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IL PACIFISMO DOPO SARAJEVO

La guerra in Bosnia il 5 aprile 1992

IL PACIFISMO DOPO SARAJEVO

Per Giulio Marcon, campagna Sbilanciamoci: “Prevenire è ancora l’arma migliore”. Paola Villa, Ipsia: “Nei Balcani esiste un nuovo rischio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Era il 5 aprile del 1992, a Sarajevo, quando i cecchini iniziarono a sparare su una folla di dimostranti che manifestava per la pace. Cominciava l’assedio della città, e una nuova guerra nel cuore dell’Europa. Una guerra che avrebbe cambiato la cooperazione, il pacifismo e la società civile in Italia”.

Queste le parole utilizzate dalle Acli per ricordare la Bosnia e la guerra che ha cambiato l’attivismo per la pace. “Era appena finita la prima guerra del Golfo – racconta il presidente nazionale Andrea Olivero – che ci aveva portato la guerra in casa, attraverso la tv, ma sembrava un videogioco. Stavolta il conflitto era davvero alle nostre porte. Non bastava protestare e manifestare, bisognava fare qualcosa e la facemmo. Era il pacifismo concreto, come lo chiamò Alex Langer, diverso dal pacifismo ideologico, ’tifoso’, a volte dogmatico”.

Cosa è cambiato? Secondo Olivero: “è cambiata l’idea di cooperazione. E’ cambiata l’idea dipacifismo”. Ma qual è la dinamica della pace? La illustrano Giulio Marcon (già Presidente dell’associazione Lunaria, oggi portavoce della campagna Sbilanciamoci) e Mario Pianta(professore di Politica economica all’Università di Urbino) nell’articolo ‘La dinamica delpacifismo’: “Il primo tipo di attività riguarda la prevenzione, che presuppone capacità di conoscenza, osservazione e monitoraggio delle aree di crisi e conseguente azione di informazione e di pressione sulle organizzazioni internazionali e sui governi, nonchè di azione sul campo, con iniziative di dialogo, di comunicazione, di mediazione, di compromesso, per evitare che il conflitto degeneri in guerra. Questo non è stato fatto in Kosovo. Fermare la guerra è il secondo tipo di impegno che i pacifisti si sono assunti, sicuramente il più difficile, dove la sproporzione tra mezzi a disposizione e fini che ci si prefigge è più drammatica. Un terzo tipo di impegno diretto riguarda la costruzione della pace. Quando le guerre finiscono, raramente si dà una pace già effettiva. Cessano le violenze e i combattimenti, ma restano da sradicare le ragioni della guerra avvenuta, da avviare la riconciliazione, da ricostruire le condizioni di una pace vera. La quarta forma di impegno dei pacifisti nei luoghi di conflitto riguarda la ricostruzione sociale dei paesi interessati. La pace ha bisogno di veder ricostruite le condizioni sociali, civili e culturali”.

Oggi al centro del dibattito politico c’è la Siria e l’intervento militare in Afghanistan. Proprio su questi temi l’IdV ha presentato una mozione al Governo: “è ancora in atto in Siria una dura rivolta contro il regime alawita di Bashar Al Assad, presidente dal luglio 2000. Il Governo di Damasco sta rispondendo con un uso sproporzionato della forza militare; stando agli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite, infatti, tale violenta reazione avrebbe provocato finora la morte di oltre 8mila persone e l’arresto di altre 14mila. Ogni tentativo fin qui esperito dalle Nazioni Unite per porre fine alla repressione e per garantire un accesso umanitario alle città più colpite, ha prodotto esiti fallimentari. L’Occidente è ancora impegnato nel ritiro dall’Afghanistan mentre già giungono sollecitazioni a intraprendere nuove imprese militari contro i regimi di Siria e Iran. Negli ultimi tempi si sono anche succedute dichiarazioni da parte del Ministro della Difesa, Di Paola, relative all’eventualità che gli aerei italiani non si limiteranno più solo alla ricognizione ma saranno dotati di bombe che inevitabilmente, finiranno per colpire anche la popolazione civile”.

Abbiamo raccolto il punto di vista di Paola Villa, Presidente di Ipsia, l’Organizzazione non governativa impegnata da 20anni in Bosnia e nei Balcani: “siamo passati da un pacifismodogmatico, che partiva da una posizione teorica, a un pacifismo concreto. Un pacifismo che si misura con la realtà, che parte da un rimboccarsi le maniche e fare delle cose e che prova a posizionarsi all’interno di un conflitto. Non sceglie chi sono le vittime e chi sono i carnefici, ma si mette in mezzo con la consapevolezza di una posizione scomoda, cercando di fare una mediazione tra le due parti. Questo ha insegnato il pacifismo della Bosnia. Oggi, però, c’è il rischio di perdere questa mobilitazione che c’è stata. Di tornare a fare un pacifismo più dogmatico”.

Anche per la Libia e per la Siria?

Esatto. E’ un peccato e una perdita di un qualcosa che stavamo imparando. Allora c’era stato anche un lavoro di rete, non un protagonismo dei singoli, ma un’umanità che si mette in moto, anche senza guardare chi è la sigla o chi è il capofila…

Lei da 20 anni opera in Bosnia e nei Balcani. Cosa accade, oggi, in quei territori?

Credo che ci sia da una parte una generazione nuova, di persone che sono nate dopo il conflitto che chiede di vivere un futuro europeo, che lamenta una situazione economica non sufficiente. Chiede sostanzialmente di mettere da parte il tema del conflitto per guardare verso il futuro e ci sono poi, invece, le contrapposizioni, le ferite della guerra, divisioni etniche e problemi non risolti che rimangono sul tappeto. La somma di questi due temi, insieme con una crisi economica internazionale, porta a una situazione difficile. Oggi, credo, che i Balcani siano ancora sull’orlo di un rischio, in particolare il Kosovo, dove c’è la situazione assolutamente non risolta della zona Nord, dove non è chiara la prospettiva. Ma anche la Bosnia stessa fatica ad uscire da una situazione di post conflitto.

Quali sono questi rischi?

Il trascinarsi di una situazione di immobilismo con una conflittualità sociale anche interna, uno spazio per le mafie per i traffici illeciti e un rischio di riaccendersi di conflitti etnici, in particolare nella zona del Kosovo. All’inizio della guerra in Bosnia c’era un’aspettativa nei confronti delle Nazioni Unite e, quindi, di un ordine internazionale che potesse intervenire come arbitro nelle situazioni di conflitto. In Bosnia c’è stato un fallimento delle Nazioni Unite, perché non si è riuscito ad evitare un massacro ma, in alcuni casi, ne sono stati spettatori e indirettamente complici. Successivamente è come se non ci fosse più stata nemmeno l’aspirazione di avere un organismo internazionale. Oggi le guerre non sono più dichiarate in base a un ordine internazionale, ma sono delle singole coalizioni di volenterosi o singoli che si pongono come arbitri a livello internazionale.

Con il portavoce della Campagna ‘Sbilanciamoci’, Giulio Marcon, siamo invece partiti dalla Siria: “c’è stata una latitanza nei mesi e negli anni precedenti. C’è oggi un’incapacità di tutta la comunità internazionale nel fermare il massacro a cui stiamo assistendo. In realtà quello che emerge è un fallimento delle politiche fin qui seguite dalla comunità internazionale in Medio Oriente e, sicuramente, questo aspetto della democratizzazione dei regimi che sono stati in sella per tanto tempo anche con la compiacenza di una parte della comunità internazionale, dall’altra parte la non soluzione del conflitto israelo-palestinese ci consegnano situazioni di instabilità e di tensioni in tutta l’area. Il problema va affrontato anche dal suo contesto generale e bisogna richiamare tutta la comunità internazionale, non solo le Nazioni Unite, ad un impegno responsabile verso le tensioni a cui stiamo assistendo”.

L’arma è la prevenzione?

Dovrebbe essere la prima cosa. Molte guerre scoppiano perché vengono lasciate marcire situazioni di ingiustizia economica, di oppressione e di violazione di diritti umani. Tutto questo comporta una deriva che non si riesce più a controllare e che sfocia in conflitti. Prevenire sarebbe la cosa migliore. Purtroppo questa politica non si fa, dovrebbe essere intrapresa dalle Nazioni Unite e dai Paesi che ne fanno parte. Oggi la guerra prevale ed è un danno un po’ per tutti. Anche dal punto di vista economico. Non c’è una cultura politica della costruzione della pace.

Cosa intende per cultura politica?

La capacità delle politiche estere dei Paesi. Una politica comune fatta da politiche internazionali volta a costruire condizione di prevenzione dei conflitti. La politica internazionale è ancora molto legata all’idea di un intervento militare, alla spesa militare. Non c’è la cultura politica dell’intervento di prevenzione e quindi è un problema che sta proprio nella logica di politiche di sicurezza nazionali ed internazionali che sono fondate su un paradigma che è quello della forza militare. Bisognerebbe investire di più nelle politiche di prevenzione.

L’Indro.it di giovedì 5 Aprile 2012, ore 19:35

http://www.lindro.it/Il-pacifismo-dopo-Sarajevo,7788#.T6UH9-g9X3Q

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