Paolo De Chiara

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da FANPAGE.IT – Omertà e rifiuti tossici in Molise

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“La mafia è una montagna di merda” così il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara, parafrasando Peppino Impastato, rende sua questa citazione. È stato uno dei primi giornalisti a denunciare l’ecomafia in Molise ed ancora oggi continua a dare voce a coloro che, senza paura, lottano contro le criminalità. Il suo giornalismo viene fatto nelle scuole, parlando ai giovani perché “Per contrastare la mafia serve l’istruzione” così si racconta De Chiara.

‘Il veleno del Molise’, ‘Testimoni di Giustizia’, ‘Il coraggio di dire no’ sono tutte storie di denuncia a cui il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara ha dato voce. Filo comune per tutte, è quello di contrastare l’omertà e lottare contro le criminalità perché ‘La mafia è una montagna di merda’. Così il giornalista De Chiara denuncia i trent’anni di omertà molisana sui rifiuti tossici e rende giustizie a donne come Lea Garofalo che hanno rischiato la vita per opporsi alla ‘ndrangheta.
‘Per contrastare la mafia, oltre alla coerenza e i fatti, serve l’istruzione’ ci dice De Chiara e non è un caso che il suo giornalismo viene fatto nelle aule delle scuole, parlando ai giovani studenti. Così il giornalista ci spiega il filo sottile ma fondamentale che distingue lo Stato dalla Mafia.

Quando si parla di mafia, qual è la linea sottile che distingue la vittima dal carnefice?

«Non bisogna solo utilizzare le parole per contrastare le mafie e la mentalità mafiosa. E’ necessario contrastare attraverso i fatti, quotidianamente, le azioni della criminalità organizzata. Bisogna partire dalle piccole cose per cominciare a mettere i bastoni tra le ruote a questi criminali e a questa diffusa mentalità criminale. Le parole devono essere sostituite dai fatti. “Nemmeno un caffè”, diceva Borsellino ai suoi sostituti. Con certe persone, vicini a certi ambienti, non ci si può scambiare nemmeno un saluto. Su questi temi bisogna essere chiari e netti. Senza attendere le famose sentenze definitive, certi fatti vanno denunciati e certe persone vanno allontanate. La coerenza è necessaria per cambiare registro. Definitivamente».

“Sto vedendo la mafia in diretta” così Borsellino commentava la trattativa. Quant’ è difficile capire, allora, chi è la vittima di mafia e chi il carnefice?

«Siamo un Paese che si fonda sulle trattative tra le schifose organizzazioni criminali e gli apparati dello Stato, in questo caso con la ‘s’ minuscola. Da Portella della Ginestra al sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, sino alla vergognosa trattativa Stato-mafia, che ha saldato ulteriormente i legami tra mafiosi e personaggi delle istituzioni. Troppi silenzi si sono registrati, troppe manovre sono state utilizzate per coprire questa vigliaccata. Non si stringono patti, le mafie devono essere sconfitte definitivamente. I magistrati e le persone che lottano quotidianamente, facendo semplicemente il proprio dovere, vanno sostenuti e protetti in vita. E non ricordati dopo la morte. Vittima e carnefice? Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato una vittima o un carnefice? Non bisogna mai fermarsi alle comunicazioni ufficiali, alle assoluzioni mediatiche. La conoscenza è il primo passo per cambiare. Vittima o carnefice? Scrive la Corte d’Appello di Palermo, 2 maggio 2003: “I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; […] una vera e propria partecipazione all’ associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […]. Non resta, allora, da confermare il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estinto per prescrizione”. Una prescrizione che è passata per assoluzione. Ecco la differenza tra vittima e carnefice. Don Lorenzo Milani diceva ai suoi ragazzi: “Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”. Bisogna informarsi, sempre. Per capire cosa ci accade intorno».

Qual è invece la linea che differenza lo Stato dalla Mafia?

«Lo Stato siamo tutti noi, le mafie sono organizzazioni criminali opprimenti, rappresentate da squallidi personaggi, presenti sul nostro bellissimo territorio. Gruppi criminali che risalgono all’ Unità d’Italia. Ecco che ritornano le trattative tra uomini delle istituzioni e le organizzazioni criminali: come la scelta del prefetto di polizia Liborio Romano, fatti che risalgono al 1860, di accordarsi con i camorristi dell’epoca per la gestione dell’ordine pubblico per l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Secondo Di Matteo, il magistrato che si sta occupando della trattativa tra cosa nostra e gli uomini dello Stato, definita “presunta” ancora da qualcuno, per “sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero dentro di sé”. Nino Di Matteo è continuamente minacciato di morte per il suo lavoro. Stiamo rivivendo la stessa situazione degli anni ’90, con Falcone e Borsellino: le lettere del corvo, il tritolo arrivato a Palermo, le continue minacce, il silenzio dei rappresentanti istituzionali, gli attacchi e le difficoltà per evitare di arrivare alla verità. Lo Stato siamo noi e tocca a noi tutti fare la nostra parte. “La rivoluzione – diceva Paolo Borsellino – si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”».

Tornando alla sua professione, quando decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare la mafia?

«Non si decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare le mafie. Si fa questo mestiere per informare semplicemente i lettori, con la schiena dritta. Senza guardare in faccia a nessuno. Bisogna raccontare i fatti ed è necessario dare voce a chi non ha voce. Non sono d’accordo a legare le persone e le professioni con inutili etichette, tipo “giornalista antimafia”. Il giornalista, ma il ragionamento vale per tutte le altre professioni, deve semplicemente fare il proprio dovere. Fare il cane da guardia del potere».

Moltissimi gli incontri che tiene soprattutto nelle scuole. Come spiega ai giovanissimi la mafia? E quanto è difficile farlo?

«È necessario incontrare e confrontarsi con le giovani generazioni, che sentono sin da subito il “fresco profumo di libertà”. La cultura della legalità deve partire dalle scuole, in ogni ordine e grado, perché, come diceva Caponetto, “la mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Su questo terreno bisogna continuare a battere. Per raccontare ai ragazzi i fatti che accadono, per crescere insieme. Per il necessario confronto su queste tematiche di vitale importanza. Loro sono pronti ad accettare la sfida”».

‘Testimoni di giustizia’ è il racconto di chi?

«Cittadini italiani onesti, che hanno visto, subito e toccato con mano l’arroganza mafiosa. Sono persone che hanno denunciato e che, oggi, si trovano tra l’incudine e il martello. Da una parte le mafie vendicative e dall’altra uno Stato poco attento. Assente. Sono degli esempi, hanno messo in discussione la loro esistenza per il rispetto delle regole e della legalità. Hanno subito minacce, richieste di estorsioni, attacchi violenti, incendi, percosse. Ma non hanno ceduto, non si sono piegati di fronte ai mafiosi vigliacchi. Che poggiano la loro forza sulla paura delle persone. È doveroso ribaltare anche il concetto di “paura”: non devono aver paura i cittadini onesti, ma sono i mafiosi ad aver paura delle persone perbene. Per fare questo serve uno Stato presente e disponibile. Nel libro Testimoni di Giustizia (Perrone Editore, Roma, 2014) racconto dieci storie: sei testimoni vivi (Gennaro C., Giuseppe e Domenico Verbaro, Rocco Mangiardi, Luigi Coppola, Valeria Grasso, Carmelina Prisco) e quattro testimoni uccisi dalle mafie (Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Domenico Noviello, Ignazio Aloisi), perché lasciati soli dallo Stato. Non si possono abbandonare al proprio destino cittadini che hanno dimostrato che è possibile denunciare e far arrestare i mafiosi. I testimoni di giustizia, nel nostro Paese, sono trattati come un peso e non come una risorsa. Necessaria».

Uno dei suoi maggiori successi è espresso nel libro dedicato a Lea Garofalo, perché sceglie proprio la sua storia?

«Perché è la storia di una donna che non si è piegata, non ha girato la testa dall’altra parte. Non si è fatta mettere i piedi in testa da squallidi ‘ndranghetisti. Sei vigliacchi che hanno ucciso una donna indifesa. Lea è una fimmina calabrese, figlia e sorella di boss ‘ndranghetisti. Ha sentito la puzza della ‘ndrangheta sin dalla culla. Per proteggere sua figlia Denise è andata incontro alla morte. Con Il Coraggio di dire No (Falco Editore, Cosenza, 2012) ho voluto semplicemente raccontare la storia di questa donna. Far conoscere la sua esistenza, perché la memoria è importante. Lea ha subito, il 5 maggio 2009, un tentativo di sequestro nella mia Regione. In vita nessuno ha mosso un dito per proteggere e aiutare Lea. Viviamo in un Paese strano. Accade sempre tutto dopo. Perciò è fondamentale conoscere la storia di Lea Garofalo. Nemmeno in Molise ha trovato aiuto. È stata abbandonata e lasciata nelle mani di questi vigliacchi ‘ndranghetisti, condannati definitivamente all’ergastolo. Lea, una donna sola, ha sconfitto, anche grazie alla figlia Denise, un intero clan di ‘ndrangheta. Insieme possiamo fare molto. Ecco cosa insegna la storia di Lea, questo è l’esempio che ha lasciato a sua figlia. La dignità e la consapevolezza che è possibile colpire questi schifosi criminali».

In Molise c’è la mafia? E di che tipo?

«In Molise ci sono le mafie, che fanno i loro sporchi affari. Non lo dico io, ma i rapporti, le relazioni, le indagini, le sentenze della magistratura. A Campobasso i magistrati hanno condannato dei cittadini residenti a Bojano perché imponevano le loro macchinette mangiasoldi in tantissime attività commerciali, attraverso il metodo mafioso. Addirittura scendono in Calabria per ottenere l’autorizzazione della ‘ndrangheta. Per non parlare del riciclaggio del denaro sporco, delle opere pubbliche, del cemento, dei rifiuti, della corruzione. Uno degli ultimi episodi risale all’inizio dell’anno:  un’operazione effettuata dalle forze dell’ordine. Un sequestro di un’impresa individuale di distribuzione di carburanti, con sede a Vinchiaturo (Campobasso), intestata ad un prestanome dei Contini, un clan di camorra. L’operazione è contenuta nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, del I semestre 2014. In Molise, però, si fa finta di non vedere. Nessuno parla, nessuno denuncia. Tutto tace».

È stato uno dei primi giornalisti molisani a parlare di ecomafia molisana. Cosa l’ha più sconvolta nello scoprire l’altra faccia della sua tranquilla regione?

«Non è una regione tranquilla. Non esistono ‘isole felici’, da nessuna parte. Il Molise, come molte altre realtà, è stata utilizzata come una pattumiera. Non dimentichiamo le operazioni fatte dalle forze dell’ordine, come quella realizzata nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro. Due aziende, la Fonderghisa e la Rer, sono state gestiste dai Ragosta. In questi due stabilimenti, dove erano presenti degli altiforni, venivano sciolte sostanze pericolose. Ad esempio i carri armati provenienti dall’ex Jugoslavia pieni di uranio impoverito. Ma non solo: traffici di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco, rifiuti pericolosi e dannosi per la salute umana. In quel territorio si sono costituite le Mamme per la salute e l’ambiente, perché si muore di malattie strane. Nascono bambini malati. Il problema non riguarda solo il venafrano, ma l’intera Regione. Ma non c’è dibattito su questi temi. Dopo innumerevoli finanziamenti, dov’è il registro dei tumori? Perché la politica regionale non si occupa di questi problemi? Perché il Molise deve essere rappresentato istituzionalmente da un soggetto, l’attuale presidente del consiglio regionale (Vincenzo Niro), che negli anni ’80 è stato condannato in via definitiva per aver fatto entrare, insieme ad altri colleghi agenti penitenziari, delle armi nel carcere di Campobasso dove era detenuto un certo Cutolo (capo della NCO)? Di questi temi nessuno parla. Si utilizzano frasi inutili, per difendere l’indifendibile: “errori di gioventù” o “esiste una sentenza di riabilitazione”. Parole vuote e dannose. Errore di gioventù? Il giornalista precario de Il Mattino, Giancarlo Siani, è stato ammazzato a 26 anni dalla camorra perché faceva il proprio dovere. Le sentenze di riabilitazione non cancellano i gravi reati commessi e non servono alla politica. La politica con la ‘p’ maiuscola non ha bisogno di sentenze di riabilitazione, ma di persone con le mani pulite”.

Cos’è per lei la mafia?

«Un sistema di potere illegale utilizzato dal sistema di potere legale. Quanti politici, anche di livello nazionale, sono andati in galera perché eletti e legati alle organizzazioni criminali? Andreotti non è l’unico esempio negativo. Come possiamo dimenticare Dell’Utri (il fondatore di Forza Italia, definito “eroe” da Berlusconi), Nicola Cosentino (già sottosegretario durante il governo Berlusconi), Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Sicilia) e tanti altri. Bisogna rompere questo legame con la politica, dobbiamo affidarci a persone oneste. Dobbiamo sostenere le persone perbene, non lasciare soli i veri eroi come Nino Di Matteo. Il prossimo 14 novembre, a Roma, ci sarà una manifestazione per sostenere il magistrato siciliano. Dobbiamo cominciare a scendere in piazza, metterci la faccia. Se vogliamo, con i fatti, sconfiggere questi criminali. Bisogna fare il proprio dovere, costi quel che costi. Solo la schifosa ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno. Dobbiamo capire che ci troviamo di fronte a forti poteri economici, a vere e proprie industrie del crimine. Che bloccano il futuro del nostro territorio».

Gli uomini riusciranno a mettere fine alla malavita o è solo un’utopia?

«Ma quale utopia. Si può e si deve. Tutti insieme, fino alla fine. Senza tentennamenti. Non si può restare con le mani in mano e attendere gli eventi. Siamo noi tutti i protagonisti del nostro futuro. Insieme si può».
da FANPAGE.IT
14 OTTOBRE 2015, 11:43
di Maria Cristina Giovannitti

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