Mese: novembre 2012

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta
di Paolo De Chiara
(Falco Editore)


con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI

[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana.
Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue.
dalla Prefazione di Enrico Fierro

[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà».

(dall’Introduzione di Giulio CAVALLI)

Paolo De Chiara

Il coraggio di dire no
Lea Garofalo
la donna che sfidò la ’ndrangheta 
Editore FALCO
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5

http://www.falcoeditore.com/il_coraggio_di_dire_no.html

CULTURA DELLA LEGALITA’… secondo giorno con i ragazzi di Venafro (scuola Don Giulio Testa)

 

CULTURA DELLA LEGALITA’ a Venafro, in attesa del secondo gruppo di ragazzi…

 

CULTURA DELLA LEGALITA’ con gli studenti di Venafro… il secondo gruppo

CULTURA DELLA LEGALITA’ a Venafro con i ragazzi di Scuola elementare…

GRAZIE di Cuore ai ragazzi (molto attenti) e agli insegnanti (molto sensibili) dell’Istituto don Giulio Testa di Venafro per la favolosa mattinata (22 novembre 2012) dedicata alla Cultura della LEGALITA’.

La macchina di don Paolo Scarabeo

MOLISE, Bruciata la macchina di un giornalista

L’episodio criminoso è accaduto a Venafro (Is) giovedì notte

Bruciata la macchina di un giornalista

L’uomo ha subito minacce di morte anche in passato

La macchina di don Paolo Scarabeo

La macchina bruciata

di Paolo De Chiara

Questa volta hanno alzato il tiro. Già in passato il giovane molisano aveva subito minacce di morte: lettere anonime con croci nere, volantini disseminati davanti l’abitazione dell’anziana madre, avvertimenti, intimidazioni. Aveva ficcato il naso dove non doveva. Quella brutta parentesi sembrava chiusa definitivamente. Ha continuato a fare il suo lavoro senza guardare in faccia a nessuno.

E sono ritornate le vecchie paure. Per P.S., iscritto all’Ordine dei giornalisti del Molise, è stato riservato un trattamento speciale. La sua macchina, un’Alfa 156, è stata data alle fiamme in piena notte. In perfetto stile mafioso. Nelle vicinanze è stata trovata anche una tanica di benzina. Il grave fatto si è consumato giovedì scorso a Venafro, in provincia di Isernia, dove il giovane risiede. È stata sua madre, nel cuore della notte, ad accorgersi dell’incendio doloso.

Subito sono cominciate a circolare strane voci. Dopo le fiamme è iniziata la strategia della diffamazione, del fango. È comparsa la tecnica utilizzata dalle organizzazioni criminali per delegittimare i nemici, gli avversari. Ultimamente, l’uomo, ha denunciato ai carabinieri un grave fatto di pedofilia.

Ma allora cosa è successo a Venafro? Si può collegare l’incendio doloso alla denuncia per pedofilia? Sono ritornati in gioco gli stessi squallidi personaggi delle vecchie minacce? P. S. è anche teste in un processo penale. È stata un’azione intimidatoria in vista dell’udienza, per tentare di chiudere la bocca al prete?

Resta il silenzio assordante in Molise. La notizia è passata come passano tutte le altre notizie. Con la sordina. Senza nessun tipo di approfondimento. Senza l’intervento forte delle Istituzioni locali, sempre impegnate in altre questioni (che poco si avvicinano alle esigenze dei cittadini). Tutti, non solo la sua comunità, devono stringersi intorno al giovane per far sentire quel calore, quella forza necessaria per andare avanti. Come prima, più di prima. Per continuare le sue battaglie contro il malaffare. E il Molise è una Regione piena di malaffare e di ‘brutte’ persone.

L’unica discussione si è registrata sul web, nella pagina facebook ‘Proviamo a cambiare anche Venafro?’ dove diversi iscritti hanno commentato con rabbia l’episodio criminale. “Sinceramente scrive Nicandro Forte questi metodi non sono nuovi a Venafro e sinceramente resto a bocca aperta nel vedere gente e politici meravigliarsi di tale gesto gravissimo. Vi ricordo che politicamente non si è fatto nulla per impedire il soggiorno a esiliati di spicco della malavita organizzata. Politicamente non si è fatto nulla da 15 anni a Venafro”. Per il giornalista Antonio Sorbo, oggi consigliere comunale e provinciale: “la deriva di Venafro in questi anni non è stata soltanto economica, amministrativa, politica ma anche sociale e culturale. Ci hanno lasciato un’eredità pesante e penso che dobbiamo ricominciare quasi da capo, in tutti i sensi, come cittadini prima di tutto e poi come politici ed amministratori”.

In questa ‘isola infelice’ (dove non esiste una libera stampa, dove i ‘cani da guardia’ sono stati sostituiti dai ‘cani da compagnia’) chi tocca certi ‘interessi’ viene messo all’angolo, colpito con lucida freddezza. Ma per aprire gli occhi, per un necessario scatto di orgoglio, bisogna necessariamente aspettare il morto?

 

 

SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE. Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE

Il Governo italiano ha stanziato 400milioni di euro per sanare le differenze: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Questa è la classifica realizzata da FORUM PA e presentata, in collaborazione con Bologna Fiere, nella giornata di apertura di Smart City Exhibition. Dai dati emerge il ritratto di un Paese diviso in due, con un netto predominio del Centro-Nord in tutte le dimensioni analizzate: economia, ambiente,governance, qualità della vita, mobilità, capitale sociale. 

“Nel nostro Paese – spiegano al Forum – la corsa verso le smart city è appena cominciata, ma alcune città hanno già un bel vantaggio sulle altre. E purtroppo, ancora una volta, l’Italiaappare divisa in due: grandi o piccole che siano, infatti, le città intelligenti stanno tutte alCentro-Nord”. Bologna, Parma e Trento occupano la testa della classifica generaleseguite da Firenze, Milano, Ravenna, Genova, Reggio-Emilia, Venezia e Pisa. Solo al 43° posto la prima città del Sud, che è Cagliari, seguita da Lecce (54°) e Matera (58°).

Fanalino di coda Caltanissetta, Crotone ed Enna. “La classifica, piuttosto che considerarsi un punto di arrivo, vuole essere utile per fotografare lo stato attuale, di partenza dei processi in corso”, secondo Gianni Dominici, direttore generale di FORUM PA. “Per quanto riguarda lostacco tra le città del Centro-Nord e quelle del Sud in prospettiva si spera che la compattezza di questo schieramento venga incrinata, anche grazie ai finanziamenti già assegnati con il primo bando del MIUR esclusivamente rivolto alle regioni dell’obiettivo convergenza. Diversamente anche le Smart Cities, le comunità intelligenti, rischiano di diventare l’ennesima occasione perduta per un territorio in cerca di prospettive”.

La classifica è stata formata con oltre cento indicatori, riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità della vita. Abbiamo contattato il curatore della ricerca, Gianni Dominici, per capire meglio il progetto: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per cercare di far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città e nei nostri territori”.

Quali devono essere le caratteristiche fondamentali per una città smart?

Una nuova concezione di considerare il territorio e, soprattutto, gli attorti nel territorio, non più semplici destinatari degli interventi dei servizi e delle politiche, ma come soggetti e protagonisti coinvolti. Una smart city è una città che coinvolge, con obiettivi chiari e condivisi, basati sulla qualità della vita, sullo sviluppo sostenibile e sullo sviluppo del capitale umano.

Tutto questo come si riflette sulla società e sull’economia?

Si riflette sia a livello collettivo che individuale, condividendo i vari modelli operativi. In termini economici è evidente che abbiamo bisogno di considerare anche i nuovi modelli per lo sviluppo. Non si può più semplicemente parlare di pil, ma di benessere, di qualità della vita. È necessario immaginarci nuove forme di sviluppo, non basate semplicemente sul pil, ma anche su concetti come il benessere, la qualità della vita e lo sviluppo sostenibile.

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Quali sono le differenze con le città del meridione?

Purtroppo le differenze con le città del meridione ci sono e sono anche evidenti. La prima città del meridione in classifica è Cagliari, che è 43^. La nostra vuole essere una classifica finale, più che un punto di arrivo, un punto di partenza. La nostra è una griglia di partenza, con la quale le città si sono schierate per seguire questo percorso. Purtroppo le città del sud partono svantaggiate perché pagano anni e anni di sottosviluppo e di malgoverno.

Partono svantaggiare, ma sono destinate a rimanere indietro?

Speriamo di no. Il Governo si sta muovendo e attrezzando.

In che modo?

Sono già stati assegnati circa 400milioni di euro alle città del meridione. Speriamo che questi soldi portano a dei risultati concreti.

Quattrocento milioni di euro stanziati da questo Governo…

Si, il Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica ha stanziato un miliardo di euro. Una prima gara per le città del sud e una gara, ancora in corso, che si chiuderà a metà novembre. Una bella iniezione di denaro.

Basta l’iniezione di denaro per eliminare il distacco tra Sud e Nord?

È evidente che il gap non è soltanto infrastrutturale e tecnologico. Ci vogliono anni e anni per ridurre questo distacco.

da L’INDRO.IT di martedì 30 Ottobre 2012, ore 18:30

http://lindro.it/Smart-City-un-abisso-tra-il-Sud-e,11309#.UJl8gG9mJ7s

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI. Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI

“Il Governo dei tecnici è miope. Ci stiamo avvicinando alla Grecia. Con il ddl stabilità si mettono a rischio servizi necessari e 40mila posti di lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“L’impatto dell’aumento dell’IVA alle cooperative sociali non è accettabile; avrà una serie di effetti deprimenti per le famiglie, le stesse cooperative sociali e per le istituzioni locali, senza alcun vantaggio reale per lo Stato”Non usa mezzi termini l’Alleanza per le Cooperative italiane per criticare il ddl stabilità e per denunciare una situazione drammatica “per una scelta miope del Governo dei tecnici, che non conoscono questa materia”.

In un documento dettagliato elencano, punto per punto, tutto quello che sta accadendo etutti i pericoli che possono essere scongiurati. Come i 20 mila posti di lavoro, “che però potranno raddoppiare a 42mila”, tagliati nelle cooperative sociali“L’art. 12 del disegno di legge di stabilità, ai commi 14-16, prevede che le prestazioni socio sanitarie, educative, di assistenza domiciliare o ambulatoriale o in comunità o simili o ovunque rese, in favore di anziani ed inabili adulti, tossicodipendenti e malati di AIDS, degli handicappati psico-fisici, dei minori, anche coinvolti in situazioni di disadattamento e di devianza rese da cooperative sociali e loro consorzi siano assoggettate ad aliquota del 10% e non più del 4%; ferma restando la facoltà per le cooperative sociali di optare per il regime di esenzione previsto dal d. lgs. 460/97 sulle ONLUS”.

Ma cosa significa? Che vengono cancellati, con un colpo di spugna, asili nido, presidi sanitari, educativi. Che vengono negati servizi essenziali agli anziani, ai minori, ai malati. Per capire meglio cosa sta accadendo abbiamo contattato il presidente dell’AGCI (Associazione generale cooperative italiane), responsabile del settore Solidarietà, Eugenio De Crescenzo.“Nel sentire del Governo c’è una visione ragionieristica dei dati, senza analisi e conoscenza delle conseguenze che le scelte provocano. Questa questione non può essere coperta da una presunta infrazione in sede comunitaria”.

Il riferimento è alla questione posta dalla Commissione europea della compatibilità con il diritto comunitario (la direttiva Iva 2006/112/CE) del regime IVA (aliquota al 4%) riservato dall’ordinamento italiano alle prestazioni socio sanitarie ed educative rese dalle cooperative e loro consorzi. Un progetto pilota (’EU Pilot’), una richiesta di informazioni che non comporta necessariamente una procedura di infrazione, “procedura che, sottolineiamo con forza, comunque non è stata ancora avviata”.

In Italia sono circa 12 mila le cooperative sociali. È un settore che offre lavoro a quasi400mila persone ed è in costante crescita. Nel corso degli anni ha aggregato una rete di servizi di welfare che, attualmente, raggiunge circa 7 milioni di cittadiniGli ultimi, i più sfortunati. Il 70% del fatturato della cooperazione sociale arriva dagli enti pubblici, il 30% dalla domanda privata pagante, cioè dalle famiglie. Ma cosa si rischia? Nel documento preparato dall’Alleanza per le Cooperative italiane c’è un lungo elenco che tocca gli enti locali, che non hanno risorse per far fronte all’aumento di sei punti percentuali e che forniranno nel 2013 meno servizi sociali ai cittadini; l’aumento di evasione e irregolarità del lavoro; il taglio dei servizi di inclusione sociale per le fasce più deboli; i ritardi di pagamento;il freno per l’economia sociale (“nessuno può reggere nel contesto della crisi economica un aumento del 150% dell’Iva”); il taglio di 20mila posti di lavoro, che potranno arrivare a42mila; il senso di frustrazione e rabbia dei soci verso l’azione del Governo, giudicata come“un accanimento” dell’’Esecutivo e dei suoi rappresentanti. Secondo De Crescenzo “il Governo non ha la memoria interna di quello che è successo. Perché le cooperative sociali hanno l’Iva al 4%?”.

Lo dica lei.

Non è un caso del destino, non è per fare concorrenza sleale nel sistema imprenditoriale della produzione del welfare. È una scelta politica mirata e consumata che è stata fatta nel momento in cui si sono analizzati tutti gli elementi specifici, originali della cooperazione sociale delle cose che fa. Per cui questa memoria in questo Governo non c’è. Non c’è uno che ne capisce di questa roba. Nello stesso decreto si abbassa la potenzialità di detrazione derivante dalle donazioni a favore delle Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale,ndr). Se è un disegno organico del Governo per smantellare il welfare privato del Paese ce lo dicano. Potrebbero presentare una piattaforma e dire ‘il terzo settore per noi è un peso’. Così si prendono l’onere di dimostrarlo.

Che significa smantellare il welfare privato nel Paese?

In un documento del Governo si dice che aumenta il costo dei servizi sociali agli Enti locali, che sono stati decurtati delle loro capacità finanziarie per intervenire sulle politiche sociali, con un aumento del 150% sull’indice, dal 4 al 10, che diventa 11% per l’aumento complessivo dell’Iva, vuol dire che non ci si rende conto che si sta parlando di 400mila operatori sociali, di 12mila aziende che danno servizi alla fascia più debole del Paese e questa cosa qui, l’incasso di 150milioni dall’aumento, crea un danno enorme. Se poi nel documento si mette pure che i soggetti privati, attraverso l’istituto della donazione, non hanno più vantaggi fiscali, si toglie linfa a un pezzo d’Italia che si occupa degli ultimi, dei sette milioni di disagiati presenti nel nostro Paese, certificati dall’Istat. Prendersela con i nani è la strada scelta dal Governo.

Praticamente, che significa toccare in questo modo questo settore?

Aumenta il costo del servizio, conseguentemente i servizi andranno tagliati. Gli Enti locali non hanno le risorse per poter aumentare il costo del servizio. Stiamo contestando anche l’articolo 15 del ddl, che dice che bisogna fare tagli del 5% alle Asl.

Ci stiamo avvicinando sempre di più alla Grecia?

Certo, abbiamo fatto un grande passo nel canale d’Otranto. Noi prevediamo un’espulsione di20-25mila persone dal mondo del lavoro, con costi sociali altissimi. Non c’è un disegno strategico, ma solo un’ignoranza dei dati. I costi che vengono fuori da questa azione sono molto, ma molto maggiori dai vantaggi ragionieristici e di cassa che loro ne avrebbero.

Come si può risolvere questa situazione?

Magari aprire un dossier su una cosa di questo tipo, incontrarsi e discuterne.

Lei dice che i tecnici sono ignoranti in questo campo…

Si rivolgano a chi questo lavoro lo fa. Le politiche sociali in Italia, trent’anni fa, l’hanno fondate le nostre sigle. I propulsori di un movimento culturale.

Qual è l’azione che voi porterete avanti?

Abbiamo incontrato tutti i capigruppo dei partiti politici, abbiamo incontrato le Commissioni, abbiamo inviato al Governo una relazione specifica. Sono tanto europeisti, ma lo sanno che la comunità europea sta ridiscutendo il sistema generale dell’Iva?

Se la situazione dovesse rimane così com’è…

Il 31 ottobre siamo sotto Palazzo Chigi, non ci stiamo ad essere complici di un abbassamento del livello di civiltà di questo Paese. Vogliamo discutere tutto.

da L’INDRO.IT di venerdì 26 Ottobre 2012, ore 18:46

http://lindro.it/Tagli-anche-per-le-cooperative,11251#.UJl6S29mJ7s

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