più”.

Cosa chiedono i lavoratori? “Dobbiamo fare in modo – afferma un impiegato dell’Alenia – che le quattro sedi in Campania restino nei nostri territori, insieme alla sede legale. Quando è stato presentato il piano industriale a Roma, con i vertici di Finmeccanica, in cui è emersa la volontà di chiudere lo stabilimento di Casoria e trasferire la sede legale al Nord per noi è stato un fulmine a ciel sereno, non capendo le ragioni che ci stanno dietro la richiesta di chiusura. Casoria è lo stabilimento più efficace, più produttivo dell’intero gruppo industriale di Alenia Aeronautica”.

Ma cos’è Alenia Aeronautica? Alenia Aeronautica è l’erede di un secolo di aviazione in Italia. Creata nel 1990 dalla fusione di Aeritalia e Selenia, le aziende aerospaziali e della difesa diFinmeccanica. Alenia è la discendente di una ricca tradizione di oltre 12mila aerei progettati, costruiti e mantenuti dalle aziende che l’hanno preceduta. Legò il proprio nome aEurofighter e ad altri programmi avanzati. L’odierna Alenia Aeronautica è nata nel 2002 dallasocietarizzazione delle divisioni di Finmeccanica. Da allora intorno ad Alenia sono stati commessi diversi errori. Economici e politici. Come la decisione di partecipare al programma di collaborazione con i russi di Sukhoi, imposto da Palazzo Chigi. Ma cosa dice il piano industriale? Secondo il responsabile comunicazione del Partito del Sud Emiddio deFranciscis: “mira alla riduzione del personale al sud e allo spostamento della sede legale dal sud al nord. L’Aermacchi e Alenia Aeronautica saranno fusi in un’unica società che prenderà il nome di Alenia Aermacchi e la sede legale sarà trasferita da Pomigliano d’Arco a Venegono, Varese. Il piano di ristrutturazione prevede fra l’altro la totale chiusura del sito di Casoriacon almeno 1.200 esuberi. I sindacati hanno già espresso le loro perplessità sul piano perché mentre la riduzione del personale è lampante, non si conosce qual è il piano di rilancio del gruppo”. Ed insieme all’assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito è convinto che la Lega punti al “controllo di un gruppo industriale pubblico, Finmeccanica, e opera per trasferire le eccellenze industriali dall’area di Napoli a quella di Varese, con la fusione di Alenia (la controllante, ndr) e Aermacchi”.

Ieri (8 ottobre) è stato raggiunto l’accordo tra Alenia e i sindacati sul piano della riorganizzazione. Per Giovanni Sgambati, della Uilm Campania “è un risultato molto importante che garantisce i lavoratori e crea le condizioni di un futuro industriale per AleniaAeronautica in Italia e nel Mezzogiorno”. Previste anche assunzioni, come dichiarato quest’oggi da Ludovico Vico, deputato Pd in commissione Attività produttive della Camera: “Il protocollo d’intesa prevede anche 500 nuove assunzioni, 300 delle quali nel corso del 2012. Alenia Aeronautica si impegna ad effettuare investimenti per 2 miliardi e mezzo di euro entro il 2020, con nuovi programmi e nuovi prodotti. Si tratta di un importante risultato dei sindacati metalmeccanici e delle lotte dei lavoratori. Da parte nostra continueremo a sostenere i lavoratori di Alenia come abbiamo fatto in occasione della presentazione di una mozione parlamentare. Adesso vigileremo perché questi accordi vengano effettivamente rispettati a tutela dei lavoratori”.

L’accordo – ha spiegato Giuseppe Terracciano, segretario Fim Cisl di Napoli – definisce i siti di produzione, assegna a ciascuno una missione produttiva, delinea il nuovo assetto del settore Aeronautica nell’area partenopea, come il centro operativo dei velivoli commerciali aPomigliano. Il tutto accompagnato da certezze di investimenti previsti per circa 950milionidi euro“. Per Antonio Marciano, segretario della commissione regionale attività produttive:“l’intesa raggiunta accoglie molte delle richieste dei sindacati e dei lavoratori, sventando il rischio di un drastico ridimensionamento di una eccellenza industriale della nostra regione e di tutto il Sud. Ci sono tutte le condizioni perchè un fiore all’occhiello dell’industria aerospaziale possa continuare a dare una spinta all’economia meridionale e nazionale, investendo ancora di più in innovazione, ricerca, futuro. Alle lavoratrici e ai lavoratori diAlenia il merito di aver raggiunto un traguardo importante, conducendo in queste settimane una lotta con grande determinazione i cui benefici ricadranno sull’intera regione”.

da lindro.it di mercoledì 9 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Alenia-resta-al-Sud,4329#.TuY5xrKXvq4

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