Day: 15 maggio 2020

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Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

INTERVISTA. Il 2 agosto 1980 scoppia la bomba fascista: 85 morti e 200 feriti. Dopo 40 anni la stazione di Bologna cambia nome. Abbiamo raccolto la testimonianza di un superstite, l’abruzzese Tonino Braccia: «Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

Una data indelebile, impressa nella storia d’Italia. Una tappa della “strategia della tensione”, il sottile fil rouge che attraversa il nostro Paese, da Portella della Ginestra (1° maggio 1947: 14 morti e 27 feriti) sino ai giorni nostri.

Queste storie non sono mai state affrontate. Non è mai stata fatta chiarezza. I problemi in questo Paese non sono mai stati risolti. Mai sono stati fatti i conti con la storia.

E in questa lunga storia piena di misteri, di bombe, di depistaggi, di ombre, di presenze grigie, di servizi segreti (inutile dire deviati), di fascisti, di istituzioni malate, di omicidi fatti passare per suicidi, di logge segrete, di Cosa nostra, di rappresentanti dell’Antistato, di fascisti di Ordine Nuovo, di “menti raffinatissime”, di massoneria, e chi ne ha più ne metta, rientra la strage compiuta dai fascisti il 2 agosto 1980. A Bologna.

Una bomba all’interno della stazione ferroviaria. Oggi quel luogo ha cambiato nome e riprende quella maledetta data.

Destabilizzare per stabilizzare, sostenevano. Per raggiungere i loro oscuri obiettivi non hanno mai guardato in faccia a nessuno.

È lo stesso fil rouge che lega la storia di questo Paese. Una Repubblica fondata sul sangue degli innocenti e degli onesti. “Faceva caldo quel giorno”, ripete Tonino, uno dei sopravvissuti (nella foto, in basso). che ha visto la morte in faccia, quel giorno. A Bologna. La sua frase ci riporta ad un altro episodio.

All’omicidio di Stato dell’anarchico e partigiano Giuseppe Pinelli. Buttato giù (“malore attivo” dicono le carte) dalla finestra della locale questura. A Milano.

Il “colpevole” di comodo, scelto dalle “menti raffinatissime”, per (tentare di) coprire un’altra strage. Quella di Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 (17 morti, 88 feriti). Altro sangue innocente. Un’altra strage fascista: una squadra ben affiatata, composta da Ordine Nuovo, servizi segreti, apparati dello Stato, intelligence Usa.

E dopo quarant’anni, dall’indagine della Procura di Bologna, emergono le responsabilità della Loggia P2, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), di pezzi dello Stato, di D’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e di altri squallidi soggetti. «La scelta di intitolare la stazione di Bologna utilizzando la data della strage si fa sentire. I giovani si domanderanno il perché, sapranno che vuol dire “2 agosto”. È molto importante».

In lei che effetto provoca?

«È molto sentita per me. È una cosa molto forte»

Alle 10:25 di quel maledetto 2 agosto del 1980 lei era lì, a pochi metri dalla bomba. Cosa ricorda di quei momenti?

«Avevo 19 anni, sono arrivato a Bologna il 27 giugno di quell’anno dalla scuola di Polizia di Vicenza, lo stesso giorno della strage di Ustica. Ho iniziato a fare servizio al reparto mobile come effettivo. Quel giorno mi dovevo recare a Roma, al matrimonio di mia cugina. Quella mattina non sapevo neanche se partivo, il comandante non mi aveva dato la licenza perché portavo i capelli lunghi. Ho ricevuto il permesso la mattina stessa.

E arriva alla stazione.

«Stavo aspettando sotto la pensilina. Siccome era presto ed aspettavo l’espresso che doveva arrivare sul terzo binario intorno alle 10:45 e, siccome faceva caldo, un caldo pazzesco, afoso, mi sono spostato all’ingresso della sala d’aspetto. Il tempo di entrare in sala, di appoggiarmi al vetro della porta e non ho sentito più niente. Una frazione di secondo e la bomba è scoppiata. Non ho sentito il botto, non ho sentito nulla».

E cosa ricorda?

«Mi sono ritrovato sotto ad un treno. Sentivo strillare, ma non riuscivo a vedere. Non si aprivano gli occhi. Mi schizzava dell’acqua in faccia, sicuramente l’acqua del treno, che mi ha fatto riprendere conoscenza. Ho cercato di aprire gli occhi, ma vedevo solo polvere. Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Per quanto tempo è rimasto sotto a quel treno?

«Non lo so, non mi sono reso conto, forse quindici minuti. La cartella clinica parla di 10:45. Ho ripreso a vedere, ho visto due persone che si sono abbassate e io ho fatto cenno con la mano destra e poi non li ho visti più. Cercavo di muovermi, ma ero come paralizzato. Con la mano destra ho cercato di prendere il braccio sinistro spezzato e me lo sono messo sotto la pancia. Era quasi tranciato di netto. Mi usciva il sangue da tutte le parti, avevo un occhio fuori. Ricordo i detriti in bocca, non riuscivo a respirare, a parlare. Strillavo per la disperazione. Poi ho sentito due persone che mi hanno preso e mi hanno riportato dall’altro lato, fino all’esterno della stazione. Mi hanno preso quasi subito, mi hanno messo su un’ambulanza gialla, mi hanno fatto tante domande. Ero nudo, non avevo nulla addosso, solo le mutande. Ho risposto alle domande che mi facevano e mi sono addormentato. E mi sono risvegliato il 16 agosto, in rianimazione».

E di quel giorno cosa ricorda?

«Non sapevo ancora niente. Mi sono svegliato e avevo il ghiaccio addosso. Poi ho ricostruito, ho ricordato».

Dopo la bomba, per Lei, è iniziato il calvario. Quanti interventi ha subito?

«Sui venticinque interventi, ho avuto la frattura della mandibola destra, l’orecchio staccato, ho perso l’occhio destro. La frattura dell’omero, l’asportazione del dito della mano sinistra. Poi la lesione del tendine radiale, non ho il nervo estensore. Ho avuto una ferita penetrante nell’addome, emorragia interna, frattura di anca e femore destro. Poi la bocca bloccata per un paio di mesi e poi tutte le cicatrici, le bruciature di secondo e terzo grado. Le cure sono durate per un paio di anni, poi ho subìto altri interventi all’occhio destro»

Tutto questo per una strage commessa, secondo la storia e le sentenze, dai neofascisti. Lei che ha seguito le fasi del processo che idea si è fatto?

«L’idea me la sono fatta dall’inizio. Una strage di Stato, come Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus. Metto tutto insieme, perché sono le stesse cose».

Molti protagonisti di questa strategia della tensione non ci sono più.

«Una strategia della tensione che ha distrutto il Paese. Ma chi ha pagato?»

Agli inizi di gennaio la Corte d’Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo per Gilberto Cavallini, ex terrorista Nar (Nuclei armati rivoluzionari). Lei lo ha incrociato diverse volte durante i processi. Cosa le ha trasmesso questo personaggio?

«Una rabbia pazzesca. Ho partecipato a poche udienze a Bologna, non riuscivo ad andare. Il nostro presidente dell’associazione, Paolo Bolognesi, ci ha detto di stare calmi…».

Perché ha deciso di non seguire più i processi?

«Vedevo la gente che sghignazzava. Vedevo la mamma e Fioravanti che si mandavano i bacini durante i processi, nel 1983. Ridevano, ci prendevano in giro a noi, agli avvocati. Sembrava tutta una storiella e questa cosa mi dava molto fastidio. E questi atteggiamenti venivano permessi dai giudici dell’epoca. Ricordo il generale Musumeci, poi Belmonte con una cartellina sotto il braccio. Ho visto delle cose assurde. Ricordo Stefano Delle Chiaie che prendeva in giro tutti. Perciò non me la sono più sentita di andare ai processi. Mi dava disgusto. Poi c’erano molte persone strane, che venivano da Roma e da Milano. Si spacciavano per giornalisti, per amici».

Chi erano queste persone strane, secondo lei?

«Erano fascisti, erano persone che facevano parte dei servizi segreti».

Ma questa arroganza da parte di questi soggetti come la possiamo spiegare? Si sentivano protetti da qualcuno o da qualcosa?

«Sì, sicuramente. Sembravano persone che sapevano cosa fare. Erano tranquilli, sapevano che la passavano liscia. Persone con ergastoli sulle spalle che stanno fuori. Come è possibile? Chi ha pagato per loro? Io sono distrutto nella vita e nell’anima. Non ho avuto una gioventù, non ho potuto fare il padre, non ho potuto fare il marito. La mia giovinezza è finita il 2 agosto del 1980. La mia vita si è fermata quel giorno».

Agli inizi di febbraio del 2020 la Procura generale di Bologna ha chiuso le indagini sui mandanti. La strage, secondo l’ipotesi dei giudici, è stata organizzata e finanziata dalla P2 di Gelli e dal prefetto D’Amato. Bellini viene inserito tra gli esecutori e per depistaggio viene indicato un generale del Sisde. Pezzi dello Stato e pezzi di un Potere occulto.  

«Sono stato servitore dello Stato, mi rammarica molto. Essere abbattuti da queste persone è inaccettabile. Non faccio di tutta un’erba un fascio, ma essere attaccati da un prefetto è una storia vergognosa. Fa male».

Oggi è cambiato qualcosa? Gli errori sono stati compresi? O si possono ripetere?

«Si possono ripetere».

Quando parliamo della loggia P2 dobbiamo sottolineare che un ex presidente del consiglio era parte integrante di quella loggia.

«Il nostro Paese è stato governato dalla mafia, Andreotti, Dell’Utri. La storia si può ripetere, questi vogliono governare per forza. E ancora oggi abbiamo esempi di personaggi che hanno dietro le solite persone».  

Il “Santo” Laico. Emanuele Piazza, 30anni dopo: dove sono i mandanti?

INTERVISTA ALL’AVVOCATO ANDREA PIAZZA, fratello di Emanuele, collaboratore esterno del SISDE, ammazzato nel marzo del 1990. Gli esecutori materiali sono stati arrestati e condannati. Ma chi manca all’appello? Quali sono le «menti raffinatissime» che hanno progettato l’omicidio? I depistaggi di Stato hanno nascosto la verità sull’omicidio del giovane poliziotto.

Emanuele Piazza, 30anni dopo: dove sono i mandanti?

Nel marzo del 1990, in Sicilia, scompare un giovane poliziotto. Era il collega di Nino Agostino, ammazzato insieme a sua moglie, il 5 agosto del 1989, da Cosa nostra (ma non solo). Entrambi sono legati alla vicenda dell’Addaura (21 giugno del 1989), la località marittima dove Giovanni Falcone passava le sue poche ore di relax. Dove si registrò il famoso tentativo (fallito), organizzato dalle «menti raffinatissime», per eliminare il magistrato. Offeso e dileggiato in vita e diventato “eroe” dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992). «Sventurato il paese che ha bisogno di eroi» diceva il poeta Bertolt Brecht. In questo strano Paese, con la memoria corta, non abbiamo più bisogno di eroi. Ma di persone oneste. Ammazzate da entità sconosciute. Alcuni ricordati e commemorati solo dopo la morte. E in vita? Perché non siamo stati attenti quando queste persone erano vive? «Si diventa credibili solo dopo la morte» diceva amaramente Falcone. Ed aveva capito tutto.

Emanuele Piazza collaborava con il Sisde, il servizio (segreto) per le informazioni e la sicurezza democratica (coinvolto in diversi e gravi scandali). Emanuele arrestava i latitanti. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. E per ricordare l’ennesima vittima di mafia abbiamo deciso di raccogliere il pensiero del fratello di Emanuele, l’avvocato Andrea Piazza (nella foto in basso), impegnato in questi anni a portare nelle scuole la sua testimonianza. Oltre all’Associazione che porta il nome di Emanuele è attivo, insieme a Carmine Mancuso (figlio di Lenin, maresciallo della polizia, assegnato alla scorta del giudice Cesare Terranova, uccisi entrambi da Cosa nostra il 25 settembre del 1979 a Palermo), nell’Associazione “Memoria dei caduti nella lotta contro la mafia”, dove ricopre il ruolo di segretario. «La finalità è quella di cercare di avere un ricordo uniforme. Abbiamo fatto, come associazione, anche una proposta per un regolamento commemorativo. Soprattutto per evitare che ci siano vittime di serie a, di serie b e di serie c».

Soffermiamoci sulla figura di suo fratello Emanuele. Sono passati trent’anni dal suo omicidio.

«Emanuele è scomparso a 29 anni e ne sono passati 30 da quel giorno. Questa è una giornata con una valenza simbolica particolare. Gli esecutori materiali sono stati tutti condannati, circa nove soggetti. Tra cui due collaboratori di giustizia: Ferrante e Onorato. È stata certificata, a distanza di mesi, la sua appartenenza, come collaboratore esterno, al Sisde. In prima battuta il Sisde ha sempre negato, poi su input di Falcone, hanno ammesso la collaborazione. Le indagini nella prima fase sono state assolutamente inutili. C’era La Barbera (capo della squadra mobile di Palermonda), quello che ha creato il depistaggio sulla strage di via D’Amelio con il falso collaboratore di giustizia Scarantino, che nella fase iniziale avrebbe potuto benissimo avere elementi per arrivare alla verità».

Invece?

«C’è stata la volontà di non fare le indagini. Anche la notizia sulla stampa è passata dopo tanti mesi. Emanuele scompare a marzo e la pubblicazione arriva a settembre, dopo sei mesi, con l’articolo di Francesco Viviano di Repubblica. Questi sei mesi sono serviti non per fare le indagini ma per confondere le acque. Poi c’era la documentazione che poteva portare a Francesco Onorato, il collaboratore di giustizia che ha partecipato materialmente all’omicidio di Emanuele. Onorato non è mai stato chiamato, nonostante fosse un soggetto già con precedenti penali. C’è stata la volontà di non fare nulla. Così anche la circostanza, nonostante fosse stata disposta da Falcone perché era lui che portava avanti le indagini, di sentire i funzionari di polizia che avevano avuto rapporti con Emanuele. Anziché essere ascoltati accuratamente presentarono una relazione di servizio e, processualmente, si accertò che erano state tra di loro concordate. C’è stata solo un’attività finalizzata a screditare. In quel periodo Emanuele aveva fatto arrestare un latitante, un certo Sammarco, e fece scoprire un deposito di armi. Tutte queste cose non sono mai emerse dalla prima indagine. Nella fase iniziale la vicenda di Emanuele è stata destinata al nulla. In tutte queste vicende nostrane restano sempre oscuri i mandanti. Oltre ai due collaboratori c’era pure l’uomo di Salvatore Riina, Salvatore Biondino, che ha preso trent’anni. Come sulle stragi del ’92, dove Cosa nostra c’entra marginalmente, tutto si basa sempre sul discorso del movente, peraltro ci sono pure i depistaggi di Stato. Se fosse una questione solo di mafia non ci sarebbe il depistaggio. Queste vicende sono di caratura internazionale. C’è una schematicità che si ripete in ordine a questi eventi. Si crea un colpevole apparente per nascondere tutto il resto. In questo mi allineo totalmente al pensiero della famiglia Borsellino. Inquadro la vicenda in un quadro internazionale, con dinamiche di grossi flussi di interessi.»

C’è una data importante da ricordare: 21 giugno 1989. Quel giorno viene sventato all’Addaura un attentato contro il giudice Falcone.

«Se Emanuele ha potuto o meno essere utile per evitare la strage? Non ho elementi validi per affermarlo. Aveva una sua carriera in polizia, che poi lasciò di colpo. Aveva preso parte al gruppo sportivo di lotta libera, poi aveva fatto la scorta a Pertini e poi era finito alla Criminalpol con De Gennaro, di cui aveva un’idea assolutamente negativa. Secondo gli esecutori materiali è stato ucciso perché era alla ricerca di latitanti».

Ma questa motivazione, la ricerca di latitanti, cozza con il depistaggio. Perché depistare?

«I mafiosi sono stati impiegati come subappaltatori, come esecutori apparenti».

Suo fratello cominciò ad indagare sulla morte del collega Agostino, ucciso qualche mese prima.

«C’è stata una riunione, dove risulta che lui ha dato degli indizi sull’omicidio».

C’è una frase riferita da suo fratello Emanuele all’altro suo fratello Gianmarco: «In quell’attentato (Addaura,nda) c’entra la polizia».

«Abbiamo due visioni completamente diverse. Quando passano gli anni si possono fondere i pensieri con qualcosa che si ricordava».

Quindi non è d’accordo su questa affermazione?

«Tutto può essere, in un’ottica di dinamiche di caratura internazionale».

Dove è stato ucciso Emanuele?

«A Capaci, poco distante dal luogo della strage, nei pressi della torretta dove erano presenti i rappresentanti di Cosa nostra».

Tra gli esecutori materiali c’è un certo Troia Erasmo, assolto in Cassazione per un vizio procedurale nel procedimento di estradizione dal Canada. Che fine ha fatto questo soggetto?

«Fu arrestato in Canada, quando fu emesso il decreto di estradizione gli fu contestato un omicidio e dimenticarono di contestare l’omicidio di Emanuele Piazza. È stato fin dall’inizio presente al processo, è stato condannato in primo grado e in appello. Poi in Cassazione, per questo vizio procedurale, è stato assolto. Oggi dovrebbe essere a piede libero».

Gli esecutori materiali sono stati arrestati e condannati. Per i mandanti, secondo lei, dobbiamo aspettare ancora molto?

«Non c’è più niente da fare. Il sistema non è idoneo, non è pronto per arrivare ad un livello superiore. Noi viviamo di verità apparente, legata alla semplicità dei fatti. In tutti gli omicidi eccellenti i mandanti restano sempre oscuri. In tante occasioni la Sicilia è stata utilizzata per eliminare personaggi scomodi. Nella relazione di minoranza sulla mafia, della Commissione Antimafia del ’76, è evidente che quando c’è stato lo sbarco degli americani ci si è avvalsi del gangsterismo italo-americano, una forma di legame profondo. Considero la mafia un unicum, uno Stato nello Stato. I depistaggi di Stato ci sono solo nelle vicende di mafia. La mafia è dentro il sistema».

Come è cambiata la sua vita dopo la morte di suo fratello?

«Sono vicende che si ripercuotono su tutte le persone vicine alla vittima, che possono cambiare anche la prospettiva di vita. La mia visione delle Istituzioni è ancora più negativa: dovrebbero essere da esempio invece, spesso, accade che, attraverso gli uomini che le rappresentano, sono ancora peggio».  

Ci mancava solo Bertolaso

Ci mancava solo Bertolaso

«Sono felice che Guido Bertolaso possa dare una mano alla regione Lombardia e che possa essere di questa partita».

Angelo Borrelli, Ansa, 15 marzo 2020

“Guido Bertolaso consulente del presidente Fontana per combattere contro il virus in Lombardia”.

Il Tempo, 14 marzo 2020

«Come potevo non aderire alla richieste del presidente della Lombardia di dare una mano nella epocale battaglia contro il Covid-19 se la mia storia, tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare chi è in difficoltà e a servire il mio Paese?»

Guido Bertolaso, Adnkronos, 14 marzo 2020

«Bertolaso persona giusta».

Silvio Berlusconi dall’esilio in Provenza, Adnkronos, 14 marzo 2020

«Guido #Bertolaso in campo contro il #coronavirus in #Lombardia è una buona notizia. Avrà tutta la collaborazione. La situazione è difficilissima. Scarseggiano gli strumenti di terapia, i dispositivi di protezione individuale, i medici e gli infermieri. Serve l’aiuto di tutti».

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, twitter, 14 marzo 2020 

«Il governatore della Lombardia Fontana ha nominato Guido Bertolaso come consulente per l’allestimento del nuovo ospedale temporaneo alla Fiera di Milano. Scelta eccellente».

Matteo Salvini, twitter, 14 marzo 2020

“Ponte Morandi? Quando attraversavo quel ponte, se ovviamente il traffico me lo permetteva, violavo tutti i limiti di velocità e ci passavo il più velocemente possibile”

Guido Bertolaso, 16 agosto 2018

«A L’Aquila ho fatto cose straordinarie. Si vedono ancora i benefici».

Guido Bertolaso, 19 gennaio 2017

«Non si può candidare questo co…ne».

Alessandra Mussolini parla di Guido Bertolaso, candidato sindaco di Roma,

26 febbraio 2016

«Bertolaso sindaco? Qui ha fatto solo danni».

Lettera rivolta ai cittadini romani, Comitato 3e32/CaseMatte, Studenti Indipendenti, Unione degli Studenti, Legambiente L’Aquila, Asilo Occupato,

Adnkronos, 22 febbraio 2016

«Ci uniamo all’indignazione espressa dai comitati Aquilani dopo il vergognoso paragone prodotto in campagna elettorale dal Sig. Bertolaso il quale definiva Roma come una “città terremotata”, richiamando in maniera inequivocabile i fatti legati al terremoto dell’Aquila».

Capoluogo d’Abruzzo, 26 febbraio 2016

«L’eruzione del Vesuvio? Non sarebbe una grande disgrazia».

Guido Bertolaso, 15 ottobre 2010 
 

«La commissione Grandi Rischi? Un’operazione mediatica. Vogliamo tranquillizzare la gente».

Guido Bertolaso, 30 marzo 2009

«In dieci giorni risolvo tutto».

Guido Bertolaso, commissario straordinario per i rifiuti in Campania,

22 maggio 2007

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

Coronavirus: la testimonianza di un molisano in Cina

Per il campobassano Vincenzo de Lisio: «C’è stata una solidarietà incredibile tra tutti, anche con gli stranieri. Sono considerato uno di loro e, soprattutto, in questo periodo ho ricevuto solo cordialità e disponibilità. Il popolo cinese ha dimostrato senso civico e si è rafforzato il senso di appartenenza. Cosa del tutto inesistente in Italia».

Coronavirus: la testimonianza di un molisano in Cina


di Paolo De Chiara

«In Cina si sta tornando alla vita normale. Ho vissuto i miei momenti più critici con serenità ma con la consapevolezza che qualche sacrificio avrebbe favorito nel più breve tempo possibile il ritorno alla vita normale. La mia non è retorica. Durante il periodo critico sono stato con la famiglia, in casa. Ho trascorso momenti piacevoli e la serenità ha avuto la meglio sulla preoccupazione del Coronavirus». Queste sono le rassicurazioni scritte, sul proprio profilo Facebook, da Vincenzo De Lisio, un molisano (per la precisione, un campobassano), che da un anno vive serenamente a Guangzhuo, in Cina, con la sua famiglia. Vincenzo, attraverso i social, rassicura i suoi corregionali: «non credo che sia un sacrificio trascorrere qualche ora in più in casa con la moglie, i figli, i nonni e con coloro che amiamo», offrendo anche dei consigli: «bisogna monitorare la temperatura due volte al giorno, amici campobassani, molisani, italiani. Il Coronavirus è una patologia seria, ma battibile. Le guarigioni superano i decessi, ma qualche comportamento poco consono può rinforzare questo nemico indesiderato». Abbiamo contattato Vincenzo de Lisio per meglio comprendere il suo punto di vista, in un momento drammatico per l’Italia. Dove il senso civico è stato sostituito da atteggiamenti arroganti e pericolosi. «Mi sono trasferito il 21 aprile scorso a Guangzhuo, una metropoli di 14 milioni di abitanti in provincia del Guandgonb. Dista mille chilometri da Wuhan. Mi sono sposato quattro anni fa, per un periodo con mia moglie Yan abbiamo vissuto in Italia, a Campobasso. La nostra decisione di trasferirci in Cina è derivata da vari motivi. Ho trovato  lavoro all’Università Foreign Universithy, insegno lingua e tradizioni popolari della cultura  italiana. Ho una formazione sociologica e sono veramente soddisfatto del mio lavoro. Mia moglie lavora presso una multinazionale di import-export. Yan non si è mai ambientata a Campobasso».  

Da quante persone è composta la tua famiglia?

«Siamo io e mia moglie, anche se viviamo con i miei suoceri. Persone fantastiche». 

E in Cina vi siete imbattuti con il Coronavirus. Quando ha cominciato a percepire il pericolo?

«Prima del capodanno cinese. Ufficialmente il 25 gennaio, quando il presidente Xijinping ha parlato alla Nazione». 

Come avete affrontato concretamente la situazione?

«I primi venti giorni sono stati particolari, si percepiva tensione, preoccupazione. Ma la tenacia del popolo cinese, e quindi di mia moglie e dei parenti tutti, ha plasmato anche me. Tutta questa situazione l’abbiamo affrontata con preoccupazione, ma nello stesso tempo con grande razionalità, senza isterismi e paranoie».

Come hanno reagito gli abitanti di Guangzhuo?

«I cittadini di Guangzhuo hanno affrontato il problema con dignità. C’è stata una solidarietà incredibile tra tutti, anche con gli stranieri. Nel nostro condominio sono considerato uno di loro e, soprattutto, in questo periodo ho ricevuto solo cordialità e disponibilità. Tipico carattere cantonese del sud della Cina, una delle zone più evolute e produttive del paese. Il popolo cinese è abituato a situazioni del genere, ha dimostrato senso civico e si è rafforzato il senso di appartenenza. Cosa del tutto inesistente in Italia».

Quali sono state le misure delle autorità cinesi?

«Misure ferree, che non hanno condizionano la vita sociale».

Ci faccia qualche esempio.

«In primis l’uso della mascherina che, al contrario di come sostiene qualcuno, è  importantissima. Questo non lo dico io, ma gli esperti. Un’altra misura imprescindibile è il controllo della temperatura. Chi risulta febbricitante, con una temperatura al di sopra di 37,2 gradi, deve recarsi entro un’ora in ospedale, pena l’arresto immediato. Grazie a queste accortezze la situazione, in poco più di un mese, si è stabilizzata».   

È a conoscenza di qualche episodio per meglio far comprendere la situazione cinese?

«Diciamo che l’annullamento delle celebrazioni del capodanno è stato devastante per un popolo attaccato alle proprie tradizioni. Feci una passeggiata la sera del capodanno, la città aveva un aspetto spettrale». 

Come è cambiata la sua vita e quella dei componenti del suo nucleo familiare?

«Il primo periodo, ovviamente, lo stile di vita è cambiato radicalmente. Ma parliamo di dieci giorni. Subito dopo il capodanno cinese ci siamo barricati in casa, a stento siamo usciti per fare la spesa. Un po’ alla volta, però, il fenomeno del contagio è regredito. Mia moglie è tornata al lavoro già da una settimana, mentre io rientrerò sicuramente agli inizi di aprile. Entro maggio dovrebbe abbassarsi il livello di allarme. Wuhan e l’intera provincia dell’Ubei torneranno accessibili dall’esterno». 

Come si trova in Cina? Ha intenzione di rientrare in Italia?

Amo la Cina in tutti i sensi. Adoro la loro cultura, la lealtà, l’alimentazione. Il mio futuro è la Cina. Amo, naturalmente. l’Italia. Ma non mi manca».

“Lea, in vita, non è stata mai creduta”

Marisa Garofalo ricorda la fimmina coraggio uccisa dalla ‘ndrangheta: «Mi fa rabbia vedere tante donne che festeggiano questa giornata. Non c’è niente da festeggiare». «Lea è stata una vittima di ‘ndrangheta, anche se la magistratura ha definito la sua morte un delitto passionale. Lo Stato non ha tutelato Lea».

Lea Garofalo

«A Lea non è mai stata offerta una mimosa e chi doveva offrirla, purtroppo, l’ha uccisa. Di mia sorella ho dei bellissimi ricordi: una ragazza molto solare, sorridente, fin da piccola molto combattiva. È stata sempre molto generosa e pronta ad aiutare tutti. A volte, però, penso anche alle cose brutte che mi raccontava. Tipo quando, dopo la fuoriuscita dal programma di protezione, subì il tentativo di sequestro a Campobasso ed era molto preoccupata. Ho sempre tentato di rassicurala, ma lei mi diceva sempre che queste persone (i Cosco, nda) erano pronte a fare tutto. Ci sono bei ricordi, ma anche pensieri brutti. Ad esempio, quando la vedevo stare male, perché aveva capito che l’avrebbero uccisa». Queste sono le parole di Marisa Garofalo, la sorella della fimmina calabrese, uccisa dalla ‘ndrangheta, nel novembre del 2009, a Milano. Dove  qualcuno ancora continua a dire che le mafie non esistono e che non fanno affari. Nella Giornata internazionale delle donne abbiamo voluto raccogliere il pensiero di un’altra donna combattiva che, oltre a costituirsi parte civile nei processi contro gli assassini di sua sorella, da diversi anni porta avanti la sua testimonianza, in tutto il Paese, per raccontare e far conoscere la storia di sua sorella. Nel Paese senza memoria è necessario continuare a ricordare. «Mi fa rabbia vedere tante donne che festeggiano questa giornata. Non c’è niente da festeggiare, non abbiamo nulla da festeggiare. Ricordo Lea tutti i giorni, non c’è una giornata in cui non penso a mia sorella. Festeggiare questa giornata è mancanza di rispetto per tutte quelle persone che sono state uccise».

Marisa Garofalo
Marisa Garofalo

Sono passati dieci anni dalla morte di una donna, che ha avuto il coraggio di rompere il codice secolare della ‘ndrangheta. Cosa è cambiato in questi anni nella sua vita?

«È cambiato quasi tutto, non si vive più la normalità. C’è sempre la preoccupazione che possa succedere qualcosa, personalmente non ho paura. Ma sono preoccupata per i miei figli. Alla fine ti ritrovi sola a combattere queste battaglie, perché anche gli amici più cari si allontanano, compresi i parenti che non sanno da che parte stare. Ma questo lo avevo messo in conto, come diceva sempre Lea. Già sapevo che, con la costituzione di parte civile, nel paese la gente si sarebbe allontanata. A me non interessa nulla, ho ritenuto di fare quello che ho fatto non solo perché era mia sorella, ma perché era giusto farlo».

Lei e sua madre, la signora Santina, vi siete costituite parte civile e grazie alla vostra testimonianza, sommata a quella di Denise, si è arrivati alla condanna degli assassini di Lea. Però, nei mesi scorsi, si è registrata una polemica, ripresa dagli organi di informazione. La Prefettura di Crotone ha bloccato il risarcimento accordato dai giudici milanesi. Lei cosa può aggiungere?

«Sì, in realtà è stata respinta la domanda per quanto riguarda il risarcimento. La Prefettura di Crotone afferma che non ho diritto al risarcimento in quanto avevo delle conoscenze delinquenziali. Ma questo non è assolutamente vero. Nella mia famiglia non c’è più nessuno: mio padre e mio fratello sono morti, lo stesso vale per i miei cugini e i miei parenti. Sono rimasta soltanto io. E, comunque, non ho nessuna conoscenza e nemmeno frequento queste persone nel mio paese. Se così fosse dovrebbero fare nomi e cognomi delle persone che frequento. Questa decisione mi ha fatto male, non hanno tenuto conto di quello che sto facendo. Non solo mi sono costituita parte civile, ma ogni porto la testimonianza di Lea in tutta Italia, racconto la storia di mia sorella anche, e soprattutto, ai ragazzi nelle scuole».

C’è un ricorso su questa decisione?

«In aprile ci sarà una prima udienza».

Lea è morta per salvare un’altra vita, quella di sua figlia Denise. Quali sono i rapporti con sua nipote?

«La motivazione principale è stata proprio quella di salvare Denise. Lea diceva sempre: io non voglio che mia figlia cresca con un padre ‘ndranghetista. Questa decisione è stata presa, soprattutto, per allontanare mia nipote da quell’ambiente criminale. Per quanto riguarda i rapporti con Denise devo dire che ci vediamo poco durante l’anno, facciamo tre o quattro incontri. Denise, per me, non è solo la figlia di Lea ma è anche mia figlia. L’ho sempre seguita, sin da piccola. Denise si faceva le vacanze estive a casa mia con i miei figli, mentre Lea era a lavorare. Per me c’è un affetto particolare e penso anche da parte sua, almeno per quello che ci scriviamo e ci raccontiamo ogni volta che ci incontriamo».

Come vive oggi Denise?

«Purtroppo vive sotto protezione, non è una ragazza libera. Se anche, a volte, mi scrive che vorrebbe stare insieme ai cugini e con noi, questo, purtroppo non è possibile».

Lea ufficialmente, secondo la sentenza definitiva che ha condannato i suoi aguzzini mafiosi, non è una vittima di mafia. Lei concorda con questa tesi?

«No, assolutamente. Non concordo perché Lea è stata una vittima di ‘ndrangheta, anche se la magistratura ha definito la sua morte un delitto passionale. Ma non sono mai stata d’accordo. Ci sono anche grosse responsabilità istituzionali che, purtroppo, nessuno pagherà mai. È una vittima di ‘ndrangheta e di femminicidio».

Lea è una vittima di Stato?

«Sì, perché lo Stato non l’ha tutelata a sufficienza. Non ha tutelato Lea come doveva fare. Lea non è stata mai creduta quando era in vita. È dovuta morire per essere credibile. Tanto è vero che dopo la sua morte ci sono state decine di arresti grazie alle sue dichiarazioni. È una cosa che fa rabbia, non si deve morire per diventare credibili».  

Ha avuto contatti, anche indiretti, in questi anni, con il maggiore dei fratelli Cosco, Giuseppe (detto Smith), assolto definitivamente dai giudici milanesi?

«Mai nessun contatto. L’ultima volta che l’ho visto è stato in Tribunale, durante le udienze del processo, erano tutti in gabbia».

Alcuni componenti della famiglia Cosco risiedono nel territorio dove lei vive?

«Sì, ci sta anche un fratello uscito dal carcere. C’è anche il padre».

Cosa pensa di Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise, oggi collaboratore di giustizia?

«Non l’ho mai ritenuto credibile al cento per cento. È stato doppiamente vigliacco: avrebbe dovuto collaborare fin dal primo momento e non aspettare la condanna all’ergastolo».

Lei, donna e madre, ha perdonato gli assassini mafiosi di sua sorella?

«No. Credo che non accadrà mai. Non ci sarà mai perdono per queste persone».

IL FASCISMO È UN REATO

Il fascismo non è un’opinione, ma un reato. Un reato che dovrebbe essere punito con severità. Però in questo Paese i conti con la storia non sono mai stati fatti. Siamo il Paese dei misteri (che poi tanto misteriosi non sono) e dei nostalgici (per modo di dire) del ventennio nero.

di Paolo De Chiara

«È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista». Era già tutto scritto nella Carta Costituzionale antifascista del 1948 (per non parlare delle due leggi: la “Scelba” del 1952 e la “Mancino” del 1993), ma nessuno ha ritenuto di applicare un concetto limpido: il fascismo non è un’opinione, ma un reato. Un reato che dovrebbe essere punito con severità. Però in questo Paese i conti con la storia non sono mai stati fatti. Siamo il Paese dei misteri (che poi tanto misteriosi non sono) e dei nostalgici (per modo di dire) del ventennio nero. Non c’è stata la volontà di “eliminare”, dopo la lotta partigiana, dalla scena pubblica, i gerarchi e i fascistelli da quattro soldi (pericolosi delinquenti). Nessuno ha voluto affrontare seriamente la questione. La strana storia del nostro Paese è sempre stata attraversata da questi personaggi, utilizzati per piazzare bombe e per compiere stragi. Un esempio per tutti: Junio Valerio Borghese, fascista, gerarca della “X Mas”, reclutato dagli Stati Uniti prima della fine del secondo conflitto mondiale. Utilizzato, insieme ai militari della Repubblica di Salò e agli agenti dell’Ovra, per operazioni coperte, come Portella della Ginestra del Primo maggio 1947 (11 morti, 57 feriti). Presente alla rivolta di Reggio (con il famoso motto: “Boia chi molla”). Diversi collaboratori di giustizia hanno parlato di un coinvolgimento nel deragliamento del treno “freccia del Sud” (22 luglio 1970). Probabilmente c’è il suo zampino anche nell’omicidio (finto incidente) degli “Anarchici della baracca”. Protagonista, nel dicembre dello stesso anno, del tentato colpo di Stato (Golpe Borghese, 7/8 dicembre). Sono soltanto pochi esempi per descrivere una situazione incancrenita, mai risolta. Trascinata nel corso degli anni, sino ad oggi. Alemanno, il peggiore sindaco di Roma, fu accolto con i saluti romani il giorno della sua elezione. E nessuno ha mosso un dito. «È cos’ e nient», ripeteva Peppino Girella, il personaggio creato dalla penna del geniale Eduardo De Filippo. E per ripetere sempre questa affermazione, oggi, facciamo finta di indignarci quando le svastiche vengono disegnate sulle porte dei parenti dei partigiani, quando vengono distrutte le lapidi di chi ha lottato per la democrazia, quando vengono rubate le “pietre di inciampo” che ricordano il puzzo di morte del nazi-fascismo, quando il demenziale revisionismo storico cerca di paragonare l’antifascismo (e la lotta partigiana) al fascismo (causa di tutti i mali possibili), quando una senatrice a vita della Repubblica, Liliana Segre, è costretta a vivere sotto  scorta. I topi sono usciti dalle fogne e nessuno ha fatto niente. E, nel Paese senza memoria, dobbiamo attendere le sentenze dei Tribunali per comprendere l’ovvio, per cominciare a fare chiarezza sull’odio viscerale che imperversa nella vita reale e sui social. Il 9 settembre del 2019 qualcuno, finalmente, è intervenuto. I due “mostri sacri” della modernità consumistica, Instagram e Facebook, hanno chiuso le pagine e gli account legati e gestiti da soggetti legati a Forza Nuova e a Casapound. Perché diffondono odio.

La riammissione di Casapound Italia

L’11 dicembre del 2019 il colpo di scena da parte del Tribunale di Roma. Il giudice Carrisi (sezione specializzata in materia di impresa) emana la sua sentenza. «L’esclusione dei ricorrenti da Facebook – scrive – si pone in contrasto con il diritto al pluralismo, eliminando o fortemente comprimendo la possibilità per l’Associazione ricorrente, attiva nel panorama politico italiano dal 2009, di esprimere i propri messaggi politici». È bene citare un passaggio di un presidente della Repubblica, il partigiano Sandro Pertini (nei giorni scorsi sono stati ricordati i trent’anni dalla sua morte): “Il fascismo per me non può essere considerato una fede politica… il fascismo è l’antitesi di tutte le fedi politiche, perché opprime le fedi altrui. Con i fascisti non si discute. Con ogni mezzo li si combatte. Il fascismo non è fede politica, come per la resistenza li ho combattuti e li combatterò sempre”. Ma questa è acqua passata. Storia vecchia, il fascismo non esiste più. E quello lì, quel piccolo uomo, ha fatto anche cose buone. E per ripetere in continuazione queste emerite stronzate ci ritroviamo, oggi, con un pericolo in più in circolazione. Da contrastare. Un virus mai sconfitto che continua a fare danni. Ma ritorniamo alla sentenza del Tribunale, che inquadra Casapound come una mera «Associazione, che opera legittimamente nel panorama politico italiano dal 2009». E purtroppo i loro simboli continuano ad apparire anche sulle schede elettorali. «Non è possibile sostenere – è scritto nelle motivazioni della sentenza del dicembre del 2019 – che la responsabilità (sotto il profilo civilistico) di eventi e di comportamenti (anche) penalmente illeciti da parte di aderenti all’associazione possa ricadere in modo automatico sull’Associazione stessa (che dovrebbe così farsene carico) e che per ciò solo ad essa possa essere interdetta la libera espressione del pensiero politico su una piattaforma così rilevante come quella di Facebook. Non vi è dubbio infatti che le ipotesi di responsabilità oggettiva o “da posizione” nell’ordinamento italiano vadano interpretate restrittivamente. Non possono inoltre essere considerate come violazioni dirette da parte dell’Associazione gli episodi citati dalla resistente nella memoria e riferiti a contenuti riguardanti la c.d. croce celtica o altri simboli, episodi che singolarmente non paiono infrangere il limite di cui si è parlato sopra e che infatti non hanno generato la disabilitazione dell’intera pagina ma la rimozione di singoli contenuti ritenuti non accettabili». Ed ecco il passaggio più drammatico: «Anche per quanto riguarda l’attuazione del pluralismo politico rende l’esclusione dalla comunità senz’altro produttiva di un pregiudizio non suscettibile di riparazione per equivalente (o non integralmente riparabile) specie in termini di danno all’immagine. In conclusione il ricorso va accolto e va ordinato a Facebook l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia e del profilo personale di Davide Di Stefano, quale amministratore della pagina». Questo nel dicembre dell’anno passato.

L’ordinanza del Tribunale: «È odio»

Il giudice Silvia Albano (sezione diritti della persona ed immigrazione) ha respinto la richiesta di Forza Nuova (per gli stessi fatti che hanno “colpito” Casapound). Il documento, datato 23 febbraio 2020, parla chiaro. «I contenuti – si legge nell’Ordinanza – che inizialmente erano stati rimossi e poi a fronte della reiterata violazione hanno comportato la disattivazione degli account dei singoli ricorrenti e delle pagine da loro amministrate tutte ricollegabili a Forza Nuova, sono illeciti da numerosi punti di vista. Non solo violano le condizioni contrattuali, ma sono illeciti in base a tutto il complesso sistema normativo, con la vasta giurisprudenza nazionale e sovranazionale citata. Facebook non solo poteva risolvere il contratto, ma  aveva il dovere legale di rimuovere i contenuti». Nel corposo documento, circa 44 pagine, sono stati inseriti i post violenti, le foto razziste e xenofobe, gli episodi fascisti (quindi vergognosi e contro legge). Incitamento all’odio e alla discriminazione razziale. Ecco il contenuto delle pagine rimosse, lecitamente, da Facebook. Il giudice parte dal quadro normativo, cita il diritto internazionale, il diritto dell’Unione Europea, le iniziative dell’UE per il contrasto ai discorsi di odio e di discriminazione, il diritto italiano, la legislazione penale. «Dal complesso quadro di fonti normative – spiega l’Ordinanza -, emerge con chiarezza che tra i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, nel bilanciamento con altri diritti fondamentali della persona, assume un particolare rilievo il rispetto della dignità umana ed il divieto di ogni discriminazione, a garanzia dei diritti inviolabili spettanti ad ogni persona».

Propaganda razzista, xenofoba e antisemita

Non sono opinioni. Il pluralismo non c’entra nulla. Meno che mai la favoletta dei “messaggi politici”. La politica, quella vera, non è violenta, non è discriminante, non è razzista, non è antisemita. «Facebook – scrive il giudice Albano – ha rimosso i profili dei ricorrenti in quanto amministratori di numerose pagine riconducibili alle diverse articolazioni territoriali e non (come Lotta Studentesca e Sindacato Nazionale Lavoratori Italiani – Sinlai) dell’organizzazione “Forza Nuova”, ritenuta organizzazione che effettua propaganda razzista, xenofoba e antisemita, che si descrive come un movimento neofascista, richiamandosi nelle proprie manifestazioni a simboli del fascismo e ripudiando l’antifascismo, ed i cui aderenti si sarebbero resi responsabili di numerosi episodi di violenza e intolleranza, designata da Facebook Ireland come organizzazione che incita all’odio secondo gli standard della comunità. I ricorrenti hanno creato e amministrato decine di pagine finalizzate alla propaganda ed al proselitismo in favore di Forza Nuova, pubblicando contenuti – anche sui propri profili privati – che, secondo la tesi di parte resistente, contenevano simboli razzisti e fascisti e avrebbero incitato all’odio e alla discriminazione».     

I gravi fatti che sostituiscono le becere opinioni

Forza Nuova «si richiama apertamente al fascismo elogiandone il ruolo avuto nel contesto storico precedente alla Liberazione dal nazifascismo». In rete c’è un mare di prove: manifestazioni, iniziative, manifesti, annunci, frasi, proclami. Nell’Ordinanza il giudice Albano fa un lungo elenco, utilizzando foto e materiale che fanno accapponare la pelle. Iniziamo il breve excursus. In Calabria, Forza Nuova, come simbolo della campagna per il tesseramento regionale 2019 ha scelto un manifesto con la foto di Benito Mussolini. Il coordinatore della sezione torinese del “partito” Forza Nuova è stato denunciato per apologia del fascismo dopo l’operazione della Digos relativa ad uno striscione, con il fascio littorio e con l’invito a “votare fascista” e “votare Forza Nuova”, esposto dai militanti il 22 maggio 2019. A Torino e ad Ivrea si sono registrate perquisizioni nelle sedi di Forza Nuova e del gruppo dell’estrema destra locale Rebel Firm. Gli inquirenti hanno sequestrato diversi scudi fatti in plexiglass e mazze da baseball, busti di Mussolini, bandiere della Decima Flottiglia Mas, bandiere della Repubblica Sociale Italiana, striscioni e simboli di chiara matrice fascista e nazista come croci celtiche e svastiche. Il 28 ottobre del 2019 Forza Nuova ha organizzato, a Roma, nel giorno del 95esimo anniversario della “marcia su Roma” del Partito Fascista, una manifestazione, utilizzando lo slogan la ‘Marcia dei patrioti’, poi modificato per le forti polemiche. Il 25 aprile del 2019 è stata organizzata, davanti al tribunale di Roma, la manifestazione “Mai più antifascismo”, per contrastare le celebrazioni della Liberazione.

Il giorno della Liberazione uno striscione di Forza Nuova è apparso a San Giovanni, in piazza Ragusa, con la frase: “Europee 2019: ogni volta che voti Forza Nuova muore un partigiano”.

Nel novembre scorso è stato affisso a Milano, in occasione di una manifestazione con la presenza della senatrice a vita Liliana Segre, uno striscione con la seguente farse: “Sala ordina. L’antifa agisce. Il popolo subisce”. In seguito a questo episodio e alle minacce, ricevute via web, alla Segre è stata assegnata la scorta. Luca Traini a Macerata spara con la pistola e ferisce sei persone africane, Forza Nuova scrive un comunicato: “Sarà politicamente scorretto, sarà sconveniente, in campagna elettorale nessuno farà un passo avanti, ma oggi noi ci schieriamo con Luca Traini. Il ragazzo marchigiano arrestato poche ore fa con l’accusa di aver ferito degli immigrati. Questo succede quando i cittadini si sentono soli e traditi, quando il popolo vive nel terrore e lo Stato pensa solo a reprimere i patrioti e a difendere gli interessi dell’immigrazione. Mettiamo a disposizione i nostri riferimenti per pagare le spese legali di Luca, a non farlo sentire solo e a non abbandonarlo”. Undici militanti del “partito razzista, xenofobo e antisemita” sono stati rinviati a giudizio per un episodio vergognoso. Il 5 febbraio del 2017 avevano organizzato il “funerale d’Italia”, portando in spalla una bara per protestare contro l’unione civile tra due uomini celebrata quel giorno in Comune, davanti alla coppia.

Nel 2020 ancora si diffondono comunicati arcaici e senza senso per colpire le persone libere. “La segreteria provinciale di Forza Nuova (Piacenza) annuncia che non se ne resterà con le mani in mano in occasione del Gay Pride. Sono tempi in cui si vuole far diventare la normalità motivo di vergogna e la perversione motivo di orgoglio, vogliono togliere ai bambini il diritto di avere un padre e una madre come natura insegna. Noi, unici guardiani a difesa della famiglia tradizionale e della vita, siamo pronti a batterci con tutte le nostre forze contro questo caos ideologico e questo disordine morale”. Queste stesse parole sono nella bocca di persone che governano questo Paese. «L’elencazione potrebbe continuare a lungo – si legge nell’Ordinanza -, ma si ritiene che gli esempi siano sufficienti a delineare l’identità politica del gruppo quale si ricava dalla sua concreta attività politica e valgono a rafforzare la qualifica di organizzazione d’odio la cui propaganda è vietata su Facebook. La risoluzione del contratto e l’interruzione del servizio di fornitura appaiono, quindi, legittimi». E nella vita reale? Chi fermerà questa invasione? La classe dirigente, che governa questo Paese, seguirà la coraggiosa presa di posizione di un Giudice?

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