Giorno: 23 dicembre 2011

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

La denuncia di Amnesty International alle politiche del passato governo

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

Per l’attivista Shady Hamadi bisogna seguire lo slogan di Don Milani, ’I care’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La strada verso la democrazia e le speranze che dobbiamo riporre nella Siria non influenzeranno solo il corso della storia di questo Paese, ma dell’intera area mediorientale. Dobbiamo avere coerenza, come l’Italia sta dimostrando in questo caso meglio di molti altri Paesi, ad ascoltare le richieste della società civile siriana che sarà la classe dirigente del domani perché sono i giovani, uomini e donne, in egual modo a dimostrare di essere la forza trainante del paese”.

Queste le parole utilizzate dallo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, attivista per i diritti umani in Siria, durante la sua audizione alla Camera dei Deputati, di fronte al comitato permanente sui diritti umani. In contesti come quello della Siria, dell’Egitto e della Libia come si è comportata l’Italia? Secondo Valentina Pagliai, responsabile del dipartimento di educazione ai diritti umani della Robert F. Kennedy Foundation of Europe (creata nel 2005 per promuovere e sviluppare a livello europeo i progetti portati avanti dal RFK Center forJustice & Human Rights, con una particolare attenzione ai progetti di educazione ai dirittiumani): “il Governo italiano (quello dell’ex premier Berlusconi, ndr) è stato molto cauto. Ma non solo il Governo italiano. La primavera araba ha contraddistinto queste situazioni. Ci siamo ritrovati di fronte ad una forma nuova rispetto all’Afghanistan e all’Iraq. Vari Governi si sono trovati spiazzati. Abbiamo assistito a una rivoluzione pacifica promossa dai giovani attraverso nuove forme di comunicazione. Una protesta partita dal basso”.

La rivoluzione ha investito anche la politica internazionale. “Questo è soltanto il primo passo– ha aggiunto Pagliai -. L’Italia, nonostante un passato Governo poco attento a certi temi e a certe novità, è molto in prima linea dal punto di vista degli aiuti umanitari. I giovani hanno capito che il cambiamento è possibile e che dipende da ciascuno di noi. La protesta si è allargata a macchia d’olio e ha toccato anche Paesi Occidentali. Fenomeni diversi, ma con la stessa matrice. Oggi molti media hanno smesso di parlarne. Questa è la rivoluzione pacifica del futuro”.

E perché questa rivoluzione non ha toccato l’Italia? “Da noi è più difficile. Nei Paesi del Nord Africa la gente non ha più nulla da perdere. Anche se i fenomeni registrati in Occidente sono dei segnali per i Governi e per le Banche. Questo movimento si è registrato in tutto il mondo, tranne che da noi. Credo che sia da collegare anche a un fenomeno culturale”.

Ma qual è il bilancio delle politiche messe in atto concretamente negli ultimi anni sul tema dei diritti umani? Come si è intervenuti? Cosa è stato fatto concretamente? La denuncia diAmnesty International è chiara. Il nostro Paese, in tema di diritti umani, ha dato il cattivo esempio. Come può un Paese esportare la democrazia, con guerre di interesse, se nei suoi territori non esistono buone leggi che tutelano i diritti umani? Ecco un primo esempio: la legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. La legge 94 del 2009 ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile da 5mila a 10mila euro. Per non parlare del rinvio forzato dei richiedenti asilo politico. Nel 2009, denuncia Amnesty, “disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar”.

I passeggeri sono stati lasciati per quattro giorni, senza acqua e cibo, sul ponte della nave. Dal maggio del 2009 le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo politico avvistati in mare. Per l’Accordo di Amicizia tra il Governo italiano e quello libico diGheddafi. Come poteva un Governo, rappresentato da chi ha accolto con il baciamano il dittatore libico (con il quale molti Stati occidentali facevano affari), portare avanti azioni concrete sui diritti umani? Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati “la politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31mila del 2008 alle circa 17mila del 2009”. Ma gli esempi non finiscono qui. Se nel parlamento italiano diversi rappresentanti politici hanno attestato senza vergogna che Ruby “è la nipote di Mubarak” a livello governativo, senza alcuna vergogna, è stato fatto passare qualsiasi atteggiamento di discriminazione.

Come quello relativo ai diritti umani dei rom, a cui è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione. In diverse città (come Milano e Roma) sono stati autorizzati gli sgomberi forzati illegali. Nel campo del controterrorismo e sicurezza “le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani”. Il 4 novembre 2009, “il tribunale di Milano ha condannato in primo grado 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti dell’ex Sismi per il rapimento di Abu Omar, trasferito illegalmente in Egitto nel 2003 e detenuto segretamente per 14 mesi. Il segreto di stato posto sulla vicenda (sia da Prodi che da Berlusconi, ndr) ha determinato il non luogo a procedere per il direttore del Sismi all’epoca del rapimento, per il suo vice e per altri tre imputati italiani”.

Continua Amnesty: “nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti”.

L’Italia, spiega nel suo rapporto Amnesty “resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione. Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse”. Ma qual è la strada che l’Italia deve seguire? La indica Shady nel suo intervento sui diritti umani, citando un italiano illustre: “dobbiamo muoverci tutti uniti sotto il segno della libertà senza interessi particolari nel far finire questa strage. Don Milani insegnò ai suoi alunni due parole in inglese ’I Care’ io mi interesso, interessiamoci tutti”.

da lindro.it di mercoledì 21 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Diritti-umani-l-Italia-cattivo,5196#.TvRzuTXojpk

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Un volontario dell’Ascom: “nessuno sta indagando”

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Alle domande sull’indagine di Gratien Rukindikiza la Farnesina non dà risposte

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Attenzione, in questo caso vi sono molti aspetti poco chiari della vicenda”. Queste le parole dal missionario padre Claudio Marano (in Burundi dal 1991) e riportate dal settimanale ’Famiglia Cristiana’. Il riferimento è all’uccisione del volontario italiano Francesco Bazzani e della suora croata Lukrecija Manic. Uccisi il 27 novembre scorso durante un’incursione presso l’ospedale di Kiremba (Ngozi), a sud-ovest del Burundi.

Dà sempre fastidio – continua padre Claudio – avere tra i piedi persone che vedono quello che accade, che conoscono a fondo la realtà in cui sono inseriti e spesso denunciano i fatti. Siamo testimoni scomodi. Per questo finiamo nel mirino”. L’attentato è stato archiviato dalla magistratura locale e dalla gran parte della stampa mondiale, come aggressione a scopo di rapina. Ma dall’inchiesta del giornalista investigativo Gratien Rukindikiza, ripresa anche da noi nell’articolo di ieri a firma Fulvio Beltrami, emerge una realtà diversa, che mette fortemente in dubbio la versione ufficiale.

Prima la cronaca ufficiale. Cos’è successo il 27 novembre scorso? Una suora croata (Lukrecija Manic) e un medico volontario italiano (Francesco Bazzani) vengono uccisi con armi da fuoco. Due banditi, subito arrestati dalla polizia locale, vengono condannati, in un processo lampo. Un’ottima dimostrazione dell’efficienza della giustizia locale di fronte al Mondo intero. Così recita la versione ufficiale. “Gli autori del doppio omicidio sono stati arrestati verso le 13. Hanno rispettivamente 20 e 24 anni e siamo sicuri si tratti dei due assassini”. Il portavoce della polizia Pierre-Cahannel Ntarabaganyi aggiunge, “Abbiamo le prove”. Quali? Per il governatore Claude Nahayo: “Siamo sicuri che sono gli autori di questo odioso delitto perché li abbiamo trovati in possesso di 4mila euro rubati nel convento, e uno di loro è stato ferito alla gamba nello scontro a fuoco con la polizia. Siamo sicuri che si tratti di una semplice rapina”.

La suora sarebbe dunque stata uccisa durante l’incursione, mentre l’odontotecnico italiano veniva sequestrato dai banditi insieme ad un’altra suora italiana (Carla Brianza, ferita e rientrata in Italia). E qui cominciano a sorgere i primi interrogativi. Preso in ostaggio e messo dai banditi alla guida di un’autovettura dell’ospedale, Bazzani si è imbattuto in un posto di blocco della polizia. Che, secondo il giornalista locale Rukindikiza, già conosceva il tragitto. Non ci sarebbe dunque stato alcun tipo di inseguimento da parte delle forze dell’ordine. L’autovettura era attesa in un punto preciso tra l’ospedale di Kiremba e Marangara, la destinazione finale, dove un’ambulanza attendeva i malviventi.

Ma nel concreto chi ha ucciso il medico italiano? Secondo la versione ufficiale i banditi. Per il collega di ’Bujumbura News’ invece sarebbe stata la polizia a sparare nella direzione dei passeggeri, probabilmente per uccidere i due banditi e non procedere all’arresto.

Ma perché la polizia conosceva il tragitto preciso dopo l’uccisione della suora croata? Come facevano a sapere che i due assassini erano presenti sull’autovettura per fuggire e fatta guidare dal volontario italiano? Durante gli interrogatori i due avrebbero spiegato che non si trattava di un furto finito male, ma di un ordine di esecuzione impartito, secondo i killer, da un deputato del FNDD (partito di Governo) Jean Baptiste Nzigamasabo, meglio conosciuto come Gihahe. Sempre secondo i presunti autori dell’omicidio è stato il deputato africano a contattarli per uccidere la suora croata, sospettata dai servizi burundesi di fornire medicinali e assistenza sanitaria ai combattenti del Fronte Nazionale di Liberazione. Nell’interrogatorio è emerso che Gihahe avrebbe promesso anche una somma di denaro a lavoro concluso: 5 miliardi di franchi burundesi (3 milioni di euro).

Alessandro Verga, uno dei componenti dell’Associazione Ascom con sede a Legnano, a cui apparteneva Francesco Bazzani dichiara: “il problema è venuto fuori in sede di tribunale, nel momento della condanna. La perizia non è stata fatta. Su questa storia ho letto dei dati diversi. Il nostro Presidente (Giovanni Gobbi, ndr) è andato in Burundi per tirare le fila. Il prossimo fine settimana avremo diverse informazioni sull’accaduto. Esistono tesi contrastanti, da appurare. Tutto l’ambiente è in fermento. Per il momento le considero solo delle voci”.

Resta il dubbio sullo studio balistico. Perché non è stato fatto? Come è possibile appurare se l’italiano Bazzani è stato raggiunto da proiettili della polizia (AK-47) o dai fucili Fal dei banditi senza una perizia? E i misteri non finiscono qui. C’è in ballo il nome del deputato del FNND Gihahe e il fatto che, sempre secondo la versione del giornalista africano, il giudice avrebbe distrutto il dossier con la confessione degli imputati. “Ho letto e sentito anche questa tesi – ha affermato Verga – ma non ho elementi certi per fare delle supposizioni. Dobbiamo aspettare il ritorno del nostro Presidente. Come notizia generica mi risulta. Però devo aggiungere che dopo il fatto la polizia del posto si è dileguata, si è nascosta”.

Possibile supporre che Bazzani si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato? La tesi del missionario padre Claudio Marano, “i missionari sono testimoni scomodi”, avrebbe forti di elementi di connessione con quest’ultima domanda, portandoci a chiederci cosa avesse visto e cosa sapesse Bazzani 
Azioni della polizia contro testimoni scomodi e corruzioni nelle forze dell’ordine sono fenomeni che, ancora secondo Verga, “accadevano 20 anni fa. Ma non posso escludere nulla”. Così come non si sente di escludere l’ipotesi legata alla strategia del regime del Presidente Pierre Nkurunziza tesa ad allontanare o eliminare tutti i testimoni stranieri dei crimini contro l’umanità che si stanno commettendo in Burundi.

Ma qualcuno sta indagando a questo proposito? Per Verga: “No, nessuno sta indagando”.

Abbiamo contattato sia l’Ambasciata d’Italia in Uganda (in quanto competente per il Burundi) sia l’Ambasciata del Burundi in Italia. Alle nostre domande nessuno ha risposto

Ci siamo rivolti anche all’unità di Crisi della Farnesina chiedendo conto della versione non ufficiale del giornalista Rukindikiza: abbiamo domandato la loro posizione riguardo ai mancati studi balistici; al posizionamento ‘sospetto’ della polizia sul tragitto dell’auto, al presunto coinvolgimento di Gihahe e a quei 5 milioni di franchi burundesi che avrebbero ricevuto; infine abbiamo chiesto se risultasse alla Farnesina l’episodio la distruzione del dossier da parte del giudice.

Raggiunto telefonicamente, un funzionario del servizio stampa dell’Unità di Crisi della Farnesina ci ha detto: “Stiamo seguendo la vicenda, la procedura prevede approfondimenti. E’ difficile dare delle risposte. Ma il nostro compito è capire quello che è successo in Burundi”. Dopo due giorni di attesa, ancora nessuna risposta ci è pervenuta.

da lindro.it di venerdì 16 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Omicidio-Bazzani-ancora-mistero,5095#.TvRv-TXojpk

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

MONICELLI, UN’EREDITÀ RIVOLUZIONARIA

Il regista tornò per primo a sdoganare la ’parola proibita’

MONICELLI, UN’EREDITÀ 

RIVOLUZIONARIA

L’appello seguito dai cortei dei giovani: “la speranza è una trappola dei padroni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Spero che finisca con una bella rivoluzione. La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”. Queste le parole utilizzate dal maestro Mario Monicelli nell’intervista rilasciata al giornalista Stefano Bianchi.

L’invito rivolto ai giovani durante una delle sue ultime apparizioni in televisione, ad Annozero, nel programma (oggi cancellato dalla programmazione Rai) di Michele Santoro. Era il 25 marzo 2010. Il grande regista, oggi, non c’è più. Sorprese tutti buttandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma.

Ma cosa è cambiato dall’appello di Mario Monicelli? Quanto è stata usata la parola ’rivoluzione’? In che contesti? Per capire la portata delle sue parole basta digitare due termini (“rivoluzione” e “mario monicelli”) su google: 420mila i risultati. L’appello rivolto ai giovani, tramite il suo testamento per il futuro del Paese, è stato utilizzato proprio dagli studenti durante diverse manifestazioni contro la riforma Gelmini (ormai ex Ministro dell’Istruzione pubblica). Su uno striscione la risposta dei giovani al maestro: “Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”.

In diversi cortei è stata utilizzata la parola ’rivoluzione’. Dopo tanti anni è stato sdoganato un termine che sembrava sparito. Nascosto nelle nostre paure. Pochi, prima di Monicelli, osavano pronunciare al grande pubblico la parola ’rivoluzione’, riferita alla situazione italiana. Alla dignità del popolo ’sottoposto’. Una parola che faceva quasi paura. Un termine utilizzato già, in un discorso del 1922, da Antonio Gramsci “esistenza di condizioni mature per una rivoluzione proletaria. Dopo due mesi da quell’intervento arrivò la marcia su Roma di Benito Mussolini e la lunga dittatura fascista. Un èpssibile parallelo con l’Italia di oggi. Con la dittatura mediatica dell’ex premier Silvio Berlusconi. Un parallelo fatto anche daMonicelli ai microfoni di Annozero: “gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono stati vent’anni sotto un governo fascista, ridicolo, con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato. Ci ha mandato l’Impero, le falangi romane lungo via dell’Impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti, che c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, tutti stavano “bòni e zitti”. Adesso il grande imprenditore (Berlusconi, ndr) ha detto: “Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari”. Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa sotto”.

Ma la rivoluzione non va di pari passo con la ’speranza’. Che non porta alla rivoluzione, ma all’attesa infinita. Sempre secondo Monicelli: “la speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono “state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa – sì, siete dei precari, ma tanto fra due-tre mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza”. Mai avere la speranza. La speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda”.

E chi comanda non vorrebbe mai la rivoluzione, il cambiamento degli assetti istituzionalizzati. Monicelli ci ha lasciati con un invito. Preso al volo da diverse popolazioni confinanti. Realtà che per molti anni hanno subito la prepotenza del ’potente’ di turno. Ma perché solo in Italia questa parola non è stata mai utilizzata in concreto? Perché questa speranza di riscatto non sembra fatta per il popolo italiano? E’ solo una questione di opportunismo del popolo? Perché ancora non scoppia una rivoluzione in Italia? A rispondere è il filosofo Umberto Galimberti: “Marx ricordava agli operai ‘guardate voi non siete dei soggetti storici, voi siete co-storici’. Diceva: ‘la storia la fanno quelli che hanno i soldi, i vostri padroni, gli imperatori, i principi, la fanno gli eserciti, i potentati. Dovete prendere coscienza di classe. Se fate degli scioperi belli lunghi morirete di fame, ma costringerete la storia a includervi’. E la cosa è stata vera. Perché l’inclusione della classe operaia è avvenuta attraverso la presa di coscienza che il sistema sta in piedi sul loro lavoro. Ma bisogna ricominciare tutto da capo. I giovani che sono in una situazione spaventosa. Perché oggi non scoppia la rivoluzione? Perché il servo e il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Ecco la rassegnazione giovanile”. Per Monicelli: “Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione”.

da lindro.i di venerdì 9 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Monicelli-un-eredita,4949#.TvRrRTXojpk

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Inserite nell’agenda politica del nuovo governo

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Dall’Istituto Bruno Leoni di Torino il monito anti-lobby: “l’Italia è un Paese a bassa libertà economica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Nonostante la retorica della crescita, l’Italia resta un Paese a bassa libertà economica. Queste le parole utilizzate dall’Istituto di Torino Bruno Leoni per presentare il rapporto annuale che misura il grado di liberalizzazione in sedici settori dell’economia italiana, confrontandoli con i Paesi più liberalizzati d’Europa. Nel 2011 l’economia italiana appare liberalizzata al 49%, “un valore ancora molto basso”.

Ma perché in Italia esiste il problema delle liberalizzazioni? Chi mette i vincoli nei diversi settori? Gioco facile, in questo sistema, lo hanno le lobby che non vogliono assolutamente perdere i loro monopoli. E il problema si riflette sulla politica, troppo spesso, incapace di prendere decisioni forti per i legami dei parlamentari sia a livello nazionale che locale. Non si possono perdere voti e consenso per svantaggiare potenti macchine economiche, e così il Paese intero resta al palo.

Perché è necessario liberalizzare in Italia? Lo abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro, il coordinatore del lavoro ’Indice delle Liberalizzazioni 2011’ per l’Istituto Leoni. “E’ necessario, perché il Paese ha un problema di bassa crescita e liberalizzare, creare occasione di competizione, è la tipica politica pro-crescita che, oltretutto, ha il vantaggio di non avere impatto diretto sui conti pubblici. E quindi di non aggravare la situazione delle finanze pubbliche”.

Perché ancora esistono dei vincoli? “Liberalizzare vuol dire rimuovere delle situazioni di monopolio o quasi monopolio e questo non fa piacere ai monopolisti. Loro, siano essi grandi aziende monopolistiche – penso ad alcuni colossi pubblici dalle Poste, all’Eni, ecc. – o siano essi organizzazioni, come gli Ordini professionali, utilizzano tutte le loro forze per contrastare ogni tipo di politica in senso della maggiore concorrenza”. Proprio gli Avvocati, in questi giorni, hanno esternato la loro preoccupazione, tramite l’Organismo unitario dell’avvocatura: “Un governo tecnico non può travolgere l’avvocatura – ha affermato il presidente del Consiglio Nazionale Forense Guido Alpa – e non può, come hanno sottolineato alcuni giornali, mettere mano a riforme importanti come quella che ci riguarda, ma che riguarda anche i diritti fondamentali dei cittadini”.

Un argomento inserito nell’agenda politica nazionale. Lunedì, tra le proposte del consiglio dei Ministri, ci sarà il tema delle liberalizzazioni. Monti ha già evidenziato la sua ricetta, attraverso cinque punti: ridurre il carico di oneri eccessivi delle procedure amministrative contro le rendite e le chiusure corporative; riordino delle professioni regolamentate con l’abolizione delle tariffe minime; rafforzare i poteri dell’Antitrust; completare la deregulation dei servizi pubblici locali; ridurre i tempi della giustizia civile. 

Ma ad oggi quali sono le eccellenze nelle liberalizzazioni? Secondo Stagnaro: “il settore più liberalizzato è quello dell’energia elettrica, perché è quello dove sono state fatte una serie di interventi. La struttura del mercato ha completamente cambiato lo scenario, sostanzialmente smantellando l’ex monopolista. Che oggi è un’Azienda importante ma che ha una quota di mercato intorno al 30%, quindi lontano dalla condizione di monopolio precedente. All’ex monopolista è stata tolta la proprietà e il controllo della rete di trasmissione nazionale, che è una condizione importante per poter avere concorrenza nel settore ed è stato consentito l’ingresso di una serie di soggetti italiani e stranieri che competono tra di loro. Restano dei problemi, degli interventi da fare. Però la struttura del mercato in questo momento, sicuramente, è di natura concorrenziale”.

E i punti deboli? “Esistono dei punti deboli, in parte, di natura tecnica. La rete ha bisogno di investimenti e questo richiede tempo. Ci sono una serie di altri problemi che sono nati negli anni e che derivano dall’esplosione delle fonti rinnovabili che per tutta una serie di ragioni, a partire dal fatto che sono sussidiate, hanno un effetto distorsivo sul mercato. L’impulso alle fonti rinnovabili nasce da obblighi del nostro Paese che ha nei confronti della Comunità Europea. Sarebbe sbagliato nascondersi dietro al fatto che questo ha un impatto sul funzionamento del mercato”. 

Quanto a quel che potrebbe o dovrebbe fare il governo Monti lunedì il Coordinatore Stagnaro commenta:“C’è solo l’imbarazzo della scelta tra le misure di concorrenza, di liberalizzazione e questioni relative ai fondi pubblici (pensioni, interventi sulla spesa e così via). Cosa potrà fare è una domanda da un milione di dollari. E’ ancora da capire quanto i passaggi parlamentari incideranno sui testi normativi. E’ il contesto che favorisce le decisioni – conclude – Siamo in una situazione tale che: o si fanno ora o mai più”.

Chi potrà mettere i bastoni fra le ruote, a parte le lobby? “Ci sono molti parlamentari, per convinzione o per altro, che interpretano gli interessi di alcune lobby e di alcuni gruppi di pressione. Penso agli avvocati per fare un esempio. E’ ovvio che il tipo di resistenza che ciascun monopolista pratica si declina a seconda delle sue caratteristiche specifiche. C’è chi si muove a livello locale e chi a livello nazionale”. Del resto, specifica l’analista, i blocchi alle leiberalizzazioni possono essere “di tanti tipi. Un blocco è quello della resistenza degli interessi di gruppi di pressione. Un altro tipo di blocco è di natura tecnica. E’ facile dire liberalizziamo, poi farlo è più complesso. Un terzo blocco deriva dal fatto che in molti casi il processo di liberalizzazione non si fa in un giorno e non si fa con un decreto, ma richiede una serie di cambiamenti che vanno introdotti nel tempo”. Qualche esempio? “Liberalizzareil mercato del gas vuol dire cambiamenti normativi, ma anche una riorganizzazione societaria dell’ex monopolista, arrivando alla separazione della rete. Tutto questo richiede determinazione e credibilità da parte di chi lo fa. Iniziare un processo non è la stessa cosa che portarlo a compimento e se vogliamo avere dei risultati nei termini delle prospettive del Paese, dell’attenzione che hanno i mercati internazionali per noi, dobbiamo fare in modo che la percezione del mondo esterno sia che il percorso lo abbiamo iniziato per chiuderlo”.

Resta da chiedersi se un Governo di tecnici è in grado di attuare le liberalizzazioni:  “Lo vedo sicuramente in grado di capirne l’importanza. Se sia politicamente in grado credo che sia troppo presto per dirlo”.

da lindro.it di giovedì 1 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Liberalizzazioni-ora-o-mai-piu,4796#.TvRp2TXojpk

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

I lavoratori in attesa di due mensilità

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

La Fiom Molise ha richiesto un incontro per “valutare la situazione industriale”. Ma Di Risio minimizza

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’intesa per Termini Imerese, per adesso, sembra aver messo tutti d’accordo. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, il Governo, i sindacati (compresa la Fiom nazionale), la Fiat e l’imprenditore molisano Massimo Di Risio. L’ex pilota del campionato turismo, oggi presidente della Dr Motor Company.

L’unica stecca nel coro è quella di un altro molisano. L’ex pm e ministro Antonio Di Pietro che, attraverso un nota firmata insieme al responsabile Welfare e Lavoro dell’IdV Zipponi, ha attaccato con queste parole: “l’imprenditore Di Risio, che ha promesso mari e monti e che è stato presentato dal ministero dello sviluppo economico, non paga da mesi i suoi dipendenti d’azienda in Molise”. Suona strano: un imprenditore, da mesi interessato a rilevare lo stabilimento siciliano, lasci senza stipendio i suoi lavoratori, che assemblano pezzi di auto spediti, via mare, dalla Cina: eppure il problema degli stipendi va avanti da mesi.

Già dal settembre scorso, quando la Fiom Molise, attraverso una nota inviata all’Associazione Industriale e alla Dr Motor Company S.p.A. chiede “di discutere della situazione industriale”. Ma non è l’unica richiesta presentata dal sindacato. Dopo una settimana ecco cosa si legge nella seconda missiva, firmata dal segretario della Fiom regionale Giuseppe Tarantino (15 settembre): “si chiede un incontro urgente per esaminare la situazione aziendale della Dr Motor”. Ma le promesse a riguardo da parte dell’azienda non si sono maiconcretizzate. Ed ecco arrivare, il 26 settembre, una nuova nota per “discutere sul mancato pagamento delle retribuzioni e sui rapporti tra la parte datoriale e le maestranze”. Il 2 novembre la Fiom sollecita “la società al pagamento della mensilità del mese di settembre ai lavoratori della Dr che potrebbe sommarsi alla mensilità del mese di ottobre”. Questa la risposta dell’imprenditore, raccolta da ’Il Sole 24Ore’: “c’è stato al più qualche giorno di ritardo, ma tutti gli stipendi sono stati pagati”.

Abbiamo voluto sentire anche un lavoratore della Dr Motor, senza riportare il suo nome, che ha esordito così: “siamo messi in mezzo a un casino. Ci sono state telefonate da alcuni giornalisti”. Sul pagamento degli stipendi? “Oggi, forse, ci faranno finalmente l’accredito per gli stipendi arretrati (settembre e ottobre, ndr). In questi anni non era mai successa una cosa del genere”. Proprio qualche giorno fa, in un’assemblea, Massimo Di Risio avrebbe esternato la sua delusione per le notizie uscite fuori dall’Azienda e arrivate a coinvolgere il sindacato.

Ma chi è l’uomo chiamato a ridare un futuro agli ex stabilimenti Fiat di Termini Imerese? Dopo l’esperienza come pilota, ha iniziato la sua avventura con un concessionario Lancia a Macchia d’Isernia. Oggi sede del polo automobilistico La Città dell’Auto. Da concessionario è diventato assemblatore. Con la scommessa Termini Imerese (per molti una vera e propria ’pazzia’) punta a diventare produttore. Di Risio ha utilizzato per le sue ’pazzie’ diversi fondi regionali. Nel 2006 la Regione Molise destinò 4,6 milioni di euro per la “realizzazione dell’iniziativa produttiva – si legge nel bollettino ufficiale – finanziata attraverso l’estensione con finanza regionale del contratto d’area Molise InternoSoldi prelevati anche dal fondo per l’emergenza alluvionale e sismica. Come si può facilmente apprendere dalla delibera di giunta n. 698 del 2007, con oggetto: ’provvedimenti in favore della ripresa produttiva nel territorio della Regione Molise colpito da eccezionali eventi sismici e meteorologici’.

Ma Macchia di Isernia, sede dello stabilimento, non rientra né nelle zone terremotate né in quelle alluvionate. “Dopo quel finanziamento pubblico – affermò in una nota il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – ho sempre chiesto informazioni sul piano industriale dell’azienda, quali investimenti e livelli occupazionali garantissero per poter usufruire del contratto d’area, ma ho sempre ricevuto risposte parziali. E ancora oggi dopo quattro anni, in commissione non è mai arrivata una relazione sui risultati raggiunti”. Per l’ex segretario regionale della Cgil Molise: “non è chiaro qual è il progetto dell’impresa, che non ci ha neanche comunicato un investimento così importante a Termini Imerese”.

Ma oggi cosa viene prodotto nello stabilimento di Macchia di Isernia? E, soprattutto, come?Dopo aver stretto nel 2007 un accordo di fornitura con Chery Automobil (casa automobilistica cinese, in Italia è conosciuta per l’accordo stipulato con la Fiat per portare il prodotto italiano in Cina), la Dr Motor comincia ad assemblare le componenti dell’auto che arrivano a Macchia di Isernia. La prima creatura è stata la DR1, una tre porte a basso prezzo, tutta made in Cina, venduta inizialmente attraverso i supermercati Iper. Per superare il problema delle omologazioni dei propulsori secondo le norme dell’Unione Europea sono arrivati i motori Fiat. Si è ingrandita la rete dei concessionari e si sono aggiunti nuovi modelli. Oggi la Dr Motor ha tre modelli nel listino (DR1, DR2 e DR5) che vanno dagli 8 a 18 mila euro, tutti prodotti in Cina. Nel 2010 l’exploit delle vendite.

Ma nei primi mesi del 2011 si verifica una forte flessione, con una riduzione del 26%. Questi i dati: 2.700 vetture vendute contro le 3.600 dell’anno precedente. Il dato percentuale è peggiore di quello Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Nel mese di ottobre la flessione è stata del 51%. Qual è oggi la situazione finanziaria della Dr Motor? E’ Andrea Malan su Il Sole 24Ore a fare i conti in tasca a Di Risio. “L’azienda molisana è da tempo in trattative con le banche creditrici per una ristrutturazione dei debiti e per l’ottenimento di nuovi fondi. Secondo fonti del ’Sole 24 Ore’, sul tavolo dello studio Solidoro di Milano c’è un piano che tecnicamente si definisce ’piano attestato di risanamento’, in base all’articolo 67 della legge fallimentare: una procedura introdotta dalla recente riforma che, con un accordo tra le parti validato da un professionista terzo, permette ai creditori e all’azienda una tutela in caso di difficoltà successive”.

Su questo punto è doveroso registrare la risposta di Di Risio: “abbiamo fatto predisporre allaErnst & Young un piano che abbiamo poi sottoposto alle banche, ma non c’è alcun articolo 67; credo che non ci arriveremo e anzi, con l’operazione Termini anche il piano precedente potrebbe essere superato”. Continua ’Il Sole 24Ore’: “la nota con cui il Ministero dello Sviluppo economico annunciava la scelta dei candidati per Termini Imerese parlava di aziende selezionate, tra l’altro, “sulla base della solidità finanziaria”. Dr Motor era gravata a fine 2009 da circa 74 milioni di debiti complessivi – di cui 34 con le banche –, con una posizione finanziaria netta negativa per 34 milioni a fronte di un patrimonio netto di poco meno di 10 milioni. L’approvazione del bilancio 2010 era stata rinviata dai revisori dellaKpmg in attesa di verificare il presupposto della continuità aziendale”. Anche sul bilancio DiRisio sembra essere tranquillo: il ritardo è dovuto alla definizione di alcune poste, e il bilancio è stato depositato nei giorni scorsi”. Bilancio o non bilancio, bisogna capire la logica della scelta di Termini Imerese. Secondo alcuni sindacalisti molisani: “lo stabilimento di Macchia non avrà più motivo di esistere”. 

da lindro.it di martedì 29 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Dr-Motor-nella-tempesta,4739#.TvRntjXojpk

Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk

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