Mese: aprile 2013

Il pentito Bonaventura: “La mano della ‘ndrangheta dietro l’attentato di Roma”

Luigi Preiti arresto

 

Per il pentito Luigi Bonaventura un ‘chiaro, chiarissimo messaggio’

“La mano della ‘ndrangheta dietro l’attentato di Roma”

di Paolo De Chiara
“Sono disperato, cercavo il gesto eclatante, puntavo ai politici”. Queste le parole pronunciate dal disoccupato calabrese Luigi Preiti, 49 anni. Il protagonista della sparatoria in piazza Colonna. A Roma, tra Palazzo Chigi e Montecitorio. Nel giorno del giuramento del Governo Letta, targato Pd-Pdl. Due carabinieri colpiti dai proiettili. Era arrivato a Roma con il treno, dalla Calabria. L’uomo che voleva ‘uccidere i politici’ è di Rosarno, residente da molti anni ad Alessandria in Piemonte. Non è un pazzo, ha agito con premeditazione. È accusato di tentato omicidio, porto e detenzione di arma clandestina e ricettazione.‘Un’iniziativa isolata’ per il procuratore aggiunto della Procura di Roma Pierfilippo Laviani e per il sostituto Antonella Nespola. Per il ministro degli Interni, Angiolino Alfano: “Non risultano contatti di Preiti con ambienti eversivi. Un gesto isolato, un gesto sconsiderato. Non si possono leggere i prodromi di focolai di piazza o di tensioni eversive in grado di compromettere la tenuta dell’ordine pubblico e della sicurezza che resta comunque salda”. Non sembra esserci alcun legame con la ‘ndrangheta. Per Biagio Simonetta (il Sole24Ore): “In un quadro decisamente fosco e tutto da delineare, c’è una certezza assoluta sulla vita di Luigi Preiti: il 49enne che ieri ha sparato davanti a Palazzo Chigi ferendo due carabinieri non ha nulla a che fare con la ‘ndrangheta. E non è un dettaglio insignificante, se vieni da un posto come Rosarno e impugni una pistola. Nessuna denuncia, nessun legame con le famiglie che da sempre egemonizzano il territorio”. Per Enrico Fierro e Lucio Musolino (Il Fatto Quotidiano):“…quel cognome, Preiti, rimanda a Domenico e Roberto considerati vicini alla cosca Pesce. Sono suoi lontani parenti. Pochi rapporti con loro”. Un’interpretazione diversa arriva dal pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura, l’ex reggente del clan crotonese Vrenna-Bonaventura. Ascoltato da diverse Procure italiane, in diversi processi. Commenta il gesto di Preiti su facebook: “…dietro l’attentato a Roma ai Carabinieri (vero intento colpire i politici) c’è chiaramente la mano della ‘ndrangheta! È un messaggio forte e chiaro… ci scommetterei ogni cosa e non la perderei!!!”. Bonaventura parla di “messaggio, di azione forte”. La sua versione fa rabbrividire: “la ‘ndrangheta, le mafie erano presenti al giuramento e, com’è loro abitudine, lo hanno fatto con il sangue. Questa è un’azione pianificata. Sarebbe interessante capire chi morirà o sparirà in Calabria nei prossimi giorni”. Per Bonaventura: “è un gesto troppo simbolico  per non essere un messaggio. Nessun calabrese di buon senso, e lui non è affatto uno squilibrato, partirebbe dalla Calabria, soprattutto da zone come Rosarno, senza il permesso della ‘ndrangheta, per fare un gesto di così grande portata. Porterebbe troppe e non meglio quantificabili ripercussioni, senza nessun grosso interesse. Ad uno ad uno gli sterminerebbero la famiglia, ogni calabrese lo sa”. Il collaboratore di giustizia si sofferma anche sulla pistola utilizzata: “una 7.65, Pietro Beretta, modello 35, con canna sostituibile. In passato in dotazione alle forze armate italiane in calibro 9 corto, usata anche durante la seconda guerra mondiale. È uno dei modelli preferiti dalla ‘ndrangheta, facilmente reperibile e non inceppa mai. È come una firma. La ‘ndrangheta usa spesso queste persone che vivono, lavorano fuori e sono incensurate e insospettabili, ‘i cosiddetti colpi riservati’. Per un lungo periodo lo sono stato anch’io, fino a poi essere richiamato nel 1990 dalla Toscana per la strage di Piazza Pitagora (Crotone, novembre 1990, ndr)”. Per Bonaventura l’attentato è stato organizzato e pianificato dalla ‘ndrangheta. “Secondo me fa tutto parte di quella famosa strategia del terrore, ne ho parlato anche ai magistrati. Dovremo abituarci a nuove e raffinate strategie, che non sempre saranno facilmente comprensibili. Trovo, in qualche modo, molte similitudini con l’attentatore di Brindisi e un filo rosso con la morte del Carabiniere Giovanni Sali a Lodi”.

IL PROGETTO. CULTURA della LEGALITA’ nelle Scuole molisane.

I LEZIONE

CULTURA DELLA LEGALITÀ… con gli studenti del ‘L. Pilla’ di Venafro.

Abbiamo parlato di Legalità… senza dimenticare Pio La Torre e Lea Garofalo.

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pio la torre

UCCISO L’ON. PIO LA TORRE

 

 

IL PROGETTO. CULTURA della LEGALITA’ nelle Scuole molisane. Venerdì 26 aprile 2013, Sesto Campano, ore 9.00/10.30; Venafro, ore 11.00/12.30.

Martedì 30 aprile, Venafro, ore 9.00/12.30.

Venerdì 3 maggio, Sesto Campano, ore 9.00/10.30; Venafro, ore 11.00/12.30.

Venerdì 17 maggio, Venafro, ore 16.30

LA CULTURA della LEGALITA’ a CAMPOMARINO (Molise)

Scuola Media CARRIERO, Campomarino, aprile 2013

CULTURA DELLA LEGALITA’ 
Scuola Media ‘Carriero’, CAMPOMARINO 
Martedì 23 aprile, dalle ore 10.30 


Abbiamo parlato di Costituzione, di Legalità, di Molise (Isola Infelice) e della drammatica storia di Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

Grazie di Cuore per l’invito.
Paolo De Chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO. L’intervento del Procuratore Capo della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO

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Formia, 18 aprile 2013
L’intervento del Procuratore Capo della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FORMIA

“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”
Sala consiliare “Ribaud” del Comune – Piazza Municipio, 1
SALUTI:
Elvio Di Cesare (Segr. Naz. Ass. Caponnetto); Antonio Turri (Pres. Ass. “I cittadini contro le mafie”): Michele Falco (Editore)
INTERVENTI:
Paolo De Chiara (Autore del libro);

Patrizia Menanno (Ass. Caponnetto), Paola Primicerj (Coord. Ufficio Giudice di pace Cassino);

Enrico Fierro (“Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione);

Marilena Natale (“La Gazzetta di Caserta”);

in collegamento skype Giulio Cavalli (Attore e scrittore, autore dell’Introduzione);

Armando D’Alterio (Proc. DDA Campobasso)
 
MODERATORE:
Luca Teolato (“Il Fatto Quotidiano”)

FORMIA, presentato Il Coraggio di dire No (18 aprile 2013)

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“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”

Bellissima e interessante iniziativa a Formia, per ricordare Lea Garofalo… ma anche TUTTI i Testimoni di Giustizia. Loro hanno bisogno del nostro aiuto.

GRAZIE DI CUORE all’Ass. “A.Caponnetto” e ai  “I Cittadini contro le mafie”.

A Elvio Di Cesare (Segr. Naz. Ass. “Caponnetto”) ad Antonio Turri (Pres. “I cittadini contro le mafie”), a Michele Falco (Editore)

A Patrizia Menanno e Letizia Giancola (Ass. “Caponnetto”), Paola Primicerj (Coord. Ufficio Giudice di pace Cassino); Enrico Fierro (“Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione); Marilena Natale (“La Gazzetta di Caserta”); Giulio Cavalli (Attore e scrittore, autore dell’Introduzione); Armando D’Alterio (Proc. DDA Campobasso), Luca Teolato (“Il Fatto Quotidiano”)

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Armando D’ALTERIO (Proc. DDA Campobasso), con Marilena Natale de la Gazzetta di Caserta e Luca Teolato de Il Fatto Quotidiano

 

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'Follie notturne', scatto di Marilena Natale

‘Follie notturne’, scatto di Marilena Natale

NON SIAMO NOI A DOVER AVERE PAURA, da LA VOCE, Liceo San Nilo – ROSSANO

Lea Garofalo, Liceo San Nilo - Rossano (Cosenza)

Lea Garofalo, Liceo San Nilo – Rossano (Cosenza)

GRAZIE DI CUORE… l’articolo che Graziella Avena (Classe III v.o. Sez. C) ha curato per LA VOCE (periodico indipendente di Rossano e circondario) – marzo 2013: “Non siamo noi a dover avere paura” – il Liceo San Nilo di ROSSANO (Cosenza) incontra Paolo De Chiara, autore del libro “Il coraggio di dire no”.

IL CORAGGIO DI DIRE NO…a FORMIA

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FORMIA 

Giovedì 18 aprile 2013, ore 17.00

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MANIFESTO2
MANIFESTO1

CASO LEA GAROFALO (4 udienza Milano), parla la BESTIA ‘ndranghetista Carlo Cosco

Carlo Cosco

Carlo Cosco

OMICIDIO LEA GAROFALO 

IV Udienza del 16 aprile 2013

 I Corte d’Assise d’Appello di Milano

Parla il mafioso Carlo Cosco, l’assassino della sua ex compagna

 

DUE PUGNI. “Non l’ho strangolata, dopo che le ho dato due pugni aveva gia’ perso conoscenza, quando ha picchiato la testa per terra secondo me era gia’ morta e ha iniziato a perdere sangue”. 

 

 

LA SCUSA. “Era verso le sette e qualcosa io, Venturino e Lea siamo saliti, abbiamo visto la stanza del letto e abbiamo parlato del bagno che era tutto vecchio, da rifare. Man mano che parlavamo sono successe delle parole (testuale, ndr). ‘Non ti faccio piu’ vedere Denise. Sei sempre uno str…, hai la testa che avevi prima, dicevi che la casa non ce l’avevi e invece ce l’hai’, mi ha detto lei. ‘Ma la casa non e’ mia’, ho risposto e lei mi ha detto che non se ne voleva andare piu’ e non mi avrebbe piu’ fatto vedere Denise”. 

 

DOPO L’OMICIDIO… “sono andato a casa a rilassarmi un po’, ero ancora tutto agitato, poi sono andato in via Montello, ricordo che c’era la partita… C’era mio fratello Sergio, gli ho detto e’ successo questo, cosi’ e cosi’, l’ho uccisa. Vedete come dovete fare per fare sparire il corpo. Lui mi ha detto: vai a consegnarti. Io non sono andato a consegnarmi perche’ non volevo perdere mia figlia Denise”. 

 

LA SCOPERTA. “Se organizzavo l’omicidio come dice la procura io adesso non sarei qui”. 

(fonte AGI)

 

CASO GAROFALO – L’eco di un no, Lea e la sua lotta alla ‘ndrangheta

lea per milano

 

“Cominciamo dalle piccole cose, dal non gettare la carta per terra , dal non danneggiare ciò che ci circonda per esempio, interessiamoci della quotidianità, non deleghiamo tutto ai politici, ognuno faccia il proprio dovere: anche questa è politica.”
Con queste parole si è conclusa la presentazione del libro“Il coraggio di dire no” di Paolo De Chiara.
I fatti di cronaca narrati nel libro riguardano la nota vicenda di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco il 24 novembre 2009 e della sua personale lotta alla ‘ndrangheta, personale perché Lea ha sempre lottato da sola, nessuno mai le ha davvero teso la mano, nemmeno chi aveva tutte le carte in regola per farlo.
“Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia…”. Scriveva così, sei mesi prima di morire. Della vita, della mafia, delle ingiustizie Lea aveva solo da insegnare, sapeva tutto perché agli occhi vigili di una donna non sfugge mai nulla, soprattutto quando è ferma, immobile ad osservare. Lea ha passato la sua vita a scrutare quello che la circondava, Lea era esausta del “puzzo della ‘ndrangheta”che non le lasciava respirare aria sana, Lea non poteva permettere che sua figlia crescesse in un ambiente così inquinato. Lea voleva parlare. Una donna con la d maiuscola è come la verità, prima o poi deve emergere. Lea parla, con la coscienza pulita, svuota quell’accumulo di marciume che ha raccolto negli anni. Lea rifiuta le catene. Lea diventa una testimone di giustizia.
De Chiara insiste sul termine ‘testimone’. Nel suo discorrere tra le principali tappe della triste vicenda, si sofferma a spiegare le imprecisioni di tanti che si accontentano di informazioni approssimate e che scambiano la donna per una collaboratrice di giustizia, definizione del tutto fallace data la completa estraneità della stessa da qualsiasi affare gestito dai Cosco. Lea non si è mai sporcata le mani.
Quelle“bestie”, essenza di quel sangue che è solo freddo, la seguono, la controllano, le rendono la vita impossibile, la costringono a scappare in continuazione e Denise, nume di Lea, le tiene salda la mano e le dà la forza di andare avanti nella sua gloriosa impresa: denunciare quei “vigliacchi”. Ma chi è la preda, chi il predatore?
Una donna che sa, incute più terrore di uomini armati di minacce e regole d’onore da rispettare. Lea conosceva il lieto fine delle fiabe di mafia, è sempre lo stesso e i suoi persecutori non desideravo che scriverlo, sentiva che sarebbe morta per mano loro, a caratteri di fuoco scriveva al presidente della Repubblica che “arriverà la morte”. Viveva in attesa di quel momento perché aveva capito che coloro ai quali si era rivolta ‘hanno orecchi ma non odono’.
In questa prospettiva il suo femminicidio, è una storia di mafia quanto di inadempienza da parte dello stato. Questa è una storia politica oltre che umana. Ma che tipo di politica? Con una p maiuscola o minuscola? È questo il punto di arrivo di De Chiara. Quale politica di stato doveva aiutare Lea? Chi ha fatto troppo poco? Chi, ancora oggi, si rifiuta di dare risposte alle innumerevoli domande rimaste in sospese? Con quale coraggio non si è riconosciuta l’aggravante mafiosa almeno agli esecutori materiali del delitto? Indignatevi, scriveva Hessel.
Borsellino diceva che politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. Supponiamo che si mettano d’accordo. In troppe circostanze gli accordi si rivelano tutt’altro che taciti, questo caso è uno di questi? Ai posteri ardua sentenza. Di certo c’è che il coraggio di uno su un milione non basta a cambiare le cose e che in molti si limitano a parlare per riempire i vuoti incolmabili che tutti i martiri lasciano in terra. Le parole però non bastano, i vuoti che restano si riempiono con il buon esempio. Paolo De Chiara, uno tra questi. Riempe le parole di valore, il prediletto: legalità. Dialoga con ragazzi di ogni età, gira per l’Italia per combattere il silenzio assordante che la mafia osanna e per diffondere ventate di informazione necessaria.
E allora: parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.
Di una cosa si può esser pur certi: quando persino i romantici non avran più voglia di lottare, Lea tornerà per consolar loro, come tornò, seppure per una breve passeggiata tra le strade di Napoli, la Francesca di Ermanno Rea . Il suo fantasma tornerà per dire tutto ciò che una giovane madre direbbe ai suoi figli sconsolati, guidata dal suo inconfondibile amore materno che le ha colorato la grigia esistenza dirà che serve ancora pazienza, tanta tenacia per sradicare radici profonde e che serve ancora tanto coraggio, soprattutto il coraggio di compiere l’impossibile.

Lella Lombardi

15 aprile 2013

dal blog arcilella – http://arcilella.wordpress.com/2013/04/15/leco-di-un-no-lea-e-la-sua-lotta-alla-ndrangheta/

da L'INCHIESTA del 10 aprile 2013

CASO GAROFALO, Intervista

da L'INCHIESTA del 10 aprile 2013

da L’INCHIESTA del 10 aprile 2013

LEA GAROFALO, DELITTO DI ‘NDRANGHETA, III Udienza (12 aprile 2013)

lea garofalo collana

 

DELITTO DI ‘NDRANGHETA

“DOVEVAMO AMMAZZARE ANCHE DENISE, SECONDO CARLO COSCO”

III Udienza, Lea Garofalo (12 aprile 2013)

I Corte d’Assise d’Appello di Milano


PARLA il collaboratore Carmine VENTURINO (l’ex fidanzatino di Denise):“Loro sono una potente famiglia di ‘ndrangheta. Carlo Cosco, soprattutto, è un uomo molto pericolo, molto influente, con molte amicizie. Carlo COSCO non decide lui di uccidere Lea Garofalo, questo è un omicidio imposto dalla ‘ndrangheta…”. 

Video tratto dal Tg La7 del 12 aprile 2013

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LA FIGLIA DI LEA GAROFALO RICONOSCE I 
GIOIELLI DELLA MADRE

Nell’udienza per il processo d’appello Denise Cosco identifica gli oggetti ritrovati insieme ad alcune ossa della donna scomparsa nel 2009. Il padre, che si è attribuito la responsabilità dell’omicidio, verrà sentito il 16 aprile

A quasi due anni di distanza Denise Cosco torna a sedersi come testimone davanti ai giudici della Corte d’Assise, stavolta d’appello, per riconoscere i gioielli di sua madre, Lea Garofalo. Gli oggetti, trovati un po’ bruciati insieme ai frammenti di ossa in un tombino,  hanno contribuito a collegare i resti proprio all’identità della donna scomparsa da Milano il 24 novembre del 2009.

Il ricordo della festa di compleanno
 – In aula la ragazza, oggi 22enne, è rimasta solo qualche minuto. Ha descritto la collana e il bracciale che la madre avrebbe avuto con sé il giorno in cui di lei si persero le tracce. Li ha riconosciuti tra quelli delle foto mostrate dal procuratore generale, insieme ad un coltellino di piccole dimensioni. La sua audizione era limitata a questo riconoscimento, la ragazza non ha potuto quindi rispondere ad altre domande che non fossero relative all’argomento. Solo prima di essere congedata dalla Corte, ha voluto precisare un dettaglio: non partecipò mai alla festa di compleanno che il padre Carlo Cosco le organizzò, quando la madre era già scomparsa, nel 2009.
“Hanno festeggiato senza che ci fossi io”. “Mia madre scomparve il 24 novembre – ha affermato Denise – dopo qualche ora avrei compiuto 18 anni e mio padre aveva avuto la brillante idea di farmi una festa, ma io gli avevo detto che non avevo niente da festeggiare. Nonostante ciò, lui aveva invitato i miei amici e la festa si era svolta senza che io ci fossi. Io non sono andata perché era scomparsa mia madre”. Poi, Denise ha aggiunto, ironica: “Un amico di mio padre mi disse che lui c’era rimasto male perché non ero andata e io pensai: ‘ah, c’è pure rimasto male…'”.
Carlo Cosco verrà sentito il 16 aprile – A pochi metri di distanza, rinchiuso nella gabbia della grande aula, c’era proprio Carlo Cosco, la cui difesa ha chiesto e ottenuto il suo esame. Il padre di Denise, che nelle scorse udienze, con dichiarazioni spontanee aveva esordito dicendo “Mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo” verrà sentito in aula il prossimo 16 aprile e risponderà alle domande delle parti. “Aspetto con doveroso rispetto le dichiarazioni dell’imputato al quale va accreditato il diritto di dire la sua verità”, ha affermato il suo difensore Daniele Steinberg.
“Quello che è certo – ha precisato il legale – è che non risulta da nessuna parte che Carlo Cosco sia legato alla ‘ndrangheta”. A far riferimento alle ‘regole’ della ‘ndrangheta quale movente dell’omicidio di Lea Garofalo è stato il pentito Carmine Venturino che ha fornito dettagli anche crudi sulla distruzione del cadavere di Lea Garofalo. “Quel che è certo – ha precisato ancora il legale – è che nonostante le dichiarazioni di Venturino Carlo Cosco non ha mai pensato neanche lontanamente di far del male a sua figlia”.
da SKY.IT – Tg24 – Cronaca

MODENA, presentazione IL CORAGGIO DI DIRE NO (12 aprile 2013)

presidio Lea Garofalo

Presentazione de IL CORAGGIO DI DIRE NO, Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta… a Modena.

Grazie di Cuore all’Ass. L’Asino che vola, al Presidio di Libera ‘Lea Garofalo’, aMarco Cugusi e ad Anna Sannino per il loro necessario impegno.

Tutti insieme possiamo e dobbiamo fare molto.

GRAZIE!!!

Paolo De Chiara

Modena

Modena

da: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04225

Il coraggio di dire no

la donna che sfidò la ‘ndrangheta
inserito da Laura Caputo
Ieri sera 12 aprile alle 21, presso il Teatro Tenda di Modena, con il patrocinio di Libera delle Terre di Castelli1, Paolo De Chiara, coadiuvato da Marco Cugusi dell’Associazione Culturale l’Asino che vola, ha presentato il suo libro Il coraggio di dire no, narrazione esatta e dettagliata della vicenda di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.
Paolo De Chiara è un giovane giornalista molisano che ha sentito la necessità di ricercare la verità storica di un omicidio-femmicidio che, proprio in questi giorni in un’aula del Tribunale di Milano, è sottoposto al vaglio ai giudici dell’appello.
Ha colpito, durante l’incontro, la passione che abita l’Autore e che può nascere solo da un’intima esigenza di autenticità e dalla rabbia per la neghittosità delle istituzioni, una passione quasi fisica, tanto che ha stupito il suo ripetuto ricorso a termini riguardanti altre sfere sensoriali, il suo riferirsi alla “puzza delle bestie” che non hanno esistato ad uccidere una donna indifesa. Odore di morte e di sangue che per un attimo ha avvolto gli ascoltatori facendoli inorridire.
Lea Garofalo, testimone di giustizia, ha tentato di sfuggire alla vendetta del marito, appartenente alla famiglia Cosco per ben sette anni. Alla fine ha vinto la ‘ndrangheta: insieme a Paolo Di Chiara facciamo in modo che non accada mai più.
(13 Aprile 2013)

OMICIDIO LEA GAROFALO, parla Carmine Venturino (II Udienza, 11 aprile 2013)

CASO LEA GAROFALO
II Udienza, Corte d’Assise d’Appello di Milano, giovedì 11 aprile 2013

 

PARLA L’EX FIDANZATINO DI DENISE (figlia di Lea), Carmine Venturino


IL CORPO BRUCIATO. “Mentre il corpo bruciava, spaccavamo le ossa con una pala”.
L’ARMA DEL DELITTO, LA CORDA.  …”le era entrata nella carne e lei aveva molti colpi in faccia, una parte della faccia era schiacciata”. 
IL CADAVERE. “Aveva dei colpi in faccia, i vestiti strappati sul petto e un laccio verde sul collo con cui era stata strangolata, c’era del sangue, aveva preso molti colpi in faccia, e la corda aveva lacerato la carne”.

Video tratto da TelenovaMSP

 

Carlo Cosco

‘NDRANGHETA: Carlo Cosco, un guappo di cartone

GUAPPO DI CARTONE! 

Carlo Cosco

Carlo Cosco

 

 

 Il dito sotto l’occhio destro… un segnale per qualcuno? 


Milano, 9 aprile 2013 – I udienza, II grado di giudizio. Dopo gli ergastoli è arrivata la strategia dei Cosco? Gli affari non si possono gestire dal carcere? Meglio avere qualche fratello (fuori) che si occupi del clan? Una bestia (pm Sandro Dolce), un vigliacco (pm Marcello Tatangelo) come Carlo Cosco (che vuole giocare a fare il boss) non si accusa facilmente di un omicidio. Si è comportato così (le promesse, la speranza, la disponibilità) con Lea (in vita) e ora sta cercando di fare la stessa cosa con la figlia Denise. La strategia criminale è chiara.

http://www.falcoeditore.com/il_coraggio_di_dire_no.html

CASO Lea GAROFALO. Iniziato l’APPELLO.

 “Sappia Carlo Cosco che nessuno lo perdonerà mai per quello che ha fatto. Ne’ Denise, ne’ io, ne’ tutti i miei parenti”. Lo ha detto all’Ansa, Marisa Garofalo, sorella di Lea, riferendosi alla confessione in aula a Milano, in Corte d’assise d’appello, di Carlo Cosco, compagno della vittima, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo.

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la 'ndrangheta

Milano, 9 aprile 2013 – I udienza, II grado di giudizio.

Dopo gli ergastoli è arrivata la strategia dei Cosco? Gli affari non si possono gestire dal carcere? Meglio avere qualche fratello (fuori) che si occupi del clan? Le prossime udienze saranno fondamentali per capire…  

Cosco in tribunale: «Ho ucciso io Lea Garofalo»

L’ex compagno, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della donna che lo aveva accusato, ammette per la prima volta la propria responsabilità

«Mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo». Carlo Cosco, ex compagno della vittima, si assume la responsabilità del delitto della testimone di giustizia che venne uccisa il 24 novembre 2009. Cosco, condannato in primo grado all’ergastolo, ha reso dichiarazioni spontanee durante la prima udienza del processo d’appello in corso a Milano. Cosco ha spiegato che avrebbe voluto ammettere prima le sue responsabilità, ma «una serie di circostanze mi ha impedito di farlo». «Renderò conto di tutto quanto – ha proseguito – dopo che che avrete ascoltato il collaboratore di giustizia Carmine Venturino», il quale ha rivelato dove si trovava il corpo della testimone di giustizia, uccisa nel 2009, che in un primo momento gli inquirenti ritenevano fosse stata sciolta nell’acido.
«Io adoro mia figlia. Merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia, prego di ottenere un giorno il suo perdono», ha proseguito Cosco chiedendo scusa alla figlia Denise, coraggiosa testimone del processo di primo grado in cui l’uomo e stato condannato insieme con altri cinque imputati. E anche il collaboratore di giustizia Carmine Venturino, uno degli imputati, che grazie alle sue rivelazioni ha permesso di ritrovare i resti della donna in un campo Monza, ha chiesto: «Voglio venire in aula a raccontare la verità». Molto probabilmente i giudici potrebbero accogliere la sua richiesta già nella prossima udienza, fissata per l’11 aprile. In quella data i giudici decideranno anche se riaprire il dibattimento alla luce delle nuove prove presentate dal pm Marcello Tatangelo e dalle parti civili e si pronunceranno su tutte le richieste avanzate dalle parti.

dal Corriere della Calabria, 9 aprile 2013

 

 

Il dito sotto l’occhio destro… un segnale per qualcuno?

da TG La7 del 09/apr/2013

Per la prima volta, nel processo di appello, Carlo Cosco, già condannato all’ ergastolo, ammette l’assassinio. Ma la sua confessione non scioglie tutti i dubbi. Servizio di Guy Chiappaventi

Lea Garofalo, lo stato minuscolo e la ‘ndrangheta. da infooggi.it

Lea Garofalo, lo stato minuscolo e la ‘ndrangheta.

Intervista a Paolo De Chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la 'ndrangheta

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

REGGIO CALABRIA, 8 APRILE 2013 – Se c’è qualcuno che sa di cosa sta parlando questo è Paolo De Chiara. Quello che abbiamo ricevuto in risposta alle nostre domande è il “filo di Arianna” nell’intricato labirinto della realtà della ‘ndrangheta. Le parole di De Chiara scorrono come l’acqua di un torrente, tortuoso per la complessità e l’ampiezza dell’argomento, ma veloce per la profonda conoscenza che il giornalista ha dell’argomento e la chiarezza con la quale ci parla che permette a noi di districarci nel groviglio della criminalità organizzata.

Chi è Lea Garofalo?

Una donna e una madre coraggio, che ha avuto la forza di dire no. Non ha voltato la testa dall’altra parte e non ha subito la prepotenza di questi vigliacchi. Una ‘fimmina’ che si è ribellata con tutte le sue forze. Lea Garofalo è nata in una famiglia di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della mafia sin dalla culla. Ha visto morire suo padre Antonio (boss di Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, in provincia di Crotone), suo fratello Floriano, detto Fifì (il contabile della cosca dei petilini a Milano), i suoi cugini, i suoi amici. Come tante donne calabresi ha subito la violenza brutale della mafia. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito. Ha raccontato la ’ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo! Ed è stata lasciata sola, anche dallo Stato (con la ‘s’ minuscola). A tredici anni incontra Carlo Cosco, ma l’unione tra i due non è ben vista in famiglia. Scappa, fa la fuitina: “se n’è scappata nel novembre del 1990 insieme a quel bastardo”. Con queste parole la madre di Lea, la signora Santina (scomparsa nel novembre scorso) spiega la scelta fatta dalla figlia. Partorisce sua figlia Denise all’età di diciassette anni e mezzo. I Cosco, gli appartenenti del clan ‘ndranghetista dei Cosco, utilizzeranno Lea Garofalo per la loro scalata all’interno della struttura criminale.

Cos’è, per te, la ‘ndrangheta?

È l’organizzazione criminale più potente e più feroce. La sua testa, il bastone del comando, è in Calabria ma i suoi tentacoli sono presenti in tutte le Regioni italiane, in Europa e nel resto del Mondo. Una potenza criminale mondiale, senza scrupoli. Uso le parole del collega Enrico Fierro, giornalista de Il Fatto Quotidiano e autore della prefazione del libro dedicato a Lea: “La ’ndrangheta ha mutato pelle mille volte nel corso della sua storia, e lo ha fatto ogni volta che cambiava il Paese. I suoi boss sono stati pastori e uomini di campagna, ma anche imprenditori edili quando sulla Calabria e sull’Italia sono piovuti i soldi del boom economico, sono stati carcerieri quando la paura rendeva florida l’industria dei sequestri, sono diventati narcotrafficanti e broker mondiali della droga quando i “siciliani” non avevano più soldi e forza da investire, e prima di tutti hanno capito che la nuova frontiera del vizio era la polvere bianca. La cocaina. Hanno giocato e giocano con la politica e con lo Stato, quello palese e quello che vive nell’ombra, ma sempre alla pari. Da potenza a potenza. Un dato, però, è sempre fisso nelle sue mutazioni: la violenza. L’uso della forza per imporre potere e mantenere potenza. La ferocia per lanciare messaggi: qui dominiamo noi, i padroni della vita e della morte”.

Perché Lea era una donna diversa dalle altre?

In Calabria tantissime donne sono state assassinate e suicidate. È doveroso ricordare la storia di Annunziata Pesce, di Maria Teresa Cacciolla, di Santa Boccafusca e di Annunziata Giacobbe. Donne che hanno messo in difficoltà l’organizzazione con la loro forza. Le ‘fimmine’ sono la chiave giusta per entrare in questo mondo chiuso, fatto di legami familiari. Per capire i meccanismi e per dare il colpo finale. Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. L’elenco completo e dettagliato è stato raccolto dall’importante associazione antimafia daSud nel ‘dossier Sdisonorate’. Ci sono anche donne che nella ‘ndrangheta hanno un ruolo importante. Per non allontanarci dalla storia della Garofalo è importante citare Renata Plado, moglie di Giuseppe Cosco (detto ‘Smith’, fratello di Carlo Cosco, il mandante dell’omicidio). È il gip di Milano, Giuseppe Gennari, che la descrive con queste parole: “Quello che colpisce della donna è il suo grado di consapevole partecipazione ai delitti del marito, la sua autonomia, la cattiveria esibita nelle conversazioni scambiate con le altre donne del gruppo”. Lea Garofalo è diversa. È nata in un ambiente criminale (dove la nonna, durante la lunga faida, le diceva che ‘il sangue si lava con il sangue’), ma non ha mai commesso reati in vita sua. È stata definita erroneamente una collaboratrice di giustizia. Era una testimone di giustizia. È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento. Il 24 novembre del 2009 è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno Carlo Cosco (condannato, in primo grado, all’ergastolo, insieme ad altri cinque scagnozzi del clan), dopo il fallito tentativo di sequestro a Campobasso (5 maggio 2009). Lea voleva cambiare vita insieme a sua figlia Denise. Per il futuro della figlia si è messa contro il convivente, i parenti, il fratello Floriano. Pretendeva una nuova vita: senza minacce, senza intimidazioni, senza aggressioni. Non c’è stato il tempo. La sua forza è passata alla figlia Denise. Una giovane coraggiosa, oggi sotto protezione per aver accusato il padre, gli zii, l’ex fidanzatino per l’uccisione della madre. Non possiamo dimenticarci di Denise, non si può ripetere il grave errore commesso con Lea.

Per quali motivi Lea ha deciso di rivolgersi allo Stato?

Per il futuro di sua figlia decide di lasciare il suo convivente, il padre di Denise. La sua decisione non viene accettata dai criminali. Per la loro mentalità una donna non può abbandonare il suo uomo. Lea, definita una donna ribelle da sua madre e da sua sorella, decide di portare con sé anche sua figlia Denise. Uno schiaffo in pieno viso per Carlo Cosco. Ma la semplice ‘rottura’ con il Cosco non basta. Le intimidazioni, le minacce, le percosse fanno scattare in lei una molla. Decide di entrare nel programma di protezione. Parla, racconta, spiega. Per diversi giorni non smette di verbalizzare quello che sa, quello che ha visto, quello che ha sentito. Parla degli affari dei Cosco, dello stretto legame tra i petilini “milanesi” e la cosca madre in Calabria, del traffico di droga, degli omicidi. Entra nel programma di protezione nel luglio del 2002. Ci rimane sino all’aprile del 2009. Sette anni di vita solitaria e blindata. Un vero e proprio inferno per le due donne. A un certo punto, in Molise, vengono cacciate dal programma. Dopo un ricorso al Tar (perso) e al Consiglio di Stato (vinto) rientrano nel programma. Per poco tempo. È cambiato poco per Lea. Dalle sue dichiarazioni non si aprirà nessun processo. È stanca e delusa anche della protezione offerta dallo Stato.

Ritieni che lo Stato abbia fatto il suo dovere sino in fondo?

Lo Stato con Lea Garofalo non ha fatto il suo dovere. Come non sta facendo il suo dovere con i testimoni di giustizia. Questa è una pagina vergognosa per il nostro Paese. Per Angela Napoli, ex onorevole ed ex componente della commissione parlamentare antimafia (non candidata dal suo ex partito, Fli, perché accusata di occuparsi troppo di legalità in Calabria): “Purtroppo non è successo nulla, come non sta succedendo nulla nei confronti dei testimoni di giustizia, nei confronti della garanzia che sarebbe loro dovuta in termini di sicurezza”. La Napoli e il senatore Giuseppe Lumia sono stati gli unici due parlamentari che nel 2010 hanno presentato due interrogazioni e un’interpellanza parlamentare. Ad oggi, ancora nessuno ha avuto la forza e il coraggio di rispondere. “Purtroppo non è successo nulla, c’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciolla e Santa Boccafusca). Ad un certo punto, queste due donne sono state costrette a ingoiare acido muriatico. Questo è veramente grave. Lo Stato dovrebbe modificare la normativa attuale e comunque garantire la massima sicurezza a quelle persone che si spingono, che si espongono per denunciare realmente la situazione. È chiaro che le organizzazioni criminali, la ’ndrangheta ma non solo, non dimenticano e non perdonano”. Anche Lumia è stato molto chiaro: “Lo Stato deve avere umiltà e chiedere scusa e poi nello stesso tempo deve recuperare l’autorevolezza di uno Stato democratico. Di quello Stato che anche quando fa errori si dà da fare, opera e agisce in modo intelligente ed efficace. In questo caso, dando la possibilità a Denise di rifarsi una vita nel pieno della sua libertà e inserita nel mondo del lavoro”. È la stessa Garofalo, nel suo memoriale del 28 aprile 2009 indirizzato al Capo dello Stato, a scrivere: “chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate. […]. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia, isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a malapena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato. Sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro! Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. […]. La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile […]”.

Cosa insegna la storia di Lea Garofalo?

Che è possibile immaginare un futuro diverso. Lea da sola, senza l’aiuto di nessuno, è riuscita a sconfiggere un intero clan di ‘ndrangheta. In primo grado, lo scorso 30 marzo 2012, sono stati condannati all’ergastolo dalla I Corte d’Assise di Milano (presieduta da Anna Introini, pm Marcello Tatangelo) Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino (l’ex fidanzatino di Denise, oggi collaboratore di giustizia) e Massimo Sabatino (il falso tecnico della lavatrice, l’esecutore materiale del tentativo di sequestro a Campobasso). Il prossimo 9 aprile a Milano inizierà il secondo grado. Le donne solo l’arma giusta per scardinare questa mentalità, ma tocca a tutti noi fare il nostro dovere. Quotidianamente e senza alcun calcolo personalistico. È arrivato il momento di distruggerli. E l’esempio di Lea, l’intransigenza di questa donna, ci indica la giusta strada da percorrere.

Qual è lo scopo di questo libro che hai scritto?

Raccontare, attraverso le carte processuali e le testimonianze, una storia dimenticata da tutti, anche dagli organi di informazione. Una storia drammatica che deve essere conosciuta, soprattutto dalle giovani generazioni. Deve entrare nelle scuole e nelle famiglie. Soprattutto per evitare i gravi errori commessi con Lea Garofalo e con molti testimoni di giustizia. Una donna che ha lottato sino alla fine per la sua dignità e per il futuro di sua figlia.

Perché al Nord è sempre stata sottovalutata la presenza della criminalità organizzata? Sottovalutata, non percepita o insabbiata?

Al Nord per troppi anni è stata sottovalutata la presenza delle organizzazioni criminali. Presenti da tantissimi anni con i loro sporchi affari che puzzano di sangue. Addirittura un ex Ministro della Repubblica (oggi sGovernatore della Lombardia) pretese una puntata riparatrice sul servizio pubblico (nel programma di Saviano e Fazio) per correggere la denuncia dello scrittore napoletano e per dire che le mafie al Nord non esistono e che nella Lega non si sono mai registrati collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta. Le balle pronunciate dall’ex (finalmente) Ministro sono state sbugiardate attraverso arresti e inchieste della magistratura. Per non parlare delle inchieste giornalistiche di tantissimi colleghi. La situazione è chiara a tutti. Queste organizzazioni criminali, composte da vigliacchi e assassini senza scrupoli (professionisti in giacca e cravatta con diverse lauree e allenati alla criminalità), sono presenti dove c’è il business. Milano viene definita la capitale del Nord della ‘ndrangheta. La situazione è stata sottovalutata da tutti. Fino a pochi anni fa la ‘ndrangheta non è stata considerata come le altre mafie (cosa nostra e camorra). Era considerata una organizzazione stracciona, rozza, arcaica. Gli assassini ci sono ancora, quelli che sparano, che uccidono. Al Nord la ‘ndrangheta è formata da imprenditori, laureati, professionisti. È inserita nell’economia legale. Ci si è resi conto troppo tardi del pericolo. È dell’altro giorno l’appello di Roberto Alfonso, capo della Dda dell’Emilia Romagna: “la mafia è radicata, serve il coraggio di denunciare”. Ora non si può più far finta di non vedere e di non sentire. Lo stesso gip del Tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, su Il Fatto Quotidiano ha parlato di “controllo reale del territorio” e di un’organizzazione, riferendosi alla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia, “capace di aprire un dialogo con il mondo dell’economia e delle imprese”. Bisogna tenere gli occhi aperti e denunciare.

Quali sono i motivi per cui ritieni sia fondamentale parlare di mafia e antimafia con i giovani?

Secondo Giovanni Falcone, un grande magistrato, ucciso nella strage mafiosa di Capaci nel 1992: “la mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle Istituzioni”. Per un altro grande magistrato, Paolo Borsellino, amico fraterno di Falcone e ammazzato, non solo dalla mafia, in via D’Amelio nello stesso anno: “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Ecco perché è fondamentale parlarne sempre, soprattutto nelle scuole, tra i giovani. La cultura della legalità è un’arma potente per contrastare e mettere in difficoltà le mafie e la cultura mafiosa. È l’unica arma di riscatto. I giovani devono conoscere il loro passato, devono poter ragionare con la propria testa e capire dov’è e qual è il male. Per combatterlo. Ma devono avere anche buoni esempi. I cattivi esempi, provenienti soprattutto dalla politica (personaggi legati alle organizzazioni criminali che hanno occupato le Istituzioni), non aiutano le ‘giovani generazioni’. La trattativa Stato-mafia, con i rinvii a giudizio di mafiosi, rappresentanti delle Istituzioni e delle forze dell’ordine, è uno schiaffo alla legalità e ai tanti personaggi che hanno perso la vita per le loro giuste idee. Il conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato, gli attacchi continui alla Procura di Palermo, le minacce di morte ai magistrati creano un clima che ci riporta agli anni delle stragi. La situazione è molto delicata per il nostro Paese, il rischio è elevatissimo. Perciò è necessario parlare di mafie e di cultura della legalità.

Giulia Farneti e Alessandro Bertolucci

 

da infooggi.it 

CASO LEA GAROFALO, secondo grado di giudizio

OMICIDIO LEA GAROFALO, II GRADO.

Calendario delle UDIENZE fissate dalla Corte di Assise di Appello di Milano per il processo contro Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino.

Le DATE: 9, 11, 12 e 16 aprile 2013.

15, 16 e 21 maggio 2013.

libro Lea4

Ebook – Il coraggio di dire no. Lea Garofalo la donna che sfidò la ’ndrangheta

Il coraggio di dire no. Lea Garofalo la donna che sfidò la ’ndrangheta

Il coraggio di dire no. Lea Garofalo la donna che sfidò la ’ndrangheta  - copertina

Quarta di copertina

[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana.Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. dalla Prefazione di Enrico Fierro (inviato de Il Fatto Quotidiano)

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