Mese: ottobre 2012

CRISI? I LAVORATORI NON HANNO PIÙ BISOGNO DEL PADRONE. Intervista al docente della Sapienza di Roma, Alberto Zevi

Intervista al docente della Sapienza di Roma, Alberto Zevi

CRISI? I LAVORATORI NON HANNO PIÙ BISOGNO DEL PADRONE

A Trento un seminario dedicato alle imprese recuperate dai dipendenti: “In Italia c’è una lunga tradizione. Si rileva l’impresa e poi la si gestisce come cooperativa”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“In Italia c’è una lunga tradizione di lavoratori che, di fronte alla crisi della propria impresa, si propongono di rilevarla del tutto o parzialmente per poi gestirla come cooperativa. Questa è un’antica tradizione che risale, addirittura, al secolo scorso”Con queste parole Alberto Zevi, uno dei maggiori esperti italiani nel finanziamento delle cooperative, ha spiegato il nuovo fenomeno che si sta riaffacciando in Italia.

Convertire le imprese in difficoltà in imprese gestite dai lavoratori è una soluzione che in molti casi si è rivelata vincente. Proprio su questo tema è stato organizzato da Euricse e da Rizoma, un seminario dal titolo: “Recuperare le imprese, rivitalizzare le comunità: contrastare la crisi convertendo le imprese in difficoltà in imprese gestite dai lavoratori”,presso la facoltà di Economia di Trento. “Il seminario – secondo gli organizzatori – si pone l’obiettivo di mettere in evidenza come queste riconversioni in cooperative di lavoro, o in altre forme di imprese gestite da lavoratori, stiano aiutando le comunità a salvaguardarsi dalla crisi e dallo sfruttamento socio-economico. Si approfondirà una nuova pista di ricerca interdisciplinare e internazionale su questo fenomeno, al fine di comprendere meglio le specificità organizzative di queste cooperative, i loro processi di progressiva affermazione, al fine di incoraggiare le politiche in grado di promuovere processi di recupero attraverso la forma cooperativa o altri modelli di Impresa Sociale”.

Esempi di empresas recuperadas (impresa recuperata) provengono anche da altri Paesi, in particolare quelli colpiti dalla crisi macro-economica, come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, la Francia e la Spagna. Secondo Alberta Bottini di COSPE (cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti), l’Organizzazione non governativa operativa anche in Argentina“a partire dalla crisi del 2001 i settori popolari della popolazione hanno saputo elaborare nuove pratiche economiche come risposta sociale e collettiva alla povertà e alla precarietà lavorativa. Sono circa 220 le imprese recuperate, costituite in cooperativa, e circa 15.000 i lavoratori protagonisti di questa storia. Il dato più rilevante è che dal 2001 ad oggi nessuna impresa recuperata ha chiuso, mentre continuano a recuperarsi fabbriche in tutto il paese, in America Latina e soprattutto ora, in Europa”.

E In Italia? Ci sono diversi esempi di imprese recuperate dai lavoratori. Come la D.&C. Modellaria, a pochi chilometri da Padova, o la Calcestruzzi Ericina di Trapani (confiscata alla mafia nel 2000). Dopo un passato burrascoso queste due aziende sono gestite da cooperative di lavoratori. Anche l’Esplana Sud di Nola (Napoli), azienda di imballaggi per ortofrutta, è stata rilevata dalla Carovana Coop, formata da 40 ex dipendenti. Abbiamo contattato Alberto Zevi, docente presso l’Università La Sapienza di Roma per capire meglio il fenomeno“E’ un’antica tradizione che risale, addirittura, al secolo scorso. Ha avuto uno sviluppo forte negli anni ’80 e ’90, che poi si è ridimensionata, ma che appare con forza in questi ultimi due o tre anni. I lavoratori che di fronte al rischio o alla certezza di diventare disoccupati si pongono come obiettivo quello di rilevare loro l’impresa e di provare a gestirla”.

Qual è il meccanismo di recupero da parte dei lavoratori?

In generale ci sono vari meccanismi, spesso quando l’impresa è fallita i lavoratori possono pensare, se il curatore fallimentare è d’accordo, di affittarla per un certo periodo di tempo, riservandosi poi di acquistarla dal fallimento. Altre volte l’acquistano direttamente. Con il loro capitale, con il capitale che ottengono da altri strumenti gestiti dal movimento cooperativo, acquistano un’impresa, i macchinari, gli immobili e la gestiscono direttamente. Sono due i meccanismi: prima l’affitto e l’acquisto o direttamente l’acquisto.

Cosa accade in altri Paesi?

Esiste da sempre, si è accentuato a seguito delle due crisi petrolifere degli anni ’70. Negli anni ’80 ha avuto un grande sviluppo, sostenuto da politiche statali. In altri Paesi è diventato significativo. In Argentina, a seguito della grande crisi degli inizi degli anni 2000, molti gruppi di lavoratori hanno pensato, di fronte all’abbandono dell’imprenditore o al fallimento dell’impresa in cui erano impegnati, di cercare di rilevarla per conto proprio. In questo Paese il fenomeno ha avuto una grande rilevanza, però si è sviluppato anche in Uruguay, in Francia, in Spagna. Non è un fenomeno soltanto italiano.

Riguarda le grandi aziende o anche le piccole e medie imprese?

Prevalentemente riguarda le piccole e medie. Ci sono stati anche casi di imprese un po’ più grandi, ma il fenomeno è più limitato. In Italia, in questo periodo, ha riguardato soprattutto imprese tra i 10 e i 50 lavoratori.

Secondo lei, perché?

La grande impresa è molto difficile trasformarla. Una cooperativa può diventare grande via, via. Però trasformare un’impresa in una cooperativa di lavoro è più complesso. Anche gli incentivi che esistono sono rivolti alla piccola e media impresa.

da L’INDRO.IT di  giovedì 25 Ottobre 2012, ore 18:23

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CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA.

A Torino la grande manifestazione dei cittadini e degli imprenditori italiani

CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA

Le tangenti danneggiano economicamente l’intero Paese. Ma la politica non riesce ad approvare una dura legge per contrastare il fenomeno
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“E’ ora di dire basta”. Questo è l’urlo che proviene da Torino, dalla manifestazione nazionale organizzata da ICR (Imprese che resistono), dove si è registrata la presenza di imprenditori, dipendenti e cittadini. “Siamo stufi di un’Italia che non cresce, nessun aiuto alle medie e piccole imprese e una pressione fiscale del 68%, ci stanno uccidendo. Non ce la facciamo più. Basta con le ingiustizie di Equitalia”. 

Tutti uniti per resistere alla crisi, alla pressione fiscale eccessiva, alla inutile e dannosa burocrazia e alla politica fallimentare di questi ultimi anni. L’eccessiva burocrazia, che in molti casi spalanca la strada alla corruzione, sta mettendo seriamente in difficoltà gli imprenditori italiani. Che non sentono l’appoggio del Governo, quello dei tecnici. Anzi, si sentono soli, accerchiati da un Paese pieno di corrotti e corruttori. Si sentono abbandonati.Continuano ad ascoltare slogan vuoti, di una politica inesistente. Che rincorre il consenso, ma che non pensa alle problematiche di chi, quotidianamente, lotta per la sopravvivenza.

I dati sulla corruzione sono drammatici. Oltre ai tanti politici e manager indagati, imputati e colti con le mani nella marmellata, la corruzione danneggia economicamente l’intero Paese.Anche e soprattutto per gli investimenti stranieri. È lo stesso capo del Governo Monti a illustrare il suo pensiero su questo tema: “Ho chiesto all’emiro del Qatar quale fattore in passato avesse scoraggiato più di tutti gli investimenti in Italia e la risposta è stata: in primo luogo la corruzione”.

Era l’aprile scorso. Oggi la situazione sembra essere peggiorata. “Il diffondersi delle pratiche corruttive mina la fiducia dei mercati e delle imprese, scoraggia gli investimenti dall’estero, determina quindi, tra i suoi molteplici effetti, una perdita di competitività del Paese. È per queste ragioni che la lotta alla corruzione è stata assunta come una priorità del governo”ha scritto lo stesso Monti nell’introduzione al Rapporto sulla corruzione presentata dal ministro della Giustizia Paola Severino. Parole, per ora, rimaste solo sulla carta. La corruzione costa all’Italia, secondo il libro bianco preparato dal Governo, 60 miliardi di euro all’anno. Una cifra spaventosa. 

Ma la cifra potrebbe arrivare a circa 100 miliardi, data la diffusa pratica di gonfiare i costi delle grandi opere pubbliche anche del 40%, l’azione della burocrazia che rallenta tutto e la riluttanza delle vittime a denunciare gli atti di corruzione. La grande burocrazia esistente è il miglior terreno per tangenti e azioni illegali”. Ecco perché la corruzione e l’asfissiante burocrazia vanno sottobraccio. Secondo l’organizzazione Transparency International, solo la Bulgaria, la Grecia e la Romania sono davanti all’Italia. 

Se poi si aggiunge che l’Italia non è in grado, per la presenza in Parlamento di politici condannati, imputati e indagati, di dotarsi di una legge seria sulla corruzione, il quadro, soprattutto per chi vuole continuare a fare impresa in questo Paese, è drammatico. È molto interessante l’analisi tracciata dal professore universitario Franco Amisano, dell’Università del Piemonte Orientale. Per lo studioso il problema della corruzione ha caratterizzato la società a vari livelli in tutti i paesi ed in ogni periodo storico. “La corruzione si verifica qualora le persone preposte a determinati incarichi si avvalgono della propria posizione per procurarsi vantaggi di natura personale, non necessariamente consistenti in compensi monetari”.

La fotografia di quello che sta accadendo in questi ultimi anni in Italia. Ma quali sono le possibili forme di corruzione? “Quella amministrativa è di particolare interesse. L’attività amministrativa consiste in larga parte nel compimento di atti compiuti a vantaggio di singoli o di collettività, anche quando non si tratta di un’allocazione di beni e servizi in senso materiale. I funzionari pubblici preposti a tali compiti si trovano perciò in una posizione di potere nei confronti degli aspiranti beneficiari”.

Secondo il dossier presentato da Libera contro le Mafie, Legambiente e Avviso Pubblico dal titolo “Corruzione, la tassa occulta che impoverisce ed inquina il Paese” sono state chieste tangenti al 12 per cento degli italiani. Una vera e propria zavorra per l’economia, che non si riesce ad eliminare. Un fenomeno drammatico che avvantaggia l’ecomafia e la massiccia presenza delle organizzazioni criminali, sparse e operative sull’intero territorio nazionale.Che va ad aumentare quella pericolosa zona grigia, composta da politici, amministratori e dirigenti corrotti e collusi con il sistema criminale.

Sono chiare le parole di Riccardo Rastrelli, il titolare della ditta Sert srl di Leinì, che esprime la sua opinione sulla sua esperienza, denunciando la presenza della ‘ndrangheta nel suo Comune. “Non mi stupisce – scrive su un blog – che anche a Caselle vi siano le stesse infiltrazioni mafiose presenti a Leinì, e ho la piena convinzione che siano anche ad altissimo livello politico locale, e non è un caso che stia lottando caparbiamente da due anni contro leistituzioni deviate presenti sul nostro territorio, per difendere i miei diritti, volontariamente calpestati da questi fenomeni da circo”.

Rastrelli non ha paura di illustrare la sua opinione su questi temi“Le infiltrazioni mafiose sono presenti a tutti i livelli dei partiti politici, indipendentemente dallo schieramento, non esiste più destra o sinistra, ma solo la visione miope di fare business in fretta ed a qualunque costo, non vi è il minimo rispetto del territorio, e nemmeno dei diritti dei cittadini, ed i dannicagionati da questi lanzichenecchi tra poco la collettività dovrà pagarli con gli interessi. Secondo me siamo ancora in tempo a recuperare la situazione, ma occorre agire subito, e da cosa ho potuto vedere nel mio comune di Leinì, pur sapendo da anni, quasi tutti i cittadini che dietro il sindaco c’era qualcosa di strano, (ovviamente nessuno immaginava questi intrecci con la ‘ndrangheta) non vi è stata un’indignazione popolare per far dimettere la giunta, ed a mio avviso l’indifferenza e la non indignazione sono i limiti principali per riuscire a cambiare gli eventi”.

Il Paese è pieno di uomini e donne come Rastrelli, di cittadini coraggiosi che si oppongono al malaffare. Da Torino è partito il primo forte appello. Non è più possibile andare avanti, per i cittadini e per gli imprenditori, in queste condizioni. In un articolo sulla corruzione in Grecia il ’Deutsche Wirtschafts Nachrichten’ ha affermato che la corruzione “persiste se non è rimossa la struttura burocratica”. In Italia, sino ad oggi, non si è riusciti a rendere meno feroce la burocrazia e nemmeno si è stati in grado di approvare leggi severe contro questo fenomeno. In questo momento di forte crisi, creata dalla finanza, chi è che paga i danni?  I cittadini onesti e gli imprenditori. Quelli che ci credono e fanno al meglio il loro mestiere. 

da L’INDRO.IT di mercoledì 24 Ottobre 2012, ore 19:30

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I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA. Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA

È iniziato il Forum Eurasiatico: al centro dell’attenzione le Pmi e le start up più innovative: “Bisogna internazionalizzare e puntare sugli aspetti che hanno reso famoso il made in Italy”

Innovazione e internazionalizzazione. Queste sono le parole chiave del Forum Eurasiatico che si sta svolgendo a Verona. “L’appuntamento bilaterale – spiega Antonio Fallico, presidente Banca Intesa Russia e dell’Associazione Conoscere Eurasia – che da cinque anni rappresenta la piattaforma per lo sviluppo delle relazioni istituzionali e dei rapporti commerciali tra Italia e Federazione Russa. Il Forum ha visto aumentare nel tempo il proprio prestigio presso le istituzioni, l’opinione pubblica e i player economici, divenendo un imprescindibiledriver in grado di favorire e concretizzare la competitività internazionale delle aziende Italo-Russe.

Nel 2011 l’interscambio commerciale tra i due Paesi ha registrato un incremento del 23 per cento. “La trasformazione dei mercati globali e globalizzati – secondo Fallico – unitamente al mutamento degli scenari economici sono alla base della novità programmatica dell’incontro di quest’anno”. Quest’anno al Forum Eurasiatico si è registrata la partecipazione di rappresentanti politici, imprese, istituti finanziari di Bielorussia, Ucraina, Kazakistan e Cina, oltre alle consolidate presenze provenienti dalla Federazione Russa.

Tra le varie sessioni c’è quella dedicata alle Pmi (piccole e medie imprese) innovative, alle start up e all’internazionalizzazione. Tutti fattori da considerare come motore della crescita. Abbiamo avvicinato uno dei relatori, Giuseppe Arcucci, responsabile business unitinvestimenti esteri di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), che ha affrontato il tema degli ‘Investimenti esteri come fattore di crescita delle Pmi e delle start-up tecnologiche’.

Un grande appuntamento per rilanciare e consolidare i rapporti tra società e realtà italiane, europee e di tutto il mondo eurasiatico. In particolare, il tema su cui si è focalizzato l’evento di quest’anno è sull’importanza dell’innovazione e dell’internazionalizzazione dello sviluppo dell’economia. In quanto responsabile dell’agenzia Invitalia, il mio intervento è focalizzato sull’importanza degli investimenti diretti dall’estero nello sviluppo dell’innovazione e delle tecnologie, in termini anche di start-up e di Pmi. Dell’importanza dei flussi dei capitali esteri per lo sviluppo nei Paesi in cui arrivano queste realtà”.

Perché è importante questo aspetto?

C’è tutta una letteratura sui vantaggi degli investimenti dall’estero. Si discute spesso sull’opportunità o meno di incentivarli e su quali sono le vere ricadute. Ma lo stiamo vedendo anche con l’esperienza diretta. Quando si tratta di temi legati alle nuove tecnologie ci sono una serie di ricadute positive che aiutano anche a sviluppare in termini di indotto il tessuto industriale in cui si vanno a localizzare. Ed è in questi termini che noi riteniamo che sia importante porre in essere politiche di attrazione di investimenti soprattutto con riferimento a nuove tecnologie e a investimenti di ricerca e sviluppo che possono generare la creazione di nuove filiere nel nostro Paese.

Come possono gestire l’innovazione le piccole e medie imprese italiane?

Hanno sempre gestito l’innovazione sulla base del loro impegno. Il made in Italy è stato reso famoso nel mondo proprio per la capacità di innovare in termini di processo di prodotto delle nostre aziende. Quello che è mancato, ultimamente, è stata una forte politica di supporto nella introduzione di innovazione tecnologiche di ultima generazione. Supporto che – se guardiamo alla cronaca delle ultime settimane – questo Governo sta cercando di rilanciare, con il tema dell’aiuto alle start-up innovative. Cominciamo a vedere un po’ di attenzione e un po’ di impegno. Quello degli investimenti esteri è un discorso importante.

Perché è mancata una forte politica di supporto in questi ultimi anni?

Per una serie di motivi, se vogliamo, contingenti. Il fatto che, in qualche modo, si è lasciato fare anche un po’ al mercato. Veniamo da un periodo in cui si è data molto importanza al liberismo. In Italia negli ultimi anni non si è parlato di politica industriale, cosa che adesso sta cominciando a riemergere. Non mi voglio spingere in considerazioni politiche.

E sulla credibilità del nostro Paese?

È necessario uno sforzo per spiegare meglio i punti di forza che il nostro Paese ha su questi temi.

Quali sono i punti di forza?

Storicamente c’è un’immagine dell’Italia non sempre positivissima, ma questo dipende da una serie di pregiudizi. In questi anni in cui mi sono occupato di questa attività, nel momento in cui si riesce a far vedere e a far toccare con mano le eccellenze che ci sono nel nostro Paese, la reazione degli investitori è positiva. È un problema anche di riuscire a trasferire un’immagine diversa, in termini di contenuti. Questo è importante e questo si fa sul campo, cercando di smorzare quelli che sono i pregiudizi storici. Siamo famosi per la moda, per il cibo, però non si parla delle tecnologie e in realtà abbiamo delle eccellenze anche nel campo delle tecnologie.

da L’INDRO.IT di giovedì 18 Ottobre 2012, ore 18:00

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LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO. Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO

“Sono fondamentali punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare al di fuori dei confini”

“Reti, filiere e qualità dell’internazionalizzazione per i Territori: cultura, turismo, credito e servizi per le PMI”. Questo è il tema della XXI edizione della Convention mondiale delleCamere di Commercio Italiane all’Estero, che si sta svolgendo a Perugia in questi giorni.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Perugia, in collaborazione conUnioncamere e Assocamerestero, “costituisce – secondo gli organizzatori – un momento di sviluppo dei rapporti della rete camerale all’estero con tutti i soggetti attivi nella promotion italiana, in particolare con quelli operativi nel territorio ospitante, e favorisce l’incontro diretto tra i delegati camerali e le imprese del territorio. Le Camere di Commercio Italianeall’Estero costituiscono da sempre dei validi punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare all’estero, grazie alla loro profonda conoscenza dei mercati di sbocco e al continuo monitoraggio delle opportunità di business in tutte le aree del mondo”.

Abbiamo contattato il segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, per fare il punto sulla situazione: “gli argomenti sono stati fondamentalmente due: il primo relativo alle politiche di promozione sull’estero per le imprese piccole e medie, mentre il secondo tema, di grande importanza, ha riguardato il sistema Italia, come ci si organizza per supportare queste imprese”.

Quali le differenze con le passate edizioni della convention mondiale?

Ci siamo sempre occupati di politiche di propulsione, quindi sul primo versante ci siamo posti in continuità con le altre edizioni. Abbiamo analizzato il sistema di subfornitura, ampiamente assente dall’approccio sui mercati internazionali.

Spieghiamo cosa fa il subfornitore.

Sostanzialmente vende pezzi al produttore finale che li assembla e li esporta. Analogamente l’esportatore sul discorso della distribuzione finale e dell’assistenza post-vendita è un po’ carente. Dobbiamo, quindi, articolare anche l’attività di propulsione sull’estero. Che significa, da un lato, una politica diversa per l’importazione strategica. Dall’altro lato c’è un discorso sulle reti distributive e di assistenza per le quali, obiettivamente, serve un maggiore contenuto di finanza. Da questo punto di vista è intervenuto anche il ministroPassera.

Come si sta comportando il governo tecnico in questo settore?

Ha scelto un approccio di grande concretezza e di grande plausibilità.

Si spieghi meglio.

Il governo ha detto ‘quali sono i principali soggetti che in Italia istituzionalmente aiutano le imprese sull’attività di promozione?’. In Italia abbiamo le Camere di commercio italiane, che sono diffuse sui territori. Quindi bisogna fare in modo che presso le Camere di commercioitaliane ci siano in Italia dei punti di prima assistenza. E sull’estero quali sono i soggetti radicati che fanno attività per l’estero? Le Camere di commercio italiane all’estero, soggetti di matrice privata che grazie al riconoscimento dello Stato italiano supportano le imprese sui mercati esteri.

Facciamo qualche esempio.

Ogni anno un’attività di supporto alla promozione si aggira intorno ai 50 milioni di euro, con un basso cofinanziamento da parte dello Stato italiano. Non arriviamo al 20 per cento. Un ente pubblico deve cercare di aprire le strade laddove non c’è ancora un interesse del mercato, abbiamo ancora tutta l’Africa subsahariana, molto interessante, che ancoranecessita di un interesse di mercato forte. Abbiamo parti consistenti dell’Asia, che non sono soltanto Cina, India e Giappone, ma sempre di più Vietnam, Cambogia, ecc. Abbiamo parti consistenti di quella che era una volta un pezzo dell’Unione Sovietica. Su questi mercati la nostra presenza verrà rafforzata. Sui mercati in cui c’è già una buona presenza dell’Italia investiamo di più sulle Camere di commercio italiane all’estero, perché costano poco e riescono a supportare, a condizioni di mercato, le imprese. Il tutto avviene all’interno di un contenitore che è, sostanzialmente, l’Ambasciata o il Consolato che viene a rappresentare l’interesse complessivo del Paese, che orienta le diverse priorità del Paese. Noi facciamo un discorso di importazione strategica e qui rientrano le Camere di commercio italianeall’estero. Questa è stata la proposta del Governo e noi ci stiamo già muovendo.

Qual è lo stato di salute del sistema camerale all’estero?

Varia dal discreto al buono. Abbiamo attraversato un anno di grandissima difficoltà, il 2010 èstato un anno in cui, dalla sera alla mattina, le Camere italiane all’estero per i provvedimenti di contenimento del governo si sono viste tagliare il 50 per cento del cofinanziamento ai propri progetti, soldi che erano già stati spesi. Nel 2010 facevamo come fatturato complessivo circa 53/54 milioni di euro, adesso facciamo 47/48 milioni. Nel 2010 le Camereavevano circa 600 tra dipendenti e collaboratori e adesso siamo di poco superiore ai 500. Ci sono stati dei grossi processi di riorganizzazione. Però mentre nel bilancio 2010 verificavamouna situazione di grandi difficoltà per 20/25 Camere di commercio, i bilanci attuali ci dicono che una parte consistente di queste situazioni di difficoltà sono state superate.

Avete perso due Camere di commercio all’estero.

In Austria e in Canada. Abbiamo attraversato una grossa situazione di sofferenza su Parigi, che è in fase di risoluzione. Le Camere ci sono se servono.

da L’INDRO.IT di martedì 16 Ottobre 2012, ore 19:36

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SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA. Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA

Nel 2011 in Italia sono state emesse 64mila sentenza di sfratto. Senza che mai venisse garantito il passaggio da casa a casa: “O la legge si applica o il Governo abbia il coraggio di eliminarla”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Campagna Sfratti Zero. Questo è lo slogan lanciato dall’International Alliance of Inhabitants(IAI) a Mumbai nel gennaio del 2004, per mobilitare la solidarietà internazionale, per ridare la speranza della dignità e della sicurezza abitativa utilizzando tutti gli strumenti necessari.

L’obiettivo è il diritto alla casa per tutti, perché nessuna persona deve essere sgomberata. In caso di trasferimento necessario si devono trovare preventivamente soluzioni abitative dignitose, sicure e concordate con gli abitanti interessati. Un segnale di civiltà importante. Dall’IAI fanno sapere che “un miliardo di persone in tutto il mondo soffre attualmente per l’insicurezza abitativa causata da grandi investimenti del capitale finanziario ed immobiliare, discriminazioni sociali, economiche e razziali, guerre, disastri naturali. Questo numero di senzatetto e mal alloggiati, anziché diminuire di 100 milioni entro il 2015 come stabilito dall’obiettivo n. 7 dei Millennium Development Goals, è destinato a crescere di altri 700 milioni entro il 2020”.

Dati drammatici che fanno immaginare storie drammatiche. Ma quali sono le cause principali? Secondo l’Interntional Alliance of Inhabitants le ragioni devono essere ricercate nelle regole “neoliberali dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale” che impongono i tagli alle politiche sociali e le privatizzazioni del settore.

Anche in Italia, da ieri, sono partite le giornate dedicate all’iniziativa ’Sfratti Zero’: un centinaio le manifestazioni, organizzate da oltre 500 promotori per sensibilizzare i governi nazionali e locali a rispettare il diritto alla casa, stabilito dall’art. 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (PIDESC). Ratificato dall’Italia con la legge 881/77,“quotidianamente e pesantemente violato dalle scelte governative nazionali e locali”.

Per l’IAI “il governo Monti e gli enti locali lasciano fare al libero mercato, tagliano la spesa pubblica, azzerando il fondo per gli affitti e il finanziamento delle case popolari, in particolare provocando sfratti senza alternativa, sono responsabili delle pesanti violazioni degli obblighi legali assunti dall’Italia con la ratifica del PIDESC”.

La relatrice speciale ONU sul Diritto alla casa, Raquel Rolnilk, partecipando al Tribunale Internazionale sugli sfratti organizzato a Napoli, è rimasta sconcertata dalle denunce presentate e ha dichiarato che l’Italia è ormai in cima all’agenda delle sue prossime missioni ufficiali.

Abbiamo contattato Massimo Pasquini, componente della segreteria dell’Unione Inquilini di Roma e autore del documento sulle iniziative partite ieri, per capire meglio la situazione italiana. “Noi siamo partiti dai dati diffusi dal Ministero degli Interni qualche mese, relativi al 2011. Quei dati dicevano che nel solo 2011 erano state emesse 64mila sentenze di sfratto, 56mila per morosità. Nove sfratti su dieci sono tanti e la crisi economica sta mordendo, in particolare, le famiglie che stanno in locazione”.

Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali è stato ratificato con legge 881 del 1977.

Non è stato mai applicato. Nella norma si dice che i governi e gli enti locali si impegnano a garantire il passaggio da casa a casa. Questo non avviene in Italia. Due sono le cose: o si applica o il Governo italiano abbia il coraggio di eliminarlo, perché non è capace di metterlo in pratica.

Come si sta comportando il governo dei tecnici su questa tematica?

Il governo Berlusconi aveva tagliato dell’85 per cento il fondo nazionale contributo affitto, il governo Monti lo ha completamente azzerato. Faccio presente che al contributo affitto, in Italia, partecipano 300mila famiglie, che senza il contributo vanno in morosità.

Quali sono le ragioni di questi comportamenti?

Il governo, da Berlusconi a Monti, e le Regioni, hanno continuato a fare piani casa per le grandi aree urbane. L’ultimo è il piano città, due miliardi per 70mila appartamenti privati. Si continua a pensare che il problema casa sia un problema delle grandi aree urbane, ma abbiamo visto che il problema casa aggredisce soprattutto i piccoli e medi centri.

Perché si continua a intervenire nelle grandi aree urbane?

Perché la speculazione, la rendita fondiaria ha maggiori introiti. Bisogna uscire da questa logica, bisogna ragionare su fatti e su situazioni reali. In Italia ci sono 650mila famiglie collocate nelle graduatorie.

E l’impegno del Parlamento?

Dal punto di vista parlamentare c’è un’arretratezza dei singoli parlamentari, da parte di tutti. Il governo ha ottimi e affidabili amici, nessuno si è mai posto il problema della questione casa in maniera chiara e concreta, a partire dai fabbisogni reali. Continuiamo a lavorare come se nulla fosse e come se fossimo ancora a trent’anni fa. È una situazione allarmante e sconcertante, però prima o poi dovranno fare i conti con noi.

Su questa questione è intervenuta anche la relatrice speciale ONU, Raquel Rolnilk.

Il suo intervento non è stato minimamente preso in considerazione. La relatrice Onu sarà in Italia a breve, per venire a verificare lo stato di attuazione dell’articolo 11. Pare strano che si parla di Europa soltanto quando si parla di banche. Vorrei ricordare che in Europa, ad esempio, hanno quattro volte le case popolari che ci sono in Italia. La Francia, a partire anche da Sarkozy, ha deciso di costruire nei prossimi anni 150mila alloggi sociali all’anno. Esattamente il contrario di quello che facciamo in Italia.

La campagna ‘sfratto zero’ è partita nel 2004…

Si, l’Alleanza Internazionale degli Abitanti che è un organismo internazionale che associa strutture, sindacati, comitati, associazioni, architetti, enti locali di tutto il mondo, ha lanciato il mese di mobilitazione. In Italia è la prima volta, quest’anno, che arriviamo a questa campagna in maniera così forte, così articolata e così presente sul territorio. Abbiamo voluto lanciare un segno, che in Italia il problema casa esiste, che non è un problema di una minoranza e che non è una questione da sottovalutare. L’azione continua, abbiamo programmato picchetti antisfratto in tutt’Italia nei prossimi giorni. Il 26 ci sarà un’iniziativa unitaria dei ’sindacati inquilini’ davanti a tutte le prefetture e a metà novembre è prevista una manifestazione davanti al Ministero delle Infrastrutture. Proseguiamo nella battaglia e saremo anche noi in questo autunno di rivendicazioni e di diritti sociali.

da L’INDRO.IT di giovedì 11 Ottobre 2012, ore 18:47

http://www.lindro.it/Sfratti-Zero-anche-l-Italia-si,10943#.UIWGU28xooc

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE. Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE

Filantropia e capitalismo: “E’ un’idea antica che può essere un volano per rilanciare l’economia”. Facilitando il legame tra chi dispone di grandi risorse e chi sa trasformarle in progetti

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Anche in Italia è arrivata la finanza sociale. È stata presentata a Roma la Fondazione Uman, per “connettere l’Italia – si legge nel sito – con la filantropia internazionale e promuovere un capitalismo più umano. Vogliamo superare il concetto tradizionale di beneficenza e sviluppare anche nel nostro Paese una nuova cultura del ’giving’, promotrice di innovazione e sviluppo”.

La Fondazione, presieduta da Giovanna Melandri (parlamentare del Pd e già ministro della cultura, delle politiche giovanili e dello sport) nasce per indirizzare risorse private verso imprese sociali e per innovare con la finanza sociale.

Il ruolo di UMAN Foundation sarà quello di facilitare un legame positivo tra chi dispone di grandi risorse economiche e chi sa trasformarle in concreti progetti di impresa creativa esociale nel nostro Paese e nei Paesi in via di sviluppo. Tutto questo sarà possibile anche grazie alla relazione costante che UMAN Foundation intende praticare con la rete internazionale delle fondazioni filantropiche già da tempo protagoniste sulla scena globale”.Ha spiegato la Melandri“vogliamo difendere il modello di welfare europeo, renderlo più efficiente, ma agganciarlo anche ai nuovi orizzonti della finanza sociale, in crescita ovunque”.

Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo contattato il docente di economia politica presso l’Università di Bologna, Stefano Zamagni: “la fondazione Uman nasce come tentativo di introdurre nel nostro Paese questo concetto nuovo in tempi recenti, ma antico per quanto riguarda la nostra tradizione. La finanza è nata in Italia settecento anni fa ed è nata comefinanza sociale. È nata tra il 1300 e il 1400, quando nacquero i Monti di Pietà ad opera del pensiero francescano. La finanza prima non esisteva e nasce come finanza sociale”.

 

Cioè?

Come attività di raccolta di fondi per opere di pubblica utilità, in ambito assistenziale quando nascono gli ospedali, per opere culturali e educative. L’Università è un’invenzione italiana e si finanziavano con la finanza sociale. Quando la finanza esce dalla Toscana, che era il centro, e va ad Amsterdam, siamo nel 1600, cambia tutto. La finanza diventa speculativa e va avanti come tutti sappiamo e come questa crisi ha messo in evidenza. Con la Fondazione Uman si vuole recuperare un pezzo del terreno perso e trovare i modi di raccolta delle risorse finanziarie, tra la gente, tra le imprese, tra Istituzioni varie per finalizzarle a opere o iniziative di pubblica utilità. È un ritorno all’antico.

Perché è necessario?

Perché il singolo donatore a causa delle asimmetrie informative non si può fidare del fatto che i propri soldi vadano a finire bene. Ha bisogno di un intermediario, che godendo di reputazione e di fama dia la garanzia. Molti italiani non donano perché non ci sono queste strutture di riferimento. È un’urgenza improcrastinabile, perché le aree del bisogno crescono e dobbiamo rialimentare i circuiti dalla fiducia pubblica. Quando le persone non si fidano le une delle altre è ovvio che non ci può essere capitale sociale e sviluppo.

Come la finanza sociale può intervenire per favorire innovazione e sviluppo?

Se ci sono questi enti, come la Fondazione Uman, che raccolgono i soldi e li danno a quei soggetti che offrono garanzie di un utilizzo ottimale delle risorse. In Italia abbiamo un potenziale di imprese sociali che non riesce ad operare perché non ha le risorse. Una finanzasociale di questo tipo finirebbe con costituire uno dei volani per rilanciare l’economia. Si tratta di prestare soldi, non si tratta di filantropia vecchio stile, a chi realizza dei progetti in ambito educativo, assistenziale, sanitario, ambientale, culturale. Abbiamo l’Italia che sta crollando, Pompei sta crollando, il Colosseo sta perdendo i pezzi. I soldi pubblici non ci sono più per la manutenzione e quindi il rischio è di perdere un patrimonio inestimabile.

Per la Melandri bisogna difendere il modello di welfare europeo. Lei concorda?

Gli americani hanno inventato il welfare capitalism, gli europei hanno inventato il welfare state. Oggi quest’ultimo è in crisi irreversibile e quindi quello che si sta realizzando in Europa, la transizione in atto è dal welfare state al welfare society. La fondazione Uman è un esempio di cosa vuol dire welfare society, perché è formata da persone fisiche. Va mantenuta l’idea europea del welfare, che deve essere universalistico, per tutti. I modi con cui questo obiettivo viene raggiunto devono adeguarsi ai tempi. Oggi, in questa fase storica, uno di questi modi è quello di mettere in azione la finanza sociale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 10 Ottobre 2012, ore 18:38

http://www.lindro.it/Fondazione-Uman-ritorno-alla,10919#.UIWFJm8xooc

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE. Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE

Approvata la tassa sulle transazioni finanziarie: “E’ importante che venga ridimensionata la centralità del mercato finanziario. Ma è un provvedimento benefico anche per le piccole imprese”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il ‘sì’ dell’Italia per la Tobin Tax è certo. “Avremo nove Paesi” aveva affermato ieri il ministro delle finanze francesi, Pierre Moscovici. Ma perchè proprio nove? Perché è il numero minimo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, attraverso la cooperazione rafforzata, prevista dal Trattato di Lisbona (almeno 9 Paesi su 27).

La proposta è partita da una lettera di Francia e Germania, firmata da Austria, Portogallo, Slovenia, Belgio, Grecia, con l’aggiunta di Spagna e Slovacchia. L’Estonia ha dichiarato il proprio sostegno, in attesa che il suo Parlamento si pronunci. Da nove si è passati a undici Stati. Diverse fonti provenienti dall’Unione Europea hanno confermato l’appoggio dell’Italia all’iniziativa. Secondo il sito ’Borsaitaliana.it’“l’Italia parteciperà alla ‘cooperazione rafforzata’ per introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie”. La posizione è stata ufficializzata dall’ambasciatore presso la Ue, Ferdinando Nelli Feroci.

Abbiamo sentito Emiliano Brancaccio, ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Estensore della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie,avanzata dalla associazione ATTAC e depositata in Parlamento nel 2002 con 180 mila firme di sostegno. “Quando Keynes e Tobin proposero, rispettivamente, un’imposta sulle transazioni finanziarie e un’imposta sulle transazioni valutarie, il loro scopo prioritario era quello di fissare un’aliquota sufficientemente elevata in modo da scoraggiare le transazioni. Il proposito principale, infatti, non era quello di ricavare gettito dagli scambi di titoli o di valuta. Al contrario, l’intento era di scoraggiare quegli scambi. In particolare, Keynes mirava a render costose le transazioni al fine di ridimensionare il ruolo della Borsa. Tobin puntava a rendere onerosi i movimenti internazionali di capitale in modo da ripristinare almeno in parte la sovranità dei singoli paesi sulla politica monetaria. L’imposta di cui si parla oggi, invece, viene concepita con un’aliquota bassa, che cioè non scoraggi le transazioni. Il motivo è semplice: si vuole ottenere gettito fiscale dagli scambi, per cui questi non devono essere disincentivati”.

Cosa sta accadendo in Europa?

Sono molti anni che si discute della possibilità di introdurre una imposta sulle transazioni finanziarie, che in realtà è qualcosa di diverso rispetto alla cosiddetta ‘Tobin Tax’. JamesTobin, che aveva originariamente avanzato questa proposta, in realtà mirava ad una imposta che agisse sulle sole transazioni valutarie, cioè sulle sole transazioni che implicassero scambi da una valuta all’altra. Lo scopo di Tobin era quello di tenere sotto controllo i tassi di cambio. Invece questa proposta di cui si discute oggi in Europa verrebbe applicata a tutti i tipi di transazioni. Potremmo definirla una ‘Keynes Tax’, perché fu proprio Keynes a proporre una soluzione simile. La Commissione Europea e, in primo luogo, Germania e Francia mirano a realizzare un’imposta che punti a creare gettito, cioè entrate fiscali, per rimpinguare il bilancio dell’Ue. Per fare questo bisogna fare in modo che l’imposta sia sufficientemente bassa.

Sembra un controsenso…

Sembra, ma non lo è. Se l’aliquota d’imposta fosse alta le transazioni, che sono l’oggetto dell’imposta, verrebbero scoraggiate. Paradossalmente se si vuole che questa imposta crei gettito bisogna applicare un’aliquota relativamente bassa. L’intenzione originaria non era quella di creare gettito, ma di scoraggiare le transazioni.

Cosa cambia per le piccole e medie imprese e per i consumatori?

Se parliamo di piccole imprese, di piccoli risparmiatori, questo tipo di provvedimento è benefico.

Perché?

Questi soggetti pagano pesantemente il prezzo della speculazione. Oggi la speculazione finanziaria è quella che contribuisce a far crescere i tassi di interesse. È anche in virtù dell’azione degli speculatori che i tassi di interesse in Italia, e negli altri Paesi deboli dell’Europa, sono così alti e ricadono sulle condizioni di vita di tanti lavoratori e pensionati e sulle condizioni operative delle piccole imprese. Se si riuscisse, attraverso un’imposta sufficientemente elevata, a scoraggiare la speculazione, di sicuro le imprese che devono finanziarsi, nonché i lavoratori e i pensionati, che si ritrovano a pagare il prezzo degli alti tassi di interesse, ne guadagnerebbero.

Quali sono gli effetti positivi e negativi?

I primi sono tanto maggiori se l’imposta viene effettivamente utilizzata per ridimensionare il ruolo e la centralità del mercato finanziario. La finanza è stata, nel corso di questi anni, al centro del funzionamento del sistema economico. Oggi sappiamo che la centralità della finanza genera prevalentemente danni. La possibilità che alcuni strumenti riducano un po’ la centralità della finanza all’interno del sistema è un fattore positivo.

L’elemento negativo?

Che questo tipo di soluzione si riveli un pannicello caldo, cioè che in realtà si adotti un’imposta modestissima che non scoraggerà minimamente la speculazione e che alla fine produrrà un gettito molto minore rispetto alle attese. Il rischio, fondamentalmente, è che tutti si entusiasmino per questo tipo di soluzione ma poi, per il modo in cui questa imposta viene applicata, si riveli essere uno strumento molto modesto e di capacità limitata.

Esistono dei rischi?

Questo tipo di imposta per poter funzionare in un’area limitata, pensiamo all’Ue, e se si vuole evitare che i capitali fuggano, per esempio sulla piazza di Londra – che potrebbe decidere di non applicare l’imposta -, è necessario affiancare all’adozione di questa imposta dei provvedimenti di controllo dei movimenti di capitale al di fuori della zona Euro.

Ci faccia capire meglio…

L’imposta da sola provocherebbe una fuga di capitali. Il modo necessario per poter evitare che si verifichi questa fuga è di imporre dei controlli dei movimenti di capitale verso quei Paesi che decidessero di non adottare l’imposta. Si dice agli altri Paesi ‘se voi adottate l’imposta i capitali possono circolare liberamente, se voi non adottate l’imposta noi adottiamo dei controlli sui movimenti da e verso le vostre finanze’. Questo è l’unico modo per poter ovviare al pericolo.

Si andrà verso questa direzione?

Dipende molto dagli sviluppi della crisi. È chiaro che la crisi economica sta scompaginando le carte della politica economia e della visione economica prevalente. Il punto fondamentale è che l’imposta sulle transazioni finanziarie così come i controlli sui movimenti di capitali sono dei provvedimenti che entrano in contraddizione con la visione liberista che ha dominato nel corso di tutti questi anni. È chiaro, quindi, che fino a quando domina una concezione liberista del funzionamento del sistema economico è difficile che questi provvedimenti possano essere introdotti. Noi sappiamo che il liberismo finanziario ha dominato e resiste tuttora. Ovviamente se la crisi tende ad inasprirsi e ci si rende conto che soluzioni di tipo liberista non fanno altro che aggravarla, diventa più probabile che cambi l’agenda della politica economica e che, di conseguenza, anche provvedimenti antagonisti rispetto al liberismo finanziario imperante è possibile che vengano adottati. Molto dipende da come evolve la crisi.

da L’INDRO.IT di martedì 9 Ottobre 2012, ore 19:00

http://www.lindro.it/La-Tobin-Tax-e-realta-Anche-l,10894#.UIWDoW8xooc

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Intervista al presidente del consorzio PattiChiari, Filippo Cavazzuti

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Domani la premiazione del concorso ’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’, rivolta ai ragazzi delle scuole. “Sono progetti che non hanno grande rilievo. Ma di importanza fondamentale”

’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’. Questo è il titolo del concorso nazionale, giunto alla V edizione, che vede coinvolte 19 classi, 50 insegnanti e 450 studenti provenienti da tutta Italia. L’iniziativa, che vuole introdurre i giovani degli ultimi anni delle scuole secondarie di II grado ai temi dell’economia, è promosso dal consorzio PattiChiari (che riunisce 80 banche per promuovere la qualità, l’efficienza del mercato e l’educazione finanziaria), in collaborazione con le banche tutor e con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

La finale nazionale è fissata per domani a Roma, l’evento verrà trasmesso in diretta su diversi siti online. Il concorso è una competizione tra idee imprenditoriali, realizzate attraverso un apposito software o altri strumenti. La competizione è articolata in due tappe: una selezione locale e una successiva selezione nazionale, in cui verrà proclamato il vincitore finale.

L’obiettivo è incentivare la cultura economico-finanziaria attraverso una esercitazione pratica, finalizzata allo sviluppo di un business plan per la creazione di un’impresa di utilità sociale per il proprio territorio di riferimento.

Abbiamo avvicinato un membro della giuria, il prof. Filippo Cavazzuti, presidente del consorzio PattiChiari e docente di economia e regolamentazione dei mercati finanziari presso l’Università di Bologna, per capire meglio di cosa si tratta. “È un’iniziativa che coinvolge centinaia di scuole in tutta Italia, alla classe viene chiesto di presentare un progetto per la creazione di un’impresa. I ragazzi vengono assistiti da un insegnante e da una banca sponsor. Questa è un’attività riservata alle banche consorziate in cui si cerca di far sviluppare ai ragazzi un’idea imprenditoriale. L’anno scorso sono stati coinvolti oltre 15mila studenti in più di trenta province italiane, che hanno prodotto più di cento progetti. Da qualche anno questo è un appuntamento fisso che ha lo scopo di sviluppare la fantasia dei ragazzi. Abbiamo delle selezioni di carattere regionale, in cui si forma una giuria che valuta i diversi progetti, i progetti che concorrono al premio nazionale vengono segnalati”.

 

I giovani, una risorsa per il Paese.

Non c’è dubbio. È per questo che PattiChiari sta investendo sull’educazione finanziaria, sta investendo nelle scuole e in particolare, per esempio quest’anno, vogliamo insistere sul meridione. Un’attività sussidiaria del consorzio nei confronti della scuola è un ottimo esempio di collaborazione pubblico-privato. Per questo insistiamo sui giovani, cercando di stimolare in loro la fantasia di un’idea imprenditoriale, cercando di avvertirli su tutti i rischi della finanza. Nel meridione vogliamo lavorare a programmi che spieghino quali sono i sottili confini tra la finanza e la illegalità, in modo che questi ragazzi comincino a riflettere su certi problemi.

Cosa devono fare questi ragazzi concretamente?

Devono preparare un business plan, che deve essere completo, con le risorse, i tempi. Poi ci deve essere una presentazione, generalmente sotto froma di video. I criteri per decidere il vincitore si basano sulla validità economica del progetto e sulla capacità di presentarlo di fronte al pubblico..

Perché è una sfida che guarda all’Europa?

Guardiamo all’Europa per ricordare che l’Europa c’è ed è bene che noi ci stiamo dentro. Cerchiamo di far capire tutti i vantaggi che derivano dall’Europa, non a caso la classe che vince va a passare qualche giorno a Bruxelles, per cercare di conoscere le Istituzioni comunitarie. L’Europa c’è e la vogliamo mantenere, ed è un bene che i ragazzi comincino a conoscere anche l’Europa, fin da quando sono giovani studenti.

Lei ha fatto riferimento al meridione. Cosa pensa dei giovani del Sud?

Ho conosciuto dei giovani del sud Italia che sono fantastici, splendidi, intelligenti, colti e pieni di fantasia. Ci sono occasioni in cui si scopre un mondo spesso trascurato. Vale la penainvestire in tutt’Italia, facendo programmi mirati sulle singole cose. Nel progetto Calabria abbiamo coinvolto 120 insegnanti che a loro volta hanno coinvolto 10/12mila studenti. Queste sono cose che non appaiono in grandissimo rilievo, ma sono di importanza fondamentale.

Un investimento per l’intero Paese.

Non c’è dubbio, è un investimento sul capitale umano dei ragazzi del mezzogiorno. Io ne sono molto fiero.

Cosa resta ai ragazzi dopo aver partecipato al concorso?

Generalmente chi ha vinto o chi è stato selezionato per la giuria nazionale ci riprova anche l’anno dopo. In alcuni casi, per esempio, ci sono stati piccoli tentativi di trasformare l’esperienza in una start-up. Rimane una bella esperienza.

L’educazione finanziaria è la strada da percorrere per fronteggiare la crisi?

È un modo per comprendere meglio alcuni segmenti della crisi. Per meglio difendersi. Il mio vero mestiere è allevare delle nuove generazioni che scalzino le vecchie generazioni, me compreso.

da L’INDRO.IT di giovedì 4 Ottobre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/Bisogna-investire-nei-piu-giovani,10805#.UIWB-W8xooc

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Intervista a Irene Visentini

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Al Festival dell’innovazione di Bolzano si discute di digitalizzazione. Ma la penisola è ferma: “Bisogna tenersi al passo coi tempi e portare avanti istanze politiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Artigianato digitale. Questa è la parola d’ordine al Festival dell’Innovazione che si sta svolgendo a Bolzano. L’appuntamento è promosso da CNA giovani imprenditori. Ma cosa significa innovazione dell’artigianato attraverso il digitale? Secondo lo studio ‘Fattore Internet’, commissionato da Google a The Boston Consulting group, le Pmi attive su internetfatturano, assumono, esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. “Si stima che nel triennio le piccole e medie imprese online abbiano aumentato i ricavi dell’1,2%, contro il -4,5% registrato dalle aziende che non hanno un posizionamento sul web. Inoltre per le aziende digitali si riscontra un’incidenza di vendite all’estero del +15%, mentre negli ultimi 15 anni sono stati creati circa 700mila nuovi posti di lavoro collegati al web, molti legati ai settori dell’artigianato”.

La Broadband Commission for Digital Development, organismo dell’Unione europea preposto allo sviluppo delle reti veloci, ha pubblicato la prima istantanea dello stato di diffusione della banda larga in tutto il mondo, paese per paese. Secondo lo studio dell’Onul’Italia occupa il 29° posto (su 177 Stati) per la diffusione della banda larga fissa e al 35° per la banda larga mobile“Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e i 20 miliardi di euro, secondo il Ministero dello Sviluppo ne servono altrettanti (15) per collegare il “100% dei cittadini a 30 Mbps”. In Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, che nelBelpaese copre solo il 10% del territorio. Ma può valere fino al 3% del Pil”, così scriveva il 6 agosto scorso Eleonora Bianchini su Il Fatto Quotidiano.

Abbiamo intervistato la responsabile dei giovani imprenditori, Irene Visentini per capire meglio di cosa si tratta e siamo partiti da due parole: artigianato e digitale: “Un connubio tra due parole che rappresentano mondi apparentemente lontani. Nel senso che l’artigianato è molto legato alle tradizioni, mentre il digitale è il futuro. In tanti casi il digitale si unisce all’artigianato per creare anche nuove prospettive per i lavori tradizionali”.

 

 

Cosa succede con il digitale?

Digitale in senso lato, ci sono tanti aspetti che un artigiano può innovare nella propria azienda, ad esempio la comunicazione, attraverso i social media. Che creano delle reti, che possono portare grandissima innovazione nelle aziende, anche molto piccole. Ci sono anche nuove professioni che emergono, c’è il coinvolgimento delle giovani generazioni.

Facciamo un esempio…

Ci sono una serie di imprese che stanno nascendo, che lavorano in rete. Sono attività che vengono svolte non in un capannone, ma attraverso i siti e le tecnologie.

Questa digitalizzazione può favorire, dal punto di vista economico, questo settore?

Bisogna tenersi al passo coi tempi, quindi sicuramente ci sono degli aspetti, anche comunicativi, a cui le aziende non possono rinunciare a prescindere, per rimanere sul mercato.

Per conquistare nuove fette di mercato?

Certo, sia come comunicazione, come marketing, come ricerca di fornitori, contatti con partner, con clienti. Sicuramente la digitalizzazione apre i campi che sono preclusi a chi rimane nel suo settore e non cerca un’innovazione per la propria azienda.

Come si superano gli ostacoli alla digitalizzazione che esistono in Italia? Si parla spesso della linea veloce, ma siamo lontanissimi da altri paesi europei. Questo è un problema che per voi, per il vostro progetto, in questa prima fase, può essere superato o è un ostacolo?

Ci sono delle ricerche che indicano gli ostacoli, sia tecnici che burocratici, che bloccano l’evoluzione tecnologica delle aziende. Ovviamente bisogna farne presente, portare avanti gli obiettivi e il fabbisogno comune delle aziende.

Quali sono questi ostacoli?

Sono di carattere tecnologico per quanto riguarda le connessioni veloci, che non arrivano ovunque, e poi ci sono anche, in questo periodo, degli ostacoli economici. Le aziende da sole, spesso, non riescono a digitalizzarsi, ad andare in rete perché non riescono economicamente a sostenere le spese.

Chi ha il compito di abbattere questi ostacoli?

Non lo so, come associazione portiamo avanti le necessità più stringenti, cercando di superare questi ostacoli. Servono sicuramente contatti anche a livello politico.

È la politica che deve risolvere il problema?

Non penso che ci sia una chiave che apre la porta a tutte le aziende.

Anche il premier Monti ha parlato della banda larga.

Sono sicuramente istanze politiche che bisogna portare avanti.

Perché ci troviamo in questa condizione?

Perché il concetto di innovazione è un po’ bloccato, bisogna un po’ costruirselo. Sembra così lontano. Bisogna farsi trainare dalle eccellenze che ci sono nel nostro Paese, portare esempi di imprese che ce la fanno, che vanno avanti.

da L’INDRO.IT di venerdì 28 Settembre 2012, ore 18:13

http://www.lindro.it/Sviluppo-All-Italia-serve-la-banda,10674#.UIWAn28xooc

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE. Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE

Per uscire dalla crisi bisogna cambiare tutto in modo radicale. Percorrendo una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La sfida dell’innovazione sociale. Ma il sociale innova?”. Questo è il titolo del seminario organizzato da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise), inserito nel Festival dell’Innovazione, promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano. “Il seminario – secondo il presidente di Euricse, Carlo Borzaga – sarà un’occasione per approfondire quali siano i significati e le principali applicazioni dell’innovazione sociale, se questa riuscirà a salvare l’Europa dalla crisi economica e di legittimità, e quale ruolo possono giocare imprese cooperative e sociali, che della produzione di socialità fanno la loro missione”.

Ma cos’è la social innovation? Perché è necessaria? Dal libro bianco sull’innovazione sociale gli autori Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan (edizione italiana a cura di Alex Giordano e Adam Arvidsson) spiegano: “Quanto allo stato, almeno quello italiano, pare palesemente incapace di risolvere, o anche solo interessarsi ai problemi sociali del paese, che peraltro si fanno sempre più gravi: disoccupazione giovanile, precarietà economica ed esistenziale, mancanza di servizi, montagne di immondizia e degrado ambientale… Per quanto riguarda l’innovazione, anche quella tecnologica e commerciale,l’Italia manca di un sistema di ricerca e sviluppo nazionale, e gli istituti di ricerca che rimangono stanno per chiudere, anche quelli di eccellenza internazionale. L’unica innovazione sociale viene fatta da piccole imprese che lavorano in modo individuale, indipendenti dal sistema. Per questo, secondo WIPO, l’Italia produce tanti brevetti quanto la Svizzera, ma con una popolazione quasi nove volte più grande”.

Una situazione che potrebbe cambiare. “Dietro la passività delle strutture economiche e politiche di questo paese sembra emergere una nuova ondata di creatività e energia, particolarmente fra le generazioni più giovani, quelli sotto i quarant’anni. Molti di questi sono cresciuti nel nuovo ambiente informatico di cui internet e i social media diventano parte integrante della vita quotidiana, e sono perciò abituati a nuovi modi di trovare informazioni, di mettersi in contatto con altri e collaborare”.

L’innovazione è necessaria per una riorganizzazione delle relazioni produttive e sociali. Per andare avanti, secondo gli autori del libro bianco, bisogna ripensare tutto in modo radicale. L’innovazione sociale mostra una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso, di esperimenti quotidiani”. Ma quali sono le applicazioni dell’innovazione sociale? Quale influenza ha nella risoluzione della crisi economica?

Ne abbiamo parlato con Flaviano Zandonai dell’Euricse e segretario di Iris Network, che si occupa di ricerca sull’impresa sociale: “Mettiamo al centro del dibattito il rapporto che esiste tra innovazione e produzione di socialità. Vogliamo porre all’attenzione questa cosa, soprattutto guardandola dal punto di vista delle organizzazioni che dovrebbero essere orientate più socialmente, come le cooperative e le imprese sociali. E vogliamo capire come funziona davvero la produzione di innovazione sociale da parte di queste realtà”.

E In Italia cosa accade? Nel libro bianco sull’innovazione sociale si fa riferimento al nostro Paese…

C’è un sacco di innovazione sociale nascosta. Ci sono certamente delle esperienze interessanti, anche l’approccio di quel libro bianco, indubbiamente, ha il merito di svelare alcuni settori, alcuni contesti dove si fa oggi innovazione sociale. Esistono diverse realtà che, in qualche modo, hanno contribuito anche a cambiare, a innovare socialmente la produzione.

Perché esiste l’innovazione nascosta?

In primo luogo bisogna dire che le stesse organizzazioni che la fanno non sono neanche consapevoli o arrivano adesso a percepire l’importanza innovativa della loro attività. E poi perché, soprattutto nel campo del welfare, si dà per scontato che queste organizzazioni private, non lucrative, sono dei sostituti della pubblica amministrazione. Invece non è sempre così, sono dei soggetti che sono anche in grado di produrre un modo nuovo di fare welfare. Questa cosa è anche poco conosciuta dai provvedimenti governativi e dalle politiche.

Cosa sono le ’iniziative dal basso’?

Un percorso inevitabile, ma anche difficile. Cercare di creare innovazione a partire da esperienze dal basso, cioè localizzate, contestualizzate, vicine ai bisogni delle persone e delle comunità che hanno la capacità di mettersi insieme. Di diventare un patrimonio di conoscenze, di sapere, di professioni che diventa disponibile come un sistema, a livello Paese. Oggi è un po’ complicato, perché le reti dell’innovazione sociale italiana sono tutte poco omogenee, fatte da soggetti con la stessa natura, dello stesso territorio, dello stesso contesto e dello stesso approccio. Invece le reti servono per portar su l’innovazione sociale, formate da soggetti diversi. E si fa ancora poco.

È la strada giusta per contrastare la crisi?

Credo che ci tocchi per certi versi. È un po’ una condanna questa dell’innovazione in campo sociale. Ci scommette anche l’Unione Europea che poco tempo ha emanato una comunicazione molto importante (l’iniziativa per l’imprenditoria sociale, ndr), per portare questo tipo di organizzazioni al centro dell’ecosistema dell’innovazione sociale, dell’economia in generale. Si assegna la centralità a tutte quelle organizzazioni che sanno fare innovazione sociale come perno di una nuova economia. È un mandato molto ambizioso, non so se si riuscirà a portare a regime questo tipo di approccio. Però la strada, per certi versi, è obbligata e non è solo una scelta. È data dal momento storico in cui viviamo.

da L’INDRO.IT di giovedì 27 Settembre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/La-nuova-economia-passa-dall,10645#.UIV_VW8xooc

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”. Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”

“Abbiamo sensibilizzato la nostra comunità, non si risponde con la violenza”. E intanto Obama prepara il suo discorso all’Onu

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Su direttiva del primo ministro Erdogan (premier islamico della Turchia, ndr) sono in corso degli interventi tecnici per bloccare l’accesso al film anti-Islam che insulta il sacro profeta Maometto”. Il lungometraggio ‘L’Innocenza dei Musulmani’, che ha scatenato violente proteste, continua a creare dibattito nel mondo islamico. 

L’emittente ’Nbc’ ha anticipato il discorso che Obama terrà alle Nazioni Unite alla 67^ Assemblea generale: “Gli attacchi delle ultime due settimane non sono solo contro l’America, ma colpiscono gli ideali su cui si fonda l’Onu”. In Libia la rabbiosa reazione ha portato alla morte dell’ambasciatore americano, Chris Stevens e di tre funzionari statunitensi. L’ondata di proteste ha coinvolto l’Africa del Nord, il Medio Oriente, l’Europa Occidentale e l’Asia. E in Italia? Qual è l’umore della comunità islamica italiana dopo l’uscita del film?

Lo abbiamo chiesto all’Imam Yahya Pallavicini, vice presidente della comunità religiosa islamica italiana (Coreis). “L’organizzazione della comunità religiosa islamica italiana, in queste settimane, ha intensificato la sensibilizzazione della nostra comunità in Italia e in Europa per evitare qualsiasi emotività istintiva, giustificata o ingiustificata, che potesse dare adito a delle provocazioni o a delle reazioni irrazionali. Sono relativamente contento di dire che almeno in Italia e in Francia, forse, c’è una maggiore maturità dei musulmani.Ribadisco la nostra ferma condanna a qualsiasi violenza”.

Come avete sensibilizzato la comunità dopo le reazioni violente?

Soprattutto all’interno dei nostri luoghi di ritrovo, nei vari centri islamici, nelle moschee, tramite le prediche o tramite un numero abbastanza crescente di contatti telefonici o via mail. Per tranquillizzare gli animi. Ero in Marocco dove c’è stato un grosso congresso e abbiamo trattato anche questo tema. Il mondo islamico riunito ha voluto esplicitare la condanna ad Al Qaeda per quello che era successo a Bengasi e per il mantenimento di un certo livello critico nei confronti di alcune provocazioni, ma civile dal punto di vista deicomportamenti.

Qual è l’umore della comunità islamica in Italia?

Non è dei migliori. Prevale un dispiacere per la grande ricaduta internazionale e comunicativa che alcune provocazioni, che siano vignette o che siano film, provocano. Il malessere è da parte dei veri religiosi, di vedere la propria fede trattata senza rispetto. Però può essere un incentivo per sapere che esistono degli ignoranti o delle persone che vogliono provocare in maniera disonesta. Sta a noi cercare di superare queste idiozie e per cercare di rafforzare un modello di società civile dove i musulmani, anche in Italia, possono dimostrare di essere differenti e superiori rispetto a certe insinuazioni.

Come si risponde alle provocazioni?

Se una provocazione, come in questo caso, è la diffamazione della nostra religione noi dobbiamo rispondere religiosamente.

Che vuol dire?

Dare una dimostrazione di poter essere saggi. Non vuol dire umili nei confronti degli idioti, ma vuol dire anche non fare l’errore sciocco di pensare che qualche cittadino che vive in un Paese, o che si dice di una comunità o di una cultura, possa determinare la generalizzazione con tutto un popolo, con tutta una storia, con tutta una comunità. Purtroppo in tutte le famiglie e in tutte le comunità ci sono delle persone che lavorano in maniera disonesta e che feriscono gratuitamente la sensibilità religiosa. Dobbiamo distinguerci sia dai criminali e dai provocatori.

Cosa succede nel resto d’Europa?

I musulmani europei, anche negli Stati Uniti, hanno acquisito una migliore maturità. Non è la prima volta che la nostra religione viene strumentalizzata da alcuni dei nostri stessi fratelli in maniera violenta o viene attaccata da altre persone di altre culture in maniera blasfema. Forse si è acquisita un po’ più di maturità rispetto a queste situazioni negative. Quello che spero è che maturi anche una nuova coscienza, per poter essere persone profondamente religiose ma anche cominciare a capire quali sono le coordinate del pensiero moderno occidentale. La dignità della nostra cultura non può essere misconosciuta per l’intolleranza di qualche fanatico o di qualche persona perversa. C’è una maggiore superiorità e forse questo può essere un modello per i musulmani nel resto del mondo.

Chi c’è dietro questi scontri?

Ci sono due livelli negativi, ma diversi. Uno è il livello peggiore, quello della matrice terroristica di Al Qaeda che aveva già la strategia di voler colpire alcune ambasciate degli Stati Uniti, perché hanno questo perverso conflitto contro gli americani, che identificano con l’avversario. Noi rispondiamo dicendo che siamo amici di ogni popolo e di ogni cultura. E vediamo, anche nel modello del popolo americano, un modello amico e condanniamo l’uso gratuito della violenza nei confronti di innocenti o di rappresentanti diplomatici di qualsiasi Nazione.

L’altro livello?

Un piano meno brutale, in cui ci sono degli individui che si divertono a manipolare una informazione scorretta nei confronti di simboli religiosi.

Lo ha visto questo film?

No.

Qual è il giudizio che ha raccolto?

Mi è bastata la reazione che ha voluto provocare e le persone che ho incontrato e che lo hanno visto mi hanno detto di essere disgustati del livello, ma soprattutto dalla manipolazione. Due sono le reazioni: è brutto e profondamente disonesto, va a toccare le sensibilità delle persone. È fatto con la capacità di provocare il disgusto.

Cosa pensa della politica di Obama?

Ho una visione molto favorevole, positiva della sua leadership. Obama cerca di rappresentare un modello molto interessante di interculturalità e sensibilità al pluralismo religioso.

da L’INDRO.IT di martedì 25 Settembre 2012, ore 18:30

http://www.lindro.it/La-maturita-dei-musulmani-italiani,10590#.UIV9f28xooc

TESTAMENTO BIOLOGICO? IN ITALIA È TUTTO FERMO. Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

TESTAMENTO BIOLOGICO?

IN ITALIA È TUTTO FERMO

“Nel nostro Paese questo tema è molto sentito, ma c’è la Chiesa”. Solo il 5% degli italiani, però, si dice contrario

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Per noi il rispetto per la loro posizione è automatico, quello che loro non riescono a fare è rispettare noi. Noi non ci sogneremo mai di imporre l’abbandono terapeutico. Nessuno può togliere il diritto di essere curati ma nessuno può togliere agli altri il diritto a non curarsi e a lasciarsi morire”.

Queste le parole di Beppino Englaro, il padre di Eluana, la ragazza vittima di un incidente stradale, che tutta l’Italia ha conosciuto, grazie anche alla forza e alla dignità di suo padre. Che ha lottato per rispettare il volere di sua figlia (“Preferirei morire piuttosto che continuare a restare in un letto incapace di intendere e di volere”).

E che ha ottenuto dalla Cassazione, dopo tanti ricorsi, il 16 ottobre 2007, una sentenza che ha stabilito i due presupposti necessari per poter autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale. “Quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia nessun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pur flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”, “sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”.

Il 19 luglio del 2008 la Corte d’Appello di Milano autorizzò Beppino Englaro ad interrompere il trattamento che manteneva in vita la figlia. Eluana (che ha vissuto gli ultimi diciassette anni in stato vegetativo) e suo padre Beppino hanno riportato al centro del dibattito italiano il testamento biologico. Uno strumento per rifiutare le cure non desiderate.

Ma dopo le forti polemiche di quei giorni di questo strumento si son perse le tracce. “Come Associazione Luca Coscioni – ha dichiarato Filomena Gallo, Segretario dell’associazione –abbiamo l’obiettivo di riportare le libertà civili nell’agenda pubblica e istituzionale e di aiutare concretamente chi vuole affermare i propri diritti. I cittadini, infatti, devono sapere che attualmente in assenza di una legge sul testamento biologico, in ogni caso possono comunque validamente esprimere le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento.

In Italia sono circa 3mila i ‘casi Englaro’, secondo l’indagine ‘Funzionamento e disabilità negli stati vegetativi e di minima coscienza’ un familiare su quattro si occupa dei pazienti fino a sei ore al giorno e il 16% supera i sei anni in stato vegetativo. Ma quali sono gli atteggiamenti degli italiani nei confronti del testamento biologico?

Secondo un sondaggio del marzo 2009, realizzato dall’Ispo, il 51% della popolazione dichiara di “sapere di cosa si tratta”. La maggioranza assoluta (60%) ritiene che sia necessaria una regolamentazione legislativa e solo il 5% si dichiara contrario a una legge. Ne abbiamo parlato con il docente di storia della medicina dell’Università Sapienza di Roma, Gilberto Corbellini. “Il biotestamento è un’espressione un po’ forte, che riguarda le direttive anticipate”.

Cosa sono le direttive anticipate?

Sono delle direttive che un paziente intende dare nell’eventualità in cui si trovi nell’incapacità di decidere, cioè perda coscienza. Queste direttive sono rivolte alle persone, ai loro cari, in modo particolare al medico, perché riguardano il modo in cui eventualmente il paziente non vuole essere trattato. Cosa non vorrebbe che gli fosse fatto nel momento in cui perda coscienza.

A che punto siamo in Italia con il testamento biologico?

Siamo a un punto fermo, perché esiste una legge che è passata in Senato e che non è ancora stata approvata alla Camera, la quale legge è piuttosto strana perché non consente le direttive anticipate.

In che senso?

Per esempio non consente di rifiutare l’idratazione e l’alimentazione artificiale e consente al medico di eccepire, giustificando le ragioni per cui non ne vuole tenere conto. Nell’eventualità questa legge passasse è del tutto inutile fare un testamento biologico.

Per far ripartire il dibattito su questi temi dobbiamo aspettare un nuovo ‘caso Englaro’?

Questo tentativo di mettere in atto queste direttive anticipate in realtà è stato lanciato per dire che non deve esserci mai più un ‘caso Englaro’ e questo vuol dire che non deve esserci mai più la possibilità che una persona che si trovi nella condizione di Eluana Englaro – e abbia fatto delle direttive anticipate – non possa stabilire alcuni tipi di decisioni, in modo particolare queste decisioni riguardano l’idratazione e l’alimentazione.

Facciamo un esempio.

Se io in questo momento, in stato di coscienza, finisco all’ospedale e un medico mi dice che mi deve fare un certo trattamento, ho il diritto di rifiutare un trattamento terapeutico e questo medico non mi può mettere le mani addosso. Ma se io arrivo in ospedale incosciente, anche se avessi fatto delle direttive anticipate, per alcuni trattamenti non potrei rifiutare. Le direttive anticipate, nei Paesi dove non ci sono troppe interferenze ideologiche, non sono altro che la continuazione del consenso informato.

In Italia?

In Italia no. Sono un modo per impedire che questa continuazione del consenso informato venga estesa anche alla condizione in cui il paziente non è più cosciente.

La presenza della Chiesa è un limite?

Il problema in Italia è stato esattamente in questi anni il ruolo importante che la Chiesa ha giocato nella discussione bioetica, in cui invece di segnalare la propria contrarietà e far avvenire la discussione e l’introduzione di norme, secondo quello che è un impianto costituzionale di tipo liberal-democratico, la Chiesa invece ha deciso che si deve andare secondo i propri criteri, i propri valori, anche sul piano della convivenza civile cui si devono imporre questi valori anche a coloro i quali si muovono e vivono sulla base di altri valori. La stessa cosa è accaduta intorno alla legge 40, sulla fecondazione assistita. È diventata un colabrodo, anche la Corte Europea l’ha giudicata non coerente con una serie di principi e di valori fondamentali che riguardano i diritti dell’uomo.

Il tema del testamento biologico come incide sulla sensibilità sociale del Paese?

È un tema molto, molto sentito. Il Paese sta invecchiando, la medicina è diventata estremamente potente e riesce a far sopravvivere in condizioni che in passato non erano compatibili con la vita. Ci sono molte famiglie che assistono ai loro cari che vengono mantenuti a lungo in condizioni di sofferenza o in condizioni in cui queste situazioni rappresentano un grosso peso per la famiglia. Molte persone si trovano a dover vivere in condizioni che per loro sono ritenute non dignitose, quindi preferirebbero non continuare. In Italia, ormai, c’è un orientamento favorevole nella maggioranza dei cittadini anche ad ammettere che le persone possono essere aiutate a morire, nel momento in cui loro decidono che non vogliono più continuare a vivere in certe condizioni. È un tema sentito, ma su questo tipo di tematiche, la nascita e la morte, le religioni giocano una partita molto importante sul piano dell’influenza culturale. Le religioni da un certo punto di vista offrono anche un aiuto, ma un conto è offrire un aiuto e un conto è pretendere che non si possano più prendere delle decisioni o si debba accettare delle condizioni imposte da altri. O da altri sistemi di valori che non sono condivisi da tutti.

da L’INDRO.IT di giovedì 20 Settembre 2012, ore 19:56

http://www.lindro.it/Testamento-Biologico-In-Italia-e,10491#.UIV8Xm8xooc

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”. Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”

Per esprimere il suo pensiero ha comprato tre pagine sui quotidiani: “L’Italia è alla deriva, ma non mi candido”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ha comprato tre pagine di giornali (’Repubblica’ e ’Corriere della Sera’) per diffondere il suo manifesto, il suo pensiero. Per dire la sua, senza peli sulla lingua, sulla politica italiana, sui politici, su Confindustria e sul sistema sindacale. La sua piattaforma programmatica è totalmente a disposizione della classe politica, anche perché non intende scendere in campo.

“Mi fate tutti la stessa domanda, non mi interessa fare politica”. Lui è un imprenditore di Pordenone, si chiama Gabriele Centazzo e la sua azienda, la Valcucine, ha 170 dipendenti con un fatturato di oltre 40 milioni di euro. Il suo ’Nuovo Rinascimento italiano’, la sua analisi, è accompagnata da un’illustrazione. Una nave che rappresenta l’Italia, quasi alla deriva. Con i protagonisti della politica italiana.

Una “nave senza guida” che non sa su quale isoletta approdare. “Perché in questi ultimi anni non è stato fatto nulla di buono. Anche otto anni fa portammo avanti un’iniziativa del genere. Ma nessuno ci ha dato ascolto”. Le sue proposte si poggiano sulla creatività, sulla bellezza e sulla ricerca. Lo abbiamo contattato per capire cosa lo ha spinto a prendere una posizione così netta e siamo partiti proprio dal sistema di informazione italiano: “Oggi è molto difficile per una persona non conosciuta arrivare a poter comunicare il proprio pensiero. I mezzi di comunicazione sono fossilizzati sulle stesse persone, sulle stesse facce, sulle stesse voci”.

Perché lei parla di un ‘Nuovo Rinascimento’?

Il problema più grosso dell’Italia è che non ha una visione, non ha una linea guida. Io ho un’azienda e so benissimo che se un’azienda non ha una linea guida non può stare in piedi. L’Italia è come una grande azienda, deve trovare la sua linea guida, la sua visione. Oggi l’Italia è come una barca in mezzo al mare, piena di falle. Noi stiamo lavorando per tappare le falle, altrimenti la nave affonda, ma questo è il presente ed è un lavoro ciclopico. Noi siamo concentrati solo sul presente, dimenticando che la nave deve avere un timoniere che sa dove andare. L’Italia oggi non sa dove andare, è questa la metafora che è espressa nel giornale, con le varie isole. Dove deve dirigersi questa nave? Sull’isola delle materie prime non può, perché non ne ha. Nell’isola di produzione di grandi numeri nemmeno, perché ci sono paesi dove la manodopera costa un decimo. Nell’isola della ricerca di base no, perché non l’abbiamo fatta. Rimane solo l’isola della creatività e della bellezza. Questa è l’unica possibilità per salvarsi, per dare un futuro alle generazioni future”.

A chi deve essere affidata la guida di questa ‘nave’?

Deve essere affidata a un bravo personaggio che abbia un carisma tale da riuscire a coinvolgere tutta la ciurma litigiosa, ad orientarsi verso un’unica direzione.

Esiste questo ‘carismatico personaggio’?

Non lo so chi è, probabilmente non c’è nessuno. Questo è un altro problema dell’Italia. Io spero che ci sia e possa nascere nelle nuove generazioni. Per esempio nella sinistra puòessere Renzi. La destra, invece, deve esprimere un suo giovane. Bersani deve cedere il passo a Renzi e Berlusconi deve cedere il passo a un altro giovane. E questi due giovani devono poi indicare una direzione.

C’è anche Grillo in questo momento. Lei cosa ne pensa?

Beppe Grillo sta facendo un esperimento molto interessante. La nostra politica è come un tumore, se entro dentro il tumore per andare a cercare di salvare le cellule sane ne resto infettato. Allora lui dice ‘dentro questo tumore non entro, bisogna estirpare il tumore completo’. È una sua visione che rispetto, è una strada. Lui ha tracciato la sua strada.

A cosa serve questo manifesto?

Se ci sono dei partiti intelligenti possono avere spunto per delle azioni concrete. Perché per ogni critica, a me piace proporre una proposta. Può essere sbagliata, ma sicuramente deve far discutere. Oggi i partiti muoiono per mancanza di creatività. Sono anni che parlano di visioni e poi escono con dei programmi populisti. Si sono anche accusati di averli copiati l’uno dall’altro. Siamo al ridicolo. Stiamo fossilizzando la mente degli adolescenti, che è l’unica possibilità di sviluppo del futuro. Stiamo fossilizzando anche la loro creatività.

In un passaggio lei fa riferimento anche a Confindustria. E non è tanto tenero…

Non sono tenero perché Confindustria ha preso gli stessi vizi della politica. Abbiamo costruito un carrozzone che ogni anno incassa 500milioni di euro. In Francia 23.3, in Inghilterra 23. Con tutti questi soldi è possibile mettere in piedi un centro di ricerca, qualcosa di concreto per l’industria. Niente, tutto viene mangiato nell’immensa struttura. Questo non l’accetto.

Lei invita i suoi colleghi imprenditori a disdire il rapporto con l’Associazione.

Mentre sul tumore politico non possiamo intervenire, qui abbiamo gli strumenti per intervenire. Perché dobbiamo andare avanti per inerzia? In Italia la forza prevalente è l’inerzia. Qui possiamo fare qualcosa. Considero Confindustria un baraccone.

Qual è il suo giudizio sul governo dei tecnici?

Si son trovati in mano una nave piena di buchi che stava affondando. Hanno fatto quello che potevano.

Molti criticano questo governo per la vicinanza con il sistema bancario. Lei che ne pensa?

È il sistema bancario che sarebbe da riformare, come per Confindustria. L’Europa ha dato i soldi all’1 per cento, se li son tenuti e hanno fatto acquisti per investire in posti dove prendono il 4/5 per cento. E non hanno dato niente all’Industria. Il sistema bancario ha le sue colpe.

Nel suo manifesto c’è anche un riferimento alle ‘relazioni sindacali’. La politica continua a occuparsi dello Statuto dei Lavoratori…

È tempo di smettere di parlare di questa roba. Sia da una parte che dall’altra, son tutte cazzate.

Se qualcuno le chiedesse di mettere il suo impegno in politica…

In politica non ci vado. Ho 63anni, è tempo che la mia generazione lasci lo spazio ai giovani e si inventino il loro futuro. Noi il futuro glielo abbiamo fregato. Tutti mi chiedono ‘sta roba, ma sa perché me lo chiedete?

No.

Perché tutti quelli che dicono ‘io non entrerò mai in politica’ dopo entrano. Ma io non sono così.

Secondo lei, la ‘nave’ si salva?

La nostra nave si salverà per disperazione. Ma una volta salvata ci vuole qualcuno che la orienti e riesca a creare un qualcosa di diverso per tutti gli italiani. C’è bisogno che ogni italiano, prima di fare una cosa, deve farsi una domanda: ‘sto facendo una cosa bella’?. A quel punto ci sarà una visione per l’Italia.

da L’INDRO.IT di venerdì 14 Settembre 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Solo-la-creativita-puo-salvarci,10367#.UIV3hW8xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc

Michele Iorio

IL SISTEMA MICHELE da Report del 14/10/2012

Michele Iorio

Michele Iorio

 

 

IL SISTEMA MICHELE

da REPORT – http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-bae45c27-88a0-4156-bb54-0d9a069a2ce7.html?refresh_ce

PUNTATA DEL 14/10/2012

di Emilio Casalini

Oneri pubblici e guadagni privati, anche nei settori più disparati. Succede spesso in Molise, dove il Consiglio Regionale è proprietario di pollifici e zuccherifici. E la finanziaria della regione, FinMolise, è legata a società anonime lussemburghesi, cipriote e panamensi in un labirinto societario che solo le indagini aperte dalla magistratura stanno provando a districare. E’ quello noto come sistema Molise praticato dal Governatore Michele Iorio che da 11 anni siede indisturbato sullo scranno più alto della Regione. Proprio grazie al sistema messo in piedi gode di un grande appoggio, e ha già detto che si ricandiderà per la quarta volta consecutiva se il Consiglio di Stato martedì prossimo confermerà la sentenza del Tar che ha decretato nulle le ultime elezioni regionali per via delle liste con firme false.

PER IL VIDEO CLICCA QUIhttp://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-bae45c27-88a0-4156-bb54-0d9a069a2ce7.html?refresh_ce

Cultura della LEGALITA'

LA CULTURA DELLA LEGALITA’ – II Edizione

Cultura della LEGALITA'

Cultura della LEGALITA’

Il progetto nasce dall’esigenza di sostenere e sviluppare la coscienza del senso civico negli adolescenti promuovendo la formazione dell’uomo e del cittadino.

Tutti possiamo e dobbiamo diventare cittadini consapevoli imparando a rispettare la legalità ed i suoi principi attraverso la conoscenza di personaggi che hanno fatto della legalità uno stendardo della loro vita. Il progetto si apre alla coscienza degli adolescenti attraverso l’esempio pratico di giornalisti, magistrati, gente comune che lottano quotidianamente per l’“onestà indiscussa”.

Il progetto ha come fine reprimere ogni forma di illegalità e di sopruso vivendo le leggi come opportunità e non come limiti.

La scuola si apre, quindi per il secondo anno consecutivo, alla legalità scendendo in campo come protagonista dell’informazione e diffusione della cultura della legalità per una società più giusta e consapevole.

 OBIETTIVI:

 

  • Interiorizzare le regole
  • Comprendere il senso civico
  • Sviluppare il senso della legalità
  • Conoscere la Costituzione
  • Sensibilizzare i giovani alla cultura del proprio territorio
  • Sviluppare la coscienza civile, costituzionale e democratica.
  • Educare all’interiorizzazione e al rispetto delle regole come strumenti indispensabili per una civile convivenza.
  • Sviluppare competenze comunicative ed espressive.
  • Educare all’ascolto.
  • Sviluppare la creatività di pensiero, di linguaggio e di relazione.
  • Favorire un atteggiamento di convivenza rispettosa delle regole democratiche.
  • Acquisire la capacità di discutere, affrontare problemi, indicare soluzioni in contesti scolastici e durante convegni.
  • Capire che le regole sono strumenti indispensabili per una civile convivenza
  • Favorire una coscienza civile

DESTINATARI:

le classi coinvolte nel progetto saranno le  seguenti: IA, IB, IIA, IVA, IVB/C, VA, VB/C

ed alcune classi (da individuare in itinere)  del LICEO ARTISTICO G. Manuppella

INIZIO PROGETTO:

il progetto avrà inizio il 15 novembre 2011 con la prima lezione che si terrà dalle 09:15 alle 11:10 e che sarà tenuta dal giornalista Paolo De Chiara nell’aula magna dell’ I.T.I.S. “E.MATTEI” Isernia.

Gli alunni parteciperanno successivamente agli approfondimenti e ai convegni  pomeridiani  che avranno come tema la legalità. 

Le date successive delle lezioni e dei successivi convegni (dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile maggio) saranno stabilite in itinere.

La conclusione del progetto avverrà  nel mese di maggio, in data da stabilirsi, con la presentazione di un libro in tema con la legalità e vedrà la partecipazione di giornalisti, magistrati, autorità competenti.

Il progetto verrà periodicamente pubblicizzato (attraverso rassegna stampa e attraverso tv locali)

TEMPI:

gli incontri con gli alunni saranno organizzati ogni mese e avranno la durata di due ore. Le classi scelte saranno coinvolte attraverso lezioni tenute dal giornalista Paolo De Chiara.

Gli alunni parteciperanno, a convegni ed approfondimenti pomeridiani.

Nei convegni saranno invitati professionisti esperti nel settore.

METODI e STRUMENTI: 

 

  • Lezioni frontali, articoli di giornale, testi scritti dagli operatoti del settore che interverranno durante i convegni, testi di studi sociali e di Educazione Civica, Costituzione Italiana, dichiarazione dei diritti dell’uomo, video, immagini.
  • Schede da compilare, films, testimonianze reali, partecipazione attiva da parte degli studenti, approfondimenti in classe con i docenti.
  • Attività teatrali
  • Esperienze sul campo (viaggio d’istruzione)
  • Libri, macchina fotografica, videocamera, computer, video videoregistratore,
  • Realizzazione di video, ecc.

CONTENUTI:

  • lettura di alcuni articoli della Costituzione Italiana: comprensione del contenuto, discussioni, riflessioni e considerazioni.
  • lettura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo riflessioni e discussioni calate nella realtà quotidiana dei ragazzi.
  • monografie sui personaggi che hanno lottato per la legalità (Falcone, Borsellino, Don Peppino Puglisi, Peppino Impastato ecc.)
  • testimonianze di personalità che lottano quotidianamente per la legalità.

Il progetto è aperto a tutti i docenti (sia ITIS che Liceo Artistico) in quanto gli obiettivi verranno realizzati anche tramite il coinvolgimento e il contributo degli insegnanti di classe, oltre che del referente esterno e degli insegnati referenti che cureranno l’organizzazione delle attività legate al progetto: LA CULTURA DELLA LEGALITA’ 2.

 Al termine del progetto saranno rilasciati gli attestati agli alunni partecipanti ai fini dell’eventuale valutazione dei crediti scolastici

DOCENTI INTERNI:

Cristina Valerio; Francesco Bovino; Nicola De Crescenzo; Tina Policella; Gianpaolo Sellitto

REFERENTE ESTERNO:

Paolo de Chiara

 

LE EMERGENZE PLANETARIE

Intervista al professor Antonino Zichichi

LE EMERGENZE PLANETARIE

Sono 71, e per essere studiate è necessario un “Centro Internazionale impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Si è conclusa lo scorso 25 agosto la 45° edizione dei Seminari internazionali sulle emergenze planetarie, organizzati dalla World Federation of Scientists (WFS) e dal Centro di cultura scientifica Ettore MajoranaTema della settimana di lavoro è stato Il ruolo della scienza nel terzo millennio’. Dalla guerra -che molto probabilmente non sarà nucleare bensì cibernetica-, al nucleare -sicuro se sfilato dalle mani della politica e riaffidato esclusivamente alle competenze scientifiche-, all’emergenza alimentare, come ogni anno i Seminari 2012 hanno offerto una grande occasione per capire qualcosa di più del mondo e dell’ignoranza umana alla base della progressiva distruzione del pianeta.

Con il professor Antonino Zichichi, fondatore del Centro, tra i fisici europei più illustri e brillante divulgatore scientifico, abbiamo tentato di fare il punto su alcuni tra i temi più interessanti dibattuti nella settimana di lavoro.

Centodieci scienziati di quaranta Nazioni a Erice per studiare le Emergenze Planetarie. Qual è il ruolo della scienza nel III millennio?

Quello di far capire a tutti quali sono le vere Emergenze Planetarie e quali non sono. Esempio. La ‘Cultura Dominante’ è riuscita a demonizzare l’effetto serra e l’anidride carbonica. Ebbene queste due ‘cose’ non le ha fatte l’uomo ma la Natura. Se queste due ‘cose’ non esistessero non potremmo essere qui a discuterne. Non potrebbe esistere la vita in questo satellite del Sole. Su queste due ‘cose’ è concentrata l’attenzione di tutti i Governi del mondo; prova ne è la quantità di miliardi Dollari (in USA) e di Euro (in Europa) già stanziati per far fronte a queste due ‘cose’ che tutti pensano siano due EmergenzePlanetarie. Così non è, come è venuto fuori dai Seminari di Erice. Purtroppo le vereEmergenze ci sono e non sono due, bensì 71. I miliardi di Dollari vanno spesi per affrontare e risolvere queste vere Emergenze. Il pericolo grave è che i Governi restino senza fondi per leEmergenze Planetarie il cui studio ha bisogno di un Centro Internazionale interamente impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche.

Lei ha dichiarato “oggi noi viviamo come se nessuno sapesse quali sono le leggi fondamentali che reggono il mondo“. Le chiedo, operativamente, come far entrare la scienza nella vita quotidiana degli individui, nel loro patrimonio di conoscenze? Come deve cambiare la scuola e come la formazione perenne?



C’è bisogno di Scienza nella vita di tutti i giorni, anche se nessuno se ne rende conto. La Tecnologia Medica (Raggi X, Risonanza Magnetica, TAC, PET ecc. …) non potrebbe esistere se noi scienziati non avessimo scoperto le leggi che reggono la realtà in cui viviamo e di cui siamo parte. La Scuola deve cambiare e anche la formazione di chi vuol essere parte di questa battaglia culturale che è la più civile battaglia che si possa immaginare. Il nemico numero uno dell’umanità è infatti l’Ignoranza: un male perfettamente curabile.

In questo, quali sono le responsabilità dei media?

Enormi. La Potenza informatica dei media è cresciuta enormemente. Il suo livello si è inveceenormemente abbassato. Le faccio un esempio. Hanno fatto una domanda a portatori di telefonino fermi ai semafori di una grande città d’Europa. Chi ha il telefonino porta in mano le frontiere della Elettrodinamica Quantistica. Ecco la domanda: “Lei sa che il Sole sorge a Oriente e tramonta a Occidente. Secondo quanto Lei sa è la Terra che gira o il Sole?” Il 70% degli intervistati ha risposto: “Il Sole”. Ecco perché ho detto che fa più Cultura MaurizioCrozza che l’insieme dei Media. Crozza ha detto: “La Terra gira attorno al Sole senza fermarsi mai. Sapete perché? Non trova parcheggio”. Chi ha ascoltato Crozza non dirà mai che è il Sole a girare attorno alla Terra.

Quali sono le 71 Emergenze Planetarie? Potrebbe elencarcele?

Sono nei 45 volumi degli atti dei nostri seminari sulle emergenze planetarie. Io posso limitarmi a dire che le sorgenti di queste 71 Emergenze sono quindici: acqua, suolo, cibo, energia, inquinamento, limiti dello sviluppo, cambiamenti climatici, monitoraggio del pianeta, minacce belliche nel mondo multipolare, scienza e tecnologia per il Terzo Mondo, sostituzione degli organi, Aids e altre malattie infettive, inquinamento culturale, difesa contro oggetti cosmici, gli ingenti investimenti militari. Ciascuna di queste quindici sorgenti genera diverse emergenze.

Quest’anno la relazione di apertura è stata tenuta dal Presidente della Repubblica Ceca, professore Václav Klaus. Esiste un forte connubio tra scienza e politica, parliamone.

Non è connubio è alleanza. Il Professore Klaus è uno dei Presidenti più colti che esista al mondo. Segue da anni i lavori degli scienziati di Erice che hanno le loro radici nella WFS(diecimila scienziati di 115 Nazioni). Noi infatti non ci siamo limitati a studiare teoricamente le Emergenze Planetarie citate prima. Abbiamo saputo progettare e realizzare ben 100 progetti-pilota in 50 Paesi per dimostrare che se c’è volontà politica è possibile affrontare e risolvere le 71 Emergenze Planetarie. Le faccio un esempio di progetto-pilota realizzato in Cina negli anni 90: il ‘Sistema di previsione in tempo reale e della gestione delle inondazioni del Basso Fiume Giallo’, volto a risolvere gli enormi problemi creati dalle periodiche inondazioni nel bacino del Fiume Giallo che ogni anno causavano migliaia di vittime. Il costo del progetto pilota è stato 3,4 milioni di dollari. I risultati da noi ottenuti hanno permesso alle autorità cinesi di intraprendere l’attuazione del progetto completo con un finanziamento di un miliardo di dollari della Banca Mondiale.

Parliamo del nucleare. Qual è la sua posizione?

La tecnologia nucleare non esisteva nel 1940. In appena cinque anni si passa dalla totale assenza di questa tecnologia alla esistenza delle centrali nucleari e purtroppo anche alle bombe (dette atomiche ma in realtà a fissione nucleare) che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki. Nel corso dei cinque anni sopra citati (in realtà il Progetto Manhattan è durato appena 38 mesi) si passa quindi dal nulla alla tecnologia nucleare di potenza inaudita per quei tempi, senza alcun incidente. Come si spiega questa totale mancanza di incidenti conChernobyl e Fukushima? Il Progetto Manhattan era in mano alla vera grande Scienza;Chernobyl e Fukushima invece sono stati in mano alla violenza politica ed economica. I disastri di Chernobyl e di Fukushima non sono dovuti alla tecnologia nucleare ma all’uso che di questa tecnologia ne fa la violenza politica (Chernobyl) ed economica (Fukushima). Io ho avuto il privilegio di conoscere tutti i fisici del Progetto Manhattan. Essi si erano posti esattamente i problemi oggi di straordinaria attualità, partendo da un dato di fondamentale importanza. Il fuoco nucleare regala all’umanità un fattore pari a un milione di volte la potenza di tutti i precedenti ‘fuochi’. Per produrre la stessa quantità di energia ci sono due strade: bruciare un milione di chili di petrolio, carbone, legna, gas (qualsiasi combustibile di tipo elettromagnetico), oppure bruciare appena un chilo di combustibile di tipo nucleare. Immagini di avere due macchinette. In una Lei mette un Euro ed esce un panino. Nell’altra mette sempre un Euro ma escono un milione di panini. Quale sceglierebbe? I nostri posteri non ritorneranno all’età della pietra per mancanza di energia. Useranno il milione di volte citato prima. L’umanità ha bisogno di energia per vivere bene.

Esiste il rischio di una guerra nucleare nei Paesi Arabi e di una guerra tra Israele e Iran? E come è possibile uscire da queste situazioni?

Il pericolo è fuori discussione che esista. Bisogna fare in modo che questo pericolo non diventi realtà. Come? Cercando in tutti i modi di convincere gli uni e egli altri che a nessuno dei due conviene scatenare un conflitto. La Scienza è il motore di pace più efficace che esista al mondo. Ecco uno dei motivi per cui la World Federation of Scientists ha studiato il progetto per creare un Centro di Studi sulle Emergenze Planetarie. Coloro che vorrebbero scatenare una guerra debbono capire che tutti abbiamo un nemico comune e che questo nemico sono leEmergenze Planetarie. Emergenze che, se non vengono affrontate e risolte, in tempi brevi, colpiranno tutti gli abitanti di questo satellite del Sole; nessuno escluso. Invece dicombatterci a vicenda è molto più saggio combattere insieme le Emergenze Planetarie.

Guerra nucleare o cibernetica? E la guerra cibernetica come ce la dobbiamo attendere?

È fuori discussione che con la cosiddetta guerra cibernetica si possono mettere fuori uso tutti i sistemi di distribuzione d’acqua e d’energia di un’intera Nazione. L’incidente occorso in India poche settimane fa nella distribuzione di energia elettrica è un esempio dellavulnerabilità che caratterizza le strutture da cui dipende la vita di tutti i giorni. Detto in termini sintetici: è possibile mettere in ginocchio un’intera Nazione senza usare né missili intercontinentali né bombe nucleari. La guerra cibernetica va presa sul serio, come insegna la Storia. L’umanità, dall’alba della civiltà ai tempi di oggi, ha combattuto cinquantamilaguerre. Le prime le ha vinte chi riusciva ad avere la supremazia sulla superficie terrestre; le successive vennero vinte da coloro che avevano il dominio dei mari; l’ultima guerra ha visto vincente la Nazione (USA) che dominava il cielo. Poi sono venute le guerre spaziali che la Scienza è riuscita a evitare. Adesso siamo alle guerre ‘elettroniche’; è questo il vero significato di guerra cibernetica che la comunità scientifica della WFS studia grazie al gruppo di lavoro che ha dentro i più grandi specialisti sia del ‘soft’ sia dell’‘hard’. Infatti per vincere è necessario non dimenticare che la matrice del ‘soft’ sta nella parte ‘hard’. Esempio: le Ferrari hanno bisogno sia della macchina (hard) sia di Fernando Alonso che la sa guidare (soft). Ma se vogliamo vincere non basta avere Alonso; è necessario fornirgli una macchina quanto più perfetta e potente tra tutte le possibili macchine. Questa difesa della componente ’hard’ delle attività umane nasce in quanto io appartengo alla componente ’hard’ dell’attività scientifica, spesso dimenticata a tutti i livelli, pur essendo il motore del progresso ’hard’ e ’soft’.

Lei ha affermato che “la Cultura del nostro tempo, che è detta moderna, in verità è pre-aristotelica“. Che significa?

Significa che della ‘Cultura del nostro tempo’ non fanno parte né la Logica Rigorosa Teorica (meglio nota come attività matematica) né la Logica Rigorosa Sperimentale (meglio nota come Scienza). Per la Cultura detta moderna è come se la Scienza non fosse stata scoperta. Chi usa il telefonino, Internet ecc. .., e chi ha bisogno delle moderne tecnologie mediche è convinto che questi strumenti siano stati inventati dalla tecnologia dell’informazione e dalla tecnologia medica. Non è così che stanno le cose (come abbiamo visto già). Se non fosse per le scoperte che hanno portato a scrivere le equazioni della Elettrodinamica Quantistica (QED: Quantum ElectroDynamics) alla cui costruzione io ho dato contributi notevoli, non potrebbero esistere le tecnologie sopra citate. Enrico Fermi diceva: “Quando c’è in gioco il proprio lavoro bisogna abbandonare la modestia“. Enrico Fermi fu il più grande Galileiano dell’ultimo secolo e visse sulle sue spalle l’enorme responsabilità di capire l’importanza della Cultura nella vita di tutti i giorni. Purtroppo morì all’età di appena 53 anni e non poteva che raccomandare ai suoi allievi di Chicago di battersi affinché all’Hiroshima politica non seguisse l’Hiroshima culturale. Siamo in piena Hiroshima culturale. Parlano infatti di Scienza persone che non hanno mai scoperto né inventato nulla, ma che il grande pubblico considera ’scienziati’. Ecco l’origine della confusione tra Scienza e Tecnica e di tutte le altre mistificazioni culturali di cui siamo vittime noi scienziati.

Come giudica il livello di conoscenza e consapevolezza scientifica della classe politica dei grandi Paesi del mondo?

C’è un enorme risveglio. Ai Seminari di Erice hanno preso parte esponenti illustri della politica italiana e straniera. Il Presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, è stato con noi a Erice dove sono venuti anche il Ministro Anna Maria Cancellieri, gli Onorevoli Alessandro Pagano e Alfredo Mantovano; il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Italiana Donato Marra per portare agli scienziati della WFS il sostegno di Giorgio Napolitano al progetto della WFS per un Centro Studi e Ricerche sulle Emergenze Planetarie. Le ultime notizie da Cina, Russia e USA sono molto incoraggianti essendo le Emergenze Planetariefinalmente riuscite ad attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica che in questi grandi Paesi agisce da centro propulsore dell’azione politica: negli USA il Presidente Obama intende porre le Emergenze Planetarie nel suo programma elettorale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 29 Agosto 2012, ore 19:14

http://www.lindro.it/Le-Emergenze-Planetarie,10086#.UHRr3pgxooc

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

Intervista al giornalista e scrittore Goffredo Palmerini

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

“Con gli immigrati di oggi abbiamo la memoria corta. Ora saremmo noi a dover chiedere un aiuto agli italiani all’estero”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“C’è sempre un grande interesse quando tornano nel loro Paese, per ricucire il legame con le loro radici. È molto diverso oggi, che esiste un sistema di informazione più largo, non come 50 anni fa. Le fonti di informazione erano molto meno diffuse, le condizioni culturali della nostra altra Italia, che era partita, che oggi assomma quasi sessanta milioni tra emigranti ed oriundi”.

L’altra Italia’ la chiama Goffredo Palmerini, gli italiani che vivono all’estero e che rientrano in ’questa Italia’ soprattutto durante il periodo estivo. Uno dei tanti appuntamenti dedicato a loro si svolge ogni anno in Calabria, a Francisa. In questo paese della provincia di Vibo Valentia i protagonisti sono gli emigrati, che per questioni di lavoro si sono trasferiti all’estero. Ma oltre alle tante feste di paese, distribuite in tutte le Regioni, cosa trovano? “Lo spirito è sempre lo stesso. Da quel che ho potuto ossevare, noto che quelli della prima generazione, ormai ridotti in pochi, hanno sempre avvertito un forte richiamo alle proprie radici, verso la terra che li aveva generati. Un forte desiderio di tornare, con aspetti legati alle tradizioni che avevano lasciato. La seconda generazione, i figli insomma, possiede un po’ una forma di distacco rispetto a questo tipo di atteggiamento. La terza invece generazione comincia a ricucire i legami molto di più rispetto alla precedente. Si chiude il cerchio tra i nonni e i nipoti, c’è uno spirito di scoperta. Sentono il desiderio di tornare sulle vie delle proprie radici, per conoscere l’Italia o la loro Regione di provenienza, anche per conoscerne aspetti culturali insoliti”.

Ma secondo Palmerini, giornalista e scrittore abruzzese molto conosciuto all’estero, c’è ancora molto da lavorare e da investire in questo settore anche per stimolare questo interesse favorevole a un turismo di ritorno.Se il nostro Paese fosse un poco più attento con l’altra Italia… la classe politica italiana è stata sempre di atteggiamento molto sufficiente e paternalistico nei confronti delle realtà fuori dai confini”.

Palmerini ha anche scritto un libro sul tema, (intitolato per l’appunto ‘L’Altra Italia’, One Groupe Edizioni). Una selezione di articoli pubblicati in Italia e all’estero, una raccolta di fatti e personaggi dedicata ai connazionali oltre confine. ’Sessanta milioni di storie’, di talenti e di esempi illustri, spesso poco conosciuti. “C’è una scarsissima conoscenza di quale sia oggi la realtà della nostra emigrazione. Si immagina che siano ancora quelli che sono partiti con la valigia di cartone e che magari nel frattempo hanno raggiunto la propria crescita economica. Non c’è quella voglia di investire davvero su quella che è la realtà attuale dell’emigrazione italiana. I nostri emigrati all’estero hanno fatto i loro progressi e le loro fortune, i figli hanno riempito le università, hanno dimostrato in quei Paesi di saper competere alla pari e non solo: molti di loro sono diventati cattedratici, stanno nei centri di ricerca e nei vari Parlamenti del mondo”.

In passato l’emigrazione italiana era accompagnata da molti pregiudizi.

Per superarli i nostri connazionali hanno dovuto fare tanti sacrifici, allontanare i sospetti e i vecchi modi di pensare. Hanno dimostrato laboriosità, il talento, l’ingegno e la determinazione, ma anche la capacità di comportarsi bene, anche meglio dei cittadini del luogo, rispettando le leggi. Parlo in generale, poi c’è sempre una tara da fare…

Non è una situazione tanto diversa da quella degli immigrati che vengono nel nostro Paese.

Certamente lo spirito di gran parte degli stranieri che arrivano nella nostra Italia è più o meno questo. Come sempre abbiamo memoria corta: se almeno una parte degli italiani ricordassero bene quello che è stato e quello che ha accompagnato l’esodo italiano verso tutti e cinque i continenti, probabilmente avrebbe un comportamento più attento nei confronti di chi viene da noi”.

Secondo lei quindi l’Italia non investe abbastanza in questo settore?

Oggi saremmo noi ad aver bisogno dei nostri italiani all’estero. Per le tante possibilità che potrebbero offrire al nostro Paese in un momento di difficoltà economica, con le opportunità che potrebbero crearsi se la migliore Italia ’dentro’ e la migliore Italia ’fuori’ collaborassero. Loro invece si aspettano quell’attenzione che non trovano: il fatto stesso che si voglia ridurre e riconsiderare la rappresentanza politica è molto indicativo su quale e quanta sia l’attenzione verso l’altra Italia. Quello sarebbe un bacino notevole di anche di promozione per i nostri commerci, costituirebbe un ritorno economico. Ho scoperto che alcune Regioni già intrattengono questo tipo di rapporti con l’estero e trovano dei riscontri assai positivi in diversi campi: il turismo, i nostri prodotti alimentari tipici e le altre eccellenze italiane. È un settore nel quale ci vorrebbe più umiltà da parte di chi dirige le sorti del Paese, dal Parlamento in giù.

Non bastano le feste estive organizzate in Italia?

Le feste sono importanti, accendono quel lumicino che serve. Questi fatti hanno una loroepisodicità, mentre dovrebbero avere continuità. Serve continuare ad avere un atteggiamento umile nell’approfondire la conoscenza di certe realtà e maturare le relazioni, superando il nostro difetto di conoscenza. Così da far conoscere le nostre comunità di italiani all’estero, i nostri ambasciatori nel mondo.

Quali sono le sensazioni degli emigrati che tornano a casa, nel loro Paese di origine?

Ritrovare un Paese che conoscono. Le sensazioni sono immutate rispetto alla parte emotiva-morale. Quello che osservano solitamente è questa stranezza, questa singolarità dell’Italia, specie per quanto riguarda la conduzione politica. All’estero loro hanno una conoscenza molto diversa delle democrazie, dove la politica è più semplice. Certi bizantinismi nostri, certi atteggiamenti che sono i vizi della nostra italietta, non li comprendono, per loro questo modo di fare è inconcepibile. Ecco l’esempio che potrebbero darci, forti di altre esperienze. Quando tornano qui hanno un primo impatto con una realtà democratica che non riescono a comprendere: ma c’è sempre cura e attenzione nel riscoprire il loro passato, le loro radici. All’estero vogliono conoscere le cose più segrete riguardo all’Italia, le cose più insolite. Quando la stampa italian riesce a riportare questi aspetti singolari, in loro si accendono molti interessi. Quando tornano nella loro Regione vogliono riscoprire i posti più belli e meno conosciuti.

da L’INDRO.IT di giovedì 23 Agosto 2012, ore 17:28

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CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Se gli italiani all’estero sono una risorsa

CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Più consistenti i rapporti economici con i paesi con grandi comunità tricolori. Pugliese. “l’emigrazione è un fenomeno che riguarda il nostro presente”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Si afferma solitamente che l’Italia, tradizionale paese di emigrazione, sia ora diventata paese di immigrazione. L’affermazione, all’apparenza ovvia, contiene un grave elemento di confusione, che consiste nell’assenza di un avverbio: di un “anche”. L’Italia infatti è divenuta negli ultimi decenni un paese di immigrazione, anzi un importante paese di immigrazione, mentre ha continuato a essere un paese di emigrazione, un importante paese di emigrazione”.

Queste le parole utilizzate dal professore ordinario di Sociologia del Lavoro all’Università la Sapienza, Enrico Pugliese, sul tema dell’emigrazione. Per l’ex direttore dell’Istituto di ricerche sulla Popolazione e Politiche Sociali del CNR: l’emigrazione italiana non è solo un fenomeno che riguarda la storia del paese bensì un fenomeno che riguarda, e in maniera significativa, anche la realtà attuale del paese stesso. E ciò non solo perché ci sono all’estero ancora consistenti comunità di italiani i quali si identificano come emigrati, ma esistono tuttora importanti flussi migratori tra l’Italia e altri paesi, soprattutto europei. Insomma l’Italia è un crocevia migratorio dove lavoratori stranieri affluiscono e sempre piùconsolidano la loro presenza con i ricongiungimenti familiari mentre cittadini italiani, frequentemente giovani, lasciano l’Italia verso altri paesi soprattutto europei.

E’ interessante anche lo studio sulla risorsa emigrazione a cura dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale, che approfondisce la presenza degli italiani all’estero “tra percorsi sociali e flussi economici” dal 1945 ai giorni nostri. Scrive ancora Pugliese “dopo l’Unità, negli ultimi decenni dell’Ottocento, c’è stata una grande ondata migratoria verso i paesi transoceanici, in particolare quelli del continente americano. Il processo ha avuto inizio nelle regioni del Nord e si è poi esteso progressivamente alle regioni del Mezzogiorno, che nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno contribuito maggiormente a quella che sarà definita la Grande emigrazione. Questo grande flusso si riduce progressivamente a partire dagli anni venti del Novecento fino a esaurirsi completamente con la Seconda guerramondale. A determinare questo esito contribuisce prima la politica restrittiva degli Stati Uniti che instaurano, con il Johnson Act, una politica restrittiva e discriminatoria nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea, sia la politica anti-migratoria del fascismo, sia infine la grande depressione degli anni Trenta che riduce l’attrazione verso quella che era stata, e continuerà a essere la meta più ambita: gli Stati Uniti”.

L’emigrazione dall’Italia riprende subito dopo il secondo conflitto mondiale. Secondo lo studio di Pugliese tra il 1960 e il 1970 le partenze per l’estero diminuiscono: dalle 383.908 del 1960 alle 151.854 del 1970. “Nel 1973 per la prima volta l’Italia conta un saldo migratorio positivo: la quantità di coloro che rimpatriano in Italia è infatti superiore di 1366 unità alla quantità di coloro che espatriano. I dati del 1973 manifestano una tendenza nuova, che si rafforza negli anni successivi”. Una scelta dettata dalle situazioni economiche e lavorative dei paesi di destinazione.

Ma il fenomeno dell’emigrazione non si è mai fermato. Anche in questi ultimi anni molti italiani sono partiti per trovare fortuna all’estero. Il fenomeno ha riguardato anche chi in Italia ha ricevuto la formazione e poi, per mancanza di lavoro, ha preferito abbandonare il proprio paese di origine, spesso lamentando politiche poco attente alle esigenze, soprattutto lavorative, dei propri cittadini. Una tendenza etichettata come ‘fuga dei cervelli’.

Nello studio curato da Colucci, ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche, è possibile trovare un dato molto interessante: il legame tra l’interscambio commercialedell’Italia e le aree geografiche maggiormente interessate dall’emigrazione italiana del passato e dai flussi del presente. “Occorre innanzitutto considerare che al 1° gennaio 2012 l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) segnala la presenza di 4.208.977 persone residenti oltreconfine, un’incidenza che rappresenta il 6,9% della popolazione nazionale. È il sud a fare la parte del leone. Sono infatti 1.465.493 i registrati presso l’Aire provenientidall’Italia meridionale, 777.693 quelli provenienti dalle isole, 668.501 quelli dal Nordest, 657.196 dal Nordovest e 640.094 dall’Italia centrale”. I primi cinque paesi in cui sono presenti cittadini italiani residenti sono Argentina (664.387 persone), Germania (639.283), Svizzera (546.614), Francia (366.170), Brasile (298.370). “Se si confrontano i dati dell’Aire con le serie statistiche relative all’import export dell’Italia si evince che i paesi in cui l’emigrazione italiana è più consistente hanno relazioni molto proficue sul piano economico con l’Italia. A questi cinque paesi occorre poi aggiungere gli Stati Uniti, che risultano settimi nella classifica del 2012 dei cittadini residenti all’estero (216.767 persone)”.

Nel 2011 i prodotti del ’made in Italy’ nei quattro paesi – Argentina, Germania, Svizzera e Francia – hanno presentato perfomance positive. Tra il 2010 e il 2011 la presenza italiana in Argentina è cresciuta da 648.333 a 664.387 persone, in Germania da 631.243 a 639.283 persone, in Svizzera da 536.607 a 546.614 persone, in Francia da 364.165 a 366.170 (Fondazione Migrantes su fonti Aire). L’emigrazione italiana è ancora oggi presente “e tendenzialmente in aumento. Che si tratti di lavoratori nel settore della ricerca, di funzionari di multinazionali o di istituzioni internazionali, di cooperanti, di operai, di tecnici, tutti coloro che vanno e vengono dall’Italia portano con sé bisogni culturali, consumi, stili di vita che rendono la loro esperienza un fattore di internazionalizzazione per l’economia italiana.

L’Italia è, oggi, il paese dell’emigrazione (“l’apertura internazionale che essa ha veicolato ci permette oggi di inquadrarla piuttosto come un’importante ‘risorsa’”) e dell’immigrazione.Proprio l’immigrazione è il tema utilizzato, soprattutto nelle campagne elettorali, da una classe politica xenofoba e alla perenne ricerca di facili consensi elettorali. Ma anche i cittadini stranieri residenti nel BelPaese sono una importante risorsa. Ad oggi, secondo le registrazioni anagrafiche, se ne contano più di 4 milioni, di cui oltre la metà donne. A questi numeri bisognerebbe aggiungere gli ‘irregolari’, ma non esiste una documentazione per appurare il dato esatto. Sempre grazie a una certa politica, quella del facile rimpatrio, è ancora più difficile portare alla luce queste persone. “E’ da notare”, secondo Pugliese, “comeper un’interessante coincidenza il numero dei italiani ufficialmente residenti all’estero, 4 milioni e 30 mila unità, sia molto prossimo al numero degli stranieri in Italia. E questo è un ennesimo indicatore del ruolo dell’Italia come crocevia”. Un crocevia di speranza, in entrata e in uscita.

Al centro di questi freddi numeri ci sono le persone, con le loro storie, i loro drammi e le loro speranze. Ecco perché questi studi sono fondamentali per capire la questione e per accogliere nel miglior modo possibile le tante ‘risorse’ che arrivano quotidianamente nel nostro Paese. “Oltre che alle necessità dell’economia, il lavoro degli immigrati viene incontro alle esigenze della società. A ciò va aggiunta la ricchezza rappresentata dagli elementi di diversità culturale portata dagli immigrati, così come gli emigranti italiani l’hanno portata nei loro paesi di destinazione”.

da L’INDRO.IT di martedì 21 Agosto 2012, ore 18:34

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RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Dopo le scelte del Governo tecnico si registrano le posizioni dei partiti

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Esodati e lavoro: i temi dell’imminente campagna elettorale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le riforme del Governo Monti sembrano non piacere ai partiti. Agli stessi partiti che in questi ultimi mesi hanno appoggiato in tutto e per tutto l’esecutivo voluto e sostenuto fortemente dal presidente della Repubblica. Dopo il lavoro dei tecnici si è già messa in moto la macchina della politica per ‘demolire’ l’impianto realizzato per gli esodati (“il costo degliesodati è maggiore del risparmio ottenuto”, aveva attaccato l’altro giorno l’ex ministroTremontie per la questione lavoro. Per molti di loro ci sono degli errori da correggere. La stessa cosa si è ripetuta qualche minuto dopo l’approvazione della spending review.

L’Italia è un Paese strano. I rappresentanti del parlamento accettano e votano la fiducia e subito dopo proclamano: “questa spending review qualche imperfezione ce l’ha. Ci sono cose che vanno un po’ riviste, come sulla scuola. Si tratta di tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Il concetto è stato espresso qualche giorno fa dal leader del Pd, Bersani. Gli stessi ragionamenti si stanno ripetendo per la riforma delle pensioni e del lavoro del ministro ElsaFornero. A cosa servono questi tecnici, se dopo il loro intervento ci sono i partiti che cercano nuove modifiche? Non sarebbe meglio farle prima, evitando la fiducia? Che ruolo sta avendo il Parlamento in Italia? Tutto è nelle mani di un Governo super blindato. Quando si registra una piccola critica, ci si appella alla crisi economica mondiale. Per zittire il contestatore di turno. Ora nel mirino dei partiti, in vista anche della nuova campagna elettorale, ci sono le pensioni, il problema degli esodati e la riforma del lavoro.

Alla Camera dei Deputati è passato l’ordine del giorno bipartisan dell’ex ministro del Lavoro Damiano (Pd). Cinque articoli per unificare le proposte di legge DamianoDozzo(Lega) e Paladini (Idv), che hanno ricevuto il voto di Pdl, Udc e Fli. Nella mozione c’è la possibilità di un allargamento per gli esodati ancora da salvaguardare e c’è l’introduzione di un nuovo canale aggiuntivo di pensionamento. Una controriforma per cancellare il lavoro, aspramente criticato non solo dalla politica, del Ministro Fornero. Per il giuslavorista Ichino:“Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità aggiuntive di lavoro”. Dello stesso avviso il senatoreMorando“Non si può rimettere in discussione l’impianto della legge Fornero, ma bisogna senza alcun dubbio affrontare il problema sociale degli ’esodati’. Questo deve essere affrontato come un problema sociale, non da mettere sul conto della previdenza”. Ma non tutte le posizioni sembrano essere favorevoli: il capogruppo del Pdl, Cicchitto ha dichiarato:“Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità specifiche e una ulteriore di fondo”. Per Mario Adinolfi (Pd): “Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne”.

Ha spiegato il ’Corriere della Sera’: “la proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni)”. Gli esodati “potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione)”.

Il Pd e il Pdl hanno previsto anche come finanziare la loro proposta. Aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e sulle lotterie istantanee. Questa sembra essere la ricetta dei due partiti che ha fatto registrare diverse spaccature, diversi punti di vista. La stessa apparente convergenza non è stata raggiunta, però, sulla questione lavoro. Anche questa riforma, siglata dalla Fornero, non sembra accontentare tutti. Anzi, sembra non piacere a nessuno. Norme, che per molti, vanno incontro alle aziende e a danno dei lavoratori. Il Pd e ilPdl, su questo tema, si trovano agli antipodi, soprattutto sull’articolo 18 (c’è in ballo l’accordo elettorale con Sel di Vendola). E, sulla carta, sono già pronti a darsi battaglia in campagna elettorale su un tema fondamentale per il futuro del Paese. Sulla carta.

da L’INDRO.IT di martedì 14 Agosto 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Riforme-La-politica-si-organizza,9967#.UHRn0pgxooc

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