Giorno: 14 luglio 2012

PROVE DI CONCERTAZIONE

PROVE DI CONCERTAZIONE: “Monti sbaglia, è un’analisi frettolosa”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ora tocca alla concertazione. Dopo la riforma delle pensioni e del lavoro, e la strana vicenda degli esodati e la spending review il rapporto tra Governo e sindacati continua a diventare sempre più delicato.

Lo scontro tra due filosofie di pensiero può trovare il suo culmine finale proprio nelle parole del Presidente del consiglio Monti, durante l’assemblea dell’Associazione bancaria italiana. Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro, proprio perché lo Stato interveniva”.

E’ quindi la concertazione il ‘male’ da abbattere e depotenziare, secondo il Governo dei tecnici (e delle banche). Monti ha spiegato anche il suo punto di vista sulle parti sociali che, dice, “devono restare parti, parti vitali e importanti ma non soggetti nei cui riguardi il potere pubblico applichi una sorta di outsourcing della responsabilità politica. Non ci si deve sorprendere delle reazioni delle parti sociali di fronte ad una durezza dettata dall’emergenza, ma bisogna capire che ci possono essere reazioni di non soddisfazione non solo e non tanto su singoli provvedimenti quanto in risposta di una riduzione oggettiva del loro ruolo nel sistema decisionale”.

In questo stato di continua emergenza si stanno toccando diversi diritti, che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili. E’ toccato anche all’articolo 18 e a molti altri settori. Ora è la forza e la presenza delle parti sociali che viene messa in discussione. Su questo ultimo punto si è registrata una ferma presa di posizione delle sigle sindacali.

Susanna Camusso, leader della Cgil, è stata chiara: “Non accettiamo lezioni di democrazia da chi è stato cooptato e non si è confrontato con il voto degli elettori, un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese. Farlo poi nella platea delle banche e degli interessi bancari, dentro questa grande crisi, meriterebbe un’ulteriore riflessione. Monti quando parla di queste cose non sa di cosa sta parlando. L’ultima concertazione salvò dalla bancarotta il Paese, con cui si fece una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal governo attuale, e che permise al Paese di entrare nell’euro”.

Per il segretario generale della Cisl, Raffaele BonanniNon c’è alternativa alla concertazionein nessun Paese a democrazia matura e ad economia avanzata. I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale”. Fa eco il segretario della Uil, Luigi Angeletti“L’Europa consiglia il dialogo sociale come strumento per la crescita. Ma il nostro presidente del Consiglio è più realista del re: pensa di poter salvare l’Italia senza preoccuparsi di salvare gli italiani” e quella della Ugl, GiovanniCentrella“E’ riduttivo oltre che irrispettoso nei confronti dei sindacati e dei lavoratori affermare che siano stati gli esercizi di concertazione a generare i mali contro cui oggi il Paese lotta”.

Ma cos’è la concertazione? E perché, in questo momento particolare, è uscita fuori la posizione netta di Monti? Come funziona negli altri Paesi? Ne abbiamo parlato con un docente universitario, la professoressa Piera Loi, già direttore del CSRI (centro studi di relazioni industriali) e docente del Master di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali presso l’Università di Cagliari. La concertazione è un metodo di assunzione delle decisioni politiche, che presuppone il confronto con le parti sociali. Con le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nel nostro sistema la concertazione ha avuto la sua regolazione, il suo culmine con il protocollo Ciampi, che ne ha stabilito anche la formalizzazione in un accordo di tipo triangolare. Però non è una caratteristica soltanto del nostro sistema. Esiste in molti altri ordinamenti, dove si applica questo metodo concertativo. Il decisore politico invece di assumere unilateralmente le decisioni si confronta con le parti sociali”.

Negli ultimi anni, in Italia, a quali risultati ha portato questo metodo?

La concertazione ha passato delle fasi alterne. Di grande riconoscimento e importanza negli anni ’90. Poi, ad esempio durante il governo Berlusconi, si è verificato un certo abbandono delle pratiche concertative. Nel cosiddetto ‘libro bianco’ del mercato del lavoro già non si parlava più di “concertazione”, ma di dialogo sociale. Il governo sente le parti sociali e assume autonomamente la sua decisione. Normalmente la concertazione è vista di buon favore dai governi di centro-sinistra. Nel nostro Paese a che risultati ha portato? Si possono vedere aspetti positivi e aspetti negativi.

Partiamo da quelli positivi.

Una maggior pace sociale. Perché una legge concertata, una riforma del lavoro concertata ha l’appoggio delle parti sociali e si riduce il conflitto. Si evitano gli scioperi e si evita il conflitto sociale. A volte serve anche per dividere le responsabilità. Il decisore politico non ha la forza di assumere da solo la responsabilità di certe scelte e le vuole condividere con le parti sociali, specialmente quando le scelte comportano sacrifici per i lavoratori, per le categorie deboli.

E gli aspetti negativi?

A volte la concertazione è un po’ pervasiva, vuole toccare materie e aspetti che non sono strettamente collegati al rapporto di lavoro, al livello di redditi. Nel nostro ordinamento c’è stato questo difetto, ma non significa che dobbiamo buttare a mare la concertazione.

Cosa accade invece negli altri Paesi?

Ci sono diversi modelli, come quello tradizionale dei Paesi Nordici, quello svedese, il classico esempio dei modelli neocorporativi. Un ruolo importante viene assunto dalle parti sociali, una concertazione di tipo statale. Poi c’è il modello giapponese, che fa una concertazione di tipo aziendale. Un modello completamente diverso. Quelli vicini a noi sono il modello francese e il modello spagnolo. Anche lì ci sono stati enormi cambiamenti, la crisi ha radicalmente modificato lo schema della concertazione. La Germania è un tipico paese dove le pratiche della concertazione si sono sempre attuate. Non siamo affatto un’eccezione.

Secondo Monti: “Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro”. Lei è d’accordo?

No, non sono per niente d’accordo. Monti sbaglia nel fare questa analisi frettolosa, dicendo che i mali del mercato del lavoro italiano dipendono dalla concertazione.

Lei come interpreta queste parole? Perché Monti ha rilasciato, in questo momento particolare, queste affermazioni?

Non so quali siano le ragioni recondite. Certo, lui ha una forza sindacale, la Cgil, che lo contrasta e, in qualche modo, voleva bloccare, arginare. E ha bisogno di agire in fretta. Purtroppo siamo in un momento nel quale la democrazia è gravemente compromessa, il potere degli Stati è gravemente compromesso dal fatto che sentiamo la pressione dei mercati. I sindacati, in questo momento, rappresentano un ostacolo per decidere rapidamente. Ma la concertazione non è responsabile della crisi nella quale ci troviamo, la crisi economica non dipende né dagli Stati né dai sindacati e dalle loro pratiche. La situazione nella quale ci troviamo, oggi, è il malfunzionamento del sistema economico e finanziario mondiale. Le riforme, così, rischiano di essere traballanti. Neanche i mercati ci credono alle riforme fatte in questo modo. Perché sanno che possono essere messe fortemente in crisi da un sindacato che si mobilita, che mobilita i lavoratori e che fa nascere conflitti.

da L’INDRO.IT di giovedì 12 Luglio 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Prove-di-concertazione,9512

LIBIA, IL NEW DEAL DELL’ECONOMIA?

Intervista al presidente della Camera Italo-Libica, Gianfranco Damiano

LIBIA, IL NEW DEAL DELL’ECONOMIA?

“Il Paese con il pil più elevato dell’Africa. Grandi le opportunità per le imprese italiane”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono lontani i giorni del “baciamano” di Berlusconi a Gheddafi. Delle giovani donne italiane raggruppate e pagate per rendere omaggio al leader libico. Il dittatore non c’è più, ma sono rimasti gli affari. Per la nuova Libia si sono aperti nuovi scenari e innumerevoli interessi internazionali. Ma restano, però, i diritti civili violati.

E’ Amnesty International che in un rapporto denuncia la drammatica situazione. “Trascorso poco meno di un anno dalla caduta di Tripoli nelle mani dei thuwwar (i combattenti rivoluzionari), le continue violazioni dei diritti umani – tra cui arresti e imprigionamentiarbitrari, torture con conseguenze anche mortali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni eseguiti con impunita’ – stanno gettando un’ombra negativa sulle prime elezioni nazionali dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi”.

Per il sito medarabnews“in queste settimane la Libia è meta di una vera e propria ’corsa diplomatica’ che vede delegazioni di mezzo mondo affollarsi a Tripoli per stringere rapporti con l’autonominato (e ancora tutt’altro che legittimato a livello popolare) Consiglio Nazionale Transitorio (CNT), nella speranza di mettere in sicurezza i contratti pregressi e di posizionarsi vantaggiosamente in previsione della futura assegnazione di appalti per la ricostruzione e di nuovi contratti petroliferi. Nel frattempo, l’aeroporto internazionale della capitale è tuttora in mano a una milizia – quella di Zintan, cittadina a sudovest di Tripoli – invece che al CNT, il quale dovrebbe rappresentare la nuova autorità nazionale. La Libia è il paese con le maggiori riserve petrolifere del continente africano, e molti libici si augurano che gli investimenti stranieri portino ad un rapido sviluppo economico. Costoro ritengono che, grazie alle sue risorse, il loro paese ’dovrebbe essere come Dubai’. Sebbene la Libia trabocchi di armi e di miliziani sono in molti a ritenere che il paese rappresenti una potenziale ’opportunità’.

Abbiamo ascoltato il Presidente della Camera di Commercio Italo-Libica, Gianfranco Damiani, per parlare del sistema economico nazionale nella nuova Libia e delle nuove ‘opportunità’. La riconversione dalla precedente economia di Stato, parte dell’egemonia della dittatura di Gheddafi, sta mutando. C’è la dismissione di parte delle aziende di Stato, quelle controllate. C’è stato un cambio ai vertici, ovviamente, con sostituzioni di personaggi molto più vicini al CNT, comunque ai governi locali, e quindi c’è un nuovo, diciamo, new dealdell’economia. Che si va a scontrare con la mancanza di sovvenzioni da parte dello Stato, per cui devono entrare in una regola di mercato. Con tutte le dinamiche del mercato. Questo è già un primo passaggio abbastanza complesso. Tutta la struttura produttiva va rivisitata, tutta la struttura di commercializzazione va rivisitata e attendiamo anche tutta una serie di modifiche a livello normativo. Per ora siamo ancoràti a quello che era il vecchio ordinamento e su questo, per ora, ci andiamo ad organizzare. Esiste una nuova flessibilità da parte dei nuovi organismi”.

Un sistema liberista?

In base a quello che con le elezioni si sta configurando, ci sarà un aspetto molto più liberista. Consideriamo che la Libia è anche il Paese con il Pil più elevato dell’Africa, quindi è un Paese con grandi dinamiche economiche, forti capacità di spesa. Che si misura, oggi come oggi, con gli effetti post guerra civile, dando più respiro alla parte alimentare, alla sanità, alla difesa e al creare occasioni di lavoro. Grandi iniziative ci possono essere e grandi opportunità per le imprese italiane”.

Quali sono le potenzialità di questo sistema economico che si sta sviluppando?

Per quanto riguarda il settore delle infrastrutture, costruzioni e delle comunicazioni è tutto da mettere in piedi. Gheddafi aveva iniziato a suo tempo e ora è tutto un processo che andràriagguantato e ripreso. C’è anche il settore oli e gas che è quello che trascina sempre di più.

Quali sono gli interessi dell’Italia?

Noi dobbiamo risolvere ancora il problema dei crediti pregressi. E’ un problema pesante, parliamo di un miliardo e 200 milioni di euro. Su questo il Ministro degli Esteri e dello Sviluppo Economico stanno lavorando. Ci stiamo lavorando insieme a Confindustria. Dobbiamo risolvere anche questo problema. I tempi non sono brevi, però molte aziende stanno chiudendo per queste inadempienze del passato.

Quali sono i rapporti che esistono oggi tra l’Italia e la Libia?

I rapporti sono migliori perché c’è maggiore consistenza e sono molto più concreti. Abbiamo uno scenario più aggressivo a livello internazionale, ma questa è una regola di mercato. La presenza dei turchi è veramente pesante, a livello di competizione. Ma possiamo battercelabene.

In questo contesto non possiamo dimenticare il Rapporto di Amnesty International sul mancato rispetto dei diritti umani.

Ai tempi di Gheddafi e di Berlusconi questo tema era in agenda degli organismi internazionali.

E oggi?

E’ aggravato dal fatto che c’è stata una rivoluzione civile. Questo è un tema che purtroppo è pesante e sul quale si dovrà andare a discutere. In questo passaggio la Libia va anche aiutata.

A Tripoli si terrà la nona edizione della Libyan Healthcare Exhibition. L’ente organizzatore ha affidato in esclusiva alla vostra Camera la gestione dello ‘spazio Italia’.

Siamo presenti con questa iniziativa, con alcuni convegni, in partnership con il Ministero della Sanità italiana e, quindi, abbiamo grandi possibilità per dare un forte contributo alla rinascita e alla risoluzione di alcuni problemi del Paese.

A che punto siamo con la ricostruzione della nuova Libia?

Negli ultimi anni Gheddafi aveva iniziato alcuni processi di rinnovamento: ora bisogna ripartire e andare avanti. E’ ovvio che tutto l’apparato va ricostruito: dall’apparato di sicurezza all’esercito e a livello energetico soprattutto. C’è tantissimo lavoro per le piccole e medie imprese italiane. Per quanto riguarda la costruzione delle strutture organizzative c’è ancora parecchio da fare, soprattutto nel campo della sicurezza e della sanità. Settori di sviluppo ci sono, il mercato è molto attento alla Libia anche perché il nostro mercato non si può più rivolgere all’Europa, per la crisi nera e paurosa. I mercati del Nord Africa sono un’alternativa per noi come Paese, e forse anche l’unica in questo momento.

da L’INDRO.IT di martedì 10 Luglio 2012, ore 19:59

http://lindro.it/Libia-il-new-deal-dell-economia,9468

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