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Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

INTERVISTA. Il 2 agosto 1980 scoppia la bomba fascista: 85 morti e 200 feriti. Dopo 40 anni la stazione di Bologna cambia nome. Abbiamo raccolto la testimonianza di un superstite, l’abruzzese Tonino Braccia: «Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

Una data indelebile, impressa nella storia d’Italia. Una tappa della “strategia della tensione”, il sottile fil rouge che attraversa il nostro Paese, da Portella della Ginestra (1° maggio 1947: 14 morti e 27 feriti) sino ai giorni nostri.

Queste storie non sono mai state affrontate. Non è mai stata fatta chiarezza. I problemi in questo Paese non sono mai stati risolti. Mai sono stati fatti i conti con la storia.

E in questa lunga storia piena di misteri, di bombe, di depistaggi, di ombre, di presenze grigie, di servizi segreti (inutile dire deviati), di fascisti, di istituzioni malate, di omicidi fatti passare per suicidi, di logge segrete, di Cosa nostra, di rappresentanti dell’Antistato, di fascisti di Ordine Nuovo, di “menti raffinatissime”, di massoneria, e chi ne ha più ne metta, rientra la strage compiuta dai fascisti il 2 agosto 1980. A Bologna.

Una bomba all’interno della stazione ferroviaria. Oggi quel luogo ha cambiato nome e riprende quella maledetta data.

Destabilizzare per stabilizzare, sostenevano. Per raggiungere i loro oscuri obiettivi non hanno mai guardato in faccia a nessuno.

È lo stesso fil rouge che lega la storia di questo Paese. Una Repubblica fondata sul sangue degli innocenti e degli onesti. “Faceva caldo quel giorno”, ripete Tonino, uno dei sopravvissuti (nella foto, in basso). che ha visto la morte in faccia, quel giorno. A Bologna. La sua frase ci riporta ad un altro episodio.

All’omicidio di Stato dell’anarchico e partigiano Giuseppe Pinelli. Buttato giù (“malore attivo” dicono le carte) dalla finestra della locale questura. A Milano.

Il “colpevole” di comodo, scelto dalle “menti raffinatissime”, per (tentare di) coprire un’altra strage. Quella di Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 (17 morti, 88 feriti). Altro sangue innocente. Un’altra strage fascista: una squadra ben affiatata, composta da Ordine Nuovo, servizi segreti, apparati dello Stato, intelligence Usa.

E dopo quarant’anni, dall’indagine della Procura di Bologna, emergono le responsabilità della Loggia P2, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), di pezzi dello Stato, di D’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e di altri squallidi soggetti. «La scelta di intitolare la stazione di Bologna utilizzando la data della strage si fa sentire. I giovani si domanderanno il perché, sapranno che vuol dire “2 agosto”. È molto importante».

In lei che effetto provoca?

«È molto sentita per me. È una cosa molto forte»

Alle 10:25 di quel maledetto 2 agosto del 1980 lei era lì, a pochi metri dalla bomba. Cosa ricorda di quei momenti?

«Avevo 19 anni, sono arrivato a Bologna il 27 giugno di quell’anno dalla scuola di Polizia di Vicenza, lo stesso giorno della strage di Ustica. Ho iniziato a fare servizio al reparto mobile come effettivo. Quel giorno mi dovevo recare a Roma, al matrimonio di mia cugina. Quella mattina non sapevo neanche se partivo, il comandante non mi aveva dato la licenza perché portavo i capelli lunghi. Ho ricevuto il permesso la mattina stessa.

E arriva alla stazione.

«Stavo aspettando sotto la pensilina. Siccome era presto ed aspettavo l’espresso che doveva arrivare sul terzo binario intorno alle 10:45 e, siccome faceva caldo, un caldo pazzesco, afoso, mi sono spostato all’ingresso della sala d’aspetto. Il tempo di entrare in sala, di appoggiarmi al vetro della porta e non ho sentito più niente. Una frazione di secondo e la bomba è scoppiata. Non ho sentito il botto, non ho sentito nulla».

E cosa ricorda?

«Mi sono ritrovato sotto ad un treno. Sentivo strillare, ma non riuscivo a vedere. Non si aprivano gli occhi. Mi schizzava dell’acqua in faccia, sicuramente l’acqua del treno, che mi ha fatto riprendere conoscenza. Ho cercato di aprire gli occhi, ma vedevo solo polvere. Ho subito pensato ad una bomba. A pochi metri da me, in mezzo ai binari, c’era una persona allungata a pancia sotto, sicuramente morta».

Per quanto tempo è rimasto sotto a quel treno?

«Non lo so, non mi sono reso conto, forse quindici minuti. La cartella clinica parla di 10:45. Ho ripreso a vedere, ho visto due persone che si sono abbassate e io ho fatto cenno con la mano destra e poi non li ho visti più. Cercavo di muovermi, ma ero come paralizzato. Con la mano destra ho cercato di prendere il braccio sinistro spezzato e me lo sono messo sotto la pancia. Era quasi tranciato di netto. Mi usciva il sangue da tutte le parti, avevo un occhio fuori. Ricordo i detriti in bocca, non riuscivo a respirare, a parlare. Strillavo per la disperazione. Poi ho sentito due persone che mi hanno preso e mi hanno riportato dall’altro lato, fino all’esterno della stazione. Mi hanno preso quasi subito, mi hanno messo su un’ambulanza gialla, mi hanno fatto tante domande. Ero nudo, non avevo nulla addosso, solo le mutande. Ho risposto alle domande che mi facevano e mi sono addormentato. E mi sono risvegliato il 16 agosto, in rianimazione».

E di quel giorno cosa ricorda?

«Non sapevo ancora niente. Mi sono svegliato e avevo il ghiaccio addosso. Poi ho ricostruito, ho ricordato».

Dopo la bomba, per Lei, è iniziato il calvario. Quanti interventi ha subito?

«Sui venticinque interventi, ho avuto la frattura della mandibola destra, l’orecchio staccato, ho perso l’occhio destro. La frattura dell’omero, l’asportazione del dito della mano sinistra. Poi la lesione del tendine radiale, non ho il nervo estensore. Ho avuto una ferita penetrante nell’addome, emorragia interna, frattura di anca e femore destro. Poi la bocca bloccata per un paio di mesi e poi tutte le cicatrici, le bruciature di secondo e terzo grado. Le cure sono durate per un paio di anni, poi ho subìto altri interventi all’occhio destro»

Tutto questo per una strage commessa, secondo la storia e le sentenze, dai neofascisti. Lei che ha seguito le fasi del processo che idea si è fatto?

«L’idea me la sono fatta dall’inizio. Una strage di Stato, come Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus. Metto tutto insieme, perché sono le stesse cose».

Molti protagonisti di questa strategia della tensione non ci sono più.

«Una strategia della tensione che ha distrutto il Paese. Ma chi ha pagato?»

Agli inizi di gennaio la Corte d’Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo per Gilberto Cavallini, ex terrorista Nar (Nuclei armati rivoluzionari). Lei lo ha incrociato diverse volte durante i processi. Cosa le ha trasmesso questo personaggio?

«Una rabbia pazzesca. Ho partecipato a poche udienze a Bologna, non riuscivo ad andare. Il nostro presidente dell’associazione, Paolo Bolognesi, ci ha detto di stare calmi…».

Perché ha deciso di non seguire più i processi?

«Vedevo la gente che sghignazzava. Vedevo la mamma e Fioravanti che si mandavano i bacini durante i processi, nel 1983. Ridevano, ci prendevano in giro a noi, agli avvocati. Sembrava tutta una storiella e questa cosa mi dava molto fastidio. E questi atteggiamenti venivano permessi dai giudici dell’epoca. Ricordo il generale Musumeci, poi Belmonte con una cartellina sotto il braccio. Ho visto delle cose assurde. Ricordo Stefano Delle Chiaie che prendeva in giro tutti. Perciò non me la sono più sentita di andare ai processi. Mi dava disgusto. Poi c’erano molte persone strane, che venivano da Roma e da Milano. Si spacciavano per giornalisti, per amici».

Chi erano queste persone strane, secondo lei?

«Erano fascisti, erano persone che facevano parte dei servizi segreti».

Ma questa arroganza da parte di questi soggetti come la possiamo spiegare? Si sentivano protetti da qualcuno o da qualcosa?

«Sì, sicuramente. Sembravano persone che sapevano cosa fare. Erano tranquilli, sapevano che la passavano liscia. Persone con ergastoli sulle spalle che stanno fuori. Come è possibile? Chi ha pagato per loro? Io sono distrutto nella vita e nell’anima. Non ho avuto una gioventù, non ho potuto fare il padre, non ho potuto fare il marito. La mia giovinezza è finita il 2 agosto del 1980. La mia vita si è fermata quel giorno».

Agli inizi di febbraio del 2020 la Procura generale di Bologna ha chiuso le indagini sui mandanti. La strage, secondo l’ipotesi dei giudici, è stata organizzata e finanziata dalla P2 di Gelli e dal prefetto D’Amato. Bellini viene inserito tra gli esecutori e per depistaggio viene indicato un generale del Sisde. Pezzi dello Stato e pezzi di un Potere occulto.  

«Sono stato servitore dello Stato, mi rammarica molto. Essere abbattuti da queste persone è inaccettabile. Non faccio di tutta un’erba un fascio, ma essere attaccati da un prefetto è una storia vergognosa. Fa male».

Oggi è cambiato qualcosa? Gli errori sono stati compresi? O si possono ripetere?

«Si possono ripetere».

Quando parliamo della loggia P2 dobbiamo sottolineare che un ex presidente del consiglio era parte integrante di quella loggia.

«Il nostro Paese è stato governato dalla mafia, Andreotti, Dell’Utri. La storia si può ripetere, questi vogliono governare per forza. E ancora oggi abbiamo esempi di personaggi che hanno dietro le solite persone».  

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