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La camorra uccide don Peppe Diana

INTERVISTA. Parla il testimone oculare Augusto Di Meo: «mi hanno lasciato da solo. Pure la Chiesa mi ha abbandonato. Oggi non sono riconosciuto nemmeno come un testimone di giustizia». “Per amore del mio popolo” è il titolo del manifesto del 1991 dei parroci contro la camorra.

La camorra uccide don Peppe Diana

di Paolo De Chiara

Sono le 7:20 del 19 marzo del 1994. È il giorno di San Giuseppe. Nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, un prete combattivo e senza paura si sta preparando per dire messa. È con un suo amico, stanno festeggiando il suo onomastico.

Sorrisi, abbracci fraterni, un breve scambio di battute. È giunta l’ora della celebrazione. Augusto, l’amico fotografo, lascia la stanza di don Peppe. Il sagrestano sta aspettando il giovane prete, per raggiungere insieme l’altare.

Accanto al collaboratore c’è un soggetto che chiede: «Chi è don Peppe?». Il sacerdote fa un cenno con la testa. Il killer, Giuseppe Quadrano (della fazione De Falco, opposta al clan Schiavone), estrae la pistola. E spara, spara, spara, spara. Spara in faccia a don Peppe. Cinque colpi di pistola. Senza pietà. La camorra entra nella sagrestia di una chiesa e uccide un parroco.

L’unico testimone oculare sarà l’amico fotografo. E solo grazie ad Augusto Di Meo se, processualmente, è stato risolto questo omicidio. Da subito era partita la macchina del fango: «Quel prete è stato ucciso perché se la faceva con le donne», «nascondeva armi», «era un poco di buono». Tutto falso. Accuse infamanti per nascondere la verità.

Don Peppe Diana faceva semplicemente il proprio mestiere. E lo faceva pure bene. Non era un eroe, ma un prete. Era impegnato contro i clan presenti nel suo territorio. Nel dicembre del 1991 promuove un manifesto (“Per amore del mio popolo”), per risvegliare le coscienze dei cittadini di quelle zone, assopite dalle azioni quotidiane di criminali assetati di soldi e di sangue. Aveva rifiutato di svolgere anche il funerale dello zio del killer che premerà il grilletto contro di lui. Augusto Di Meo è stato lasciato solo prima («Pure la Chiesa mi ha abbandonato in quegli anni e per molti anni. Sono rimasto da solo. La gente c’era quella mattina in chiesa. E il sagrestano, durante il processo, ha dichiarato di non ricordare nulla. Arriva al processo e dice che non sapeva niente, che non voleva sapere niente. Esce di scena e rimango solo») e dopo («Non è mai arrivato il riconoscimento, dicono che non sono un testimone di giustizia»).

Di Meo non è mai diventato un testimone di giustizia. «Il processo di beatificazione non è mai partito, per don Peppino. Per me rimane ancora aperta questa ferita, sono coinvolto in prima persona. Sono arrabbiato, mancano due cose importanti, sono passati 26 anni: il processo di beatificazione che non è ancora iniziato e il riconoscimento per me come testimone di giustizia. Ho fatto il mio dovere e continuo a farlo, sono una sentinella attiva. Se non ci fosse stato il testimone ci sarebbe ancora tanta violenza e tanta camorra. La macchina del fango che ha colpito don Peppe è stata devastante. Noi eravamo due testimoni e il carico c’è stato solo per me. Ho messo in discussione la famiglia, con due bambini. Sono rimasto fuori quattro anni, al rientro ci sono state tante difficoltà, che ci sono ancora oggi. I carabinieri sono stati gli unici a starmi vicino».

Non c’è stata attenzione nei suoi confronti?

«Avrei meritato più attenzione, anche da parte della Chiesa che nei primi anni è stata lontanissima. Ora, a corrente alternata, riconosce ciò che ho fatto. Don Peppe non sarebbe felice della storia di un suo fraterno amico…»

Di questo comportamento da parte della Chiesa?

«Molto distante. Mi sono dato anche una chiave di lettura…»

E quale sarebbe?

«La macchina del fango continuava a parlare delle donne di don Peppe. Hanno scelto di non esporsi. Io ho chiesto aiuto, ma è stato inascoltato. Con la fine del processo, parliamo del 2004, hanno cominciato a ricordarsi anche di me. Mi ci sono ammalato per questa cosa».

Cosa accadde la mattina del 19 marzo del 1994?

«Arrivai in parrocchia intorno alle 7:00, vidi la golf bianca di don Peppe che stava fuori. Il sagrestano stava spazzando e chiesi dove stava don Peppe. Andai nel suo studio per salutarlo, ci abbracciammo. Passai per gli auguri, prima di raggiungere il mio laboratorio. Parlammo del programma della sera, delle suore carmelitane che stavano preparando le pappardelle alle ortiche. Commentammo un altro omicidio che c’era stato qualche giorno prima e gli chiesi cosa si poteva fare. Ricordo che mi disse che era necessario pregare e tenere sempre la guardia alta. Don Peppe doveva dire messa e, quindi, ci avviammo. Chiuse la porta, io mi fermai per allacciare la scarpa e lui si avviò per andare a dire messa. Da dietro vidi i capelli di questo soggetto, accanto al sagrestano, che chiese: «chi è don Peppe?». Don Peppe mosse la testa e questo in rapida successione gli sparò cinque colpi di pistola. Non mi resi subito conto, quando cadde all’indietro lo chiamai, ma non rispondeva. La sua faccia era piena di sangue. Quando alzai gli occhi vidi che questo soggetto si mise la pistola dentro alla cintura».

Il soggetto è Giuseppe Quadrano?

«Sì. Si girò, se ne andò, sentii la sgommata dietro la chiesa. Apparteneva alla fazione De Falco. Dopo l’attimo di smarrimento pensai di andare dai carabinieri. Mi ricordo che chiesi al piantone di chiamare il capitano. E da quel momento è cambiata la mia vita. Ma rifarei tutto da capo, nonostante tanti problemi e tante delusioni».

Lei come ha vissuto il silenzio della comunità e del sagrestano?

«Un grande dolore interiore. Il riscatto c’è stato dopo la fine del processo. Tutti siamo bravi a salire sul carro del vincitore. Quando serviva la mano nessuno si è fatto avanti e mi sarei sentito più forte. Io sono andato avanti per la mia strada, senza mai pentirmene. Molti parlano dei testimoni, ma molte persone fanno solo finta. Al momento di concretizzare non c’è questa forza».

In vita Don Peppe le ha mai manifestato le sue preoccupazioni, le sue paure?

«No, l’unico episodio si è registrato quindici giorni prima. Una sera don Peppe mi chiese un passaggio in macchina per raggiungere la sua abitazione, nonostante avesse utilizzato la sua bicicletta per raggiungere la parrocchia. Non riesco a capire, forse non mi voleva coinvolgere».

Qual è stato l’episodio scatenante che ha portato alla decisione del clan di eliminare un prete?

«Il processo è stato fatto con scrupolo, a parte le défaillance sul testimone che non viene riconosciuto. Don Peppe era un sacerdote impegnato in un rione particolare. Ci fu il fatto del funerale che lui non celebrò per la mancanza di nullaosta per farlo in chiesa. Questa fu la goccia…»

Un funerale legato al clan De Falco?

«Lo zio del Quadrano».          

Questo è il manifesto contro la camorra, firmato dai parroci della forania di Casal di Principe, Per Amore del mio Popolo, diffuso in tutte le chiese della zona aversana nel dicembre del 1991.

«Siamo preoccupati»Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”. La CamorraLa Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. Precise responsabilità politicheÈ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili. Impegno dei cristianiIl nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza. NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIOAppelloLe nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.»
Forania di Casal di Principe: Parrocchie di San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo, Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata, San Cipriano d’Aversa; Santa Croce, Casapesenna; M. S.S. Assunta, Villa Literno; M.S.S. Assunta, Villa di Briano; Santuario di M.SS. di Briano.

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