Mese: febbraio 2020

Auguri #Totò

AUGURI Totò
#principedellarisata
«Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito».
Oggi nel 1898 nasceva il “principe della risata” Antonio De Curtis, in arte Totò.

#Legalità a #Casalbordino

GRAZIE DI CUORE
Nicola Tiberio, Massimiliano Travaglini, Alessio Di Florio, Adriana Colacicco
CASALBORDINO, 14 febbraio 2020
Scuola Secondaria Zimarino.

Attilio Manca: da chi è Stato “suicidato”?

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni.

Attilio Manca: nato a San Donà di Piave il 20 febbraio 1969. Ucciso (“suicidato”) a Viterbo l’ 11 febbraio 2004.   

Una strana storia. Una storia sbagliata. Il corpo martoriato del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), trovato morto a Viterbo l’11 febbraio del 2004, lascia ancora troppi interrogativi. Qual è la verità? Perchè, intorno al “suicidio” di questo medico, continuano a volteggiare fitti misteri? Misteri italiani, misteri mafiosi. Misteri di Stato. Cosa aveva visto? Cosa aveva sentito? Chi aveva incontrato? Chi aveva curato?Perchè l’azione mirata, sporca e squallida, come i suoi autori (professionisti e assassini esperti), è ancora insabbiata? Cosa stanno proteggendo? Chi stanno proteggendo?   
«Attilio Manca è stato ritrovato – si legge in una delle tante iniziative di raccolta firme – con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroinaalcool e tranquillanti. Ma Attilio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra, così come confermato dai suoi colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo, e soprattutto non era un tossicodipendente con istinti suicidi».
I legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, hanno un’altra versione: «Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso».

Ma ecco le anomalie. La Procura di Viterbo batte su una comoda strada: overdosi. Si èiniettato, stranamente e volontariamente, due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Attilio è, per la giustizia italiana, un tossico.Ma sembra troppo facile questa soluzione. Offensiva nei confronti di Attilio e della sua famiglia.   

Il  29 marzo del 2017 il Tribunale di Viterbo ha condannato Monica Mileti (per la cessione della droga): 5 anni e 4 mesi. Il caso è chiuso?
Un nuovo fascicolo viene aperto a Roma per “omicidio volontario”. Questa volta ci sono quattro collaboratori di giustizia. Il quadro descritto dai “pentiti” squarcia il fitto mistero. Il suicidio mascherato porterebbe la firma di tre entità: massoneriamafiaservizi segreti.
Giuseppe CampoGiuseppe SetolaStefano Lo Verso e Carmelo D’Amico raccontano la loro versione. Ma ancora non basta. Il muro ancora non si è sgretolato. Restano le anomalie: 

Attilio era mancino (grave errore da parte delle “menti raffinatissime”) e non era un tossicodipendente. Non sono state trovate le impronte digitali sulle siringhe. Avrà messo i guanti per iniettarsi il veleno? E dove sono i guanti? E il tempo materiale per questa inutile accortezza? Dove sono le prove che portano a parlare di cessione di droga da parte della Mileti? O, come in altri casi, è un mero capro espiatorio utilizzato per chiudere in fretta e furia, confondere e coprire tutto? La storia si ripete, lo stesso fil rouge lega i fatti e i misfatti italici. Anche la tecnica sembra essere la stessa. Il caso Pantani grida ancora “vendetta”. Il pestaggio e la morte violenta di Pier Paolo Pasolini (1/2 novembre 1975) coperta con una banale scusa e un solo colpevole. Il vero colpevole? Il pestaggio e la morte violenta di Attilio Manca, chiusa con un’altra banale scusa.Il poeta è stato archiviato come un Frocio e basta, l’urologo siciliano come un tossico.

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni. La squadra mobile di Viterbo che attesta il falso. Per coprire chi? Che cosa? Provenzano è morto. Chi bisogna ancora coprire? Servono coperture per il “sistema” che ha reso tranquilla la latitanza del boss siciliano? 

Questo Paese ha bisogno della verità! La famiglia Manca ha bisogno di uno Stato serio, che dia risposte serie sulla morte di Attilio! I responsabili devono pagare. Gli uomini indegni dello Stato, quelli che hanno fatto il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra ad oggi, devono essere individuati e perseguiti. Lo stesso vale per i massoni e i mafiosi. Uno Stato serio non può permettersi più certi misteri.

WordNews.it continuerà a seguire la vicenda di Attilio Manca, restando al fianco della sua famiglia.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/attilio-manca-da-chi-e-stato-suicidato

La tenacia dei colori vivaci

Una bellissima iniziativa… con grandi persone.

Una bella mattinata, una bella iniziativa a #Napoli
Con Paolo Siani
#onorevole
#fratello
#GiancarloSiani

#noninvano

GIANCARLO SIANI
“Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.
#giancarlosiani

Promozione e sostegno della lettura

L’Onorevole Paolo Siani (fratello di Giancarlo, ucciso dalla camorra), in occasione della presentazione del libro di Cristina Salvio (La tenacia dei colori vivaci), illustra il suo punto di vista sulla nuova legge.

I punti fondamentali della legge, approvata definitivamente dal Senato, all’unanimità, il 5 febbraio 2020: tetto sconti (5%), carta per la cultura, tax credit (librerie), Piano nazionale lettura, Capitale italiana del libro, albo librerie di qualità, biblioteche scolastiche.

Questo il link per approfondire il testo: 

Fai clic per accedere a 01142506.pdf

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/promozione-e-sostegno-della-lettura

Sanità in Molise: sulle barricate il medico che difende il sistema pubblico

Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia, rinviato a giudizio per abbandono di paziente: “È per me un’accusa offensiva”.

ISERNIACornuto e mazziato. Ecco la frase adatta per descrivere la situazione che sta vivendo in questi ultimi giorni l’attuale direttore dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso dell’ospedale “Veneziale” di Isernia. Lui si chiama Lucio Pastore, è conosciuto per le sue battaglie in difesa della sanità pubblica. Ma le sue lotte non spuntano all’improvviso, da un giorno all’altro, come quelle di qualche “fungo” che, di tanto in tanto, cavalca l’onda per una piccola e misera passerella personale. L’impegno di Pastore è decennale. Non si è mai tirato indietro, ha sempre difeso le sue idee. Ha sempre combattuto il sistema clientelare della sanità pubblica molisana. Sono passati gli sGovernatori, da Iorio a Frattura fino all’ultimo inconsistente Toma, ma lui ha sempre mostrato, con coerenza, il suo punto di vista. Senza peli sulla lingua.

Era il 2011, nove anni fa. Davanti al pronto soccorso di Isernia i medici protestano, lamentano la drammatica situazione. All’epoca Pastore era il responsabile facente funzioni della struttura pentra. «Abbiamo indetto lo stato di agitazione, non avendo avuto risposte alle nostre richieste, per segnalare anche all’opinione pubblica la problematica del servizio». L’8 febbraio dello stesso anno in una lettera, inviata al Prefetto di Isernia, scrivevano: «il nostro servizio è intasato per la presenza di pazienti da ricoverare che non hanno allocazione possibile per mancanza di posti letto disponibili nel nostro Ospedale ed in quelli vicini. Abbiamo difficoltà a visitare i pazienti che si rivolgono alla nostra struttura per mancanza di spazi disponibili». Dopo nove anni nulla è cambiato. Anzi sì, Pastore è stato rinviato a giudizio per abbandono di paziente. Deceduto a seguito di un collasso cardiocircolatorio. La prima udienza si terrà il prossimo 17 aprile 2020.

«Era prevedibile – spiega il medico -, in quanto da tempo noi andavamo denunciando all’azienda, prima di tutto, la difficoltà di gestire una situazione con carenza di personale e con carenza di posti letto. In pratica, per scelte aziendali, abbiamo avuto una riduzione di personale medico di 4 unità nello spazio degli ultimi anni. Questa riduzione si è avuta per cessione a privati convenzionati dei posti letto. Noi non abbiamo dove poter inserire, dove poter ricoverare i pazienti. Capita che in alcune situazioni c’è un flusso tale di pazienti, per cui questa struttura è completamente intasata».

Una paziente di 77 anni ha perso la vita all’interno dei locali del pronto soccorso. Cosa accadde quel 27 gennaio del 2017?

«Quel giorno c’è stata una “tempesta perfetta”ۚ».

Cosa intende?

«Sono montato verso le 14:00 in ospedale e ho trovato tutto il pronto soccorso strapieno di pazienti, fra cui c’erano due persone, di cui una intubata e un’altra in coma, c’erano ischemie cerebrali,  c’erano pazienti con fratture, c’erano delle situazioni di aritmie pericolose. Una marea di gente e, tra queste, c’era anche questa paziente che aveva questa sua patologia. Il collega della mattina aveva prescritto degli esami. È giusto ricordare che in quel momento eravamo due medici, due infermieri e un solo portantino. Questo portantino che doveva mobilitare completamente tutta questa gente e tutti gli esami del pronto soccorso. Immaginate: trenta, quaranta persone che devono essere spostate da questo portantino. In questa situazione la paziente è deceduta. Il sottoscritto l’aveva pure visitata e aveva prescritto alcune terapie, però è subentrato il decesso».

I familiari ritengono che sia stata abbandonata…

«Noi chiediamo, invece, di comprendere perché le denunce sempre fatte all’azienda di carenza di personale, del rischio connesso a questa situazione. La stessa cosa l’abbiamo fatta alla Prefettura, siamo andati dal prefetto e abbiamo denunciato una situazione che poteva diventare rischiosa. Poi con il procuratore Albano, andammo a presentare la gravità della situazione in cui ci trovavamo ad operare. Improvvisamente succede questo e chi ha denunziato sempre un problema strutturale, organizzativo di carenza viene accusato di abbandono. Per me è un’accusa offensiva. L’ultimo dei miei pensieri è abbandonare un paziente, essere accusato di aver abbandonato un paziente sembra quasi che sia una macchia, che mi dà molto fastidio. Non credo che potrò mai mantenere una simile accusa e sono disposto ad arrivare sino in fondo, anche alla Corte Europea, se dovesse essere necessario».

Chi ha risposto alle vostre denunce?

«Nessuno. Non c’è stata alcuna risposta. Il Prefetto interessò l’azienda dopo che noi passammo, però solo chiacchiere. È diminuito il personale, i posti letto mancavano e non è successo niente. Il Procuratore Albano ci disse che lui, in assenza di un reato, non poteva intervenire come Procura…»

Adesso c’è il reato…

«Il reato l’ho fatto io, possono perseguire me. Ora andiamo a vedere cosa ha determinato questo mio eventuale reato. Dobbiamo capire cosa sta succedendo. Mi sento tranquillo, non ho commesso questo reato. Non ho mai abbandonato nessuno, mi sembra un a vicenda abbastanza kafkiana. Voglio vedere, arrivati a questo punto, chi risponderà di queste carenze strutturali».

Le vostre segnalazioni sono decennali. Da tantissimi anni protestate sulle criticità, mai risolte.

«Sono tantissimi anni e c’è una documentazione infinita. Le ho fatte io queste segnalazioni, ma le hanno fatto anche i precedenti primari. Ognuno di noi ha sempre messo in evidenza la problematica strutturale. Accanto a questa problematica, legata al personale e alla mancanza dei posti letto, ci sta una problematica strutturale interna. Noi abbiamo un pronto soccorso diviso in tanti loculi, quindi con una difficoltà di gestione. Una cosa è tenere una camera unica, con pareti mobili in cui è più facile gestire anche con poco personale e una cosa è avere tanti locali separati in muratura in cui gli infermieri devono correre da un luogo all’altro. Poi c’è un altro problema.»

Sarebbe?

«L’informatizzazione. Noi perdiamo più del 50% del nostro tempo, che dovremmo dedicare all’assistenza, a digitare i dati sul computer. Questa è un’altra cosa drammatica che si vive. E in questo contesto io avrei abbandonato qualcuno».

Le vostre segnalazioni sono state accompagnate dalle numerose proteste pubbliche. Molti cittadini molisani sono scesi in piazza in difesa della sanità pubblica. La protesta popolare è rientrata?

«C’è stato un completo disinteresse».

Dovuto a cosa?

«Perché gli interessi verso la privatizzazione del sistema erano talmente forti, per cui nessuna forza politica ha mai voluto impegnarsi a raccogliere le istanze della gente. A Isernia, negli ultimi anni, abbiamo fatto due grandi manifestazioni. Poi c’è stata la manifestazione enorme di Campobasso e il rifiuto da parte dei politici di voler dare una qualsiasi risposta».

Perché?

«Perché gli interessi economici verso la privatizzazione sono talmente predominanti per cui deve diventare secondario qualsiasi aspirazione della gente».

E i Comitati che fine hanno fatto?

«La problematica dei Comitati va ad impattare contro una politica che non recepisce. E non recependo, la politica, quello che è il passaggio a livello istituzionale, a livello della struttura decisionale di quelle che sono le istanze viene annullato. Quindi è un’assenza di politica, in senso trasversale, nella capacità di recepire una volontà di fermare il degrado di sistema».

Il nodo, quindi, è politico?

«Sicuramente è politico. Il problema è di una volontà politica che vuole spostare verso la privatizzazione. Vuole privatizzare…».

Vuole o ha già iniziato questa privatizzazione?

«Già lo ha fatto in gran parte. Il 43% dei fondi e il 40% dei posti letto sono stati spostati verso i privati convenzionati. Parecchi di questi posti vengono utilizzati per un’utenza extraregionale, per cui i nostri pazienti sono qui buttati nel pronto soccorso sulle barelle, anche per giorni. Noi non sappiamo dove poterli ricoverare. Mentre con quei posti letto si accetta un’utenza extraregionale, da cui si ricava un profitto».

E dove finisce questo profitto?

«Questo profitto non va alla Regione, ma va a quelle strutture private che hanno avuto la cessione da parte della Regione di quei posti letto.

Si perde due volte. Giusto?  

«Perdiamo posti letto per i nostri pazienti e perdiamo un guadagno, perché questo va essenzialmente a quelle strutture private».

Quale potrebbe essere una soluzione per invertire la tendenza?

«Come il disastro è politico, la soluzione può essere solo politica. Ci vuole una inversione di tendenza politica, una volontà nel riequilibrare il rapporto pubblico-privato. Bisogna arrivare a non dare più del 15% del fondo sanitario regionale ai privati e non più del 20% dei posti letto ai privati, in maniera tale da recuperare mezzi e fondi per poter gestire una sanità decente. Se non si parte da qui, anche il secondo problema tremendo che noi abbiamo, ovvero la gestione clientelare della sanità, non si riesce ad affrontare».

Quali problematiche comporta questo tipo di gestione?

«Anche questa gestione clientelare comporta delle disfunzioni, ma in questo momento le disfunzioni sono aggravate dalla mancanza di mezzi e di risorse per far funzionare il pubblico».

Abbiamo detto che il problema è politico. Ma le classi dirigenti che si sono susseguite nel corso degli anni sono state scelte dai cittadini elettori. La gente ha compreso nel profondo la gravità di questa situazione? O, nella cabina elettorale, continua a scegliere alla cieca?

«Esiste un corto circuito nella dimensione politica, specialmente nel sud, in genere, e nel Molise, in particolare. Questo corto circuito nasce dal fatto che l’economia qui ha cominciato a svilupparsi nel dopoguerra con un patto. In pratica arrivavano soldi da Roma, tramite la politica. E la politica distribuiva secondo esigenze clientelari e questo creava una certa ricchezza, una certa circolazione, una certa economia. Nel momento in cui questo flusso di soldi si è notevolmente ridotto, quella che era la capacità di gestione clientelare del territorio non ha retto più. Però la mentalità della gente è rimasta sempre legata alla necessità di avere un referente per le proprie esigenze. Un referente clientelare. Non si riesce a cogliere che questa situazione è cambiata e dovrebbe cambiare anche l’atteggiamento. In assenza di questi fondi non c’è più alcuna risposta, il territorio sta morendo. Sta morendo in sanità, sta morendo sul lavoro, sta morendo come ambiente. La gente va via perché non ha più niente da fare qui e, quindi, la politica che è assente è legata anche a questa incapacità di una popolazione di passare da un modello strettamente clientelare a un modello in cui bisogna cominciare ad avere una progettualità reale sul territorio».         

Qual è il futuro della sanità pubblica in Molise?

«Se le cose continuano così noi avremo che tutto sarà riassorbito a livello delle strutture private di riferimento. I 600 milioni di euro che arrivano nella nostra Regione saranno appannaggio solo dei soggetti privati che interferiranno con il privato convenzionato. Questo processo di privatizzazione avviene in tutta Italia, ma in Molise esiste proprio una sperimentazione di come passare da un sistema pubblico ad un sistema privato. La fine di questo sistema sarà l’introduzione della seconda gamba, rappresentata dalle assicurazioni. Una medicina differenziata in rapporto al reddito».

È il sistema sanitario americano?

«Un sistema americano graduale, ma ci stiamo arrivando».    

da WordNews.it

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Voto di scambio? “Avevo già denunciato i legami con la camorra”

«Il problema sono gli anticorpi. Ma purtoppo», spiega il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, «non c’è neanche il vaccino».

di Paolo De Chiara

Era il 14 maggio del 2017. L’agenzia Ansa diffonde le dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, che anticipa gli eventi e denuncia al viceministro Bubbico una drammatica situazione: «nella mia amata città l’11 giugno 2017 si svolgeranno le elezioni comunali ma in questi ultimi giorni la democrazia ha subìto un vero e proprio attacco». Il riferimento è alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Somma Vesuviana. «Organi di stampa hanno riportato le dichiarazioni di Carmine Mocerino, presidente della commissione anticamorra della Regione Campania, che ha parlato di clima ostile e intimidazioni, tanto che ha portato a conoscenza di tutto il Prefetto di Napoli. Non possiamo permetterci di lasciare dubbi sull’espressione democratica del voto. Non possiamo non scoprire ove ci fosse un interesse della camorra ad entrare nella vita politica. Non si può accettare che un partito come il PD si arrenda (ritirato all’ultimo momento dalla competizione elettorale, nda). Somma Vesuviana non può essere abbandonata». Un allarme finito nel vuoto. Non raccolto da nessuno. L’8 settembre dell’anno successivo il testimone scrive al sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno; al segretario generale; al presidente del consiglio comunale e a tutti i consiglieri e per conoscenza alla prefettura di Napoli, chiedendo una «verifica sulle certificazioni prodotte dai consiglieri comunali in materia di eleggibilità» e l’istituzione di una «commissione interna presieduta dal segretario generale e nella quale vi siano componenti della Prefettura di Napoli». Quindici mesi dopo le elezioni amministrative Ciliberto non lascia la presa e chiede se «ci sono consiglieri comunali che abbiano precedenti penali o carichi pendenti in corso e se tali precedenti sono stati menzionati nella certificazione di eleggibilità». Anche questa volta la richiesta cade nel vuoto.

Febbraio 2020: ecco il terremoto annunciato. Arriva la notizia del voto di scambio. Denaro in cambio di voti. Pacchetti di voti. La documentazione raccolta dagli inquirenti (tra cui intercettazioni ambientali e conversazioni telefoniche) sta preoccupando, e non poco, alcuni consiglieri comunali, candidati, politici, funzionari e imprenditori. L’indagine è stata avviata nel 2017. Ed ecco la nuova testimonianza di Gennaro Ciliberto: «Abbiamo un prima e un dopo. Il prima è durante le elezioni, quando ho scritto al ministero dell’Interno e al Prefetto di Napoli Pagano. Il dopo riguarda l’attività investigativa, che è durata quasi tre anni: ci sono i nomi, ci sono i rinvii a giudizio e il capo di imputazione, tra i più gravi, è il voto di scambio che vede gruppi della camorra aver venduto pacchetti di voti». Della situazione è stato informato, con una comunicazione, anche il presidente della Commissione Antimafia. «In modo tale che il presidente Morra possa audire i diretti interessati, per fare luce. C’è un percorso della magistratura, ma c’è anche una politica che dovrebbe dare risposte ed avere degli anticorpi».

Questa politica, a cui fa riferimento, possiede gli anticorpi?

«A livello locale di Somma Vesuviana non ci sono gli anticorpi, ma purtroppo non c’è neanche il vaccino. Non c’è la volontà di scoprire, non c’è la volontà di capire. C’è un’omertà diffusa. Le persone che denunciano sono poche, vengono discriminate e chi denuncia viene isolato. Non ci dimentichiamo che durante la campagna elettorale qualcuno disse che la mia presenza sul territorio di Somma Vesuviana con la scorta era un qualcosa di dispendioso,si buttavano i soldi per la mia protezione. E questo atteggiamento venne ribaltato su Facebook, dove mi offesero e mi minacciarono».

Perché c’è questa mancanza di volontà?

«C’è una cappa criminale che, purtroppo, è presente. Lo dimostrano le ultime indagini, dove sono usciti i nomi di determinati personaggi politici. La domanda che rivolgo a tutti gli abitanti di Somma è questa: “se non ci fosse la camorra, se non ci fossero le minacce, se non ci fosse un potere criminale di cosa aver paura?”. Il problema è che a Somma non si parla. Non si parla per la strada, non si parla nei luoghi di aggregazione, non si parla in consiglio comunale. Non si parla di camorra. Il primo cittadino (Salvatore Di Sarno, nda), in più occasioni, ha sminuito la presenza della camorra sul territorio, nonostante l’Arma dei carabinieri, in particolare i militari di Castello di Cisterna, lo hanno dimostrato con le indagini, portando alla sbarra il gruppo criminale D’Avino, ancora egemone nella città, che ha condizionato il voto. E continua a farlo».

Il primo cittadino per lei, quindi, non è impegnato sul fronte anticamorra?

«Lui è un maresciallo maggiore della guardia di finanza. Una persona che dovrebbe avere il fiuto, il sentore, le capacità per poter ascoltare i primi lamenti delle persone. Anche nelle ultime indagini, a Somma Vesuviana, c’è stata la poca collaborazione degli imprenditori. Lui (Di Sarno, nda) detiene la delega alla legalità, delega che aveva promesso di dare a me, nonostante le ingerenze nella sua coalizione».

Cosa si può dire ai cittadini sommesi?

«I cittadini sommesi sono indignati e nauseati. Sono stato l’unico a denunciare e a pubblicare un video molto compromettente. Parliamo di personaggi con parenti uccisi per camorra, con parenti condannati con l’aggravante dell’articolo 7. Esiste anche una moralità, un prendere le distanze. Se una persona perbene si fa vedere in un bar con un camorrista certamente non è un bel segnale. I “santini” elettorali sono stati trovati nelle macchine dei pregiudicati, per telefono parlavano di pacchetti di voti comprati. Proprio a Somma c’è stata la cosiddetta “alzata della posta”: tu vendi il voto a me, io te lo pago 60, 70 euro e chiudiamo l’accordo».

Nella lettera inviata al presidente Morra si legge testualmente: “il voto popolare libero è stato compromesso”. Ma non emerge anche una chiara responsabilità da parte dei cittadini-elettori?

«Sicuramente c’è una responsabilità. Ma dobbiamo anche aggiungere che quando una brava persona si reca al seggio elettorale e vota, a prescindere dalle sue idee politiche, esercita il suo diritto in libertà. Il problema sorge quando si muovono le masse dietro un pagamento di soldi, con la pressione della camorra che minaccia e controlla il voto. E chi non si adegua viene punito. L’effetto è micidiale. In questo caso ci deve stare l’aggravante mafiosa. Così si perde la libertà di voto e un popolo rimane sotto ricatto. Ci sono stati dei pestaggi, ci sono state delle macchine rotte. Ma nessuno ha denunciato, perché c’è dietro un clan della camorra che spara, che colpisce. E nelle nostre zone fa ancora paura. Da una parte mi sento di condannare un popolo perché alla fine non riesce a ribellarsi, però dall’altra parte la condanna diretta va alla politica. A quella politica locale che, nemmeno in campagna elettorale, ha avuto il coraggio di dire che “la camorra è una montagna di merda”. È un segnale chiaro dire da un palco, durante un comizio, “i voti della camorra non li vogliamo”. Purtroppo queste parole non si sono udite. C’è, però, l’intenzione di mettere un’ombra su un’inchiesta giudiziaria con intercettazioni che sciolgono qualsiasi dubbio».

Sulla questione degli abusi edilizi, denunciati negli scorsi mesi, cosa possiamo aggiungere?

«La risposta del Sindaco attuale è arrivata a mezzo stampa. Ha dichiarato che avrebbe conferito l’incarico agli uffici preposti per gli accertamenti. Oltre ad inviare le denunce, ho provveduto a inviare anche le foto delle piscine, che ricadevano nella proprietà di noti politici, di noti imprenditori del vesuviano, di persone della cosiddetta Somma bene. Ma su questa cosa il Sindaco è stato distratto. Ad oggi non è dato sapere se ci sono stati dei provvedimenti contro questi abusi. Una cosa però è certa: sull’albo pretorio del Comune di Somma Vesuviana non c’è nessuna ordinanza di ripristino dei luoghi. Oggi posso dire serenamente che la denuncia che ho fatto al Sindaco non è stata accolta e non posso esprimermi su quella fatta all’autorità giudiziaria».

Ad oggi gli abusi edilizi non sono stati sanati. È corretto?

«Sono ancora esistenti. Sono nella proprietà di personaggi politici importanti, anche di qualche familiare coinvolto in questa indagine (voto di scambio, nda) e, magari, questi abusi edilizi sono stati anche una forma di ricatto».

Verso chi?

«Verso un modus operandi che vigeva. Il problema è che l’abuso edilizio diventa anche un motivo di ricatto, di scambio di voti».  

Il silenzio istituzionale si è registrato anche sulla vicenda del rinvenimento dei sette proiettili?

«Il Sindaco è un mio amico, una persona che conosco da vent’anni. Ho comunicato la notizia all’uomo delle Istituzioni e all’amico, ma non c’è stata risposta, nemmeno un “mi dispiace”. Non c’è stato un “ti saremo vicini”. Non c’è stato nulla, nulla di nulla. I sette proiettili sono stati rinvenuti con il personale di scorta presente, durante la mia permanenza a Somma Vesuviana. È vero che sono impegnato in altri procedimenti contro la criminalità organizzata, però mi sento di dire che, purtroppo, per come erano i fatti e per come sono stati rinvenuti i proiettili mi sarei aspettato una vicinanza del Sindaco e dell’intera amministrazione di Somma Vesuviana. Ma c’è stato silenzio, un silenzio che diventa ancora più ombroso, ancora più pericoloso. Perché non dimostrare vicinanza a un testimone di giustizia?  L’ostilità del Sindaco si è vista anche in altri comportamenti, negando la sala del consiglio comunale per patrocinare un evento importante sulla legalità. Siamo stati costretti a ricorrere a una sala ecclesiastica, per volontà di un parroco che non c’è più. Anche in quella occasione si è registrata la totale chiusura del Sindaco. Ma la legalità è amica di questo Sindaco? O costituisce un pericolo?»

Lei ha chiesto le dimissioni dell’amministrazione di Somma Vesuviana. Non sarebbe il caso di attendere le sentenze?  

«Sì, lo confermo. Anche un piccolo dubbio, una piccola situazione che avrebbe potuto compromettere la libertà di voto, deve portare alle dimissioni. Se attraverso le intercettazioni telefoniche è stato accertato dalla magistratura questo scambio di voti, con il massimo rispetto per l’innocenza fino al terzo grado di giudizio, il Sindaco con un bagno di umiltà dovrebbe sciogliere questo consiglio comunale, mandare a casa questa amministrazione e ritornare alle urne. Da tempo, attraverso l’ufficio protocollo, avevo richiesto che tutti i consiglieri comunali e tutti gli assessori producessero il loro certificato di carichi pendenti. La risposta è arrivata solo da tre persone. Dov’è, allora, questo principio, tanto osannato, della legalità?»

Nella mattinata del 4 febbraio 2020 è stato contattato il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Lo stesso non ha ritenuto opportuno rilasciare alcuna dichiarazione.

da WordNews.it

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