Mese: agosto 2020

«La Trattativa è ancora in corso»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/2 parte. «Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Quindi, sicuramente, questi centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare.»

«La Trattativa è ancora in corso»
Salvatore Borsellino (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

da WordNews.it

«Per proteggere Provenzano viene ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Salvatore Borsellino, WordNews.it, agosto 2020 

(La seconda parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, venerdì 28 agosto 2020)

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»
Le foto sono state gentilmente concesse da Patricia & Guido Di Gennaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.

Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).

Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»    

       

Nella foto Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

1 parte/continua

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  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Salvatore Borsellino: «Paolo ucciso per la Trattativa»

ANTICIPAZIONE. «La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene ucciso dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle. Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato.»

Salvatore Borsellino: «Paolo ucciso per la Trattativa»
Ph Patricia & Guido Di Gennaro

WordNews.it

«Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»

Salvatore Borsellino, WordNews, agosto 2020 

(La prima parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, lunedì 24 agosto 2020)

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…». Nella prima parte dell’intervista – il pentito di mafia – ha raccontato il suo avvicinamento a Cosa nostra e la sua decisione di “saltare il fosso”. Senza dimenticare i legami tra Bagheria, il posto in cui è tornato a vivere, e la mafia di Castelvetrano. «Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia. Ero presente, ho visto tutto.»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»
Il vigliacco di ‘Cosa nostra’, Matteo Messina Denaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Bagheria, Sicilia. Baarìa (che significa Porta del Vento), l’antico nome della bellissima città siciliana, conosciuta al grande pubblico anche grazie al regista Tornatore, che ha raccontato 50 anni di storia, di lotte e di conquiste di tre generazioni. Il protagonista, il comunista Peppino Torrenuova, alla fine del film, spiega al figlio, in un breve dialogo, un concetto filosofico: “Papà, perché tutti pensano che abbiamo un brutto carattere? Forse perché è vero. Oppure? Oppure perché ci crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte».  

In questo paese vive un collaboratore di giustizia. Si chiama Benito Morsicato. Le sue dichiarazioni hanno aperto le porte del carcere per i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. La “primula rossa” di Cosa nostra. Latitante da 27 anni. «Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda)». Per Binnu Provenzano sono serviti quasi 50 anni di latitanza. Per questo tizio quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? C’è ancora una schifosa Trattativa in corso tra lo Stato e Cosa nostra? Chi sta proteggendo il vigliacco di Castelvetrano? È lui il Capo dei Capi?

Nella seconda parte (e ultima) dell’intervista siamo partiti dalla rapina alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. «Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro».     

Cosa avete rapinato?

«L’azienda TNT era dei fratelli Lupo, persone molto vicine anche ai Graviano di Brancaccio, gli hanno sequestrato tutti i beni, per milioni di euro. Quando la TNT passa nelle mani dello Stato diventa rapinabile.»

Che significa? Qual è la logica?

«La logica è questa: ‘lo Stato si è presa la TNT e io ti vengo a fare la rapina e te la svuoto’.»

Cosa avete rapinato?

«Seicento colli, tra articoli di gioielleria. Abbiamo venduto la merce intorno ai 200mila euro. Di cui più del 10% è rimasto a Castelvetrano. Nel novembre 2013 abbiamo fatto la rapina, nel dicembre 2013 sono scattati gli arresti della sorella di Matteo Messina Denaro, insieme ad altri suoi parenti e persone molto vicine a lui. Guarda caso, quando stavamo vendendo la merce e avevamo incassato intorno ai 60-70mila euro, si presentò il nipote di Messina Denaro, Francesco Guttadauro, perché aveva esigenze di soldi. Non per lui, ma per lo zio. Infatti gli consegnammo intorno ai 10mila euro perché servivano subito i soldi.»

Senta, dobbiamo chiarire un punto. Lei, all’inizio, ha affermato di aver commesso furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, ma ha affermato di non essere un criminale. Perché lei sostiene di non essere un criminale?

«Perché io non ho fatto il collaboratore per convenienza e non ho omicidi sulle spalle. Non mi ritengo un criminale, certo ho sbagliato. Però c’è differenza fra me e un soggetto che ha fatto degli omicidi. C’è una differenza enorme.»

Secondo lei, una persona che commette furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti è o non è un criminale?

«È un criminale.»

Lei si sente cambiato?

«Al 70%, sì.»

Quanti anni ha?

«Ho 42 anni e due bambine. Una il prossimo anno mi diventa maggiorenne e una bambina di 13 anni.»

Per quanti anni lei è stato criminale?

«Sono stato ladruncolo, mi definisco ladruncolo…»

Lei si definisce ladruncolo però, ripeto, lei ha confermato che ha commesso rapine, danneggiamenti, estorsioni. Non è proprio un ladruncolo.

«Ero un criminale quando ho fatto parte di Cosa nostra, a tutti gli effetti. Prima ero un ladruncolo. Voglio precisare: quello che ho fatto non è bello.»

La sua vita, che sta rinnegando, quanti anni è durata?

«Dal 2011 vicino a Cosa nostra.»

Quindi se lei ha iniziato con piccoli furti a tredici anni ed oggi ne ha 43, possiamo dire che ha fatto questa vita per trent’anni?

«Dai 13 ai 23. Poi mi ero sposato, ho allontanato amici, mi ero trovato anche un lavoro presso il Comune, ho fatto quindici anni l’autista. Poi mi sono avvicinato a questa persona (Giorgio Provenzano, nda) e mi sono rimesso di nuovo in questi affari sporchi. Ho perso il lavoro e ho perso tutto.»

A parte la rapina, di cosa ha parlato con i giudici durante la sua collaborazione?

«Ho parlato del mandamento della provincia di Palermo, del capodecina, della “testa dell’acqua”.»

Cos’è la “testa dell’acqua”?

«Il capo in assoluto.»

Quante persone ha fatto arrestare?

«Nell’operazione Reset ho confermato le accuse su 31 soggetti, in tutto intorno alle 60 persone

Comprese le due operazioni: Eden1 ed Eden2?

«Sì, grazie alle mie dichiarazioni, le operazioni sono state Reset1, Reset2, Eden1 ed Eden2. Un altro collaboratore, Salvatore Lo Piparo, ha confermato tutte le cose che ho detto io.»

Le operazioni Eden1 ed Eden2 hanno interessato i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro?

«Sì, tutti i parenti di Matteo Messina Denaro e le persone molto vicine a lui.»

Questi fiancheggiatori sono tutti appartenenti a Cosa nostra o ci sono anche dei “colletti bianchi”?

«Di “colletti bianchi” non ne ho parlato. Anche se sapessi qualcosa dei “colletti bianchi” non parlerei. Questa cosa l’ho detta anche ai magistrati.»

Per paura?

«Sì.»

Di cosa ha paura?

«Nel 2014, quando ho iniziato la mia collaborazione, dissi telefonicamente a mia moglie, ero stato autorizzato dalla Procura di Palermo a poter telefonare ogni giorno dieci minuti solo a mia moglie per sentire lei e le bambine, loro già si trovavano in una località segreta e io in un carcere definito località segreta. Ero a Frosinone.»

Cosa disse a sua moglie?

«A mia moglie dissi telefonicamente, perché era stata autorizzata a fare un incontro con i genitori in località segreta, di portarmi degli appunti, avevo il vizio di segnarmi tutto anche quando facevo parte dell’organizzazione mafiosa…»

E che succede?

«Mia moglie viene accompagnata con la scorta ad incontrare i genitori e guarda caso viene fatto il furto nella macchina di scorta. Vengono rubate le due valigie dove all’interno c’erano gli appunti, le cose che dovevo dichiarare ai PM.»

È gravissimo ciò che sta dicendo. In questi appunti cosa c’era scritto?

«Purtroppo non lo posso dire.»

Ma parliamo di fiancheggiatori, di “colletti bianchi”?

«Erano degli avvenimenti in cui mi segnavo la data.»

Avvenimenti legati a Matteo Messina Denaro?

«Sì, alla mafia di Bagheria. Da quel momento ho capito che, forse, stavo alzando un po’ il tiro.»

Dove avviene questo furto?

«A Roma.»

Lei sta affermando che…

«C’è una denuncia…»

Lei ha affermato che ha chiesto, telefonicamente, a sua moglie degli appunti per poter fare delle dichiarazioni ai PM. Questi appunti, quando sua moglie viene accompagnata nella località protetta, spariscono. È così?

«Sì. Mia moglie era dentro al centro commerciale, si avvicina uno della scorta, che erano in quattro, e dice: ‘purtroppo è successa una cosa, hanno rotto la macchina e si sono fregate le valigie. Fortunatamente non hanno toccato la paletta, il lampeggiante e la carpetta con tutti i documenti. Hanno preso solo le valigie’.            

Mi scusi, ma come potevano sapere che in quelle valigie c’erano i suoi appunti?

«Le telefonate, sicuramente, erano controllate. Lo sa dove è avvenuto lo stesso furto, nello stesso periodo? Sempre su Matteo Messina Denaro. Così ho collegato…»

Dove è avvenuto?

«Al Tribunale di Palermo, nell’ufficio della Principato. Sparito un PC con le chiavette, dove c’erano tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle importanti prove su Matteo Messina Denaro. Dentro la Procura. E allora mi son messo un po’ di paura.

Poi ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM dott. Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…»

Cosa era successo nell’89?

«Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia (in via De Spuches vengono massacrate Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, madre, sorella e zia di Francesco Marino Mannoia, nda). Io ero là, ho visto tutto. Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi. Ancora oggi ho l’immagine davanti.»

Lei cosa ha visto?

«Mi ricordo anche che è venuto il dott. Falcone. Ero bambino, avevo 12 anni.»

Ha visto anche chi ha commesso il massacro?

«Ero là, presente. Dico solo questo. Attualmente, dietro casa mia, ancora c’è la casa di Mannoia. La casa è sua.»

È stato mai sentito su questi fatti?

«No, ho visto dei soggetti qua. Io conoscevo un soggetto, oggi dichiarato morto ma non è vero. È in America. Lo hanno messo come “lupara bianca” ma non è vero.»

Se la sente di fare il nome?

«No. Mai nessuno mi ha fatto avvicinare a parlare con Di Matteo. Ho visto delle persone a Bagheria su cui oggi alcune Procure stanno lottando, in merito alla Trattativa Stato-mafia. E uno di questi soggetti l’ho visto, in compagnia di questa persona che si trova negli Stati Uniti. Quello è vivo.»

Quelle persone, che lei dice di avere visto quel giorno dell’89, sono “ritornati” nella sua vita?

«Non erano della zona queste persone. Un soggetto di questi che faceva parte dei servizi segreti, l’ho visto in compagnia di questa persona che conoscevo. Durante gli anni ho rivisto questa persona in tv, perché ha un particolare. È riconoscibile da un particolare.»

Lei sta parlando di un soggetto appartenente ai servizi segreti, con un particolare riconoscibile. Era presente il giorno del massacro?

«Un paio di giorni prima che succedesse questo efferato omicidio l’ho visto. Erano in tre: il soggetto, oggi deceduto, con il particolare riconoscibile; il mio conoscente dichiarato morto e un’altra persona e ricordo un particolare, era pure zoppo. Ed era abbastanza alto, intorno al metro e ottanta.»

Mi scusi, stiamo parlando di “Faccia da mostro”?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Non voglio rispondere.»

E lo zoppo dove lo mettiamo, in Cosa nostra o negli apparati dello Stato?

«Negli apparati dello Stato e in Cosa nostra.»

Senta, ma il terzo?

«Era un politico. Legato a Cosa nostra. Questo signore divideva le fatture dell’acqua, poi diventò un grosso imprenditore. E i miliardi non sapeva più dove metterli.»

Mi scusi, lei vuole parlare con Di Matteo. Ma perché queste dichiarazioni non le ha fatte quando era all’interno del programma?

«Già sono stato sentito su alcune cose, prima che uscissi dal programma. Ma ne voglio parlare solo con Di Matteo.»

Come nasce il rapporto di amicizia con il nipote di Matteo Messina Denaro?

«L’ho conosciuto grazie alla mafia bagherese. Nel periodo che si stava organizzando quella rapina ho avuto modo di conoscere questo soggetto».

Chi è per lei Matteo Messina Denaro?

«Un pezzo di merda.»

Cos’è per lei Cosa nostra?

«Parliamo sempre di letame. Questo penso oggi. Se si ribellassero tutti la mafia finirebbe. Finché c’è quello che abbassa la testa o permette di fare affari la mafia non finirà mai. Se prende il boss di Bagheria, lo prende da solo, è un verme. Un cacasotto. Si fanno forza a comandare delle persone per fare del male. Si fanno forza con il gruppo.»

Lei non ha paura a vivere a Bagheria?

«La paura c’è, la mafia non dimentica. Io sono scritto nel libro nero della mafia. Me la farà pagare. L’ho messo in conto.»

Come vive a Bagheria?

«Non ho rapporti con nessuno. Sono totalmente emarginato. Non esisto. Vado a fare la spesa a 20 km da casa mia.»

Perché è rientrato a Bagheria?

«Ho chiesto di essere capitalizzato. Non funzionava niente all’interno del programma. Mi dovevano dare una somma e mi hanno dato meno del 50%.»

È rientrato a Bagheria per motivi economici?

«Sì.»

Lei oggi come vive?

«Non ho il reato per mafia, ma solo per aver agevolato Cosa nostra. Vivo con il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro. Oggi ringrazio lo Stato che mi dà la possibilità di dare a mangiare ai miei figli.»

Ha ricevuto minacce?

«È stata presa di mira di mia figlia. Si è dovuta ritirare da scuola. Sono dieci mesi che denunciamo, il PM dice che è semplice bullismo. E le minacce continuano. La chiamano ‘la pentita’, ‘la figlia del pentito’. Come può vivere una ragazzina? I genitori delle sue amiche non vogliono che mia figlia esca con loro. Anche mia moglie è stata avvicinata. Mia figlia una volta è stata fermata per strada e le hanno detto: ‘dici a tuo padre che in carcere a Palermo lo sanno tutti che è rientrato a Bagheria, appena escono gli devono staccare la testa’

Lei ha una tutela?

«Una sorveglianza attiva.»

Le persone che ha fatto arrestare stanno uscendo dal carcere?

«Sì. Sabato scorso mi incrocio con una persona, era con altri quattro soggetti. Mi sono ritrovato con il genero, che è già uscito, del boss di Bagheria che ho anche accusato. Ed è già uscito. Sono stati condannati tutti, dai sei anni ai dieci anni. A scala cominceranno ad uscire tutti.»

Per quanti anni è stato all’interno del programma di protezione?

«Sei anni. Sono uscito io, non sono mai stato buttato fuori dal programma. Dalla controparte non ho mai avuto una denuncia per calunnia.»

Perché ha deciso di uscire dal programma?

«Non funziona nulla. Vuole sapere l’ultima dimostrazione che ho fatto prima che uscissi dal programma?»

Prego, dica…

«Come fa un collaboratore sotto programma di protezione, in località protetta, senza documenti per l’espatrio, a partire dall’Italia per raggiungere Basilea, in Svizzera. Passare una settimana in quel posto e rientrare in Italia. Questo collaboratore sono io. Non funziona nulla. Ci sono collaboratori, posso fare anche nomi e cognomi, che appena hanno avuto gli arresti domiciliari hanno lasciato di nascosto la località protetta, sono rientrati nel proprio paese a fare reati. La questione è questa: se domani devo essere sentito dal PM arrivano le macchine blindate. Ma questa protezione serve solo per andare in Procura? Quando finisce tutto non c’è più protezione.»

Quindi il programma di protezione non funziona a livello di protezione?

«A livello di protezione. Poi ci sono degli operatori del NOP che discriminano, in senso che trattano pure male. Parliamo di persone che non sono nemmeno formate professionalmente. Ho dovuto sentirmi dire: ‘io prendo 1.300 euro al mese, me li devo sudare. Tu senza fare un cazzo…’. Ma come si permettono».

In passato ci sono stati degli episodi, come l’omicidio del fratello del collaboratore di ‘ndrangheta, inserito nel programma di protezione, ucciso sotto a casa a Pesaro. Secondo lei ci sono delle falle nel sistema?

«Sì, Bruzzese. Si parlava tanto del cognome scritto sul citofono. Ma gli operatori del NOP non si sono mai lamentati del cognome sul citofono. Ma ci andavano dal Bruzzese? A me è successo che, dopo i 180 giorni di collaborazione, in località protetta, spesso, mi sono incontrato con personaggi pericolosi, anche persone che ho fatto arrestare. Le falle ci sono, ma ne sono tante. Andrebbe tutto rifatto questo programma. È il PM che dovrebbe garantire la nostra protezione.»

Queste problematiche le ha comunicate?

«Sempre.»               

Lei ha ancora altre cose da dichiarare ai magistrati?

«Sì. Non le ho dichiarate subito perché non mi sono sentito tutelato. Parliamo di cose molto delicate.»

Molto delicate perchè riguardano solo Cosa nostra o anche gli apparati dello Stato?

«Anche gli apparati dello Stato.»  

Dichiarazioni mai fatte?

«No. Ho piena fiducia solo con Di Matteo.»

Lei lo sa che i personaggi dei Servizi che ha descritto potrebbero rientrare in altri “misteri” accaduti in questo Paese (stragi, omicidi, sparizioni, ect.)?

«Per questo ho paura. Anche se qualche soggetto non c’è più oggi, ci può essere qualche altro soggetto collegato a loro. E con la paura di arrivare a loro possono fare qualcosa.»

Quindi, lei teme più certi personaggi legati alle Istituzioni (deviate), rispetto ai mafiosi legati a Cosa nostra?

«Sì. Il personaggio che appartiene alle Istituzione è il classico mafioso con il “colletto bianco”. Ha più potere del mafioso di zona. Il vero mafioso è colui che è “colletto bianco”, il mafioso è colui che fa il lavoro sporco. Se oggi si deve parlare di mafia si deve parlare anche di politica. Se cosa mi ha detto un operatore del NOP?»

Cosa?

«‘Ma perché tu pensi che se Matteo Messina Denaro, o qualche altro boss della Sicilia, vuole arrivare a te, anche se sei sotto programma di protezione, non ci arriva? Ci arriva’. Che significa questo?»

Perché non sono arrivati a lei?

«Provenzano diceva che un pentito fa più danno da morto che da vivo.»

Lei come la interpreta questa frase?

«Che se oggi vai a toccare un pentito, gli vai a sparare – faccio un esempio -, si alza un polverone. Se ci sono dei mafiosi che stanno facendo affari succede un terremoto, perché iniziano perquisizioni, indagini. Queste cose di solito si fanno quando si dimentica, dopo dieci anni, dodici anni. Ma sa come va a finire? ‘Ma quello è stato ucciso, ma sicuro Cosa nostra lo ha ucciso. O si è rimesso in qualche cosa, con qualche amante’. Cercano di non far collegare quello che è successo alla mafia.»

Vogliamo chiudere con un appello?

«A tutti coloro che sono in queste situazioni: collaborate, l’unica cosa è collaborare. E dare voce alle nuove generazioni, loro porteranno avanti questa cosa. Non bisogna abbassare la testa. Bisogna alzare la voce, solo parlando si può combattere la mafia. Non c’è cuscino più morbido di una coscienza pulita, vivendo onestamente. Pentitevi, dico ai mafiosi, pentitevi. Starete meglio, fatelo per le nuove generazioni e per i nostri figli. Un figlio che cresce in un ambiente mafioso diventerà un futuro mafioso. Per il bene dei nostri figli tronchiamo questa cosa con la mafia. Oggi sono felice di quello che ho fatto. Piano piano sto riacquistando la mia dignità, ci vuole tempo. Non si acquista in pochi giorni.»

Ma se avesse di fronte Messina Denaro cosa direbbe?

«Di parlare e far cadere lo Stato italiano. Matteo Messina Denaro sarebbe in grado di far cadere tutto, a cominciare dagli anni Sessanta, Settanta. Ma non gliele lascerebbero fare queste dichiarazioni.»

Potrebbe cadere dalla branda come Provenzano?

«Io penso che Provenzano è stato picchiato. Queste cose in carcere non esistono. Una persona di spessore non viene toccata. La guardia penitenziaria non si permette di toccare queste persone. A Sergio Flamia, ci sono le sue dichiarazioni, lo andavano a trovare in carcere con i tesserini di avvocati, che poi non erano iscritti all’Albo degli avvocati.»

Chi andava a trovarlo in carcere?

«Quelli dei servizi segreti. Hanno preso i tabulati e hanno verificato. È stato visitato da questi avvocati, con nomi falsi. Come fanno questi ad avere un colloquio in carcere con questi personaggi? Ci fu quella politica siciliana (Sonia Alfanonda) che disse che Provenzano aveva lanciato dei messaggi. Però poi si fermò. E chi lo dice che qualcuno è andato la e lo ha fatto spaventare? Sono tanti i misteri. Oggi la mafia bianca è molto più pericolosa.»         

2 parte/fine

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Prima parte. «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

«’Cosa nostra’ non è finita. È ancora forte»

L’INTERVISTA/Prima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Non ho mai ammazzato nessuno. Ho deciso di collaborare per liberarmi la coscienza». Abbiamo deciso di dividere in più parti la conversazione, per affrontare nel miglior modo possibile tutti gli argomenti trattati. Sul vigliacco latitante Matteo Messina Denaro: «È lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia. (regionale siciliana, nda)».

«'Cosa nostra' non è finita. È ancora forte»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non lo abbiamo cercato noi. L’incontro è nato quasi per caso. Dopo la risposta di Luigi Coppola all’avvocato Antonio Bucci (sulla vicenda di un altro collaboratore di giustizia, in questo caso di camorra, Fiore D’Avino) è arrivata la precisazione di Benito Morsicato. Un collaboratore siciliano, oggi fuori dal programma di protezione, residente a Bagheria. In passato amico (in affari) di un nipote di Matteo Messina Denaro. «Bagheria è sempre stata molto vicina a Castelvetrano». Ma cosa aveva detto di tanto fastidioso il testimone di giustizia campano? «…non comprendo minimamente questa sua uscita mediatica e quasi diffamatoria per i tanti testimoni di giustizia che, per colpa di alcuni delinquenti diventati poi dei santi con il pentimento, si sono rovinati la vita perdendo aziende, famiglie e un futuro tranquillo. …dico a lei se è giusto che chi prima ha estorto, rubato e magari anche sparso del sangue nelle nostre strade, debba essere considerato una fortuna per lo Stato».

Le parole del testimone Coppola hanno provocato la reazione del pentito. Questo è il messaggio che abbiamo ricevuto: «Mi chiamo Morsicato Benito e sono un collaboratore di giustizia. In merito a quello che sostiene l’avvocato (testimone di giustizia, nda) Luigi Coppola mi sento molto offeso e discriminato. Vorrei parlare con voi». E siccome noi diamo parola a tutti, abbiamo deciso di raccogliere un altro punto di vista, proveniente dall’altra parte della barricata. E abbiamo raccolto la sua replica: «Non voglio offendere nessuno. Chi denuncia va rispettato. Al testimone di giustizia Coppola voglio dire che i collaboratori non sono tutti uguali. Il mio pentimento non è stato di convenienza. Il mio desiderio è stato quello di ripulirmi la coscienza. Non bisogna mai fare di tutta un’erba un fascio».

Con Morsicato, però, siamo partiti dall’inizio. Dalla sua esperienza “criminale” sino alla collaborazione con la giustizia. Senza tralasciare la sua esperienza nel programma di protezione, i legami del vigliacco Matteo Messina Denaro su Bagheria (parenti e amante compresa) e tante altre cose. Abbiamo parlato del suo passato e del suo presente. «Il mio futuro lo vedo dentro una bara. Perché Cosa nostra non dimentica».

Ma perché Morsicato è un collaboratore di giustizia?

«La mia collaborazione inizia nel 2014. Sono stato raggiunto da un’ordinanza, per l’operazione Reset, dove è stato smantellato tutto il mandamento della provincia di Palermo. Dopo 10 giorno dal mio arresto ho deciso di collaborare con la giustizia. Per dare un futuro migliore ai miei figli.»

Prima di essere arrestato di cosa faceva parte?

«La mia carriera stava per nascere. Ero un uomo del racket. Raccoglievo solo le estorsioni.»

Che significa “la mia carriera stava per nascere”?

«La mia carriera criminale stava per nascere. Non sono un vero e proprio criminale. Ma ho deciso subito di troncare questa situazione. Ho visto che non era quello che meritavano i miei figli.»

Lei ha fatto parte di Cosa nostra?

«Sì, dal 2011. Ero un ragazzo molto sveglio, un ragazzo di strada. Sapevo chi comandava nel paese, chi erano le persone che facevano parte di Cosa nostra…».

Mi scusi, quale paese?

«Bagheria.»

Quanti anni aveva?

«A 12, 13 anni ero già in giro con gli amici. Anzi ci sono parecchi amici d’infanzia che oggi, purtroppo, non ci sono più, che sono stati ammazzati.»

Era un bullo?

«Non direi, non ho mai picchiato nessuno.»

E cosa faceva con questi suoi amici?

«Qualche furtarello, ragazzate. Però poi, negli anni, prendi fiducia di questi soggetti e ti inseriscono dentro Cosa nostra.»

Quindi lei è stato avvicinato per essere inserito in Cosa nostra?

«Sono stato avvicinato a Cosa nostra perché nel 2011 mia sorella si frequentava con un soggetto di Bagheria definito dalle Procure come il capodecina del mandamento mafioso di Bagheria.»

Come si chiamava questo soggetto?

«Giorgio Provenzano.»        

Parente di Binnu Provenzano?

«Non so se hanno una parentela. Da quel momento questa persona mi ha preso a simpatia. Lui era appena uscito dal carcere. Il mio non è stato un inserimento vero e proprio. È cominciato che lo accompagnavo in alcune riunioni. In macchina si parla, una parola tira l’altra. Lui mi raccontava alcune cose. E mi cominciò a dare le estorsioni, poi c’è stata la famosa rapina clamorosa, alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro, altrimenti la rapina non si poteva fare. Siamo stati autorizzati a fare questa rapina, con il patto che il 10% veniva lasciato al paese per garantire la latitanza di Matteo Messina Denaro.»  

Gli “eredi di Matteo Messina Denaro” stanno in galera?

«Sì, sono i nipoti del cuore di Matteo Messina Denaro.»

Poi ci arriviamo. Quando entra ufficialmente in Cosa nostra?

«Con la scusa che lo accompagnavo. E non è che lui (Provenzano, nda) andava a comprare la frutta. Si vedeva con altri soggetti mafiosi degli altri mandamenti. Tipo delle riunioni. Di solito le facevano sulla scogliera del mare, per evitare cimici. Si incontravano anche sulle barche, diciamo in zone molto isolate. In alcuni episodi ha preteso che lo accompagnassi anche armato.»

Vuole spiegare meglio?

«C’erano dei poblemi tra alcuni mandamenti, tra Bagheria e Villabate. Degli screzi. E allora, per sicurezza, un giorno mi disse: ‘mettiti questa sopra, non si può sapere mai. Comincia a sparare, tu non guardare chi spara. Spara e basta’. Fortunatamente non c’è stata questa esigenza.»

Ma questo Provenzano le fa una richiesta esplicita per entrare in Cosa nostra?

«Non c’è mai la richiesta diretta, si capisce. Si comincia con semplici accompagnamenti. Quando ha capito che ero molto sveglio… un giorno mi disse in macchina: ‘senti, da domani ti autorizzo io. Cominci a girare per tutti i locali, senza saltarne uno’. Noi avevamo il monopolio delle slot machine. Praticamente ogni slot dentro un bar doveva pagare, ogni mese. Poi lui voleva rinnovare questa cosa e voleva pretendere un euro al giorno per ogni slot in tutti i locali.»

Ma il monopolio non è dello Stato?

«Quello legale. Poi c’è quello illegale che ce l’ha la mafia. Parliamoci chiaro…».

Prego…

«Oggi dicono tutti che la mafia ha abbassato la testa. Ma la mafia non ha abbassato la testa. Se ne arrestano 100 oggi, già domani mattina ci sono pronti quelli che prendono il loro posto.»

Lei sta dicendo che Cosa nostra oggi è forte come prima?

«Sì. Perché non è più la Cosa nostra di prima.»

Può spiegare meglio?

«Dopo Totò Riina parlo io. Ricordo, quando ero piccolino, chi comandava il paese, i famosi boss del paese, non hanno mai permesso l’ingresso nemmeno un grammo di hashish e di altri tipi di sostanze stupefacenti.»

Cosa vuole dire?

«Chi comandava a quel tempo non voleva droghe nel paese dove comandava. Facevano business con gli appalti. Non gli interessava la droga.»

Parliamo, comunque, sempre di delinquenti sanguinari.

«Sì, ci mancherebbe. Non delinquenti, peggio. Poi si è scoperto che nel mio paese non entravano queste sostanze, era un paese abbastanza tranquillo e ordinato, poi si è saputo, negli anni, che soggiornava Provenzano in questo paese

Il latitante Provenzano?

«Sì, praticamente abitava a 100 metri da casa mia. Dietro casa mia.»

Lei era a conoscenza di questa latitanza?

«No.»

Quando l’ha saputo?

«Quando cominciò a parlare il collaboratore Lo Verso, poi Sergio Flamia. Che sono dei grossi collaboratori. Lo Verso era l’autista di Provenzano, mentre Flamia era il killer di Provenzano che ha collaborato e si è autoaccusato di 40 omicidi. Ma comunque quando ho visto Provenzano non era la prima volta che lo vedevo sto signore.»

Senza sapere chi fosse?

«Ma comunque diverse persone a Bagheria hanno detto che lo vedevano passeggiare. Ma tutto potevano pensare, ma non che fosse Provenzano.»

E lei come se la spiega questa lunga latitanza?

«Lo Stato ci ha sempre imbrogliati e non hanno detto mai la verità. Totò Riina è stato consegnato da Provenzano, la famosa Trattativa Stato-mafia. Provenzano gli ha consegnato Totò Riina per finire il periodo stragista. E lo Stato ha fatto un patto, garantendo la libertà a Provenzano. Come si fa a stare 43 anni latitante? Ma stiamo scherzando?»     

E Provenzano da chi è stato consegnato?

«Provenzano si è costituito da solo. Dopo 43 anni di latitanza, guarda caso, lo vanno a prendere quel giorno che esce la mano dal casolare per prendere il formaggio. Quella è stata una cosa tutta organizzata.»

Lei sa che undici anni prima, nel 1995, si è registrato il mancato arresto a Mezzojuso?

«Ce ne sono stati diversi. A Bagheria abbiamo la clinica Santa Teresa, costruita dall’ing. Aiello, che gli hanno sequestrato 700 milioni di euro di beni, tutti risalenti a Provenzano. Questa clinica è stata costruita per curare Provenzano. È l’unica in Europa con determinati macchinari. Vengono anche dalla Francia per fare delle risonanze magnetiche.»

E perché Provenzano va a Marsiglia a farsi operare alla prostata?

«Perché ancora la Clinica non era nata. Il soggetto che l’ha creata era vicino a diversi politici, nel momento in cui è stato messo sotto sorveglianza sa chi ci andava ad avvisarlo di questi controlli?»

Lo dica lei.

«Proprio chi metteva le cimici e lo teneva sotto controllo.»

Chi è il soggetto?

«L’ing. Aiello. Veniva avvisato dalle alte istituzioni che era stato messo sotto controllo e all’epoca ci sono stati parecchi arresti tra mafia, politica, marescialli, colonnelli. Sono stati tutti arrestati. Il tempo che mettevano Provenzano, o chi vicino a lui, sotto sorveglianza loro lo sapevano già in anticipo. Sapevano dove mettevano le telecamere, erano informati.»

Quindi, secondo lei, la Trattativa c’è sempre stata?

«Anche quando hanno arrestato Riina… guarda caso, la mancata perquisizione al covo. Hanno dato il tempo a Provenzano o chi era molto vicino a lui di avere la possibilità di svuotare la cassaforte. In quella cassaforte che c’era in quel villino c’erano dei documenti che oggi metterebbero l’intera politica in ginocchio. Noi in Sicilia abbiamo i killer, gli esecutori. I mandanti sono Roma, è la politica. I pezzi grossi dello Stato. Oggi Matteo Messina Denaro ha avuto questi documenti da Provenzano prima che lo prendessero. Sono il lasciapassare.»

Secondo lei il latitante Matteo Messina Denaro risiede in Sicilia o altrove?

«Un boss che si allontana dalla sua zona, anche se è un capo grande, perde il potere.»

Matteo Messina Denaro è il capo di Cosa nostra?

«Sì, lui ha preso il posto. È lui il numero uno, è lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda).»

Questo soggetto è ancora presente nel panorama politico?

«No. Questa cosa è stata lamentata dal figlio del collaboratore Cimarosa in una intervista televisiva. E ha mostrato anche la foto».

Chi c’era nella foto?

«Matteo Messina Denaro, la sorella, il cognato e lui. In una foto di un matrimonio. Quella foto è stata fatta nel 1993, dalla sera di quel matrimonio comincia la latitanza di Matteo Messina Denaro.»

Come si chiama questo politico?

«Giovanni Lo Sciuto.»

Ritorniamo al suo ingresso in Cosa nostra.

«Non sono stato affiliato a tutti gli effetti. Uscivo con Provenzano, piano piano mi ha cominciato a dare degli incarichi. ‘Vai – tipo – nell’altro paese a Villabate che ti devono dare dei soldi delle estorsioni, vai là e dici che ti mando io. Vai a fare un attentato in quel negozio che non vuole pagare, bruciamoci la saracinesca’. E piano piano si prende fiducia e poi arrivano gli incarichi più grossi.»

Non c’è stato un giuramento, una cerimonia di affiliazione?

«No, ma se continuavo sì. Poi se continuavo venivo messo in regola, con la punciuta.»   

Lei che reati ha commesso?

«Sono stato arrestato…»

Prima dell’arresto, che reati ha commesso?

«Furto, tanti anni fa prima che mi sposavo, ero imputato di una rapina. Non cose legate alla mafia.»

Quali sono i reati legati alla mafia?

«Estorsioni, danneggiamenti… comunque sono stato arrestato solo per un danneggiamento. Potevo rischiare due anni, ma poi mi son voluto pulire la coscienza e ho parlato di tutto, anche di cose che non ero completamente indagato.»

In che anno viene arrestato?

«Nel 2014. Il 5 giugno del 2014.»

Quando decide di “saltare il fosso”?

«È una cosa un po’ strana. La mia collaborazione inizia il 21 giugno (2014, nda), il giorno del mio compleanno. Ero in carcere e sento in tv Papa Francesco che rinnova l’appello e dice ‘mafiosi, inginocchiatevi’. Non so quello che mi è successo, ho cominciato a pensare ai miei figli, sono cominciate a girare tante cose in testa. Mi sono alzato, ho chiamato il secondino e ho detto che volevo parlare subito con il PM.»  

Come inizia la sua collaborazione?

«Appena ho aperto bocca, loro su questa rapina non sapevano neanche da dove cominciare e nemmeno ero indagato, mi hanno bloccato subito, dicendomi che la mia collaborazione era molto importante. E, infatti, dopo due giorni si son portati subito la famiglia.»

La vuole raccontare anche a noi questa rapina? Perché è così importante?

«La rapina è stata fatta vestiti da poliziotti, con le macchine, i lampeggianti, le palette, le casacche…»

E questo materiale dove è stato preso?

«Lo abbiamo fatto a Bagheria. Le pettorine le abbiamo fatte stampare presso una tipografia. I lampeggianti, le palette provenivano da furti. Non ci mancava niente.»

Quanti eravate?

«Otto persone, anche il nipote di Matteo Messina Denaro. Bellomo, il soprannome era “Luca”. La moglie di Bellomo, l’avvocatessa, è la nipote di Matteo Messina Denaro.»

Bagheria è territorio di Matteo Messina Denaro?

«Sì, lui ha tutti i cognati che abitano ad Aspra, frazione di Bagheria. Ho rilasciato anche dichiarazioni sul fratello dell’amante di Matteo Messina Denaro, perché gli ho venduto delle armi prima che mi arrestassero.»

L’amante di Matteo Messina Denaro?

«Sì, è stata anche condannata per favoreggiamento al latitante. È stata anche seguita un paio con la speranza che li portava al covo del latitante. È la segretaria dei cognati di Matteo Messina Denaro, lavora presso i Guttadauro. Sui Guttadauro ho rilasciato dichiarazioni, li ho fatti arrestare. Io vivo nel territorio di Matteo Messina Denaro

Ritorniamo alla TNT. Cosa avete rapinato?

1 parte/continua

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Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

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INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

ANTICIPAZIONE. «Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi.»

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»
La signora Manca insieme all’avvocato Antonio Ingroia (foto di Patricia & Guido Di Gennaro)

WordNews.it

«Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Antonio Ingroia, WordNews.it, 13 agosto 2020 

(L’intervista integrale, realizzata dal collega Alessio Di Florio, è programmata per domani)

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Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

INTERVISTA/Quarta e ultima parte. OMICIDIO ECCELLENTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra Provenzano, Santapaola, Madonia. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni». E sulla morte di Ilardo: «Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti.»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Provenzano non si deve arrestare. E, infatti, non verrà catturato. Una latitanza lunga 43 anni. Un vero e proprio record criminale e parastatale. C’è una schifosa Trattativa in corso tra Stato e mafia. Il vecchio boss deve continuare a fare il contadino e a scrivere pizzini per i picciotti. Cosa nostra, dopo le stragi, il sangue degli innocenti e gli attentati (Capaci, via d’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, il black-out a Palazzo Chigi, via Palestro a Milano, le bombe alla Basilica di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e la mancata strage dell’Olimpico a Roma), è in fase di riorganizzazione. Riina, la bestia assetata di sangue, è stato spedito nelle patrie galere e il suo compare ha il compito di riportare tutto alla normalità. Gli equilibri non si possono rompere.

Lo spiega, in un passaggio, il magistrato, già PM a Palermo, Nino Di Matteo. È il 2018 quando l’attuale consigliere togato del CSM pronuncia queste parole: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica.»

È dello stesso avviso anche l’ex PM Antonio Ingroia (l’intervista del collega Alessio Di Florio sarà pubblicata nei prossimi giorni): «Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Binnu u Tratturi, infatti, non verrà arrestato nel 1995 a Mezzojuso. La campagna stragista, portata avanti non solo dalle mafie, è già terminata da quasi due anni (gennaio 1994). Il lavoro del colonnello Michele Riccio, grazie al suo confidente Luigi Ilardo (cugino di Piddu Madonia), non porta a nulla. Non per le mancanze investigative. La fonte “Oriente”, al contrario, è affidabile. Oltre ad “offrire” diversi latitanti alla giustizia, porta fisicamente gli inquirenti nel casolare del latitante. Per la precisione, a pochi metri. Ilardo incontra Provenzano. E grazie a questo incontro sarà realizzato il famoso identikit. Solo quello.

La mancata cattura di Zu Binnu, checché ne dica qualche nostalgico negazionista molto vicino ai responsabili di questa sciagurata decisione, si concretizza per l’intervento dei poteri forti. È già capitato in altre occasioni. La tecnica è raffinata e fruttuosa. Sono pur sempre delle “menti raffinatissime”. Anche se deviate verso il male. Non è il momento di rompere il patto sacro tra Stato e Cosa nostra. Un patto iniziato con l’Unità d’Italia e mai terminato. Provenzano resterà latitante per altri undici anni. Alla faccia dei proclami, degli slogan inutili, della “lotta alla mafia”, degli annunci, dei “siamo tutti Giovanni e Paolo” (offese continue verso i due magistrati uccisi dallo Stato e dalla mafia) e delle lacrime durante le commemorazioni delle vittime di mafie. Un teatrino studiato in maniera quasi perfetta. Riproposto in troppe occasioni.

In questa ultima parte dell’intervista con il colonnello Riccio siamo partiti dall’incontro tra Ilardo, Mori, Tinebra, Caselli e la Principato presso il Ros di Roma. Non esiste nessun verbale. È appurato, è agli atti. Ma ci sono le dichiarazioni del colonnello Riccio, presente a quell’incontro.

Ilardo, dopo aver fatto l’infiltrato, sta per entrare nel programma di protezione per collaboratori di giustizia. Verrà ammazzato prima, a Catania (10 maggio 1996), con nove colpi di pistola (ci scusiamo se nelle altre parti dell’intervista ne abbiamo indicato uno in meno). La notizia della sua collaborazione diventa di “dominio pubblico”. Per una fuga di notizie istituzionale. L’ennesima vergogna di Stato.

Vogliamo precisare, per dovere di cronaca, un aspetto. E lo facciamo attraverso le parole di Nino Di Matteo. «È vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento», per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, «però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato». Facciamo un passo indietro e ritorniamo nella stanza dei Ros.

Colonnello, cosa succede a Roma?

«Ilardo, di fronte a Mori, di getto dice: ‘Guardi, che molti attentati attribuiti a Cosa nostra sono stati voluti dallo Stato. E noi ne abbiamo subito le conseguenze’.»

Lei sta parlando dell’incontro del maggio del 1996 presso il Ros di Roma?

«Esatto. Ho la definitiva conferma.»

Di cosa, scusi?

«Ilardo si alza, sposta la sedia…»

Parla solo con Caselli? Si posiziona di fronte al giudice Caselli?

«Esatto. Lo fa in maniera provocatoria. Chi è fuori non lo può comprendere, ma i partecipanti lo sapevano benissimo. Mori è già scappato.»

In che senso?

«Lui (Ilardo, nda), prima di entrare, dice: ‘certe cose le avete fatte voi’. E come ho sempre detto in qualsiasi udienza che se l’avessero fatta a me una battuta del genere lo avrei fatto correre a Ilardo. ‘Come ti permetti, cosa stai dicendo. Se hai da dire qualcosa dillo, questo è il momento’. E invece quello prende e scappa. Quindi ho capito che sarebbe successo il patatràc.»

Ma di quell’incontro non esistono verbali.

«Nessun verbale.»

Chi era presente?

«Io, Ilardo, Caselli, Tinebra era al centro, la Principato sulla mia destra che prendeva appunti su un block notes. Queste erano le persone presenti nella stanza. Non c’erano altre persone. Ilardo dice di aver incontrato Provenzano e che ha riferito a me, nessuno mi chiede spiegazioni. Quando si è concluso l’incontro ho accompagnato Ilardo in infermeria. Ricordo che aveva un forte mal di testa.»

Cosa le comunicano a lei?

«Caselli mi dice: ‘metti a registrare le dichiarazioniPer fare un primo quadro di quello che dirà’. Io quando esco, dopo aver salutato Caselli, incontro Subranni e Tinebra a braccetto, chiacchierando e sorridendo. Io riferisco a loro l’incarico che mi ha dato Caselli e mi sento dire: ‘no, non ti preoccupare. Nessuna registrazione, tanto non servono a nulla’. Non serviranno a nulla, però almeno è un dato su cui partire. E meno male che l’ho fatte, anche se non servono a nulla. Sarebbe stata la mia parola… il fine era quello. Io sono solo e loro hanno la forza del numero. Meno male che l’ho anche registrato.»

Otto giorni dopo, il 10 maggio del 1996, Ilardo verrà ammazzato.

«Sì.»

Lei come viene a sapere dell’omicidio della sua fonte?

«Gli ho sempre detto di non rientrare a Catania, lui aveva l’appartamento a Catania e poi a Lentini. Ero anche stato a Lentini, dove mi aveva fatto vedere i lavori fatti. Era la casa che avrebbe lasciato ai suoi familiari. Era convinto che transitando nel programma di protezione le due figlie al padre non l’avrebbero seguito. Mi diceva sempre: ‘Colonnello, non le dimenticherò mai. Ovunque mi troverò. Ma almeno avranno una casa’. In quel periodo doveva stare a Lentini, anche perché Lentini era molto protetta. Aveva il muro di cinta, il cancello automatico. Non era esposto, come lo era a Catania. Per cui ero convinto che stesse a Lentini. Quando poi, lasciato Ilardo, mi dirigo in aeroporto e, poco dopo, incontro il capitano Damiano. E lo vedo piuttosto turbato. Mi dice che era uscita la voce dalla Procura di Caltanissetta della possibile collaborazione di Ilardo, telefono subito e più volte ad Ilardo.

Ma il suo telefono risultava sempre staccato. Al che dico ‘sarà a Lentini’, perché a Lentini non si riusciva a telefonare. Diverse volte usciva dal cancello per trovare un posto di connessione, una zona coperta, e ci sentivamo.

Nel frattempo telefono a Mori per comunicare questa informazione, non pensavo fosse così tragica e urgente. Anche perché la voce l’avevano acquisita i carabinieri, non è che l’avessero acquisita i criminali. Il carabiniere aveva capito che c’era un nuovo collaboratore. Da lì a due giorni ci saremmo dovuti vedere. E a Roma avrei chiuso la porta per affrontare a muso duro Tinebra. Perché questo non è un modo di fare.

Mori, ovviamente, non dice nulla, Obinu non dice nulla. Non dicono nulla. Sono stati chiamati dal telefono del Capitano, per cui c’è anche lì la telefonata. Prendo l’aereo, arrivo a casa. Salgo le scale e vedo che una luce blu si diffonde in maniera irrituale per le scale. Vado sopra e vedo mia moglie seduta sul divano che piangeva.»

Perché piangeva sua moglie?

«C’era questa notizia sul televideo che dava la morte di Ilardo. Chiamo la moglie di Ilardo che mi dice: ‘Bruno, ce l’hanno ucciso’. (Bruno è il nome in codice di Riccio, nda). Chiamo Mori, il quale come al solito non fa nessun commento. Cos’altro devo dire? Che sono fortunato… vabbè, non mi faccia dire altro…»

Si sente fortunato?

«Con tutto quello che mi hanno fatto passare sono fortunato. Io ce l’ho con uno Stato che, come ha fatto costantemente nella sua storia, non ha mai difeso le persone che lavoravano, che credevano in lui. Ha sempre abbandonato queste persone. Questo Stato, per ragioni di compromessi e di convenienze, ha sempre fatto finta di dimenticarsi di tutto, con la scusa di grandi strategie.»

E, secondo lei, cosa sono?

«Strategie affaristiche e di potere. Perché nessuno ha il diritto della verità. Se vogliamo costruire un futuro dobbiamo resettare tutto, perché altrimenti ci sono sempre i coloni degli altri. Il mio più grande rammarico è nella magistratura. Ci sono magistrati seri, pochi, che vivono in maniera isolata.»

Lei ha sentito la sua vita in pericolo?

«Mi sono scontrato con le Brigate Rosse, non ho avuto mai una scorta. Sono simbolismi falsi, perché se ti vogliono fare qualcosa lo fanno. Non credo in queste cose. Sono sempre strumentali per poter comprare o accreditare qualcuno. Noi italiani viviamo di immagini. E i più grandi delinquenti hanno la scorta.

Hanno cercato, ma non ci sono riusciti, di rendermi poco credibile e ricattabile. Con me hanno sempre sbagliato, perché sono capace di vivere del mio. Ho rifiutato tutto. La dignità è la cosa più importante che esista. Le nostre scelte sono importanti. Dovevo rispettare la scelta di Ilardo e la dovevo tutelare. La stessa cosa per i pentiti che si sono affidati a noi, sempre difesi e tutelati per le scelte fatte. Lo Stato ci faceva promettere e poi non davano mai nulla. Abbiamo sempre dovuto mettere del nostro. Lo abbiamo fatto con tutti i pentiti. Quello che più dispiace è la strumentalizzazione che continua a fare questa gente. È una lotta difficile ed impari.

Non credo neanche nelle forze politiche.»

Perché non crede nelle forze politiche?

«Anche quello che dice di essere nuovo cade nel compromesso. Tutte queste battaglie di novità non esistono. Rispetto le singole persone, quei singoli magistrati che hanno lavorato seriamente, quei singoli avvocati o giornalisti che ricercano ancora, con serietà, la verità.»

Lei riporta la sua esperienza nel Rapporto “Grande Oriente”?

«Questo Rapporto non volevano che io lo presentassi.»

Lo scrive dopo la morte di Ilardo?

«Certo. Sono inserite tutte le relazioni di servizio che avevo mandato a loro. Lo scrivo dal Ros di Caltanissetta con l’aiuto del capitano Damiano. Scrivo questo Rapporto che Mori e Obinu non vogliono che io faccia. E questo mi costerà. Ma se questo Rapporto non fosse arrivato all’autorità giudiziaria la storia di Ilardo non sarebbe esistita. E se non avessi fatto anche le relazioni erano le stronzate di un poveraccio e di un secondo poveraccio, che ero io. Non staremmo oggi, io e lei, a parlarne.»

E in questo Rapporto parla di strategie, di contatti. Fa riferimento anche a Dell’Utri?

«Il nome di Dell’Utri l’ho fatto successivamente. Nel Rapporto scrivo, come c’era nella relazione, del riferimento ad uno dell’entourage di Berlusconi. Quando scrivo la relazione ancora non sapevo che fosse il nome di Dell’Utri. Questo me lo dice in epoca successiva, quando eravamo al Ros. Come sempre facevo, non sapendo tutte le vicende o una buona parte delle vicende siciliane, prendevo spunto nel fare le domande, quando c’era un incontro con Ilardo, da un quotidiano siciliano. Dove c’era un’ampia cronaca di mafia, erano molto ben informati. E molte di queste notizie le commentavo con Ilardo. E a un certo punto compare Dell’Utri, per una questione con un noto imprenditore, per una storia di pallacanestro.»

Che fine ha fatto questo Rapporto?

«Lo consegno alle autorità di Caltanissetta, Catania e Palermo. Allegando le cassette registrate con Ilardo, con le trascrizioni. Cassette che nemmeno mi volevano far registrare. Avevo anche la possibilità di registrare, ad esempio, quando Ilardo va ad incontrare l’avvocato calabrese, ad Ardore. Dico a Mori: ‘Ilardo mi porterebbe ad incontrare un avvocato, così registriamo…’»

A chi si riferisce?

«All’avvocato Minniti. Mori mi dice: ‘Non devi fare nulla’. Ilardo entra nello studio di Minniti e poi mi fa il resoconto.»    

L’incontro porta una data precisa: 7 maggio 1996. Tre giorni prima dell’assassinio di Ilardo.

«Sì, tre giorni prima. E anche in quella occasione mi è stato vietato, per cui facendo questo si doveva tutelare uno schieramento politico. Altrimenti, poi, come facevano a nominarlo capo del Sisde. Lo dicono gli atti, non è che lo dico io. Hanno fatto la relazione a favore di Dell’Utri. Quando mostro la foto di Dell’Utri a Ilardo, lui mi risponde: ‘Colonnello, ci ha messo tanto per capire?’.

Me lo segnai sull’agenda, tutte le cose me le segnavo sull’agenda, anche perché in sede di collaborazione gliele avrei richiamate. Questo era lo scopo delle relazioni di servizio. Non è che quello che scrivevo sulle relazioni di servizio fosse esaustivo del contesto. Era l’indicazione che Ilardo mi aveva dato, insieme alle registrazioni. Sarebbe servita per trattarla in maniera più diffusa. I magistrati sarebbero entrati nello specifico. Me lo segno sulle mie agende di lavoro, quelle che volevano i Ros. Quelle che ho nascosto, come ho fatto con i Cd, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Solo la mia voce, in un coro avverso.»

È stato utilizzato questo Rapporto? Ci sono stati degli sviluppi?

«Sì, lo consegnai sia alla Principato che a Caselli, presso la Procura di Palermo.»

Quasi un anno dopo dall’omicidio del suo confidente, il 7 giugno del 1997, lei viene arrestato dai Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti.

«Il 90% delle accuse strumentali, sono stato condannato solo per un aspetto che ho ammesso. La famosa operazione di Milano, quella dove si sono presi i meriti e nessuno gli ha detto niente. Per aver eseguito l’ordine e permesso l’operazione che volevano far saltare. In sede di perquisizione, a casa mia, cercavano le famose agende, le famose relazioni e tutto il materiale sulla Sicilia. Ovviamente, tra agende rosse e carte rubate, sono molto bravi in Sicilia e anche da altre parti a far sparire, sarebbero scompare anche quelle».

Lei è stato arrestato dalla Procura di Genova?

«Sì. Procura di Genova, diciamo, provenienza Caltanissetta».

Come finisce questa vicenda?

«Molto ridimensionata in tutto. Quasi nulla».

Lei è andato in pensione con quale grado?

«Da colonnello. Poi se mi hanno fatto generale non lo so e nemmeno mi interessa. Mi presento sempre come colonnello perché è il mio grado che ho conquistato sul campo. A me non interessa, non devo dimostrare niente a nessuno. Mi sono sempre reputato un investigatore serio e una persona perbene. E non ho mai avuto una condanna per calunnia e le cose le ho dette. E non le ho dette in maniera strumentale. Perché non devo andare da nessuna parte.

Ma questa gente la deve smettere. Mori diceva: ‘facciamo le squadre. Il Ros va costruito in antitesi allo Sco di De Gennaro. De Donno lo mettiamo a pensare, De Caprio è l’uomo immagine’. Hanno costruito tutta quella povertà.»

Lei parla di accuse strumentali. Cosa doveva pagare?

«Lo capisco subito. Tutta la base era la gestione del collaboratore di giustizia. Loro hanno sempre mirato a delegittimare il mio rapporto con Ilardo. Ero quello che aveva costruito l’operazione. Nei vari processi hanno sempre giocato questa carta, poi è crollata miseramente. Non ho mai gestito nessuno, era sempre l’autorità giudiziaria che me l’ha affidato. Non c’è nessuna operazione in cui ho gestito in maniera poco lecita un collaboratore di giustizia. Tutte le operazioni sono andate a buon fine, tutti condannati, non c’è nessun soggetto che è stato revisionato. Io subito l’ho capito, quando ho letto, che quelli miravano a delegittimarmi. Per il Rapporto che avevo fatto. Affrontai Mori a Roma. Non avevo le prove, ma la voce della collaborazione di Ilardo era uscita da loro, da Tinebra

Lei classifica l’omicidio di Ilardo come un omicidio di Stato?

«È un omicidio di Stato, certo. Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. E gli dà la giustificazione comprensibile, perché magari è un cornuto. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti. Ma perché hanno ammazzato Ilardo?».

Perché?

«Ilardo mi diceva sempre: ‘Cosa nostra ha paura dei pentiti, come possono essere Santapaola’. Quando c’era il problema di Santapaola, che stava cominciando a pregare e non sapevano se voleva pentirsi. L’attenzione era verso di lui. Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. E Tinebra dice: ‘non è credibile. Parla di Berlusconi’

Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra ProvenzanoSantapaolaMadonia. Tutti vecchi. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni

Tra lei e Mori ci sono state delle denunce per calunnia. Come sono finite?

«Sì, sono state tutte archiviate.»

Mori ha denunciato lei per calunnia?

«Dopo la mancata cattura di Provenzano mi denunciò per calunnia. Ed è stata archiviata.»

Ma loro come si sono difesi dalle sue accuse?

«Loro si son difesi dicendo che c’erano i pastori. Io già al secondo sopralluogo gli avrei arrestati subito. È strumentale non trovare… un compito che anche un modestissimo comandante di una stazione avrebbe assolto. Questi dicono di essere eccellenze. E se un’eccellenza dell’investigazione non riesce a trovare un casolare per tre volte… ma che eccellenza sei. I casini che hanno combinato con la mancata cattura di Santapaola. Poi ci meravigliamo dei carabinieri di Piacenza, quelli sono delinquenti comuni. Ma questi proprio… Se noi ci aspettiamo che qualcuno di questi eccellenti ci venga a parlare della Trattativa siamo qui ventisei generazioni dopo.

Lo Stato deve avere la forza di dire basta. Mettiamo un punto e gli facciamo parlare noi. Perché questo modo di fare non può sussistere. Non si può andare a fare la mancata perquisizione al covo di Riina e si scrivono le cazzate che si devono scrivere, a giustificazione. Ho letto tutte le sentenze, siamo nel ridicolo.

E la mancata perquisizione di Riina e le lettere del Corvo e succede l’Addaura e succedono i morti. Loro comandavano.

Mori era comandante del gruppo a Palermo, Subranni era comandante di Regione e alla squadra mobile c’era La Barbera. E il loro amico Contrada era lì, già dagli anni Ottanta. Prima del Ros.

Ed è successo il Corvo, è successo Domino, è successa la storia dei poliziotti. Falcone si era messo la bomba. Prendono Riina e viene fuori la storia del bacio. Il più grande assist a favore. E come hanno gestito il pentito Di Maggio? Ho messo tutto in fila, continuamente hanno sempre operato in questo modo. Dicendo che Caselli non aveva capito nulla, che i fatti non erano così. E tutti stanno zitti. Ci scriviamo i libri? E quando vogliamo arrivare a trovare la verità.

E così fanno la mancata cattura di Provenzano, la mancata cattura di Santapaola e tutti gli altri bordelli che hanno combinato.»           

Lei, oggi, crede nello Stato?

«Credo molto poco nello Stato. Non ci credo per niente. Credo nelle persone che lavorano seriamente.»

Quindi lei sta dicendo che lo Stato non ha interesse a sconfiggere le mafie?

«Lo Stato non se ne frega proprio nulla. Devono fare affari. Tutti questi problemi per loro non esistono. Il problema esiste per le persone perbene.

Lo Stato se ne frega assai di questi problemi. Non ho nessuna fiducia in queste Istituzioni perché non sono interessate alla verità. La verità fa perdere le convenienze. Chi viene eletto e va a Roma è prigioniero delle Istituzioni del posto, dei funzionari dei Ministeri. Se non cacciano via tutta questa gente e mettono tutti nuovi rimarranno vittime delle logiche di potere. Questa è gente che vive dall’oggi al domani. Mori e De Donno erano inquisiti e i magistrati chiamavano De Donno per farsi raccomandare per la promozione. Abbiamo l’esempio di Palamara. Ce ne sono miliardi di questi esempi.»

Secondo lei quando arresteranno il vigliacco Messina Denaro?

«Quando non servirà più.»      

Oggi c’è ancora una Trattativa tra lo Stato e la mafia?

«Certo. C’è sempre stata e continuerà ad esserci. È anche una Trattativa economica. La mafia ha sempre prodotto denaro.» 

Quarta parte/fine      

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Lettori #IHD

L'immagine può contenere: Silvia Gentilini, testo

GRAZIE DI CUORE
#poliziadistato #ihd #iohodenunciato #lettori
«Ho letto il tuo libro, e lo hanno letto anche mia madre e mia sorella…complimenti! È intenso e drammaticamente vero, una testimonianza importante che lascia comunque, nonostante tutto, speranza nella giustizia.E’ un bellissimo lavoro».

STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano

DI MATTEO: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica».

WordNews.it

STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano
Evoluzione di un criminale

Bernardo Provenzano “non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica”.

“E’ vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento” (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, nda) “però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato”.

Nino Di Matteo, 2018

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«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

INTERVISTA/Terza parte. LA “CACCIA” AL LATITANTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «A Provenzano non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue. Hanno lavorato per altri interessi. Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…». L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia. Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nelle prime due puntate di questa lunga conversazione con il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, abbiamo affrontato il rapporto di collaborazione con il mafioso pentito, Luigi Ilardo. L’incontro nasce quasi per caso. Riccio sta dirigendo la Dia di Genova, è un investigatore con una esperienza importante. Ha già collaborato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è esperto in certi ambienti criminali. È un investigatore di punta. È già stato sotto copertura e conosce alla perfezione certe tecniche di investigazione.

De Gennaro (in quegli anni ai vertici della Dia), dopo aver ricevuto una lettera scritta da Luigi Ilardo (stanco di una Cosa nostra mutata), si rivolge a Riccio. Per lui è l’uomo giusto. Un uomo di fiducia, un uomo delle Istituzioni. Così inizia questa storia. Dannata. Ambigua. Drammatica.

La collaborazione si trasforma in un rapporto di fiducia. Riccio si fida di Ilardo. Quest’ultimo, nei panni del colonnello, vede lo Stato. Quello serio, fatto di persone oneste, che vogliono combattere e stroncare questi schifosi e vigliacchi personaggi organizzati. Non solo a parole.

I due cominciano ad operare: grazie a Ilardo arrivano operazioni importanti, i latitanti vengono assicurati alla giustizia. Tutto è finalizzato per l’arresto eccellente: quello del latitante Bernardo Provenzano, “scomparso” dalla circolazione da 43 anni. Un fantasma. Ma solo per chi non vuole vedere, per chi non vuole sapere. Un’ombra pesante, servita e riverita.

Ilardo è il cugino del pericoloso mafioso Piddu Madonia, molto vicino al Capo dei capi. “Oriente”, la fonte di Riccio, inizia una corrispondenza con il vecchio Binnu. Il rapporto si intensifica, Provenzano si fida di Ilardo. I due si incontrano. Siamo alla fine del 1995. Lo Stato, attraverso i suoi uomini, conosce il covo del latitante. È tutto pronto per consegnare, finalmente, alle patrie galere il killer di Corleone diventato capo. Ma qualcosa va storto. O meglio, qualcuno non vuole. L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia.

Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo, nel 2004. E fatto passare, in questo Paese orribilmente sporco, per un tossicodipendente. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

E come andrà a finire? Il boss maledetto resterà a piede libero, Ilardo verrà ammazzato a Catania qualche tempo dopo. Per una fuga di notizie istituzionale. Per una talpa dello Stato corrotto.

Riprendiamo la terza parte dell’intervista a Michele Riccio. Il racconto dell’investigatore riparte da un punto preciso. Drammatico. Illuminante. Il colonnello comunica a Mori (superiore di grado) che Provenzano è in trappola. A portata di manette.

E il generale dei Ros cosa risponde? «Lui dice: ‘no, no, no, dobbiamo arrestarlo… anche De Caprio’. Le solite cose. ‘Noi abbiamo anche gli strumenti. Facciamo tutto noi, non c’è problema. Tu crea i presupposti per un successivo incontro’. Ilardo era già addestrato a fare simili operazioni. Era necessario preparare i presupposti per un secondo incontro. ‘Tu vai giù in Sicilia, segui Ilardo in questa fase. Ti facciamo incontrare con il Capitano di Caltanissetta. E poi ci riferisci’. Io, diciamo, avrei voluto arrestarlo subito ma penso che, come al solito, se lo vogliono arrestare loro. Vogliono far vedere in un ambito nazionale che sono loro. Conoscendo anche i soggetti, avendo già operato con loro, ad esempio l’operazione a Milano (traffico di droga, famiglia Fidanzati, nda), quando Mori comandava la divisione, l’avevo fatta io, però si erano vantati loro. Pensavo che tutto fosse finalizzato ad acquisire solo loro i meriti, diciamo che ci stava, però mi dispiaceva in parte».

E cosa succede?

«Quando incontro il Capitano mi accorgo con notevole sorpresa che questo non sapeva nulla. E comincio a vedere un po’ il gioco delle tre carte. Al che riferisco tutto al Capitano, lo rendo edotto della modalità del servizio. Mi dice di avere poco personale e di fare il pedinamento. Facciamo il pedinamento. E la storia si conosce».

Cioè?

«È mattino, Ilardo va all’appuntamento. Si incontra con Provenzano e sta con lui tutto il giorno.»

E lei dove si trova quando Ilardo si incontra con Provenzano?

«All’inizio della mattinata…».

Mi scusi, stiamo parlando del 31 ottobre del 1995?

«La mattinata dell’incontro…».

Se lo ricorda il giorno?

«Se non sbaglio era proprio il 31 ottobre».

Quindi la sua “fonte” si incontra con Provenzano.

«Sì, al famoso bivio di Mezzojuso. Noi andiamo prima, il Capitano mi fa vedere dove sarebbe stato il servizio. E mi indica i posti dove si sarebbero messi gli uomini. Ricordo che di fronte al bivio, dall’altra parte della strada, c’era un gruppo di alberi dove c’erano alcuni con le macchine fotografiche. Poi c’era una parte rialzata dove c’erano altri uomini. Noi ci mettiamo distante. E abbiamo conferma che era stato stabilito il contatto con Ilardo, che erano stati prelevati ed erano andati via lungo lo scorrimento veloce. Dopo un po’, non sapendo quando sarebbe durato l’incontro, rientro a Catania. Per essere subito pronto a contattarlo. Prima di rientrare mi fermo alla cabina telefonica e avviso il dott. Pignatone di quanto era successo. La sera, a Catania, incontro finalmente Ilardo, che mi racconta quello che è successo. E io lo riferisco immediatamente a Mori e al capitano Damiano (ex ufficiale del Ros di Caltanissetta, nda)».

Cosa le riferisce Ilardo dell’incontro con Provenzano?

«Quello che ho scritto nel Rapporto.»

Cosa ha scritto nel Rapporto?

«È un incontro che si svolge in due giornate. Ilardo, prima di tutto, mi ricostruisce in maniera molto semplice, ed era molto semplice, l’individuazione del casolare. Lo ripeto e non lo dico per piaggeria e non lo dico perché ci sono state tutte le storie che sa anche lei. Un giorno a un giornalista della Rai dico: ‘non le faccio nessun commento, le do le indicazioni che ho scritto sul Rapporto. Lei le segua e mi dica se è capace di trovare il casolare’. Questo è andato, mi telefona e dice: ‘Colonnello, ho capito tutto. Ha ragione lei’Non ci voleva l’arca di scienza per capire. Bastava andare dritto, c’era un distributore di benzina sulla sinistra, bastava andare più avanti e l’unica strada che girava nella curva era quella. Il casolare era il primo che si trovava, di fronte c’era l’ovile. Era di una semplicità assurda».

Tornado ad Ilardo e all’incontro con il boss latitante?

«Mi da queste indicazioni e mi dice che l’incontri si era svolto, come ho scritto sempre nel Rapporto, in due fasi. In una prima fase, loro erano di fronte al casolare, dove avevano aspettato il Ferro, il medico, che sarebbe arrivato. Aveva visto che il Provenzano aveva cotto la carne con poco sale, per via della prostata (operata, nell’ottobre del 2003, dall’urologo Attilio Manca a Marsiglianda). Gli racconta che si ricordava di lui dalla storia dello zio, di tutte le problematiche, che dovevano recuperare il contatto con tutti. Ilardo mi riferisce tutto quanto e mi ripete di arrestarlo quando si allontanava. Per una questione umana, per non sentirsi un infame. E io gli ripetevo che non doveva preoccuparsi, doveva solo pensare a mandare il segnale. In quel modo avevamo già arrestato un sacco di latitanti. La fiducia tra noi era grande. Poi mi fa tutta la descrizione: Provenzano era smagrito, aveva i capelli bianchi. Una descrizione che porterà al famoso identikit, perfettamente combaciante con il personaggio che poi (molto poi, dopo 11 anni, nda) verrà arrestato.

Quindi lei era convinto di poterlo arrestare?

«Ero convinto che si sarebbero fatti gli appostamenti. Riferisco a Mori e gli dico: ‘guardi, faccio io l’attività’. E lui mi risponde che l’avrebbero fatta loro, De Caprio con la sua squadra, poi Obinu. Ma dopo una settima resto sorpreso. Mori continuava a dire: ‘mettiamo gli aerei militari, andiamo, facciamo’. Dopo una settimana mi dicono: ‘non abbiamo trovato niente. Fatti spiegare meglio perché non troviamo nulla’.  

Non trovano il casolare dove era “nascosto” Provenzano?         

«Dico: ‘ma è così semplice’. Vado da Ilardo, pieno di vergogna, e rifacciamo il sopralluogo. Rifaccio tutto il percorso, con Ilardo nascosto dal passamontagna e disteso. Una semplicità disarmante. E riferisco tutto, di nuovo, a Mori e Obinu. Dopo una settimana arrivano e dicono: ‘non riusciamo a trovare nulla’. Al che io dico: ‘questi o ci fanno o ci sono’.

Faccio di nuovo il sopralluogo con Ilardo, faccio le relazioni scritte. Sia nelle relazioni che nel rapporto, in maniera molto provocatoria, indico anche le coordinate geografiche. Non si è mai visto. Di questi rapporti nessuno mi ha chiesto nulla.

L’unica cosa che sanno chiedere, quando Ilardo muore, è di estromettere dal rapporto la relazione di servizio. Anche di fronte a rapporti dove si fa riferimento alle relazioni scritte quelli continuavano a sostenere che non ho fatto nessuna relazione di servizio. Ma fortunatamente le ho ritrovate. C’è qualche magistrato che ha contestato loro che hanno nascosto? Non lo leggo. Questa è la più grande amarezza.

Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…»

A chi si riferisce?

«A Mori, Subranni. Questi sono parte dei personaggi, mica solo loro».

E, quindi, dicono di non trovare il casolare?

«Dicono che non lo trovano».

Provenzano verrà arrestato undici anni dopo.  

«Ilardo chiedeva cosa stessimo facendo, io non sapevo più cosa rispondere. Cosa dovevo dire? Andavo da Mori e lui mi diceva di rispondere: ‘stiamo lavorando, stiamo verificando’».  

E ci hanno messo undici anni per verificare.

«Andavano a mettere l’acqua ai fiori sul davanzale di Provenzano».

Ma Provenzano resterà in un quel casolare? Verrà avvisato da qualcuno di queste attività?

«A questo punto posso dire solamente che lì, Provenzano, c’è stato. Ne danno conferma anche i collaboratori di giustizia, come Giuffrè.

Non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue.

Ho lavorato per lo Stato, ho vissuto di mio, non ho voluto e non voglio niente da nessuno. Ho fatto delle scelte di vita, per quello Stato in cui credevo, come quel povero Ilardo e i miei superiori seri, ne ho avuti tanti, come Dalla Chiesa ed altri. Ne hanno pagato sulla loro pelle anche loro.

Non dovevano permettersi di fare questo. Me la prendo con chi ha permesso loro di comportarsi in questo modo. Come si fa a dire che c’erano i pastori. Quando abbiamo preso Fracapane abbiamo preso anche i pastori con i cani, che facevano i favoreggiatori al Fracapane. Avrei arrestato tutti lì, per dire. Non è che mi scantavo di quattro pastori».

Quindi non l’hanno voluto prendere?

«È ovvio che non l’hanno voluto prendere e che hanno lavorato per altri interessiProvenzano ha portato avanti il suo progetto, Forza Italia ha vinto 60 a 0 (nel 2001 il centrodestra in Sicilia conquisterà 61 seggi uninominali, nda). Scusate, due più due fa quattro».

C’era una Trattativa in corso con lo Stato?

«Certo, certo. Per chi lavoravano?»

Per chi lavoravano?

«Non hanno certo lavorato per le Istituzioni».

Undici anni dopo, quindi nel 2006, Provenzano verrà arrestato in quello stesso casolare?

«No, non verrà arrestato nello stesso casolare. Sempre nella stessa zona».

Quindi si sposterà?

«Dopo si sposta. In quel casolare viene arrestato, sempre dalla Polizia di Stato, un altro latitante. Non dai carabinieri, figuriamoci. Ovviamente i Carabinieri sono persone serie. Alcuni carabinieri di quel Ros non lo erano. L’ho detto in mille udienze, dove sono andato. Ancora non riesco a capire perché nessun magistrato abbia mai fatto nulla.   

Mi cercano di far collaborare quando si decide di far pentire Ilardo, in maniera formale, non con Palermo ma con Caltanissetta. E mi portano ad avere più incontri con Tinebra, perché si doveva pentire con loro. L’ho visto come un tentativo di condizionare le indagini. Però si vede che a loro è permesso di fare questo. Quando arrivo a Roma si presenta il momento del riscontro definitivo di tutto…»

Cosa succede a Roma?

Fine terza parte/continua      

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Un soggetto agli arresti domiciliari può utilizzare Facebook?

USO DEI SOCIAL. Ne abbiamo parlato con Enzo Guarnera, noto penalista del Foro di Catania: «Il collaboratore di giustizia non ha normalmente limitazioni. Ovviamente non può mettersi in contatto con persone che appartengono o appartenevano al clan del quale egli faceva parte. Perché questo sarebbe un fatto estremamente grave».

Un soggetto agli arresti domiciliari può utilizzare Facebook?

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Il Tribunale del riesame di Catania confermava l’ordinanza del GIP del Tribunale di Ragusa che aveva disposto l’aggravamento della misura custodiale, da domiciliare a inframuraria, per omissis in seguito a violazioni delle misura domiciliare ritenute gravi (usava facebook agli arresti domiciliari)». In questo modo inizia la sentenza della Suprema Corte di Cassazione Sez. II n. 46874 del 2016 che vieta a chi è detenuto agli arresti domiciliari di usare facebook e gli altri social (instagram, twitter, telegram, linkedin, etc.)».

«La prescrizione di non comunicare – continua la sentenza del 2016 – con persone estranee deve essere inteso nel senso di un divieto non solo di parlare con persone non conviventi, ma anche di stabilire contatti con altri soggetti, sia vocali che a mezzo congegni elettronici. Il messaggio diffuso sul social network (usando facebook agli arresti domiciliari), peraltro, è oggettivamente criptico per i più ed indirizzato a chi può comprendere perché sottintende qualcosa di riservato e conosciuto da una ristretta cerchia di persone ed è chiaramente intimidatorio, a dispetto del tono volutamente suggestivo, rafforzato dalle coloratissime emoticon, ancora più esplicitamente intimidatorie».

Allora, può o non può un soggetto agli arresti domiciliari scrivere messaggi privati e commentare i post di altri utenti? È normale leggere commenti e messaggi pubblici – nei profili di questi soggetti – dove si usano le parole “lo zio”“lo giaguaro e l’amico del giaguaro”?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Enzo Guarnera, noto penalista del Foro di Catania, che si occupa, professionalmente, anche di collaboratori e Testimoni di giustizia. «Il divieto (di stare sui social, nda) non è generalizzato. Di volta in volta, secondo il capo di imputazione e secondo il soggetto che è stato condannato e ammesso ai domiciliari, i magistrati danno delle prescrizioni. Più o meno restrittive».

Che significa?

«Talvolta dicono si può incontrare soltanto con i familiari conviventi nello stesso appartamento e con gli avvocati. Non può avere contatti con persone estranee alla famiglia convivente e non può avere comunicazioni telefoniche di alcun genere e, ovviamente, non può utilizzare i social. Questo talvolta è detto espressamente. Se, invece, questi divieti espressamente non ci sono messi è chiaro che lui ha un solo obbligo».

Quale?

«Quello di stare a casa e non muoversi. Però gli amici possono andarlo a trovare, se non c’è un divieto espresso di incontro con persone diverse dai familiari».

Possiamo fare un esempio?

«Se sono ai domiciliari per un furto o uno scippo, quindi un reato odioso però non particolarmente grave, questi divieti restringenti non me li danno. Se, invece, sono a casa per un reato collegato all’attività mafiosa o un reato per il quale potrei ancora inquinare le prove, in qualche modo, allora evidentemente vengo costretto a comportamenti molto più limitativi della mia libertà. Ma questo, di volta in volta, viene messo nel provvedimento che concede i domiciliari».

Lo stesso vale anche per un collaboratore di giustizia?

«Il collaboratore di giustizia non ha normalmente limitazioni, se non quelle derivanti dalla sicurezza. Se per un collaboratore di giustizia, ammesso alla detenzione domiciliare, non c’è nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza una limitazione è chiaro che lui sui social può scrivere. A condizione che non riveli, attraverso i social, la località dove si trova. Perché questo verrebbe contro alle prescrizioni del Servizio Centrale di Protezione, per ragioni di sicurezza».

Vale per tutti i tipi di contatti?

«Ovviamente il collaboratore di giustizia non può mettersi in contatto con persone che appartengono o appartenevano al clan del quale egli faceva parte. Perché questo sarebbe un fatto estremamente grave che potrebbe anche far perdere il programma di protezione».  

Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975, scriveva: «Io so. Ma non ho le prove». Noi chiudiamo dicendo che le prove, come sempre, le abbiamo.   

Premio “ARMIDA MISERERE” 2020

Ha consegnato il Premio lo scrittore, sceneggiatore e regista Marcello Braucci.

Armida Miserere, cresciuta a Casacalenda, è stata una delle prime donne
in Italia a dirigere un carcere. La sua carriera è iniziata a 28 anni
come vice-direttore della Casa Circondariale di Parma e, attraversando
tutta Italia, non si è mai arrestata fino al 2003 quando Armida si è tolta la vita. Nel 1990, il compagno Umberto Mormile era stato ucciso in un
agguato di ‘ndrangheta
.

Quest’anno il Premio è stato consegnato al giornalista e scrittore Paolo De
Chiara
, che nel 2012 decide di pubblicare le risultanze di ricerche
effettuate sul caso mafioso della testimone di giustizia Lea Garofalo,
la donna che si ribellò alla mafia intitolato Il Coraggio di dire No.
Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta. Attivista nella
diffusione della cultura della legalità soprattutto all’interno delle
scuole, si occupa di infiltrazioni criminali.

Grazie di Cuore agli Amici di Armida e all’amico Michele Giambarba, senza dimenticare Molise Cinema.

Casacalenda, 5 agosto 2020

IO HO DENUNCIATO a MACCHIAGODENA (Is)

Grazie di Cuore a tutti.
#iohodenunciato #ihd #Macchiagodena

Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»

LA DIATRIBA. La decisione dell’Amministrazione comunale non è stata accolta favorevolmente dai sindacati che chiedono un tavolo di confronto. Per Antonio Amantini della Cgil: «Non siamo stati coinvolti. Riteniamo questo atteggiamento lesivo delle corrette relazioni sindacali. La delibera è in contrasto con le norme nazionali». Per il primo cittadino: «Il coinvolgimento dei sindacati, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. È un momento per tornare alla normalità».

Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»
Il Comune di Campobasso

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La delibera 159 del Comune di Campobasso sulla conclusione del lavoro agile, efficace dal 31 luglio, non è passata inosservata. Ha creato qualche «malumore – secondo i sindacati – tra i dipendenti di Palazzo San Giorgio».

Tre sigle (Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl) hanno inviato una nota agli organi di informazione. «Le scriventi Organizzazioni Sindacali chiedono di voler aprire con cortese sollecitudine, un tavolo di confronto al fine di meglio disciplinare la regolamentazione applicativa relativa al rientro in sede del personale dipendente dalla modalità di lavoro agile (smart working). Detta richiesta è motivata alla luce della proroga da parte del Governo dello stato di emergenza fino al 15/10/2020, così come da Decreto n. 59 del 29 luglio 2020».

Abbiamo contattato uno dei sindacalisti, Antonio Amantini, per comprendere meglio il suo pensiero: «Siamo per un rientro dallo smart working, ma questo rientro deve essere fatto in sicurezza per il personale e per gli utenti. E devono essere utilizzati tutti i dispositivi di protezione individuale e la sanificazione degli uffici. Il rientro deve essere dilazionato nel tempo».

Le sigle sindacali unitarie contestano anche la mancanza di coinvolgimento. «Lo riteniamo un grave elemento lesivo delle corrette relazioni sindacali. Siccome nei vari DPCM che si sono susseguiti, in particolare nel protocollo del 14 marzo è previsto, in qualche modo, il monitoraggio insieme alle organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori. Ma questa cosa non è stata fatta.»

Per Amantini non tutto, però, è da buttare. «Un dirigente ha fatto una nota ai propri dipendenti contrari a quella delibera». In che senso? «Loro (l’Amministrazione comunale di Campobasso, nda) hanno fatto solo la delibera di giunta. Dopodiché i dirigenti dovrebbero aver recepito la delibera, facendo una ordinanza nella quale dovevano ordinare al proprio personale di rientrare. Ma ordinanze di rientro fatte dai dirigenti non ne ho viste. Ne ho vista solo una fatta da un dirigente che dice ‘si, rientriamo. Ma rientriamo come dice la norma, rientriamo in sicurezza, rientriamo con tutte le dotazioni’. Ovviamente a noi questo sta bene, sta benissimo. Le cose vanno fatte come scrive quel dirigente. Ma questo vale solo per i componenti di quell’ufficio, che hanno avuto quell’ordinanza di quel dirigente». E per il resto? «Per il resto è caos più totale».  

Per il primo cittadino Roberto Gravina (nella foto in alto) la situazione è sotto controllo. «Capisco che ci si lamenti. Ma noi abbiamo iniziato gradatamente a ritornare di presenza. Ho lasciato ai dirigenti di valutare area per area quali saranno le opportunità per rientrare. Secondo me fa bene anche al mondo del lavoro, in un momento come questo dove, oggettivamente, c’è più tranquillità. Soprattutto per quei servizi che richiedono il contatto con il pubblico».

Quindi una delibera per ritornare alla normalità?

«Noi stiamo tornando alla normalità anche perché, per quanto siamo stati bravi a lavorare in smart working, abbiamo però registrato qualche problema, soprattutto sui servizi al cittadino, che possono essere dalla carta d’identità a tutto il settore anagrafe, a tutto il settore demografico in generale. E poi anche il commercio e l’urbanistica. Questo è il senso. Non capisco quale sia il dramma. È vero, l’unica cosa sulla quale ho chiesto, tra virgolette, di rimediare è che ogni dirigente darà il tempo necessario alle proprie aree per potersi adeguare.»

I sindacati lamentano il fatto di non essere stati coinvolti.

«Il coinvolgimento per la ripresa, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Comunque anche su un altro aspetto importante noi stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. Quindi è un momento per tornare alla normalità, fermo restando che se i sindacati vorranno in qualche modo avere chiarimenti siamo pronti a darli. Ci mancherebbe. Massima apertura. Però ci deve essere anche per loro la consapevolezza che il cittadino lamentava e richiedeva, comunque, uno sforzo maggiore da parte dell’Amministrazione. E lo facciamo in un periodo assolutamente tranquillo e gestibile».

Per il sindacalista della Cgil, Antonio Amantini, si è registrato il «caos tra i dipendenti». A lei risulta questa reazione?

«Io ho semplicemente detto ai dirigenti, atteso che quando abbiamo adottato la delibera davo per scontato che avessero comunicato alle singole aree la situazione di ripresa. Se questo non è avvenuto, infatti, ho chiesto ai dirigenti di parlare con tutti i propri funzionari, i propri dipendenti per dare la possibilità, in totale serenità, di decidere. Immagino anche che qualcuno, lo dico senza ironia, era fuori città e riusciva a lavorare in smart working e, quindi, bisogna dare il tempo a tutti di rientrare. Però già oggi eravamo al 60%. Sinceramente a me il caos non risulta».

Quindi è una delibera elastica?

«La delibera non è che è elastica. Praticamente offre un po’ di elasticità ai dirigenti per poter ritornare in presenza, comunque, in settimana. Se ci sono dei problemi ce lo faranno presente e verificheremo».        

Ecco la DeliberaNumero 159 del 31-07-2020

CESSAZIONE EFFICACIA DEL REGOLAMENTO TEMPORANEO PER L’ADOZIONE DEL LAVORO AGILE (SMART WORKING) E DELLA POSSIBILITA’ DI RICORRERE ALL’ESENZIONE DAL LAVORO IN CONSEGUENZA DELL’EMERGENZA SANITARIA COVID-1

LA GIUNTA COMUNALE

Vista la proposta di deliberazione di seguito riportata.

Visto il D. Lgs. n. 165 del 30.03.2001, recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle

dipendenze elle pubbliche amministrazioni”, e successive modificazioni e integrazioni.

Visto il D. Lgs. n. 82 del 07.03.2005, recante “Codice dell’amministrazione digitale”.

Visto il D. Lgs. n. 80 del 15.06.2015, recante “Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della Legge n. 183 del 10.12.2014.

Vista la Risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 13 settembre 2016 “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale”.

Visti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro del personale non dirigente del Comparto Funzioni Locali, della Dirigenza del Comparto Regioni e Autonomie Locali e dei Segretari Comunali e Provinciali.

Visti i Contratti Collettivi Decentrati Integrativi in vigore presso il Comune di Campobasso.

Vista la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1.2.2020, con la quale è stato dichiarato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, per la durata di 6 mesi a decorrere dalla data del provvedimento stesso.

Visto il D.L. 6 del 23.02.2020, convertito dalla legge n. 13 del 05.03.2020, il quale introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da virus COVID-2019.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 26.02.2020 con il n. 388, recante le prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da CODIV-2019 nelle pubbliche amministrazioni al di fuori delle aree di cui all’articolo 1 del D.L. n. 6/2020.

Visto l’art. 4 del DPCM 01.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 52 del 01.03.2020, il quale ha esteso la possibilità di applicare la modalità di lavoro agile per la durata dello stato di emergenza.

Visto il DPCM 04.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 55 del 04.03.2020.

Visto il DPCM 08.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 08.03.2020 con il quale è stato disposto il lockdown in conseguenza dell’acuirsi dell’emergenza sanitaria COVID-19.

Visto il DPCM 09.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 62 del 09.03.2020.

Visto il DPCM 11.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 64 dell’11.03.2020.

Visto il DPCM 01.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 02.04.2020.

Visto il DPCM 10.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 dell’11.04.2020.

Visto il DPCM 26.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 108 del 27.04.2020, con il quale è stata disposta la fine del lockdown totale alla data del 3 maggio 2020.

Visto il DPCM 17.05.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 126 del 17.05.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 18 maggio 2020.

Visto il DPCM 11.06.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 147 dell’11.06.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 15 giugno 2020.

Visto il DPCM 14.07.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 14.07.2020, con il quale sono state prorogate le disposizioni di cui al DPCM 11.06.2020 fino al 31 luglio 2020.

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Preso atto che il prossimo 31 luglio cesserà anche lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 2/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 12.03.2020 con il n. 446, recante indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Preso atto che detta direttiva dispone che “In considerazione delle misure in materia di lavoro agile previste dai provvedimenti adottati in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, le pubbliche amministrazioni, anche al fine di contemperare l’interesse alla salute pubblica con quello alla continuità dell’azione amministrativa, nell’esercizio dei poteri datoriali assicurano il ricorso al lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, fermo restando quanto previsto dall’articolo

1, comma 1, lettera e) del DPCM 8 marzo 2020”.

Visto l’art. 87, comma 1, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019, ovvero fino ad una data antecedente stabilita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione, il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che, conseguentemente:

a) limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza;

b) prescindono dagli accordi individuali e dagli obblighi informativi previsti dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81.”.

Visto l’art. 87, comma 3, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Qualora non sia possibile ricorrere al lavoro agile, anche nella forma semplificata di cui al comma 1, lett. b), le amministrazioni utilizzano gli strumenti delle ferie pregresse, del congedo, della banca ore, della rotazione e di altri analoghi istituti, nel rispetto della contrattazione collettiva. Esperite tali possibilità le amministrazioni possono motivatamente esentare il personale dipendente dal servizio. Il periodo di esenzione dal servizio costituisce servizio prestato a tutti gli effetti di legge e l’amministrazione non corrisponde l’indennità sostitutiva di mensa, ove prevista. Tale periodo non è computabile nel limite di cui all’articolo 37, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3.”.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.3.2020 con la quale è stato approvato il regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 il quale introduce misure dirette a ridurre il più possibile la presenza contemporanea dei dipendenti negli uffici dell’Amministrazione Comunale allo scopo di limitare le occasioni di interazione e conseguentemente di diffusione del contagio da virus COVID-19.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.4.2020, con la quale è stata prorogata l’efficacia del regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 per tutta la durata dell’emergenza sanitaria in atto, tenendo conto della sua evoluzione, come da disposizioni dettate dagli organi istituzionali competenti.

Vista la delibera di Giunta Comunale 85 del 7.4.2020 con la quale i Dirigenti dell’Ente sono stati

autorizzati a concedere al personale delle rispettive strutture non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, l’esenzione dal servizio di cui all’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, a condizione che l’interessato abbia fruito di tutte le ferie pregresse maturate alla data di concessione dell’esenzione e di tutti i permessi retribuiti eventualmente spettanti (permessi per motivi personali o familiari, permessi legge n. 104/1992, congedo parentale, ecc.).

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Visto l’art. 263 del Decreto Legge n. 34 del 19.05.2020, come modificato dalla legge di conversione n. 77 del 17.07.2020, pubblicata nel S.O. n. 25 alla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 18.07.2020, il quale dispone che le amministrazioni pubbliche adeguano l’operatività di tutti gli uffici pubblici alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali.

Vista la circolare n. 3/2020 con la quale il Ministro per la Pubblica Amministrazione, nel fare riferimento alla norma sopra citata, afferma che: la presenza del personale nei luoghi di lavoro non è più correlata alle attività ritenute indifferibili

a) ed urgenti;

b) l’istituto dell’esenzione dal servizio risulta superato.

Dato atto che la suddetta circolare evidenza la necessità che ciascuna pubblica amministrazione, nel definire il percorso di ritorno alla normalità, tenga in debito conto l’esigenza di garantire la tutela della sicurezza e della salute dei dipendenti e si adegui alle indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.07.2020, allegato alla circolare stessa, validato dal Comitato tecnico-scientifico, organismo a supporto del Capo Dipartimento della Protezione Civile per l’emergenza Covid-19, e sottoscritto il 24 luglio 2020 con le Organizzazioni Sindacali.

Dato atto che le misure di prevenzione indicate nel suddetto protocollo risultano sostanzialmente applicate all’interno di questo Ente.

Ritenuto, comunque, di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.).

Preso atto che il progressivo calo dei contagi da COVID-19 e del numero dei ricoverati negli ospedali ha ridotto la pressione sulle strutture sanitarie regionali le quali riescono a gestire in condizioni di normalità i pochi casi rimasti.

Preso atto che il 31 luglio cesserà lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Preso atto che è attualmente all’esame del Governo l’ipotesi di proroga dello stato di emergenza fino al 15 ottobre 2020 al fine di gestire la fase di ripristino delle condizioni di normalità di tutte le attività che hanno subito limitazioni nella fase acuta dell’emergenza sanitaria.

Rilevato, quindi, che la fase acuta dell’emergenza sanitaria COVID-19 può ritenersi superata e che, pertanto, può disporsi il graduale rientro alla normalità dell’attività dell’Ente.

Rilevato che gran parte dei dipendenti dell’Ente sono impegnati in attività indifferibili non effettuabili in regime di lavoro agile (Polizia Locale, attività di protezione civile, servizi manutentivi, farmacie, ecc.) e in altre attività che richiedono comunque il servizio in presenza (servizi sociali, servizi demografici, servizi di front office, ecc.) per cui, di fatto, la maggior parte del personale già lavora in presenza.

Considerato che l’eventuale applicazione del lavoro agile al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità, come prevista dall’art. 263, comma 1, del D.L. n. 34/2020,

modificato dalla Legge n. 77/2020, di fatto riguarderebbe un numero relativamente esiguo di dipendenti con effetti molto limitati sulla riduzione della presenza contemporanea di personale negli uffici e, quindi, con effetti pressoché nulli sulla riduzione del rischio di contagio da COVID-19.

Preso atto che questo Ente ha adottato tutte le misure organizzative necessarie per ridurre il rischio di contagio sia tra i dipendenti che in relazione alle procedure di accesso dell’utenza.

Ritenuto, quindi, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020.

Ritenuto, inoltre, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, come prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020.

Ritenuto, pertanto, di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 1° agosto 2020, nel rispetto delle misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19.

Visto l’art. 48 del T.U.E.L. che rimette alla Giunta Comunale l’approvazione dei regolamenti concernenti l’organizzazione degli uffici e dei servizi;

Visto l’art. 5, comma 2 del D.Lgs. 165/2001, come da ultimo modificato dal D.L. 95/2012, convertito dalla Legge n. 135/2012 (cd. spending. review), ai sensi del quale per tutto ciò che concerne l’organizzazione degli uffici è prevista la sola informazione ai sindacati.

Rilevato che il Dirigente del Servizio interessato da atto della regolarità tecnica e della correttezza amministrativa del presente provvedimento, ai sensi dell’art. 147-bis del D. Lgs. n. 267 del 18.8.2000, come introdotto dall’art. 3 del D.L. n. 174 del 10.10.2012, convertito dalla legge n. 213 del 7.12.2012.

IL FUNZIONARIO IL DIRIGENTE

Dott. Angelo Ruggi Dott. Nicola Sardella

(Sottoscrizione con firma elettronica) (Sottoscrizione con firma digitale)

Esaminata la proposta sopra riportata.

Visto l’art. 48 del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000 in ordine alle competenze della Giunta Comunale.

Visto il parere favorevole di regolarità tecnica e l’attestazione di correttezza delle disposizioni contenute nel presente provvedimento espresso ai sensi degli artt. 49 comma 1 e 147-bis del D.Lgs. n. 267/2000.

Vista l’attestazione di coerenza con gli indirizzi della programmazione comunale e con gli obiettivi assegnati alla struttura burocratica prevista dalla deliberazione di G.M. n. 161/2015.

Visto l’art. 134, comma 4, del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000, in merito alla immediata eseguibilità delle deliberazioni in caso di urgenza.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 59 del 09.03.2020 avente ad oggetto: “SVOLGIMENTO DELLE SEDUTE DI GIUNTA COMUNALE IN AUDIO CONFERENZAVIDEOCONFERENZA E/O TELECONFERENZA. APPROVAZIONE DI LINEE GUIDA”;

Con voti unanimi palesi espressi nelle forme di legge,

DELIBERA

Per le ragioni sopra espresse:

di cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione 1. del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020;

2.di cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020;

3.di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 01.08.2020, nel rispetto di tutte le misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19;

4.di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso secondo le indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.7.2020, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.);

5.di riservarsi di provvedere con successivi atti all’eventuale collocamento di parte del personale in modalità di lavoro agile, nel limite della percentuale stabilita dall’art. 263 del D.L. n. 34 del 19.5.2020, come modificato dalla legge n. 77 del 17.7.2020, qualora dovesse presentarsi l’esigenza, da valutare anche in relazione all’evoluzione dei contagi e del conseguente rischio;

di trasmettere copia del presente atto alle Organizzazioni Sindacali firmatarie del CCNL del 6. 21.05.2018 e alla R.S.U. del Comune di Campobasso, quale informazione, in applicazione dell’art. 5, comma 2, del D.lgs. n. 165/2001 e dell’art. 4 del CCNL del 21.05.2018;

7.di dichiarare, con separata e unanime votazione palese, il presente atto immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del D. Lgs. n. 267 del 18.08.2000.

Il presente verbale viene sottoscritto con firma digitale.

Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

STATO DEVIATO. 2 agosto 1980, ore 10:25. Scoppia la bomba: 85 morti e 200 feriti. Sono passati quarant’anni da quella esplosione, la ferita è ancora aperta. Una tappa della “strategia della tensione” (che ha accompagnato la storia del nostro Paese da Portella della Ginestra, 1947). Bombe, ombre straniere, depistaggi, presenze grigie, servizi segreti, pezzi delle Istituzioni e di uno Stato deviato, mafie, fascisti, omicidi, massoneria, “menti raffinatissime”. Un mix esplosivo. Abbiamo intervistato, per comprendere gli ultimi eventi, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Uno squarcio di verità dopo quarant’anni di silenzi, segreti e depistaggi. «Dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. La gang è ben strutturata e funziona ancora».

Il 2 agosto del 1980, alle ore 10:25 una bomba, posizionata nella sala di attesa della stazione di Bologna, uccide 85 persone e ne ferisce 200. Destabilizzare per stabilizzare. Dietro a questa definizione si sono nascosti massoni, pezzi delle Istituzioni, uomini dei servizi, fascisti, terroristi, assassini. Le maledette “menti raffinatissime” che hanno gestito la storia di questo Paese. Da Portella della Ginestra in poi. Sino ad oggi.

Dopo quarant’anni di attesa, però, qualcosa sta emergendo. «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione – che da 39 anni chiede giustizia e verità – ne è certo. E quest’anno, alla individuazione dei mandanti, bisogna aggiungere un altro tassello importante: dopo quarant’anni un Presidente della Repubblica mette piede in quei luoghi di morte. L’ultima volta, quasi mezzo secolo fa, era capitato a Sandro Pertini. Dopo il presidente partigiano nessuno più.

L’ennesima vergogna di Stato. Nemmeno il coraggio di metterci la faccia. Per quale ragione? Per paura di qualche fischio? O per le responsabilità istituzionali? «Mattarella ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere».

Stiamo parlando di una Strage di Stato, scaturita da una lunga strategia della tensione. Con gli stessi personaggi squallidi che si ritrovano in altre situazioni scabrose. I conti con il passato non si vogliono proprio fare.

Destabilizzare per stabilizzare. Ed ora è arrivato il momento di destabilizzare. Ma in maniera legale e attraverso il rispetto delle regole. E i magistrati ce la stanno mettendo tutta. Licio Gelli, il prosecutore della loggia P2 – fondata da Cefis (Pasolini ne sapeva qualcosa) – è il mandante della strage. Il nuovo tassello è arrivato. E si possono ricostruire i legami: Loggia P2Nar (Nuclei armati rivoluzionari), pezzi dello StatoD’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e altri squallidi soggetti.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Bolognesi, perché la memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. E siamo partiti proprio dal maledetto “Venerabile”.      

«A Gelli, quando è stato arrestato in Svizzera, gli è stato sequestrato un foglietto con tutta una serie di conti, 5 milioni di dollari che venivano dal suo conto svizzero, che avevano tutta una serie di beneficiari strani. Quando abbiamo trovato quel foglietto abbiamo fatto, tramite i nostri avvocati, delle memorie. Adesso la Procura generale ha indagato su questo biglietto, con la dizione “Bologna”. Era un foglietto che lui teneva nel portafoglio, vicino al cuore, dentro la giacca. Non dentro le borse, una cosa molto particolare. Da questo, la Finanza ha fatto tutte le analisi della questione e si è visto che ci sono una serie di soldi che sono andati a finire, molto probabilmente, a Federico Umberto D’Amato. La dichiarazione dei giudici di venerdì scorso è che quasi un milione di dollari è andato a finire nelle tasche degli esecutori materiali della strage.»

Lei ha nominato D’Amato, capo indiscusso degli Affari Riservati del Ministero degli Interni, con tessera P2 n. 1643. Cosa può aggiungere su questo personaggio che ritroviamo in tanti episodi torbidi della storia di questo Paese? (strategia della tensione, strage piazza della Loggia, attentato treno Pescara-Roma, omicidio dell’anarchico Pinelli, strage di piazza Fontana…)

«È sempre stato al vertice del Ministero degli Interni, lo ha gestito lui, per quel che riguardava la sicurezza. È considerato un factotumun grande manovriere di tutti questi affari strani italiani. Non misteri, ma segreti. I misteri sono solo nelle religioni».

Fu D’Amato a nascondere determinati documenti?

«Da quello che salta fuori, i giudici hanno trovato dei documenti, dei pezzi di ordigni di altre stragi. Non solo per la strage di Bologna, ma anche altre situazioni. Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario

Stiamo parlando della «strategia della tensione».

«Sì, tutta la strategia della tensione che, in pratica, è iniziata nel ’65 con il convegno dell’Istituto Pollio e poi, probabilmente, sta proseguendo ancora adesso».

Quella stagione ancora non è finita?

«No, assolutamente. Bisogna tener presente che dei quattro rinviati a giudizio ce n’è uno, Bellini, che si trovava sul posto subito dopo la strage. Gli altri tre: due sono accusati di depistaggio e di falsa testimonianza. Sono tutte cose fatte nel 2019, non nel 1980. Questo vuol dire che dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. Vuol dire che la gang è ben strutturata e funziona ancora

Possiamo ricordare gli altri soggetti?

«Quintino Spella, il capocentro del Sisde di Padova; Segatel, un indagatore dei carabinieri; Catracchia, quello che amministrava per conto dei servizi. Aveva una società che gestiva degli appartamenti dei servizi in via Gradoli

Via Gradoli fa pensare al sequestro Moro.

«Esatto. La stessa unità immobiliare che è servita per il caso Moro è servita anche ai Nar per uccidere Straullu e Di Roma. Una casa dei servizi. Stiamo parlando della stessa unità immobiliare, dello stesso appartamento.»

Dalla strage di Bologna, come lei ha ricordato, sono trascorsi quarant’anni: quali tasselli ancora mancano?

«Adesso bisogna vedere. L’indagine è ancora in corso, non è finita. Adesso bisogna vedere, quando faranno tutti i rinvii a giudizio, se ci manca qualche cosa.»

Lei è fiducioso?

«Noi siamo fiduciosi. Anche perché le intuizioni che abbiamo avuto, coi mezzi che abbiamo noi, non è che possiamo far fare le indagini alla Finanza. I giudici hanno fatto far fare le indagini alla Finanza e di ogni lira spesa si sa dove è andata a finire. Ecco, per intenderci. E quando ti dicono che un milione è andato agli esecutori materiali e di esecutori materiali in questo momento noi abbiamo Mambro, Fioravanti, Ciavardini e Cavallini in primo grado. O tutti o qualcuno di questi si son presi un milione di dollari».

Da dove proveniva questo milione di dollari?

«Ufficialmente veniva per le truffe del Banco Ambrosiano».

Il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

«Esatto.»

Cosa c’è dietro questa strage?

«La loggia massonica P2, i servizi segreti che erano nelle mani della loggia massonica P2 e poi ci sono i terroristi e i fascisti che venivano pagati dalla loggia massonica P2».

E lo Stato? Quali pezzi dello Stato sono implicati in questa strage?

«Tutti i direttori dei servizi, chi più chi meno, erano implicati. Nel momento in cui si è cominciato a sapere, alla fine di giugno del 1980, che c’era la possibilità di un grande attentato agli inizi di agosto i servizi non è che si siano mossi per bloccare, per cercare di prevenirlo. Hanno fatto in modo che i terroristi non avessero problemi. E questa è la grande schifezza che viene fuori».

Da dove è arrivato l’esplosivo?

«Un esplosivo militare ad alto potenziale, con il T4 che aumentava la potenzialità…»

Tritolo e T4?

«Una cosa del genere. Questa miscela arrivava, in gran parte, da vecchi ordigni militari svuotati. Parliamo di ordigni del dopoguerra. Molto probabilmente, sembra che ci fossero dei laghetti vicino al lago di Garda da dove prelevavano questi ordigni che poi svuotavano».

Cosa è cambiato dal 2 agosto del 1980 al 2 agosto del 2020?

«Innanzitutto, in quegli anni, non sapevamo neanche chi fosse, cosa potesse essere, ect. Adesso abbiamo in mano gli esecutori materiali, almeno una parte, poi abbiamo i fotogrammi, le fotografie. Probabilmente c’erano molte altre persone il 2 agosto a Bologna. Poi c’è un’indagine in corso che sta dando degli sviluppi notevoli verso i mandanti e ci auguriamo veramente che si arrivi alla verità».

Qual è la più grande delusione che lei ha registrato in questi anni?

«Verso gli apparati statali».

Perché?

«Tenga presente che quest’anno è venuto Mattarella (presidente della Repubblica, nda), ma dopo Pertini qui non è venuto nessuno. Tranne Ciampi che è venuto quando era presidente del Consiglio, non presidente della Repubblica».

Si è fatto una opinione su queste assenze istituzionali?

«Ma io vedo, in molti di questi Presidenti… ad esempio, come mai un Cossiga era un fautore della pista palestinese? C’è da dire che molti non se la sentivano di avallare, secondo me, la sentenza del ’95. (La Corte di Cassazione condanna definitivamente i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Condanna, per il depistaggio delle indagini, i massoni Licio Gelli e Francesco Pazienza e gli ufficiali dei servizi segreti Musumeci e Belmonte, nda). Invece Mattarella, che ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere, comprende molto di più cosa vuol dire sia essere colpiti sia che le indagini vadano in un certo modo».

In questi quarant’anni lei ha mai perso la fiducia nello Stato?

«No. Ho continuato a combattere per fare in modo che lo Stato facesse il suo dovere fino in fondo come lo facevamo noi».

Ma, secondo lei, è normale in un Paese civile attendere quarant’anni per scoprire una verità?

«Non è normale. Ma tenga presente che questa sarebbe la prima strage dove si arriva ai mandanti e a tutte le articolazioni di questi mandanti. Molto probabilmente, se si arriva in fondo alla strage di Bologna, vuol dire che molte altre stragi e anche altri eventi che sono rimasti nel limbo si possono risolvere.»

Nelle Istituzioni, oggi, ci sono ancora personaggi legati a quel periodo?

«Quei personaggi hanno figliato. Come diceva la Tina Anselmi, senza una considerazione della gravità della P2, dopo ci sarà la P3, la P4, la P5. Non so a quale “P” siamo arrivati, però nei gangli dello Stato ci sono ancora i vari P2, P3, P4, P5. Se ad un certo punto, ripeto, il depistaggio e le false dichiarazioni le hanno fatte nel 2019, lo hanno fatto perché certi segreti non si possono ancora dire. E i rischi di finire male ci sono ancora tutti adesso. Ciò vuol dire che certi poteri sono ancora molto funzionanti.»

Per difendere chi, per difendere cosa?

«Per difendere dei personaggi e, penso, anche per difendere parte dell’apparato statale. Ma soprattutto anche se stessi. Questa è gente che ha giurato fedeltà alla Costituzione, poi avranno giurato alla massoneria, alla P2, alla Nato, non so a chi. È quello che vale meno di tutti è quello alla Costituzione che, invece, dovrebbe essere il vero giuramento.»

Perché ha fatto il riferimento alla Nato? Qual è il riferimento?

«Al momento non c’è il riferimento. Ogni tanto viene sfiorata la Nato, ma non c’è in questo momento. Per prassi bisogna fare i gradini con le scale che hai, non i gradini inventati con le altre scale. È inutile che andiamo in cima e poi ci mancano dieci gradini e alla fine cadiamo come se non avessimo fatto niente. Un po’ alla volta, vedrà, andiamo in alto».  

Possiamo lasciarci con una sua riflessione?

«Il quarantesimo anniversario sta dando degli aspetti molto positivi per quanto riguarda l’aspetto giudiziario. Causa coronavirus, siamo costretti a fare una organizzazione molto ridotta e precaria. Speriamo, invece, che il prossimo anno, che sarà il quarantesimo anniversario dell’Associazione, possiamo ricordare come la giustizia fa degli altri passi avanti ulteriori e, poi, fare una manifestazione normale. Come si deve».

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Per approfondimenti:

– Strage di Bologna, parla un sopravvissuto

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– 40° anniversario strage di Bologna, Mattarella: «Un efferato e criminale gesto terroristico»

– Cos’è questo golpe? Io so

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