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LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE. Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE

Approvata la tassa sulle transazioni finanziarie: “E’ importante che venga ridimensionata la centralità del mercato finanziario. Ma è un provvedimento benefico anche per le piccole imprese”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il ‘sì’ dell’Italia per la Tobin Tax è certo. “Avremo nove Paesi” aveva affermato ieri il ministro delle finanze francesi, Pierre Moscovici. Ma perchè proprio nove? Perché è il numero minimo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, attraverso la cooperazione rafforzata, prevista dal Trattato di Lisbona (almeno 9 Paesi su 27).

La proposta è partita da una lettera di Francia e Germania, firmata da Austria, Portogallo, Slovenia, Belgio, Grecia, con l’aggiunta di Spagna e Slovacchia. L’Estonia ha dichiarato il proprio sostegno, in attesa che il suo Parlamento si pronunci. Da nove si è passati a undici Stati. Diverse fonti provenienti dall’Unione Europea hanno confermato l’appoggio dell’Italia all’iniziativa. Secondo il sito ’Borsaitaliana.it’“l’Italia parteciperà alla ‘cooperazione rafforzata’ per introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie”. La posizione è stata ufficializzata dall’ambasciatore presso la Ue, Ferdinando Nelli Feroci.

Abbiamo sentito Emiliano Brancaccio, ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Estensore della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie,avanzata dalla associazione ATTAC e depositata in Parlamento nel 2002 con 180 mila firme di sostegno. “Quando Keynes e Tobin proposero, rispettivamente, un’imposta sulle transazioni finanziarie e un’imposta sulle transazioni valutarie, il loro scopo prioritario era quello di fissare un’aliquota sufficientemente elevata in modo da scoraggiare le transazioni. Il proposito principale, infatti, non era quello di ricavare gettito dagli scambi di titoli o di valuta. Al contrario, l’intento era di scoraggiare quegli scambi. In particolare, Keynes mirava a render costose le transazioni al fine di ridimensionare il ruolo della Borsa. Tobin puntava a rendere onerosi i movimenti internazionali di capitale in modo da ripristinare almeno in parte la sovranità dei singoli paesi sulla politica monetaria. L’imposta di cui si parla oggi, invece, viene concepita con un’aliquota bassa, che cioè non scoraggi le transazioni. Il motivo è semplice: si vuole ottenere gettito fiscale dagli scambi, per cui questi non devono essere disincentivati”.

Cosa sta accadendo in Europa?

Sono molti anni che si discute della possibilità di introdurre una imposta sulle transazioni finanziarie, che in realtà è qualcosa di diverso rispetto alla cosiddetta ‘Tobin Tax’. JamesTobin, che aveva originariamente avanzato questa proposta, in realtà mirava ad una imposta che agisse sulle sole transazioni valutarie, cioè sulle sole transazioni che implicassero scambi da una valuta all’altra. Lo scopo di Tobin era quello di tenere sotto controllo i tassi di cambio. Invece questa proposta di cui si discute oggi in Europa verrebbe applicata a tutti i tipi di transazioni. Potremmo definirla una ‘Keynes Tax’, perché fu proprio Keynes a proporre una soluzione simile. La Commissione Europea e, in primo luogo, Germania e Francia mirano a realizzare un’imposta che punti a creare gettito, cioè entrate fiscali, per rimpinguare il bilancio dell’Ue. Per fare questo bisogna fare in modo che l’imposta sia sufficientemente bassa.

Sembra un controsenso…

Sembra, ma non lo è. Se l’aliquota d’imposta fosse alta le transazioni, che sono l’oggetto dell’imposta, verrebbero scoraggiate. Paradossalmente se si vuole che questa imposta crei gettito bisogna applicare un’aliquota relativamente bassa. L’intenzione originaria non era quella di creare gettito, ma di scoraggiare le transazioni.

Cosa cambia per le piccole e medie imprese e per i consumatori?

Se parliamo di piccole imprese, di piccoli risparmiatori, questo tipo di provvedimento è benefico.

Perché?

Questi soggetti pagano pesantemente il prezzo della speculazione. Oggi la speculazione finanziaria è quella che contribuisce a far crescere i tassi di interesse. È anche in virtù dell’azione degli speculatori che i tassi di interesse in Italia, e negli altri Paesi deboli dell’Europa, sono così alti e ricadono sulle condizioni di vita di tanti lavoratori e pensionati e sulle condizioni operative delle piccole imprese. Se si riuscisse, attraverso un’imposta sufficientemente elevata, a scoraggiare la speculazione, di sicuro le imprese che devono finanziarsi, nonché i lavoratori e i pensionati, che si ritrovano a pagare il prezzo degli alti tassi di interesse, ne guadagnerebbero.

Quali sono gli effetti positivi e negativi?

I primi sono tanto maggiori se l’imposta viene effettivamente utilizzata per ridimensionare il ruolo e la centralità del mercato finanziario. La finanza è stata, nel corso di questi anni, al centro del funzionamento del sistema economico. Oggi sappiamo che la centralità della finanza genera prevalentemente danni. La possibilità che alcuni strumenti riducano un po’ la centralità della finanza all’interno del sistema è un fattore positivo.

L’elemento negativo?

Che questo tipo di soluzione si riveli un pannicello caldo, cioè che in realtà si adotti un’imposta modestissima che non scoraggerà minimamente la speculazione e che alla fine produrrà un gettito molto minore rispetto alle attese. Il rischio, fondamentalmente, è che tutti si entusiasmino per questo tipo di soluzione ma poi, per il modo in cui questa imposta viene applicata, si riveli essere uno strumento molto modesto e di capacità limitata.

Esistono dei rischi?

Questo tipo di imposta per poter funzionare in un’area limitata, pensiamo all’Ue, e se si vuole evitare che i capitali fuggano, per esempio sulla piazza di Londra – che potrebbe decidere di non applicare l’imposta -, è necessario affiancare all’adozione di questa imposta dei provvedimenti di controllo dei movimenti di capitale al di fuori della zona Euro.

Ci faccia capire meglio…

L’imposta da sola provocherebbe una fuga di capitali. Il modo necessario per poter evitare che si verifichi questa fuga è di imporre dei controlli dei movimenti di capitale verso quei Paesi che decidessero di non adottare l’imposta. Si dice agli altri Paesi ‘se voi adottate l’imposta i capitali possono circolare liberamente, se voi non adottate l’imposta noi adottiamo dei controlli sui movimenti da e verso le vostre finanze’. Questo è l’unico modo per poter ovviare al pericolo.

Si andrà verso questa direzione?

Dipende molto dagli sviluppi della crisi. È chiaro che la crisi economica sta scompaginando le carte della politica economia e della visione economica prevalente. Il punto fondamentale è che l’imposta sulle transazioni finanziarie così come i controlli sui movimenti di capitali sono dei provvedimenti che entrano in contraddizione con la visione liberista che ha dominato nel corso di tutti questi anni. È chiaro, quindi, che fino a quando domina una concezione liberista del funzionamento del sistema economico è difficile che questi provvedimenti possano essere introdotti. Noi sappiamo che il liberismo finanziario ha dominato e resiste tuttora. Ovviamente se la crisi tende ad inasprirsi e ci si rende conto che soluzioni di tipo liberista non fanno altro che aggravarla, diventa più probabile che cambi l’agenda della politica economica e che, di conseguenza, anche provvedimenti antagonisti rispetto al liberismo finanziario imperante è possibile che vengano adottati. Molto dipende da come evolve la crisi.

da L’INDRO.IT di martedì 9 Ottobre 2012, ore 19:00

http://www.lindro.it/La-Tobin-Tax-e-realta-Anche-l,10894#.UIWDoW8xooc


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