Giorno: 22 ottobre 2012

I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA. Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA

È iniziato il Forum Eurasiatico: al centro dell’attenzione le Pmi e le start up più innovative: “Bisogna internazionalizzare e puntare sugli aspetti che hanno reso famoso il made in Italy”

Innovazione e internazionalizzazione. Queste sono le parole chiave del Forum Eurasiatico che si sta svolgendo a Verona. “L’appuntamento bilaterale – spiega Antonio Fallico, presidente Banca Intesa Russia e dell’Associazione Conoscere Eurasia – che da cinque anni rappresenta la piattaforma per lo sviluppo delle relazioni istituzionali e dei rapporti commerciali tra Italia e Federazione Russa. Il Forum ha visto aumentare nel tempo il proprio prestigio presso le istituzioni, l’opinione pubblica e i player economici, divenendo un imprescindibiledriver in grado di favorire e concretizzare la competitività internazionale delle aziende Italo-Russe.

Nel 2011 l’interscambio commerciale tra i due Paesi ha registrato un incremento del 23 per cento. “La trasformazione dei mercati globali e globalizzati – secondo Fallico – unitamente al mutamento degli scenari economici sono alla base della novità programmatica dell’incontro di quest’anno”. Quest’anno al Forum Eurasiatico si è registrata la partecipazione di rappresentanti politici, imprese, istituti finanziari di Bielorussia, Ucraina, Kazakistan e Cina, oltre alle consolidate presenze provenienti dalla Federazione Russa.

Tra le varie sessioni c’è quella dedicata alle Pmi (piccole e medie imprese) innovative, alle start up e all’internazionalizzazione. Tutti fattori da considerare come motore della crescita. Abbiamo avvicinato uno dei relatori, Giuseppe Arcucci, responsabile business unitinvestimenti esteri di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), che ha affrontato il tema degli ‘Investimenti esteri come fattore di crescita delle Pmi e delle start-up tecnologiche’.

Un grande appuntamento per rilanciare e consolidare i rapporti tra società e realtà italiane, europee e di tutto il mondo eurasiatico. In particolare, il tema su cui si è focalizzato l’evento di quest’anno è sull’importanza dell’innovazione e dell’internazionalizzazione dello sviluppo dell’economia. In quanto responsabile dell’agenzia Invitalia, il mio intervento è focalizzato sull’importanza degli investimenti diretti dall’estero nello sviluppo dell’innovazione e delle tecnologie, in termini anche di start-up e di Pmi. Dell’importanza dei flussi dei capitali esteri per lo sviluppo nei Paesi in cui arrivano queste realtà”.

Perché è importante questo aspetto?

C’è tutta una letteratura sui vantaggi degli investimenti dall’estero. Si discute spesso sull’opportunità o meno di incentivarli e su quali sono le vere ricadute. Ma lo stiamo vedendo anche con l’esperienza diretta. Quando si tratta di temi legati alle nuove tecnologie ci sono una serie di ricadute positive che aiutano anche a sviluppare in termini di indotto il tessuto industriale in cui si vanno a localizzare. Ed è in questi termini che noi riteniamo che sia importante porre in essere politiche di attrazione di investimenti soprattutto con riferimento a nuove tecnologie e a investimenti di ricerca e sviluppo che possono generare la creazione di nuove filiere nel nostro Paese.

Come possono gestire l’innovazione le piccole e medie imprese italiane?

Hanno sempre gestito l’innovazione sulla base del loro impegno. Il made in Italy è stato reso famoso nel mondo proprio per la capacità di innovare in termini di processo di prodotto delle nostre aziende. Quello che è mancato, ultimamente, è stata una forte politica di supporto nella introduzione di innovazione tecnologiche di ultima generazione. Supporto che – se guardiamo alla cronaca delle ultime settimane – questo Governo sta cercando di rilanciare, con il tema dell’aiuto alle start-up innovative. Cominciamo a vedere un po’ di attenzione e un po’ di impegno. Quello degli investimenti esteri è un discorso importante.

Perché è mancata una forte politica di supporto in questi ultimi anni?

Per una serie di motivi, se vogliamo, contingenti. Il fatto che, in qualche modo, si è lasciato fare anche un po’ al mercato. Veniamo da un periodo in cui si è data molto importanza al liberismo. In Italia negli ultimi anni non si è parlato di politica industriale, cosa che adesso sta cominciando a riemergere. Non mi voglio spingere in considerazioni politiche.

E sulla credibilità del nostro Paese?

È necessario uno sforzo per spiegare meglio i punti di forza che il nostro Paese ha su questi temi.

Quali sono i punti di forza?

Storicamente c’è un’immagine dell’Italia non sempre positivissima, ma questo dipende da una serie di pregiudizi. In questi anni in cui mi sono occupato di questa attività, nel momento in cui si riesce a far vedere e a far toccare con mano le eccellenze che ci sono nel nostro Paese, la reazione degli investitori è positiva. È un problema anche di riuscire a trasferire un’immagine diversa, in termini di contenuti. Questo è importante e questo si fa sul campo, cercando di smorzare quelli che sono i pregiudizi storici. Siamo famosi per la moda, per il cibo, però non si parla delle tecnologie e in realtà abbiamo delle eccellenze anche nel campo delle tecnologie.

da L’INDRO.IT di giovedì 18 Ottobre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/I-punti-di-forza-dimenticati-dell,11078#.UIWJW28xooc

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO. Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO

“Sono fondamentali punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare al di fuori dei confini”

“Reti, filiere e qualità dell’internazionalizzazione per i Territori: cultura, turismo, credito e servizi per le PMI”. Questo è il tema della XXI edizione della Convention mondiale delleCamere di Commercio Italiane all’Estero, che si sta svolgendo a Perugia in questi giorni.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Perugia, in collaborazione conUnioncamere e Assocamerestero, “costituisce – secondo gli organizzatori – un momento di sviluppo dei rapporti della rete camerale all’estero con tutti i soggetti attivi nella promotion italiana, in particolare con quelli operativi nel territorio ospitante, e favorisce l’incontro diretto tra i delegati camerali e le imprese del territorio. Le Camere di Commercio Italianeall’Estero costituiscono da sempre dei validi punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare all’estero, grazie alla loro profonda conoscenza dei mercati di sbocco e al continuo monitoraggio delle opportunità di business in tutte le aree del mondo”.

Abbiamo contattato il segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, per fare il punto sulla situazione: “gli argomenti sono stati fondamentalmente due: il primo relativo alle politiche di promozione sull’estero per le imprese piccole e medie, mentre il secondo tema, di grande importanza, ha riguardato il sistema Italia, come ci si organizza per supportare queste imprese”.

Quali le differenze con le passate edizioni della convention mondiale?

Ci siamo sempre occupati di politiche di propulsione, quindi sul primo versante ci siamo posti in continuità con le altre edizioni. Abbiamo analizzato il sistema di subfornitura, ampiamente assente dall’approccio sui mercati internazionali.

Spieghiamo cosa fa il subfornitore.

Sostanzialmente vende pezzi al produttore finale che li assembla e li esporta. Analogamente l’esportatore sul discorso della distribuzione finale e dell’assistenza post-vendita è un po’ carente. Dobbiamo, quindi, articolare anche l’attività di propulsione sull’estero. Che significa, da un lato, una politica diversa per l’importazione strategica. Dall’altro lato c’è un discorso sulle reti distributive e di assistenza per le quali, obiettivamente, serve un maggiore contenuto di finanza. Da questo punto di vista è intervenuto anche il ministroPassera.

Come si sta comportando il governo tecnico in questo settore?

Ha scelto un approccio di grande concretezza e di grande plausibilità.

Si spieghi meglio.

Il governo ha detto ‘quali sono i principali soggetti che in Italia istituzionalmente aiutano le imprese sull’attività di promozione?’. In Italia abbiamo le Camere di commercio italiane, che sono diffuse sui territori. Quindi bisogna fare in modo che presso le Camere di commercioitaliane ci siano in Italia dei punti di prima assistenza. E sull’estero quali sono i soggetti radicati che fanno attività per l’estero? Le Camere di commercio italiane all’estero, soggetti di matrice privata che grazie al riconoscimento dello Stato italiano supportano le imprese sui mercati esteri.

Facciamo qualche esempio.

Ogni anno un’attività di supporto alla promozione si aggira intorno ai 50 milioni di euro, con un basso cofinanziamento da parte dello Stato italiano. Non arriviamo al 20 per cento. Un ente pubblico deve cercare di aprire le strade laddove non c’è ancora un interesse del mercato, abbiamo ancora tutta l’Africa subsahariana, molto interessante, che ancoranecessita di un interesse di mercato forte. Abbiamo parti consistenti dell’Asia, che non sono soltanto Cina, India e Giappone, ma sempre di più Vietnam, Cambogia, ecc. Abbiamo parti consistenti di quella che era una volta un pezzo dell’Unione Sovietica. Su questi mercati la nostra presenza verrà rafforzata. Sui mercati in cui c’è già una buona presenza dell’Italia investiamo di più sulle Camere di commercio italiane all’estero, perché costano poco e riescono a supportare, a condizioni di mercato, le imprese. Il tutto avviene all’interno di un contenitore che è, sostanzialmente, l’Ambasciata o il Consolato che viene a rappresentare l’interesse complessivo del Paese, che orienta le diverse priorità del Paese. Noi facciamo un discorso di importazione strategica e qui rientrano le Camere di commercio italianeall’estero. Questa è stata la proposta del Governo e noi ci stiamo già muovendo.

Qual è lo stato di salute del sistema camerale all’estero?

Varia dal discreto al buono. Abbiamo attraversato un anno di grandissima difficoltà, il 2010 èstato un anno in cui, dalla sera alla mattina, le Camere italiane all’estero per i provvedimenti di contenimento del governo si sono viste tagliare il 50 per cento del cofinanziamento ai propri progetti, soldi che erano già stati spesi. Nel 2010 facevamo come fatturato complessivo circa 53/54 milioni di euro, adesso facciamo 47/48 milioni. Nel 2010 le Camereavevano circa 600 tra dipendenti e collaboratori e adesso siamo di poco superiore ai 500. Ci sono stati dei grossi processi di riorganizzazione. Però mentre nel bilancio 2010 verificavamouna situazione di grandi difficoltà per 20/25 Camere di commercio, i bilanci attuali ci dicono che una parte consistente di queste situazioni di difficoltà sono state superate.

Avete perso due Camere di commercio all’estero.

In Austria e in Canada. Abbiamo attraversato una grossa situazione di sofferenza su Parigi, che è in fase di risoluzione. Le Camere ci sono se servono.

da L’INDRO.IT di martedì 16 Ottobre 2012, ore 19:36

http://www.lindro.it/Lo-stato-di-salute-delle-Camere-di,11029#.UIWIY28xooc

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA. Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA

Nel 2011 in Italia sono state emesse 64mila sentenza di sfratto. Senza che mai venisse garantito il passaggio da casa a casa: “O la legge si applica o il Governo abbia il coraggio di eliminarla”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Campagna Sfratti Zero. Questo è lo slogan lanciato dall’International Alliance of Inhabitants(IAI) a Mumbai nel gennaio del 2004, per mobilitare la solidarietà internazionale, per ridare la speranza della dignità e della sicurezza abitativa utilizzando tutti gli strumenti necessari.

L’obiettivo è il diritto alla casa per tutti, perché nessuna persona deve essere sgomberata. In caso di trasferimento necessario si devono trovare preventivamente soluzioni abitative dignitose, sicure e concordate con gli abitanti interessati. Un segnale di civiltà importante. Dall’IAI fanno sapere che “un miliardo di persone in tutto il mondo soffre attualmente per l’insicurezza abitativa causata da grandi investimenti del capitale finanziario ed immobiliare, discriminazioni sociali, economiche e razziali, guerre, disastri naturali. Questo numero di senzatetto e mal alloggiati, anziché diminuire di 100 milioni entro il 2015 come stabilito dall’obiettivo n. 7 dei Millennium Development Goals, è destinato a crescere di altri 700 milioni entro il 2020”.

Dati drammatici che fanno immaginare storie drammatiche. Ma quali sono le cause principali? Secondo l’Interntional Alliance of Inhabitants le ragioni devono essere ricercate nelle regole “neoliberali dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale” che impongono i tagli alle politiche sociali e le privatizzazioni del settore.

Anche in Italia, da ieri, sono partite le giornate dedicate all’iniziativa ’Sfratti Zero’: un centinaio le manifestazioni, organizzate da oltre 500 promotori per sensibilizzare i governi nazionali e locali a rispettare il diritto alla casa, stabilito dall’art. 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (PIDESC). Ratificato dall’Italia con la legge 881/77,“quotidianamente e pesantemente violato dalle scelte governative nazionali e locali”.

Per l’IAI “il governo Monti e gli enti locali lasciano fare al libero mercato, tagliano la spesa pubblica, azzerando il fondo per gli affitti e il finanziamento delle case popolari, in particolare provocando sfratti senza alternativa, sono responsabili delle pesanti violazioni degli obblighi legali assunti dall’Italia con la ratifica del PIDESC”.

La relatrice speciale ONU sul Diritto alla casa, Raquel Rolnilk, partecipando al Tribunale Internazionale sugli sfratti organizzato a Napoli, è rimasta sconcertata dalle denunce presentate e ha dichiarato che l’Italia è ormai in cima all’agenda delle sue prossime missioni ufficiali.

Abbiamo contattato Massimo Pasquini, componente della segreteria dell’Unione Inquilini di Roma e autore del documento sulle iniziative partite ieri, per capire meglio la situazione italiana. “Noi siamo partiti dai dati diffusi dal Ministero degli Interni qualche mese, relativi al 2011. Quei dati dicevano che nel solo 2011 erano state emesse 64mila sentenze di sfratto, 56mila per morosità. Nove sfratti su dieci sono tanti e la crisi economica sta mordendo, in particolare, le famiglie che stanno in locazione”.

Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali è stato ratificato con legge 881 del 1977.

Non è stato mai applicato. Nella norma si dice che i governi e gli enti locali si impegnano a garantire il passaggio da casa a casa. Questo non avviene in Italia. Due sono le cose: o si applica o il Governo italiano abbia il coraggio di eliminarlo, perché non è capace di metterlo in pratica.

Come si sta comportando il governo dei tecnici su questa tematica?

Il governo Berlusconi aveva tagliato dell’85 per cento il fondo nazionale contributo affitto, il governo Monti lo ha completamente azzerato. Faccio presente che al contributo affitto, in Italia, partecipano 300mila famiglie, che senza il contributo vanno in morosità.

Quali sono le ragioni di questi comportamenti?

Il governo, da Berlusconi a Monti, e le Regioni, hanno continuato a fare piani casa per le grandi aree urbane. L’ultimo è il piano città, due miliardi per 70mila appartamenti privati. Si continua a pensare che il problema casa sia un problema delle grandi aree urbane, ma abbiamo visto che il problema casa aggredisce soprattutto i piccoli e medi centri.

Perché si continua a intervenire nelle grandi aree urbane?

Perché la speculazione, la rendita fondiaria ha maggiori introiti. Bisogna uscire da questa logica, bisogna ragionare su fatti e su situazioni reali. In Italia ci sono 650mila famiglie collocate nelle graduatorie.

E l’impegno del Parlamento?

Dal punto di vista parlamentare c’è un’arretratezza dei singoli parlamentari, da parte di tutti. Il governo ha ottimi e affidabili amici, nessuno si è mai posto il problema della questione casa in maniera chiara e concreta, a partire dai fabbisogni reali. Continuiamo a lavorare come se nulla fosse e come se fossimo ancora a trent’anni fa. È una situazione allarmante e sconcertante, però prima o poi dovranno fare i conti con noi.

Su questa questione è intervenuta anche la relatrice speciale ONU, Raquel Rolnilk.

Il suo intervento non è stato minimamente preso in considerazione. La relatrice Onu sarà in Italia a breve, per venire a verificare lo stato di attuazione dell’articolo 11. Pare strano che si parla di Europa soltanto quando si parla di banche. Vorrei ricordare che in Europa, ad esempio, hanno quattro volte le case popolari che ci sono in Italia. La Francia, a partire anche da Sarkozy, ha deciso di costruire nei prossimi anni 150mila alloggi sociali all’anno. Esattamente il contrario di quello che facciamo in Italia.

La campagna ‘sfratto zero’ è partita nel 2004…

Si, l’Alleanza Internazionale degli Abitanti che è un organismo internazionale che associa strutture, sindacati, comitati, associazioni, architetti, enti locali di tutto il mondo, ha lanciato il mese di mobilitazione. In Italia è la prima volta, quest’anno, che arriviamo a questa campagna in maniera così forte, così articolata e così presente sul territorio. Abbiamo voluto lanciare un segno, che in Italia il problema casa esiste, che non è un problema di una minoranza e che non è una questione da sottovalutare. L’azione continua, abbiamo programmato picchetti antisfratto in tutt’Italia nei prossimi giorni. Il 26 ci sarà un’iniziativa unitaria dei ’sindacati inquilini’ davanti a tutte le prefetture e a metà novembre è prevista una manifestazione davanti al Ministero delle Infrastrutture. Proseguiamo nella battaglia e saremo anche noi in questo autunno di rivendicazioni e di diritti sociali.

da L’INDRO.IT di giovedì 11 Ottobre 2012, ore 18:47

http://www.lindro.it/Sfratti-Zero-anche-l-Italia-si,10943#.UIWGU28xooc

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE. Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE

Filantropia e capitalismo: “E’ un’idea antica che può essere un volano per rilanciare l’economia”. Facilitando il legame tra chi dispone di grandi risorse e chi sa trasformarle in progetti

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Anche in Italia è arrivata la finanza sociale. È stata presentata a Roma la Fondazione Uman, per “connettere l’Italia – si legge nel sito – con la filantropia internazionale e promuovere un capitalismo più umano. Vogliamo superare il concetto tradizionale di beneficenza e sviluppare anche nel nostro Paese una nuova cultura del ’giving’, promotrice di innovazione e sviluppo”.

La Fondazione, presieduta da Giovanna Melandri (parlamentare del Pd e già ministro della cultura, delle politiche giovanili e dello sport) nasce per indirizzare risorse private verso imprese sociali e per innovare con la finanza sociale.

Il ruolo di UMAN Foundation sarà quello di facilitare un legame positivo tra chi dispone di grandi risorse economiche e chi sa trasformarle in concreti progetti di impresa creativa esociale nel nostro Paese e nei Paesi in via di sviluppo. Tutto questo sarà possibile anche grazie alla relazione costante che UMAN Foundation intende praticare con la rete internazionale delle fondazioni filantropiche già da tempo protagoniste sulla scena globale”.Ha spiegato la Melandri“vogliamo difendere il modello di welfare europeo, renderlo più efficiente, ma agganciarlo anche ai nuovi orizzonti della finanza sociale, in crescita ovunque”.

Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo contattato il docente di economia politica presso l’Università di Bologna, Stefano Zamagni: “la fondazione Uman nasce come tentativo di introdurre nel nostro Paese questo concetto nuovo in tempi recenti, ma antico per quanto riguarda la nostra tradizione. La finanza è nata in Italia settecento anni fa ed è nata comefinanza sociale. È nata tra il 1300 e il 1400, quando nacquero i Monti di Pietà ad opera del pensiero francescano. La finanza prima non esisteva e nasce come finanza sociale”.

 

Cioè?

Come attività di raccolta di fondi per opere di pubblica utilità, in ambito assistenziale quando nascono gli ospedali, per opere culturali e educative. L’Università è un’invenzione italiana e si finanziavano con la finanza sociale. Quando la finanza esce dalla Toscana, che era il centro, e va ad Amsterdam, siamo nel 1600, cambia tutto. La finanza diventa speculativa e va avanti come tutti sappiamo e come questa crisi ha messo in evidenza. Con la Fondazione Uman si vuole recuperare un pezzo del terreno perso e trovare i modi di raccolta delle risorse finanziarie, tra la gente, tra le imprese, tra Istituzioni varie per finalizzarle a opere o iniziative di pubblica utilità. È un ritorno all’antico.

Perché è necessario?

Perché il singolo donatore a causa delle asimmetrie informative non si può fidare del fatto che i propri soldi vadano a finire bene. Ha bisogno di un intermediario, che godendo di reputazione e di fama dia la garanzia. Molti italiani non donano perché non ci sono queste strutture di riferimento. È un’urgenza improcrastinabile, perché le aree del bisogno crescono e dobbiamo rialimentare i circuiti dalla fiducia pubblica. Quando le persone non si fidano le une delle altre è ovvio che non ci può essere capitale sociale e sviluppo.

Come la finanza sociale può intervenire per favorire innovazione e sviluppo?

Se ci sono questi enti, come la Fondazione Uman, che raccolgono i soldi e li danno a quei soggetti che offrono garanzie di un utilizzo ottimale delle risorse. In Italia abbiamo un potenziale di imprese sociali che non riesce ad operare perché non ha le risorse. Una finanzasociale di questo tipo finirebbe con costituire uno dei volani per rilanciare l’economia. Si tratta di prestare soldi, non si tratta di filantropia vecchio stile, a chi realizza dei progetti in ambito educativo, assistenziale, sanitario, ambientale, culturale. Abbiamo l’Italia che sta crollando, Pompei sta crollando, il Colosseo sta perdendo i pezzi. I soldi pubblici non ci sono più per la manutenzione e quindi il rischio è di perdere un patrimonio inestimabile.

Per la Melandri bisogna difendere il modello di welfare europeo. Lei concorda?

Gli americani hanno inventato il welfare capitalism, gli europei hanno inventato il welfare state. Oggi quest’ultimo è in crisi irreversibile e quindi quello che si sta realizzando in Europa, la transizione in atto è dal welfare state al welfare society. La fondazione Uman è un esempio di cosa vuol dire welfare society, perché è formata da persone fisiche. Va mantenuta l’idea europea del welfare, che deve essere universalistico, per tutti. I modi con cui questo obiettivo viene raggiunto devono adeguarsi ai tempi. Oggi, in questa fase storica, uno di questi modi è quello di mettere in azione la finanza sociale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 10 Ottobre 2012, ore 18:38

http://www.lindro.it/Fondazione-Uman-ritorno-alla,10919#.UIWFJm8xooc

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE. Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE

Approvata la tassa sulle transazioni finanziarie: “E’ importante che venga ridimensionata la centralità del mercato finanziario. Ma è un provvedimento benefico anche per le piccole imprese”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il ‘sì’ dell’Italia per la Tobin Tax è certo. “Avremo nove Paesi” aveva affermato ieri il ministro delle finanze francesi, Pierre Moscovici. Ma perchè proprio nove? Perché è il numero minimo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, attraverso la cooperazione rafforzata, prevista dal Trattato di Lisbona (almeno 9 Paesi su 27).

La proposta è partita da una lettera di Francia e Germania, firmata da Austria, Portogallo, Slovenia, Belgio, Grecia, con l’aggiunta di Spagna e Slovacchia. L’Estonia ha dichiarato il proprio sostegno, in attesa che il suo Parlamento si pronunci. Da nove si è passati a undici Stati. Diverse fonti provenienti dall’Unione Europea hanno confermato l’appoggio dell’Italia all’iniziativa. Secondo il sito ’Borsaitaliana.it’“l’Italia parteciperà alla ‘cooperazione rafforzata’ per introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie”. La posizione è stata ufficializzata dall’ambasciatore presso la Ue, Ferdinando Nelli Feroci.

Abbiamo sentito Emiliano Brancaccio, ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Estensore della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie,avanzata dalla associazione ATTAC e depositata in Parlamento nel 2002 con 180 mila firme di sostegno. “Quando Keynes e Tobin proposero, rispettivamente, un’imposta sulle transazioni finanziarie e un’imposta sulle transazioni valutarie, il loro scopo prioritario era quello di fissare un’aliquota sufficientemente elevata in modo da scoraggiare le transazioni. Il proposito principale, infatti, non era quello di ricavare gettito dagli scambi di titoli o di valuta. Al contrario, l’intento era di scoraggiare quegli scambi. In particolare, Keynes mirava a render costose le transazioni al fine di ridimensionare il ruolo della Borsa. Tobin puntava a rendere onerosi i movimenti internazionali di capitale in modo da ripristinare almeno in parte la sovranità dei singoli paesi sulla politica monetaria. L’imposta di cui si parla oggi, invece, viene concepita con un’aliquota bassa, che cioè non scoraggi le transazioni. Il motivo è semplice: si vuole ottenere gettito fiscale dagli scambi, per cui questi non devono essere disincentivati”.

Cosa sta accadendo in Europa?

Sono molti anni che si discute della possibilità di introdurre una imposta sulle transazioni finanziarie, che in realtà è qualcosa di diverso rispetto alla cosiddetta ‘Tobin Tax’. JamesTobin, che aveva originariamente avanzato questa proposta, in realtà mirava ad una imposta che agisse sulle sole transazioni valutarie, cioè sulle sole transazioni che implicassero scambi da una valuta all’altra. Lo scopo di Tobin era quello di tenere sotto controllo i tassi di cambio. Invece questa proposta di cui si discute oggi in Europa verrebbe applicata a tutti i tipi di transazioni. Potremmo definirla una ‘Keynes Tax’, perché fu proprio Keynes a proporre una soluzione simile. La Commissione Europea e, in primo luogo, Germania e Francia mirano a realizzare un’imposta che punti a creare gettito, cioè entrate fiscali, per rimpinguare il bilancio dell’Ue. Per fare questo bisogna fare in modo che l’imposta sia sufficientemente bassa.

Sembra un controsenso…

Sembra, ma non lo è. Se l’aliquota d’imposta fosse alta le transazioni, che sono l’oggetto dell’imposta, verrebbero scoraggiate. Paradossalmente se si vuole che questa imposta crei gettito bisogna applicare un’aliquota relativamente bassa. L’intenzione originaria non era quella di creare gettito, ma di scoraggiare le transazioni.

Cosa cambia per le piccole e medie imprese e per i consumatori?

Se parliamo di piccole imprese, di piccoli risparmiatori, questo tipo di provvedimento è benefico.

Perché?

Questi soggetti pagano pesantemente il prezzo della speculazione. Oggi la speculazione finanziaria è quella che contribuisce a far crescere i tassi di interesse. È anche in virtù dell’azione degli speculatori che i tassi di interesse in Italia, e negli altri Paesi deboli dell’Europa, sono così alti e ricadono sulle condizioni di vita di tanti lavoratori e pensionati e sulle condizioni operative delle piccole imprese. Se si riuscisse, attraverso un’imposta sufficientemente elevata, a scoraggiare la speculazione, di sicuro le imprese che devono finanziarsi, nonché i lavoratori e i pensionati, che si ritrovano a pagare il prezzo degli alti tassi di interesse, ne guadagnerebbero.

Quali sono gli effetti positivi e negativi?

I primi sono tanto maggiori se l’imposta viene effettivamente utilizzata per ridimensionare il ruolo e la centralità del mercato finanziario. La finanza è stata, nel corso di questi anni, al centro del funzionamento del sistema economico. Oggi sappiamo che la centralità della finanza genera prevalentemente danni. La possibilità che alcuni strumenti riducano un po’ la centralità della finanza all’interno del sistema è un fattore positivo.

L’elemento negativo?

Che questo tipo di soluzione si riveli un pannicello caldo, cioè che in realtà si adotti un’imposta modestissima che non scoraggerà minimamente la speculazione e che alla fine produrrà un gettito molto minore rispetto alle attese. Il rischio, fondamentalmente, è che tutti si entusiasmino per questo tipo di soluzione ma poi, per il modo in cui questa imposta viene applicata, si riveli essere uno strumento molto modesto e di capacità limitata.

Esistono dei rischi?

Questo tipo di imposta per poter funzionare in un’area limitata, pensiamo all’Ue, e se si vuole evitare che i capitali fuggano, per esempio sulla piazza di Londra – che potrebbe decidere di non applicare l’imposta -, è necessario affiancare all’adozione di questa imposta dei provvedimenti di controllo dei movimenti di capitale al di fuori della zona Euro.

Ci faccia capire meglio…

L’imposta da sola provocherebbe una fuga di capitali. Il modo necessario per poter evitare che si verifichi questa fuga è di imporre dei controlli dei movimenti di capitale verso quei Paesi che decidessero di non adottare l’imposta. Si dice agli altri Paesi ‘se voi adottate l’imposta i capitali possono circolare liberamente, se voi non adottate l’imposta noi adottiamo dei controlli sui movimenti da e verso le vostre finanze’. Questo è l’unico modo per poter ovviare al pericolo.

Si andrà verso questa direzione?

Dipende molto dagli sviluppi della crisi. È chiaro che la crisi economica sta scompaginando le carte della politica economia e della visione economica prevalente. Il punto fondamentale è che l’imposta sulle transazioni finanziarie così come i controlli sui movimenti di capitali sono dei provvedimenti che entrano in contraddizione con la visione liberista che ha dominato nel corso di tutti questi anni. È chiaro, quindi, che fino a quando domina una concezione liberista del funzionamento del sistema economico è difficile che questi provvedimenti possano essere introdotti. Noi sappiamo che il liberismo finanziario ha dominato e resiste tuttora. Ovviamente se la crisi tende ad inasprirsi e ci si rende conto che soluzioni di tipo liberista non fanno altro che aggravarla, diventa più probabile che cambi l’agenda della politica economica e che, di conseguenza, anche provvedimenti antagonisti rispetto al liberismo finanziario imperante è possibile che vengano adottati. Molto dipende da come evolve la crisi.

da L’INDRO.IT di martedì 9 Ottobre 2012, ore 19:00

http://www.lindro.it/La-Tobin-Tax-e-realta-Anche-l,10894#.UIWDoW8xooc

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Intervista al presidente del consorzio PattiChiari, Filippo Cavazzuti

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Domani la premiazione del concorso ’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’, rivolta ai ragazzi delle scuole. “Sono progetti che non hanno grande rilievo. Ma di importanza fondamentale”

’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’. Questo è il titolo del concorso nazionale, giunto alla V edizione, che vede coinvolte 19 classi, 50 insegnanti e 450 studenti provenienti da tutta Italia. L’iniziativa, che vuole introdurre i giovani degli ultimi anni delle scuole secondarie di II grado ai temi dell’economia, è promosso dal consorzio PattiChiari (che riunisce 80 banche per promuovere la qualità, l’efficienza del mercato e l’educazione finanziaria), in collaborazione con le banche tutor e con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

La finale nazionale è fissata per domani a Roma, l’evento verrà trasmesso in diretta su diversi siti online. Il concorso è una competizione tra idee imprenditoriali, realizzate attraverso un apposito software o altri strumenti. La competizione è articolata in due tappe: una selezione locale e una successiva selezione nazionale, in cui verrà proclamato il vincitore finale.

L’obiettivo è incentivare la cultura economico-finanziaria attraverso una esercitazione pratica, finalizzata allo sviluppo di un business plan per la creazione di un’impresa di utilità sociale per il proprio territorio di riferimento.

Abbiamo avvicinato un membro della giuria, il prof. Filippo Cavazzuti, presidente del consorzio PattiChiari e docente di economia e regolamentazione dei mercati finanziari presso l’Università di Bologna, per capire meglio di cosa si tratta. “È un’iniziativa che coinvolge centinaia di scuole in tutta Italia, alla classe viene chiesto di presentare un progetto per la creazione di un’impresa. I ragazzi vengono assistiti da un insegnante e da una banca sponsor. Questa è un’attività riservata alle banche consorziate in cui si cerca di far sviluppare ai ragazzi un’idea imprenditoriale. L’anno scorso sono stati coinvolti oltre 15mila studenti in più di trenta province italiane, che hanno prodotto più di cento progetti. Da qualche anno questo è un appuntamento fisso che ha lo scopo di sviluppare la fantasia dei ragazzi. Abbiamo delle selezioni di carattere regionale, in cui si forma una giuria che valuta i diversi progetti, i progetti che concorrono al premio nazionale vengono segnalati”.

 

I giovani, una risorsa per il Paese.

Non c’è dubbio. È per questo che PattiChiari sta investendo sull’educazione finanziaria, sta investendo nelle scuole e in particolare, per esempio quest’anno, vogliamo insistere sul meridione. Un’attività sussidiaria del consorzio nei confronti della scuola è un ottimo esempio di collaborazione pubblico-privato. Per questo insistiamo sui giovani, cercando di stimolare in loro la fantasia di un’idea imprenditoriale, cercando di avvertirli su tutti i rischi della finanza. Nel meridione vogliamo lavorare a programmi che spieghino quali sono i sottili confini tra la finanza e la illegalità, in modo che questi ragazzi comincino a riflettere su certi problemi.

Cosa devono fare questi ragazzi concretamente?

Devono preparare un business plan, che deve essere completo, con le risorse, i tempi. Poi ci deve essere una presentazione, generalmente sotto froma di video. I criteri per decidere il vincitore si basano sulla validità economica del progetto e sulla capacità di presentarlo di fronte al pubblico..

Perché è una sfida che guarda all’Europa?

Guardiamo all’Europa per ricordare che l’Europa c’è ed è bene che noi ci stiamo dentro. Cerchiamo di far capire tutti i vantaggi che derivano dall’Europa, non a caso la classe che vince va a passare qualche giorno a Bruxelles, per cercare di conoscere le Istituzioni comunitarie. L’Europa c’è e la vogliamo mantenere, ed è un bene che i ragazzi comincino a conoscere anche l’Europa, fin da quando sono giovani studenti.

Lei ha fatto riferimento al meridione. Cosa pensa dei giovani del Sud?

Ho conosciuto dei giovani del sud Italia che sono fantastici, splendidi, intelligenti, colti e pieni di fantasia. Ci sono occasioni in cui si scopre un mondo spesso trascurato. Vale la penainvestire in tutt’Italia, facendo programmi mirati sulle singole cose. Nel progetto Calabria abbiamo coinvolto 120 insegnanti che a loro volta hanno coinvolto 10/12mila studenti. Queste sono cose che non appaiono in grandissimo rilievo, ma sono di importanza fondamentale.

Un investimento per l’intero Paese.

Non c’è dubbio, è un investimento sul capitale umano dei ragazzi del mezzogiorno. Io ne sono molto fiero.

Cosa resta ai ragazzi dopo aver partecipato al concorso?

Generalmente chi ha vinto o chi è stato selezionato per la giuria nazionale ci riprova anche l’anno dopo. In alcuni casi, per esempio, ci sono stati piccoli tentativi di trasformare l’esperienza in una start-up. Rimane una bella esperienza.

L’educazione finanziaria è la strada da percorrere per fronteggiare la crisi?

È un modo per comprendere meglio alcuni segmenti della crisi. Per meglio difendersi. Il mio vero mestiere è allevare delle nuove generazioni che scalzino le vecchie generazioni, me compreso.

da L’INDRO.IT di giovedì 4 Ottobre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/Bisogna-investire-nei-piu-giovani,10805#.UIWB-W8xooc

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Intervista a Irene Visentini

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Al Festival dell’innovazione di Bolzano si discute di digitalizzazione. Ma la penisola è ferma: “Bisogna tenersi al passo coi tempi e portare avanti istanze politiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Artigianato digitale. Questa è la parola d’ordine al Festival dell’Innovazione che si sta svolgendo a Bolzano. L’appuntamento è promosso da CNA giovani imprenditori. Ma cosa significa innovazione dell’artigianato attraverso il digitale? Secondo lo studio ‘Fattore Internet’, commissionato da Google a The Boston Consulting group, le Pmi attive su internetfatturano, assumono, esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. “Si stima che nel triennio le piccole e medie imprese online abbiano aumentato i ricavi dell’1,2%, contro il -4,5% registrato dalle aziende che non hanno un posizionamento sul web. Inoltre per le aziende digitali si riscontra un’incidenza di vendite all’estero del +15%, mentre negli ultimi 15 anni sono stati creati circa 700mila nuovi posti di lavoro collegati al web, molti legati ai settori dell’artigianato”.

La Broadband Commission for Digital Development, organismo dell’Unione europea preposto allo sviluppo delle reti veloci, ha pubblicato la prima istantanea dello stato di diffusione della banda larga in tutto il mondo, paese per paese. Secondo lo studio dell’Onul’Italia occupa il 29° posto (su 177 Stati) per la diffusione della banda larga fissa e al 35° per la banda larga mobile“Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e i 20 miliardi di euro, secondo il Ministero dello Sviluppo ne servono altrettanti (15) per collegare il “100% dei cittadini a 30 Mbps”. In Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, che nelBelpaese copre solo il 10% del territorio. Ma può valere fino al 3% del Pil”, così scriveva il 6 agosto scorso Eleonora Bianchini su Il Fatto Quotidiano.

Abbiamo intervistato la responsabile dei giovani imprenditori, Irene Visentini per capire meglio di cosa si tratta e siamo partiti da due parole: artigianato e digitale: “Un connubio tra due parole che rappresentano mondi apparentemente lontani. Nel senso che l’artigianato è molto legato alle tradizioni, mentre il digitale è il futuro. In tanti casi il digitale si unisce all’artigianato per creare anche nuove prospettive per i lavori tradizionali”.

 

 

Cosa succede con il digitale?

Digitale in senso lato, ci sono tanti aspetti che un artigiano può innovare nella propria azienda, ad esempio la comunicazione, attraverso i social media. Che creano delle reti, che possono portare grandissima innovazione nelle aziende, anche molto piccole. Ci sono anche nuove professioni che emergono, c’è il coinvolgimento delle giovani generazioni.

Facciamo un esempio…

Ci sono una serie di imprese che stanno nascendo, che lavorano in rete. Sono attività che vengono svolte non in un capannone, ma attraverso i siti e le tecnologie.

Questa digitalizzazione può favorire, dal punto di vista economico, questo settore?

Bisogna tenersi al passo coi tempi, quindi sicuramente ci sono degli aspetti, anche comunicativi, a cui le aziende non possono rinunciare a prescindere, per rimanere sul mercato.

Per conquistare nuove fette di mercato?

Certo, sia come comunicazione, come marketing, come ricerca di fornitori, contatti con partner, con clienti. Sicuramente la digitalizzazione apre i campi che sono preclusi a chi rimane nel suo settore e non cerca un’innovazione per la propria azienda.

Come si superano gli ostacoli alla digitalizzazione che esistono in Italia? Si parla spesso della linea veloce, ma siamo lontanissimi da altri paesi europei. Questo è un problema che per voi, per il vostro progetto, in questa prima fase, può essere superato o è un ostacolo?

Ci sono delle ricerche che indicano gli ostacoli, sia tecnici che burocratici, che bloccano l’evoluzione tecnologica delle aziende. Ovviamente bisogna farne presente, portare avanti gli obiettivi e il fabbisogno comune delle aziende.

Quali sono questi ostacoli?

Sono di carattere tecnologico per quanto riguarda le connessioni veloci, che non arrivano ovunque, e poi ci sono anche, in questo periodo, degli ostacoli economici. Le aziende da sole, spesso, non riescono a digitalizzarsi, ad andare in rete perché non riescono economicamente a sostenere le spese.

Chi ha il compito di abbattere questi ostacoli?

Non lo so, come associazione portiamo avanti le necessità più stringenti, cercando di superare questi ostacoli. Servono sicuramente contatti anche a livello politico.

È la politica che deve risolvere il problema?

Non penso che ci sia una chiave che apre la porta a tutte le aziende.

Anche il premier Monti ha parlato della banda larga.

Sono sicuramente istanze politiche che bisogna portare avanti.

Perché ci troviamo in questa condizione?

Perché il concetto di innovazione è un po’ bloccato, bisogna un po’ costruirselo. Sembra così lontano. Bisogna farsi trainare dalle eccellenze che ci sono nel nostro Paese, portare esempi di imprese che ce la fanno, che vanno avanti.

da L’INDRO.IT di venerdì 28 Settembre 2012, ore 18:13

http://www.lindro.it/Sviluppo-All-Italia-serve-la-banda,10674#.UIWAn28xooc

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE. Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE

Per uscire dalla crisi bisogna cambiare tutto in modo radicale. Percorrendo una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La sfida dell’innovazione sociale. Ma il sociale innova?”. Questo è il titolo del seminario organizzato da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise), inserito nel Festival dell’Innovazione, promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano. “Il seminario – secondo il presidente di Euricse, Carlo Borzaga – sarà un’occasione per approfondire quali siano i significati e le principali applicazioni dell’innovazione sociale, se questa riuscirà a salvare l’Europa dalla crisi economica e di legittimità, e quale ruolo possono giocare imprese cooperative e sociali, che della produzione di socialità fanno la loro missione”.

Ma cos’è la social innovation? Perché è necessaria? Dal libro bianco sull’innovazione sociale gli autori Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan (edizione italiana a cura di Alex Giordano e Adam Arvidsson) spiegano: “Quanto allo stato, almeno quello italiano, pare palesemente incapace di risolvere, o anche solo interessarsi ai problemi sociali del paese, che peraltro si fanno sempre più gravi: disoccupazione giovanile, precarietà economica ed esistenziale, mancanza di servizi, montagne di immondizia e degrado ambientale… Per quanto riguarda l’innovazione, anche quella tecnologica e commerciale,l’Italia manca di un sistema di ricerca e sviluppo nazionale, e gli istituti di ricerca che rimangono stanno per chiudere, anche quelli di eccellenza internazionale. L’unica innovazione sociale viene fatta da piccole imprese che lavorano in modo individuale, indipendenti dal sistema. Per questo, secondo WIPO, l’Italia produce tanti brevetti quanto la Svizzera, ma con una popolazione quasi nove volte più grande”.

Una situazione che potrebbe cambiare. “Dietro la passività delle strutture economiche e politiche di questo paese sembra emergere una nuova ondata di creatività e energia, particolarmente fra le generazioni più giovani, quelli sotto i quarant’anni. Molti di questi sono cresciuti nel nuovo ambiente informatico di cui internet e i social media diventano parte integrante della vita quotidiana, e sono perciò abituati a nuovi modi di trovare informazioni, di mettersi in contatto con altri e collaborare”.

L’innovazione è necessaria per una riorganizzazione delle relazioni produttive e sociali. Per andare avanti, secondo gli autori del libro bianco, bisogna ripensare tutto in modo radicale. L’innovazione sociale mostra una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso, di esperimenti quotidiani”. Ma quali sono le applicazioni dell’innovazione sociale? Quale influenza ha nella risoluzione della crisi economica?

Ne abbiamo parlato con Flaviano Zandonai dell’Euricse e segretario di Iris Network, che si occupa di ricerca sull’impresa sociale: “Mettiamo al centro del dibattito il rapporto che esiste tra innovazione e produzione di socialità. Vogliamo porre all’attenzione questa cosa, soprattutto guardandola dal punto di vista delle organizzazioni che dovrebbero essere orientate più socialmente, come le cooperative e le imprese sociali. E vogliamo capire come funziona davvero la produzione di innovazione sociale da parte di queste realtà”.

E In Italia cosa accade? Nel libro bianco sull’innovazione sociale si fa riferimento al nostro Paese…

C’è un sacco di innovazione sociale nascosta. Ci sono certamente delle esperienze interessanti, anche l’approccio di quel libro bianco, indubbiamente, ha il merito di svelare alcuni settori, alcuni contesti dove si fa oggi innovazione sociale. Esistono diverse realtà che, in qualche modo, hanno contribuito anche a cambiare, a innovare socialmente la produzione.

Perché esiste l’innovazione nascosta?

In primo luogo bisogna dire che le stesse organizzazioni che la fanno non sono neanche consapevoli o arrivano adesso a percepire l’importanza innovativa della loro attività. E poi perché, soprattutto nel campo del welfare, si dà per scontato che queste organizzazioni private, non lucrative, sono dei sostituti della pubblica amministrazione. Invece non è sempre così, sono dei soggetti che sono anche in grado di produrre un modo nuovo di fare welfare. Questa cosa è anche poco conosciuta dai provvedimenti governativi e dalle politiche.

Cosa sono le ’iniziative dal basso’?

Un percorso inevitabile, ma anche difficile. Cercare di creare innovazione a partire da esperienze dal basso, cioè localizzate, contestualizzate, vicine ai bisogni delle persone e delle comunità che hanno la capacità di mettersi insieme. Di diventare un patrimonio di conoscenze, di sapere, di professioni che diventa disponibile come un sistema, a livello Paese. Oggi è un po’ complicato, perché le reti dell’innovazione sociale italiana sono tutte poco omogenee, fatte da soggetti con la stessa natura, dello stesso territorio, dello stesso contesto e dello stesso approccio. Invece le reti servono per portar su l’innovazione sociale, formate da soggetti diversi. E si fa ancora poco.

È la strada giusta per contrastare la crisi?

Credo che ci tocchi per certi versi. È un po’ una condanna questa dell’innovazione in campo sociale. Ci scommette anche l’Unione Europea che poco tempo ha emanato una comunicazione molto importante (l’iniziativa per l’imprenditoria sociale, ndr), per portare questo tipo di organizzazioni al centro dell’ecosistema dell’innovazione sociale, dell’economia in generale. Si assegna la centralità a tutte quelle organizzazioni che sanno fare innovazione sociale come perno di una nuova economia. È un mandato molto ambizioso, non so se si riuscirà a portare a regime questo tipo di approccio. Però la strada, per certi versi, è obbligata e non è solo una scelta. È data dal momento storico in cui viviamo.

da L’INDRO.IT di giovedì 27 Settembre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/La-nuova-economia-passa-dall,10645#.UIV_VW8xooc

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”. Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”

“Abbiamo sensibilizzato la nostra comunità, non si risponde con la violenza”. E intanto Obama prepara il suo discorso all’Onu

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Su direttiva del primo ministro Erdogan (premier islamico della Turchia, ndr) sono in corso degli interventi tecnici per bloccare l’accesso al film anti-Islam che insulta il sacro profeta Maometto”. Il lungometraggio ‘L’Innocenza dei Musulmani’, che ha scatenato violente proteste, continua a creare dibattito nel mondo islamico. 

L’emittente ’Nbc’ ha anticipato il discorso che Obama terrà alle Nazioni Unite alla 67^ Assemblea generale: “Gli attacchi delle ultime due settimane non sono solo contro l’America, ma colpiscono gli ideali su cui si fonda l’Onu”. In Libia la rabbiosa reazione ha portato alla morte dell’ambasciatore americano, Chris Stevens e di tre funzionari statunitensi. L’ondata di proteste ha coinvolto l’Africa del Nord, il Medio Oriente, l’Europa Occidentale e l’Asia. E in Italia? Qual è l’umore della comunità islamica italiana dopo l’uscita del film?

Lo abbiamo chiesto all’Imam Yahya Pallavicini, vice presidente della comunità religiosa islamica italiana (Coreis). “L’organizzazione della comunità religiosa islamica italiana, in queste settimane, ha intensificato la sensibilizzazione della nostra comunità in Italia e in Europa per evitare qualsiasi emotività istintiva, giustificata o ingiustificata, che potesse dare adito a delle provocazioni o a delle reazioni irrazionali. Sono relativamente contento di dire che almeno in Italia e in Francia, forse, c’è una maggiore maturità dei musulmani.Ribadisco la nostra ferma condanna a qualsiasi violenza”.

Come avete sensibilizzato la comunità dopo le reazioni violente?

Soprattutto all’interno dei nostri luoghi di ritrovo, nei vari centri islamici, nelle moschee, tramite le prediche o tramite un numero abbastanza crescente di contatti telefonici o via mail. Per tranquillizzare gli animi. Ero in Marocco dove c’è stato un grosso congresso e abbiamo trattato anche questo tema. Il mondo islamico riunito ha voluto esplicitare la condanna ad Al Qaeda per quello che era successo a Bengasi e per il mantenimento di un certo livello critico nei confronti di alcune provocazioni, ma civile dal punto di vista deicomportamenti.

Qual è l’umore della comunità islamica in Italia?

Non è dei migliori. Prevale un dispiacere per la grande ricaduta internazionale e comunicativa che alcune provocazioni, che siano vignette o che siano film, provocano. Il malessere è da parte dei veri religiosi, di vedere la propria fede trattata senza rispetto. Però può essere un incentivo per sapere che esistono degli ignoranti o delle persone che vogliono provocare in maniera disonesta. Sta a noi cercare di superare queste idiozie e per cercare di rafforzare un modello di società civile dove i musulmani, anche in Italia, possono dimostrare di essere differenti e superiori rispetto a certe insinuazioni.

Come si risponde alle provocazioni?

Se una provocazione, come in questo caso, è la diffamazione della nostra religione noi dobbiamo rispondere religiosamente.

Che vuol dire?

Dare una dimostrazione di poter essere saggi. Non vuol dire umili nei confronti degli idioti, ma vuol dire anche non fare l’errore sciocco di pensare che qualche cittadino che vive in un Paese, o che si dice di una comunità o di una cultura, possa determinare la generalizzazione con tutto un popolo, con tutta una storia, con tutta una comunità. Purtroppo in tutte le famiglie e in tutte le comunità ci sono delle persone che lavorano in maniera disonesta e che feriscono gratuitamente la sensibilità religiosa. Dobbiamo distinguerci sia dai criminali e dai provocatori.

Cosa succede nel resto d’Europa?

I musulmani europei, anche negli Stati Uniti, hanno acquisito una migliore maturità. Non è la prima volta che la nostra religione viene strumentalizzata da alcuni dei nostri stessi fratelli in maniera violenta o viene attaccata da altre persone di altre culture in maniera blasfema. Forse si è acquisita un po’ più di maturità rispetto a queste situazioni negative. Quello che spero è che maturi anche una nuova coscienza, per poter essere persone profondamente religiose ma anche cominciare a capire quali sono le coordinate del pensiero moderno occidentale. La dignità della nostra cultura non può essere misconosciuta per l’intolleranza di qualche fanatico o di qualche persona perversa. C’è una maggiore superiorità e forse questo può essere un modello per i musulmani nel resto del mondo.

Chi c’è dietro questi scontri?

Ci sono due livelli negativi, ma diversi. Uno è il livello peggiore, quello della matrice terroristica di Al Qaeda che aveva già la strategia di voler colpire alcune ambasciate degli Stati Uniti, perché hanno questo perverso conflitto contro gli americani, che identificano con l’avversario. Noi rispondiamo dicendo che siamo amici di ogni popolo e di ogni cultura. E vediamo, anche nel modello del popolo americano, un modello amico e condanniamo l’uso gratuito della violenza nei confronti di innocenti o di rappresentanti diplomatici di qualsiasi Nazione.

L’altro livello?

Un piano meno brutale, in cui ci sono degli individui che si divertono a manipolare una informazione scorretta nei confronti di simboli religiosi.

Lo ha visto questo film?

No.

Qual è il giudizio che ha raccolto?

Mi è bastata la reazione che ha voluto provocare e le persone che ho incontrato e che lo hanno visto mi hanno detto di essere disgustati del livello, ma soprattutto dalla manipolazione. Due sono le reazioni: è brutto e profondamente disonesto, va a toccare le sensibilità delle persone. È fatto con la capacità di provocare il disgusto.

Cosa pensa della politica di Obama?

Ho una visione molto favorevole, positiva della sua leadership. Obama cerca di rappresentare un modello molto interessante di interculturalità e sensibilità al pluralismo religioso.

da L’INDRO.IT di martedì 25 Settembre 2012, ore 18:30

http://www.lindro.it/La-maturita-dei-musulmani-italiani,10590#.UIV9f28xooc

TESTAMENTO BIOLOGICO? IN ITALIA È TUTTO FERMO. Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

TESTAMENTO BIOLOGICO?

IN ITALIA È TUTTO FERMO

“Nel nostro Paese questo tema è molto sentito, ma c’è la Chiesa”. Solo il 5% degli italiani, però, si dice contrario

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Per noi il rispetto per la loro posizione è automatico, quello che loro non riescono a fare è rispettare noi. Noi non ci sogneremo mai di imporre l’abbandono terapeutico. Nessuno può togliere il diritto di essere curati ma nessuno può togliere agli altri il diritto a non curarsi e a lasciarsi morire”.

Queste le parole di Beppino Englaro, il padre di Eluana, la ragazza vittima di un incidente stradale, che tutta l’Italia ha conosciuto, grazie anche alla forza e alla dignità di suo padre. Che ha lottato per rispettare il volere di sua figlia (“Preferirei morire piuttosto che continuare a restare in un letto incapace di intendere e di volere”).

E che ha ottenuto dalla Cassazione, dopo tanti ricorsi, il 16 ottobre 2007, una sentenza che ha stabilito i due presupposti necessari per poter autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale. “Quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia nessun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pur flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”, “sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”.

Il 19 luglio del 2008 la Corte d’Appello di Milano autorizzò Beppino Englaro ad interrompere il trattamento che manteneva in vita la figlia. Eluana (che ha vissuto gli ultimi diciassette anni in stato vegetativo) e suo padre Beppino hanno riportato al centro del dibattito italiano il testamento biologico. Uno strumento per rifiutare le cure non desiderate.

Ma dopo le forti polemiche di quei giorni di questo strumento si son perse le tracce. “Come Associazione Luca Coscioni – ha dichiarato Filomena Gallo, Segretario dell’associazione –abbiamo l’obiettivo di riportare le libertà civili nell’agenda pubblica e istituzionale e di aiutare concretamente chi vuole affermare i propri diritti. I cittadini, infatti, devono sapere che attualmente in assenza di una legge sul testamento biologico, in ogni caso possono comunque validamente esprimere le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento.

In Italia sono circa 3mila i ‘casi Englaro’, secondo l’indagine ‘Funzionamento e disabilità negli stati vegetativi e di minima coscienza’ un familiare su quattro si occupa dei pazienti fino a sei ore al giorno e il 16% supera i sei anni in stato vegetativo. Ma quali sono gli atteggiamenti degli italiani nei confronti del testamento biologico?

Secondo un sondaggio del marzo 2009, realizzato dall’Ispo, il 51% della popolazione dichiara di “sapere di cosa si tratta”. La maggioranza assoluta (60%) ritiene che sia necessaria una regolamentazione legislativa e solo il 5% si dichiara contrario a una legge. Ne abbiamo parlato con il docente di storia della medicina dell’Università Sapienza di Roma, Gilberto Corbellini. “Il biotestamento è un’espressione un po’ forte, che riguarda le direttive anticipate”.

Cosa sono le direttive anticipate?

Sono delle direttive che un paziente intende dare nell’eventualità in cui si trovi nell’incapacità di decidere, cioè perda coscienza. Queste direttive sono rivolte alle persone, ai loro cari, in modo particolare al medico, perché riguardano il modo in cui eventualmente il paziente non vuole essere trattato. Cosa non vorrebbe che gli fosse fatto nel momento in cui perda coscienza.

A che punto siamo in Italia con il testamento biologico?

Siamo a un punto fermo, perché esiste una legge che è passata in Senato e che non è ancora stata approvata alla Camera, la quale legge è piuttosto strana perché non consente le direttive anticipate.

In che senso?

Per esempio non consente di rifiutare l’idratazione e l’alimentazione artificiale e consente al medico di eccepire, giustificando le ragioni per cui non ne vuole tenere conto. Nell’eventualità questa legge passasse è del tutto inutile fare un testamento biologico.

Per far ripartire il dibattito su questi temi dobbiamo aspettare un nuovo ‘caso Englaro’?

Questo tentativo di mettere in atto queste direttive anticipate in realtà è stato lanciato per dire che non deve esserci mai più un ‘caso Englaro’ e questo vuol dire che non deve esserci mai più la possibilità che una persona che si trovi nella condizione di Eluana Englaro – e abbia fatto delle direttive anticipate – non possa stabilire alcuni tipi di decisioni, in modo particolare queste decisioni riguardano l’idratazione e l’alimentazione.

Facciamo un esempio.

Se io in questo momento, in stato di coscienza, finisco all’ospedale e un medico mi dice che mi deve fare un certo trattamento, ho il diritto di rifiutare un trattamento terapeutico e questo medico non mi può mettere le mani addosso. Ma se io arrivo in ospedale incosciente, anche se avessi fatto delle direttive anticipate, per alcuni trattamenti non potrei rifiutare. Le direttive anticipate, nei Paesi dove non ci sono troppe interferenze ideologiche, non sono altro che la continuazione del consenso informato.

In Italia?

In Italia no. Sono un modo per impedire che questa continuazione del consenso informato venga estesa anche alla condizione in cui il paziente non è più cosciente.

La presenza della Chiesa è un limite?

Il problema in Italia è stato esattamente in questi anni il ruolo importante che la Chiesa ha giocato nella discussione bioetica, in cui invece di segnalare la propria contrarietà e far avvenire la discussione e l’introduzione di norme, secondo quello che è un impianto costituzionale di tipo liberal-democratico, la Chiesa invece ha deciso che si deve andare secondo i propri criteri, i propri valori, anche sul piano della convivenza civile cui si devono imporre questi valori anche a coloro i quali si muovono e vivono sulla base di altri valori. La stessa cosa è accaduta intorno alla legge 40, sulla fecondazione assistita. È diventata un colabrodo, anche la Corte Europea l’ha giudicata non coerente con una serie di principi e di valori fondamentali che riguardano i diritti dell’uomo.

Il tema del testamento biologico come incide sulla sensibilità sociale del Paese?

È un tema molto, molto sentito. Il Paese sta invecchiando, la medicina è diventata estremamente potente e riesce a far sopravvivere in condizioni che in passato non erano compatibili con la vita. Ci sono molte famiglie che assistono ai loro cari che vengono mantenuti a lungo in condizioni di sofferenza o in condizioni in cui queste situazioni rappresentano un grosso peso per la famiglia. Molte persone si trovano a dover vivere in condizioni che per loro sono ritenute non dignitose, quindi preferirebbero non continuare. In Italia, ormai, c’è un orientamento favorevole nella maggioranza dei cittadini anche ad ammettere che le persone possono essere aiutate a morire, nel momento in cui loro decidono che non vogliono più continuare a vivere in certe condizioni. È un tema sentito, ma su questo tipo di tematiche, la nascita e la morte, le religioni giocano una partita molto importante sul piano dell’influenza culturale. Le religioni da un certo punto di vista offrono anche un aiuto, ma un conto è offrire un aiuto e un conto è pretendere che non si possano più prendere delle decisioni o si debba accettare delle condizioni imposte da altri. O da altri sistemi di valori che non sono condivisi da tutti.

da L’INDRO.IT di giovedì 20 Settembre 2012, ore 19:56

http://www.lindro.it/Testamento-Biologico-In-Italia-e,10491#.UIV8Xm8xooc

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”. Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”

Per esprimere il suo pensiero ha comprato tre pagine sui quotidiani: “L’Italia è alla deriva, ma non mi candido”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ha comprato tre pagine di giornali (’Repubblica’ e ’Corriere della Sera’) per diffondere il suo manifesto, il suo pensiero. Per dire la sua, senza peli sulla lingua, sulla politica italiana, sui politici, su Confindustria e sul sistema sindacale. La sua piattaforma programmatica è totalmente a disposizione della classe politica, anche perché non intende scendere in campo.

“Mi fate tutti la stessa domanda, non mi interessa fare politica”. Lui è un imprenditore di Pordenone, si chiama Gabriele Centazzo e la sua azienda, la Valcucine, ha 170 dipendenti con un fatturato di oltre 40 milioni di euro. Il suo ’Nuovo Rinascimento italiano’, la sua analisi, è accompagnata da un’illustrazione. Una nave che rappresenta l’Italia, quasi alla deriva. Con i protagonisti della politica italiana.

Una “nave senza guida” che non sa su quale isoletta approdare. “Perché in questi ultimi anni non è stato fatto nulla di buono. Anche otto anni fa portammo avanti un’iniziativa del genere. Ma nessuno ci ha dato ascolto”. Le sue proposte si poggiano sulla creatività, sulla bellezza e sulla ricerca. Lo abbiamo contattato per capire cosa lo ha spinto a prendere una posizione così netta e siamo partiti proprio dal sistema di informazione italiano: “Oggi è molto difficile per una persona non conosciuta arrivare a poter comunicare il proprio pensiero. I mezzi di comunicazione sono fossilizzati sulle stesse persone, sulle stesse facce, sulle stesse voci”.

Perché lei parla di un ‘Nuovo Rinascimento’?

Il problema più grosso dell’Italia è che non ha una visione, non ha una linea guida. Io ho un’azienda e so benissimo che se un’azienda non ha una linea guida non può stare in piedi. L’Italia è come una grande azienda, deve trovare la sua linea guida, la sua visione. Oggi l’Italia è come una barca in mezzo al mare, piena di falle. Noi stiamo lavorando per tappare le falle, altrimenti la nave affonda, ma questo è il presente ed è un lavoro ciclopico. Noi siamo concentrati solo sul presente, dimenticando che la nave deve avere un timoniere che sa dove andare. L’Italia oggi non sa dove andare, è questa la metafora che è espressa nel giornale, con le varie isole. Dove deve dirigersi questa nave? Sull’isola delle materie prime non può, perché non ne ha. Nell’isola di produzione di grandi numeri nemmeno, perché ci sono paesi dove la manodopera costa un decimo. Nell’isola della ricerca di base no, perché non l’abbiamo fatta. Rimane solo l’isola della creatività e della bellezza. Questa è l’unica possibilità per salvarsi, per dare un futuro alle generazioni future”.

A chi deve essere affidata la guida di questa ‘nave’?

Deve essere affidata a un bravo personaggio che abbia un carisma tale da riuscire a coinvolgere tutta la ciurma litigiosa, ad orientarsi verso un’unica direzione.

Esiste questo ‘carismatico personaggio’?

Non lo so chi è, probabilmente non c’è nessuno. Questo è un altro problema dell’Italia. Io spero che ci sia e possa nascere nelle nuove generazioni. Per esempio nella sinistra puòessere Renzi. La destra, invece, deve esprimere un suo giovane. Bersani deve cedere il passo a Renzi e Berlusconi deve cedere il passo a un altro giovane. E questi due giovani devono poi indicare una direzione.

C’è anche Grillo in questo momento. Lei cosa ne pensa?

Beppe Grillo sta facendo un esperimento molto interessante. La nostra politica è come un tumore, se entro dentro il tumore per andare a cercare di salvare le cellule sane ne resto infettato. Allora lui dice ‘dentro questo tumore non entro, bisogna estirpare il tumore completo’. È una sua visione che rispetto, è una strada. Lui ha tracciato la sua strada.

A cosa serve questo manifesto?

Se ci sono dei partiti intelligenti possono avere spunto per delle azioni concrete. Perché per ogni critica, a me piace proporre una proposta. Può essere sbagliata, ma sicuramente deve far discutere. Oggi i partiti muoiono per mancanza di creatività. Sono anni che parlano di visioni e poi escono con dei programmi populisti. Si sono anche accusati di averli copiati l’uno dall’altro. Siamo al ridicolo. Stiamo fossilizzando la mente degli adolescenti, che è l’unica possibilità di sviluppo del futuro. Stiamo fossilizzando anche la loro creatività.

In un passaggio lei fa riferimento anche a Confindustria. E non è tanto tenero…

Non sono tenero perché Confindustria ha preso gli stessi vizi della politica. Abbiamo costruito un carrozzone che ogni anno incassa 500milioni di euro. In Francia 23.3, in Inghilterra 23. Con tutti questi soldi è possibile mettere in piedi un centro di ricerca, qualcosa di concreto per l’industria. Niente, tutto viene mangiato nell’immensa struttura. Questo non l’accetto.

Lei invita i suoi colleghi imprenditori a disdire il rapporto con l’Associazione.

Mentre sul tumore politico non possiamo intervenire, qui abbiamo gli strumenti per intervenire. Perché dobbiamo andare avanti per inerzia? In Italia la forza prevalente è l’inerzia. Qui possiamo fare qualcosa. Considero Confindustria un baraccone.

Qual è il suo giudizio sul governo dei tecnici?

Si son trovati in mano una nave piena di buchi che stava affondando. Hanno fatto quello che potevano.

Molti criticano questo governo per la vicinanza con il sistema bancario. Lei che ne pensa?

È il sistema bancario che sarebbe da riformare, come per Confindustria. L’Europa ha dato i soldi all’1 per cento, se li son tenuti e hanno fatto acquisti per investire in posti dove prendono il 4/5 per cento. E non hanno dato niente all’Industria. Il sistema bancario ha le sue colpe.

Nel suo manifesto c’è anche un riferimento alle ‘relazioni sindacali’. La politica continua a occuparsi dello Statuto dei Lavoratori…

È tempo di smettere di parlare di questa roba. Sia da una parte che dall’altra, son tutte cazzate.

Se qualcuno le chiedesse di mettere il suo impegno in politica…

In politica non ci vado. Ho 63anni, è tempo che la mia generazione lasci lo spazio ai giovani e si inventino il loro futuro. Noi il futuro glielo abbiamo fregato. Tutti mi chiedono ‘sta roba, ma sa perché me lo chiedete?

No.

Perché tutti quelli che dicono ‘io non entrerò mai in politica’ dopo entrano. Ma io non sono così.

Secondo lei, la ‘nave’ si salva?

La nostra nave si salverà per disperazione. Ma una volta salvata ci vuole qualcuno che la orienti e riesca a creare un qualcosa di diverso per tutti gli italiani. C’è bisogno che ogni italiano, prima di fare una cosa, deve farsi una domanda: ‘sto facendo una cosa bella’?. A quel punto ci sarà una visione per l’Italia.

da L’INDRO.IT di venerdì 14 Settembre 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Solo-la-creativita-puo-salvarci,10367#.UIV3hW8xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc

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