Paolo De Chiara

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Coronavirus: la testimonianza di un molisano in Cina

Per il campobassano Vincenzo de Lisio: «C’è stata una solidarietà incredibile tra tutti, anche con gli stranieri. Sono considerato uno di loro e, soprattutto, in questo periodo ho ricevuto solo cordialità e disponibilità. Il popolo cinese ha dimostrato senso civico e si è rafforzato il senso di appartenenza. Cosa del tutto inesistente in Italia».

Coronavirus: la testimonianza di un molisano in Cina


di Paolo De Chiara

«In Cina si sta tornando alla vita normale. Ho vissuto i miei momenti più critici con serenità ma con la consapevolezza che qualche sacrificio avrebbe favorito nel più breve tempo possibile il ritorno alla vita normale. La mia non è retorica. Durante il periodo critico sono stato con la famiglia, in casa. Ho trascorso momenti piacevoli e la serenità ha avuto la meglio sulla preoccupazione del Coronavirus». Queste sono le rassicurazioni scritte, sul proprio profilo Facebook, da Vincenzo De Lisio, un molisano (per la precisione, un campobassano), che da un anno vive serenamente a Guangzhuo, in Cina, con la sua famiglia. Vincenzo, attraverso i social, rassicura i suoi corregionali: «non credo che sia un sacrificio trascorrere qualche ora in più in casa con la moglie, i figli, i nonni e con coloro che amiamo», offrendo anche dei consigli: «bisogna monitorare la temperatura due volte al giorno, amici campobassani, molisani, italiani. Il Coronavirus è una patologia seria, ma battibile. Le guarigioni superano i decessi, ma qualche comportamento poco consono può rinforzare questo nemico indesiderato». Abbiamo contattato Vincenzo de Lisio per meglio comprendere il suo punto di vista, in un momento drammatico per l’Italia. Dove il senso civico è stato sostituito da atteggiamenti arroganti e pericolosi. «Mi sono trasferito il 21 aprile scorso a Guangzhuo, una metropoli di 14 milioni di abitanti in provincia del Guandgonb. Dista mille chilometri da Wuhan. Mi sono sposato quattro anni fa, per un periodo con mia moglie Yan abbiamo vissuto in Italia, a Campobasso. La nostra decisione di trasferirci in Cina è derivata da vari motivi. Ho trovato  lavoro all’Università Foreign Universithy, insegno lingua e tradizioni popolari della cultura  italiana. Ho una formazione sociologica e sono veramente soddisfatto del mio lavoro. Mia moglie lavora presso una multinazionale di import-export. Yan non si è mai ambientata a Campobasso».  

Da quante persone è composta la tua famiglia?

«Siamo io e mia moglie, anche se viviamo con i miei suoceri. Persone fantastiche». 

E in Cina vi siete imbattuti con il Coronavirus. Quando ha cominciato a percepire il pericolo?

«Prima del capodanno cinese. Ufficialmente il 25 gennaio, quando il presidente Xijinping ha parlato alla Nazione». 

Come avete affrontato concretamente la situazione?

«I primi venti giorni sono stati particolari, si percepiva tensione, preoccupazione. Ma la tenacia del popolo cinese, e quindi di mia moglie e dei parenti tutti, ha plasmato anche me. Tutta questa situazione l’abbiamo affrontata con preoccupazione, ma nello stesso tempo con grande razionalità, senza isterismi e paranoie».

Come hanno reagito gli abitanti di Guangzhuo?

«I cittadini di Guangzhuo hanno affrontato il problema con dignità. C’è stata una solidarietà incredibile tra tutti, anche con gli stranieri. Nel nostro condominio sono considerato uno di loro e, soprattutto, in questo periodo ho ricevuto solo cordialità e disponibilità. Tipico carattere cantonese del sud della Cina, una delle zone più evolute e produttive del paese. Il popolo cinese è abituato a situazioni del genere, ha dimostrato senso civico e si è rafforzato il senso di appartenenza. Cosa del tutto inesistente in Italia».

Quali sono state le misure delle autorità cinesi?

«Misure ferree, che non hanno condizionano la vita sociale».

Ci faccia qualche esempio.

«In primis l’uso della mascherina che, al contrario di come sostiene qualcuno, è  importantissima. Questo non lo dico io, ma gli esperti. Un’altra misura imprescindibile è il controllo della temperatura. Chi risulta febbricitante, con una temperatura al di sopra di 37,2 gradi, deve recarsi entro un’ora in ospedale, pena l’arresto immediato. Grazie a queste accortezze la situazione, in poco più di un mese, si è stabilizzata».   

È a conoscenza di qualche episodio per meglio far comprendere la situazione cinese?

«Diciamo che l’annullamento delle celebrazioni del capodanno è stato devastante per un popolo attaccato alle proprie tradizioni. Feci una passeggiata la sera del capodanno, la città aveva un aspetto spettrale». 

Come è cambiata la sua vita e quella dei componenti del suo nucleo familiare?

«Il primo periodo, ovviamente, lo stile di vita è cambiato radicalmente. Ma parliamo di dieci giorni. Subito dopo il capodanno cinese ci siamo barricati in casa, a stento siamo usciti per fare la spesa. Un po’ alla volta, però, il fenomeno del contagio è regredito. Mia moglie è tornata al lavoro già da una settimana, mentre io rientrerò sicuramente agli inizi di aprile. Entro maggio dovrebbe abbassarsi il livello di allarme. Wuhan e l’intera provincia dell’Ubei torneranno accessibili dall’esterno». 

Come si trova in Cina? Ha intenzione di rientrare in Italia?

Amo la Cina in tutti i sensi. Adoro la loro cultura, la lealtà, l’alimentazione. Il mio futuro è la Cina. Amo, naturalmente. l’Italia. Ma non mi manca».


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