Paolo De Chiara

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La condanna per l’ergastolo

Umberto Veronesi solleva dubbi sul carcere a vita

La condanna per l’ergastolo

Critici Grasso e Travaglio: “era quello che avrebbe voluto Riina”. Enrico Tedesco della Polis: “si pensi alla cura anzichè alla pena”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ ora di ripensare il nostro sistema carcerario”. Parola dell’oncologo Umberto Veronesi. Con un articolo su Grazia.it, è intervenuto sul tema, partendo dalla pena di morte: “andrebbe chiamata ‘assassinio di Stato’, perché uccidere un criminale è un modo per legittimare la violenza, e non può che creare una spirale negativa nella società. Ma esiste anche un’altra forma di pena di morte: l’ergastolo”.

E sul ‘carcere a vita’ Veronesi indica la sua teoria. “E’ un modo per sopprimere la vita, perché il detenuto non è più una persona, ma la vittima di una lenta agonia, fino alla fine della sua esistenza. Per questo sono a favore dell’abolizione dell’ergastolo e per l’introduzione di un massimo di pena di 20-25 anni”. Veronesi fa riferimento alla posizione di Science for Peace, il progetto nato dietro sua iniziativa, “che si pone – si legge nel sito – come obiettivo la ricerca di soluzioni scientifiche e concrete di pace”.

Per Veronesi: “le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e capace di rinnovarsi. Questo ci fa pensare che il nostro cervello non sia uguale a quello che era nei decenni precedenti”. Cosa vuol dire? “Che il detenuto che teniamo rinchiuso in carcere oggi, non è la stessa persona che abbiamo condannato 20 anni fa. L’ergastolo si basa sulla convinzione che un criminale non sarà mai recuperabile, invece le neuroscienze ci dimostrano che si può riportare alla convivenza civile anche il più incallito dei delinquenti (ma ci vogliono anni)”.

Per il Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, l’abolizione dell’ergastolo “è un regalo alla criminalità organizzata e l’anticamera di una nuova cruenta guerra di mafia”. Dello stesso avviso anche il procuratore Messineo: “la sua abolizione comporterebbe, a scadenza più o meno ravvicinata, la scarcerazione di una serie di efferati criminali che tornerebbero in circolazione. Il solo fatto di parlarne incoraggia chi non pensa di pentirsi perchè spera in una possibile soluzione futura dei suoi problemi giudiziari”. Sono molti i pm antimafia e i parenti delle vittime delle mafie a ricordare che proprio nel famoso ’papello’ di Totò Riina c’era l’abrogazione dell’ergastolo e del 41-bis (il carcere duro).

Resta un solo punto di quel ’papello’ da realizzare: l’ergastolo. Purtroppo si sta provvedendo anche a quello, con una coazione a ripetere tutti gli errori del passato che lascia basiti. Mentre 310 ergastolani su 1.294 (tra cui i killer di Livatino e Siani) scrivono a Napolitano, la rifondarola Luisa Boccia presenta un ddl per abolire il ’fine pena mai’ e lo stesso annuncia Giuliano Pisapia, che riscrive il Codice penale per il governo Prodi. Il sottosegretario Manconi è d’accordo. Naturalmente sono tutte brave persone e possono fare ciò che vogliono. L’importante è avere chiare le conseguenze. Gli ergastolani arrestati dopo le stragi scenderebbero a 30 anni di pena, che poi, con la liberazione anticipata per ’regolare condotta’ sono 20. Avendone già scontati 13-14, uscirebbero fra 6-7, anzi fra 3-4 ai servizi sociali. E potrebbero chiedere subito semilibertà e permessi premio. Non bastava l’indulto? È sicura la maggioranza di voler completare il papello di Riina e di affrontare la scarcerazione di mafiosi e terroristi? Ci facciano sapere”.

Era il 2007 quando Marco Travaglio lo scriveva su ’L’Unità’ (’Fine pena ’sempre’’): come non ricordare l’intervento, nel 2008, dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili:il nostro Codice Penale non può permettersi di abolire la parola ergastolo, perchè altrimenti Riina l’avrà avuta vinta ancora una volta sulle sue vittime. Il garantismo più sfrenato non ha tenuto minimamente conto di quale sia il Paese nel quale viviamo, non ha tenuto conto che solo 15 anni fa, 15 soggetti, appartenenti a Cosa nostra, hanno messo a ferro fuoco l’Italia in nome per conto dell’eversione più becera, cercando di imporre allo Stato Italiano le proprie leggi, fra queste l’abolizione dell’ergastolo ai mafiosi rei dei crimini più abietti. La certezza della pena è sicuramente il simbolo di una società civile, ma per l’Italia il ’fine pena mai’ significa contrastare fortemente la mafia”.

Le convinzioni recentemente riportate dall’oncologo milanese erano state esposte già durante il convegno del 2011 a Venezia, ’The Future of Science’ e, in particolare, dalla relazione sulla plasticità del cervello del neurologo Giancarlo Comi.All’inizio degli anni 70 alcune ricerche di base e studi elettrofisiologici nei modelli animali hanno evidenziato che il SNC ha l’abilità di riorganizzarsi da solo a seguito di un danno acuto e cronico. Negli anni più recenti le tecniche di neuroimaging e di stimolazione elettrica e magnetica hanno confermato questi riscontri anche nell’uomo. Questa abilità si basa su due meccanismi: plasticità cerebrale e neurogenesi”, dove per plasticità celebrale si intende “un termine generico usato per indicare la capacità del cervello umano di plasmarsi in base agli stimoli ed alle esperienze dell’ambiente circostante. Essa gioca un ruolo fondamentale nella fase di sviluppo e nell’apprendimento ed inoltre si riattiva variabilmente quando il cervello subisce danni acuti o cronici”.

E arriviamo agli studi recenti. Per il professor Comi “hanno cominciato a fornire indicazioni sulla possibilità di manipolare neurogenesi e plasticità cerebrale con stimoli fisici (stimolazione elettrica e magnetica) e farmacologici. Il cervello è il sistema biologico più complesso del pianeta ed è pertanto caratterizzato da un’elevata fragilità. Danni possono intervenire in modo acuto, come nell’ictus, o svilupparsi lentamente nel corso di decenni, come per malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson o la malattia di Alzheimer. Le disfunzioni nervose che si osservano in un certo momento della storia clinica di un paziente neurologico sono il risultato di una mediazione tra i danni subiti e l’intervenire dei processi di recupero. Come manipolare questi meccanismi per rallentare da un lato i processi neurodegenerativi e potenziare dall’altro i fenomeni di rigenerazione è compito precipuo della moderna neurologia”. Questo è lo studio che ha portato Veronesi alla sua convinzione sul ‘carcere a vita’. La teoria di Veronesi è tutta da dimostrare mentre restano i forti rischi richiamati dai magistrati antimafia e dai tanti familiari delle vittimi di chi ora sconta l’ergastolo.

Abbiamo sentito Enrico Tedesco, segretario generale della Fondazione Polis, che in Campania si occupa delle vittime innocenti della criminalità. “Secondo me si parte da un dato fuorviante che è quello della pena. Dovremo avere la forza e il coraggio di pensare alla cura. Troppo spesso si guarda il sistema carcerario come pena e non come cura”. Quando gli si chiede se condivide la tesi del professore, Tedesco risponde: “Veronesi è uno scienziato. Il problema è che abbiamo di fronte delle persone. Ma la vita umana non è solo scienza, ma anche sentimento. I familiari non vogliono pene o ergastoli, ma giustizia. Loro vogliono che il reato che ha causato la morte del loro caro, non si ripeta“. E continua:Di fronte a uno scienziato non mi sento di dire ’no’. Però mi sento di dire: ‘guardiamo all’interno del sistema carcerario’. Che non deve continuare ad essere un luogo di perdizione, ma di recupero“.

da L’Indro.it di venerdì 2 Marzo 2012, ore 19:15

http://www.lindro.it/La-condanna-per-l-ergastolo,6959#.T1Z-G3nwlB0


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