Mese: marzo 2012

CASELLI, L’ITALIA DELLE REGOLE E QUELLA DEI FURBI

Il Procuratore di Torino prima dell’incontro ’La legalità difficile’

CASELLI, L’ITALIA DELLE REGOLE E QUELLA DEI FURBI

“C’è una certa tendenza a considerare la legge come un paio di ciabatte, da indossare quando fa comodo e gettare via”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La legalità nel nostro Paese, da sempre, ha goduto e gode di posizioni di rilievo nella considerazione generale. C’è l’Italia delle regole, ma c’è anche l’Italia dei furbi. E poi c’è l’Italia degli affaristi, degli impuniti. Esiste la legalità, ma ci sono anche tante difficoltà”. Queste le parole del Procuratore generale della Repubblica di Torino, Gian Carlo Caselli, qualche ora prima dell’incontro ‘La legalità difficile’ che si sta svolgendo in queste ore a Milano con Umberto Ambrosoli, Sandra Bonsanti e Carlo Smuraglia.

Si parlerà di legalità in “un Paese – scrivono gli organizzatori nella nota stampa – che dimostra ogni giorno la sua insofferenza nei confronti delle regole. Si parlerà dello stravolgimento delle storie professionali perché questo rende facile dipingere un nemico. Si parlerà di giustizia, di diritti, di libertà di parola, di cultura della democrazia e di Costituzione. Perché questa è storia che riguarda tutti”.

La manifestazione, organizzata nella sala Alessi di Palazzo Marino con il saluto di apertura del presidente del Consiglio comunale di Milano Basilio Rizzo, è promossa da diverse associazioni: Ammazzateci Tutti, Anpi, Articolo21, Centro Studi Giorgio Ambrosoli, le Girandole, Libera, Libertà e Giustizia, Qui Milano Libera, Sao-Saveria Antiochia Omicron, Scuola Antonino Caponnetto, Stampo Antimafioso….

Poche ore prima dell’incontro abbiamo sentito al telefono Gian Carlo Caselli, già procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999. Nei giorni scorsi al centro di forti polemiche e ingiuste accuse per i noti fatti della Tav. Autore dell’ultimo lavoro ’Assalto alla Giustizia’ (Melampo Editore), con prefazione di Andrea Camilleri, dove si legge: “Rieccomi a sognare un Paese normale: senza più cedimenti interessati a una propaganda interessata; senza più la rassegnata acquiescenza a una delegittimazione della magistratura; senza più quello stravolgimento dei valori che arriva a presentare come trasgressione il controllo di legalità. Un sogno per ricominciare: prima che la trasformazione in farsa delle idee di libertà e giustizia divenga irreversibile”.

Procuratore, perché l’Italia mostra questa insofferenza nei confronti delle regole? 

E’ un Paese che nel corso di questi ultimi vent’anni, piuttosto trasversalmente, ha dimostrato insofferenza verso il controllo di legalità. Molte volte chi può e conta, i personaggi cosiddetti ’eccellenti’, quando sfiorati dal controllo di legalità si irritano e allora si difendono non soltanto nel processo, ma anche dal processo, attaccando i magistrati che fanno il loro dovere.

Come possiamo definire, oggi, la giustizia in Italia?

Legalità e giustizia, di solito, vengono presentati come sinonimi. Due facce delle stessa medaglia. In realtà legalità vuol dire osservanza della legge scritta. La Giustizia è qualcosa di più, partendo dall’osservanza della legge scritta, significa cercare di dare a ciascuno il suo. Possibilmente trattando tutti in maniera uguale. Oggi il nostro Paese, ma tanti altri Paesi hanno su questo versante gravi problemi.

L’ex magistrato del pool di Mani Pulite, Gherardo Colombo, è pessimista su questi temi. Lei invece?

Sono realista. Ci sono ombre e luci. Motivi di speranza e motivi di preoccupazione. Di tutto un po’.

Ritorniamo sulle proteste dei ‘No Tav’ e sulle accuse che hanno riguardato il suo lavoro.

E’ un qualcosa di vergognoso. In un Paese democratico chi fa il suo dovere viene contestato. Questo non è in linea con la nostra Costituzione.

Stanno continuando le contestazioni?

Non lo so. Può darsi di si, può darsi di no. Ho detto altre volte e lo ripeto: c’è una certa tendenza a considerare la legalità come un paio di ciabatte, da indossare quando fa comodo e da gettare via quando, invece, non piacciono.

da L’Indro.it di martedì 27 Marzo 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Caselli-l-Italia-delle-regole-e,7586#.T3XoCWFmLwk

ELIO VELTRI: ‘SIAMO ALLA DEGENERAZIONE’

Abbiamo raccolto l’opinione dell’autore del libro ‘I soldi dei partiti’

ELIO VELTRI: ‘SIAMO ALLA DEGENERAZIONE’

“Il debito pubblico è fatto da tre voci: corruzione, evasione fiscale e malapolitica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I partiti costano molto e hanno macchine sproporzionate rispetto al livello di vita del Paese, soprattutto quando si chiedono continuamente sacrifici alla gente: bisognerebbe trovare un giusto equilibrio tra la necessità forte di ridurre i costi e la possibilità di svolgere con profitto le funzioni pubbliche”. Era il 1992, quando il magistrato Gherardo Colombo spiegava in un’intervista sul settimanale ’l’Espresso’ il suo punto di vista sul costo dei partiti. Oggi nulla è cambiato. Dalle inchieste della magistratura, non è difficile dire che molto è peggiorato. L’allarme lo aveva lanciato, nel 1981, anche il segretario del partito comunista Enrico Berlinguer, in un’intervista a Repubblica: “I fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’”.

La ‘questione morale’ è ancora uno dei problemi della politica italiana. In questi giorni stanno circolando varie proposte: dall’abolizione del finanziamento pubblico al fund raising, l’attività che si è sviluppata prevalentemente nei Paesi di origine anglosassone, in particolare negli Stati Uniti, dove si stima che ogni anno vengano raccolti oltre 40 miliardi di dollari solo dalle organizzazioni filantropiche, attività favorita da un vantaggioso regime fiscale che rende detraibili le offerte. Nel libro di Elio Veltri e Francesco Paola, ‘I soldi dei Partiti’ (Marsilio Editori), si legge: “il finanziamento pubblico ai partiti in Italia, chiamato ’rimborso delle spese elettorali’ per aggirare il referendum abrogativo del 1993 e la tagliola della Corte Costituzionale, è il più elevato del mondo: 200 milioni di euro all’anno, con il minore controllo in assoluto. I soldi dei rimborsi – che per legge devono andare ai partiti – possono così essere riscossi da associazioni costituite da poche persone in nome del partito o dirottati altrove senza che nessuno abbia qualcosa da eccepire”. Abbiamo sentito uno degli autori, Elio Veltri, già parlamentare e autore di diversi libri (nel 2001 ha scritto, con Marco Travaglio, ‘L’odore dei soldi. Origine e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi’).

E’ possibile applicare il ‘fund raising’ in Italia?

Non credo, io sono di questo parere: bisogna tagliare questo finanziamento pubblico, anche per rispettare il referendum del 1993. Se rimborso delle spese elettorali deve essere, allora sia certificato e in mano ad un’autorità che, per non creare ulteriori carrozzoni, potrebbe benissimo essere la Corte dei Conti, alla quale andrebbero conferiti anche poteri di sanzione tramite nuove leggi. In Italia, in tutta questa materia e in tutto ciò che riguarda il pubblico con riferimento ai partiti, non esistono sanzioni. Invece negli altri Paesi europei le sanzioni esistono.

Nel suo libro è facile trovare due cifre significative: nel 2006 Rifondazione Comunista per ogni 100 euro spesi ne ha incassati 2.100, la Lega nel 2008 per ogni 100 euro ne ha incassati 1.400.

Se loro stessi dichiaravano di averne spesi 100 aumentiamoli pure del 20% e va bene così. Il taglio del finanziamento è necessario e può avvenire solo con una riforma dei partiti se essi percorrono la strada della responsabilità giuridica, se rispondono alla legge e se garantiscono la democrazia interna che deve essere controllata. E’ necessario che i partiti riattivino una parte del finanziamento privato. Per esempio in Germania il finanziamento privato è ancora più alto del finanziamento pubblico e il finanziamento pubblico è una percentuale del finanziamento privato.

E in Italia?

Non esiste più, perché i militanti, i simpatizzanti e i sostenitori non versano, tranne che quando hanno i soldi e devono fare degli ’intrallazzi’, ma lì entriamo già in un campo minato, perché tanto dicono ‘ci pensa lo Stato’. Io sono per dare ai partiti dei servizi, che in Italia non esistono.

Possiamo spiegare meglio?

I servizi vanno quantificati in termini monetari, si può lasciare il rimborso delle spese elettorali e per il resto devono acquisire una credibilità che oggi è zero.

Perché zero?

Zero perché è l’unico valore che è rimasto e che somiglia a quello che c’è nelle organizzazioni mafiose, quello della fedeltà. Riacquisendo credibilità sono in grado anche di riacquisire una parte di finanziamento privato, cioè della militanza e della partecipazione popolare. Che poi non è un fatto solo economico, perché nella situazione attuale i partiti migliori sono delle oligarchie in cui comandano in quattro o cinque al massimo e i partiti peggiori sono partiti padronali in cui succede di tutto, sistemano le famiglie, sistemano i figli, portano i cognati in Parlamento e i figli nei consigli regionali. Siamo alla degenerazione. Noi siamo nel mezzo di questo debito pubblico pazzesco, se uno fa i conti è fatto da tre voci: corruzione, evasione fiscale e malapolitica. Che sono tre facce della stessa medaglia.

I partiti hanno la volontà di apportare questi cambiamenti?

No, questo è un ceto politico, con delle eccezioni, talmente imbecille che ha fatto diventare gli stipendi dei parlamentari e i vitalizi il problema dei costi della politica. Più imbecilli di così non si può essere.

Come se ne esce da questa situazione?

Se ne esce se c’è una partecipazione popolare, soprattutto, dei giovani che non sia ribellista e protestataria fine a se stessa. Il nostro libro cerca di uscire sia dall’ovvietà, dal ribellismo e anche dalla demagogia dell’antipolitica. Abbiamo cercato di fare una cosa seria, perché si può partecipare e mettere anche i partiti con le spalle al muro se si conoscono i problemi. Se uno non sa niente e protesta non riesce a cambiare di una virgola la situazione. I giovani e anche i meno giovani si devono impegnare anche nelle Istituzioni, anche a livello di base. La palestra della democrazia è il potere locale, è il Comune, è l’amministrazione comunale. Se la gente continua a dire ‘tanto non voto e non me ne frega niente’ chi ci va? Ci vanno quelli che nelle Istituzioni non ci dovrebbero andare.

da L’Indro.it di lunedì 26 Marzo 2012, ore 20:32

http://www.lindro.it/ELIO-VELTRI-SIAMO-ALLA,7551#.T3XnI2FmLwk

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Parla Lorenzo Zoppoli, ordinario alla Federico II di Napoli

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Sulla riforma del lavoro: “limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non a ricollocare i lavoratori”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Mi sembra una riforma che il Governo ha messo in agenda perché doveva dare una risposta alle istituzioni finanziarie dell’Europa, quelle che fanno la politica economica dell’Europa, non perché fosse necessario dal punto di vista normativo, costituzionale, legislativo ma perché in qualche modo l’eredità, anche del precedente Governo, lo costringeva ad affrontare questa riforma del mercato del lavoro. Si è presentata con un’impostazione che poteva essere molto ambiziosa, una flexicurity italiana”. Abbiamo affrontato la riforma del mercato del lavoro, presentata dal Governo Monti, con il professore Lorenzo Zoppoli, ordinario di diritto del lavoro della Federico II di Napoli. “La mia impressione – ha tenuto a precisare il docente – è che si tratta di misure di non grande respiro per quanto riguarda gli aspetti degli ammortizzatori sociali, del sostegno al reddito e tipologie contrattuali. Quella parte non contiene grandissime novità, sono piccoli aggiustamenti anche apprezzabili. Però niente che trasformi profondamente il sistema italiano”.

Per il professore Sergio Magrini, docente di diritto del lavoro alla Luiss è una ‘riforma all’acqua di rose’. Lei condivide?

Si, condivido molto. E’ una riforma che introduce degli elementi di razionalizzazione della cassa integrazione guadagni, ma più che altro andando a tamponare delle patologie gravi che erano emerse negli ultimi anni e che si sapeva che dovevano essere bloccate. Per quanto riguarda gli strumenti in sostegno al reddito poca roba: non c’è il reddito di cittadinanza, si da il sostegno ai disoccupati espulsi per un periodo minimo. Sotto i 54 anni si parla addirittura di un anno, sopra i 54 di diciotto mesi. Insomma roba che serve a poco.

In un suo recente intervento ha scritto: “non mi sembra necessario modificare l’articolo 18 Statuto dei Lavoratori per avere un mercato più adatto alla mobilità dei lavoratori o al rapido inserimento degli inoccupati”. Come giudica l’intervento del Governo su questo articolo sempre al centro di polemiche?

Se questa è una riforma grossa è perché si son presi l’enorme responsabilità che è quella di far saltare una norma chiave del diritto del lavoro e sindacale italiano, nell’ipotesi che far saltare questa norma-chiave serva a rendere più dinamico il mercato del lavoro. Io non sono affatto d’accordo.

A cosa serve questo intervento?

Serve a rendere più facile licenziare, non c’è ombra di dubbio. Il mercato del lavoro per essere più dinamico deve essere un mercato tale per cui c’è necessità di snellire un’impresa, con dei percorsi per recuperare i lavoratori ancora in grado di dare la loro attività. Limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non serve affatto a ricollocare i lavoratori. Anzi ci saranno più licenziamenti, quindi sarà più difficile gestire le transizioni da un posto di lavoro a un altro con salvaguardia di energie, professionalità e continuità del reddito. Non mi pare un provvedimento che rende migliore il nostro mercato del lavoro.

La riforma sembra simile a quella fatta in Spagna.

Certamente è nella stessa lunghezza d’onda, la logica ispiratrice è quella. Le Istituzioni dell’economia mondiale propinano questa ricetta, che bisogna flessibilizzare in uscita i rapporti di lavoro. La logica è uguale. In Italia siamo passati da un sistema di tutela reale,reintegratorio che non era affatto generalizzato, a un altro puramente indennitario, con un indennizzo neanche troppo alto.

Lei scrive: “la riforma degli ammortizzatori sociali è cruciale”. L’hanno ascoltata? Ci sono i soldi per questa riforma?

Il Ministro ha parlato di ’paccate’ di miliardi, in maniera un po’ rozza, ma comunque anche lei sa che ci vogliono vari miliardi. Mi pare che sul tappeto ne siano stati messi molto meno di quello che sarebbe necessario. Siccome non si possono alzare le tasse, soprattutto ungoverno liberista non può alzare le tasse, i soldi alla fine li devono cacciare le imprese, che hanno molto mugugnato. E non è facile tirar soldi da quelle parti.

Il ministro Fornero ha dato lo stop alla cattiva flessibilità. Con questa riforma si riduce davvero?

Ci saranno anche ottime intenzioni, non voglio sostenere che il Ministro non si renda conto di cosa stanno facendo. Però le modifiche che fanno ai rapporti di lavoro flessibili sono modifiche limitate. Certamente costeranno un po’ di più i contratti a termine, i lavori a progetto, esporrà di più a rischio di un’azione legale il riconoscimento di una vera e propria subordinazione, le partite iva diventano più complicate. Certamente queste cose qui le fanno, però io non credo che questo tenga lontano le imprese che hanno bisogno di rapporti flessibili. Sulle statistiche mondiali risulterà che il nostro mercato del lavoro è meno precario, perché vengono stipulati meno contratti a termine o meno co.co.pro.. Però, in realtà, i rapporti a tempo indeterminato senza tutela in uscita sono rapporti in cui il lavoratore è alla mercé dell’impresa, che se ne può liberare con estrema facilità .

Come giudica lo sciopero generale indetto dalla Cgil?

Mi pare consequenziale alla valutazione complessiva che ha fatto alla fine la Cgil. Il ‘vulnus’all’articolo 18 è molto grave nel sistema di diritto italiano sindacale e del lavoro. E’ chiaro che un sindacato farà di tutto per cercare di tornare in gioco. Lo strumento che ha in un Paese ancora democratico, libero e pluralista è lo sciopero. Capisco la decisione della Cgil, ma non credo che sia determinante. E’ importante capire questo Parlamento che tipo di rappresentanza riconoscerà al mondo del lavoro.

Per il suo collega Magrini, riferendosi al Governo dei tecnici: “l’impressione è che abbiano imparato benissimo a fare politica e quindi a fare tanto fumo”. Lei condivide?

Fino all’altro ieri, forse, potevo anche condividerla, mi pare che questo che stanno facendo con l’articolo 18 non è fumo. Un po’ di arrosto c’è.

Come giudica, nel complesso, l’operato del Governo presieduto da Monti?

Le ultime decisioni, mi pare, non siano tanto riconducibili ad un approccio tecnico. Mi pare che siano espressione della visione ideologica, politica realizzata con una determinazione che altri Governi non avrebbero adottato. Questo rimane un Governo tecnico, nel senso che si sente più svincolato da obblighi di consenso popolare, di equilibrio elettorale. In questo è tecnico, ma le scelte che sta facendo mi sembrano scelte di carattere molto politico ed ideologico.

da L’Indro.it di giovedì 22 Marzo 2012, ore 17:19

http://www.lindro.it/Dal-governo-scelte-ideologiche,7471#.T3XmO2FmLwk

FEDERCASSE, FARE CASSA ’COMUNITARIA’

Il credito cooperativo, un antidoto alla crisi?

FEDERCASSE, FARE CASSA ’COMUNITARIA’

Per il Presidente Alessandro Azzi: “più grandi le dimensioni, maggiori sono i rischi”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il nostro modo di fare banca appoggia l’economia reale e non quella speculativa. Sostenere le banche cooperative significa perciò sostenere le piccole imprese locali”. Questi i termini utilizzati dal presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, durante il suo intervento nella conferenza internazionale sulle cooperative.

Da Venezia è partito l’appello all’Unione Europea di puntare sul finanziamento dell’economia reale per uscire dalla crisi. Per Azzi: “una normativa omogenea se applicata a un mondo così eterogeneo rischia di creare problemi”. Qual è il rischio? “Chi ha sostenuto realmente l’economia reale in questi anni di crisi non riesce ad adeguarsi a una nuova normativa”. Per il Presidente di Federcasse (la Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali) è quindi necessario “alzare la voce”.

Sull’argomento il governo italiano, come ha spiegato il Presidente di Euricse Carlo Borzaganell’intervista, “sta dimostrando totale incomprensione sul ruolo delle cooperative. Siamo ritenuti inferiori rispetto alle altre realtà imprenditoriali. Eppure l’Italia ha il sistema cooperativo più importante d’Europa”. Alla conferenza internazionale sulle Cooperative presenti anche Romano Prodi, economista ed ex presidente della Commissione Europea e del Consiglio italiano; Carlo Borzaga, Presidente Euricse e Sir Partha Dasgupta, economista dell’università di Cambridge e della London School of Economics. “E’ fonte di grande preoccupazione assistere all’impostazione di un nuovo quadro regolamentare per gli istituti finanziari che mette a repentaglio la possibilità di sopravvivenza delle banche cooperative e locali e penalizza le banche che meno hanno contribuito all’insorgere della crisi e che si sono rivelate le migliori nel mitigarne le conseguenze”.

Le banche locali e cooperative “hanno continuato a concentrare la propria attività sull’economia reale, concedendo credito alle famiglie anche quando altre banche avevano cessato di farlo”. Alessandro Azzi è stato eletto, per il quinto mandato consecutivo, Presidente di Federcasse che rappresenta le 446 Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali italiane, presenti in 96 province e 2.298 comuni con 3.332 sportelli (pari al 10,9% dell’intero sistema bancario nazionale).

Il sistema bancario europeo e le stesse autorità regolamentari – secondo Azzi – hanno più volte ribadito che l’origine della crisi si colloca al di fuori del modello tradizionale di banca cooperativa e locale, modello che ha avuto, e ha tuttora, un ruolo chiave nella stabilità e nella crescita del tessuto economico europeo. Tuttavia, i nuovi requisiti in corso di definizione finiranno per incidere proprio su un modello virtuoso e, di conseguenza, sulla capacità di sostegno finanziario alla clientela delle banche cooperative, clientela che spesso è “proprietaria” in quanto socia della singola Banca di credito cooperativo”.

Sempre per il Presidente di Federcasse: “da sempre si riteneva che la piccola dimensione fosse più rischiosa e la grande banca fornisse maggiori garanzie. Invece oggi si è dimostrato che i maggiori rischi appartengono alle maggiori dimensioni. L’esperienza ha reso evidenti che il mercato da solo non risolve problemi e presunti automatismi non funzionano. L’esempio del credito cooperativo è emblematico. Da credito noioso o retaggio del passato, le banche di credito cooperativo sono risultate antidoto alla crisi perchè hanno sostenuto imprese e famiglie”.

E in Italia cosa succede?

L’Italia è un Paese gravato da ipertrofia normativa. Gravato da scarsa solidarietà intergenerazionale. Lo scenario bancario è caratterizzato da nuove complessità perché è cambiata l’intera morfologia del sistema creditizio italiano. Tutti guardano con rinnovato interesse al territorio. Sul piano dell’opinione pubblica c’è una visione non benevola nei confronti del movimento cooperativo. Noi della cooperazione, noi del credito cooperativo, abbiamo grandi responsabilità nei confronti delle nostre comunità e dobbiamo dare risposte convinte e convincenti. Il nostro impegno è fondato sulla valorizzazione dell’identità e della coesione per valorizzare le sinergie a tutti i livelli.

Cos’è Federcasse?

E’ la casa comune di tutto il credito cooperativo italiano. L’unità del movimento è un bene assoluto. Il credito cooperativo, qualche anno fa, ha delineato due grandi progetti di sistema: fondo istituzionale di garanzia e sinergie imprenditoriali tra le società di servizio. Abbiamo lavorato intensamente da allora. Su tutti questi progetti la cooperazione di credito trentina si sta muovendo da protagonista. Si prosegue e di deve proseguire con il fondo. Esso sarà un importante strumento di valorizzazione delle nostre specificità, con sinergie tra le banche di secondo livello, protagoniste e non antagoniste”.

Ma cos’è cambiato con la crisi? 

Dallo scoppio della crisi, il fatto di essere espressione diretta di una comunità di persone ha consentito a queste banche di rispondere meglio e più rapidamente alle richieste di credito provenienti dai territori, soprattutto da famiglie e imprese.

da L’Indro.it di martedì 20 Marzo 2012, ore 19:41

http://www.lindro.it/Banche-di-Credito-Cooperativo-un,7402#.T3XlDWFmLwk

IL ‘MADE IN ITALY’ DELOCALIZZATO

Il caso Lactitalia denunciato dal Codacons

IL ‘MADE IN ITALY’ DELOCALIZZATO

Latte prodotto in Ungheria per prodotti venduti come italiani. Realacci Pd: “la politica deve azzerare i vertici della società”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono anni che nel Paese si parla di ‘made in Italy’ come di un elemento fondamentale per il rilancio dei prodotti italiani nel mondo. Ma sino ad oggi cosa è stato fatto a riguardo? IlCodacons (coordinamento di associazioni per la tutela dell’ambiente e dei diritti dei consumatori e degli utenti), che è sceso in piazza al fianco degli agricoltori, ha presentatouna denuncia alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti contro lo Stato e la società Simest, “che investe i soldi della collettività all’estero danneggiando il mercato agroalimentare italiano”. E’ l’associazione a comunicarlo in una nota, parlando di “complicità dello Stato Italiano” e di “responsabilità delle nostre istituzioni nella produzione e diffusione di prodotti alimentari realizzati all’estero con soldi italiani sfruttando il valore evocativo del made in Italy”.

L’esposto-denuncia è molto dettagliato. “Lo Stato Italiano – si legge – è da sempre impegnato nella tutela dei prodotti doc italiani e del marchio made in Italy”. Ma cos’è la Simest Spa? E’ la finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all’estero che è stata istituita come società per azioni nel 1990. Il Ministero dello Sviluppo Economico è azionista al 76%. La Simest è stata creata per la promozione del processo di internazionalizzazione delle imprese italiane e per assistere gli imprenditori nelle loro attività all’estero. “Risulta accertata – continua l’esposto-denuncia del Codacons – dal bilancio e dalle relazioni d’esercizio, nonché da visura alla Camera di Commercio di Roma, la partecipazione della Simest in società, che pubblicizzano e commercializzano in Italia e in altri Paesi europei ed extraeuropei, generi alimentari con nomi italiani, presentati sul mercato come di fattura e tradizione italiana che, di contro, vengono prodotti con materia prima di provenienza, prevalentemente o integralmente, non italiana cagionando seri danni al vero made in Italy”.

Per il presidente del Codacons, Carlo Rienzi: “la Coldiretti ha sollevato il caso della Lactitalia Srl, una società di diritto romeno costituita al 100% da investitori italiani che produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino)”.

Sul sito di Lactitalia è possibile leggere: “abbiamo intrecciato il latte romeno alla tradizione e alla tecnologia italiana. Da questo abbinamento abbiamo fatto ciò che noi sappiamo fare di meglio: formaggi con passione”.

Prodotti confezionati in uno stabilimento di Nizvin, nei pressi di Timisoara grazie ad un investimento di 5 milioni di euro finalizzato alla produzione di formaggi e latticini destinati sia al mercato romeno che all’export. “Dai documenti dell’Ice – continua il Codacons –emergono alcune dichiarazioni del direttore di Lactitalia: “per calibrare i macchinari del caseificio abbiamo importato latte ungherese, perché è molto più pulito di quello che avremmo dovuto comprare dai produttori romeni”.

Per Rienzi: “la presenza di prodotti di imitazione sui mercati internazionali è la principale ragione del calo del 10% delle esportazioni dei formaggi di pecora made in Italy con la quale viene motivata una insostenibile riduzione dei prezzi riconosciuti agli allevatori italiani. La questione delicata che richiede immediata chiarezza e trasparenza è che la Lactitalia risulta essere una Srl composta da due soci, una srl romena Roinvest di cui sono risultati soci cittadini apparentemente di nazionalità romena e proprio la Simest Spa, società italiana controllata dallo Stato, istituita come società per azioni nel 1990 (legge n. 100 del 24 aprile 1990)”.

Per il Codacons esisterebbe anche un conflitto di interessi. “Patners italiana di Lactitalia è la Roinvest srl dei fratelli Pinna (come risulta da bilancio e relazioni di esercizio 2010) i quali, pur essendo presenti nei Consorzi di tutela del pecorino romano in Sardegna, attraverso la società romena promuovono all’estero prodotti non italiani, ma che richiamano ingannevolmente alla tradizione italiana. Non si comprende come mai lo Stato Italiano, da sempre impegnato nella tutela dei prodotti autenticamente italiani, sia registrati a livello comunitario come d.o.p. o i.g.p., sia menzionati nell’elenco dei prodotti tipici appartenenti al nostro patrimonio culturale e il marchio made in Italy sia proprietario attraverso la Simest di una industria che in Romaniacon latte romeno e ungherese, produce formaggi di pecora che vengono ’spacciati’ come made in Italy sui mercati europeo e statunitense, ed importati anche in Italia contribuendo ad aggravare la situazione dei pastori italiani”.

Ma cosa s’intende per prodotto italiano, chiediamo? “Dovrebbe intendersi in verità un prodotto o realizzato in Italia o comunque con prodotti ed ingredienti italiani, mentre invece i prodotti della Lactitalia sembrerebbero realizzati con latte romeno ed ungherese e importati anche in Italia come prodotti made in Italy. Un finto made in Italy. La produzione di alimenti presentati come italiani attraverso marchi ingannevoli reca un duplice danno: il primo, in relazione alla competitività delle nostre imprese, la cui concorrenza sul mercato viene snaturata a tutto vantaggio delle imprese straniere, il secondo, in relazione ad un’irresponsabile gestione economica essendo il governo italiano finanziatore della Simest Spa, che utilizza soldi pubblici per il sostegno di iniziative che riducono la capacità di export delle nostre imprese ingannando i consumatori. La scorrettezza delle pratiche commerciali adottate inducono erroneamente i consumatori a ritenere che gli alimenti prodotti e venduti sia in Italia che all’estero siano di origine italiana”.

Ma il problema è anche politico. Abbiamo raccolto, quindi, anche la voce di Ermete Realaccidel Partito Democratico, che già in passato era intervenuto su questo argomento: “ho fatto due interrogazioni parlamentari con il vecchio Governo: una nel 2010 e una nel novembre 2011”.

Cosa è cambiato dopo queste due interrogazioni?

C’è stata una risposta piuttosto generica, mi pare, di Galan. Tanto è vero che ho rifatto una nuova interrogazione. Ho fatto entrambe le interrogazioni d’accordo con la Coldiretti, che è sempre stata molto attiva su questa vicenda ed erano centrate su una serie di vicende, a cominciare da quella che è stata enfatizzata oggi sulla società romena…

La Lactitalia.

Però c’era anche dell’altro, per esempio la vicenda Meridiana, di una ditta che si chiamava Parmacotto.

La politica cosa può fare?

Una cosa da fare sarebbe, visto che la cosa è continuata, azzerare i vertici di questa società. E poi capire la missione chiara e che da questa missione sia escluso fare giochi di questo tipo.

Qual è la posizione del suo partito? E’ al fianco del Codacons in questa battaglia?

Sono due anni che presento interrogazioni parlamentari e penso che anche il Pd debba avere questa posizione: anche oggi erano presenti parecchi parlamentari democratici a questa manifestazione.

Il Codacons parla di ’complicità dello Stato italiano’ e di ’responsabilità delle nostre Istituzioni’. Lei concorda?

E’ l’oggetto delle mie interrogazioni.

da L’Indro.it di giovedì 15 Marzo 2012, ore 20:11

http://www.lindro.it/Il-made-in-Italy-delocalizzato,7307#.T3Xj3WFmLwk

(VIDEO) AUDITORIUM di Isernia. Parla Franco Valente: “Svelato il segreto”

AUDITORIUM di Isernia.

Parla Franco Valente: “Svelato il segreto”

AUDITORIUM di Isernia. Parla Franco Valente: “Svelato il segreto”

Isernia, 22 marzo 2012

PISCICELLI (l’imprenditore della Cricca, che rideva la notte delle terremoto a L’Aquila) INTERVIENE SULL’AUDITORIUM DI ISERNIA… “Tutte le gare d’appalto delle opere per i 150 anni sono truccate”.

Sono le parole di Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore della Cricca, nell’intervista concessa a Sandro Ruotolo. Ma questa è solo un’anticipazione: l’intervista integrale andrà in onda nella puntata di Servizio Pubblico, “Le mani pulite”, giovedì 22 Marzo alle 21.

Il sindaco GABRIELE MELOGLI (che ha annunciato querela) e il dirigente GIULIO CASTIELLO non hanno voluto rilasciare dichiarazioni.

A cura di Paolo De Chiara

(VIDEO) PISCICELLI, l’imprenditore della Cricca, PARLA DELL’AUDITORIUM DI ISERNIA…

PISCICELLI PARLA DELL’AUDITORIUM DI ISERNIA

“Tutte le gare d’appalto delle opere per i 150 anni sono truccate”.

Sono le parole di Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore della Cricca, nell’intervista concessa a Sandro Ruotolo.

Ma questa è solo un’anticipazione: l’intervista integrale andrà in onda nella puntata di Servizio Pubblico, “Le mani pulite” di giovedì 22 Marzo 2012, alle 21

Subito dopo il terremoto de L’Aquila Piscicelli deride i terremotati pensando al profitto che trarrà dalla ricostruzione. Ha tentato il suicidio, ma quella telefonata non è mai stata perdonata…

Giancarlo SIANI - Il Mattino

CULTURA DELLA LEGALITA’ – IV Lezione, ITIS Isernia

L’ESEMPIO

IV Lezione sulla CULTURA DELLA LEGALITA’ con i ragazzi dell’I.T.I.S. ‘E. Mattei’.

Si parlerà del giornalista precario de IL MATTINO, Giancarlo SIANI (26anni), ucciso dalla Camorra.

Interverrà il Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO (il pm del caso Siani).

Isernia, 19 aprile 2012 – ore 11.30

Giancarlo SIANI - Il Mattino

Lavoro, “una riforma all’acqua di rose”

In questi giorni il tavolo tra Ministro e parti sociali

Lavoro, “una riforma all’acqua di rose”

Parla Sergio Magrini, docente di diritto del lavoro alla Luiss: “la montagna partorirà un mezzo topolino”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La riforma del lavoro: è il tema caldo del Governo Monti. Entro fine mese il Ministro Elsa Fornero vuole approdare all’approvazione del pacchetto. Ma quali sono le proposte messe sul tavolo dal Governo?

Il riordino dei contratti.

Con la riforma i contratti a termine costeranno di più (aliquota dell’1.4%) e le imprese, per convenienza, potrebbero ricorrere all’apprendistato. Una forma contrattuale che verrà potenziata e incentivata. Su questi contratti le aziende per i primi tre anni pagheranno minimi contributi, non sempre previsti. Il lavoratore riceverà una formazione e non potrà essere licenziato se non per giustificato motivo. Al termine dei tre anni l’azienda deciderà se convertire il contratto (rendendolo a tempo indeterminato) o se concludere il rapporto.

Gli ammortizzatori sociali.

Nei giorni scorsi si erano registrate le prese di posizione dei sindacati. Per la leader della Cgil, Susanna Camusso “è un passo indietro, perché si traduce nel breve periodo, durante la crisi, in una riduzione della copertura”. Sulle risorse è intervenuta la Fornero: “non sono in grado di dirvi dove le troveremo, il Governo si impegna a cercarle al di fuori dei capitoli di spesa sociale”. Ma qual è il nuovo modello? Resta la cassa integrazione ordinaria nella forma attuale. La stessa cosa vale per la cassa integrazione straordinaria, che non potrà più essere concessa in caso di chiusura dell’azienda ma solo in caso di ristrutturazioni aziendali.

L’assicurazione sociale.

Andrà a sostituire, secondo il Ministro del Lavoro, tutte le indennità. Si applica a tutti i dipendenti (privati e pubblici) con contratto a tempo determinato. L’anno di partenza è il 2015 e sarà concessa a chi avrà due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane lavorative. La durata oscilla tra gli 8 e i 12 mesi per tutti i lavoratori e potrà arrivare ai 18 mesi per i lavoratori disoccupati oltre i 58 anni di età. L’importo massimo dovrebbe essere di circa 1.119 euro al mese, con un taglio del 15% dopo sei mesi e di un altro 15% dopo il secondo semestre. L’aliquota contributiva sarà dell’1,3%, salirà al 2,7% per i lavoratori precari. Potrà ritornare all’1.3% se il lavoratore viene stabilizzato.

Articolo 18, Statuto dei Lavoratori.

Dovrebbe restare solo per i licenziamenti discriminatori. Nei casi di licenziamenti per motivi economici e disciplinari è previsto un indennizzo economico. E qui dovrebbe subentrare il modello tedesco, dove è previsto un tetto pari a 18 mesi di retribuzione. Per la Cgil l’articolo 18 non deve subire modifiche di nessun genere, mentre la Cisl pensa di eliminare la tutela per “motivi disciplinari”.

Il Parere: secondo Sergio Magrini, professore di diritto del Lavoro alla Luiss “è una riforma molto, molto all’acqua di rose. La montagna partorirà un mezzo topolino e speriamo non sia deforme. Il professore è partito dall’articolo 18: “è molto difficile dare un giudizio perché non si capisce bene neanche il testo quale sarà. L’impressione è che possa, eventualmente, essere parzialmente sostituito solo per alcuni rapporti, solo per alcuni licenziamenti”.

Che ci dice del riordino dei contratti?

Da quello che si capisce sarà fatto pochissimo.Ci sarà, a quanto pare, l’eliminazione dell’associazione in partecipazione che la giurisprudenza spesso riteneva di lavoro subordinato mascherato. Era già una forma ad alto rischio e non è che cambi molto. Per il contratto a termine c’è questo appesantimento economico del quale, secondo me, non si sentiva il bisogno. Già il contratto a termine è un istituto che in Italia è sconsigliabile, salvo che per le sostituzioni dei lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto come le donne in gravidanza, malati, eccetera. Ma se in questi casi c’è una qualche certezza di stabilità del rapporto, negli altri casi è ad altissimo rischio. C’è una clausola generale, la cosiddetta ‘clausolona’, che per ragioni tecnico-organizzative-produttive dà luogo a incertezze giurisprudenziali e dà larghissimo spazio ai giudici per dichiarare nulli i contratti a termine. Non si sentiva proprio il bisogno di questa ulteriore stretta. Vogliono davvero che si assuma a termine indeterminato quando bisogna sostituire una lavoratrice in gravidanza? Siamo alla follia.

Invece sugli ammortizzatori sociali?

L’idea è quella di sostituire, se non ho capito male e sarebbe un’idea saggia: far scomparire la cassa integrazione guadagni straordinaria che era diventata una forma di assistenza a pioggia, invece che una forma di previdenza.

Di fronte alle richieste delle parti sociali si è registrato un ripensamento del Ministro Fornero. Il ricorso alla cassa integrazione straordinaria è limitato alle aziende che si devono ristrutturare e che non sono destinate alla chiusura.

Infatti, perché l’idea è quella di ricondurla sui binari fisiologici, di una forma di previdenza per una temporanea difficoltà dell’impresa, non di assistenza. Questa è un’idea saggia. Sull’altro piatto della bilancia c’è un’indennità di disoccupazione seria, che dovrebbe essere generalizzata. Ma su questo punto sento che i sindacati strillano…

Lei si sta riferendo all’assicurazione sociale?

Si, ma c’è un piccolo problema di come trovano i soldi. Quel modello va bene in Danimarca. Mi sembra strano che in un periodo come questo improvvisamente escano fuori i soldi.

Ma nel complesso, come vede le proposte messe sul tavolo dal Governo?

La mia impressione è che la montagna partorirà un mezzo topolino e speriamo non sia deforme. Come spesso è già successo con il precedente Governo. Questi ora dovrebbero essere tecnici, però si va sempre più peggiorando quanto a tecnica normativa, chiarezza, semplicità. L’impressione è che abbiano imparato benissimo a fare politica, e quindi a fare tanto fumo.

da L’Indro.it di martedì 13 Marzo 2012, ore 19:55

http://lindro.it/RIFORMA-DEL-LAVORO-ALL-ACQUA-DI,7244#.T2hljXmMi70

(VIDEO) LEGALITA’ – Il messaggio del Procuratore

LEGALITA’ – Il messaggio del Procuratore

Isernia, 13 marzo 2012
COMBATTERE IL CANCRO DELL’ILLEGALITA’.

III lezione CULTURA della LEGALITÀ. – Giovedì 15 marzo 2012
Il messaggio agli studenti dell’ITIS “E. Mattei” di Isernia del Procuratore della Repubblica, Paolo ALBANO.

A cura di Paolo De Chiara

(VIDEO) DR Motor – Per gli stipendi: “Nulla è cambiato”

DR Motor – Per gli stipendi: “Nulla è cambiato”

Isernia, 13 marzo 2012
Prefettura di Isernia

La FIOM, la CGIL e i lavoratori della DR Motor di Macchia di Isernia chiedono, per l’ennesima volta, un tavolo con Di Risio.

I Lavoratori avanzano 4 stipendi: dicembre 2011, Tredicesima, Gennaio e Febbraio 2012. E si resta in attesa di Termini Imerese.

 
A cura di Paolo De Chiara

(Video) LAVORO – Il Tribunale di Isernia CONDANNA

LAVORO – Il Tribunale di Isernia CONDANNA

Isernia, 5 marzo 2012

INTERVISTA alla lavoratrice-sindacalista Michela Foglietta, dipendente del Comune di Monteroduni.

A cura di Paolo De Chiara

Ecco il comunicato stampa integrale del sindacato CSA-FIADEL del 3 marzo 2012.

Oggetto: Accanimento contro un dipendente e dirigente del CSA/FIADEL.

Con Sentenza n. 42 dell’1.02.2012 il Tribunale del lavoro di Isernia ha accolto il ricorso del nostro dirigente sindacale sig.ra Michela Foglietta, dipendente del Comune di Monteroduni e da anni oggetto di accanimento e discriminazioni sul luogo di lavoro, da parte di amministratori e funzionari comunali; ha condannato quell’ente a corrispondere alla dipendente le indennità di responsabilità che gli erano state incredibilmente negate; ha altresì condannato il Comune alle refusione in favore della dipendente delle spese del giudizio che ha liquidato in Euro 2.100,00 oltre IVA, CAP ed accessori come per legge.
Inoltre, il Tribunale penale di Isernia, con Sentenza n. 112/11 depositata il 02.02.2012, ha stabilito il non luogo a procedere nei confronti della citata dipendente Michela Foglietta che era stata incredibilmente denunciata per il reato di calunnia da un funzionario di quel comune.
Ebbene, noi ci rallegriamo con il nostro dirigente sindacale perché finalmente, anche se ha dovuto soffrire per anni, con le suddette esemplari sentenze, ha avuto giustizia e non poteva essere diversamente perché quella persona è un dipendente modello, professionalmente preparata e soprattutto onesta e probabilmente, proprio questi requisiti potrebbero averla penalizzata sul luogo di lavoro.
Questo Sindacato CSA/FIADEL l’ha assistita in tutte le fasi, non l’ha mai abbandonata e provvederà anche agli adempimenti successivi, notiziando per prima cosa la Procura Generale della Corte dei Conti circa gli eventuali danni erariali e poi assistendo la dipendente anche nelle conseguenti azioni legali derivanti dalla infondata denuncia penale che è stata sporta nei suoi confronti.
Infine, ci preme sottolineare l’uso/abuso che taluni funzionari ed amministratori ne fanno del loro pubblico potere, perchè spesso, anziché perseguire e garantire legittimità e giustizia sul luogo di lavoro, si accaniscono contro quei dipendenti che per loro sono scomodi ma che in realtà fanno gli interessi del Comune e dell’utenza.

(VIDEO) – “ATTENTATO ALLA LIBERTA’ SINDACALE”

“ATTENTATO ALLA LIBERTA’ SINDACALE”

Isernia, 5 marzo 2012
Parla il coordinatore del CSA-Fiadel, Tonino Di Schiavi

A cura di Paolo De Chiara

Ecco la nota del sindacato del 2/3/2012
Al Sindaco, Al Segretario Comunale, Al Dirigente della Polizia Municipale

Oggetto: Trasferimento del candidato RSU Maria Assunta Zampini.

Con ordine di servizio di cui non ne ha rilasciato copia all’interessata, il Dirigente di codesto Comune sig. Giulio CASTIELLO ha trasferito l’agente di Polizia Municipale Maria Assunta ZAMPINI in un locale sito in Piazza Marconi — presso la sede del Comune — da sola e senza specificare quale attività costei dovrebbe svolgere.
Orbene, a prescindere da questa ulteriore azione contro la lavoratrice che ci appare anch’essa, come le precedenti, persecutoria, discriminatoria, mobbizzante, quel che ci preme sottolineare in questo momento è l’enorme danno che essa causa a questo Sindacato CSA, atteso che la ZAMPINI medesima, come risulta agli atti di codesto Comune, è nostra candidata alle elezioni per il rinnovo delle RSU 2012 e che si terranno nei prossimi giorni 5, 6, e 7 marzo 2012.
Infatti il suo trasferimento in quel locale, da sola, senza svolgere alcuna attività lavorativa, senza che possa tenere alcun contatto con altri lavoratori e colleghi, peraltro in un locale privo anche dei servizi igienici, crea enormi danni, oltre che moralmente, professionalmente e alla salute della lavoratrice, anche a livello sindacale e quindi anche a questo Sindacato CSA, proprio perché la sua candidatura e la sua elezione verranno inevitabilmente compromesse da tale ingiusto ed immotivato trasferimento.
Pertanto, questo Sindacato, chiede alle SS. LL. che venga revocato quel trasferimento, immediatamente e senza indugio, riservandosi, nel contempo, ogni azione.
Si resta in attesa di urgente riscontro.
Il Coordinatore Provinciale del CSA, Feliciantonio Di Schiavi

(VIDEO) Difesa della TRATTA FERROVIARIA

Difesa della TRATTA FERROVIARIA

Carpinone, 3 marzo 2012


INTERVISTE a:

Michele PETRAROIA (consigliere reg. Molise),

Giuseppe DI PANGRAZIO (consigliere reg. Abruzzo)

Domenico IZZI (consigliere reg. Molise).
A cura di Paolo De Chiara

(VIDEO) “DISASTRO ECOLOGICO” – Parla il sindaco di Carpinone

Depuratore

“DISASTRO ECOLOGICO”, parla il sindaco di Carpinone

Carpinone, 3 marzo 2012
Il pericoloso depuratore consortile

Parla Pasquale SARAO, il sindaco di Carpinone:

“DISASTRO ECOLOGICO”.

A cura di Paolo De Chiara

Scrive l’Arpa Molise nella relazione del 7 agosto 2003: “si ritiene che siano state violate le prescrizioni contenute nelle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4/2003)”. Nelle conclusioni si legge: “i rifiuti pericolosi codice CER 07.07.01 vengono stoccati presso l’impianto in maniera non idonea e tale da provocare danno o pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente”. Ma la relazione dice anche altro. “Le operazioni relative alla movimentazione dei rifiuti non vengono condotte con mezzi e sistemi tali da evitare perdite o dispersioni” e “non sono state annotate le operazioni relative allo scarico di rifiuti”. Perché è stato commesso tutto questo? L’Arpa, nella relazione, chiese la revoca delle determinazioni dirigenziali. Che arriverà con il provvedimento regionale 144 del 15 settembre 2003. Da allora cosa è cambiato? Perché si sente ancora quel forte tanfo? Cosa c’è ancora lì dentro? Come mai l’impianto, ancora oggi, è lasciato incustodito? Mentre la classe dirigente molisana continua a difendere l’indifendibile (“Questa regione — dichiarò lo scorso 24 novembre il governatore Iorio — non è l’«Eldorado» delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono”)…

CONTINUA SU: https://paolodechiara.wordpress.com/2011/03/23/eldorado-molise-il-pericoloso-d

 

(VIDEO) – Il PERICOLOSO depuratore consortile (Carpinone)

Carpinone, 3 marzo 2012

Il pericoloso depuratore consortile

 

Scrive l’Arpa Molise nella relazione del 7 agosto 2003: “si ritiene che siano state violate le prescrizioni contenute nelle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4/2003)”. Nelle conclusioni si legge: “i rifiuti pericolosi codice CER 07.07.01 vengono stoccati presso l’impianto in maniera non idonea e tale da provocare danno o pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente”. Ma la relazione dice anche altro. “Le operazioni relative alla movimentazione dei rifiuti non vengono condotte con mezzi e sistemi tali da evitare perdite o dispersioni” e “non sono state annotate le operazioni relative allo scarico di rifiuti”. Perché è stato commesso tutto questo? L’Arpa, nella relazione, chiese la revoca delle determinazioni dirigenziali. Che arriverà con il provvedimento regionale 144 del 15 settembre 2003. Da allora cosa è cambiato? Perché si sente ancora quel forte tanfo? Cosa c’è ancora lì dentro? Come mai l’impianto, ancora oggi, è lasciato incustodito? Mentre la classe dirigente molisana continua a difendere l’indifendibile (“Questa regione — dichiarò lo scorso 24 novembre il governatore Iorio — non è l’«Eldorado» delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono”)…

A cura di Paolo De Chiara

CONTINUA SU: https://paolodechiara.wordpress.com/2011/03/23/eldorado-molise-il-pericoloso-d…

NO TAV, ‘IL GOVERNO NON CONOSCE LA SITUAZIONE’

Il leader dei sindaci valligiani Sandro Plano sul documento presentato dal Governo

No Tav, ’il governo non conosce la situazione’

“Le dimostrazioni coinvolgono migliaia di persone. La classe politica attuale è la peggiore che la Repubblica italiana abbia mai espresso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ci sono molti dubbi sulla strategicità dell’opera, soprattutto in un momento di crisi finanziaria e di bilancio”. Queste le parole utilizzate dal leader dei sindaci No Tav, Sandro Plano, Presidente della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone. Lo abbiamo contattato per commentare con lui il dossier sulla Tav preparato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quattordici risposte per spiegare l’opera. Nel documento del Governo si affrontano varie questioni: dal costo dell’opera alle ragioni strategiche, dalla concertazione ai vantaggi sino alla sostenibilità ambientale. “Pura propaganda” per Sandro Plano. Gli abitanti di quella zona non vogliono i dossier preconfezionati dal Governo, ma cercano un serio confronto. “Il governo non ha il polso della situazione. Le dimostrazioni coinvolgono migliaia di persone”.

Una protesta che va avanti da diversi anni. Come giudicate il comportamento del Governo Monti?

Credo che debbano ancora lavorare su molti dossier, che vanno dalla questione lavoro alla Fiat. Temi importantissimi per il nostro Paese. Personalmente non sono convinto di avere la ragione dalla mia parte, ma quelle del Governo sono esagerazioni di chi vuole evidenziare gli aspetti positivi della faccenda e non vuole mettere in luce tutto il resto.

Come giudica la presa di posizione pro-Tav del Presidente della Repubblica?

Mi dispiace che abbia assunto questa posizione. Lui dice “non mi compete perché è una decisione presa dal Governo“, ma io ribatto che anche il Ponte sullo Stretto era una decisione che spettava al Governo. Anche il nucleare era una decisione presa dal Governo Berlusconi e poistoppata dal referendum. Molte volte i Governi prendono le decisioni e poi, alla luce dei fatti, denunciano la scarsità d’informazione o la poca presa sull’elettorato.

Soffermiamoci sulla concertazione. Si legge nel documento che “c’è stata attenzione alle richieste del territorio. Lo dimostra il fatto che l’opera sia stata riprogettata…”.

I tentativi di modificarla non si basano sulle istanze del territorio, perché noi non abbiamo mai chiesto quell’opera così com’è poi venuta fuori. Non è corretto dire che la linea è stata modificata sulle nostre richieste. Noi abbiamo sempre detto che questa linea presentava delle criticità strutturali, nel senso che non c’era la necessità di farla. L’Osservatorio, dopo 183 riunioni, non ha conservato un bel nulla. Non c’è una delibera di approvazione di alcunché. E’ stata una variante unilaterale del progetto e non una reale concertazione.

Per quanto riguarda l’Osservatorio, nel documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri è scritto che “ha tenuto 183 sessioni di lavoro, 300 audizioni, 10 gruppi di lavoro per ulteriori 30 sessioni di confronto”.

Dopo le prime venti, trenta riunioni è emersa chiaramente la cifra che invalidava tutto il resto del discorso. Ci troviamo di fronte al tentativo di produrre degli elementi per convincere la Valle su un’opera che, era evidente almeno da parte nostra, non è supportata da alcuna impostazione tecnica.

Lo scrittore Mauro Corona ha definito l’opera ’uno stupro’. Lei concorda?

’Stupro’ è una parola forte e io per mia natura non uso termini forti. Diciamo che è una cicatrice.

Un progetto preliminare che rappresenta il primo esempio nella storia italiana di progettazione partecipata e discussa di una grande infrastruttura”. Condivide le parole contenute nel dossier governativo?

Sono termini che noi riteniamo propagandistici.

Il prossimo CIPE stanzierà 20milioni di euro, che rappresentano la prima tranche di 300, e ne sono previsti 135 per opere compensative per il territorio”. Il Governo parla di “attenzione nei confronti delle comunità locali coinvolte nel progetto”. Non vi accontentate?

Se noi diciamo che l’opera non serve non è una compensazione che può far cambiare idea. Si continua con l’effetto annuncio, che era prerogativa anche del Governo precedente.

Affrontiamo il discorso ambientale. Per il Governo “il progetto non genera danni ambientali diretti e indiretti e l’impatto è assolutamente sostenibile”.

Lei provi a vivere per vent’anni con i muratori in casa e poi mi dirà se è felice di questa situazione.

Vengono sconfessati anche i pericoli relativi all’uranio (“tutte le misure risultano al di sotto delle soglie di legge”) e all’amianto (“le rocce possono avere una presenza sporadica con una quantità massima stimata intorno al 15%”).

Mi sembrano delle affermazioni un po’ categoriche. Poi tutto si risolve, perché si può portare via con i vagoni di piombo oppure facendo gallerie per sotterrare l’amianto, però siamo sempre lì. Questi processi sono costosissimi, abbiamo già altre esperienze sempre in Val di Susa.

Sull’utilità dell’opera sono state usate queste espressioni: “investimento strategico per il futuro del Paese”, “maggiore competitività”, “abbattimento delle distanze”, “prospettive di sviluppo”. Lei cosa risponde?

Rispondo con la definizione di Marchionne: “il mercato europeo dell’auto è saturo, cerchiamo nuovi mercati in America” Se Marchionne, che è il ’dominus’ dell’economia automobilistica italiana, dà delle linee di indirizzo che sono così diverse da quelle del mercato europeo credo che in qualche modo dovremo pensare ai porti e non ai valichi alpini.

E la politica italiana come sta affrontando il tema della Tav?

Ho visto una trasmissione televisiva dove intervistavano i nostri parlamentari e il risultato è stato desolante. La maggior parte di questi non sapeva nulla, per carità. Il documento del Governo non mi sembra un’analisi tecnica, ma un enunciato propagandistico dove non si evidenzia nessun elemento di criticità.

Dietro gli interessi forti ci sono anche gli interessi della criminalità organizzata?

Nutro sempre speranza nei confronti della politica, per poi magari ricevere duri colpi dopo vicende come quelle recenti. Qui c’è una contrapposizione di interessi forti tra chi deve fare l’opera e chi la deve subire. E’ ovvio che ci sono persone che hanno tutto da guadagnare e noi siamo quelli che hanno tutto da perdere.

Tra gli interessi forti ci sono interessi direttamente collegati alla politica, come le Cooperative che stanno effettuando dei lavori nella zona.

Gli interessi forti possono anche essere legittimi. Non stiamo criminalizzando… Io non parlo se non ho la ragionevole certezza di quello che dico. A me risulta che siano state fatte delle gare, che sia stata data un’interpretazione molto liberale di queste gare. Ogni volta che si parla di grandi cifre si scatenano interessi legittimi, altri meno legittimi. La preoccupazione c’è, ma ci sono gli strumenti per controllare.

Come continuerete questa battaglia?

Siamo convinti di quello che diciamo e rispettiamo il ruolo della democrazia. Riteniamo che certe volte la democrazia possa fare degli errori, ma li accettiamo. Per quanto riguarda noi amministratori ci opporremo come ci permette la legge. Però non possiamo dimenticare che la classe politica attuale è la peggiore che abbia mai espresso la Repubblica italiana. Noi siamo preoccupati perché le tensioni sono molto forti e se non viene gestita con intelligenza dalla politica ci possono essere delle ripercussioni serie.

Che intende?

Mi riferisco ai disordini, ai blocchi, ai ferimenti. Per poco non c’è scappato il morto e visto che siamo persone responsabili cerchiamo di incanalare questa protesta in modalità accettabili.

da L’Indro.it di venerdì 9 Marzo 2012, ore 19:42

http://lindro.it/No-Tav-il-governo-non-ha-il-polso,7162#.T1zd5nnwlB0

Dr Motor, una voce dall’interno

Parla per la prima volta un impiegato dello stabilimento di Macchia d’Isernia

Dr Motor, una voce dall’interno

“Ci sono pochi soldi, l’azienda non ci dà notizie. Aspettiamo Termini”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La situazione è quella che si sente in giro. Purtroppo non ci sono soldi e, ovviamente, siamo messi male. Stiamo aspettando”. Per la prima volta parla un impiegato della Dr Motor di Macchia di Isernia. Sino ad ora si erano registrate le lecite proteste degli operai, i loro presidi, le parole del sindacalista della Fiom licenziato. Mai, però, una voce diversa. L’abbiamo raccolta, in forma anonima (per proteggerla da eventuali “decisioni” aziendali), per unirla a quelle degli operai, della Fiom, dei lavoratori di Termini Imerese e del segretario della Fiom dello stabilimento siciliano.

Ma perché ritorna sempre l’ex stabilimento Fiat? Perché si continua ad associare l’acquisizione di Termini Imerese con i mancati pagamenti delle retribuzioni in Molise? E’ lo stesso impiegato a rispondere: “restiamo sempre in attesa di questo incontro definitivo per il destino dell’azienda molisana”. Cosa prevedo? L’azienda si deve ridimensionare o ingrandire”. Per il segretario regionale della Fiom Molise, Giuseppe Tarantino: “gli stipendi continuano ad essere fermi, è stato pagato solo novembre. Non abbiamo avuto risposte alle nostre richieste, ovvero conoscere il piano industriale. Un conto è sentire rassicurazioni, un conto è leggere i piani, per ragionare concretamente”. Per l’impiegato molisano “stiamo aspettando la buona notizia da giù  (Termini Imerese, ndr). Tutto è legato a quella decisione”.

Agli operai della Dr è stato pagato la mensilità novembre. Voi a che punto siete?

Siamo fermi ad agosto. Chi agosto, chi luglio, chi con qualche acconto in più e chi con qualche acconto in meno. Siamo indietro due o tre stipendi rispetto agli operai. Hanno privilegiato loro per mandare avanti la produzione.

Non è che hanno privilegiato loro perché hanno deciso di scioperare e di rivendicare i loro diritti?

Sicuramente anche questo. A mio avviso però hanno fatto una grande stronzata.

Perchè dice che gli operai hanno fatto “una grande stronzata”?

Uno che sta combinato così, che sta alla fine di una trattativa e ti metti a fare un casino del genere metti solo i bastoni tra le ruote. Hanno pure ottenuto qualcosa in più, ma secondo me se ci sta una buona prospettiva laggiù, mi auguro di sbagliarmi, sicuramente si è rallentato un po’ tutto. Un casino del genere ti rallenta tutto. Speriamo bene che vada avanti, ma hanno sbagliato modi e tempi.

Ma cosa c’entra Termini Imerese con i pagamenti in Molise? Se una persona lavora deve essere pagata, lei non crede?

E’ tutto un discorso globale.

E qual è il discorso globale?

Con i nostri piccoli numeri, evidentemente, non ce la facciamo più ad andare avanti. Secondo me è tutto collegato con quella situazione. Effettivamente stiamo in grosse difficoltà economiche e, quindi, non è che non ci pagano per sport.

Se la trattativa di Termini Imerese andrà in porto, secondo Lei, lo stabilimento di Macchia d’Isernia continuerà la sua attività?

Secondo me, si. A Macchia comunque fanno produzione della DR1, quelle piccoline, e quindi va avanti. Ma, onestamente, non siamo a conoscenza dei progetti e di quello che vuole fare in Sicilia l’azienda.

Non vi pagano e non siete informati.

Non conosciamo il programma dettagliato. Sappiamo quello che leggiamo sui giornali locali.

Ma la Dr come giustifica il mancato pagamento?

Ci dicono: ‘stiamo temporeggiano, un po’ di pazienza, stiamo risolvendo un po’ di problemi’. Chi sta dentro li vede i problemi. E’ inutile fare pressioni per avere i soldi, perchè ti rispondono ‘i soldi dove li prendo?’.

La vostra pazienza fino a quando potrà durare?

Penso che siamo alla fine. Credo che anche in Sicilia qualcosa si deve sapere, tra marzo e aprile se qualcosa si deve fare si farà. Se gli dicono di no amen e si rivolterà tutto da noi e vedremo quello che si potrà fare.

Secondo l’azienda: “l’acquisizione dello stabilimento siciliano è necessaria per la sopravvivenza”. Se salta Termini Imerese salta pure Macchia?

E’ tutta una questione di numeri e di soldi. L’ho sentita anche io questa frase del responsabile comunicazione della Dr: “Se salta là, la botta forte si prende pure qua”. Purtroppo serve quella boccata d’ossigeno, ci vuole una bella iniezione di soldi per riprendere un po’ tutto. Al momento se si va presso una banca a chiedere 10milioni, rispondono di no perché già ne avanzano troppi. In piccolo è quello che succede a me: se faccio richiesta per qualche finanziamento non mi da niente nessuno perché non pago una rata da cinque mesi.

Quali sono i problemi che voi toccate con mano quotidianamente?

Mancano le risorse economiche, si acquista poco e si vende poco. E’ tutta una catena.

Gli operai hanno problemi di stipendi, voi avete problemi di stipendi. Ma questi problemi sono gli stessi anche per i dirigenti?

Credo che anche per loro la situazione sia uguale. Non prende niente nessuno anzi, da quello che so, qualche dirigente sta pure più indietro di noi. Però prendendo di più e stando in una situazione economica più privilegiata si possono permettere di aspettare qualche mese in più. Noi poveri cristi che guadagniamo poco, stiamo tutti con le spalle al muro.

Ritorniamo sulla posizione della Fiom, l’unico sindacato che ha appoggiato gli operai.

Sono stati sbagliati i modi e i tempi. Punto e basta.

Se la sente di dire qualcosa sull’operaio della Fiom licenziato dalla Dr?

Non so perché è stato licenziato. Ho sentito che è iscritto al sindacato, però non conosco la motivazione.

da L’Indro.it di giovedì 8 Marzo 2012, ore 18:09

http://lindro.it/Dr-Motor-una-voce-dall-interno,7119#.T1sznXnwlB0

Dal web una tassa per gli editori

La proposta di legge dalla Germania

Dal web una tassa per gli editori

Parla l’esperto di marketing Pier Luca Santoro “Si tratta di una follia. L’editoria non guadagnano a cerca di attaccarsi dove può”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Temo che una regolamentazione simile possa frenare la diffusione di internet, perché porta a costi aggiuntivi e situazioni conflittuali. Invece di preoccuparsi di nuove leggi, l’editoria tedesca dovrebbe cercare di cooperare con Google per trovare insieme nuovi modelli di business”. Queste le parole utilizzate dal presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt. Il suo ragionamento ruota intorno alla possibile ’tassa’ che i siti commerciali (i motori di ricerca e gli aggregatori di notizie come Google News) dovranno pagare in Germania agli editori “per diffondere online – si legge su ‘Il Fatto Quotidiano’ – i loro articoli”.

Sempre su ‘Il Fatto’ è possibile apprendere la soddisfazione delle associazioni tedesche dei quotidiani e delle riviste. “E’ irrinunciabile per proteggere in modo efficace il lavoro comune dei giornalisti e degli editori”. Per molti, dal vertice tedesco di domenica, è uscita una regolamentazione di fatto contraria alla libertà di informazione sul web. Non mancano le proteste e gli attacchi frontali alla norma tedesca, soprattutto a rimprovero della non completezza nel provvedimento.

Non si capisce bene cosa accade quando un articolo viene postato su facebook o su twitter. E per i blog? Che succede quando vengono inserite le fonti dei contenuti online? Per gli editori che si appellano ai diritti d’autore la norma è fondamentale. .

E’ da diversi anni che in Germani si ragiona intorno a questa proposta. Nel 2009 la tassa sul web veniva vista come un aiuto all’editoria. Anche in Francia si sono registrate, in passato, proposte simili. “Gli studi sui differenti dispositivi mobili – secondo Marc Feuillèe, direttore generale del ’Figaro’ – evidenziano che una delle principali attività degli utenti è leggere le notizie del giorno. La stampa è la principale fonte di informazione in rete, ha investito nel digitale, mutando anche le proprie abitudini di lavoro. Oggi si può dire che ha vinto la battaglia dell’audience”.

E in Italia? Nel 2010 Carlo Malinconico, Presidente della federazione italiana degli editori, aveva innescato le prime polemiche, con la ‘mini tassa’, per chi naviga e si avvale dei contenuti editoriali presenti in rete. Un prelievo – secondo Malinconico – di entità modesta, dal costo di un caffè al mese o giù di lì, per realizzare una dote di risorse che possa essere d’aiuto in questo frangente”. Secondo il blogger Pier Luca Santoro (’Giornalaio’), esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence la regolamentazione tedesca “è una pazzia da ogni punto di vista”.

Perché è una pazzia?

Sappiamo perfettamente che gli editori fanno a gara, anzi lasciano qualche mazzetta, per comparire su Google News. Per essere in evidenza. Non sarà un caso che diversi quotidiani nazionali sono sempre, all’80% delle presenze su Google News. Immaginare che al contrario Google deve dare qualcosa a un quotidiano tedesco è una pazzia da ogni punto di vista. Oltretutto, è una cosa che già era venuta fuori nel 2009 e che adesso la rispolverano. Speriamo che faccia la stessa fine del 2009.

E’ possibile trovare delle similitudini con la proposta francese?

In Germania, in realtà, il provvedimento sembra proprio mirato ai motori di ricerca. Infatti si parla, addirittura, di ’Lex Google’. In Francia si tratta delle pubblicazioni, ad esempio de ’L’Indro’, di ’Lettera43’, cioè di tassare le testate on-line per dare dei finanziamenti alla carta. Siamo al paradosso del paradosso.

Nel 2010 il Presidente della Fieg, Carlo Malinconico, parlava di una ‘mini-tassa’. Sembra una ‘strategia’ che si sta allargando in molti Stati.

Si, la ricordo la frase di Malinconico. Credo che il discorso sia evidente, nel senso che purtroppo, dal loro punto di vista, gli editori hanno un problema. Ho anche scritto un articolo sul mio blog abbastanza dettagliato proprio sui modelli di business del digitale. Gli editori non riescono a tirar fuori dei soldi per tutta una serie di motivi. Ovviamente cercano di recuperare dei soldi, ma chi fa soldi online? Sono gli operatori delle compagnie telefoniche che fanno soldi veri. Gli editori cercano solo di attaccarsi dove possono.

Con questi tre esempi che abbiamo fatto, possiamo dire che è a rischio la libertà di informazione?

In teoria si. Internet è una cosa nuova, in qualche modo è terra di nessuno, con interpretazioni che si rifanno, ultimamente la vicenda del canone Rai, a vecchie leggi. Purtroppo c’è un vuoto legislativo immenso, con pochissime persone che ne capiscono. Si cerca di legiferare, senza considerare tutto il sistema. L’universo di internet è cresciuto in maniera strabiliante, senza norme e senza regole (tra virgolette), solo con l’autodisciplina. E’ chiaro che se ci sono interessi economici in ballo l’autodisciplina non è più sufficiente.

da L’Indro di martedì 6 Marzo 2012, ore 19:27

http://lindro.it/UNA-PAZZIA-LA-TASSA-AGLI-EDITORI,7047#.T1sydXnwlB0

La condanna per l’ergastolo

Umberto Veronesi solleva dubbi sul carcere a vita

La condanna per l’ergastolo

Critici Grasso e Travaglio: “era quello che avrebbe voluto Riina”. Enrico Tedesco della Polis: “si pensi alla cura anzichè alla pena”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ ora di ripensare il nostro sistema carcerario”. Parola dell’oncologo Umberto Veronesi. Con un articolo su Grazia.it, è intervenuto sul tema, partendo dalla pena di morte: “andrebbe chiamata ‘assassinio di Stato’, perché uccidere un criminale è un modo per legittimare la violenza, e non può che creare una spirale negativa nella società. Ma esiste anche un’altra forma di pena di morte: l’ergastolo”.

E sul ‘carcere a vita’ Veronesi indica la sua teoria. “E’ un modo per sopprimere la vita, perché il detenuto non è più una persona, ma la vittima di una lenta agonia, fino alla fine della sua esistenza. Per questo sono a favore dell’abolizione dell’ergastolo e per l’introduzione di un massimo di pena di 20-25 anni”. Veronesi fa riferimento alla posizione di Science for Peace, il progetto nato dietro sua iniziativa, “che si pone – si legge nel sito – come obiettivo la ricerca di soluzioni scientifiche e concrete di pace”.

Per Veronesi: “le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e capace di rinnovarsi. Questo ci fa pensare che il nostro cervello non sia uguale a quello che era nei decenni precedenti”. Cosa vuol dire? “Che il detenuto che teniamo rinchiuso in carcere oggi, non è la stessa persona che abbiamo condannato 20 anni fa. L’ergastolo si basa sulla convinzione che un criminale non sarà mai recuperabile, invece le neuroscienze ci dimostrano che si può riportare alla convivenza civile anche il più incallito dei delinquenti (ma ci vogliono anni)”.

Per il Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, l’abolizione dell’ergastolo “è un regalo alla criminalità organizzata e l’anticamera di una nuova cruenta guerra di mafia”. Dello stesso avviso anche il procuratore Messineo: “la sua abolizione comporterebbe, a scadenza più o meno ravvicinata, la scarcerazione di una serie di efferati criminali che tornerebbero in circolazione. Il solo fatto di parlarne incoraggia chi non pensa di pentirsi perchè spera in una possibile soluzione futura dei suoi problemi giudiziari”. Sono molti i pm antimafia e i parenti delle vittime delle mafie a ricordare che proprio nel famoso ’papello’ di Totò Riina c’era l’abrogazione dell’ergastolo e del 41-bis (il carcere duro).

Resta un solo punto di quel ’papello’ da realizzare: l’ergastolo. Purtroppo si sta provvedendo anche a quello, con una coazione a ripetere tutti gli errori del passato che lascia basiti. Mentre 310 ergastolani su 1.294 (tra cui i killer di Livatino e Siani) scrivono a Napolitano, la rifondarola Luisa Boccia presenta un ddl per abolire il ’fine pena mai’ e lo stesso annuncia Giuliano Pisapia, che riscrive il Codice penale per il governo Prodi. Il sottosegretario Manconi è d’accordo. Naturalmente sono tutte brave persone e possono fare ciò che vogliono. L’importante è avere chiare le conseguenze. Gli ergastolani arrestati dopo le stragi scenderebbero a 30 anni di pena, che poi, con la liberazione anticipata per ’regolare condotta’ sono 20. Avendone già scontati 13-14, uscirebbero fra 6-7, anzi fra 3-4 ai servizi sociali. E potrebbero chiedere subito semilibertà e permessi premio. Non bastava l’indulto? È sicura la maggioranza di voler completare il papello di Riina e di affrontare la scarcerazione di mafiosi e terroristi? Ci facciano sapere”.

Era il 2007 quando Marco Travaglio lo scriveva su ’L’Unità’ (’Fine pena ’sempre’’): come non ricordare l’intervento, nel 2008, dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili:il nostro Codice Penale non può permettersi di abolire la parola ergastolo, perchè altrimenti Riina l’avrà avuta vinta ancora una volta sulle sue vittime. Il garantismo più sfrenato non ha tenuto minimamente conto di quale sia il Paese nel quale viviamo, non ha tenuto conto che solo 15 anni fa, 15 soggetti, appartenenti a Cosa nostra, hanno messo a ferro fuoco l’Italia in nome per conto dell’eversione più becera, cercando di imporre allo Stato Italiano le proprie leggi, fra queste l’abolizione dell’ergastolo ai mafiosi rei dei crimini più abietti. La certezza della pena è sicuramente il simbolo di una società civile, ma per l’Italia il ’fine pena mai’ significa contrastare fortemente la mafia”.

Le convinzioni recentemente riportate dall’oncologo milanese erano state esposte già durante il convegno del 2011 a Venezia, ’The Future of Science’ e, in particolare, dalla relazione sulla plasticità del cervello del neurologo Giancarlo Comi.All’inizio degli anni 70 alcune ricerche di base e studi elettrofisiologici nei modelli animali hanno evidenziato che il SNC ha l’abilità di riorganizzarsi da solo a seguito di un danno acuto e cronico. Negli anni più recenti le tecniche di neuroimaging e di stimolazione elettrica e magnetica hanno confermato questi riscontri anche nell’uomo. Questa abilità si basa su due meccanismi: plasticità cerebrale e neurogenesi”, dove per plasticità celebrale si intende “un termine generico usato per indicare la capacità del cervello umano di plasmarsi in base agli stimoli ed alle esperienze dell’ambiente circostante. Essa gioca un ruolo fondamentale nella fase di sviluppo e nell’apprendimento ed inoltre si riattiva variabilmente quando il cervello subisce danni acuti o cronici”.

E arriviamo agli studi recenti. Per il professor Comi “hanno cominciato a fornire indicazioni sulla possibilità di manipolare neurogenesi e plasticità cerebrale con stimoli fisici (stimolazione elettrica e magnetica) e farmacologici. Il cervello è il sistema biologico più complesso del pianeta ed è pertanto caratterizzato da un’elevata fragilità. Danni possono intervenire in modo acuto, come nell’ictus, o svilupparsi lentamente nel corso di decenni, come per malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson o la malattia di Alzheimer. Le disfunzioni nervose che si osservano in un certo momento della storia clinica di un paziente neurologico sono il risultato di una mediazione tra i danni subiti e l’intervenire dei processi di recupero. Come manipolare questi meccanismi per rallentare da un lato i processi neurodegenerativi e potenziare dall’altro i fenomeni di rigenerazione è compito precipuo della moderna neurologia”. Questo è lo studio che ha portato Veronesi alla sua convinzione sul ‘carcere a vita’. La teoria di Veronesi è tutta da dimostrare mentre restano i forti rischi richiamati dai magistrati antimafia e dai tanti familiari delle vittimi di chi ora sconta l’ergastolo.

Abbiamo sentito Enrico Tedesco, segretario generale della Fondazione Polis, che in Campania si occupa delle vittime innocenti della criminalità. “Secondo me si parte da un dato fuorviante che è quello della pena. Dovremo avere la forza e il coraggio di pensare alla cura. Troppo spesso si guarda il sistema carcerario come pena e non come cura”. Quando gli si chiede se condivide la tesi del professore, Tedesco risponde: “Veronesi è uno scienziato. Il problema è che abbiamo di fronte delle persone. Ma la vita umana non è solo scienza, ma anche sentimento. I familiari non vogliono pene o ergastoli, ma giustizia. Loro vogliono che il reato che ha causato la morte del loro caro, non si ripeta“. E continua:Di fronte a uno scienziato non mi sento di dire ’no’. Però mi sento di dire: ‘guardiamo all’interno del sistema carcerario’. Che non deve continuare ad essere un luogo di perdizione, ma di recupero“.

da L’Indro.it di venerdì 2 Marzo 2012, ore 19:15

http://www.lindro.it/La-condanna-per-l-ergastolo,6959#.T1Z-G3nwlB0

IORIO E QUESTIONE MORALE IN MOLISE

Il presidente della Giunta Regionale, condannato per abuso d’ufficio, non si dimette

IORIO E QUESTIONE MORALE IN MOLISE

L’accusa: aver favorito il figlio in cambio di consulenze concesse all’azienda dove lavorava. Per iL PDL “un incidente di percorso”

di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com

Era il 1981. Enrico Berlinguer, il segretario del partito comunista, rilasciò un’intervista ad Eugenio Scalfari per Repubblica. Le sue parole sono ancora attuali. Da allora poco è cambiato. Anzi molto è peggiorato. I partiti continuano ad essere delle “macchine di potere”, utilizzate dal signorotto di turno per il proprio tornaconto. E’ utile rileggere le parole di Berlinguer. “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano”. Anche in Molise, nella seconda Regione più piccola d’Italia, esiste una questione morale. Ecco come la classe dirigente molisana, che non conosce la parola dimissioni, difende questi principi. “Dopo quattro decenni di vita amministrativa, incappare in un incidente di percorso può essere fisiologico. Parlare di dimissioni è un puro esercizio speculativo dei suoi avversari politici, ai quali vale la pena ricordare che è stato il popolo a maggioranza ad avergli conferito il mandato di governo per la terza volta”. Queste le parole pronunciate, senza timore di ricevere sonori fischi, dal presidente della Provincia di Isernia, Luigi Mazzuto (Pdl), dopo la condanna, in primo grado, emessa nei confronti del governatore del Molise, Angelo Michele Iorio. Un anno e sei mesi per abuso d’ufficio più 18 mesi di interdizione dai pubblici uffici. Può essere definito “incidente di percorso” aver favorito, secondo i magistrati, il proprio figlio affidando due consulenze (una per la sanità e l’altra per la famosa autostrada del Molise) ad una multinazionale? E chi lavorava in quella società di consulenza? Secondo l’accusa gli incarichi furono affidati per favorire la carriera del figlio Davide nella società Bain&Co. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Campobasso è iniziata nel 2007 e i fatti si riferiscono al 2003. Quando la Giunta assegna due consulenze alla Bain&Co., dove lavorava uno dei suoi figli, “per perseguire – secondo il pm Fabio Papa – un interesse proprio e di un proprio strettissimo congiunto”. Nel 2009 il rinvio a giudizio per il presidente della giunta regionale del Molise. Dopo tre anni (22 febbraio scorso) la sentenza. La prima condanna per il presidente, già imputato e indagato in altri procedimenti, rieletto nel 2011 per la terza volta alla guida della Regione Molise. Conosciuto a livello nazionale, soprattutto, per la questione “parentopoli”. Così titolava Repubblica il 20 febbraio 2009: “Tre figli, due fratelli e due cugini e la dinastia Iorio occupò Isernia”, mentre l’Espresso del 10 febbraio 2011: “Quanti camici bianchi a casa Iorio”. Una “scelta fatta – secondo Iorio – per l’equità dei costi e l’alta professionalità della multinazionale”. Ma era opportuno affidare due incarichi alla società dove lavorava suo figlio? E’ un buon esempio? Iorio, che non conosce il significato della parola ‘dimissioni’, si difende con le unghie: “ho la coscienza a posto, ho agito per il bene del Molise”. Per il suo avvocato, Arturo Messere: “resto fermamente convinto della completa estraneità ai fatti contestati. Chiederò giustizia per il mio difeso ai giudici di Appello”. Ma in attesa della giustizia come può un soggetto politico, condannato in primo grado, proseguire con serenità il suo compito istituzionale, anche se conferito per la terza volta dai suoi elettori? E’ moralmente accettabile un comportamento del genere? Le opposizioni, subito dopo la sentenza, hanno chiesto inutilmente le dimissioni. “Vogliamo credere – ha sentenziato il senatore molisano del Pdl Ulisse Di Giacomo – che la loro sia solo una battuta da teatro. E’ cronaca nazionale di questi giorni di mazzette che girano tra autorevoli esponenti della sinistra; di tesorieri di partito che fanno sparire decine di milioni di euro di rimborsi elettorali (e lo scandalo delle tessere del Pdl?, ndr); di parlamentari di sinistra (il senatore dimentica la vicenda di Romano e di Cosentino, ndr) per i quali le Camere sono chiamate a negare la richiesta di misure cautelari in carcere. Ma tant’è per Iorio non valgono i tre gradi di giudizio né la presunzione di innocenza fino al termine dell’iter giudiziario”. Per il Senatore del Pdl, garantista con la sua parte politica e forcaiolo con i suoi avversari, bisogna attendere il terzo grado di giudizio. Ecco perché la questione morale “è il centro del problema italiano”. Ma cosa succede in Europa? Partiamo dalla Gran Bretagna. Chris Huhne, ministro dell’Energia e dell’Ambiente, si è dimesso per “ostruzione di giustizia”. Dopo una multa per eccesso di velocità tentò di scaricare le responsabilità sulla moglie. Liam Fox, ministro della Difesa, si è dimesso, non per una condanna per abuso d’ufficio, ma per essersi fatto accompagnare, in diversi viaggi ufficiali, da un amico come consigliere. Jacqui Smith, ministro dell’Interno, si è dimesso per aver fatto pagare al contribuente inglese il noleggio di due film porno. Passiamo alla Svizzera. Philipp Hildebrand, governatore della Banca Centrale svizzera, ha lasciato il suo incarico per uno scandalo bancario. E’ accusato di insider trading. In Francia? Michele Alliot-Marie, ministro degli Esteri, si è dimessa per una visita in Tunisia. Accettò un viaggio sul jet privato di un uomo d’affari molto vicino a Ben Alì. Si è scoperto, grazie a una libera stampa, che la sua famiglia faceva affari con il dittatore tunisino. Non mancano esempi in Repubblica Ceca. In Germania una tesi copiata ha portato alle dimissioni il ministro della Difesa. Per non parlare degli Stati Uniti d’America, dove Michele Iorio è andato spesso a pregare. Lo scandalo, conosciuto come Watergate, scoperto da due giornalisti del “Washington Post”, portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. In Italia, e in Molise, chi chiede le dimissioni, dopo una condanna di un tribunale, è accusato di essere giustizialista. E si continua a far finta di nulla su troppe questioni. Il Molise è la Regione degli sprechi, della sanità malata. E’ la Regione dove chi ha causato il disastro nella Sanità ne è diventato il commissario. E’ la Regione del terremoto, dell’alluvione e dell’articolo 15. E’ la Regione che “sogna” l’Aeroporto, senza infrastrutture. E’ la Regione che ha stanziato, con una legge regionale, 300mila euro per alcuni editori. Per comprare il silenzio. Per acquistare il consenso. Quello che fa vincere le elezioni. “C’è qualcuno in Italia che sa cosa sta succedendo da molti anni nel Molise?” Chiedeva Nicola Tranfaglia su l’Unità il 16 marzo 2010. “E’ la regione italiana governata dal presidente Michele Iorio del Popolo della Libertà, vicino a Berlusconi. Il regno del Molise ha una serie di primati impressionanti: per esempio c’è il numero più alto a livello nazionale di dipendenti della regione: 2,79 ogni mille abitanti contro l’0,39 in Lombardia, l’0,59 del Veneto, l’0,64 del Lazio e dell’Emilia Romagna. L’organico molisano prevede 981 dipendenti. Oltre 300 sono responsabili di ufficio. Spropositato il numero dei dirigenti: un centinaio più sei direttori generali. La Lombardia impiega tre dirigenti, ogni 100 mila abitanti, il Molise 27”.

da L’Indro.it di giovedì 1 Marzo 2012, ore 17:24

http://www.lindro.it/Iorio-e-questione-morale-in-Molise,6926#.T1H7f4caPwl

Chi è il vero lobbista

Intervista a Gianluca Sgueo sui gruppi di potere in Italia

Chi è il vero lobbista

Il giornalista: “In Italia mancano una legge e un registro che facilitino la trasparenza”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il lobbista mi fa capire in tre minuti quello che un mio collaboratore mi spiega in tre giorni”. Questa la definizione dell’ex presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Ma cosa accade in Italia? Con le liberalizzazioni del governo Monti si sta riaccendendo il dibattito intorno alle lobby.

Per Pierferdinando Casini: l’assedio delle lobby e delle corporazioni è quasi indecente”, mentre per Renato Schifani: “il Senato rafforzerà il provvedimento con interventi che liberalizzeranno di più il mercato, difendendosi da pressioni di lobby e corporazioni”. Anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani è intervenuto sulla questione: “i partiti non sono ostaggio delle lobby” e per Antonio Di Pietro: “neanche sotto il governo Berlusconi si era verificata una tale invasione di lobbisti all’interno del Parlamento. Si tratta di persone che per mestiere stanno dentro al Parlamento, dietro le porte delle Commissioni con i bigliettini, per dire ai parlamentari come devono fare questo emendamento o questa legge, in modo che le singole corporazioni e i poteri forti restino sempre al loro posto”.

Ma chi sono questi lobbisti e cosa fanno le lobby?Leggere la rassegna stampa di questi giorni è sconfortante – secondo Fabio Bistoncini, autore del libro ’Vent’anni da sporco lobbista’Casini, Di Pietro, Bersani, Schifani, tutti a tuonare contro i lobbisti che assediano, anche fisicamente, la Commissione Industria del Senato, impegnata a discutere il decreto liberalizzazioni. La colpa è anche di noi lobbisti. Molti dei miei colleghi, evidentemente, trovano indispensabile, per dimostrare la propria esistenza, bivaccare per ore davanti le Commissioni”.

Su ’Il Fatto Quotidiano’, Marco Simeon, il direttore di Rai Vaticano e responsabile relazioni istituzionali e internazionali di viale Mazzini risponde così a una domanda su Luigi Bisignani: É un occhio informato su tutto ciò che avviene in Italia e io lo ascoltavo per capire il nostro Paese”. Lo stesso Bisignani che ha patteggiato una condanna a un anno e 7 mesi di carcere e che aveva ottimi rapporti con Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Denis Verdini, Angelo Balducci, Guido Bertolaso, Pier Francesco Guarguaglini, Cesare Geronzi, Paolo Scaroni e tanti altri. Molti lo ricordano per la maxi tangente Enimont, ma non c’è solo quello.

Le cronache degli ultimi giorni – secondo Antonio Campanti, Centro Studi Tocqueville-Acton – hanno riportato in prima pagina una parola che, utilizzata nei modi più disparati, periodicamente riappare carica del suo alone di mistero e, spesso, di negatività: lobbying. Da anni, in Italia, l’attività svolta dalle lobby viene derubricata a tutto quell’insieme di attività, di interessi, di pressioni che hanno come obiettivo quello di bloccare propositi di innovazione, affievolire aneliti di liberalizzazione nella gestione dei servizi, impedire l’approvazione in sede legislativa di provvedimenti che potrebbero colpire rendite salde e influenti. In realtà, la confusione in questo campo è tanta: non solo per la facilità con la quale si utilizzano parole come lobby, gruppi di pressione, gruppi di interesse, minoranze oligarchie e così via, ma per un mancato sforzo di regolazione delle attività di lobbying.

Nel libro ’Alta Pressione – perché in Italia è difficile regolare le lobby’, Francesco Galietti afferma che tale regolamentazione appare una necessità, ma deve essere fatta bene. Secondo Open Gate (società specializzata in attività di public affairs), risultano accreditati in Italia 1793 lobbisti sui 4352 al lavoro nell’ambito europarlamentare. In Italia il mercato del lobbying conta su un giro d’affari di 150 milioni di euro, negli Stati Uniti si aggira intorno ai 3 miliardi.

Abbiamo intervistato Gianluca Sgueo, autore del libro ’Lobbying e lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale (Ed. Enea) e siamo partiti proprio dalle affermazioni dei rappresentanti politici e delle pressioni delle lobby: “le persone citate fanno riferimento a lobby come una sorta di concetto negativo. Non dicono una cosa sbagliata, stanno descrivendo quello che avviene in riferimento a tutte le tipologie di atti normativi. Che cosa significa? Il governo prende una decisione e i gruppi di interesse, in questo caso le varie associazioni, fanno pressioni affinchè quella norma consideri anche le loro esigenze. La pressione, se vogliamo chiamarla così, è una cosa lecita in una democrazia. Ma dire che le lobby fanno pressione è come a dire che fanno una cosa sbagliata, una cosa illegittima. In una democrazia qualunque gruppo di interesse tende a portare acqua al proprio mulino”.

In un’intervista a ’Il Fatto’, Simeon indica Luigi Bisignani come ’lobbista’. Lei cosa ne pensa?

Non mi trovo d’accordo con la frase che descrive Bisignani come lobbista. In Italia non c’è una legge sul lobbismo, non esiste alcuna regolazione della materia. Questo produce due effetti, entrambi negativi: il primo è che personaggi che lobbisti non sono, ma che semplicemente hanno molti contatti e vengono accreditati come lobbisti, portando in cattiva luce la categoria. Se fosse vero quello che è stato scoperto finora non potrei dire che Bisignani è un lobbista, ma una persona con molti contatti e che cura degli interessi non professionali.

Il secondo effetto negativo?

Quelli che sono lobbisti veri, professionisti che studiano la materia, e che tentano di intervenire a favore dei propri clienti sui decisori pubblici ne risentono negativamente. Perché se uno dice ‘faccio il lobbista’ è come se dicesse ‘faccio il criminale’. Ma ovviamente non è così.

Da un Rapporto dell’Open Gate Italia è possibile leggere dei numeri e fare un confronto con altri Stati.

Open Gate è una società molto seria, è uno studio che hanno fatto con grande attenzione. Ma proprio perché manca una legge e manca un registro non abbiamo numeri precisi e non sappiamo in Italia quante persone facciano, a tempo pieno, questa attività, quanti s’improvvisino lobbisti, quanti non lo sono e si fanno chiamare lobbisti. La stessa cosa vale per il volume d’affari. In altri Paesi questa cosa non accade.

Perché in Italia non esiste né una legge né un registro?

E’ un bel paradosso. Mentre scrivevo il libro ho chiesto la stessa cosa a tantissimi lobbisti. Forse perché una legge porta dei vincoli molto stringenti e, non generalizzo, immagino pure che ci siano molte persone che fanno questo lavoro a cui fa comodo non avere una legge.

Qual è il futuro delle lobby in Italia?

Due scenari: quello della persona ottimista è un futuro, diciamo, simile a quello degli altri Paesi, in particolare gli Stati Uniti o dell’Unione Europea. Una regolazione che dica chi fa il lobbista, che caratteristiche deve avere, quali obblighi ha e questo va a vantaggio di tutti. Bisogna considerare anche un secondo scenario, che non è futuro ma presente. Un Paese democratico che non è capace di rendere trasparente le procedure decisionali. Un sistema dove avremo sempre dei personaggi che escono fuori e che fanno male ai lobbisti, ai politici e alla democrazia. Perché non aiutano la trasparenza.

da L’Indro.it di martedì 28 Febbraio 2012, ore 19:07

http://lindro.it/Chi-e-il-vero-lobbista,6854#.T0-TdHnwlB0

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: