Giorno: 30 marzo 2012

CASELLI, L’ITALIA DELLE REGOLE E QUELLA DEI FURBI

Il Procuratore di Torino prima dell’incontro ’La legalità difficile’

CASELLI, L’ITALIA DELLE REGOLE E QUELLA DEI FURBI

“C’è una certa tendenza a considerare la legge come un paio di ciabatte, da indossare quando fa comodo e gettare via”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La legalità nel nostro Paese, da sempre, ha goduto e gode di posizioni di rilievo nella considerazione generale. C’è l’Italia delle regole, ma c’è anche l’Italia dei furbi. E poi c’è l’Italia degli affaristi, degli impuniti. Esiste la legalità, ma ci sono anche tante difficoltà”. Queste le parole del Procuratore generale della Repubblica di Torino, Gian Carlo Caselli, qualche ora prima dell’incontro ‘La legalità difficile’ che si sta svolgendo in queste ore a Milano con Umberto Ambrosoli, Sandra Bonsanti e Carlo Smuraglia.

Si parlerà di legalità in “un Paese – scrivono gli organizzatori nella nota stampa – che dimostra ogni giorno la sua insofferenza nei confronti delle regole. Si parlerà dello stravolgimento delle storie professionali perché questo rende facile dipingere un nemico. Si parlerà di giustizia, di diritti, di libertà di parola, di cultura della democrazia e di Costituzione. Perché questa è storia che riguarda tutti”.

La manifestazione, organizzata nella sala Alessi di Palazzo Marino con il saluto di apertura del presidente del Consiglio comunale di Milano Basilio Rizzo, è promossa da diverse associazioni: Ammazzateci Tutti, Anpi, Articolo21, Centro Studi Giorgio Ambrosoli, le Girandole, Libera, Libertà e Giustizia, Qui Milano Libera, Sao-Saveria Antiochia Omicron, Scuola Antonino Caponnetto, Stampo Antimafioso….

Poche ore prima dell’incontro abbiamo sentito al telefono Gian Carlo Caselli, già procuratore capo antimafia a Palermo dal 1993 al 1999. Nei giorni scorsi al centro di forti polemiche e ingiuste accuse per i noti fatti della Tav. Autore dell’ultimo lavoro ’Assalto alla Giustizia’ (Melampo Editore), con prefazione di Andrea Camilleri, dove si legge: “Rieccomi a sognare un Paese normale: senza più cedimenti interessati a una propaganda interessata; senza più la rassegnata acquiescenza a una delegittimazione della magistratura; senza più quello stravolgimento dei valori che arriva a presentare come trasgressione il controllo di legalità. Un sogno per ricominciare: prima che la trasformazione in farsa delle idee di libertà e giustizia divenga irreversibile”.

Procuratore, perché l’Italia mostra questa insofferenza nei confronti delle regole? 

E’ un Paese che nel corso di questi ultimi vent’anni, piuttosto trasversalmente, ha dimostrato insofferenza verso il controllo di legalità. Molte volte chi può e conta, i personaggi cosiddetti ’eccellenti’, quando sfiorati dal controllo di legalità si irritano e allora si difendono non soltanto nel processo, ma anche dal processo, attaccando i magistrati che fanno il loro dovere.

Come possiamo definire, oggi, la giustizia in Italia?

Legalità e giustizia, di solito, vengono presentati come sinonimi. Due facce delle stessa medaglia. In realtà legalità vuol dire osservanza della legge scritta. La Giustizia è qualcosa di più, partendo dall’osservanza della legge scritta, significa cercare di dare a ciascuno il suo. Possibilmente trattando tutti in maniera uguale. Oggi il nostro Paese, ma tanti altri Paesi hanno su questo versante gravi problemi.

L’ex magistrato del pool di Mani Pulite, Gherardo Colombo, è pessimista su questi temi. Lei invece?

Sono realista. Ci sono ombre e luci. Motivi di speranza e motivi di preoccupazione. Di tutto un po’.

Ritorniamo sulle proteste dei ‘No Tav’ e sulle accuse che hanno riguardato il suo lavoro.

E’ un qualcosa di vergognoso. In un Paese democratico chi fa il suo dovere viene contestato. Questo non è in linea con la nostra Costituzione.

Stanno continuando le contestazioni?

Non lo so. Può darsi di si, può darsi di no. Ho detto altre volte e lo ripeto: c’è una certa tendenza a considerare la legalità come un paio di ciabatte, da indossare quando fa comodo e da gettare via quando, invece, non piacciono.

da L’Indro.it di martedì 27 Marzo 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Caselli-l-Italia-delle-regole-e,7586#.T3XoCWFmLwk

ELIO VELTRI: ‘SIAMO ALLA DEGENERAZIONE’

Abbiamo raccolto l’opinione dell’autore del libro ‘I soldi dei partiti’

ELIO VELTRI: ‘SIAMO ALLA DEGENERAZIONE’

“Il debito pubblico è fatto da tre voci: corruzione, evasione fiscale e malapolitica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I partiti costano molto e hanno macchine sproporzionate rispetto al livello di vita del Paese, soprattutto quando si chiedono continuamente sacrifici alla gente: bisognerebbe trovare un giusto equilibrio tra la necessità forte di ridurre i costi e la possibilità di svolgere con profitto le funzioni pubbliche”. Era il 1992, quando il magistrato Gherardo Colombo spiegava in un’intervista sul settimanale ’l’Espresso’ il suo punto di vista sul costo dei partiti. Oggi nulla è cambiato. Dalle inchieste della magistratura, non è difficile dire che molto è peggiorato. L’allarme lo aveva lanciato, nel 1981, anche il segretario del partito comunista Enrico Berlinguer, in un’intervista a Repubblica: “I fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’”.

La ‘questione morale’ è ancora uno dei problemi della politica italiana. In questi giorni stanno circolando varie proposte: dall’abolizione del finanziamento pubblico al fund raising, l’attività che si è sviluppata prevalentemente nei Paesi di origine anglosassone, in particolare negli Stati Uniti, dove si stima che ogni anno vengano raccolti oltre 40 miliardi di dollari solo dalle organizzazioni filantropiche, attività favorita da un vantaggioso regime fiscale che rende detraibili le offerte. Nel libro di Elio Veltri e Francesco Paola, ‘I soldi dei Partiti’ (Marsilio Editori), si legge: “il finanziamento pubblico ai partiti in Italia, chiamato ’rimborso delle spese elettorali’ per aggirare il referendum abrogativo del 1993 e la tagliola della Corte Costituzionale, è il più elevato del mondo: 200 milioni di euro all’anno, con il minore controllo in assoluto. I soldi dei rimborsi – che per legge devono andare ai partiti – possono così essere riscossi da associazioni costituite da poche persone in nome del partito o dirottati altrove senza che nessuno abbia qualcosa da eccepire”. Abbiamo sentito uno degli autori, Elio Veltri, già parlamentare e autore di diversi libri (nel 2001 ha scritto, con Marco Travaglio, ‘L’odore dei soldi. Origine e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi’).

E’ possibile applicare il ‘fund raising’ in Italia?

Non credo, io sono di questo parere: bisogna tagliare questo finanziamento pubblico, anche per rispettare il referendum del 1993. Se rimborso delle spese elettorali deve essere, allora sia certificato e in mano ad un’autorità che, per non creare ulteriori carrozzoni, potrebbe benissimo essere la Corte dei Conti, alla quale andrebbero conferiti anche poteri di sanzione tramite nuove leggi. In Italia, in tutta questa materia e in tutto ciò che riguarda il pubblico con riferimento ai partiti, non esistono sanzioni. Invece negli altri Paesi europei le sanzioni esistono.

Nel suo libro è facile trovare due cifre significative: nel 2006 Rifondazione Comunista per ogni 100 euro spesi ne ha incassati 2.100, la Lega nel 2008 per ogni 100 euro ne ha incassati 1.400.

Se loro stessi dichiaravano di averne spesi 100 aumentiamoli pure del 20% e va bene così. Il taglio del finanziamento è necessario e può avvenire solo con una riforma dei partiti se essi percorrono la strada della responsabilità giuridica, se rispondono alla legge e se garantiscono la democrazia interna che deve essere controllata. E’ necessario che i partiti riattivino una parte del finanziamento privato. Per esempio in Germania il finanziamento privato è ancora più alto del finanziamento pubblico e il finanziamento pubblico è una percentuale del finanziamento privato.

E in Italia?

Non esiste più, perché i militanti, i simpatizzanti e i sostenitori non versano, tranne che quando hanno i soldi e devono fare degli ’intrallazzi’, ma lì entriamo già in un campo minato, perché tanto dicono ‘ci pensa lo Stato’. Io sono per dare ai partiti dei servizi, che in Italia non esistono.

Possiamo spiegare meglio?

I servizi vanno quantificati in termini monetari, si può lasciare il rimborso delle spese elettorali e per il resto devono acquisire una credibilità che oggi è zero.

Perché zero?

Zero perché è l’unico valore che è rimasto e che somiglia a quello che c’è nelle organizzazioni mafiose, quello della fedeltà. Riacquisendo credibilità sono in grado anche di riacquisire una parte di finanziamento privato, cioè della militanza e della partecipazione popolare. Che poi non è un fatto solo economico, perché nella situazione attuale i partiti migliori sono delle oligarchie in cui comandano in quattro o cinque al massimo e i partiti peggiori sono partiti padronali in cui succede di tutto, sistemano le famiglie, sistemano i figli, portano i cognati in Parlamento e i figli nei consigli regionali. Siamo alla degenerazione. Noi siamo nel mezzo di questo debito pubblico pazzesco, se uno fa i conti è fatto da tre voci: corruzione, evasione fiscale e malapolitica. Che sono tre facce della stessa medaglia.

I partiti hanno la volontà di apportare questi cambiamenti?

No, questo è un ceto politico, con delle eccezioni, talmente imbecille che ha fatto diventare gli stipendi dei parlamentari e i vitalizi il problema dei costi della politica. Più imbecilli di così non si può essere.

Come se ne esce da questa situazione?

Se ne esce se c’è una partecipazione popolare, soprattutto, dei giovani che non sia ribellista e protestataria fine a se stessa. Il nostro libro cerca di uscire sia dall’ovvietà, dal ribellismo e anche dalla demagogia dell’antipolitica. Abbiamo cercato di fare una cosa seria, perché si può partecipare e mettere anche i partiti con le spalle al muro se si conoscono i problemi. Se uno non sa niente e protesta non riesce a cambiare di una virgola la situazione. I giovani e anche i meno giovani si devono impegnare anche nelle Istituzioni, anche a livello di base. La palestra della democrazia è il potere locale, è il Comune, è l’amministrazione comunale. Se la gente continua a dire ‘tanto non voto e non me ne frega niente’ chi ci va? Ci vanno quelli che nelle Istituzioni non ci dovrebbero andare.

da L’Indro.it di lunedì 26 Marzo 2012, ore 20:32

http://www.lindro.it/ELIO-VELTRI-SIAMO-ALLA,7551#.T3XnI2FmLwk

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Parla Lorenzo Zoppoli, ordinario alla Federico II di Napoli

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Sulla riforma del lavoro: “limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non a ricollocare i lavoratori”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Mi sembra una riforma che il Governo ha messo in agenda perché doveva dare una risposta alle istituzioni finanziarie dell’Europa, quelle che fanno la politica economica dell’Europa, non perché fosse necessario dal punto di vista normativo, costituzionale, legislativo ma perché in qualche modo l’eredità, anche del precedente Governo, lo costringeva ad affrontare questa riforma del mercato del lavoro. Si è presentata con un’impostazione che poteva essere molto ambiziosa, una flexicurity italiana”. Abbiamo affrontato la riforma del mercato del lavoro, presentata dal Governo Monti, con il professore Lorenzo Zoppoli, ordinario di diritto del lavoro della Federico II di Napoli. “La mia impressione – ha tenuto a precisare il docente – è che si tratta di misure di non grande respiro per quanto riguarda gli aspetti degli ammortizzatori sociali, del sostegno al reddito e tipologie contrattuali. Quella parte non contiene grandissime novità, sono piccoli aggiustamenti anche apprezzabili. Però niente che trasformi profondamente il sistema italiano”.

Per il professore Sergio Magrini, docente di diritto del lavoro alla Luiss è una ‘riforma all’acqua di rose’. Lei condivide?

Si, condivido molto. E’ una riforma che introduce degli elementi di razionalizzazione della cassa integrazione guadagni, ma più che altro andando a tamponare delle patologie gravi che erano emerse negli ultimi anni e che si sapeva che dovevano essere bloccate. Per quanto riguarda gli strumenti in sostegno al reddito poca roba: non c’è il reddito di cittadinanza, si da il sostegno ai disoccupati espulsi per un periodo minimo. Sotto i 54 anni si parla addirittura di un anno, sopra i 54 di diciotto mesi. Insomma roba che serve a poco.

In un suo recente intervento ha scritto: “non mi sembra necessario modificare l’articolo 18 Statuto dei Lavoratori per avere un mercato più adatto alla mobilità dei lavoratori o al rapido inserimento degli inoccupati”. Come giudica l’intervento del Governo su questo articolo sempre al centro di polemiche?

Se questa è una riforma grossa è perché si son presi l’enorme responsabilità che è quella di far saltare una norma chiave del diritto del lavoro e sindacale italiano, nell’ipotesi che far saltare questa norma-chiave serva a rendere più dinamico il mercato del lavoro. Io non sono affatto d’accordo.

A cosa serve questo intervento?

Serve a rendere più facile licenziare, non c’è ombra di dubbio. Il mercato del lavoro per essere più dinamico deve essere un mercato tale per cui c’è necessità di snellire un’impresa, con dei percorsi per recuperare i lavoratori ancora in grado di dare la loro attività. Limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non serve affatto a ricollocare i lavoratori. Anzi ci saranno più licenziamenti, quindi sarà più difficile gestire le transizioni da un posto di lavoro a un altro con salvaguardia di energie, professionalità e continuità del reddito. Non mi pare un provvedimento che rende migliore il nostro mercato del lavoro.

La riforma sembra simile a quella fatta in Spagna.

Certamente è nella stessa lunghezza d’onda, la logica ispiratrice è quella. Le Istituzioni dell’economia mondiale propinano questa ricetta, che bisogna flessibilizzare in uscita i rapporti di lavoro. La logica è uguale. In Italia siamo passati da un sistema di tutela reale,reintegratorio che non era affatto generalizzato, a un altro puramente indennitario, con un indennizzo neanche troppo alto.

Lei scrive: “la riforma degli ammortizzatori sociali è cruciale”. L’hanno ascoltata? Ci sono i soldi per questa riforma?

Il Ministro ha parlato di ’paccate’ di miliardi, in maniera un po’ rozza, ma comunque anche lei sa che ci vogliono vari miliardi. Mi pare che sul tappeto ne siano stati messi molto meno di quello che sarebbe necessario. Siccome non si possono alzare le tasse, soprattutto ungoverno liberista non può alzare le tasse, i soldi alla fine li devono cacciare le imprese, che hanno molto mugugnato. E non è facile tirar soldi da quelle parti.

Il ministro Fornero ha dato lo stop alla cattiva flessibilità. Con questa riforma si riduce davvero?

Ci saranno anche ottime intenzioni, non voglio sostenere che il Ministro non si renda conto di cosa stanno facendo. Però le modifiche che fanno ai rapporti di lavoro flessibili sono modifiche limitate. Certamente costeranno un po’ di più i contratti a termine, i lavori a progetto, esporrà di più a rischio di un’azione legale il riconoscimento di una vera e propria subordinazione, le partite iva diventano più complicate. Certamente queste cose qui le fanno, però io non credo che questo tenga lontano le imprese che hanno bisogno di rapporti flessibili. Sulle statistiche mondiali risulterà che il nostro mercato del lavoro è meno precario, perché vengono stipulati meno contratti a termine o meno co.co.pro.. Però, in realtà, i rapporti a tempo indeterminato senza tutela in uscita sono rapporti in cui il lavoratore è alla mercé dell’impresa, che se ne può liberare con estrema facilità .

Come giudica lo sciopero generale indetto dalla Cgil?

Mi pare consequenziale alla valutazione complessiva che ha fatto alla fine la Cgil. Il ‘vulnus’all’articolo 18 è molto grave nel sistema di diritto italiano sindacale e del lavoro. E’ chiaro che un sindacato farà di tutto per cercare di tornare in gioco. Lo strumento che ha in un Paese ancora democratico, libero e pluralista è lo sciopero. Capisco la decisione della Cgil, ma non credo che sia determinante. E’ importante capire questo Parlamento che tipo di rappresentanza riconoscerà al mondo del lavoro.

Per il suo collega Magrini, riferendosi al Governo dei tecnici: “l’impressione è che abbiano imparato benissimo a fare politica e quindi a fare tanto fumo”. Lei condivide?

Fino all’altro ieri, forse, potevo anche condividerla, mi pare che questo che stanno facendo con l’articolo 18 non è fumo. Un po’ di arrosto c’è.

Come giudica, nel complesso, l’operato del Governo presieduto da Monti?

Le ultime decisioni, mi pare, non siano tanto riconducibili ad un approccio tecnico. Mi pare che siano espressione della visione ideologica, politica realizzata con una determinazione che altri Governi non avrebbero adottato. Questo rimane un Governo tecnico, nel senso che si sente più svincolato da obblighi di consenso popolare, di equilibrio elettorale. In questo è tecnico, ma le scelte che sta facendo mi sembrano scelte di carattere molto politico ed ideologico.

da L’Indro.it di giovedì 22 Marzo 2012, ore 17:19

http://www.lindro.it/Dal-governo-scelte-ideologiche,7471#.T3XmO2FmLwk

FEDERCASSE, FARE CASSA ’COMUNITARIA’

Il credito cooperativo, un antidoto alla crisi?

FEDERCASSE, FARE CASSA ’COMUNITARIA’

Per il Presidente Alessandro Azzi: “più grandi le dimensioni, maggiori sono i rischi”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il nostro modo di fare banca appoggia l’economia reale e non quella speculativa. Sostenere le banche cooperative significa perciò sostenere le piccole imprese locali”. Questi i termini utilizzati dal presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, durante il suo intervento nella conferenza internazionale sulle cooperative.

Da Venezia è partito l’appello all’Unione Europea di puntare sul finanziamento dell’economia reale per uscire dalla crisi. Per Azzi: “una normativa omogenea se applicata a un mondo così eterogeneo rischia di creare problemi”. Qual è il rischio? “Chi ha sostenuto realmente l’economia reale in questi anni di crisi non riesce ad adeguarsi a una nuova normativa”. Per il Presidente di Federcasse (la Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali) è quindi necessario “alzare la voce”.

Sull’argomento il governo italiano, come ha spiegato il Presidente di Euricse Carlo Borzaganell’intervista, “sta dimostrando totale incomprensione sul ruolo delle cooperative. Siamo ritenuti inferiori rispetto alle altre realtà imprenditoriali. Eppure l’Italia ha il sistema cooperativo più importante d’Europa”. Alla conferenza internazionale sulle Cooperative presenti anche Romano Prodi, economista ed ex presidente della Commissione Europea e del Consiglio italiano; Carlo Borzaga, Presidente Euricse e Sir Partha Dasgupta, economista dell’università di Cambridge e della London School of Economics. “E’ fonte di grande preoccupazione assistere all’impostazione di un nuovo quadro regolamentare per gli istituti finanziari che mette a repentaglio la possibilità di sopravvivenza delle banche cooperative e locali e penalizza le banche che meno hanno contribuito all’insorgere della crisi e che si sono rivelate le migliori nel mitigarne le conseguenze”.

Le banche locali e cooperative “hanno continuato a concentrare la propria attività sull’economia reale, concedendo credito alle famiglie anche quando altre banche avevano cessato di farlo”. Alessandro Azzi è stato eletto, per il quinto mandato consecutivo, Presidente di Federcasse che rappresenta le 446 Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali italiane, presenti in 96 province e 2.298 comuni con 3.332 sportelli (pari al 10,9% dell’intero sistema bancario nazionale).

Il sistema bancario europeo e le stesse autorità regolamentari – secondo Azzi – hanno più volte ribadito che l’origine della crisi si colloca al di fuori del modello tradizionale di banca cooperativa e locale, modello che ha avuto, e ha tuttora, un ruolo chiave nella stabilità e nella crescita del tessuto economico europeo. Tuttavia, i nuovi requisiti in corso di definizione finiranno per incidere proprio su un modello virtuoso e, di conseguenza, sulla capacità di sostegno finanziario alla clientela delle banche cooperative, clientela che spesso è “proprietaria” in quanto socia della singola Banca di credito cooperativo”.

Sempre per il Presidente di Federcasse: “da sempre si riteneva che la piccola dimensione fosse più rischiosa e la grande banca fornisse maggiori garanzie. Invece oggi si è dimostrato che i maggiori rischi appartengono alle maggiori dimensioni. L’esperienza ha reso evidenti che il mercato da solo non risolve problemi e presunti automatismi non funzionano. L’esempio del credito cooperativo è emblematico. Da credito noioso o retaggio del passato, le banche di credito cooperativo sono risultate antidoto alla crisi perchè hanno sostenuto imprese e famiglie”.

E in Italia cosa succede?

L’Italia è un Paese gravato da ipertrofia normativa. Gravato da scarsa solidarietà intergenerazionale. Lo scenario bancario è caratterizzato da nuove complessità perché è cambiata l’intera morfologia del sistema creditizio italiano. Tutti guardano con rinnovato interesse al territorio. Sul piano dell’opinione pubblica c’è una visione non benevola nei confronti del movimento cooperativo. Noi della cooperazione, noi del credito cooperativo, abbiamo grandi responsabilità nei confronti delle nostre comunità e dobbiamo dare risposte convinte e convincenti. Il nostro impegno è fondato sulla valorizzazione dell’identità e della coesione per valorizzare le sinergie a tutti i livelli.

Cos’è Federcasse?

E’ la casa comune di tutto il credito cooperativo italiano. L’unità del movimento è un bene assoluto. Il credito cooperativo, qualche anno fa, ha delineato due grandi progetti di sistema: fondo istituzionale di garanzia e sinergie imprenditoriali tra le società di servizio. Abbiamo lavorato intensamente da allora. Su tutti questi progetti la cooperazione di credito trentina si sta muovendo da protagonista. Si prosegue e di deve proseguire con il fondo. Esso sarà un importante strumento di valorizzazione delle nostre specificità, con sinergie tra le banche di secondo livello, protagoniste e non antagoniste”.

Ma cos’è cambiato con la crisi? 

Dallo scoppio della crisi, il fatto di essere espressione diretta di una comunità di persone ha consentito a queste banche di rispondere meglio e più rapidamente alle richieste di credito provenienti dai territori, soprattutto da famiglie e imprese.

da L’Indro.it di martedì 20 Marzo 2012, ore 19:41

http://www.lindro.it/Banche-di-Credito-Cooperativo-un,7402#.T3XlDWFmLwk

IL ‘MADE IN ITALY’ DELOCALIZZATO

Il caso Lactitalia denunciato dal Codacons

IL ‘MADE IN ITALY’ DELOCALIZZATO

Latte prodotto in Ungheria per prodotti venduti come italiani. Realacci Pd: “la politica deve azzerare i vertici della società”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono anni che nel Paese si parla di ‘made in Italy’ come di un elemento fondamentale per il rilancio dei prodotti italiani nel mondo. Ma sino ad oggi cosa è stato fatto a riguardo? IlCodacons (coordinamento di associazioni per la tutela dell’ambiente e dei diritti dei consumatori e degli utenti), che è sceso in piazza al fianco degli agricoltori, ha presentatouna denuncia alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti contro lo Stato e la società Simest, “che investe i soldi della collettività all’estero danneggiando il mercato agroalimentare italiano”. E’ l’associazione a comunicarlo in una nota, parlando di “complicità dello Stato Italiano” e di “responsabilità delle nostre istituzioni nella produzione e diffusione di prodotti alimentari realizzati all’estero con soldi italiani sfruttando il valore evocativo del made in Italy”.

L’esposto-denuncia è molto dettagliato. “Lo Stato Italiano – si legge – è da sempre impegnato nella tutela dei prodotti doc italiani e del marchio made in Italy”. Ma cos’è la Simest Spa? E’ la finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all’estero che è stata istituita come società per azioni nel 1990. Il Ministero dello Sviluppo Economico è azionista al 76%. La Simest è stata creata per la promozione del processo di internazionalizzazione delle imprese italiane e per assistere gli imprenditori nelle loro attività all’estero. “Risulta accertata – continua l’esposto-denuncia del Codacons – dal bilancio e dalle relazioni d’esercizio, nonché da visura alla Camera di Commercio di Roma, la partecipazione della Simest in società, che pubblicizzano e commercializzano in Italia e in altri Paesi europei ed extraeuropei, generi alimentari con nomi italiani, presentati sul mercato come di fattura e tradizione italiana che, di contro, vengono prodotti con materia prima di provenienza, prevalentemente o integralmente, non italiana cagionando seri danni al vero made in Italy”.

Per il presidente del Codacons, Carlo Rienzi: “la Coldiretti ha sollevato il caso della Lactitalia Srl, una società di diritto romeno costituita al 100% da investitori italiani che produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino)”.

Sul sito di Lactitalia è possibile leggere: “abbiamo intrecciato il latte romeno alla tradizione e alla tecnologia italiana. Da questo abbinamento abbiamo fatto ciò che noi sappiamo fare di meglio: formaggi con passione”.

Prodotti confezionati in uno stabilimento di Nizvin, nei pressi di Timisoara grazie ad un investimento di 5 milioni di euro finalizzato alla produzione di formaggi e latticini destinati sia al mercato romeno che all’export. “Dai documenti dell’Ice – continua il Codacons –emergono alcune dichiarazioni del direttore di Lactitalia: “per calibrare i macchinari del caseificio abbiamo importato latte ungherese, perché è molto più pulito di quello che avremmo dovuto comprare dai produttori romeni”.

Per Rienzi: “la presenza di prodotti di imitazione sui mercati internazionali è la principale ragione del calo del 10% delle esportazioni dei formaggi di pecora made in Italy con la quale viene motivata una insostenibile riduzione dei prezzi riconosciuti agli allevatori italiani. La questione delicata che richiede immediata chiarezza e trasparenza è che la Lactitalia risulta essere una Srl composta da due soci, una srl romena Roinvest di cui sono risultati soci cittadini apparentemente di nazionalità romena e proprio la Simest Spa, società italiana controllata dallo Stato, istituita come società per azioni nel 1990 (legge n. 100 del 24 aprile 1990)”.

Per il Codacons esisterebbe anche un conflitto di interessi. “Patners italiana di Lactitalia è la Roinvest srl dei fratelli Pinna (come risulta da bilancio e relazioni di esercizio 2010) i quali, pur essendo presenti nei Consorzi di tutela del pecorino romano in Sardegna, attraverso la società romena promuovono all’estero prodotti non italiani, ma che richiamano ingannevolmente alla tradizione italiana. Non si comprende come mai lo Stato Italiano, da sempre impegnato nella tutela dei prodotti autenticamente italiani, sia registrati a livello comunitario come d.o.p. o i.g.p., sia menzionati nell’elenco dei prodotti tipici appartenenti al nostro patrimonio culturale e il marchio made in Italy sia proprietario attraverso la Simest di una industria che in Romaniacon latte romeno e ungherese, produce formaggi di pecora che vengono ’spacciati’ come made in Italy sui mercati europeo e statunitense, ed importati anche in Italia contribuendo ad aggravare la situazione dei pastori italiani”.

Ma cosa s’intende per prodotto italiano, chiediamo? “Dovrebbe intendersi in verità un prodotto o realizzato in Italia o comunque con prodotti ed ingredienti italiani, mentre invece i prodotti della Lactitalia sembrerebbero realizzati con latte romeno ed ungherese e importati anche in Italia come prodotti made in Italy. Un finto made in Italy. La produzione di alimenti presentati come italiani attraverso marchi ingannevoli reca un duplice danno: il primo, in relazione alla competitività delle nostre imprese, la cui concorrenza sul mercato viene snaturata a tutto vantaggio delle imprese straniere, il secondo, in relazione ad un’irresponsabile gestione economica essendo il governo italiano finanziatore della Simest Spa, che utilizza soldi pubblici per il sostegno di iniziative che riducono la capacità di export delle nostre imprese ingannando i consumatori. La scorrettezza delle pratiche commerciali adottate inducono erroneamente i consumatori a ritenere che gli alimenti prodotti e venduti sia in Italia che all’estero siano di origine italiana”.

Ma il problema è anche politico. Abbiamo raccolto, quindi, anche la voce di Ermete Realaccidel Partito Democratico, che già in passato era intervenuto su questo argomento: “ho fatto due interrogazioni parlamentari con il vecchio Governo: una nel 2010 e una nel novembre 2011”.

Cosa è cambiato dopo queste due interrogazioni?

C’è stata una risposta piuttosto generica, mi pare, di Galan. Tanto è vero che ho rifatto una nuova interrogazione. Ho fatto entrambe le interrogazioni d’accordo con la Coldiretti, che è sempre stata molto attiva su questa vicenda ed erano centrate su una serie di vicende, a cominciare da quella che è stata enfatizzata oggi sulla società romena…

La Lactitalia.

Però c’era anche dell’altro, per esempio la vicenda Meridiana, di una ditta che si chiamava Parmacotto.

La politica cosa può fare?

Una cosa da fare sarebbe, visto che la cosa è continuata, azzerare i vertici di questa società. E poi capire la missione chiara e che da questa missione sia escluso fare giochi di questo tipo.

Qual è la posizione del suo partito? E’ al fianco del Codacons in questa battaglia?

Sono due anni che presento interrogazioni parlamentari e penso che anche il Pd debba avere questa posizione: anche oggi erano presenti parecchi parlamentari democratici a questa manifestazione.

Il Codacons parla di ’complicità dello Stato italiano’ e di ’responsabilità delle nostre Istituzioni’. Lei concorda?

E’ l’oggetto delle mie interrogazioni.

da L’Indro.it di giovedì 15 Marzo 2012, ore 20:11

http://www.lindro.it/Il-made-in-Italy-delocalizzato,7307#.T3Xj3WFmLwk

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