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Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

PRIMA PARTE. Dopo le interminabili polemiche sulla sanità regionale abbiamo sentito telefonicamente l’ex Governatore del Molise Angelo Michele Iorio. L’intervista è divisa in tre parti, perché diversi sono stati gli argomenti toccati: dall’attuale situazione politica sino alla sua gestione, dai giudizi politici sino al processo sul “Sistema Iorio” fermo al primo grado presso il Tribunale di Campobasso. Dopo sette anni dalla sua ultima gestione politica ecco l’opinione del politico amato dai suoi elettori e odiato, politicamente, dai suoi, pochi, avversari.

Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

di Paolo De Chiara

È stato per dodici anni il Presidente, incontrastato, della giunta regionale del Molise. In consiglio regionale è presente dagli anni Novanta. Comincia la sua scalata politica al Comune di Isernia. Ha già un esempio in famiglia, suo padre, un consigliere regionale della Democrazia Cristiana. Prima consigliere, poi Sindaco. Alla Provincia di Isernia diventa Assessore ai Lavori pubblici e all’Urbanistica. Nel 1990 arriva la scelta definitiva: la professione di medico viene accantonata e diventa il “cavallo di battaglia”. L’ingresso in consiglio regionale è in grande stile: da Assessore all’Urbanistica, poi ai Lavori pubblici, poi alla Sanità. Dalla DC al centro-sinistra, dall’Ulivo al centro-destra. Un uomo per tutte le stagioni.

Arriva la vicepresidenza e, nel 1998, viene eletto Presidente della giunta. Tra ribaltoni e contro-ribaltoni resta sempre a galla. Nel 2000 perde le elezioni, ma vengono annullate. Nel 2001 diventa Deputato con Forza Italia e rieletto Presidente della Regione. Nel 2006 arriva il Senato della Repubblica, sempre con Forza Italia. Lo stesso anno viene riconfermato Presidente. Ma come si dice, chi si accontenta muore.

Nel 2011 arriva la terza consacrazione regionale. Per poco. Il Tar, nel 2012, annulla le elezioni. Nel 2013 viene battuto da un esponente di centro-sinistra, proveniente dal centro-destra. Una doppia beffa. Il 2018 non è un bell’anno: al senato viene battuto dal grillo Luigi Di Marzio, alle regionali viene eletto “solo” consigliere regionale.

Per molti è il primo responsabile della drammatica situazione della sanità pubblica regionale. Sono passati sette anni dall’ultimo suo incarico importante, oggi è un consigliere regionale che ha rotto politicamente con la sua attuale maggioranza. Durante questi anni, dove si sono susseguiti due presidenti (Frattura prima e Toma oggi) si è mai pentito delle sue scelte politiche? Rifarebbe tutto ciò che ha fatto? Cosa ha intenzione di fare? Lo abbiamo chiesto a lui, partendo dall’attuale situazione della sanità. «Oggi, compresa l’emergenza Coronavirus, direi che è una sanità assolutamente in crisi di riorganizzazione. Bisogna reinventarla».

Perché dice in crisi?

«Ha subìto anni di persecuzione, a volte ottusa, anche da parte di provvedimenti governativi o meglio più tecnici che politici, ma comunque governativi, che hanno impedito di sostituire i primari andati in pensione, hanno attuato la norma del turn over a zero, che è una norma anticostituzionale, dove si definiva impossibile l’assunzione di personale anche nel caso in cui era infungibile».

Secondo lei, quindi, le responsabilità non sono politiche?

«C’è stato questo depauperamento che, politicamente, è stato condiviso da Frattura (presidente della Regione Molise, nda) attraverso un piano operativo che è quello che attualmente abbiamo, per altro trasformato in legge dello Stato che nemmeno viene applicato, perché anche quel piano operativo vede delle piante organiche misere, sottostimate con turni incredibili, insopportabile di lavoro da parte dei medici e del personale sanitario. E in più con la chiusura di reparti fondamentali, come ad esempio la neurochirurgia di Campobasso o come l’organizzazione di un dipartimento di emergenza che potesse coprire tutte quante le emergenze, sia pure in un ospedale solo, come quello di Campobasso. Per tutta una serie di considerazione di questo genere, in aggiunta abbiamo avuto e stiamo avendo un’emergenza Coronavirus che possiamo considerarla superata come fase acuta, ma che ancora lascia dietro di sé una serie di problemi irrisolti anche per il ritardo dell’attuale governo regionale, dell’attuale presidente della giunta regionale (Toma, nda) che non ha voluto utilizzare l’ospedale di Larino e di Venafro, come ospedali Covid, per poter, nello stesso tempo, far funzionare la struttura pubblica».

Lei per quanti anni ha governato la Regione Molise?

«Dodici anni».

Oggi è un consigliere regionale, come sta vivendo questa esperienza?

«La sto vivendo male perché, purtroppo, non ho trovato la possibilità di raggiungere gli obiettivi che mi ero prefigurato. Mi sono ricandidato per dare continuità, sostanzialmente, a una politica che avevo portato avanti per tanti anni e poi ho dovuto prendere atto che le cose non andavano nel giusto verso. Non è mai stata una ricerca di spazio personale, tipo assessorato o quant’altro, semmai è stata la presa di coscienza di essere ormai fuori dall’interesse di questa maggioranza o, meglio, ancora dal presidente Toma».

Lei prima parlava di crisi della sanità regionale. Ma lei si sente responsabile, dopo 12 anni di presidenza, di questa crisi?

«No, credo che questa crisi è stata determinata da un’errata interpretazione, che oggi comincia ad essere patrimonio generale, di come si gestisce la sanità e di come si rovina il servizio pubblico nella sanità. La prevaricazione romana e la condizione di essere una Regione assolutamente priva di risorse proprie per poter battere o controbattere alle iniziative di razionalizzazione di tipo nazionale, che è successa in tutto il Mezzogiorno d’Italia, ha determinato questo problema nel Molise. Il problema della sanità in Italia non è solo nel Molise, ma di tutto il Sud. Dobbiamo essere onesti, chiari, senza mezze parole. Non si può definire nemmeno una condizione alla Feltri maniera questo stato di cose. Il problema è che il Mezzogiorno è stato sempre, in qualche modo, il bacino di utenza del Nord e questa tendenza non si è mai invertita nella sanità».

In Molise come è stata gestita l’emergenza?

«Si poteva fare molto di più».

In che senso?

«Nel senso di iniziative politiche per la gestione di questa emergenza, comunque dobbiamo dire che in Molise i numeri sono stati tali che, obiettivamente, non c’è stata un’evidente situazione di annunciata tragedia, come stava avvenendo e come è avvenuto in gran parte del nord Italia».

Ma lei fa parte della maggioranza che sostiene l’attuale presidente della Regione Molise?

«Non sono più di questa maggioranza, l’ho detto e l’ho ridetto in consiglio regionale. Mi sono allontanato per i vari motivi che non mi vedono condividere le cose che fa questa maggioranza. Si è voluto insistere sul Covid misto, che in Molise non aveva nessuna ragione. In tante parti d’Italia hanno cercato di riaprire vecchi ospedali, hanno fatto ospedali nuovi, reparti nuovi, costruiti ex novo. In Molise avevamo la possibilità, solo con un atto di riorganizzazione, di utilizzare due ospedali per il Covid ma nulla abbiamo fatto».

A Campobasso c’è stata la presa di posizione dei medici dell’ospedale Cardarelli.

«Hanno lamentato che non riescono più a operare perché non hanno a disposizione la rianimazione. Non si è voluto far nulla, se non attendere tempi migliori per riaprire l’ospedale di Larino».

Mentre a Termoli cosa succede?

«L’ospedale è in una crisi profonda, dove interi reparti, a parte il punto nascita, a parte la pediatria, ma anche l’ortopedia che pare sia rimasta con solo con un primario. Dico solo, solo un primario. Stiamo parlando di servizi pubblici essenziali costituzionalmente garantiti che in Molise non si riescono a realizzare. Come si fa a stare tranquilli con questa situazione?»

Perché non si è organizzato un solo ospedale per l’emergenza Covid?

«Perché evidentemente c’è stato un approccio all’emergenza da neofita. Da chi esegue gli ordini o le disposizioni nazionali, punto e basta. Senza aggiungere nulla di proprio agli atti di governo, che possano caratterizzare la gestione della sanità. Non c’è il coraggio di dire “apro l’ospedale di Larino” che ha, addirittura i respiratori, le attrezzature, le stanze. Andrebbe solo completato con interventi infrastrutturali, ma di minimo costo. Ci si affida solo ai cosiddetti tecnici, che ti dicono che non può essere aperto un altro ospedale perché manca il laboratorio. Una grande fesseria, perché a Roma fanno i prelievi dallo sportello della macchina, figuriamoci se dobbiamo avere un laboratorio per poter fare i tamponi. Sono giustificazioni tecniche che ripetute da un politico fanno paura».

Le strutture private riceveranno il 95% del fatturato a prescindere dalle prestazioni. Lei cosa ne pensa? È una giusta decisione?

«Potrebbe essere una giusta decisione se le cose fossero orientate nel senso della garanzia della permanenza per alcune strutture sanitarie private che, altrimenti, avrebbero dovuto chiudere. È un po’ come per le aziende private, per le fabbriche. Però questo non deve assolutamente diventare il momento della conta dei deficit che avviene sul debito della sanità molisana. L’anomalia è quella».

Come si corregge questa anomalia?

«In un solo modo. Come avviene in Lombardia e in Emilia Romagna la mobilità viene garantita a tutti e si possono tranquillamente fare dei contratti di prestazioni che poi si pagano a due anni, dopo che avviene il rimborso da parte della regione che partecipa».         

Le strutture private hanno deciso per la cassa integrazione. Poiché le strutture pubbliche sono in difficoltà non sarebbe il caso di assorbire questo personale? Lei cosa ne pensa?

«Si potrebbe pure fare».

A tempo determinato? Indeterminato?

«Tutto è possibile, purché si usi la ragionevolezza e si veda pure che tipo di personale».   

Lei si è pentito di avere fatto la rottamazione dei medici nel 2010?

«No. Quella era una richiesta sindacale, anche molto forte. La gente voleva il prepensionamento che era stato regolamentato da leggi. Il problema è stata l’impossibilità di ricoprire posti vacanti».

Oggi abbiamo un deficit, per quanto riguarda la sanità pubblica, di 60 milioni di euro. Giusto?

«Sì, più o meno. Si dice così, sì.»

Lei si sente responsabile, politicamente, di questo debito? O dobbiamo addebitarlo solo alle gestioni politiche successive?

«Bisogna essere onesti con le proprie responsabilità. Credo che ci possa anche essere parte di responsabilità. Parliamo, però, di sette anni fa. Dopo sette anni non è possibile che si dica che le responsabilità sono prevalentemente dipese da me».

E da chi sono dipese?

«Le responsabilità stanno nel sistema sanitario. In un sistema sanitario che non funziona dal punto di vista anche del finanziamento nazionale».

Ma la politica ha le sue responsabilità?

«Tutta la politica nazionale, quella di centro-destra e quella di centro-sinistra. All’opinione pubblica vorrei far osservare una cosa, che si rifiuta di approfondire questi argomenti. Ma qualcuno si è mai chiesto perché non si è mai attuato il cosiddetto piano dei costi standard, per le prestazioni sanitarie, in questo Paese?»

Ce lo dica lei.

«Costi standard definiti e uguali per tutti. Stiamo parlando della famosa siringa che deve costare la stessa cosa in Sicilia e in Sardegna. Ci si è mai chiesti perché non si è mai fatto?»

Perché non si è mai fatto?

«Perché ci rimette il Nord, ci perde il Nord».

Quindi la politica nazionale è a favore del nord del Paese?

«Assolutamente sì. È dimostrato dai conti. Ma sono argomenti che non appaiono».

Lei, da deputato, ha votato il federalismo fiscale.

«In qualche modo ho pensato che ci potesse essere un problema per il Sud, ma ero tranquillo perché il federalismo fiscale poggiava le sue basi, essenzialmente, sulla definizione dei costi standard, sia per la sanità sia per i servizi pubblici, quelli scolastici e quelli dei trasporti. Ho votato favorevolmente pensando che, tutto sommato, ci si potesse fidare di uno Stato che fa una legge e poi mantiene gli impegni».

Invece cosa è successo?

«Non è stato mai mantenuto l’impegno di fare i costi standard. Credo che questo sia il vero problema nazionale».

In Molise, però, abbiamo un rapporto pubblico privato particolare. Non crede?

«Questo rapporto è esasperato dal fatto che, addirittura, ci considerano la mobilità attiva come debito della Regione. E non ci consentono di riequilibrarlo dopo due anni, quando cioè le Regioni pagano».

Prima parte/continua

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