Giorno: 13 agosto 2012

SCRUTINO ELETTRONICO PARCHEGGIATO IN UN CASSETTO

Intervista al titolare della Ales srl, Antonio Puddu

SCRUTINO ELETTRONICO PARCHEGGIATO IN UN CASSETTO

E’ stato sperimentato solo in Italia fino al 2006, ma “è stato un successo”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Lo scrutinio elettronico delle tradizionali schede elettorali cartacee, è utile e sicuro, non rivoluziona il metodo tradizionale di voto, perchè non cambiano le modalità di votazione: l’elettore nell’ambiente protetto della cabina, a garanzia della segretezza del voto, continuerà a tracciare un segno sulla scheda elettorale con la matita copiativa”. Questo è quello che afferma l’Ales srl, l’azienda sarda che da anni si occupa di programmazione informatica, “con un impegno mirato alla ricerca di soluzioni innovative per le aziende e la Pubblica Amministrazione”.

In Italia, nel corso degli anni, sono stati fatti diversi tentativi per “informatizzare e snellire la procedura fondamentale su cui si basa ogni democrazia: il processo elettorale”. Si sente parlare spesso di voto elettronico e di scrutinio elettronico elettorale. Sono due cose diverse. Il voto elettronico è dematerializzato, cioè senza scheda cartaceamentre con loscrutinio elettronico si vota nella maniera tradizionale, con matita copiativa e scheda cartacea. E’ informatizzato il conteggio delle schede. Nel primo caso la scelta del cittadino elettore è affidata ad uno strumento elettronico, che consente di eliminare la fase di scrutinio. Il conteggio automatizzato del voto avviene nel momento stesso in cui si esprime la propria scelta; con lo scrutinio elettronico viene informatizzata soltanto la fase di scrutinio, il conteggio e l’elaborazione dei voti.

In Italia il percorso dello scrutinio elettronico parte dalla sperimentazione del 2001(elezioni politiche del 13 maggio), in alcuni comuni della Sardegna. L’Ales è l’azienda sarda che è stata autorizzata dal Ministero degli Interni per questa sperimentazione. Nel 2004(elezioni europee del 12 e 13 giugno) la sperimentazione è stata finanziata dal CIPE e realizzata in 1.500 sezioni. Le operazioni di scrutinio elettronico si sono ripetute nel 2005(elezioni regionali del 3 e 4 aprile) in 1.800 sezioni della Liguria. L’ultima sperimentazione si è registrata nel 2006 (elezioni politiche del 9 e 10 aprile) in 12.680 sezioni elettorali in Sardegna, Liguria, Puglia e Lazio. Poi il progetto è stato parcheggiato in un cassetto. Con la caduta del governo Prodi non si è più parlato di scrutinio elettorale elettronico. Abbiamo incontrato il titolare dell’azienda Ales, Antonio Puddu, per capire cos’è e a cosa serve questo progetto, utilizzato solo in fase sperimentale. In generale la gente non ha fiducia nel voto elettronico, perché può essere manomesso. Noi abbiamo ipotizzato di lasciare sempre le schede elettorali, l’elettore utilizza la matita copiativa, il presidente di seggio è l’unica persona titolata a scegliere a chi va il voto, non è la macchina che lo decide. Solo dopo inizia l’automazione”.

Sono già state fatte delle sperimentazioni.

Abbiamo ceduto le licenze nel 2004 per la sperimentazione che era stata fatta. Nel 2004 il Ministero ha avuto 10 milioni di euro dal Cipe per finanziare la sperimentazione. Noi l’avevamo già sperimentata in Sardegna nel 2001. Ho impiegato tre anni per convincere il Ministero della bontà della procedura. Nel 2004 è stato sperimentato in 49 città ed è stato un successo.

Qual è la differenza con il vecchio sistema?

Si guadagna tempo, si evitano gli errori del conteggio. Ogni volta che c’è un’elezione c’è sempre casino. Con questo sistema servirebbe meno gente, meno tempo e si eviterebbero gli errori. Lo scrutinio elettronico consente l’integrazione di soluzioni tecnologiche come il controllo audio e video nella fase di spoglio e attribuzione dei voti, consentendo il monitoraggio esterno delle operazioni, aumentando la trasparenza rispetto allo scrutinio tradizionale. Lo scrutinio elettronico oltre a velocizzare la fase di acquisizione dei voti, diminuisce il carico di lavoro che grava sulla commissione elettorale.

I costi?

Sono modestissimi. Basta un pc per ogni seggio.

Anche all’estero viene usato questo sistema?

No, assolutamente. Proprio in questi giorni è stata fatta una sperimentazione in Brasile, però si tratta sempre di voto elettronico. Cinque o sei mesi fa in Svizzera, dove dovevano fare il voto totalmente elettronico, hanno bloccato questa procedura perché hanno avuto dei problemi. Non erano più sicuri che la volontà dei cittadini fosse stata rispettata. Ci sono stati dei blackout dei computer, della trasmissione. Ci possono essere degli hacker che si infilano. Se il voto è solo elettronico non c’è verifica se, invece, c’è la scheda cartacea è sempre possibile verificare.

Il sistema sarà sperimentato anche nelle prossime elezioni?

Non credo. Ho parlato con una serie di deputati che facevano parte di commissioni specifiche. C’era tutta la buona volontà, però mancava il tempo. Ogni volta c’erano dei problemi. Tutti dicono che è bello, ma è sempre lì parcheggiato.

Come spiega questa scelta?

Hanno interessi diversi in questo momento. Non sempre vengono fatte le cose migliori per i cittadini.

E’ tutto fermo al 2006?

Dal 2006 questa sperimentazione non è stata più rifatta. Nel 2007, Lucio Stanca (senatore di Forza Italia, ndr) ha presentato un disegno di legge. Lo hanno firmato 80 senatori della destra, quando c’era Prodi al governo. Quando è caduto Prodi si è fermato il giocattolo. Ma sono fiducioso che aumenti l’attenzione sull’argomento che può permettere di risparmiare per ogni votazione circa 400 milioni di euro. Dalla relazione del Ministero si prevede un risparmio del 25%. Verrebbero eliminate anche le code. Un’altra versione di questo software la utilizziamo per gestire i concorsi pubblici e quando si presentano i candidati, in un attimo vengono riconosciuti.

da L’Indro.it di venerdì 3 Agosto 2012, ore 19:19

http://lindro.it/Scrutino-elettronico-parcheggiato,9850#.UCj636HN_BE

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Intervista al presidente di Bin Italia, Luca Santini

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Per la Fornero: con questa garanzia “gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La campagna sul reddito minimo garantito è stata lanciata. Nelle piazze italiane si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge, sostenuta da un comitato, aperto e trasversale, con la presenza di movimenti, associazioni, partiti e sindacati. Come la Bin Italia (Basic Income Network), un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche in Italia una misura di welfare presente in tutta Europa. Per presentare la legge occorrono 50 mila firme, che devono essere raccolte entro la fine dell’anno.

Ma cos’è il reddito minimo garantito? Lo abbiamo chiesto a Luca Santini, presidente di Bin Italia: “Il reddito minimo garantito è un insieme di risorse economiche, ma anche di servizi in natura che si chiama reddito indiretto, che è rivolto a tutti i residenti di una determinata comunità politica che si trovano al di sotto di un certo reddito di risorse e di benessere. Si rivolge a tutti coloro che queste risorse non le hanno”.

Ai disoccupati e ai precari.

Principalmente a loro, ma anche alle persone impossibilitate a lavorare.

E’ stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire questo reddito minimo garantito. A che punto siamo?

La proposta è formalizzata, secondo la legge ci sono sei mesi di tempo per raccogliere almeno50mila firme entro la fine dell’anno, per poter presentare questo progetto alla discussione delle Camere. Ci sono molte adesioni che sono arrivate da singole personalità, dal mondo associativo e anche alcune forze politiche hanno ritenuto la bontà della proposta e l’hanno fatta propria. Si stanno organizzando appuntamenti e banchetti di raccolta firme in tutta Italia. Un fatto un po’ anomalo e curioso nel mese di luglio che non favorisce l’iniziativa politica, nemmeno quella dal basso e della società civile. Però, dalle notizie che abbiamo, la raccolta firme sta andando molto bene. L’obiettivo delle 50mila firme è certamente nel mirino, ma sentiamo di poterci dare un obiettivo anche più ambizioso che è quello di fare entrare con prepotenza il tema nel dibattito politico ufficiale, di farlo vivere nel corpo sociale.

Lei fa parte di un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche nel nostro Paese una misura di welfare presente in tutta Europa, tranne in Italia e in Grecia. Perché questa anomalia è presente in questi due Paesi?

Come ci si è arrivati a questa anomalia è difficile dirlo. Ci sono delle sedimentazioni storiche, anche risalenti. Tradizionalmente i Paesi latini, mediterranei hanno una struttura dello stato sociale più debole rispetto a quelle delle socialdemocrazie nordiche o del centro Europa. Alcuni di questi Paesi mediterranei nel corso degli anni ’90 questa lacuna l’hanno colmata. Questa misura di reddito minimo, ad esempio, in Spagna esiste e anche in questo periodo tormentato non viene messa in discussione la sua esistenza. Quello che noi proponiamo è che anche qui da noi, in Italia, si colmi finalmente questa lacuna perché quella del reddito minimo, sicuramente, è un tassello fondamentale, irrinunciabile per ogni politica sociale degna di questo nome.

La politica come sta rispondendo?

I partiti della sinistra hanno risposto. Oltre a Sel anche il Partito di Rifondazione Comunista, mi sembra, ha aderito a livello nazionale e con molte articolazioni locali a questa iniziativa. Poi ci sono alcune adesioni dei singoli esponenti del Partito Democratico. Ad esempio Cofferati come europarlamentare ha aderito, anche Balzani che è un’europarlamentare eletta a Genova, che è molto sensibile al tema, ha aderito. C’è anche un movimento dentro il Pd che, però, ha dei meccanismi un po’ più complessi e non solo su questo tema. Speriamo che qualcosa si muova.

E il centro-destra come ha risposto?

Non ha dato nessuna risposta. Naturalmente sarebbero benvenuti anche loro. Ci sono dei precedenti che ci lasciano poco sperare. Dove, ad esempio, c’erano delle esperienze regionali promettenti, come nel Lazio e nella Campania, dopo che alle ultime tornate elettorali si sono imposte delle maggioranze di centro-destra subito queste leggi che istituivano il reddito minimo garantito o il reddito di cittadinanza sono state, se non del tutto abolite, poco finanziate. C’è un atteggiamento, fino adesso, di netta chiusura. Però ci piacerebbe che ci fosse un confronto con queste forze politiche conservatrici, tenendo conto che i conservatori d’Europa non si sono mai sognati di abolire le misure di reddito minimo che esistono nei rispettivi Paesi.

C’è stata una risposta da parte del Governo Monti, è intervenuto il Ministro del LavoroFornero: “con il reddito gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”. Lei cosa risponde?

Questo è un cliché offensivo che non si colloca su un terreno di serio dibattito su quelle che sono le questioni attualmente evidenti nella questione sociale del nostro Paese. E’ una fandonia mettere una misura di reddito garantito in contraddizione con l’attivazione delle persone. In realtà noi abbiamo molte persone che sono stabilmente escluse dal mercato del lavoro, si sentono scoraggiate dall’attivarsi. Questo senza una misura di reddito minimo garantito.

Cosa può fare il reddito minimo garantito?

Rendere impossibile l’accettazione di certi lavori, come esistono adesso, con contratti improponibili. Con paghe scadenti, con delle violazioni sulle norme, sulla sicurezza e quindi dei lavori che hanno delle caratteristiche di pericolosità e che, naturalmente, ben difficilmente potrebbero essere accettate da un disoccupato che fosse assistito da una misura di reddito garantito efficace e realmente funzionante. Si potrebbe creare un’alleanza virtuosa, tra il diritto al reddito e l’inclusione sociale.

E’ possibile paragonare o accostare il reddito minimo garantito al servizio sanitario nazionale?

E’ una battaglia di civiltà questa sul reddito minimo, che assomiglia alla battaglia per l’introduzione nell’immediato secondo dopoguerra del servizio sanitario nazionale. Soprattutto perché questa misura di reddito minimo, al di là dei costi che può avere, può rappresentare delle opportunità in termini di vivibilità generale del contesto sociale, che può portare a dei vantaggi che non sono nell’immediato economicamente calcolabili.

da L’Indro.it di mercoledì 1 Agosto 2012, ore 19:39

http://lindro.it/Reddito-minimo-Una-battaglia-di,9815#.UCj5I6HN_BE

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