Giorno: 16 novembre 2020

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte

IL MASSACRO. Chi è Stato? Il copione è sempre lo stesso. Per quante volte si è ripetuto nel Paese orribilmente sporco? Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia.

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte
Attilio Manca

di Paolo De Chiara

da WordNews.it

«…battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.»

Pier Paolo Pasolini

Chi ha ucciso Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)? Chi ha paura di nominare questo nome? Chi è Stato a massacrarlo? Chi è Stato a depistare?  

La verità tarda ad arrivare, il processo di Viterbo si è rivelato inutile. Il verdetto grida ancora vendetta. Per quella giustizia, nonostante le dichiarazioni dei collaboratori, si è trattato di suicidio.

Un suicidio molto anomalo, per la verità. Attilio Manca, sicuramente, è Stato “suicidato”. Checchè ne dica qualche dirigente ministeriale o qualche ex magistrato.

Un mancino puro che si inocula un mix di droghe con la mano sbagliata. Attento anche a deporre le siringhe usate: una nel cestino della spazzatura (questa è una storia strapiena di monnezza umana) e l’altra in bagno. Entrambe chiuse con l’apposito tappo. Per non parlare delle impronte digitali del cugino (trovate in bagno) e dei legami, di quest’ultimo, con la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Troverete tutto nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia.

Compresi i personaggi squallidi e senza scrupoli, tipo Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro” (il killer di Stato e delle mafie). E’ Stato “suicidato” anche lui nel 2017? Anche l’infarto torna spesso in certe storie poco chiare. 

Chi ha massacrato il giovane Attilio? Gli appartenenti ai Servizi? I componenti di Cosa nostra? Aveva riconosciuto il latitante Provenzano (lasciato vergognosamente in libertà dagli apparati dello Stato per la famosa e sciagurata Trattativa con Cosa nostra)? Chi sono i traditori e i vigliacchi assassini? 

 

ll massacro di Attilio Manca

Il copione è sempre lo stesso. Quante volte si è ripetuto in questo Paese orribilmente sporco?

Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia. C’è una famiglia che chiede Giustizia, c’è una madre – la signora Angela – che pretende la Verità sulla morte di suo figlio. C’è un intero Paese, quello composto da persone perbene, che vuole conoscere la vera storia. Non quella inventata a tavolino e, per adesso, certificata con una sentenza.  

Per queste ragioni pubblichiamo integralmente la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomento delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.  

Ma non ci fermeremo qui. 

RELAZIONE DI MINORANZA SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatori: on. Giulia Sarti, senLuigi Gaetti, on. Francesco D’Uva, on. Fabiana Dadone e sen. Mario Michele Giarrusso)

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. Premessa

La morte di Attilio Manca, giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è l’ennesimo episodio nel quale l’onere di ricercare verità e giustizia è rimasto, in primis, sulle fragili spalle dei suoi familiari. L’accorato appello della madre di Attilio Manca, Angela Gentile, audita da questa Commissione nella missione a Messina del 27 e 28 ottobre 2014 (insieme al padre e al fratello di Attilio Manca, nonché al legale Fabio Repici), non può essere pertanto capziosamente mistificato e ritorto in «campagna mediatica».

Sin dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, avvenuto la mattina del 12 febbraio 2004, nella sua abitazione di Viterbo, vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative di cui si darà conto nel seguito della relazione.

Particolare rilievo meritano le circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma.

La morte del medico venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004. Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Venne comunicato alla famiglia di Attilio da Gaetano Manca che erano stati già fatti dei biglietti aerei con i nominativi di Gino Manca, Gianluca Manca e, inaspettatamente, Ugo Manca, senza la mamma di Attilio, Angela Gentile. La famiglia si oppose e alla fine partirono in aereo solo i genitori e il fratello di Attilio, accompagnati dal fratello della signora Gentile. Ugo Manca, diversamente da quanto da lui programmato, dovette recarsi a Viterbo separatamente in treno.
Da rilevare il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli.

2. L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento

Il cadavere di Attilio Manca venne ritrovato nel proprio appartamento di Viterbo (il giovane professionista da circa un anno operava presso il reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo) nella mattina del 12 febbraio 2004, poco prima delle ore 11. Intervenuti il medico del 118 e agenti della Polizia di Stato, immediatamente ne nacquero le indagini, che vennero affidate al dottor Renzo Petroselli (anch’egli audito da questa Commissione, insieme all’allora procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti, il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015). Essendo evidente che la plausibile causa di morte del giovane medico fosse l’assunzione di droga, in ragione del rinvenimento di due siringhe usate, le indagini della procura di Viterbo e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato – e poi condannato definitivamente – per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati. Seguirono ripetute richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero Petroselli, rigettate per due volte dall’allora giudice per le indagini preliminari di Viterbo Gaetano Mautone (il 13 maggio 2005 e il 18 febbraio 2006), il quale, accogliendo le richieste di opposizione del legale della famiglia Manca, dispose lo svolgimento di ulteriori indagini. Una terza richiesta di archiviazione venne avanzata dalla procura il 20 novembre 2009 e, a seguito di un’ulteriore opposizione dell’avvocato della famiglia Manca, il GIP, Salvatore Fanti, disponeva di procedere ad altri accertamenti. Il pubblico ministero formulò una quarta richiesta di archiviazione accolta dal GIP il 26 luglio 2013, a quasi dieci anni dalla morte di Attilio Manca.

Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni. Per questo, essi hanno dovuto sobbarcarsi l’onere di cercare verità e giustizia in tutte le sedi possibili, chiedendo semplicemente che venissero compiute indagini maggiormente approfondite sulla morte dell’urologo barcellonese, cominciando una via crucis che purtroppo nella storia italiana troppo spesso i familiari delle vittime si sono trovati a percorrere a causa delle inadempienze dello Stato. Così, i genitori di Attilio Manca si rivolsero alla procura distrettuale antimafia di Messina, al commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto, alla compagnia dei Carabinieri di Pozzo di Gotto.

3. Le lacune investigative

A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative di seguito evidenziate, si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità.
Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi.

3.1. L’orario della morte

Il primo dato riguarda l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca. Quando, alle 11.45 del 12 febbraio 2004 il medico dottor Gliozzi, intervenne presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa «dodici ore prima», come si legge inequivocabilmente nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante della questura di Viterbo del 12 febbraio 2004 alle ore 14 (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, si apprese che Attilio Manca era morto nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004. Del resto, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico.

Rispetto a questo dato, c’è un ulteriore elemento di riscontro, fornito dalle dichiarazioni rese alla Polizia di Stato nell’immediatezza dalla vicina di casa di Attilio Manca, Angela Riondino, la quale, sentita lo stesso 12 febbraio 2004, riferì che «ieri sera verso le ore 22 – 22.15 ho udito chiudere la porta dell’appartamento del dottor Manca, preciso che io mi trovavo dentro il mio appartamento e non ho veduto se fosse rientrato lui o altri, o comunque lo stesso con altre persone» (cfr. verbale dichiarazioni rese da Angela Riondino). Ne deriva che gli inquirenti appresero che in orario concomitante con la morte di Attilio Manca, qualcuno aveva chiuso la porta della sua abitazione.

Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese.

3.2. La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio

Va subito segnalato che il principale vuoto delle indagini riguarda le ultime 24 ore di vita di Attilio Manca. Le ultime sue tracce risalgono alla tarda sera del 10 febbraio 2004. Fino a oggi gli inquirenti non hanno mai saputo dire cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca nell’intera giornata dell’11 febbraio 2004, poiché la tesi della procura muoveva dal presupposto immotivato (visti gli elementi di cui sopra, in mano agli inquirenti fin da subito) che il medico fosse morto già dalla sera/notte del 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo. Conseguentemente, la sua decisione di andare a Roma prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese (di cui si dirà dopo), visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca. Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada.

In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte.
Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero.

3.3. L’ultima telefonata

Questo vuoto temporale è di indubbio rilievo perché richiama le dichiarazioni dei genitori di Attilio Manca circa l’ultima telefonata che essi ricevettero dal loro figlio, il quale li chiamava immancabilmente ogni giorno, anche più volte nello stesso giorno, nella mattina dell’11 febbraio 2004.
La conversazione fra il medico e la madre durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto.
Questa telefonata non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento.

Tuttavia, non può essere trascurato che sia Loredana Mandoloni (infermiera del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle particolarmente legata a Manca) sia Maurizio Candidi (collega di reparto e amico di Attilio Manca) riferirono il 13 e il 14 febbraio 2004 alla Polizia di Stato di aver appreso dalla madre di Attilio Manca nella mattina del 13 febbraio che ella aveva sentito al telefono il proprio figlio giusto nella mattina dell’11 febbraio.

Come si può ragionevolmente credere che, il giorno dopo aver appreso del decesso del proprio amato figlio, una madre non ricordasse nitidamente il momento in cui lo aveva sentito per l’ultima volta, soprattutto in ragione di quella stravagante richiesta che le aveva destato un netto stupore? Senza trascurare che l’assenza di contatti telefonici fra il 10 febbraio e l’ora di pranzo del 12 febbraio avrebbe sicuramente destato preoccupazioni nei genitori del medico, abituati a sentirlo più volte al giorno, come si è specificato, e immancabilmente tutti i giorni.

Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?

Tonnarella è una contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina. A fare riferimento a quel territorio furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata «Vivaio»), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici (cfr. intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007).

I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: «Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio?)». A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: «Perché l’aveva riconosciuto».

Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: «Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti».
Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre.
Questa intercettazione ambientale ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma.

3.4. Le anomalie degli accertamenti medico-legali

Quanto all’autopsia, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti.

Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca.

Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta, è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato.

Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca. Eppure, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente.
Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento.
Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo.

4. Il mancinismo e l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca

Altro dato certo è che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Nonostante una incresciosa «campagna» per cercare di occultare la verità, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra.

Massimo Fattorini, sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: «Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione».

Simone Maurelli, sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto… Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione».

Fabio Riccardi, sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra… Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano».

Loredana Mandoloni, sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: «Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo».

Giuseppe Panini, sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra».

Maurizio Orlando Candidi, sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici… Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile».

Eppure, a fronte di ciò, la menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparascopia.

Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca, tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza.

Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca.
Addirittura uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina.

Lo stesso Ugo Manca, sentito come testimone nel processo a carico di Monica Mileti, ha dichiarato che Attilio Manca fosse un consueto assuntore di eroina e di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, «Le Iene», lo ha etichettato, senza appello, come «il drogato». Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole?

Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese – di cui si dirà dopo), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte.

5. Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere

Al momento del ritrovamento del cadavere, vennero ritrovate a casa del medico due siringhe, una nel cestino dei rifiuti in cucina e una sul pavimento del bagno. Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo.

Eppure, nell’appartamento di Attilio Manca non sono state trovate tracce del materiale necessario alla liquefazione dell’eroina da aspirare nelle due siringhe utilizzate.

Poiché, secondo la teoria della procura di Viterbo, Attilio Manca sarebbe svenuto e poi morto subito dopo l’assunzione dell’eroina, si dovrebbe ritenere, per convalidare i teoremi degli inquirenti, che Manca avesse acquistato la droga già pronta all’uso nelle siringhe: un inedito nella pur alluvionale letteratura giudiziaria in materia di droga. L’alternativa consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti, del processo a carico della quale poi si dirà, non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale. A ben vedere, l’unica risposta logica all’anomalia ora rilevata è fornita proprio dalle dichiarazioni della vicina di casa di Manca, che per l’appunto percepì nella tarda sera dell’11 febbraio (proprio in concomitanza con l’ora della morte del medico) la chiusura della porta di casa di Attilio Manca, evidentemente da parte di qualcuno che vi si allontanava.
  Ancora, sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale. Come dare spiegazione ragionevole a tale dettaglio? Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?

6. L’impronta di Ugo Manca

Fra le anomalie alle quali gli inquirenti non hanno saputo dare risposta c’è anche l’impronta digitale di Ugo Manca trovata a casa di Attilio a Viterbo, su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, quindi sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza. L’interessato ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004.

7. Il processo a carico di Monica Mileti

La procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti, imputandole la cessione delle dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca (articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e anche la morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 codice penale).

Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni. Per la cessione di droga si è, invece, svolto un dibattimento che ha avuto un andamento davvero imbarazzante. Si è iniziato con l’esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli, il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga).

Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio. La difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla mamma di Attilio Manca, allorché costei fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti, dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri.
In sostanza, dunque, il processo che formalmente si è celebrato a carico di Monica Mileti, di fatto ha avuto come imputato Attilio Manca. Con una peculiarità patologica: mentre la Mileti ha, come detto, scelto di non difendersi, Attilio Manca era impossibilitato a difendersi, tanto più dopo che dal processo erano stati cacciati i suoi familiari, che si erano costituiti parte civile

8. Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto

Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi.

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato col mafioso Angelo Porcino.
Ma nulla di tutto questo è interessato alla giustizia viterbese. Lì il vero imputato è stato, come nei delitti di mafia nella Sicilia di decenni orsono, Attilio Manca, impossibilitato a difendersi. D’altronde, forse non è un caso che le sollecitazioni dei familiari di Attilio Manca sono state spesso pavlovianamente qualificate come tesi della «difesa». Difesa di chi, se non della memoria di Attilio Manca?

La procura di Viterbo iscrisse nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei suddetti soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto.

Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. Va rilevato, però, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato «le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa». (vedi richiesta di opposizione presentata dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici, il 17 giugno 2012).

Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato.
Rosario Cattafi, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) e condannato con sentenza passata in giudicato per il reato di calunnia, è pregiudicato per i reati di lesioni (è stato riconosciuto colpevole di aver aggredito brutalmente a Messina nel dicembre 1971 cinque studenti universitari in concorso con Pietro Rampulla che sarà l’artificiere della strage di Capaci), porto e detenzione abusivi di arma (fu condannato per aver detenuto un mitra Sten dal quale venne esplosa una sventagliata all’interno della Casa dello studente di Messina nella notte tra il 27 ed il 28 aprile 1973) e di cessione di sostanze stupefacenti. Cattafi fu, inoltre, testimone di nozze del boss barcellonese Giuseppe Gullotti, il quale, oltre ad essere stato condannato a trent’anni di reclusione come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è stato colui che ha fornito, secondo il pentito Giovanni Brusca, il telecomando della bomba che fece saltare in aria l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla DDA di Roma l’8 aprile 2015 «si segnalavano i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato. Nel corso del tempo gli scriventi hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche i legami fra Ugo Manca e uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi e hanno anche prodotto la relazione di servizio della Compagnia CC di Barcellona Pozzo di Gotto del 7 maggio 2002, attestante la partecipazione di Ugo Manca (insieme ai suoi amici Angelo Porcino e Lorenzo Mondello) a un summit di mafia tenutosi nei locali di un’azienda agricola, plausibilmente per festeggiare l’allora momentanea assoluzione del mafioso Antonino Merlino nel processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano».

9. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia

Sono arrivate nel corso degli ultimi anni plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a testimoniare che Attilio Manca non fosse morto per una dose sbagliata di eroina ma fosse vittima di un omicidio di mafia. I familiari di Attilio Manca si sono dunque rivolti alla procura distrettuale antimafia di Roma nell’aprile 2015, la quale ha aperto un nuovo procedimento ora in fase di attesa del pronunciamento del GIP, dopo la recente richiesta di archiviazione.

Il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola, il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso, che, nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di cosa nostra. Ha confessato decine di omicidi sui quali l’autorità giudiziaria non era mai riuscita a fare luce e ha rivelato i dettagli a lui noti di altre decine e decine di omicidi del tutto sconosciuti agli inquirenti. Sulle sue dichiarazioni, sempre riscontrate, si sono fondate le ordinanze di custodia cautelare denominate Gotha 6 e Gotha 7, emesse dal GIP di Messina, per numerosi omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e altro. Egli ha deposto anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte di assise di Palermo. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese.

A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale «avvocato Potaffio», facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi.

Com’è noto, il nome di Aiello (nella foto in alto) è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi.

Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento «’Ndrangheta stragista», nel quale poche settimane prima, in quanto individuato come personaggio legato a Bruno Contrada e all’ex poliziotto Guido Paolilli, era stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare.

Al momento della morte Aiello era indagato, insieme ai boss palermitani Antonino Madonia e Gaetano Scotto per il duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. In quel procedimento, da un anno avocato dalla procura generale di Palermo e in attesa della conclusione delle indagini preliminari, egli era indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Aiello si era dovuta occupare anche la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, per il suo ipotizzato coinvolgimento, secondo numerosi collaboratori di giustizia, nella strage di Capaci, in quella di via D’Amelio e nell’attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nel 1989.

In quella sede, nel 2011 la procura di Caltanissetta propose richiesta di archiviazione, arrivando a destituire di fondamento la tesi formulata dai pentiti Vito Lo Forte e Francesco Marullo, secondo i quali andava individuato in Giovanni Aiello l’ex poliziotto identificato con la locuzione «faccia da mostro», assassino per conto di mafia e servizi segreti deviati, del quale per primo aveva parlato nelle confidenze rese al colonnello Michele Riccio il mafioso nisseno Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, per effetto di una fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta, pochi giorni prima di essere sottoposto a protezione da collaboratore di giustizia e otto giorni dopo essere stato sentito alla sede del ROS di Roma dall’allora procuratore distrettuale di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dall’allora procuratore distrettuale di Palermo, Giancarlo Caselli, e dall’allora sostituto procuratore di Palermo, Teresa Principato.

Tuttavia, nel procedimento a carico di Aiello, il GIP di Caltanissetta David Salvucci con il decreto di archiviazione del 2012 (nel quale rilevò che non era sufficientemente chiaro il ruolo esecutivo in quei delitti assegnato ad Aiello) attestò che indubitabilmente era proprio Giovanni Aiello quel «faccia da mostro» indicato dai pentiti Lo Forte e Marullo. C’è, quindi, un pronunciamento giurisdizionale che ha acclarato, al di là di ogni dubbio, il coinvolgimento di Aiello come killer al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato del quale hanno parlato innumerevoli collaboratori di giustizia (Lo Forte, Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, oltre al già citato Luigi Ilardo).

Sempre sull’omicidio di Attilio Manca sono infine arrivate le dichiarazioni, rese a uno dei legali della famiglia Manca, del collaboratore di giustizia barcellonese Giuseppe Campo, il quale addirittura ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

10. Conclusioni

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti.
Questa situazione non si sarebbe creata se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire.

A oggi, dal punto di vista giudiziario, si dovrà attendere che il GIP di Roma si pronunci sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio di Attilio Manca, la quale era stata investita su sollecitazione dei legali di fiducia della famiglia Manca, con un esposto dell’aprile 2015, proprio in ragione delle numerose implicazioni che potevano scaturire sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra citati, sia dal contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola).

Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo.

Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura.
Tali attesi approfondimenti, utilizzando i poteri propri di questa Commissione, vengono qui di seguito elencati:
1) audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottor Fabio Centini;
2) acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti;
3) audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano;
4) audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri per riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte;
5) acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004;
6) accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa;
7) accertamento dell’identità del personale «non autorizzato» presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo;
8) audizione del personale appartenente alle forze di Polizia presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi;
9) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Manca rinvenuta nel bagno;
10) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;
11) individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella); audizione di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004.

Quel che rimane come giudizio politico, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissioni di cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia.

Relazione di Minoranza sulla morte di Attilio Manca

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

Comunicata alle Presidenze il 22 febbraio 2018

La signora Angela Manca

Nei prossimi giorni pubblicheremo la RELAZIONE (di maggioranza) SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatrice: on. Rosy Bindi)

Approvata dalla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

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