Paolo De Chiara

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L’ATTO DI ACCUSA del Testimone di Giustizia

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DA UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA.
“Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza”.

L’ATTO DI ACCUSA: “Ogni giorno è una continua umiliazione, una sofferenza: diritti fatti passare per piaceri, ricatti silenziosi che sono vergognosamente consumati sulla pelle di un uomo onesto, che ha un’unica colpa: aver creduto nella giustizia e nelle promesse di uno Stato che per legge dovrebbe tutelare i testimoni.
Nessuno che ha vissuto “l’esilio di stato”, inserito in un programma, potrà mai dire che questo è un programma di protezione.
La mente del tutelato viene distrutta quotidianamente, si vive di frustrazioni e negazioni. Non c’è giorno in cui le “regole” non cambino all’improvviso, come un walzer. I ‘passa carte’ giocano con la tua vita e con quella dei tuoi cari, ponendosi con quell’aria di saccenti e sfidando la tua resistenza mentale.
Forse vi è un unico scopo ed è quello della resa.

Poi c’è quel logorante pensiero che ti mette faccia allo specchio e ti fa dire “perché l’ho fatto?…perché? …perchè?. ..perché?”.
Forse il messaggio è incitare un uomo onesto a dire “Non denunciate”?. Lasciando campo libero alle mafie.
C’è altra spiegazione?

Chi dovrebbe tutelarti, chi dovrebbe applicare la legge, chi dovrebbe rendere la tua vita serena si impegna affinché sia un inferno. Affinché la tua mente crolli.
Come Don Chisciotte si combatte una battaglia impari, con una burocrazia che è l’arma vincente del sistema.
Corpo e mente non reggono più e l’idea di farla finita aumenta sempre, giorno dopo giorno. Cancellare la sofferenza perpetua in un istante, per molti, è atto di vigliaccheria.
Ma come si può resistere?
Lo chiedo a Voi uomini Onesti. Come si può vivere sapendo di essere un bersaglio, dato in pasto a chi ti vuole morto? Con la consapevolezza che la tua vita non vale nulla.
Le mafie e i mafiosi ridono nel vedere come vengono trattati i testimoni, di come la loro sofferenza non trovi pace.
Ed è per questo che attendono la loro vendetta.
Vendetta che viene consumata nel tempo.

Non posso più resistere, la mia mente abbandona l’idea di lottare. Il vaso è colmo e la colpa è unica: ha nomi e cognomi.

Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza“.

2 febbraio 2016

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