Mese: agosto 2013

IL CORAGGIO DI DIRE NO… VITULAZIO (Caserta), 6 settembre 2013

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IL CORAGGIO DI DIRE NO

La storia di Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta a…

VITULAZIO (Caserta)

6 settembre 2013, ore 18.30

 

GRAZIE di CUORE!!!

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“Ho paura, vogliono la mia morte”. Nuove minacce per il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

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“Ho paura, vogliono la mia morte”

Nuove minacce per il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto   

di  | 29 agosto 2013 – da restoalsud.it 

“Aiutatemi, mi sento solo. La mia condanna è stata scritta, non riesco più a vivere a Bitonto. Mi seguono, mi minacciano, diversi esponenti delle forze dell’ordine mi hanno detto di lasciare questo posto. Ma dove vado?”. Si sente accerchiato e terribilmente solo il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, il referente dell’Associazione “I cittadini contro le mafie e la corruzione” di Bitonto. Qualche giorno fa hanno danneggiato, in pieno giorno, la macchina che utilizzava, prestata da un amico. Ha ricevuto il conforto e il sostegno delle forze dell’ordine, del primo cittadino di Bitonto, Michele Abbaticchio, e del presidente nazionale dell’associazione Antonio Turri. Ma la situazione, per Gennaro, è peggiorata. “Mi seguono, mi hanno giurato vendetta. Mi trovo in una situazione delicatissima: da una parte il clan Vuolo di Castellamare, che cerca vendetta per le denunce precise e riscontrate sui lavori autostradali, dall’altra parte i ‘delinquenti’ di Bitonto”. Lo scorso 13 agosto avevamo raccolto le parole di Gennaro (“Io, testimone di giustizia, sono carne da macello…”): “Bitonto è terra di nessuno, abbandonata da tutti. Ne ho viste di situazioni particolari, ma qui è fuori dal normale. Continue sparatorie, droga, motociclette che viaggiano senza targa”. Era stato chiaro: “Sono carne da macello, sono un uomo morto. La mia sentenza è stata scritta. Ora iniziano i processi, sono l’unico testimone oculare”. Gennaro Ciliberto ha denunciato i lavori sulle autostrade, i pericoli causati da gente senza scrupoli, impegnata solo a fare soldi illegalmente. Mettendo in pericolo tante vite umane. “Sono anni che dico ai magistrati che bisogna controllare. Si fanno i lavori con delle compiacenze e non si fanno i collaudi. Un lavoro fatto male e preso in tempo può essere riparato”. Ma dopo le sue denunce non è successo niente. “Questi continuano a costruire, io continuo a denunciare. Fino a quando non avvengono i crolli e le Procure mi cercano. Loro cambiano ditte e continuano a costruire. Hanno una potenza impressionante, non è quella camorra di strada che spara. E’ una potente mafia che è entrata nel tessuto imprenditoriale, fatta di connivenze con alti ufficiali, politici, dirigenti”. Gennaro è tenace, dopo l’esperienza a Novara ritorna al Sud e si trasferisce a Bitonto (“terra di nessuno, abbandonata da tutti”). Continua la sua battaglia per la legalità. In Puglia è impegnato ‘nell’antimafia di strada’, collabora con le forze dell’ordine per cercare di contrastare questa gentaglia. “Mi hanno minacciato di morte, ho presentato regolare denuncia ai carabinieri della locale stazione. Mi stanno creando il deserto intorno, nessuno vuole salire più sulla mia macchina. Nemmeno i camerieri vogliono venire a lavorare da me”. Gennaro Ciliberto, a Bitonto, gestisce un’attività di ristorazione, “ma sta diventando tutto molto complicato. Mi sento solo. Ho paura”. Lo stesso concetto che ha spiegato ai carabinieri: “dopo il danneggiamento della macchina e dopo la manifestazione di sostegno denominata ‘Incapaci’ ho ricevuto forti pressioni da parte di diversi malavitosi. Mi bloccano per le strade in gruppi e la stessa cosa fanno quando sono in auto, mi seguono con le motociclette. Non ho mai forzato, ho sempre evitato lo scontro. L’altro giorno, un gruppo di giovani, mentre percorrevo a piedi le strade della città, ha urlato: ‘bravo, adesso ti daranno un’altra medaglia’. Uno di loro mi ha anche avvisato che verrà nel mio ristorante per mangiare gratis, perché a Bitonto lui non paga”. Gennaro fa nomi e cognomi: “L’altra mattina un noto personaggio del posto mi ha fermato e in terza persona mi ha detto: ‘dite al napoletano che io sono stato a Secondigliano e lui sa bene come funziona’. Le intimidazioni sembrano non finire mai. Il noto pregiudicato Gaetano Cozzella, dopo avermi fissato lungamente con lo sguardo, si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi problemi. Non contento mi ha intimato di lasciare il più presto possibile Bitonto, perché gli ‘sbirri’ a loro non piacciono”. ‘Sbirro’, questo è il termine utilizzato per Gennaro, una persona onesta che ha deciso di mettere in pericolo la sua vita (e quella della sua famiglia) per compiere il proprio dovere. Oggi, Gennaro, ha paura per la sua incolumità: “mi hanno avvisato, la situazione sta diventando sempre più delicata, pericolosa. Cosa devo fare? Molti mi hanno consigliato di lasciare Bitonto. Perché devo scappare? Quel proverbio che recita “uomo avvisato mezzo salvato” oggi, purtroppo, mi torna in mente come un ritornello che non è certo sinonimo di tranquillità”. Ecco l’invito “a tutti gli uomini onesti” da parte de ‘I Cittadini contro le mafie e la corruzione – Circolo di Bitonto’: “Io non farò un solo passo indietro, non mi sento di abbandonare né di mollare, perché sarebbe una sconfitta di una intera comunità che in varie occasioni ha dovuto fermarsi, subire, e a volte anche pagando a caro prezzo questa ‘politica’ del terrore. Ormai gli schemi sono ben delineati e nulla più c’è da capire: i ‘nemici’ hanno un volto, dei nomi e dei cognomi, ed hanno palesemente esternato il loro netto contrasto affinché questa cultura della legalità possa affermarsi e positivamente contaminare più persone. Quando sei sul campo a lottare per i diritti e la cultura della legalità, quando non fai nulla di più che vedere e capire come e perché tutto questo possa accadere, quando cerchi di risvegliare le coscienze degli onesti dormienti, quando scrivi le verità e racconti la storia quotidiana, è proprio quando lo stai iniziando a fare che vogliono fermarti, e lo fanno nei modi che ben sanno fare, nel modo che hanno sempre usato e che meglio esprime la loro natura criminale. Si potrebbe semplicemente non vedere, non sentire e non parlare, ma questi atteggiamenti conniventi e omertosi certo non fanno parte di noi cittadini contro le mafie”.

da restoalsud.it

da ANTIMAFIA2000.COM 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CIRO’ MARINA (Cosenza), 21 agosto 2013

 

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CIRO’ MARINA (Crotone), 21 agosto 2013.

Presentazione del libro “IL CORAGGIO DI DIRE NO”. La storia drammatica di Lea GAROFALO, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

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“Ho denunciato la mafia, ora denuncio lo Stato” – da restoalsud.it

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di  | 19 agosto 2013 da restoalsud.it

Una vergogna, una vergogna senza fine”. Con queste poche parole si può descrivere la situazione dei Testimoni di Giustizia in Italia. Dove lo Stato non riesce a fare il proprio dovere. Fino in fondo. Sono troppe le storie drammatiche, che restano nel silenzio. Troppi gli ostacoli, le difficoltà, i pericoli, i drammi. I testimoni di giustizia, fondamentali per la lotta alla criminalità organizzata, devono essere protetti e sostenuti.

Nel Paese delle mafie lo Stato abbandona i suoi testimoni. Lo ha fatto in passato e sta continuando a farlo. Non stiamo parlando dei ‘pentiti’, dei collaboratori di giustizia. Di chi ha commesso dei reati e ha deciso, per qualsiasi ragione, di ‘collaborare’ con lo Stato. Anche i ‘pentiti’ (quelli credibili) servono, sono necessari per combattere le organizzazioni criminali. Ma i testimoni sono un’altra cosa. Sono semplici cittadini, che non hanno commesso reati.

Hanno visto, hanno subito e hanno deciso di ‘testimoniare’. Per dovere civico, perché è giusto comportarsi in un certo modo. Nel BelPaese il dovere civico è poco apprezzato. I testimoni di giustizia, in Italia, denunciano le stesse problematiche. Ma nessuno ascolta, risponde. Si sentono abbandonati. Prima utilizzati e poi lasciati in un ‘limbo’ profondo. Senza luce e senza futuro. “Non mi pento della scelta fatta, quella di denunciare i miei estorsori”.

È la voce di Valeria Grasso, imprenditrice palermitana, donna coraggiosa. Oggi presidente di Legalità è Libertà, associazione antiracket, antiusura e mobbing. Si è ribellata alla mafia, al sistema mafioso, alla prepotenza di gente senza scrupoli. Ha denunciato, ha fatto arrestare i suoi estorsori. Gli appartenenti al clan mafioso dei Madonia. Cosa Nostra siciliana. “Ci sentiamo lasciati soli, il programma di protezione non funziona”.

Un concetto espresso da molti testimoni di giustizia. “Più che un programma di protezione – si sfoga Valeria – sembra una punizione, una distruzione per la denuncia”. Valeria, per aver fatto il proprio dovere, continua a ricevere minacce, intimidazioni, avvertimenti. L’ultima ha coinvolto sua figlia, di 11 anni. Alle minacce degli uomini del disonore (o pezzi di merda, come li definisce il collega siciliano, il direttore di TeleJatoPino Maniaci), si aggiungono le strane e discutibili decisioni dello Stato. “Mi sento presa in giro, mi hanno sospeso il contributo di sopravvivenza, senza nessuna comunicazione. Avevano già tolto quello per mia figlia”.

Il presidente di Azione Civile, Antonio Ingroia ha affermato: “Quanto accaduto all’imprenditrice palermitana Valeria Grasso, testimone di giustizia, inserita nel programma di protezione per aver denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori, non è degno di un Paese civile”. Cosa ti è accaduto?

Sono nel programma di protezione e vivo in località protetta. Mia figlia, la maggiore, ha avuto gravi problemi di salute e si è dovuta staccare dalla località protetta ed è arrivata a Palermo nel mese di gennaio. Questa sua situazione di salute si è aggravata e a maggio, con regolare autorizzazione, sono dovuta tornare a Palermo, provvisoriamente, per assistere mia figlia. E’ stata ricoverata in ospedale dodici giorni, una depressione causata da tutta una serie di situazioni che abbiamo vissuto in località protetta, come la casa avuta dopo un anno e il vivere in alberghi.

E cosa succede?

Il 2 agosto mi accorgo che non mi è stato accreditato il contributo mensile. Il testimone di giustizia che vive in località protetta non potendo più lavorare ha un sussidio che serve alla sopravvivenza del nucleo familiare. Mi dicono, al telefono, che mi era stato sospeso.

Una questione di soldi?

Il problema è come viene trattata la gente. Questo programma di protezione sembra un programma di punizione. Tutto quello che deve essere garantito lo devi sudare, devi combattere. Come se la tua famiglia fosse un peso, da punire. Non esiste che al tuo nucleo familiare, improvvisamente e senza preavviso, viene sospeso il contributo di mantenimento. Ma se è previsto dalla legge, che la famiglia ha un sussidio per vivere, come fai il due agosto, senza una comunicazione… c’è malafede.

Perché parli di malafede?

La legge non prevede la sospensione del contributo, c’è qualcuno all’interno del Servizio che ha preso una decisione che non è legale. Come dice il dott. Ingroia, determinate decisioni vengono prese in Commissione, la revoca del contributo viene fatta se c’è un motivo gravissimo. Per esempio l’abbandono della località, la fuoriuscita dal programma. Ma non è possibile che a una madre, giù in Sicilia, per motivi gravi della famiglia venga sospeso il contributo. Ma di cosa stiamo parlando?

Secondo te perché si comportano in questo modo con i testimoni di giustizia?

Perché non c’è un controllo, nessuno controlla il sistema del servizio di protezione. Non c’è all’interno una volontà di incentivare la figura del testimone di giustizia, sempre costretta ad essere vista come una figura poveretta che deve stare lì ad elemosinare, piuttosto che una risorsa della società civile. In questo modo sei continuamente a gridare allo Stato tutto quello che ti spetterebbe di diritto. E’ una battaglia, mi trovo a lottare contro coloro che dovrebbero aiutarmi a ridare equilibrio a casa mia.

Tu sei una testimone di giustizia perché hai fatto arrestare degli estorsori del clan Madonia…

Gestivo una palestra, un bene confiscato di proprietà della famiglia Madonia. Per certi personaggi la parola ‘confisca’ non esiste. Alle prime richieste di estorsione mi ero opposta tassativamente, non volevo pagare, ero molto spaventata. Madre di tre figli e separata. Ci sono momenti molto difficili, soprattutto, sapendo chi sono i personaggi.

Chi sono?

Madonia è stato colui che ha ucciso Libero Grassi, ha fatto parte dei mandanti della strage di via D’Amelio. La moglie di Madonia, Maria Angela, è definita il boss in gonnella. Si può ben capire di chi stiamo parlando.

Quindi cosa succede?

Ho provato anche a vendere l’attività per cercare di tutelare la mia famiglia, ero riuscita a venderla a un ragazzo di vent’anni. Dei personaggi, mandati da loro e arrestati grazie alle mie denunce, pretendevano che io da vittima diventassi estorsore. Pretendevano che io andavo dalla persone che aveva comprato la mia palestra per ritirare 500euro al mese, diventando un loro esattore. A quel punto è stata inevitabile la scelta, sono andata a denunciare. Oggi ho ripreso la palestra, ho restituito i soldi a quel ragazzo che l’aveva presa e ho tentato di riattivarla. Gli atti di intimidazione sono stati talmente tanti che la Procura di Palermo ha predisposto l’inserimento urgente nel programma per un pericolo imminente di vita.

Le minacce non sono terminate. Tua figlia di 11 anni, poco tempo fa, è stata ‘avvicinata’.

È stata minacciata al cellulare dalla voce di un tizio che, poi, si è  presentato come Pietro e che ha detto in siciliano: ‘So chi sei e so chi è tua madre’. Più che un messaggio a lei è stato un messaggio a me.

Ritorniamo al programma di protezione…

Un business, un’invenzione. Non ha assolutamente la funzione che dovrebbe avere. Mi sento presa in giro da questo sistema. Smetterò di sentirmi presa in giro quando chi di dovere, dopo le mie continue denunce, si degni di ricevermi così come ha fatto il presidente Crocetta (Presidente della Regione Sicilia, ndr), che alla vigilia di ferragosto, appena ha letto quello che stava succedendo tramite il dott. Ingroia, che è stato il mio magistrato, ha voluto incontrarmi. Garantendo chiarezza su questa storia. Ho scritto alla presidente Boldrini, telefono continuamente alla segreteria del Ministro, ma di che cosa parlano? Come vogliono che l’Italia, la Sicilia cambi o si combatta la mafia quando quelle persone che dovrebbero essere il megafono della legalità diventano il megafono di uno Stato che non funziona.

Una situazione difficile…

Che mi stimola sempre di più ad andare avanti per combattere contro questo sistema. Non ci dobbiamo isolare, dobbiamo continuare a denunciare e a combattere questo sistema che non funziona. Mi aspetto che il Ministro intervenga e che qualcuno cominci a volerci vedere chiaro come funziona il sistema di protezione, chi lo gestisce, chi sono i direttori del Servizio e come mai prendono della decisioni che non vengono autorizzate, per esempio, dalla Commissione. È necessario che qualcuno faccia un immediato intervento, perché altrimenti ci si sta prendendo tutti quanti in giro.

da restoalsud.it

da 19luglio1992.com

da Antimafia2000.com

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CAPRACOTTA (Isernia), 17 agosto 2013

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CAPRACOTTA (Isernia).

Grazie di Cuore per la bellissima iniziativa e per aver voluto ricordare Lea GAROFALO, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta.

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LEA GAROFALO, per non dimenticare…

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LEA GAROFALO, per non dimenticare la donna che sfidò la maledetta e schifosa ‘ndrangheta.

In FRANCIA, nel gennaio 2014, andrà in onda un documentario realizzato da CanalPlus (Spécial Investigation) per far conoscere la storia di una Donna-Coraggio, che non ha girato la testa dall’altra parte…

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Il Coraggio di dire No

Il Coraggio di dire No

“Io, testimone di giustizia, sono carne da macello…” da restoalsud.it

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di  | 13 agosto 2013

“Un atto vile. La macchina che hanno danneggiato non è nemmeno la mia, mi è stata prestata. Loro non vinceranno, ma la mia situazione è drammatica. Mi sento solo ma non mi fermo”. Dopo il ‘vile’ attentato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto ha deciso di parlare e di raccontare la sua drammatica storia. Ha denunciato infiltrazioni camorristiche, corruzioni negli appalti pubblici, la presenza e il coinvolgimento della famiglia Vuolo di Castellamare di Stabia.

“Nel 2011 mi sono rivolto alla Dia di Milano per denunciare tutto. La mia vita da quel momento è stata stravolta. Ho parlato della consegna di orologi Rolex e di decine di migliaia di euro a chi doveva vigilare sui lavori. Corruzioni di vario tipo che hanno portato al collasso di alcune strutture metalliche costruite sulle autostrade italiane. Sono stato abbandonato anche da mia moglie, mia figlia pensa che sono scappato di casa”. Da Bitonto (“una terra di nessuno, dove accade di tutto”) continua il suo impegno per la legalità. “E’ inutile scappare. Sono impegnato nell’antimafia di strada, salvando qualche ragazzo dalla criminalità, combattendo le piazze di spaccio”.

Gennaro Ciliberto, ex carabiniere, è il coordinatore della Regione Puglia dell’Associazione ‘I cittadini contro le mafie e la corruzione’, presieduta da Antonio Turri. “Il giorno 9 agosto – ha spiegato Turri – eravamo in Puglia per incontrare gli imprenditori della provincia di Bari vittime delle mafie locali e proprio con Gennaro Ciliberto abbiamo dato vita ad un coordinamento tra alcuni di questi nella città di Bitonto. Questa riteniamo sia la risposta dei clan che tentano di intimorirci. Ma sappiano i boss ed i loro sgherri che non faremo un passo indietro. Il nostro rappresentante ha ricevuto fin dalle prime ore il sostegno convinto delle forze di polizia e del sindaco Michele Abbaticchio”. Parole rafforzate da Gennaro: “Non mi fermeranno. Dopo la manifestazione con i cittadini di Bitonto ho trovato tutte e quattro le ruote della macchina sventrate. Segnali già c’erano stati in precedenza. Hanno già tentato di rubarmi la macchina, sono stati arrestati. C’è una netta contrapposizione tra Stato e antistato, con una criminalità molto pericolosa”.

Ti aspettavi questa reazione?

Mi ha turbato molto. Non mi aspettavo questa reazione. C’è molta omertà, lo hanno fatto di domenica, ma nessuno ha visto niente. Bitonto è terra di nessuno, abbandonata da tutti. Ne ho viste di situazioni particolari, ma qui è fuori dal normale. Continue sparatorie, droga, motociclette che viaggiano senza targa.

Dopo le denunce fatte contro il clan camorristico D’Alessandro perché hai scelto Bitonto?

Sono carne da macello, sono un uomo morto. Se posso fare del bene cercherò sempre di farlo. Non voglio che la criminalità cresca, io ho dichiarato guerra alla criminalità. La gente mi ferma e mi racconta che ha paura, che non si sente tutelata.

Perchè ‘carne da macello’?

La mia sentenza è stata scritta. Ora iniziano i processi, sono l’unico testimone oculare che ha fatto registrazioni. La settimana prossima sarò nuovamente a Roma alla DDA (Direzione Distrettuale Antimafia, ndr). Senza la mia testimonianza cadrebbe tutto. Su cento operai nessuno ha dichiarato le cose che ho potuto dichiarare io, tutto provato. E’ anche vero che molte forze di polizia mi hanno detto ‘ti sei andato a mettere in bocca al lupo’. Ma cosa potevo fare? Quando sono arrivato a Bitonto la gente mi ha detto ‘buona fortuna, che Dio te la mandi buona’.

Perché diventi testimone di giustizia?

Divento testimone, nel momento in cui, da dirigente, vengo a sapere che molte strutture in ambito autostradale sono pericolanti. Il mio dovere civico mi porta a confidarmi con un ufficiale dei carabinieri che trova un contatto con la Dia (Direzione Investigativa Antimafia, ndr). Comincio a portare tutto il materiale in mio possesso, in qualità di dirigente avevo accesso a tutto, comprese le registrazioni. L’ultima ferita che si apre in me è l’incidente del pullman in autostrada con 39 vittime. Sono stato male, sono anni che dico che i lavori fatti dalla famiglia Vuolo di Castellamare, clan D’Alessandro non sono sicuri. Sono anni che dico ai magistrati che bisogna controllare. Si fanno i lavori con delle compiacenze e non si fanno i collaudi. Un lavoro fatto male e preso in tempo può essere riparato. Questo è un orribile modus operandi.

Dopo le denunce che succede?

Non succede niente. Questi continuano a costruire, io continuo a denunciare. Fino a quando non avvengono i crolli e le Procure mi cercano. Loro cambiano ditte e continuano a costruire. Hanno una potenza impressionante, non è quella camorra di strada che spara. E’ una potente mafia che è entrata nel tessuto imprenditoriale, fatta di connivenze con alti ufficiali, politici, dirigenti.

Soffermiamoci sul clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia…

Il figlio del titolare dell’azienda dove lavoravo (Pasquale Vuolo, detto ‘Capastorta’, ndr) è un condannato in Cassazione, oggi scarcerato, per associazione mafiosa con l’aggravante dell’articolo 7. E’ lui che mi ha condannato a morte, dicendo che in quella finta rapina dove sono stato sparato dovevo morire. E’ sempre lui che mi dice, tutto è stato denunciato, che prima o poi mi ucciderà, perché è abituato a sparare le ‘guardie’ in testa. Lui me lo ha detto verbalmente, aggiungendo che in tutta Italia ha contatti con altre organizzazioni criminali. La stessa Procura di Monza scrive che ci sono state delle difficoltà per le indagini per l’omertà e la poca collaborazione di enti istituzionali. Perché questa gente ha paura?

Perché?

Perché lo spessore criminale di Pasquale ‘Capastorta’, oggi sorvegliato speciale, è lampante. Nessuno ha mai denunciato. Quando ho detto alla Dia di Firenze di fare attenzione per il rischio di crollo delle strutture mi hanno riso in faccia. Sono cadute veramente. Mi sono dovuto impuntare per far mettere a verbale i legami e l’amicizia dei Vuolo con un generale dei carabinieri.

Ancora in servizio?

In pensione dall’anno scorso, ma di una potenza impressionante. I Vuolo, anche se questo generale non entra negli appalti pubblici, se ne vantavano di questa amicizia, lo chiamavano ‘Giovannino’.

Hai scritto al Capo dello Stato, al Ministro degli Interni, della Giustizia…

Ho scritto a tutti. Addirittura sono stato denigrato e chiamato ‘rompicoglioni’ dopo che un Procuratore mi aveva detto di mandare le comunicazioni. Ho continuato a monitorare le gare d’appalto, ho continuato a scrivere, a denunciare alle autorità competenti. Ho fatto notare le gravi anomalie intorno alle certificazioni antimafia, ho denunciato facendo nomi e cognomi. Mi hanno detto che non devo ‘rompere i coglioni’. Per me questa è la sconfitta della legalità. E’ il sistema che non funziona. Il certificato antimafia, se ci sono delle compiacenze, non viene verificato. Mi sento abbandonato dalle Istituzioni e, nonostante tutto, io sono a Bitonto, in una terra di criminalità a fare cultura della legalità. Ho perso una famiglia e una figlia per fare queste scelte. Mia moglie a un certo punto mi ha detto ‘cosa ci mancava, avevamo tutto. Oggi sembri un latitante che scappa per tutta l’Italia’. Mia figlia pensa che sono scappato di casa. Come devo vivere, di cosa devo vivere? Non ho nessuna tutela e le Procure mi continuano a chiamare. Ho lasciato delle memorie storiche, se un giorno mi uccideranno tutti dovranno sapere che la colpa è di uno Stato che ha abbandonato i testimoni di giustizia.

da restoalsud.it

da ANTIMAFIA2000

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