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Paolo De Chiara

Fondatore e direttore WordNews.it
www.wordnews.it
Giornalista, sceneggiatore, scrittore: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (2012, Falco Ed., Cosenza); Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (2013, Falco Ed., Cosenza), vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’; Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie (2014, Perrone Ed., Roma); Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. (2018, Sceneggiatura, CinemaSet).
Ha collaborato con Canal + per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014.

Paolo Borsellino è VIVO

16:58 – 19 luglio 1992 #paoloBorsellino
OMICIDIO DI STATO. Lo avete ammazzato, in modo vigliacco. Perchè siete dei vigliacchi. Vi siete nascosti dietro a organizzazioni, a sigle, a entità invisibili. Avete tentato di insabbiare, inutilmente. Avete creato e indottrinato nuovi mostri. Ma sappiamo tutto di voi. Voi siete peggio dei mafiosi, fate più schifo di loro. Avete utilizzato i delinquenti, come voi, per distruggere fisicamente i veri uomini dello Stato. Voi non lo avete mai rappresentato. Voi – politici corrotti e venduti, massoni, appartenenti ai servizi deviati (mentalmente), mafiosi, quaquaraquà e pigliainculo – siete la feccia della società. Paolo Borsellino è Vivo. Siete Voi i morti.

Grafica Sara Labella

“La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.”

“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”

“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

da WordNews.it

Via D’Amelio, una STRAGE di sTATO

“E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”.
#PaoloBorsellino #19luglio1992 #stragediStato

Ore 16:58, 19 luglio 1992via D’Amelio, Palermo

Lo Stato deviato, insieme a Cosa nostra e ad altre entità, uccide il giudice Paolo Borsellino, amico fraterno di un altro magistrato: Giovanni Falcone (già ammazzato con il tritolo nella Strage di Capaci il 23 maggio dello stesso anno).

Nell’esplosione perdono la vita gli Angeli della scorta: Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano e Claudio Traina.

Dopo 28 anni anni, nel «Paese orribilmente sporco», ancora non si conosce la verità.

Paolo Borsellino è stato ammazzato per la scellerata trattativa tra Stato e mafia?

Premio letterario: menzione speciale per «Io ho denunciato»

PREMIO LETTERARIO “Sandro Sciotti”
#iohodenunciato #ihd
Menzione speciale per il romanzo
«Io ho denunciato».

CITTA’ DI MARINO – Il romanzo edito da “Romanzi Italiani” ha ottenuto un altro importante riconoscimento letterario.
“Siamo felici per l’esito di questa seconda edizione del Premio – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura –. Cercheremo di organizzare la Cerimonia di Premiazione entro la fine dell’anno. Alla Famiglia Sciotti rivolgo un affettuoso saluto, felice di aver portato a termine la seconda edizione del premio che si prefigge l’obiettivo di non dimenticare il gesto compiuto dal Vice Brigadiere ucciso a Santa Maria delle Mole nel 2002 nell’adempimento del proprio dovere”.

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

MAFIE & STATO. Parla Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile), presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese: «Lombardo è un PM coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa».

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

di Paolo De Chiara

Questa volta è toccato al PM di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Il coraggioso magistrato che sta portando avanti un processo importantissimo sulla schifosa ‘ndrangheta stragista. L’organizzazione criminale calabrese (una delle mafie più potenti e più ricca al mondo) che, insieme a Cosa nostra, in questo Paese, metteva le bombe e uccideva innocenti. Per conto di altri soggetti, di elevato spessore criminale. Le famose “menti raffinatissime”, individuate da Giovanni Falcone.

Istituzioni deviate, servizi segreti, massoneria. Personaggi indegni che hanno gestito e continuano a gestire il potere nel Paese impregnato dalle mafie e sotto ricatto. E per mantenere il potere nelle loro mani sono disposti, ancora oggi, a tutto.

Addirittura volevano avvelenare l’acquedotto di Firenze. Nei loro progetti pazzoidi-criminali c’era finita anche la Torre di Pisa, doveva saltare in aria. Addirittura avrebbero voluto disseminare di siringhe infette di Aids la spiaggia di Rimini.

Pazzi criminali più pericolosi dei mafiosi.

Personaggi che, invece di contrastarli, si permettevano e si permettono il lusso di minacciare di morte i mammasantissima. Per ottenere il loro silenzio. Corsi e ricorsi storici. Dal bandito Salvatore Giuliano a Gaspare Pisciotta. Un elenco lunghissimo. Sempre lo stesso metodo. Oggi più raffinato. Per fare meno rumore.

Era capitato a Cutolo, il fondatore della NCO. È capitato a Provenzano, il capo dei capi. Anche Totò ‘u curtu (una pecorella – in senso metaforico – in confronto a questi criminali di Stato) è stato minacciato di morte dalla «Falange Armata». (“Devi stare zitto, hai familiari fuori. Al resto ci pensiamo noi”).

«Dietro la sigla ci sono persone che operano, che eseguono, che programmano, che stabiliscono» ha spiegato il PM Lombardo. «L’organizzazione utilizzava le stragi per mandare messaggi a chi doveva capire».

Questi stessi soggetti (istituzionali) hanno decretato e pianificato la morte di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Senza dimenticare l’urologo Attilio Manca (che operò Bernardo Provenzano), Luigi Ilardo (stava facendo saltare lo scellerato accordo tra Stato e Cosa nostra) e tanti altri.

Chi tocca certi fili, in questo Paese «orribilmente sporco», muore.

Non di morte naturale o di suicidio. Nemmeno i poeti hanno lasciato in pace. Povero Pasolini. Massacrato e eternamente infangato da chi è fatto di questa sostanza.  

E proprio su questi temi, lo stragismo mafioso di Stato, si sta svolgendo un processo in Calabria. Tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media nazionali. Impegnati a raccontare le solite e inutili cazzate ai cittadini. Si sta ripetendo tutto quello che è già accaduto in passato.

Ed anche questa volta, come è già capitato a Nino Di Matteo (il PM del processo sulla Trattiva Stato-mafia, condannato a morte non solo da Cosa nostra) e a Nicola Gratteri (procuratore di Catanzaro e nemico numero uno dei mafiosi calabresi, ma non solo), i cittadini con la schiena dritta hanno deciso da che parte stare, schierandosi con il PM Giuseppe Lombardo.

Durante la requisitoria di ieri, davanti all’aula bunker di Reggio Calabria, i rappresentanti del movimento Scorta Civica, delle Agende Rosse e di altre sigle, hanno manifestato la loro vicinanza per non fare sentire solo un magistrato che, al contrario di altri suoi squallidi colleghi, ha deciso di fare questo mestiere con passione, lealtà ed onestà.

«Rappresento lo Stato» ha tuonato il PM Lombardo in aula, durante la sua lunga e devastante requisitoria. Dove ha elencato fatti, episodi, legami. Collusioni tra pezzi dello Stato (molti personaggi ancora le rappresentano indegnamente) e mafie. Strategie e affari. Legami politici e istituzionali. Disegni strategici da far accapponare la pelle. Non ha fatto mancare, il pubblico ministero, messaggi di sfida nei confronti dei mafiosi e di chi li gestisce.

«Ci siamo resi conto – spiega Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile) presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese – che questo processo è molto importante. Da questa requisitoria fiume, pronunciata da Lombardo, è emersa una correlazione chiara tra diverse entità. Rapporti che hanno condizionato la stagione stragista degli anni Novanta».

Perché è necessario supportare il PM Lombardo?

«Lombardo è un magistrato coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa. Stare insieme a lui significa accompagnarlo in questa sfida. Non bisogna lasciare soli questi magistrati. A noi non piacciono le corone e le celebrazioni piene di retorica. C’è stato un momento molto toccante. Durante una pausa dell’udienza abbiamo approfittato per mandare il nostro sostegno a Lombardo, esponendo le nostre magliette. Lui ci ha ringraziati e noi lo abbiamo applaudito. Addirittura, con il microfono, ci ha detto: “mi state facendo emozionare”. Questo applauso è risuonato e spero che questa cosa abbia fatto piacere. Il nostro messaggio è arrivato anche alle tante orecchie che erano disseminate in quei luoghi».

Quale sensazione ha provato mentre ascoltava le parole del pubblico ministero?

«Come cittadina mi sono sentita molto fiera. Soprattutto di questo magistrato. Nello stesso tempo è sconfortante ascoltare questi legami tra politica, affari, gruppi finanziari, gruppi segreti eversivi, massoneria, servizi segreti. Sentire questo fresco profumo è una grandissima soddisfazione.

Già nel processo Trattativa Stato-mafia avevamo capito che c’era stata questa trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra. Qui abbiamo appreso di personaggi che hanno gestito la vita politica in questo Paese. I loro rapporti con i Piromalli e con i mafiosi calabresi e siciliani, pericolosi e potenti».

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

«Abbiamo appreso che è stato chiesto l’ergastolo per gli imputati. Ora aspettiamo il giudizio. Sarà importante divulgare questa requisitoria. La considero come un libro di storia. Mi auguro che ci siano degli sviluppi, sono state indicate delle responsabilità e dovranno essere perseguite. Un altro processo da seguire è quello di Gratteri. Oggi abbiamo toccato con mano la storia di questo Paese».

Per approfondimenti:

– La «Falange Armata» ha minacciato Totò Riina

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

da WordNews.it

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

L’INTERVISTA. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIA, Mario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista. «Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

di Paolo De Chiara

«Questo processo assume un’importanza direi storica, per quanto riguarda la lotta alla mafia, alla ‘ndrangheta e alle mafie in genere. Si vanno ad analizzare e ad indicare le collusioni tra Stato, in senso lato, mafia e alta massoneria, con infiltrazioni politiche».

Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIAMario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista.

«Le parole del dott. Lombardo mi fanno venire in mente tante cose. L’unica cosa che mi colpisce e mi fa male è pensare che vittime innocenti, che credevano effettivamente in uno Stato e nella difesa dei cittadini onesti, sono morti, forse, anche per mano dello Stato. E questo mi fa veramente male. Il tradimento più alto. Noi lavoravamo per questo Stato, abbiamo lavorato per difendere lo Stato democratico. Nel momento in cui subiamo le conseguenze dallo stesso Stato diventa drammatico».   

Ravidà ha una esperienza quarantennale alle spalle. In prima persona ha vissuto i momenti più drammatici della Repubblica. Nel 2015, Ravidà, ha dato alle stampe un suo manoscritto, Carne da macello (AltroMondo editore), un libro scritto – come si legge nella sinossi – per onorare la memoria di magistrati, uomini politici e appartenenti alle forze dell’ordine; caduti per qualcosa in cui credevano nel nome di un ideale di legalità e giustizia.

«Una cronistoria personale di quello che ho vissuto. Per caso mi sono trovato a vivere i momenti più drammatici di questa Repubblica: ad iniziare dal sequestro Moro, dove stavo facendo un corso di polizia giudiziaria a Roma e, quindi, ho partecipato a quelle che erano le operazioni per il tentativo di cattura delle Br, cosa non riuscita.

Successivamente sono stato trasferito alla Digos di Napoli, sezione antiterrorismo, dove ho vissuto il sequestro Cirillo in prima persona, con i suoi retroscena, in particolare di un collaboratore che ci rivelò che dietro il sequestro, in realtà, c’era un progetto della Democrazia Cristiana e un accordo per la liberazione per una somma di un miliardo e 450 milioni. Quello che non c’è stato per Moro.

A Catania, al reparto mobile, ho fatto parte della Criminalpol, quindi ho conosciuto direttamente il fenomeno mafioso ai massimi livelli, per quanto riguarda la Sicilia orientale.

Con la formazione della DIA, nel 2003, ho completato il mio percorso professionale. Ho vissuto le stragi, anche se non direttamente, più che altro quella di Borsellino, dove abbiamo partecipato alle indagini.

La famosa relazione scomparsa, dopo il sopralluogo che lei fece con un suo collega della Criminalpol, il giorno dopo la strage, nel palazzo di proprietà dei fratelli Graziano, legati al clan Madonia.

«Scomparsa per diciotto anni e poi, per caso, dopo averne parlato con un giornalista, è uscita fuori».

Poi c’è la questione Ilardo, il collaboratore che stava dando un colpo mortale a Cosa nostra. È importante ricordare il colonnello Riccio, una figura fondamentale, infangato e diffamato nel corso degli anni.  

«Il problema è stato questo. Basti vedere quando Riccio è stato arrestato, per cosa è stato arrestato. Riccio è stato arrestato per un premio dagli esteri per l’operazione di servizio che lui stava facendo. E ne erano perfettamente a conoscenza tutti i suoi superiori. Chiaramente hanno lavorato in maniera non conforme a quelle che erano le regole di una operatività legale, però con risultati enormi».

Cosa aveva scoperto Riccio?

«Aveva Ilardo. Sarebbe stato devastante per questo Stato democratico se fosse stato in vita e poteva parlare. Era a conoscenza di tutti i fatti più nascosti che non hanno avuto, sino ad ora, luce».

Possiamo entrare nel merito?

«Basta citare gli omicidi di Piazza, del collega Agostino e della moglie, del piccolo Di Matteo.

Centinaia di fatti: gli attentati in Italia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Loro (i mafiosi, nda) andavano a prendere l’esplosivo nelle caserme dei militari, insieme a un personaggio che si chiamava Ghisena, calabrese, legato ai servizi segreti e alla massoneria. Questo esplosivo veniva usato per gli attentati in giro per l’Italia. Parliamo di collegamenti tra mafia, ‘ndrangheta e servizi deviati. Ilardo avrebbe fatto luce su questi fatti».

Senza dimenticare la famosa operazione Mezzojuso e la mancata cattura di Binnu Provenzano.

«L’operazione Mezzojuso è stata emblematica. Si è puntato dall’inizio, da quando c’era De Gennaro, all’arresto di Provenzano. L’obiettivo principale era quello. In attesa di questa operazione abbiamo fatto un mare di operazioni, abbiamo arrestato latitanti importanti di primo piano, abbiamo fatto un’operazione a Catania e abbiamo azzerato Cosa nostra. Su indicazioni di Ilardo abbiamo arrestato 50 persone».

Poi cosa succede?

«Riccio viene inspiegabilmente, una volta andato via De Gennaro dai vertici della Dia, destituito all’Arma e, quindi, a Mori. Proprio in quel momento si determinò l’appuntamento con Provenzano. Sebbene ci fossero state tutte le condizioni, Riccio non è stato messo nelle condizioni di poter finalizzare l’operazione. Si sono limitati a fare qualche foto sul posto, invece di agire e arrestare Provenzano e, forse, tutti i vertici di Cosa nostra. Avremmo azzerato Cosa nostra».

Ed entrambi, Ilardo e il colonnello Riccio, faranno una brutta fine.

«Ilardo muore dopo le sue dichiarazioni. Ritorna a Catania senza protezione, sebbene avesse dato queste anticipazioni davanti al fior fiore di Procuratori. Si doveva proteggere in altro modo, lo Stato doveva proteggerlo».

E Riccio?

«Viene eliminato giudiziariamente. Nel momento in cui sta facendo le denunce a varie Procure: Catania, Caltanissetta, Palermo, per la storia di Ilardo. E proprio in quei momenti viene arrestato, a dieci anni dai fatti che gli contestano. Una storia strana, non riesco ancora a comprendere le esigenze cautelari per un colonnello dei carabinieri pluridecorato. Quali prove poteva inquinare dieci anni dopo i fatti contestati».

Non è solo mafia. Ci troviamo di fronte a quelle «menti raffinatissime» di cui parlava Falcone?

«Ci sono diversi elementi che possono portare a questa conclusione. Sono convinto di una cosa: c’è stato un momento storico in Italia dove diverse decisioni giudiziarie portano a pensare che ci sia stata una concordanza tra varie strutture. Riccio viene arrestato dai magistrati di Genova. Per quanto riguarda l’omicidio di Ilardo, ci sono state delle fughe di notizie. Ci sono stati dei ritardi da parte dei funzionari della DIA.

Perché la DIA caccia Riccio nel momento in cui stava dando dei risultati eccezionali? Come ha confermato il direttore della DIA, durante il processo Trattativa Stato-mafia, nessuno aveva mai dato questi risultati. Queste sono domande che dovremmo farci un po’ tutti».

I soggetti che lei ha incontrato, durante la sua attività professionale, sono approdati all’interno delle Istituzioni?

«Sì, qualcuno ha fatto da consulente in Commissione parlamentare antimafia».

Se la sente di fare il nome?

«Sì, il dott. Pappalardo che conferma, al processo contro Mori e Obinnu, di essere stato uno degli artefici della cacciata di Riccio dalla DIA. Sebbene ammette che, forse, mai nessuno come Riccio aveva portato quei risultati. La domanda da farsi è perché allora viene rimandato nell’Arma? È lo stesso funzionario che prima dell’arresto di Riccio vuole incontrare me e un altro mio collega, insieme lavoravamo con il colonnello, e ci intima di non frequentare più Riccio, sebbene avevamo in corso l’indagine Chiara luce contro Cosa nostra catanese, proprio per merito di Ilardo che ci aveva fatto identificare il responsabile del clan Santapaola che in quel momento reggeva la cosca.

Sono domande a cui non ho mai trovato una risposta logica. Chiaramente non potevamo, proprio per questi motivi, non frequentare più Riccio. Era troppo importante tale rapporto per finalizzare l’operazione, come poi accadde con più di 25 arresti che azzerarono il clan.

Il nostro Rapporto con il Colonnello continuò contravvenendo a quanto ci veniva disposto. Per tale motivo il mio collega fu anche convocato a Roma presso la direzione della DIA e da un altro alto Dirigente, anche lui siciliano, Pippo Micalizio, ora deceduto, che minacciò il mio collega di farci uscire dalla DIA se avessimo continuato tale rapporto.

Devo aggiungere che Pappalardo, sebbene fosse già avvenuta la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, non ne era al corrente. Quando lo informammo di ciò, rimase sorpreso ed aggiunse: “Mori non me lo aveva detto”. Presumo, da quanto affermò, che Pappalardo venne convinto da Mori ad allontanare Riccio dalla DIA. Forse proprio per controllarlo ed impedire la cattura del Provenzano. Come affermato da Riccio, se fosse rimasto alla DIA, si sarebbe sicuramente finalizzata anche la cattura di Provenzano con il nostro ausilio e come era già accaduto con gli altri latitanti catturati. Queste sono cose che, effettivamente, lasciano pensare. Sono le cose strane che sono successe.

Come nell’omicidio Ilardo, dove è stato aperto un fascicolo per connessioni istituzionali. A distanza di cinque anni dall’omicidio ricevo una notizia da parte di un mio confidente che mi dice chi erano gli autori, i mezzi usati per commettere il delitto. La mia relazione finisce in un cassetto, dopo le mie proteste questo documento finisce in Procura. Si deve sentire il mio confidente, dopo dodici anni, e si arrestano i personaggi che avevo segnalato. Cose strane e nessuno chiede nulla sui ritardi, sulle omissioni».

Oggi come siamo messi in Italia per quanto riguarda la lotta alle mafie?

«È un momento strano. Abbiamo visto tutti quello che è successo con il ministro Bonafede e il mancato incarico a Di Matteo. Perché non mettere le persone giuste al posto giusto? È una volontà di Stato o una incapacità?»

Che giudizio si è fatto del ministro Bonafede?

«Il Movimento 5stelle era nato per cambiare l’Italia ma non sono questi i modi per cambiarla. Il decreto ultimo che riguarda gli appalti pubblici ha solo aumentato la mancanza di controllo per le enormi somme che saranno stanziate per gli appalti pubblici. Il dubbio, il sospetto e la paura è che possono banchettare, per quanto riguarda la corruzione, senza nessun controllo. Questo è un’altra cosa gravissima».

La trattativa Stato-mafie è terminata?

«Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Se ne può uscire da questa situazione?

«Se ne può uscire nel momento in cui un Governo nasce per cambiare totalmente le cose. Si dovrebbero attenzionare in modo pressante le mafie, la corruzione e tanto altro. Ma c’è una volontà di fare questo?».        

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TUTTO PREVISTO

MOLISE. La lunga agonia non è stata interrotta dalla mozione di sfiducia. Una mozione doverosa, una scelta utopica da parte di chi l’ha presentata. Sono mancati i numeri. Più che i numeri è mancato il coraggio. Quello che certi soggetti non hanno. Parliamo degli eletti, personcine antropologicamente interessanti.

TUTTO PREVISTO

di Paolo De Chiara

Un risultato ampiamente previsto. La mozione di sfiducia non ha portato a nulla. Non c’è stata la “cacciata” di Toma, il famoso sGovernatore del Molise. Il peggiore tra i peggiori. Ora lui pensa di essere, politicamente, forte. Quasi imbattibile. Una mera illusione. Restano i penosi risultati. Su tutti i fronti. E non potranno mai essere cancellati dalle inutili dichiarazioni. Parole che volano via, nel vento. 

Una mozione doverosa, una scelta utopica da parte di chi l’ha presentata. Sono mancati i numeri. Otto contro dodici (il “Ponzio Pilato” democristiano Iorio, il più sGovernatore di tutti, si è astenuto). Più che i numeri è mancato il coraggio e la dignità. Caratteristiche che certi soggetti non hanno. Parliamo degli eletti, personcine antropologicamente interessanti: sparlano, attaccano, dichiarano, scrivono. Ma poi si accodano (votando tutti compatti) o si astengono. Pensano pure di essere degli statisti. Sono dei codardi, politicamente parlando. Potevano chiudere anzitempo la legisltaura più bislacca della storia della Regione Molise. Hanno deciso di proseguire questa commedia in maschera

Toma è salvo, i suoi assessori intercambiabili sono salvi. Gli eletti hanno salvato le loro poltrone e il loro ricco stipendio. Ma il Molise resta moribondo.

Arriverà questa Regione alla fine della legislatura?

Le responsabilità, però, vanno suddivise: chi ha messo la croce sulla scheda elettorale, scegliendo il peggio, ora cosa starà pensando? Ma starà pensando? L’elettore molisano è soddisfatto di aver scelto, in consiglio regionale, questi dilettanti?

La matematica non è un’opinione. La sconfitta politica, per i promotori del documento, è innegabile. La maggioranza ha mostrato compattezza. Si sono arroccati, hanno reagito. Si sono fatti due conti. Alla fine hanno compreso che non potevano rischiare la loro triste “carriera”. Il futuro fa paura.  

Questa è l’ennesima lezione per i molisani: la prossima volta scegliete il meglio, in quella cabina elettorale. Dimenticando le false e nocive (per l’intera comunità) promesse da marinaio. «Sì, ma non c’è alternativa» continua a dire qualcuno. Metteteci la faccia, mettetevi in gioco. La politica ha bisogno di persone perbene. Basta delegare, finitela di accontentarvi. I piccoli favori (come i grandi) non possono essere barattati con i diritti e con il futuro dei vostri figli.

Molisani, candidatevi. E spazzateli via. Per sempre.       

da WordNews.it

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

TERZA PARTE. L’inchiesta «Passepartout», che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (“Italia Viva”), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il pregiudicato Nicosia.

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

di Paolo De Chiara

L’ARROGANZA

Il Nicosia confidava anche alla Gallo (Giuseppa, il cui padre e il cui fratello, definitivamente condannati per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. erano – e sono ancora – detenuti)  di avere trovato il sistema per fare ingresso negli istituti penitenziari senza alcun problema o intralcio da parte dei Direttori…

NICOSIA Antonino: (incomprensibile) ma io non voglio creare problemi a lei perchè lei deve dichiarare che io sono suo collaboratore

GALLO Giuseppa : Ah ok

NICOSIA Antonino: per questo puoi stare serena, io mi testo sempre, io mi testo perciò il problema non si pone. Però quando tu vai col Dap il carcere ti aspetta, perchè il Dap cosa fa? Ti autorizza e manda la lettera al carcere e dice sta venendo Giuseppina Gallo, Antonino Nicosia e minchia lenta

GALLO Giuseppa: ah ah

NICOSIA Antonino: si preparano capito? si fa trovare il direttore con la cravatta, queste sono visite ispettive. Driin chi è? Chi siete? Sono l’onorevole Occhionero devo fare un’ispezione, tesserino della camera si entra e … (ride), il direttore c’è? No il direttore non c’è, ah bene. Nella relazione che poi faccio

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LE VISITE CON IL DEPUTATO

Antonino Nicosia informava dell’éscamotage (così come da lui espressamente definito nella citata conversazione del 4 gennaio 2019) anche il sodale Accursio Dimino, nel corso del dialogo intercettato il 28 febbraio 2019; in particolare il Nicosia gli spiegava che l’ingresso in carcere insieme a un Deputato gli consentiva innanzitutto di sfuggire alle inevitabili verifiche del D.A.P. preliminari all’autorizzazione all’accesso (che, già in una circostanza, a suo dire gli era stato negato verosimilmente perché egli gravato da precedenti penali) e, inoltre, di visitare tutte le sezioni dell’istituto penitenziario:

NICOSIA Antonino: allora, se io ci vado senza Deputato a fare la visita, ci vado come Radicale, devo chiedere l’autorizzazione al DAP …

DIMINO Accursio: al DAP, certo

NICOSIA Antonino: il DAP poi comunica

NICOSIA Antonino: entrare… ci vado all’improvviso, capito?

DIMINO Accursio: ci puoi entrare in qualsiasi momento

NICOSIA Antonino: entro di notte pure… ad Agrigento ci sono andato di notte

DIMINO Accursio: ci sei andato solo o con lei?

NICOSIA Antonino: con il Deputato ci devo andare, per forza

DIMINO Accursio: eh

NICOSIA Antonino: tesserino della Camera dei Deputati e il Deputato insieme, non ci posso andare da solo, dovrei essere Deputato io per andarci da solo

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MAPPINA (piccola mappa)

Il Nicosia rivelava al sodale mafioso che, attraverso l’ingresso nella struttura penitenziaria, sarebbe riuscito ad arrivare addirittura a parlare con i detenuti all’interno della loro cella, anche quelle collocate nelle sezioni ove, per ragioni di sicurezza o di altra natura, non è possibile accedere. E ciò perché, proprio in ragione della presenza ufficiale del Deputato, il carcere avrebbe dovuto fornire finanche le mappe della struttura:

NICOSIA Antonino: e mi posso portare chi voglio… ma questi non sono abituati a fare visite con quelli che il carcere lo conoscono, capito? Sono abituati che vanno là, non sanno dove minchia andare… io vado, io entro dentro le celle

DIMINO Accursio: dentro le celle, si

NICOSIA Antonino: io voglio entrare dentro le celle… dice… ma, deve fare più niente?… ma perché … gli ho detto… abbiamo finito di visitarlo il carcere?… ah … dice… lo dobbiamo visitare tutto? … tutto, certo! … io quando arrivo, gli chiedo la mappa del carcere

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

L’ESTORSIONE

Davvero rischioso e pericoloso, in questo caso, il compito svolto dal Nicosia: “agganciare” riservatamente il detenuto e fare in modo che questi autorizzasse l’estorsione e quindi continuasse, nonostante la detenzione, a esercitare il potere di controllo sugli affari della famiglia mafiosa. Così nella conversazione fra i due del 2 maggio 2019:

NICOSIA Antonino: (bisbiglia questa frase che segue, ndr) io lo vado a trovare … io lo vado a trovare a quello io … lo vado a trovare… lo vado a trovare

MANISCALCO Domenico: eh…

NICOSIA Antonino: con la Deputata… ho l’incarico alla Camera io ora

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO e la RISATA POCO ONOREVOLE

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco (come già ricostruito supra, effettivamente là allocato quel giorno), Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Assume rilievo la circostanza che il Sacco, infatti, è stato condannato all’esito di un lungo processo che ha dimostrato le sue pericolosissime connivenze con politici, amministratori, personaggi influenti, connivenze tutte messe a disposizione di Cosa nostra e finalizzate a “consentire a uno dei suoi capi riconosciuti, Messina Denaro Matteo, di acquisire la gestione ed il controllo di numerose iniziative imprenditoriali finalizzate allo sviluppo ed alla realizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (in particolare eolica e fotovoltaica) sia in provincia di Trapani che in altre zone della Sicilia”.

Il Nicosia, dopo aver rivelato alla donna di conoscere il Sacco da diverso tempo, le riferiva di aver raccomandato al detenuto di “cucirsi la bocca”:

N: Santo Sacco è un bravo ragazzo, che deve legarsi al dito, basta che esce dal carcere. L’unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca … se si cuce la bocca … perché io ancora non lo vedo io

O: pronto?

N: pronto per uscire … vero ti dico ….

Oahahahah (risata)

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

CARTA INTESTATA DELLA CAMERA

Nel prosieguo del dialogo, inoltre, si comprendeva che Santo Sacco, in carcere, aveva ricevuto dal Nicosia una lettera scritta su carta intestata della Camera dei Deputati; lettera che, come espressamente previsto dall’art. 18 ter o.p., non è sottoposta né a limitazioni né a controlli in quanto proveniente da membro del Parlamento. Il dialogo intercettato, dunque, lasciava intuire che il Nicosia era addirittura riuscito a procurarsi uno strumento sottratto direttamente dalla legge a qualsiasi verifica, per comunicare con gli associati mafiosi detenuti:

….

NICOSIA: a Trapani hai visto, ma perchè lui è convinto che comanda lui a Trapani perché quello è amico suo il comandante … io immagino la scena appena quello gli ha portato quella e-mail … gli avrà detto “il mi auguro che lei non abbia stropicciata questa cosa” perchè questa me la manda l’amico mio … cioè me la stà mandando l’amico mio … cioè questa è l’onorevole amica mia (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: e ai compagni di cella chissà cosa minchia gli ha … io ve l’ho detto che quelli sono venuti a farmi gli auguri, guardate qui … (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: la carta intestata della Cameracioè io sono Santo Sacco, pure qua dentro, capito, la carta intestata della Camera

OCCHIONERO: gli è piaciuta?

NICOSIA: ma certo, la carta intestata della Camera, gli potevo mandare una cosa così? Mi sono fatto dare un blocchetto di carta intestata Camera dei Deputati

OCCHIONERO: bravo!

NICOSIA: con la firma sotto perchè ho firmato tutte e due, gli ho messo Onorevole … e lui questa cosa la porterà in giro come fidanzata …

OCCHIONERO: Amoooreee (in senso di compassione per SACCO, ndr)

NICOSIA: … come una fidanzata, sezione sezione. Io sono Santo SACCO, io sono Santo Sacco anche in galera! Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano … non si scherza (ride)

OCCHIONERO: a posto … (ride)

NICOSIA: esatto, attaccau … e la Procura di Sassari mette le … mette le cose .. le microspie

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA MISSIONE

L’impegno del Nicosia per Santo Sacco era tale che, dalle conversazioni registrate successivamente, si comprendeva che l’indagato aveva sollecitato la Occhionero ad attivarsi per far trasferire il detenuto dalla Casa circondariale di Nuoro (ove era effettivamente detenuto) a quella di Roma perché, da tale trasferimento, per ragioni allo stato non perfettamente decifrabili, lei avrebbe potuto ottenere, sempre a detta del Nicosia, un servizio di scorta e così evitare faticose trasferte in treno dal Molise (luogo di residenza del Deputato) a Roma. Di seguito la trascrizione del dialogo intercettato il 27 febbraio 201981:

NICOSIA Antonino: questa è una cosa che…appena…appena riesci a fare spostare Santo Sacco da…da Nuoro a Roma

Donna: appena esce

NICOSIA Antonino: sta cosa la devi sistemare

Donna: vediamo un po’

NICOSIA Antonino: la logistica

Donna: eh si…sistemeremo…la logistica è importante

NICOSIA Antonino: la logistica è fondamentale

Donna: le infrastrutture…eh eh…

NICOSIA Antonino: esatto

Donna: sono tutto

NICOSIA Antonino: magari

Donna: eh si

NICOSIA Antonino: magari ti mette a disposizione una macchina da Roma per viaggiare verso il Molise

…  

Donna: cioè, perché, si, anche qui è così, quindi ce ne sono di cose da fare, quando esce Santo

NICOSIA Antonino: e ne ha di lavoro, poverino

Donna: oh, si si si, a voler lavorare ne ha quanto ne vuole

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

BASENTINI

L’argomento veniva ripreso il 4 marzo 2019, allorquando il Nicosia sollecitava nuovamente e in modo sempre più insistente il Deputato a far trasferire Santo Sacco:

Donna: ah… a proposito ma a … mica gli si può chiedere di intercedere su un trasferimento

NICOSIA Antonino: come gioia

Donna: una mia amica che lavora in Tribunale

NICOSIA Antonino: eh…

Donna: si è fidanzata con uno che lavora all’ufficio amministrativo del carcere di Larino

NICOSIA Antonino: eh certo che possiamo intercedere

Donna: e vorrebbe essere trasferito in tribunale

NICOSIA Antonino: sì vabbè lo possiamo fare

Donna: possiamo farlo secondo te

NICOSIA Antonino: certo attraverso… chiediamo

Donna: Basentini (Basentini Francesco ndr)

NICOSIA Antonino: no chiediamo prima a un sindacalista e poi ci muoviamo fatti dare tutti i dati

Donna: già ce li ho

NICOSIA Antonino: eh okay

Donna: ma … mi ha detto che è il Capo del DAP, ma io ho detto Basentini e lei ha detto si ma perché lo conosci e il presidente del tribunale ha detto che serve l’autorizzazione del Capo di… del DAP

NICOSIA Antonino: eh… vabbè prima però passiamo da… da un sindacato, andiamo direttamente da lui a fare questa cosa no, se la possiamo fare senza disturbarlo la facciamo no…

Donna: eh… eh… ma come lo contattiamo cioè non si può (parola incomprensibile)

NICOSIA Antonino: andiamo al DAP Giusy, andiamo al DAP, andiamo a parlare con un segretario generale di un sindacato quelli vicini a noi quelli che… che ci stanno seguendo

Donna: eh… allora dobbiamo farla questa cosa

NICOSIA Antonino: eh… certo che lo facciamo eh… perché siamo qua anche per queste cose siamo qua no sennò

Donna: almeno questi… cioè almeno questi favori perché sennò io non riesco cioè a (parole incomprensibili)

NICOSIA Antonino: se ti dico di sì, se ti dico di sì, si può fare certo che si può fare

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA CAZZIATA: «ONORE’ NON PARLARE A MATULA…»

Il rapporto fra Nicosia e l’associato mafioso di Castelvetrano era tanto stretto che tre giorni dopo, il 7 marzo 2019, la “ambientale” collocata all’interno dell’autovettura in uso all’indagato (l’ennesima presa a noleggio) registrava la sua voce che inoltrava a qualcuno da lui chiamata “onore’” (e dunque verosimilmente identificabile in Giuseppina Occhionero) un messaggio vocale nel quale la redarguiva pesantemente, giungendo quasi a minacciarla, in seguito probabilmente ad alcuni commenti negativi che la donna aveva proferito su Santo Sacco:

Voce Nicosia: Onore’ non parlare a matula onore’ non parlare a matula, già stai parlando a matula … Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece, che non è giusta questa cosa, meno male che non ti sente perché per quest’ora dorme alle tre si fa il riposino perché altrimenti lo chiamerei per dire che cosa mi hai detto, non si fanno queste cose”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«ONORE’ TRATTALO BENE LO ZIO SANTO SACCO»

Voce Nicosia: Onore’ non è che fai finta che non capisci le cose e te le facciamo passare lisce a matula, a matula, a matula, parli a matula, a matula, a matula significa parli inutilmente dice minchiate e non è permessonon è permesso altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se viene lo capisci chi può venire manco se… e manco se porti Bersani che tu dici che può fare tutte cose… a Selinunte cous cous non ne mangia nessuno cioè non parlare a matula trattalo bene lo zio Santo Sacco vedi che ti ha mandato pure la fotografia del giornale la copia del giornale ti dice che non c’entrano più niente loro perché non so… non sono più al comando (ride) cioè Santo Sacco praticamente che è caduto in disgrazia”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale, 7 marzo 2019

SAN MATTEO (Messina Denaro)

Voce Nicosia: noi preghiamo San Matteo…tutti i Matteo…tutti…tutti tutti…tutti…quelli buoni quelli cattivi…tutti i Matteo…San Matteo proteggici…proteggici San Matteo…mai contro a San Matteo…mai contro a San Matteo…Onorevole Occhionero…mai mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai…mai contro a San Matteo, per ora c’è San Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo San Matteo…grazie San Matteo per quello che ci dai tutti i giorni…grazie…grazie…grazie” .

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale del 25 marzo 2019

Per approfondimenti:


– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

– La famiglia mafiosa di Sciacca

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

da WordNews.it

BACIAMO LE MANI/1^ parte

IL PAESE SENZA MEMORIA e SENZA VERGOGNA. Il Caimano torna di moda. Nel Paese orribilmente sporco arrivano proposte scellerate da parte di personaggi scellerati: non vedevano l’ora di riabilitare l’ex Cavaliere di Arcore. Una rovina per questo Paese, altro che statista. Quando ci libereremo politicamente di questi personaggi? Quando potremo chiudere una parentesi trentennale vergognosa? È un Paese alla rovescia: gli onesti diventano delinquenti e i delinquenti continuano a passare per martiri.

BACIAMO LE MANI/1^ parte

di Paolo De Chiara

«Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta».

Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino, 1992

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano». La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989. Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera».

“Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”. Ecco l’appunto di Falcone ritrovato nel suo ufficio,  Salvo Palazzolo, la Repubblica, 21 dicembre 2017

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”.

Trattativa Stato-mafia, i giudici: “Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri anche da premier e dopo le stragi”, Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

«Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?».

Nino Giuffré, collaboratore di giustizia, Tiscali.it, 20 luglio 2018

«Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio».

«Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra».

«Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992».


«Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo».

Nino Di Matteo, Procuratore Nazionale Antimafia, Antimafia2000.com, 27 settembre 2018

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

“Ho incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi mentre ero latitante”.

Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, videoconferenza udienza processo «’ndrangheta stragista», 7 febbraio 2020

1 parte/continua

da WordNews.it

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

SECONDA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

di Paolo De Chiara

DIECI ANNI

«Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione… per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti… la sentenza è stata confermata da quella della Corte d’appello di Palermo del 6 ottobre 2006, divenuta definitiva».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DETENZIONE

Il Nicosia è stato a più riprese detenuto e, all’atto della scarcerazione avvenuta nel 2009, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nonché alla misura di sicurezza della libertà vigilata, tutte interamente espiate.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

RADICALI e COLLABORAZIONE PARLAMENTARE

Il 1° novembre 2017 il XVI Congresso dei Radicali Italiani lo ha eletto membro del Comitato nazionale del Radicali italiani… Dai primi mesi del 2019, inoltre, ha cominciato una collaborazione, anch’essa ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti, con un Parlamentare della Camera dei Deputati, l’Onorevole Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

CIMICI

Nicosia: “io ogni mese mi cambio la macchina apposta chissà si mettessero in testa di mettere cose, a momenti gliela vado a lasciare, ci vogliono quarantacinque giorni per l’autorizzazione e io gliela vado a lasciare prima. Già ne ho un’altra ordinata … No … impazziscono … possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta che minchia mi interessa”)

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA FAMIGLIA MAFIOSA DI SCIACCA

L’attività di intercettazione, oltre a rivelare la partecipazione del Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca sino almeno alla fine degli anni ‘90 ha anche dimostrato, senza alcun dubbio, che tale partecipazione è assolutamente attuale e, in particolare, realizzata attraverso l’organizzazione di danneggiamenti, estorsioni e omicidi, tutti pianificati al fine di esercitare uno strettissimo e penetrante controllo sul territorio da parte della famiglia mafiosa.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PROGETTO DI DANNEGGIAMENTO

Il 2 febbraio 2018 è stata intercettata una conversazione fra Antonino Nicosia e il citato Luigi Ciaccio… I due, ritenendo Calogero Bono (imprenditore, nda) reo di aver violato la regola per cui doveva essere Cosa nostra a decidere chi dovesse svolgere quel lavoro, progettavano una violenta punizione dell’imprenditore e ciò al fine di estrometterlo dall’appalto.

Il prosieguo della conversazione consegnava poi una vera e propria lezione che il Nicosia impartiva al Ciaccio sulle modalità tipicamente mafiose attraverso le quali si sarebbe dovuto raggiungere l’obiettivo, ovverosia costringere l’imprenditore a rinunciare all’appalto (Nicosia: “quant’è 300, tu gli fai un danno di 600, così se lo chiamano a fare il servizio lui prende e rinuncia”).

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PROGETTO DI OMICIDIO

Antonino Nicosia giungeva persino a progettare un omicidio, unitamente ad Accursio Dimino, in danno di un facoltoso imprenditore di Sciacca e ciò al fine di acquisirne il patrimonio.

Nicosia: ah, tu dici di levarlo di mezzo?

Dimino: si

N: e non ci dobbiamo guadagnare?

D: ma le cose a volte si fanno o per 

N: a questo è pure vero, questo è pure vero

D: appunto tu non devi dargli “lauso”, poi quando è…. dici minchia è successo … e ha l’amante e ha quello … capace che ha toccato qualche femmina di qualcuno 

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, conversazione del 29 gennaio 2018

IL BOSS

Nicosia: a Campobello c’era il signor Mangiaracina … non l’hai visto ieri il signor Mangiaracina a Trapani? Quello di ottanta anni … ottantadue anni … quel signore di ottantadue anni, che abbiamo segnato 

Occhionero: si si …

N: quello era il signor Mangiaracina … quello è un boss

O: ma boss di dove?

N: boss di Campobello di Mazara 

O: come si chiama?

N: Mangiaracina Simone

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, conversazione in macchina del 23 dicembre 2018

POSSIBILI RIPERCUSSIONI GIUDIZIARIE

Ritornando alla conversazione intercettata il 23 dicembre 2018 con la donna che verrà poi identificata nell’Onorevole Giuseppina Occhionero, il Nicosia, ben consapevole della delicatezza degli argomenti trattati, intimava alla donna di evitare di citare, durante le loro eventuali e future conversazioni telefoniche, i nomi dei mafiosi, posto che il riferimento a soggetti del calibro di Simone Mangiaracina avrebbe rischiato di esporre entrambi a possibili ripercussioni giudiziarie:

N: non è che al telefono mi chiedi queste cose … neanche per scherzo … perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli … stavolta ci portano li 

O: Mangiaracina …

N: Purtroppo sezioni separate …

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

L’ÈSCAMOTAGE

Il massimo obiettivo auspicato dal Nicosia era quello di formalizzare una collaborazione con la Camera dei Deputati, come noto prevista dai regolamenti parlamentari, grazie alla quale egli avrebbe potuto fare visita financo ai detenuti sottoposti al regime speciale di cui all’art. 41 bis o.p.

Lo stesso Nicosia rivelava tale circostanza in una conversazione del 4 gennaio 2019 (quindi pochi giorni dopo il primo incontro con la Occhionero) col proprio conoscente Pippo Bono, figlio di Giuseppe, assassinato da mano mafiosa nelle campagne di Sciacca il 3 dicembre 1998

NICOSIA: Le ho fatto l’interrogazione parlamentare mi ha detto: “senti ma ti faccio un contratto” Contratto, gliel’ho detto: “che contratto mi fai?”

BONO: Che minchia di contratto devi fare?

NICOSIA: No vabbé gli detto come assistente parlamentare ma anche senza soldi. che minchia, sennò mi deve dare 10’000 € al mese a me, quelli che prendi tu. perchè io che minchia faccio… le ho detto: “mi fai un contratto per entrare ed uscire dalle carceri e basta”. Ogni tanto … (incomprensibile si accavallano le voci)

BONO: Ti metti il ferro dentro la porta… minchia ho a questo che mi scrive tutto quanto…

NICOSIA: No ma io non ci scrivo un cazzo, senza soldi niente le scrivo, mi giro

BONO: (Incomprensibile)

NICOSIA: No, mi giro le carceri invece, visto che non potevo entrare … così con lei entro

BONO: Sì sì sì

NICOSIA: E basta, e basta vado al 41 bis

BONO: Incomprensibile

NICOSIA: Faccio un sacco di cose hai capito? Ho trovato questo éscamotage

BONO: No buono è! Ottimo.. minchia … c’è per ora Roberto Clemente, questo qua che era Deputato regionale.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

2 parte/continua

da WordNews.it

Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

INTERVISTA al presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica: «Il diritto alla salute è sparito. I commissari sono stati creati per distruggere la sanità pubblica». Sul Covid: «Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale». Sui parlamentari 5Stelle: «Non riesco a giudicarli positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata. Mi ha fatto cadere le braccia. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia».

Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

di Paolo De Chiara

«La sanità molisana è in uno stato di abbandono». Queste le parole utilizzate dal dott. Italo Testa, presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica di qualità. Il tenace professore che da qualche anno si è messo in testa di opporsi e di contestare le scelte discutibili della politica molisana su un settore molto delicato. Per il suo impegno, in passato, ha ricevuto anche pesanti minacce di morte, ma non ha mai arretrato di un millimetro. Lui, medico in pensione, ha un sogno: la sanità pubblica deve tornare ad essere di qualità. Anche in Molise. Lo abbiamo intervistato in un momento particolare per la sanità molisana, dove le contraddizioni – già denunciate negli ultimi anni – sono emerse anche grazie all’emergenza Covid.

Ma qual è la situazione attuale?

«Ci sono tre Ospedali residui in Molise: il “Cardarelli” di Campobasso, il “Veneziale” di Isernia e il “San Timoteo” di Termoli. Tutti e tre sono stati utilizzati come ospedale Covid e, quindi, chiusi per le altre specialità, con l’aggravante che già prima della patologia virale erano già molto sotto, sotto, sotto organico a causa del blocco del turnover che dura da 12 anni».

Con la legge Grillo si sono riaperti i concorsi.

«Avevano riaperto la concorsualità anche per le zone che erano in debito sanitario, ma non sono stati espletati».

Per quale ragione?

«Con la scusa che la gente non vuole venire nel Molise».

Perché la gente non vuole venire nel Molise?

«In effetti venire nel Molise diventa una scelta difficile».

Perché?

«Con il rischio di chiusura degli ospedali chi è che ci viene a lavorare se poi, dopo un anno, se ne debbono andare. Già i molisani se ne vanno tutti per la situazione che c’è. Molti medici molisani li ritroviamo ovunque, anche ad alti livelli. Gente capace che se ne è dovuta andare perché qui non trovava sfogo. Man mano che veniva depauperata la sanità pubblica si avvantaggiava notevolmente quella privata accreditata. Una situazione di grossa difficoltà, soprattutto dopo la chiusura dell’ospedale di Venafro e dopo la chiusura dell’ospedale di Larino. L’ospedale di Agnone è stato depauperato di tutti i servizi, ha solo il nome di ospedale di zona disagiata, ma non ha quei servizi. Nonostante tutto questo, compresa la riduzione del Cardarelli, dove il POS di Frattura (nei giorni scorsi è stato clamorosamente bocciato dalla Corte Costituzionale l’art.34 bisnda) aveva stabilito che ci dovevano essere due posti letto di malattie infettive, gli unici letti in tutta la Regione Molise».

E con il virus cosa è successo?

«Nel Molise per fortuna abbiamo avuto un numero limitato di decessi. Sono 22 decessi su 300mila abitanti, non è che siano proprio pochi. E c’è stata anche una grossa moria degli anziani. Molti sono morti a casa e non sappiamo come, ma sicuramente non sono andati in ospedale».

Perché non sono andati in ospedale?

«Perché gli ospedali erano chiusi, erano aperti solo per le urgenze. Anche per le urgenze i malati preferivano rimanere a casa, piuttosto che correre il rischio di andarsi a prendere il Covid19 che era considerata una condanna a morte sicura per un anziano o per un malato. C’è stata una presa di posizione dei cardiologi molisani, anche come associazione cardiologica italiana. Sono aumentati i morti per infarto perché non volevano andare in ospedale e si mantenevano i loro problemi cardiaci. Quindi c’è stata anche questa aggiunta. La disposizione di chiusura dei ricoveri e degli ambulatori per altre patologie era derivata da questo, che gli ospedali generali pubblici erano diventati tutti ospedali covid».

Secondo lei come è stata gestita questa emergenza dalla politica regionale?

«Male».

Che intende?

«È stata colta all’improvviso e non si è preparata adeguatamente a difenderci da questa situazione e, quindi, l’errore è stato proprio quello di convogliare tutto nell’ospedale generale. C’era stata un’altra grossa problematica italiana, ovvero quella di stabilire di chiudere tutti i piccoli ospedali, puntando sull’ospedale generale grande che doveva fare le grandi cose e questo ospedale generale grande si è dimostrato un gigante dai piedi d’argilla. Con il covid è crollato l’ospedale, come ospedale generale. L’altra patologia è stata disconosciuta. Ovunque, non solo in Molise. Parliamoci francamente…».

Prego…

«Con questa linea politica, partita con Berlusconi, è stata proseguita da Renzi, quindi dal Pd con Gentiloni, hanno pensato di chiudere i piccoli ospedali puntando sull’ospedale unico, come hanno cercato di fare qui nel Molise. Senza sapere che nelle situazioni gravi, come quelle del Molise, se metti un ospedale e la gente non riesce a raggiungerlo quella struttura non esiste».

Il covid ha insegnato qualcosa? La sanità pubblica molisana è preparata per una eventuale emergenza?

«No. Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale da covid. Sappiamo ormai, sia dall’andamento delle epidemie ma soprattutto dall’andamento delle pandemie, che queste situazioni non si esauriscono in tre mesi. In poco tempo riescono ad essere attutite per questioni ambientali, per questioni climatiche. Però ritornano, specialmente le pandemie. Girano tutti i continenti e siccome la terra è diventata piccola, ritornano. Come stanno ritornando in Corea, come stanno ritornando in Sud Corea. Sembravano esaurite, ma stanno ritornando. In Italia, purtroppo, tornerà. E se si vuole ripetere lo stesso errore di non isolare questi malati in ambienti specifici, chiuderanno di nuovo gli ospedali. In Molise si sta discutendo da mesi se fare una struttura isolata oppure farla nel “Cardarelli”, come è stato fatto fino ad ora».

Qual è la ratio di queste discussioni?

«Campobasso vuole mantenere l’ospedale unico. La teoria dell’ospedale unico fa comodo al “Cardarelli”. Fa comodo avere l’ospedale unico perché così si è sicuri che l’ospedale resta unico nel Molise. Questo è l’errore più grave che ci possa essere. Anche se metti un padiglione a parte dove ci metti i malati, l’ambiente è sempre quello. Devono arrivare questi soldi da Roma e se l’ospedale pubblico covid non si fa, chi lo fa?»

Chi lo fa?

«Il privato. In Molise la situazione è drammatica, questa discussione che si sta facendo sull’ospedale unico covid a Larino e misto covid al “Cardarelli” è una cosa incomprensibile ai più».

La sanità in Molise è commissariata da tanti anni. Lei come giudica l’azione di questi commissari?

«I commissari sono stati creati apposta per distruggere la sanità pubblica. Un disegno strategico statale. Il commissario era il governatore, al quale erano stati affiancati dei funzionari ministeriali come subcommissari con l’obbligo della firma e del controllo. In 12 anni ci sono stati cinque subcommissari e un co-commissario, non dobbiamo dimenticare che nell’ultimo periodo di Iorio (già sGovernatore del Molise, nda), con il governo MontiBalduzzi era ministro della Sanità, fu mandato il commissario Basso con lo scopo di fare un nuovo piano per risanare il bilancio. Questo piano non si è saputo che fine abbia fatto. È stato pubblicato ed è stato ritirato. Dopodiché fu eletto Frattura (penultimo sGovernatore del Molise, nda). C’è una grossa responsabilità dei Governi che collimava con la volontà dei commissari di gestire la sanità da soli. Tutti i funzionari dovevano fare quello che diceva il commissario. Noi adesso sappiamo che le somme che venivano pagate dai molisani per l’aumento dell’Irpef non venivano versate sul conto della sanità per ridurre il debito, ma venivano usate per pagare altre cose».

Ad esempio?

«Tipo anche i mutui che non dovevano essere pagati con quei quattrini».

Le responsabilità, quindi, non sono soltanto della politica regionale?

«No, anche dei Governi che si sono succeduti. Pensiamo, ad esempio, che il POS Frattura, con due posti letto di malattie infettive per tutta la Regione, è stato approvato con legge dello Stato, durante il governo Gentiloni. Questo ci offre la misura di quella che è la volontà. Il mio timore è che il Pd al Governo continui con questa linea. Non vedo nessun ritorno verso il pubblico».

Qual è l’obiettivo politico?

«La privatizzazione spinta verso il sistema assicurativo. Con una parvenza di sanità pubblica, che c’è sempre stata. Il diritto alla salute conquistato con legge è sparito completamente. Adesso, nei contratti di lavoro, anche dei metalmeccanici che sono la categoria più tosta dal punto di vista sindacale, hanno accettato di avere invece dell’aumento salariale la copertura assistenziale. E poi il datore di lavoro è anche azionista dell’assicurazione. Sono somme che vengono date, ma non sono pensionabili».

E l’attività del vostro Forum come prosegue?

«Stiamo lottando da anni per cercare di riportare, puntando sulla ripresa dei concorsi, il personale. In questi dodici anni sono stati dati gli incarichi temporanei e questo è un modo per tenere sotto ricatto le persone. Non possono parlare. ‘Se non sei di ruolo io ti cambio’, questo è accaduto».

È possibile invertire questa situazione?

«La Regione Molise può chiedere, come è stato fatto per la Calabria, una legge che annulli il debito sanitario la cui responsabilità, in gran parte, ricade sui Governi che si sono succeduti. Questo è il primo passaggio e su questo si è convinto anche il commissario Giustini».

Quali sono i successivi passaggi?

«Ridimensionare, come stanno chiedendo in altre regioni italiane, il privato convenzionato e ridare ossigeno al servizio pubblico. I danni sono stati a causa della privatizzazione. La gente ha capito».

Cosa potrebbero fare i cittadini? Quale potrebbe essere il loro ruolo?

«I cittadini dovrebbero muoversi anche loro. La gente teme che molti che predicano e portano avanti certe iniziative pensino poi a presentarsi alle elezioni».

È una cosa negativa?

«La gente coglie il sospetto che il fine sia soltanto personale e non generale».

Ma la gente è brava, poi, a scegliere il meglio nella cabina elettorale?

«Dopo la parentesi Frattura è successo un fatto importante. Il Molise ha tirato fuori quattro parlamentari, i molisani hanno spostato il loro voto sui Cinque Stelle, azzerando tutti gli altri partiti. Un risultato c’è stato, la gente ha risposto. Poi è chiaro che sono corsi ai ripari per le regionali, il potere è grosso. C’è stata questa situazione. Noi possiamo giudicare l’azione degli eletti, ma la gente ha dimostrato che c’è un cambiamento».

Come possiamo giudicare l’azione politica dei nuovi eletti in Parlamento?

«Non riesco a giudicarla positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Tra di loro non sono d’accordo. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata, allo stesso livello. Mi ha fatto cadere le braccia. Non si rendono conto che finanziano direttamente la sanità privata accreditata e una parte del fondo sanitario dato al privato, circa il 24%, va al profitto e non alla cura. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia fatta dalla ministra Grillo».

Sulla sanità ha registrato un impegno da parte dei parlamentari molisani?

«No, non c’è stata alcuna risposta. Quando è tornato al Governo il Pd, che ha grosse responsabilità, non so se ha cambiato idea sulla sanità convenzionata. Altrove stanno ancora parlando dell’ospedale unico. Non si sono pronunziati, non hanno chiarito sulla sanità privata e su quella pubblica. Non ho sentito una parola in questa direzione».

Lei che idea si è fatto?

«Esistono dei grossi poteri forti».

Può fare un esempio?

«Molta della sanità privata, ad esempio, è confessionale, fa capo al Vaticano. Il Vaticano è l’ago della bilancia di quello che succede nel Comune di Roma. L’intervento del Papa fece cadere il sindaco Marino, perché era un personaggio scomodo. Con la Raggi il Vaticano non è intervenuto».

Prima lei ha nominato il commissario Giustini, come giudica il suo operato in Molise?

«Si è trovato in una situazione difficile. Non mi voglio schierare, come Forum, sulla venuta di un commissario esterno. Giustini ha capito la situazione molisana e ha capito che se non si esce dal debito il Molise non avrà un futuro sanitario. Lui si è trovato con il governatore che remava contro, con la struttura che remava contro. Si è trovato isolato in questo ambiente».

Quali saranno i prossimi impegni del Forum?

«Abbiamo iniziato un’attività un po’ più larga di quella molisana. Siamo stati tra i promotori di un Comitato sanitario nazionale colloquiando con gli altri comitati delle altre regioni che andavano nella direzione nostra, subendo il disturbo di altri comitati che erano impegnati su un terreno limitato».

Perché lei, come presidente del Forum molisano, non partecipò alla manifestazione romana in difesa della sanità pubblica?

«Non partecipai alla manifestazione che si fece a Roma perché non era chiaro l’intento. Si chiedevano le stesse cose che voleva Toma e si chiedeva l’abolizione del commissario esterno e però, gli organizzatori, erano per la sanità pubblica. Dove era la logica in tutto questo? Adesso c’è la posizione sull’ospedale di Larino che deve essere ospedale completo, non solo covid, ma non riesco ad accettare questa posizione così massimalista. Per me il covid non è una scusa, ma una preoccupazione».

da WordNews.it

Covid19, per il virologo Tarro: «il virus è destinato alla scomparsa»

INTERVISTA. Ci sarà il tanto annunciato colpo di coda? Dobbiamo attendere un ritorno della pandemia? Giulio Tarro, professore di fama mondiale, ci offre il suo punto di vista: «Abbiamo assistito ad una serie di bugie, una dietro l’altra. C’è stata sempre una tendenza a dire cose non vere per bloccarci. Mantenendo questa situazione di terrorismo, a loro modo, mantengono le loro sedie». E le mascherine? «In questo momento non sono di nessuna utilità».

Covid19, per il virologo Tarro: «il virus è destinato alla scomparsa»

di Paolo De Chiara

Lo avevamo contattato tempo fa, in piena emergenza Covid, ed era stato chiaro: «Certamente bisogna cambiare mentalità e bisogna cambiare, soprattutto, chi ci governa». Parole pronunciate dal professore Giulio Tarro, virologo di fama mondiale, già primario dell’Ospedale Cotugno di Napoli.

Il “figlio scientifico” del professore Albert Sabin, lo scienziato polacco che riuscì a sconfiggere la poliomelite.

Ma oggi cosa è cambiato rispetto a qualche mese fa?

«Lo avevo già annunciato che sarebbe andata a finire così».

Così come?

«Siamo entrati nella stagione quasi estiva e, quindi, il virus sta completando la sua curva epidemiologica, cosiddetta gaussiana, in base, soprattutto, alla buona stagione, al sole con i suoi raggi ultravioletti a cui il virus non resiste più di sei o sette minuti al mare o in montagna o altrove. Certamente è destinato alla scomparsa».

Possiamo stare tranquilli?

«Senza dubbio, anche perché sono i dati che contano alla fine. I dati ci dicono questo».

Molti suoi colleghi parlano, anche in maniera insistente, di una seconda ondata. Lei cosa ne pensa?

«Se sono quei colleghi che dicevano che all’inizio di febbraio non ci sarebbe stato un solo caso in Italia oppure, eventualmente, gli stessi che dicevano che praticamente ci sarebbe stata l’epidemia maggiore a giugno… allora cosa vuole che le dica? (risata) Sono dei pessimi predittori».

Ma ci sarà questa seconda ondata?

«Se noi come popolazione abbiamo fatto gran parte di anticorpi difficilmente il virus potrà circolare».

Per la questione delle scuole cosa possiamo aggiungere?

«Chi se ne occupa deve essere all’altezza della situazione, altrimenti dobbiamo mandare loro a scuola».

A cosa si riferisce? Cosa bisogna fare per essere all’altezza della situazione?

«Dovrebbero fare dei corsi, innanzitutto, di educazione. Debbono avere la capacità di trattare con i bambini, con i ragazzi, con i giovani. Determinate situazioni, chiamiamole psicologiche, vanno tenute in conto per prime, non successivamente».

Per quanto tempo ancora dobbiamo portare queste mascherine?

«Francamente la mascherina andava portata inizialmente, come si è sempre detto, per evitare di spargere il virus, semplicemente per i contagiati. E per gli operatori sanitari che erano a contatto con i pazienti. Per il resto, come dire, è tutto un eccesso».

Per quale ragione?

«È legato al fatto che l’Italia è diventata produttrice di mascherine. Alcune industrie hanno diversificato, per così dire, ed ovviamente le mascherine vanno per tutti. È diventata quasi una moda».

Ma qual è la loro utilità?

«Nessuna».

C’è stata speculazione dietro questa pandemia?

«Anche in maniera esagerata. Dalle mascherine a tutto il resto. C’è stata questa volontà di determinare sempre, diciamo, il panico con i bollettini di guerra, che hanno inciso proprio sul quel sistema immunitario che dovrebbe essere preservato. Poi aggiungiamo queste notizie continue. Ognuno può avere uno stile di vita che, certamente, non è necessariamente corretto. Lo stress provoca l’abbassamento dello stato immunitario, fondamentale non solo in riferimento al coronavirus ma anche per quanto riguarda le infezioni e la trasformazione cellulare.»

È stata gestita nel migliore dei modi questa situazione?

«Penso che sia stata gestita così come è stata gestita all’inizio».

Può spiegare meglio?

«Siamo stati la prima Nazione a bloccare i voli con la Cina, dimenticando però che bastava andare direttamente alla Malpensa o a Fiumicino. Si poteva andare in tutte le altre Capitali del Mondo. E sotto questa falsa riga hanno continuato. Come per il livello di informazione, in particolare, pubblica. Abbiamo assistito a una serie di bugie, una dietro l’altra».

Qualche esempio?

«Era importante seguire la ricerca israeliana, ovvero isolare gli anziani e far circolare il virus tra i giovani. Ancora più importante è quello che hanno fatto i tedeschi, che hanno avuto una mortalità al di sotto dell’1%. Hanno usato subito la sieroterapia e quando, addirittura, sono passati nella seconda fase e in Italia si è parlato subito di aumento dei contagi. Una bugia. Sia perché non era vero, bastava chiamare la Germania, ma soprattutto era una bugia stupida perché ci vuole il tempo di incubazione perché possano aumentare i contagi. Come in questo caso, c’è stata sempre una tendenza a dire cose non vere per bloccarci. Mantenendo questa situazione di terrorismo, a loro modo, mantengono le loro sedie».

Professore, a che punto siamo con la sieroterapia in Italia?

«La sieroterapia, per giunta, è stata approvata anche negli Stati Uniti e in Inghilterra. È già stata approvata dalla nostra federazione del farmaco. Fortunatamente, in questo momento, c’è stato meno bisogno visto che le terapie intensive si sono svuotate. Però, in ogni caso, è importante perché è l’unica terapia specifica per questa malattia».

Sanità pubblica o sanità privata?

«C’è stato un momento in cui l’Italia ha occupato il primo posto a livello mondiale, in particolare, per la sanità pubblica. Poi si è cominciato, dalla fine degli anni Novanta, a dimezzare tutti i posti letto delle terapie intensive e poi ci siamo trovati, ovviamente, di fronte a questa epidemia senza fare niente. A gennaio i francesi avevano raddoppiato i posti letto e noi abbiamo aspettato marzo, in piena epidemia.

Quando, per una epidemia di tipo influenzale che anziché svolgersi nell’arco di sei mesi si è concentrata in poche settimane, è crollato anche il fiore all’occhiello italiano, che era quello della Lombardia, con Milano capitale».

Un fiore all’occhiello sopravvalutato?

«I conti si fanno i conti alla fine. Ovviamente era sopravvalutato».

da WordNews.it

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Dopo la nostra intervista è arrivato il provvedimento disciplinare per il dott. Rispoli

SANITA’ MOLISANA. Nonostante l’episodio precedente, che aveva già coinvolto il dott. Lucio Pastore, Rispoli non si è tirato indietro. Ma il suo coraggio non è stato apprezzato dai vertici aziendali ed è scattato l’ennesimo provvedimento disciplinare. Muti bisogna stare in questa Regione. Abbiamo risentito il dott. Rispoli per raccogliere una sua dichiarazione: «Ringrazio tutti per la solidarietà. Io credo nella libertà di parola, sancita dall’articolo 21 della Carta Costituzionale e mi sono sempre ispirato agli ideali di Giordano Bruno, un personaggio che si studia male durante la scuola. Non ha mai rinnegato le sue idee, al costo della vita». 

Dopo la nostra intervista è arrivato il provvedimento disciplinare per il dott. Rispoli

di Paolo De Chiara

E’ scattata nuovamente la “norma bavaglio”. Questa volta è stato colpito il dott. Ettore RispoliLo avevamo intervistato il 2 aprile scorso. In piena emergenza aveva rilasciato a WordNews.it i suoi pensieri sulla gestione politica e sanitaria molisana. Il medico, molto conosciuto per il suo impegno nella sanità pubblica regionale, aveva semplicemente esposto il suo convincimento etico-morale di politica sanitaria, per meglio far comprendere, ai nostri lettori, il rischio che si stava correndo in quella fase storica travagliata. 

Nonostante l’episodio precedente, che aveva già coinvolto il dott. Lucio Pastore, Rispoli non si è tirato indietro. Ma il suo coraggio non è stato apprezzato dai vertici aziendali ed è scattato l’ennesimo provvedimento disciplinare. Muti bisogna stare in questa Regione. Ma l’articolo 21 della Costituzione che fine ha fatto? 

Il 29 maggio, due mesi dopo l’intervista, si è registrato un episodio strano, particolare. Pericoloso. Un incendio, probabilmente di origine dolosa, ha interessato il reparto di senologia del “Veneziale” di Isernia. Proprio il reparto gestito dal dott. Rispoli. Perchè? Qualcuno ha voluto intimidire il medico? Esiste una azione mirata dietro questo gesto?

«Contro tale provvedimento – scrive in una nota il partito comunista dei lavoratori, sezione di Isernia – opponiamo e rivendichiamo non solo la libertà di espressione, ma anche il diritto democratico della popolazione molisana di conoscere le opinioni e le informazioni di una persona qualificata, per la tutela del diritto alla salute che va sopra ogni altra cosa».

Ecco l’affondo nei confronti della politica regionale e aziendale: «Diffidiamo pubblicamente la Giunta regionale fascio leghista di Toma e il vertice burocratico della ASREM: ad annullare immediatamente il procedimento disciplinare volto a censurare le opinioni e informazioni qualificate utili alla collettività legittimamente espresse dal dott. Rispoli ed anzi a favorire la diffusione delle idee e dei dibattiti sulla tutela del diritto alla salute sul territorio; a cancellare la norma bavaglio dal regolamento della ASREM, di matrice fascista, che si utilizza per censurare la legittima e qualificata libertà di espressione».

Nei giorni scorsi si è registrata anche la solidarietà del Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia, Lucio Pastore: «Ho espresso solidarietà a Rispoli, perché è assurdo che si debba censurare una persona che esprime un proprio pensiero. Ci troviamo di fronte alla violazione dell’articolo 21 della Costituzione e, questo modo di fare, è un elemento che chiaramente va nella direzione della destrutturazione della democrazia. Io mi sono opposto per quello che riguardava la posizione mia e continuerò ad oppormi anche per quella che riguarderà altre posizioni, fra cui quella del collega Rispoli».

Abbiamo risentito il dott. Rispoli per raccogliere una sua dichiarazione: «Ringrazio tutti per la solidarietà. Io credo nella libertà di parola, sancita dall’articolo 21 della Carta Costituzionale e mi sono sempre ispirato agli ideali di Giordano Bruno, un personaggio che si studia male durante la scuola. Non ha mai rinnegato le sue idee, al costo della vita». 

La Solidarietà del FORUM MOLISANO PER LA DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA DI QUALITA’

«Il Forum Molisano esprime, a nome di tutti i suoi aderenti, profonda solidarietà al dott. Ettore Rispoli, ultimo in ordine di tempo ad essere sottoposto a censura, con il rinvio alla Commissione disciplinare, istituita presso tutte le ASL, mediante Regolamenti incostituzionali che hanno lo scopo di mettere il bavaglio al personale sanitario tutto. Questi regolamenti, basati sul principio di “fedeltà aziendale” sono stati mutuati dal Privato e trasferiti nel pubblico, da quando le USL sono state trasformate in ASL, cioè in Aziende sanitarie Locali. Questa trasformazione non solo ha escluso la rappresentanza popolare dal controllo sul funzionamento dei Servizi sanitari, ma ha messo al primo posto, anche nella Sanità Pubblica, non i bisogni del paziente bensì i meccanismi economici che garantiscono il profitto delle aziende private. Di recente il Forum, all’interno del Coordinamento Nazionale Sanità, ha realizzato un incontro nazionale sul Bavaglio imposto agli operatori sanitari, mettendo insieme le esperienze e le mobilitazioni sul tema che sono in atto in tutto il territorio italiano. Sull’argomento ha consultato anche il noto costituzionalista Paolo Maddalena, che insieme ad altri legali, che si sono occupati di diversi casi del genere, ha studiato e analizzato proprio il Regolamento adottato dall’ASREM Molise, non dissimile dagli altri, sottolineandone le maggiori criticità e le ripetute violazioni di articoli della Costituzione Italiana. A breve il Coordinamento Nazionale Sanita’ pubblicherà questo studio, che sarà seguito da una intervista sull’argomento rilasciata da Paolo Maddalena. Il Forum garantisce il suo impegno a seguire da vicino la vicenda del Dott. Ettore Rispoli, che non sarà da solo ad affrontare la Commissione Disciplinare. Il Forum si è battuto negli anni per tutelare il Diritto alla salute, ma anche per tutelare la libera espressione del pensiero, come nella analoga vicenda che ha colpito il Dott.Lucio Pastore, e per difendere incondizionatamente i diritti sanciti dalla Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza».

Il Presidente Italo Testa

PER APPROFONDIMENTI:

– Coronavirus: «È una carneficina»

Lunedì 29 giugno pubblicheremo, in esclusiva, l’intervista al dott. Italo Testa, presidente del Forum in difesa della Sanità Pubblica

da WordNews.it

BOCCIATA la scelta di Frattura: l’articolo del POS è incostituzionale. Pastore: «Lo avevamo detto»

INTERVISTA a Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia. «Non so se ci sta pure un danno patrimoniale a cui dovrà rispondere il presidente e company. Non è una bella situazione, strutturata ai fini del potere». LA SENTENZA. LA CORTE COSTITUZIONALE «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96».

BOCCIATA la scelta di Frattura: l'articolo del POS è incostituzionale. Pastore: «Lo avevamo detto»

di Paolo De Chiara

La Corte Costituzionale «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96».

Una sentenza prevedibile. L’articolo 34-bis del Piano Operativa sanitario di Frattura (penultimo sGovernatore del Molise) era, sin dall’inizio, palesemente incostituzionale. Il Forum in difesa della Sanità Pubblica (nelle prossime ore pubblicheremo in esclusiva una intervista al leader del movimento Italo Testa), attraverso le parole del dott. Lucio Pastore (nella foto in basso), lo aveva denunciato in diverse occasioni.

Ora è ufficiale. La scelta politica è stata sonoramente bocciata. Quella scelta, tanto contestata, è stata spazzata via. Chi pagherà per i tanti danni causati? 

Abbiamo contattato il Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia, per registrare il suo punto di vista.

«Ora dovrebbe cadere il POS di Frattura, si possono aprire dei contenziosi. Ma i danni fatti come si recuperano? Questa è una delle tattiche che usano».

Partiamo dall’inizio.

«Il ricorso è stato fatto dalla Neuromed, avevano tolto dei posti letto, invece di essere 156 erano diventati 145. Dopo il ricorso al Tar, la struttura ha posto la questione di legittimità a livello della Corte Costituzionale, proprio per questo famoso art. 34 bis».

Possiamo spiegare meglio?

«Per far approvare il POS (Piano Operativo Sanitario, nda) Frattura lo fece inserire nella Finanziaria. In questo modo non era più possibile fare ricorso e altre cose perché è una legge dello Stato. Questa doveva essere la ratio.»

Quali sono i danni?

«Tutto quello che hanno fatto: dalla chiusura degli Ospedali alla declassificazione delle strutture da unità complesse a unità semplici; dalla creazione e allo spostamento di alcune strutture, ad esempio da Isernia a Campobasso alla cessione, ad esempio, di oncologia e della cardiologia che sta nel piano. Tutte queste cose ormai sono avviate e i danni sono stati fatti. Come fai a recuperarli? Questo porterà a dei contenziosi».

Con il POS bocciato dalla Corte Costituzionale cosa accadrà?

«Si dovrà ritornare allo status quo ante».

Vogliamo ricordare lo status quo ante?

«Prima di tutto devono essere riaperti gli altri Ospedali che hanno chiuso».

Poi?

«Non si ci si può più affidare alla struttura stoke e hub, come hanno fatto, declassando gli Ospedali di Isernia e di Termoli. I passaggi dalle unità semplici alle unità complesse non sono più possibili. Bisognerà ridiscutere tutto da un punto di vista teorico».

Questa classe dirigente è in grado di affrontare questa situazione?

«Non è affatto in grado, ma il caos fa parte di chi gestisce il potere. Lo sapevano pure loro che era incostituzionale questa cosa. Però in questi anni hanno fatto tutti i casini possibili e inimmaginabili nell’applicazione del POS. Non so se ci sta pure un danno patrimoniale a cui dovrà rispondere il presidente e company. Non è una bella situazione, strutturata ai fini del potere».

Qual è la posizione del Forum in merito a questa vicenda?

«La nostra posizione ufficiale, fin dal primo momento, è che era incostituzionale mettere nella legge finanziaria il POS, perché è un atto amministrativo regionale e non può stare in una finanziaria. Lo avevamo detto in tempi non sospetti, ci sono anche delle interviste fatte, degli interventi pubblici in occasione di alcune manifestazioni a tutela della Costituzione. Ponemmo la questione della incostituzionalità di quest’atto che danneggiava enormemente la sanità molisana. Siamo stati sempre contrari. Abbiamo anche cercato di portarla all’attenzione della Corte Costituzionale, ma ci dissero che non eravamo legittimati a farlo, in quanto il Forum era un soggetto che non poteva esprimere un interesse per poter fare un ricorso».

Quindi è anche una vittoria del Forum?

«Una vittoria indiretta del Forum. In quanto il Forum non poteva agire a livello amministrativo, in quanto non era ritenuto un soggetto che avesse interesse a fare questo. Ovviamente, da un punto di vista legale. Noi ponemmo la questione, ma non trovammo un escamotage. Invece la Neuromed, evidentemente, è un soggetto che aveva l’interesse a poter ricorrere e ha fatto questo ricorso al Tar, che ha sollevato, a livello di Corte Costituzionale, il principio della incostituzionalità dell’art. 34 bis. Questo è stato il processo in cui si sono mossi. La nostra posizione era contraria. Quello di Frattura, e del Governo di allora (Gentiloni), era un atto incostituzionale».

Quando ha letto questa sentenza cosa ha pensato?

«Ho pensato che è il solito gioco all’italiana. Il fattore tempo viene utilizzato per derogare lo status quo. Tutti quanti sapevamo che era un atto illegittimo e se ci fosse stato un ricorso alla Corte Costituzionale questo atto sarebbe stato bocciato. Però, nel frattempo, sono avvenute una serie di trasformazioni che sarà difficile poter riportare in una situazione diversa. L’unico che ne potrà trarre vantaggio è proprio la Neuromed, nel senso che oltre a tutti i vantaggi che ha, ci sarà il fatto che gli devono dare ancora più posti. Il motivo per il quale si è opposta».

Nei giorni scorsi per il suo collega, il dott. Ettore Rispoli, è stato attivato un provvedimento disciplinare per aver rilasciato nel mese di aprile, sul nostro giornale, delle dichiarazioni. Vuole aggiungere qualcosa?

«Ho già espresso solidarietà a Rispoli, perché è assurdo che si debba censurare una persona che esprime un proprio pensiero. Ci troviamo di fronte alla violazione dell’articolo 21 della Costituzione e, questo modo di fare, è un elemento che chiaramente va nella direzione della destrutturazione della democrazia. Io mi sono opposto per quello che riguardava la posizione mia e continuerò ad oppormi anche per quella che riguarderà altre posizioni, fra cui quella del collega Rispoli».

LA SENTENZA: 

SENTENZA N. 116
ANNO 2020
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Marta CARTABIA; Giudici: Aldo CAROSI, Mario Rosario MORELLI,
Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco
MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco
VIGANÒ, Luca ANTONINI, Stefano PETITTI,
ha pronunciato la seguente


SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96, promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Molise nel procedimento vertente tra l’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed IRCCS srl e il commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dai disavanzi del settore sanitario del Molise e altri, con ordinanza del 15 novembre 2018, iscritta al n. 49 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell’anno 2019.

Visti l’atto di costituzione dell’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed IRCCS srl, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito il Giudice relatore Giancarlo Coraggio ai sensi del decreto della Presidente della Corte del 20 aprile 2020, punto l), lettere a) e c), in collegamento da remoto, senza discussione orale, in data 19 maggio 2020; deliberato nella camera di consiglio del 19 maggio 2020.

Ritenuto in fatto
1. Con ordinanza iscritta al reg. ord. n. 49 del 2019, il Tribunale amministrativo regionale per il Molise ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96.

1.1. La norma censurata approva il programma operativo straordinario (POS) per la Regione Molise per il triennio 2015-2018, allegato all’Accordo sancito nella seduta della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano del 3 agosto 2016 (Accordo concernente l’intervento straordinario per l’emergenza economico finanziaria del Servizio sanitario della Regione Molise e per il riassetto della gestione del Servizio sanitario regionale ai sensi dell’art. 1, comma 604, della legge 23 dicembre 2014, n.190) e recepito con decreto del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario della predetta Regione Molise n. 52 del 12 settembre 2016, così disponendo: «1. In considerazione della necessità di assicurare la prosecuzione dell’intervento volto ad affrontare la grave situazione economico finanziaria e sanitaria della regione Molise e a ricondurre la gestione nell’ambito dell’ordinata programmazione sanitaria e finanziaria, anche al fine di adeguare i tempi di pagamento al rispetto della normativa dell’Unione europea, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 1, commi 604 e 605, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, tenuto anche conto del contributo di solidarietà interregionale riconosciuto dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome, di cui al verbale della seduta della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano del 23 dicembre 2015, nella misura di 30 milioni di euro per l’anno 2015, di 25 milioni di euro per l’anno 2016 e di 18 milioni di euro per l’anno 2017: a) il commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario della regione Molise dà esecuzione al programma operativo straordinario 2015-2018, allegato all’accordo sancito nella seduta della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano del 3 agosto 2016 (rep. atti n. 155/ CSR) e recepito con decreto del medesimo commissario ad acta n. 52 del 12 settembre 2016, che con il presente decreto è approvato, ferma restando la validità degli atti e dei provvedimenti adottati e fatti salvi gli effetti e i rapporti giuridici sorti sulla base della sua attuazione; […]».

2. Il TAR Molise – nell’ambito del giudizio di impugnazione del POS e dei suoi provvedimenti attuativi –, a fronte dell’eccezione della difesa statale di improcedibilità del ricorso a seguito dell’intervento dell’art. 34-bis del d.l. n. 50 del 2017, solleva questione di legittimità costituzionale.

Il Collegio remittente premette di avere rigettato, nell’ambito di precedenti giudizi, le eccezioni d’improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse a seguito dell’intervenuta legificazione del POS, interpretando il censurato art. 34-bis come se avesse recepito e legificato soltanto il contenuto che sopravvive al vaglio di validità di atti e provvedimenti. Sennonché, a fronte dell’opposta lettura del citato art. 34-bis adottata dal Consiglio di Stato – che assume l’improcedibilità del ricorso sull’assunto che l’avvenuto recepimento del POS ad opera di una norma di legge statale priva le parti di ogni interesse a vedere decisi dinanzi al giudice amministrativo i ricorsi giurisdizionali avverso il POS medesimo – si determina a sollevare questioni di legittimità costituzionale.

2.1. Viene sostenuta, innanzitutto, la violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione, in quanto, in difformità dai princìpi di ragionevolezza e di non contraddizione, nonché dei princìpi di legalità e imparzialità della pubblica amministrazione, verrebbe recepito in norma di legge il contenuto di un provvedimento amministrativo che potrebbe essere affetto da vizi di illegittimità. Un particolare profilo di illogicità e contraddittorietà deriverebbe dall’inciso «ferma restando la validità degli atti e dei provvedimenti adottati e fatti salvi gli effetti e i rapporti giuridici sorti sulla base della sua attuazione», non essendo chiaro se, con questa espressione, si affermi che la norma di legge possa validare anche gli atti e i provvedimenti del tutto illegittimi, ivi compresi gli atti attuativi del POS, ovvero se s’intenda l’esatto contrario, vale a dire che la validità degli atti e dei provvedimenti  recepiti nella norma di legge sia il presupposto indefettibile della legificazione e che gli effetti e i rapporti giuridici sorti sulla base dell’attuazione del POS siano fatti salvi a condizione che gli atti e i provvedimenti adottati siano validi.

In secondo luogo, il Collegio remittente prospetta la violazione degli artt. 24, 103 e 113 Cost., anche in relazione agli artt. 6 e 13 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, reputando la norma censurata una legge-provvedimento diretta a «disattivare» la tutela giurisdizionale avverso gli atti del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro, interferendo sulle decisioni dell’autorità giurisdizionale.

La terza questione, infine, riguarda la violazione degli artt. 117, primo e terzo comma, e 120 Cost., stante la riconducibilità della disciplina legislativa in esame alla materia «tutela della salute», spettante alla competenza legislativa concorrente di Stato e Regioni, materia nella quale alle leggi statali è riservata la sola fissazione dei princìpi fondamentali. La forza di legge conferita al POS comporterebbe inoltre rilevanti interferenze su atti che nascono da processi co-decisionali e che non potrebbero essere modificati da provvedimenti unilaterali di una delle parti pubbliche, in assenza di coinvolgimento dell’altra.

La violazione deriverebbe anche dall’irragionevole estromissione degli organi regionali dalla funzione di rivedere le proprie leggi nell’ottica degli obiettivi di risanamento, il che – prosegue il TAR Molise – non sarebbe giustificabile neppure alla luce di esigenze legate al coordinamento della finanza pubblica spettante alla legge statale. D’altronde, i limiti all’autonomia legislativa concorrente della Regione nel settore della tutela della salute e della gestione del servizio sanitario, che possono essere imposti alla luce degli obiettivi di contenimento della spesa pubblica, non potrebbero tuttavia comportare una pretermissione del momento consensuale o concertativo inter-istituzionale.

3. È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate.
In via preliminare viene evidenziato che la norma oggetto di sindacato risulta adottata, secondo quanto si desume anche dalla relazione tecnica, «in considerazione della necessità di assicurare la prosecuzione dell’intervento volto ad affrontare la grave situazione economico-finanziaria e sanitaria della Regione Molise e a ricondurre la gestione nell’ambito dell’ordinata programmazione sanitaria e finanziaria, anche al fine di adeguare i tempi di pagamento al rispetto della normativa dell’Unione europea, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 1, commi 604 e 605, della legge 23 dicembre 2014, n. 190».

Espone l’Avvocatura generale che gli interventi di riorganizzazione, riqualificazione e potenziamento del Servizio sanitario regionale previsti nell’originario piano di rientro della Regione Molise, avviati nel 2007 e non realizzati nelle dimensioni e nei tempi ivi previsti, sono proseguiti e sono stati aggiornati con successivi programmi operativi, adottati dal commissario straordinario ai sensi dell’art. 2, commi 88 e 88-bis, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio nnuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2010)». Nell’anno 2010, atteso il persistente inadempimento della Regione Molise agli obblighi derivanti dal piano di rientro e le riscontrate difficoltà nella sua attuazione, è stata attivata la procedura di cui all’art. 2, comma 84, della legge n.191 del 2009, conclusasi nell’anno 2012 con la nomina di un commissario ad acta, giusta delibera del Consiglio dei ministri del 7 giugno 2012.

La funzione commissariale è stata poi nuovamente assegnata al Presidente pro-tempore della Regione non deliberazione del Consiglio dei ministri del 21 marzo 2013.

Nonostante tutti gli interventi straordinari attivati in applicazione della legislazione emergenziale in materia di piani di rientro dai disavanzi sanitari, la grave situazione economica e strutturale in cui continuava a versare il Servizio sanitario regionale molisano induceva il legislatore nazionale a stanziare un ulteriore fondo straordinario, nella misura massima di 40 milioni di euro (come previsto dall’art. 1, commi 604 e 605, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, recante:
«Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2015»), la cui erogazione veniva condizionata alla positiva verifica, da parte dei Tavoli tecnici di monitoraggio, dell’effettiva attuazione dello specifico Accordo tra lo Stato e le Regioni sancito nella Conferenza permanente del 3 agosto 2016, concernente l’intervento straordinario per l’emergenza economico-finanziaria del Servizio sanitario della Regione Molise e per il riassetto della gestione del medesimo Servizio.

Tale intervento straordinario è stato formalizzato nel POS 2015/2018, allegato all’Accordo Stato-Regioni del 3 agosto 2016 e recepito, poi, con decreto commissariale n. 52 del 2016.

È in questo quadro – sottolinea la difesa statale – che si muove dunque la misura legislativa censurata, indirizzata a fronteggiare gli impegni assunti con gli interventi straordinari attivati, al fine di recuperare la grave situazione economico-finanziaria e sanitaria regionale e ricondurre la gestione nell’ambito dell’ordinata programmazione sanitaria e finanziaria, dando concreta attuazione agli interventi strutturali previsti nel POS. 

Entrando nel dettaglio delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal TAR Molise, la difesa dell’interveniente innanzitutto valorizza la presenza di un accordo sancito in Conferenza permanente.

Con particolare riferimento alla presunta violazione degli artt. 3 e 97 Cost., l’attivazione della procedura di concertazione con le autonomie territoriali sarebbe già di per sé indicativa della ragionevolezza del successivo intervento normativo.

Quanto alla censura concernente gli artt. 24, 103 e 113 Cost., anche in relazione agli artt. 16 e 13
CEDU, sarebbe anch’essa destituita di fondamento, perché nelle ipotesi, quale quella in esame, di riconduzione dell’atto amministrativo entro un provvedimento formalmente legislativo, la tutela giurisdizionale verrebbe comunque garantita, in quanto il passaggio dall’atto amministrativo alla legge implicherebbe solamente un mutamento delle forme della tutela giurisdizionale, passando dal giudice “comune” a quello costituzionale. La censura relativa alla asserita violazione dell’art. 103 Cost., in particolare, sarebbe inammissibile per assoluto difetto di motivazione.

Né, infine, prosegue l’Avvocatura, maggior pregio rivestirebbe il prospettato dubbio di violazione degli
artt. 117, primo e terzo comma, e 120 Cost.

Il TAR Molise incorrerebbe, infatti, in un vistoso errore di prospettiva, poiché censura ciò che in realtà sarebbe l’effetto necessitato – e pienamente legittimo – non tanto dell’attribuzione al decreto del commissario ad acta approvativo del POS della forza e del valore di legge, quanto piuttosto – a monte – dell’esercizio dei poteri sostitutivi attribuiti al commissario straordinario per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario previamente concordato tra lo Stato e la Regione interessata.

Sostiene, dunque, l’Avvocatura che nessuna lesione della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica assegnata alle Regioni dall’art. 117, terzo comma, Cost., potrebbe derivare dalla legificazione del POS, né, tantomeno, alcuna rilevante interferenza su un atto che nasce da un processo co-decisionale potrebbe fondatamente postularsi quale conseguenza della legificazione, posto che la norma denunciata si è limitata a recepire integralmente i contenuti del POS, a sua volta approvato in Conferenza Stato-Regioni, e cioè concertato proprio con le autonomie territoriali.

4. Con memoria del 24 aprile 2020, depositata il successivo 26 aprile, si è costituito l’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed IRCCS srl.
In punto di fatto, viene segnalato che, per quanto riguarda la posizione dell’IRCCS, ricorrente nel giudizio a quo, la riorganizzazione della rete ospedaliera molisana sarebbe basata su un presupposto palesemente erroneo, che comporta il riconoscimento di un numero di posti letto inferiore rispetto a quello effettivo.

Ciò sarebbe, appunto, accaduto con il POS 2015-2018, approvato con decreto commissariale n.52 del 2016 e attuato con successivi provvedimenti (decreti del commissario ad acta n. 14 del 28 febbraio 2017, n. 47 del 28 agosto 2017, n. 10 del 16 febbraio 2018), tutti impugnati per tale motivo innanzi al TAR Molise.

Viene altresì ricordato che quest’ultimo, con ordinanza 7 dicembre 2016, n. 167, avrebbe preso atto del “mancato coordinamento” del POS con l’atto di programmazione 2014, che riconosce all’istituto 156 posti letto anziché i 145 attualmente pianificati.

Tanto premesso, aderendo alle motivazioni addotte dall’ordinanza di rimessione a sostegno della richiesta declaratoria di incostituzionalità, l’IRCCS deduce, in particolare, che la norma censurata sarebbe ispirata all’unico intento, seppure non esplicitato, di incidere direttamente sulle decisioni del giudice amministrativo nei giudizi in corso.

Inoltre, sarebbe ravvisabile un contrasto con l’art. 3 Cost., poiché non sussisterebbero elementi in grado di giustificare il regime speciale riservato alla Regione Molise.
A parere dell’IRCCS, il censurato art. 34-bis violerebbe inoltre gli artt. 72 e 73, terzo comma, Cost., poiché, disponendo una generica approvazione del POS, renderebbe dubbio l’ambito della legificazione, con conseguente incertezza sulla riferibilità della stessa al solo atto presupposto o anche a quelli attuativi. 

5. In data 27 aprile 2020 l’IRCCS ha depositato una memoria, nella quale – oltre a ribadire le argomentazioni precedentemente sviluppate – sottolinea che il POS in esame è stato oggetto di accertamento giudiziale, definito con sentenze di primo grado valide ed efficaci, per lo più non sospese in via cautelare dal Consiglio di Stato.

Pertanto, posto che il giudice amministrativo ha dichiarato l’illegittimità (sotto diversi e molteplici profili) del decreto del commissario ad acta n. 52 del 2016 e dei suoi decreti attuativi e la legge provvedimento in esame interviene in modo contrastante con tali decisioni, quest’ultima – sulla base di una supposta sovrapponibilità tra giudicato e giudicato cautelare – configurerebbe un’ipotesi «del tutto assimilabile al provvedimento amministrativo, ex art. 21-septies della legge n. 241 del 1990, per elusione o violazione del giudicato».

6. In forza delle nuove modalità previste dal punto 1), lettera c), del decreto della Presidente della Corte costituzionale del 20 aprile 2020, in data 12 maggio 2020, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato brevi note, richiamando integralmente le argomentazioni precedentemente sviluppate e, in particolare, soffermandosi sulla «marginalità» delle contestazioni relative al contenuto del POS oggetto del giudizio a quo.

Considerato in diritto
1. Il Tribunale amministrativo regionale per il Molise ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96.

La disposizione approva il programma operativo straordinario (POS) per la Regione Molise per il triennio 2015-2018, allegato all’Accordo sancito nella seduta della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano del 3 agosto 2016 (Accordo concernente l’intervento straordinario per l’emergenza economico-finanziaria del Servizio sanitario della Regione Molise e per il riassetto della gestione del Servizio sanitario regionale ai sensi dell’art. 1, comma 604, della legge 23 dicembre 2014, n. 190) e recepito con decreto del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario della predetta Regione Molise n. 52 del 12 settembre 2016.

1.1. Il rimettente lamenta, innanzitutto, la violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione, in quanto la disposizione censurata, in contrasto con i princìpi di ragionevolezza, non contraddizione, legalità e imparzialità della pubblica amministrazione, recepirebbe in norma di legge il contenuto di un provvedimento amministrativo – il POS – potenzialmente illegittimo, con l’effetto di sanare e validare, in via postuma, i vizi di quel provvedimento programmatorio nonché quelli dei provvedimenti attuativi di esso. 

Il censurato art. 34-bis violerebbe, inoltre, gli artt. 24, 103 e 113 Cost., «posti anche in relazione agli artt. 6 e 13 della CEDU», in quanto interferirebbe con la funzione giurisdizionale, incidendo sulla risoluzione di controversie in corso aventi ad oggetto il POS legificato.
A parere del TAR Molise, infine, il legislatore statale avrebbe violato gli artt. 117, primo e terzo comma, e 120 Cost., in quanto avrebbe adottato norme di dettaglio in un ambito riconducibile alla materia della tutela della salute, spettante alla competenza legislativa concorrente di Stato e Regioni, nella quale alle leggi dello Stato è riservata la fissazione dei princìpi fondamentali.

Inoltre, il recepimento in legge del POS renderebbe quest’ultimo prevalente sull’Accordo tra Stato e Regioni, realizzando rilevanti interferenze su atti che nascono da processi co-decisionali.

Tale intervento non sarebbe giustificabile neppure nell’ottica del coordinamento della finanza pubblica spettante alla legge statale, innanzitutto perché, a tenore dell’art. 120, secondo comma, ultimo periodo, Cost., quando il Governo si sostituisce ad organi delle Regioni, la legge deve definire sempre «le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione»;

in secondo luogo – prosegue il giudice a quo – se pure l’autonomia legislativa concorrente della Regione nel settore della tutela della salute e della gestione del servizio sanitario può incontrare limiti alla luce degli obiettivi di contenimento della spesa pubblica, tuttavia il momento consensuale o concertativo inter-istituzionale non può essere del tutto pretermesso, restando pur sempre necessario che la Regione, in qualche modo, si esprima sugli interventi indicati dai programmi operativi.

2. In via preliminare, occorre considerare il riferimento agli artt. 6 e 13 della Convenzione per la  salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, evocati dal giudice remittente in quanto «posti anche in relazione» agli artt. 24, 103 e 113 Cost.
La costante giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che le norme della Convenzione non sono parametri direttamente invocabili per affermare l’illegittimità costituzionale d’una disposizione dell’ordinamento nazionale, ma costituiscono norme interposte la cui osservanza è richiesta dall’art. 117, primo comma, Cost. (ex plurimis sentenza n. 236 del 2016, ordinanze n. 21 del 2014, n. 286 del 2012, n. 180 del 2011 e n. 163 del 2010).

Il giudice remittente non ha menzionato tale parametro a supporto della questione in cui sono evocate le disposizioni della CEDU, ma solo, inequivocabilmente, a supporto dell’ultima questione, unitamente al terzo comma del medesimo art. 117 Cost. e all’art. 120 Cost. 

I riferimenti alle norme convenzionali devono, dunque, considerarsi solo atti a svolgere un ruolo rafforzativo delle censure (sentenze n. 236 e n. 12 del 2016, ordinanza n. 286 del 2012).

3. Sempre al fine della perimetrazione delle questioni di legittimità costituzionale, va ricordato che, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), essa è definita unicamente dall’ordinanza di rimessione (ex multis, sentenze n. 222 del 2018, n. 327 e n. 50 del 2010).

Resta estranea quindi all’esame di questa Corte l’ulteriore questione di legittimità costituzionale
proposta dalla parte costituita in giudizio, in riferimento agli artt. 72 e 73, terzo comma, Cost.

4. Non costituisce, invece, impedimento all’esame del merito la circostanza che il TAR remittente –dopo aver adottato, in precedenti giudizi, una lettura della disposizione censurata secondo cui essa avrebbe recepito e legificato soltanto il contenuto che fosse sopravvissuto al vaglio di legittimità, non determinando l’improcedibilità dei ricorsi – ha aderito all’opposta interpretazione del giudice di appello dell’art. 34-bis (Consiglio di Stato, sezione terza, sentenza 24 aprile 2018, n.2501; ordinanze 12 ottobre 2018, n. 4989 e n. 4988), sottoponendolo al vaglio di legittimità costituzionale.

4.1. Questa Corte, infatti, ha riconosciuto la facoltà di scelta del giudice di primo grado esposto all’alternativa di adeguarsi, pur reputandola incostituzionale, all’interpretazione affermata dal giudice d’appello e non ancora consolidata come diritto vivente, o assumere, in contrasto con essa, una  ecisione probabilmente destinata ad essere riformata. In tali ipotesi, infatti, «la via della proposizione della questione di legittimità costituzionale costituisce l’unica via idonea ad impedire che continui a trovare applicazione una norma ritenuta costituzionalmente illegittima» (sempre sentenza n. 240 del 2016).

5. Ai fini dell’esame delle censure è opportuno precisare che oggetto del giudizio è senza dubbio una legge-provvedimento poiché – come si è detto essa eleva a livello legislativo una disciplina già oggetto di un atto amministrativo, il POS, ed è ispirata da particolari esigenze, identificabili (in base all’incipit dello stesso art. 34-bis) nella necessità di «assicurare la prosecuzione dell’intervento volto ad affrontare la grave situazione economico finanziaria e sanitaria della regione Molise».

Essa contiene, pertanto, disposizioni che hanno contenuto particolare e concreto, in quanto recepiscono, appunto, il contenuto del Programma, così investendo le strutture sanitarie regionali.

Si tratta di un esercizio del potere legislativo che in linea di principio questa Corte ha sempre ritenuto non contrario alla Costituzione, sul presupposto che le leggi-provvedimento non sono incompatibili, in sé e per sé, con l’assetto dei poteri in essa stabilito (sentenze n. 181 del 2019 e n. 85 del 2013); esse devono però soggiacere ad un rigoroso scrutinio di legittimità costituzionale (ex plurimis, sentenze n. 182 del 2017, n. 85 del 2013 e n. 20 del 2012).

La loro legittimità costituzionale «deve essere “valutata in relazione al loro specifico contenuto” (sentenze n. 275 del 2013, n. 154 del 2013 e n. 270 del 2010), “essenzialmente sotto i profili della non arbitrarietà e della non irragionevolezza della scelta del legislatore (sentenza n. 288 del 2008)”» (sentenza n. 181 del 2019).

6. La questione è fondata.

6.1. Di fatto la tematica negli ultimi tempi è emersa con frequenza nel vagliare la legittimità delle leggi regionali che avevano provveduto in luogo dell’amministrazione, come invece prevedeva il legislatore nazionale.

In questi casi la Corte, nel sanzionare l’intervento legislativo regionale, non si è limitata a prendere atto del contrasto con il principio fondamentale formulato dalla legge statale, ma ha anche valorizzato il ruolo svolto dal procedimento amministrativo nell’amministrazione partecipativa disegnata dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi).

Il portato delle numerose pronunce in materia è stato di recente puntualizzato nel senso che il procedimento amministrativo costituisce il luogo elettivo di composizione degli interessi, in quanto «[è] nella sede procedimentale […] che può e deve avvenire la valutazione sincronica degli interessi pubblici coinvolti e meritevoli di tutela, a confronto sia con l’interesse del soggetto privato operatore economico, sia ancora (e non da ultimo) con ulteriori interessi di cui sono titolari singoli cittadini e comunità, e che trovano nei princìpi costituzionali la loro previsione e tutela.

La struttura del procedimento amministrativo, infatti, rende possibili l’emersione di tali interessi, la loro adeguata prospettazione, nonché la pubblicità e la trasparenza della loro valutazione, in attuazione dei princìpi di cui all’art. 1 della legge 7 agosto 1990, n.241[…]: efficacia, imparzialità, pubblicità e trasparenza.

Viene in tal modo garantita, in primo luogo, l’imparzialità della scelta, alla stregua dell’art. 97 Cost., ma poi anche il perseguimento, nel modo più adeguato ed efficace, dell’interesse primario, in attuazione del principio del buon andamento dell’amministrazione, di cui allo stesso art. 97 Cost.» (sentenza n. 69 del 2018).

7. L’insistente valorizzazione delle modalità dell’azione amministrativa e dei suoi pregi non può evidentemente rimanere confinata nella sfera dei dati di fatto, ma deve poter emergere a livello giuridico-formale, quale limite intrinseco alla scelta legislativa, pur senza mettere in discussione il tema della “riserva di amministrazione” nel nostro ordinamento.

In effetti, se la materia, per la stessa conformazione che il legislatore le ha dato, si presenta con caratteristiche tali da enfatizzare il rispetto di regole che trovano la loro naturale applicazione nel procedimento amministrativo, ciò deve essere tenuto in conto nel vagliare sotto il profilo della ragionevolezza la successiva scelta legislativa, pur tipicamente discrezionale, di un intervento normativo diretto.

8. L’applicazione di questo criterio al caso in esame induce a concludere nel senso della irragionevolezza della disposizione in questione.

9. Non vi è dubbio infatti che l’oggetto della legificazione abbia tutte le caratteristiche di una materia ragionevolmente inquadrabile fra quelle naturaliter amministrative, come del resto ritenuto dallo stesso legislatore statale del 2014.

Si è ricordato che la disciplina legificata era contenuta in un atto generale di pianificazione, e quindi dalle rilevanti ricadute su tutte o gran parte delle strutture sanitarie regionali.

Le scelte da effettuare, destinate a riverberarsi sulla salute dei cittadini molisani, richiedevano, dunque, al massimo grado un’adeguata conoscenza di dati di fatto complessi e di non facile lettura, dati che solo una istruttoria amministrativa approfondita, e arricchita dalla partecipazione degli enti interessati, poteva garantire. 
Non è un caso dunque che il contenzioso da cui prende le mosse la questione di legittimità costituzionale in esame sia incentrato sulla mancata partecipazione all’istruttoria e sulla conseguente inadeguatezza della stessa.

10. La complessità delle scelte e il numero degli interessi in gioco fanno presumere un ampio ricorso ad un contenzioso di questo tipo, e del resto, è essenzialmente per esorcizzare questo rischio che è stata emanata la legge in questione, secondo la condivisibile lettura del Consiglio di Stato, che, sulla base dell’art. 34-bis censurato, ha concluso nel senso della inammissibilità dei ricorsi proposti avverso il provvedimento per sopravvenuta carenza di interesse (Consiglio di Stato, sezione terza, sentenza 24 aprile 2018, n. 2501).

10.1. Ciò, fra l’altro, riconduce l’intervento normativo nell’ambito delle leggi di sanatoria, in quanto inteso a fornire “copertura legislativa” a precedenti atti amministrativi (sentenza n. 356 del 1993 e ordinanza n. 52 del 2006); leggi in ordine alle quali questa Corte ha affermato che non sono costituzionalmente precluse in via di principio, ma che «tuttavia, trattandosi di ipotesi eccezionali, la loro  giustificazione deve essere sottoposta a uno scrutinio particolarmente rigoroso» (sentenza n. 14 del 1999). 

11. Il richiamo ad un maggior rigore mette in evidenza una delle caratteristiche dell’azione amministrativa che è stata già apprezzata in termini generali, e cioè l’esistenza di un successivo vaglio giurisdizionale (sentenze n. 258 del 2019 e n. 20 del 2012); vaglio necessario a maggior ragione in presenza di un’attività amministrativa già svolta e successivamente legificata, in cui una diminuzione di tutela delle situazioni soggettive incise dall’azione amministrative è in re ipsa ed è nella specie conclamata.

E se è vero che in linea di principio la tutela giudiziaria non viene meno per il trasferimento del
contenzioso alla giurisdizione costituzionale (così, anche di recente, sentenza n. 2 del 2018), è anche vero che non può non considerarsi che in casi come quello in esame vengano in rilievo mancanze, quali il difetto di partecipazione degli interessati, che non si potrebbero addebitare all’atto legislativo, in quanto fisiologicamente estranee al relativo procedimento.

12. In sostanza la qualificazione da parte del legislatore di una materia come tipicamente amministrativa ha una sua inevitabile proiezione anche sulla fase successiva al varo della disciplina, poiché è destinata a produrre un contenzioso altrettanto specifico, centrato sul rispetto delle regole proprie del procedimento amministrativo e sulle relative mancanze.

Questo contenzioso a sua volta costituisce il naturale oggetto del vaglio del giudice amministrativo, al quale è riconosciuta la possibilità «di spingersi “oltre” la rappresentazione dei fatti forniti dal procedimento (l’art. 64 del codice del processo amministrativo contiene una traccia, sia pure incompiuta, degli oneri di contestazione, di allegazione, di prova necessari ad ordinare in forma sequenziale un giudizio esteso al rapporto), in quanto al giudice compete l’accertamento del fatto senza essere vincolato a quanto rappresentato nel provvedimento (Consiglio di Stato, sentenza 25 febbraio 2019, n. 1321)».

Né è irrilevante che il controllo in questione sia volto non solo a sanzionare con l’annullamento l’attività amministrativa illegittima, ma anche a conformare l’attività stessa così da renderla pienamente rispettosa dei principi di efficienza, imparzialità e trasparenza costituzionalizzati dall’art. 97 Cost. Senza contare che la legificazione del provvedimento comporta anche l’inevitabile perdita della naturale elasticità dell’azione amministrativa, che trova nel potere di autotutela una fisiologica risposta alle necessità di riesame del provvedimento (sentenze n. 258 del 2019 e n. 20 del 2012).

13. È pertanto alla stregua degli artt. 3 e 97 Cost., che si deve concludere per l’accoglimento della questione, restando assorbiti i rimanenti parametri evocati dal rimettente.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 34-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50 (Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 21 giugno 2017, n. 96.


Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 maggio 2020.


F.to:
Marta CARTABIA, Presidente
Giancarlo CORAGGIO, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 23 giugno 2020.


Il Direttore della Cancelleria
F.to: Roberto MILANA

da WordNews.it

I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

LO SFRATTO. Un passo avanti e due passi indietro. La decisione dell’amministrazione ha fatto scattare la sinergia istituzionale: «Le istituzioni sono intervenute – ha spiegato l’avvocato Guarnera – e si è ottenuto il risultato». Per il sindaco D’Agate: «c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene». Ma la realtà, le comunicazioni e le prese di posizione dicono ben altro. Per l’assessore Bulla: «Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto. Stiamo vedendo qual è la soluzione migliore». Ora, per Bulla, si prevede anche una mozione di sfiducia.

I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

di Paolo De Chiara

ADRANO (Catania). «Mi sono incontrato con l’associazione “La città invisibile”, con il prefetto ci siamo sentiti telefonicamente. Era un tantino allarmato da questa notizia che ha avuto un eco e un significato non rispondente al vero». È il primo cittadino che parla. Le dichiarazioni del sindaco Angelo D’Agate sono state raccolte telefonicamente da TvaNotizie, una tv locale. «Non è vero che l’amministrazione in maniera gratuita, improvvisa e repentina abbia mandato via i ragazzi». Allora cosa è successo? «Sostanzialmente l’atto è stato quello di farci restituire i locali dalla Mazzini per poter essere assegnati alla scuola del Cappellone, che è una delle scuole che sono in ristrutturazione. Avevamo individuato questi locali e ce li siamo fatti consegnare dalla scuola Mazzini. In conseguenza di questo fatto, dato che sono occupati, diciamo dall’associazione che svolge, nelle ore pomeridiane, le sue attività musicali. In verità in questo periodo non li svolge, quindi non è stata interrotta nessuna attività, perché per via del coronavirus l’attività non c’era. Ma questo conta poco. È stata una lettera formale, non un provvedimento. Un modo per ritornare in possesso di quei locali che ora assegneremo con atto formale nei primi giorni della settimana prossima alla Scuola del Cappellone, per poter affrontare i primi mesi del prossimo anno scolastico.

Certamente c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto che, comunque, nell’ipotesi in cui, che ci sembra credibile oggi, che non ci siano doppi turni ad Adrano, certamente può rimanere nel possesso dell’associazione “La città invisibile” per le ore pomeridiane. Mentre nelle ore mattutine sarà adibito a scuola. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene da una parte e dall’altra. Ma si capisce perfettamente come possiamo essere preoccupati in quanto abbiamo 63 aule in ristrutturazione».

Lo sfratto

È bene a questo punto ricostruire la vicenda. Il 15 giugno 2020, l’assessore del Comune di Adrano, Salvatore Bulla, firma una comunicazione (protocollo 19368) indirizzata alla Fondazione “La città invisibile”: «Per sopravvenute necessità di questo Comune, si è stati costretti a chiedere al Dirigente Scolastico, che ha aderito, la riconsegna dei locali. Per detti motivi, si invita (seppure con dispiacere) codesta Fondazione a riconsegnare le chiavi dei locali e di provvedere allo sgombero degli stessi. Scusandoci per il disagio, conseguente a sopravvenute esigenze non eludibili, e certi della celerità con la quale codesta Fondazione provvederà a quanto richiesto, si porgono distinti saluti».

Equivoco o cattiva interpretazione? Con un atto protocollato, l’assessore Bulla, da freddo burocrate, ha chiesto la riconsegna delle chiavi del locale, per lo sgombero degli stessi. Un vero e proprio sfratto per i ragazzi che, tolti dalla strada, sono impegnati in un’orchestra conosciuta, ormai, in tutto il mondo. Dovrebbe essere un vanto per un’amministrazione.

Il fulmine a ciel sereno ha preso alla sprovvista la Fondazione, i suoi fondatori, i suoi sostenitori. I ragazzi si sono sentiti spaesati, traditi. Hanno scritto una lettera pubblica, indirizzandola al sindaco D’Agate, al prefetto di Catania Sammartino, al governatore Musumeci, all’assessore alle politiche sociali della Regione Sicilia, al presidente del Consiglio, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente della Repubblica e agli organi di informazione. «La nostra sorpresa e anche il nostro sgomento derivano dalle modalità con cui si sono svolti gli eventi. La nostra fondazione nel 2018 aveva stipulato una “convenzione-contratto” con la Scuola Secondaria di 1° grado “Giuseppe Mazzini”, in cui viene fatta presente la concessione della sede per un periodo di quattro anni e il preavviso di almeno un anno accademico precedente a quello in corso nel caso della restituzione dei locali. Eravamo sicuri di poter continuare a suonare ed imparare senza una sospensione imminente di queste nostre opportunità. Tuttavia così non è avvenuto, in quanto il Comune è venuto meno all’accordo stipulato, firmato dall’Assessore Salvatore Bulla. In questo modo non è stato rispettato l’obbligo dell’anno di preavviso stabilito»

Per il Comune di Adrano, oltre alla bruttissima figura, inizia la fase, inaspettata (per loro), delle polemiche. Probabilmente non avevano pensato alle reazioni, arrivate da più parti.

Ed hanno dovuto subire gli articoli di stampa, i servizi televisivi, le proteste di Salvatore Borsellino (il fratello del magistrato ucciso il 19 luglio da Cosa nostra e dagli apparati dello Stato deviati e mafiosi), di Piera Aiello, componente della commissione antimafia e da tanti altri che hanno conosciuto l’Orchestra “Falcone e Borsellino”. Anche il gruppo degli Abruzzesi negli Emirati Arabi Uniti e nei Paesi del Golfo si è associato.   

Ma non basta.

Qualche giorno fa, nell’incontro tra il primo cittadino di Adrano e la Fondazione, è emersa la versione ufficiale. Le parole pronunciate dal primo cittadino non hanno minimamente soddisfatto gli “sfrattati”.  

Il 19 giugno il dirigente scolastico reggente della Scuola secondaria di primo grado “G. Mazzini”, Loredana Lorena scrive alla Fondazione: «Le comunico con rammarico che il Comune di Adrano ha chiesto alla scrivente, la riconsegna dei locali di Via Roma n. 56 “per urgenti sopravvenute esigenze scolastiche”. Vista la richiesta di cui sopra, considerato che l’Ente proprietario dei locali suddetti è il Comune di Adrano, il giorno 13 giugno duemilaventi le chiavi dei locali di Via Roma sono state consegnate dalla scrivente, prof.ssa Loredana Lorena, legale rappresentante della scuola, all’Assessore Salvatore Bulla, in rappresentanza del Comune di Adrano. Di tale atto è stato redatto regolare Verbale assunto al protocollo dell’Istituzione scolastica. In merito alla Convenzione a suo tempo stipulata tra l’Istituzione scolastica e la Fondazione, si dà atto che, venendo meno il requisito di fondo, ossia la disponibilità dei locali di cui all’oggetto, in seguito alla richiesta del Comune di Adrano, quanto previsto dalla Convenzione decade fino a nuove disposizioni da parte dell’Ente proprietario.»

Sinergia istituzionale  

«È apprezzabile la sinergia istituzionale – ha spiegato l’avvocato Enzo Guarnera, del foro di Catania – che si è creata. È intervenuta la Presidenza della Repubblica, il Miur e il Prefetto. Il dottor Sammartino è stato tempestivo. Ha voluto parlare direttamente con i protagonisti, ha voluto sapere, ha chiesto passo passo di essere informato. Grazie a questa sinergia si è ottenuto il risultato. Sono stati coinvolti i ragazzi e le loro famiglie, che hanno scritto una lettera. Le Istituzioni hanno dimostrato la loro sensibilità, hanno preso a cuore la vicenda. E questa strategia è stata vincente e ha portato l’amministrazione a ripensarci. Ora bisogna aspettare la delibera».       

La parola all’assessore Bulla

È l’amministratore che ha firmato la fredda comunicazione. In questi giorni è stato tirato in ballo da più parti. «Ho davanti agli occhi, e non riesco a crederci. Una lettera dell’assessore Salvatore Bulla, del Comune di Adrano, che con freddo tono burocratico comunica alla Fondazione “La città invisibile”, che gestisce l’Orchestra Falcone e Borsellino di “riconsegnare le chiavi”». In questo modo si è espresso, qualche giorno fa, il leader delle Agende Rosse Salvatore Borsellino.

Nelle ultime ore anche l’opposizione si è schierata contro Bulla. «Chiediamo le sue dimissioni per incompetenza», ha dichiarato il consigliere comunale Salvo Coco. Per la settimana prossima è stata annunciata la mozione di sfiducia. «Se questa ipotesi si concretizzerà – ha dichiarato il sindaco D’Agate –, se verrà avanzata una mozione di sfiducia credo che riuscirò a spiegare bene le ragioni dei nostri gesti, perché non sono dell’assessore ma sono dell’amministrazione».

Abbiamo raccolto, quindi, anche il punto di vista dell’assessore alla manutenzione e alle politiche giovanili, Salvatore Bullo. «Noi abbiamo due scuole in ristrutturazione e abbiamo l’esigenza di avere 63 aule a disposizione per il nuovo anno scolastico. Siamo a corto di aule. Abbiamo cercato di chiarire con la Fondazione in maniera bonaria, ma loro volevano la soluzione immediata. La priorità è per il diritto allo studio. Ho sempre detto che avremmo trovato una soluzione, ma prima volevo parlare con la preside a cui avremmo dato i locali. Ma la Fondazione “Falcone e Borsellino” ha creato tutto questo parapiglia. Non c’è nessun motivo per cacciarli via». Lei, nella comunicazione del 15 giugno, però, utilizza un linguaggio netto, freddo, burocratico. «Sì, è vero. L’ho scritta in maniera fredda, non ho specificato niente». Lei cosa pensa di questi ragazzi? «Noi queste associazioni cerchiamo. Io volevo solo 15 giorni di tempo per farmi riorganizzare. Non è stato un capriccio, non mi danno nessun fastidio. Anzi, io sono a favore di questo tipo di attività». Lei, quindi, ammette di aver commesso un errore? «Dopo sei mesi, dopo che li abbiamo chiamati in tutti i modi lei pensa che lo considero un errore o una necessità primaria? Stiamo parlando del diritto allo studio, di questo stiamo parlando. Possiamo dire che ho sbagliato nella forma, ma la sostanza è quella». Magari se avesse inserito nella lettera delle spiegazioni, delle alternative… «Ho chiesto i locali alla scuola con cui loro avevano fatto questo comodato, che non ci avevano fatto sapere. Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto, la scuola viene prima di ogni altra cosa. Abbiamo trovato la soluzione». Sarebbe? «Abbiamo chiesto alla preside se il pomeriggio possono continuare a convivere con loro e la preside si è resa disponibile». Esiste un atto ufficiale? «Ancora non abbiamo ratificato niente, perciò mi servivano quei 15 giorni. Loro hanno avuto questa fretta di sbandierare la mia comunicazione ai quattro venti. Non mi sento di aver fatto niente di male». Il consigliere Coco ha chiesto le sue dimissioni “per incompetenza”. Lei cosa ne pensa? «In pochi mesi ho fatto più di lui dopo 10 anni da consigliere. E comunque il suo esponente politico, anni fa, aveva fatto la stessa cosa sempre con “La città invisibile”. Avrà avuto qualche dimenticanza, si sarà dimenticato di questa cosa». Siete ritornati sui vostri passi dopo l’intervento della Presidenza della Repubblica, del Miur e del Prefetto di Catania? «No, noi non siamo ritornati sui nostri passi. Ho sempre detto che avrei trovato una soluzione, però loro (la Fondazione, nda) volevano la soluzione scritta prima della decisione. Non ho buttato fuori nessuno, ho avuto due settimane terribili per cercare di mediare e sistemare. Io non li voglio buttare fuori. Non è che non capisco quello che fanno, non è che non sono sensibile al loro operato. Ma il diritto allo studio viene prima di ogni altra cosa. Dovevo cercare una soluzione indolore per tutti, ma loro hanno voluto forzare la mano facendo le vittime in malo modo. Io sono sempre stato disponibile, anche se loro vogliono dichiarare il contrario. L’ho detto anche alla dottoressa Milazzo, la gatta frettolosa fa i figli ciechi». Lei, quindi, sta affermando che la soluzione definitiva è stata trovata? «L’abbiamo trovata. Ma senza la certezza scritta, stiamo vedendo qual è la soluzione migliore. Direi di aspettare, già ieri ha parlato il sindaco. Noi non torniamo sui nostri passi. La faremo come delibera di Giunta». Si sente tranquillo con questa mozione di sfiducia annunciata? «A me è dispiaciuto più l’attacco mediatico. Sono stato preso come un mafioso, sono stato accusato di avere avuto poca sensibilità. Questo mi è dispiaciuto, la mozione di sfiducia non mi preoccupa. Anche perché non ha nessuna validità legale, non la possono fare la mozione di sfiducia». Secondo lei, da amministratore, queste attività culturali danno fastidio alle organizzazioni mafiose presenti sul territorio? «Non penso proprio. Ad Adrano non penso proprio, magari in altri paesi. Se fosse a Catania, forse sì». Perché fa questa differenza tra Catania ed Adrano? «Perché, forse, ad Adrano le organizzazioni mafiose non sanno nemmeno l’esistenza della “Falcone e Borsellino”. Non lo so, non c’entra l’organizzazione mafiosa. Qui è stata una esigenza…». Assessore, io le sto chiedendo se l’impegno dei ragazzi, che vengono tolti dalla strada, può dare fastidio alla mafia locale. «Non saprei rispondere a questa domanda, perché non vedo tutto questo problema. Loro (sempre la Fondazione, nda) hanno operato in maniera tranquilla, mai nessuno li ha mai disturbati. Non mi risulta che abbiano subito minacce». Mi scusi, qual è la situazione ad Adrano? «In che senso?». Per quanto riguarda la criminalità organizzata. «Adrano è un paese difficile, un paese con una densità… ci sono stati periodi bui». Le ultime scarcerazioni hanno riportato qualche mafioso sul territorio? «Forse è tornato qualcuno, ma è rimasto sempre agli arresti domiciliari. Nessuno è uscito sul territorio». Il Comune di Adrano, in passato, è stato sciolto per mafia? «Anni fa, negli anni Novanta. I protagonisti sono stati tutti assolti, non c’è stata nessuna condanna per nessuno». Quei protagonisti, oggi, non fanno più politica? «Non ci sono più». Lei è sicuro? «Quella vicenda aveva anche toccato il sindaco in carica». L’attuale sindaco? «Sì». All’epoca era sindaco? «Sì. Ma se lei mi fa questa domanda pretestuosa…». Perché dice pretestuosa, non sto accusando nessuno. «Il tono era pretestuoso». Mi scuso se ha percepito questo tono, ma le garantisco che non era e non è affatto pretestuoso. È lei che ha nominato il sindaco dell’epoca. «Il sindaco non c’entrava niente, infatti non subì nessun mandato di cattura, non ha fatto niente. Il sindaco, non perché è il mio sindaco, è una bravissima persona. Tutta la Giunta è a favore della legalità. Noi non abbiamo nessun problema contro la “Falcone e Borsellino”. È stata solo un’esigenza temporanea». La situazione si può “ricucire”? «È già stata ricucita e sistemata». Piera Aiello, componente della commissione antimafia, ha parlato di uno “scivolone”, lei condivide? «Potrebbe essere stato uno scivolone, ma io non lo considero uno scivolone. La sostanza della lettera è necessaria. Mi servono quelle aule, mi servono per metterci gli alunni dentro. Io non sono nemmeno l’assessore all’istruzione, sono assessore alla manutenzione. E siccome in quelle aule bisogna fare manutenzione mi sono esposto perché ho fretta di fare iniziare i lavori».

Sarà l’assessore Bullo a pagare per tutti? Cadrà la sua testa, per mettere tutto a tacere? Perché proprio lui ha firmato la lettera che, in questi giorni, tanto ha fatto discutere?                        

Per Approfondimenti: 

– I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

– A chi da fastidio l’educazione antimafia?

– ADRANO: L’ARROGANTE POLITICA SCACCIA I RAGAZZI A «RISCHIO»

da WordNews.it

A chi da fastidio l’educazione antimafia?

SCELTE SCELLERATE. «Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità».

A chi da fastidio l'educazione antimafia?

di Paolo De Chiara

ACCADE IN SICILIA. Ad Adrano, in provincia di Catania, ci sono dei ragazzi “portati via dalla strada” che, da diverso tempo, sono impegnati con la musica. Imparano e si perfezionano attraverso gli strumenti musicali. Un’Orchestra che, in un ambiente ad alta densità mafiosa, rappresenta la risposta adeguata alla criminalità organizzata. Anche loro si sono organizzati, attraverso la Cultura. 

Un impegno costante, un sogno che si è realizzato e che ha prodotto dei risultati eccezionali. La mafia del posto non può disporre facilmente della “manovalanza”, perchè queste giovani creature sono destinate ad altro. Stanno coltivando nel quotidiano le loro passioni, stanno realizzando il loro futuro. In un territorio dove i mafiosi vorrebbero imporre la loro forza brutale.

Ma negli ultimi anni, grazie a delle persone eccezionali – come Alfia Milazzo e come la Città Invisibile e l’Orchestra (che porta il nome di due grandi magistrati, uccisi da questi personaggi indegni) -, gli “uomini del disonore” stanno subendo sconfitte e brutte figure. Sono ostacolati, osteggiati, presi a schiaffi dalla Cultura. L’arma fondamentale per sconfiggere questi orrendi criminali e questa maledetta mentalità mafiosa.

In queste ore, però, qualcuno sta cercando di mettere il bastone tra le ruote a questo ingranaggio. La sede, dove i ragazzi studiano e si formano, è stata sottratta. O meglio, esiste ufficialmente l’intenzione. Riportata, nero su bianco, in una comunicazione. In poche parole, questi giovani studenti potrebbero finire in mezzo a una strada, insieme ai propri strumenti musicali. 

A chi dà fastidio l’Orchestra composta da ragazze e da ragazzi che hanno scelto la cultura e la legalità? Perchè è arrivato un provvedimento così odioso? Perchè questo fulmine a ciel sereno? Chi non riesce a digerire questo riscatto sociale?        

Probabilmente è stato un semplice equivoco, ma qualcuno dovrà dare delle spiegazioni. E chiedere scusa. 

Questa è la dichiarazione ufficiale della Fondazione

“Preso atto della richiesta da parte del Comune di lasciare la sede regolarmente concessa dalla Scuola Mazzini che la gestisce,  siamo in attesa di incontrare il sindaco per ascoltare quali sono,  se ve ne sono, le soluzioni, da lui proposte. Soluzioni alternative che però chiederemo debbano essere offerte in tempi immediati, in quanto l’Orchestra ha bisogno di riaprire le attività in vista degli impegni di fine luglio dedicati a Borsellino.

In riferimento alle eventuali soluzioni specifichiamo che non accetteremo accomodamenti che non siano in linea con le attuali.

Il Sindaco deve essere chiaro su questo punto e dimostrarlo con i fatti se vuole che la “Città invisibile” continui la sua attività di educazione antimafia in un territorio in cui la mafia è assai presente, o viceversa, se non è interessato a questo nostro progetto e ai ragazzi dell’Orchestra Falcone Borsellino.

Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità”.

Noi, domani, seguiremo da molto vicino questo incontro. Per capire da che parte sta il primo cittadino di Adrano, insieme all’intera amministrazione comunale. 

Per sconfiggere le mafie non servono più le parole vuote e inutili, sono necessari atti concreti. Le Istituzioni dove si vogliono posizionare? Dalla parte dei giovani impegnati o da quella rappresentata dai soliti buffoni di paese?   

I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

da WordNews.it

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

L’intervento del consigliere del CSM nella trasmissione Non è l’Arena. «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

di Paolo De Chiara

La Giustizia in Italia non sta attraversando un buon momento: tutto ciò che sta emergendo, soprattutto dal “caso Palamara” (ma non solo), sta mettendo in evidenza un “mondo giudiziario parallelo” che mira al proprio tornaconto personale. Dalle nomine al controllo delle Procure, sino alla delegittimazione di colleghi che, stranamente per questa gentaglia, il proprio dovere lo fanno, fino in fondo. Rischiando la propria vita, tutti i giorni.

Ciò che sta emergendo è vergognoso e molto pericoloso. Al centro di questo sistema ci sono personaggi indegni che, come in passato, continuano ad “attaccare” magistrati onesti come Gratteri, Di Matteo (senza dimenticare i vari Ingroia e De Magistris). Definiti pazzi, come è già capitato ad altri uomini dello Stato (Falcone e Borsellino). Lasciati soli e ammazzati da mafie, apparati dello Stato e anche dall’indifferenza delle cosiddette “persone perbene”.

Proprio Di Matteo, il tenace magistrato antimafia impegnato e vittorioso nel processo sulla scellerata Trattativa STATO mafia, è al centro di questi attacchi da parte delle “menti raffinatissime”. Questi mascalzoni non possono perdonare il suo impegno. E l’ultimo esempio di questa strategia è arrivato con la mancata nomina presso il DAP. In questo Paese malato non dobbiamo dimenticare le scarcerazioni di centinaia di mafiosi. Una vicenda ancora poco chiara, dove l’attuale Ministro della Giustizia non è riuscito a spiegare le sue scelte discutibili

Dopo la polemica televisiva, a seguito di una telefonata in cui il magistrato ha cercato di spiegare i fatti, si sono scatenate inutili polemiche, parole vuote utilizzate da sedicenti “tifosi” di una politica che, sino ad oggi, ha mostrato tutti i suoi limiti. E i suoi fallimenti. E quel Buonafede ancora ricopre un incarico politico importante. 

Ecco le parole di Nino Di Matteo, nella trasmissione di Giletti, sulla Trattativa: «Lo stesso Salvatore Riina diceva ai suoi più  stretti collaboratori “se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli e ci avrebbero già azzerato”. I mafiosi hanno la consapevolezza di quanto sia per loro importante il rapporto con il potere. 

Quando Riina venne cercato da uomini dello Stato, per il tramite di Vito Ciancimino, si convinse che la strategia  che aveva iniziato con l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, proseguito con l’attentato di Capaci, era una strategia che stava pagando. 

Lo Stato piegava le ginocchia andando a cercare Salvatore Riina per capire cosa volesse Cosa nostra per cessare quella strategia. Cosa nostra capì che era il momento di insistere con quella strategia delle bombe.

La sentenza della Trattativa, sulla base di innumerevoli prove, certifica che quella Trattativa, come sempre avviene,  non evitó altro sangue, anzi ne provocò di ulteriore.  

Cosa nostra è un’organizzazione “politica”, anche attraverso i delitti eccellenti ha fatto politica».

Sulle scarcerazioni: «Un segnale quasi di impunità. Chi è stato condannato più volte ha il diritto alla tutela della sua salute, ma lo Stato ha il dovere di fare di tutto perché la salute di ciascun detenuto venga tutelata all’interno della struttura.

Il segnale è stato devastante».

Il metodo mafioso: «Privilegiare il criterio dell’appartenenza ad una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. 

La mia battaglia sarà quella di dare un cambio netto. Serve una svolta. Quando si tocca il fondo è il momento di ripartire».

Pool Stragi: «Sono stato estromesso dal gruppo stragi. Palamara si era lamentato che io facessi parte di questo gruppo. È stata una enorme amarezza, ho lavorato per decenni sulle stragi».

Telefonate (“distrutte”) tra Napolitano e Nicola Mancino: «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

da WordNews.it

MOSEM, la rincorsa straziante al finanziamento

MOLISE & FONDI PUBBLICI. Il sistema Mosem ha fatto arrabbiare molte persone. Una vera e propria lotteria per protocollare una semplice domanda. Abbiamo raccolto la testimonianza di Carolina (nome di fantasia) per riportare la sua triste esperienza. «Una struttura come la Regione Molise, sapendo che tante attività avevano bisogno di fare questa domanda, doveva organizzarsi al meglio. Ho perso ore di lavoro, non è facile stare quattro ore davanti al pc per continuare a premere per aggiornare. È stato straziante, non abbiamo vissuto serenamente questa cosa».

MOSEM, la rincorsa straziante al finanziamento

di Paolo De Chiara

In Molise bisogna essere “fortunati”, pure per avere un contributo economico per la propria attività. Il famoso “Click Day”, annunciato e sponsorizzato dalla politica regionale, si è dimostrato fallimentare. Ma cosa ci si può aspettare da una gestione politica fallimentare? Però molti imprenditori ci avevano fatto il pensiero, tentando almeno di protocollare una semplice domanda. Ma in questa Regione, ormai, si procede con il click delle tastiere, una regola che vale anche per i tanti “leoni” che prima criticano e poi votano sempre le stesse persone. Le domande dovevano necessariamente essere inserite nel portale chiamato Mosem. Il “sistema informatico unitario per la gestione, il monitoraggio degli investimenti pubblici e lo scambio elettronico dei dati del Molise”. Un giudizio? Lo lasciamo a Fantozzi (il ragioniere), la scena sulla Corazzata Potemkin lo descrive alla perfezione. L’assurda situazione l’ha descritta il nostro Paolo Scarabeo.

Ora è interessante ascoltare i diretti interessati, per comprendere soprattutto il loro stato d’animo, dopo questa “rincorsa straziante al finanziamento” pubblico. Abbiamo contattato Carolina (un nome di fantasiaper riportare la sua esperienza.   

«Ho cercato di entrare nel sito dalle 8:00 di ieri mattina (12 aprile 2020, nda), mi cacciava continuamente…».

Mi scusi, cosa significa?

«Mi faceva entrare, mi faceva mettere la password e mi cacciava. Poi mi faceva rientrare, come per magia alle 11:30 si è sbloccato tutto. La mia connessione era perfetta e quindi non è stato un problema di connessione a internet. Ho saputo di persone che alle 10:03 hanno potuto fare la loro domanda. perché non è stato possibile anche per noi fare questa cosa? Il problema quale è stato?»

Lei come è venuta a conoscenza di questo sistema?

«Tramite il commercialista. Mi ha detto che potevo fare questa domanda, ma dovevo farla io».

Perché lei doveva fare questa domanda?

«Per avere dei contributi a fondo perduto».

Che tipo di contributo?

«Intorno ai mille euro. Per risollevare la mia attività, dopo due mesi di inattività».

Una rincorsa al finanziamento?

«Ho fatto l’accesso tutti i giorni ed era regolare tutto. Ieri, il giorno in cui si doveva fare la domanda, mi ha cacciata dal sito. Dalle 10:00 si poteva protocollare la propria domanda…».

Lei a che ora è riuscita a fare questa domanda?

«Il mio protocollo è stato accettato alle 11:44».

Ha informato il suo commercialista?

«Sì, l’ho chiamato in continuazione. Mi diceva di continuare ad entrare».

Se lei è riuscita a fare il protocollo perché si lamenta di questo sistema?

«Una struttura come la Regione Molise, sapendo che tante attività avevano bisogno di fare questa domanda, doveva organizzarsi al meglio. Ho perso ore di lavoro, non è facile stare quattro ore davanti al pc per continuare a premere per aggiornare. È stato straziante, non abbiamo vissuto serenamente questa cosa. Fino a quando non si conosce l’esito non sappiamo se siamo stati più veloci o meno».

Una rincorsa al finanziamento?

«Una rincora straziante al finanziamento».

Vuol definire questa organizzazione?

«Pessima sotto tutti i punti di vista».

Per approfondimenti:

– FLOP DAY MOLISANO

– SISTEMA MOSEM: le reazioni

            – MOSE’, MOSE, MOSEM

da WordNews.it

FLOP DAY MOLISANO

IL GRANDE BLUFF. La politica regionale, gestita dal Toma di turno, continua ad offrire uno spettacolo indecoroso. Ma questi soggetti riescono a comprendere che sono totalmente fallimentari?

FLOP DAY MOLISANO

di Paolo De Chiara

Non bastano le statistiche, le critiche, i fallimenti. Questi Sgovernatori (delle ultime legislature) hanno tutti una cosa in comune. Più sono politicamente incapaci più continuano a fare danni. E vengono pure votati.

Ma di chi sono le responsabilità? Abbiamo oramai compreso che per Toma, e compagnia bella, la politica (quella vera, con la P maiuscola, rappresentata da giganti) è un optional. Gli attuali nani non hanno la capacità di guardare oltre il proprio naso. 

Ma, nel corso degli anni, chi ha scelto questi “nani”, distruttori di un sogno? Perchè i molisani continuano a tenere vivo questo cordone scegliendo questa gente? Ci si continua ad appassionare alle promesse? Ma queste parole vuote, queste rassicurazioni pre-elettorali per quanti valgono? Per una minoranza o per una maggioranza? Cosa deve ancora succedere per pensare all’eliminazione politica di questi dilettanti? In Molise la matita, nelle cabine elettorali, non è mai stata utilizzata per il bene comune. Gli esempi degli altri (Iorio e Frattura) e di questo (Toma) sono sotto gli occhi di tutti. Un totale fallimento. 

In queste ore si grida allo scandalo. Il sistema Mosem è stato un bluff. Rappresenta degnamente gli attuali rappresentanti politici. Quante imprese sono rimaste con la bocca aperta davanti al proprio pc? Chi è riuscito ad accedere? Chi è rimasto escluso? E’ stato un problema informatico? E’ stata una bella figura per il raggiante Toma?

Ora come risponderà la politica regionale? Un sistema del genere, che aggiudica risorse pubbliche, è trasparente? E’ ciò che vogliono gli imprenditori? I molisani? Gli elettori?

Siete i distruttori di un sogno. In questi anni avete rubato il futuro alle giovani generazioni. Che parolone, vero? Utilizzato indegnamente da chi nemmeno ne conosce il significato. 

E’ possibile continuare in questo modo? Ma non vi sentite presi in giro?

A voi, molisani, l’ardua sentenza. 

da WordNews.it

La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

NICOSIA-OCCHIONERO. Sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa).  Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie».

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

di Paolo De Chiara

Ma che fine ha fatto l’inchiesta “Passepartout” condotta dai magistrati siciliani? E Nicosia? E il “primo ministro” (Matteo Messina Denaro)? E le intercettazioni? E Santo Sacco (componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano)? E la carta intestata della Camera dei Deputati? E l’Onorevole molisana Occhionero (Italia Viva)?

Qualche ora fa sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa). 

Ora la palla passa nelle mani del Gup Fabio Pilato. L’udienza preliminare è prevista per il 9 settembre 2020.

Antonello Nicosia, l’assistente della parlamentare molisana è ancora in carcere, dal giorno del suo arresto. Dal 4 novembre scorso. Insieme ad Accursio Dimino.  

Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie». Noi, non la ringraziamo.

“PASSEPARTOUT”

Il provvedimento nasce dall’attività investigativa sulla famiglia mafiosa di Sciacca. «L’attività di indagine è stata avviata in seguito alla scarcerazione di Accursio Dimino, più volte condannato per il delitto di cui all’art.416 bis». Grazie alle intercettazioni, ai servizi di osservazione, ai pedinamenti è emerso l’intreccio tra mafia e politica

L’assistente della parlamentare molisana, il detenuto Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato definito «un poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo». Una fedina non proprio immacolata. Arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Agrigento, «per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operanti nei territori di Siculiana, Porto Empedocle e Agrigento». Sentenza confermata dalla Corte d’appello di Palermo nel 2006. Diventata definitiva. Un profilo criminale consolidato nelle sentenze

Nel corso degli anni Nicosia ha tentato di rifarsi una verginità: prima in associazioni e imprese, poi come docente (così si presentava) di “sociologia trattamentale carceraria” presso l’Università di Palermo e di “storia della mafia” (un vero esperto in materia) all’Università di Santa Barbara in California. Innumerevoli le cariche ricoperte, tra cui quella di direttore del Centro studi “Pedagogicamente”.

Si è fatto portavoce dei diritti dei detenuti. Diverse le iniziative intraprese per il miglioramento del trattamento penitenziario e delle condizioni carcerarie. Il 1 novembre del 2017 arriva l’elezione al Congresso dei Radicali, diventa membro del Comitato nazionale.

Agli inizi del 2019 inizia la collaborazione, «ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti», con la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali” (passata successivamente in “Italia Viva”).

A cosa si deve questo incontro? Chi ha presentato Nicosia alla Occhionero? La deputata molisana in quale occasione ha incontrato questo “stinco di santo”? Perchè la scelta è passata senza filtri? Perchè per fare il bidello bisogna produrre il proprio certificato penale e per fare l’assistente parlamentare si possono avere condanne gravissime (Nicosia è parte integrante dell’associazione mafiosa) senza controlli? Chi sapeva? Chi non ha controllato? Perchè è stato scelto proprio Nicosia? 

Questo soggetto, è la sua voce che spiega tutti i passaggi e tutti i particolari, entrava nelle carceri per incontrare i mafiosi come lui («la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata datata nel tempo»). Ed entrava perchè assistente parlamentare di un deputato della Repubblica italiana. E faceva pure il “padrone” nelle strutture carcerarie. Lo dice lui. E’ lui che si vanta, che spiega, che racconta. Che parla. E’ lui che utilizza la carta intestata della Camera dei Deputati, con l’assenso della parlamentare molisana.

«I rapporti stretti con l’Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti».

I due parlano molto al telefono. Si scambiamo pareri, si chiedono favori. Parlano di Santo Sacco (l’esponente della famiglia di Castelvetrano e uomo di Matteo Messina Denaro), ridono, scherzano. Parlano del “primo ministro” (il latitante Denaro, la primula rossa di Cosa nostra). Pagine e pagine di conversazioni trascritte. 

Il 23 dicembre del 2018 Nicosia avvisa la parlamentare: «non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…». La previsione è stata quasi azzeccata.     

Il 7 marzo 2019 la redarguisce pesantemente: «Onorè non parlare a matula (a vanvera, nda)… onorè non parlare a matula, già stai parlando a matula… Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece…».

Solo alcuni esempi per capire il rapporto tra i due. Ma l’Onorevole ha mai informato qualcuno? Ha preso tutto come uno scherzo o era consapevole di questi nomi? Questa deputata può continuare a rappresentare il popolo italiano? La questione giudiziaria è una cosa e seguiremo gli aggiornamenti nei prossimi mesi. Ma la questione è anche, e soprattutto, politica. Cosa dice il suo partito? Cosa dice Renzi? E’ opportuno avere un soggetto del genere in Parlamento?

Nicosia Antonino, detto Antonello 

«Si è adoperato», secondo i magistrati, «per favorire più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonchè al fine di veicolare messaggi fra loro e l’esterno. Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art.416 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi».

Il pregiudicato cambiava la macchina ogni mese per evitare le cimici, per far impazzire gli inquirenti (“…possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta…”). E’ rimasto fregato dalla sua arroganza. 

Stretti sono i suoi rapporti con Dimino. Insieme parlano, pianificano strategie, estorsioni, initimidazioni, danneggiamenti, omicidi. Insieme cercano di spostare i propri affari negli Stati Uniti d’America. Il piano salta e arriva il carcere. Per entrambi.

Dimino Accursio, detto Cussu Matiseddu  

Professore di educazione fisica e imprenditore ittico. Uomo di fiducia di Salvatore di Gangi, capo della famiglia mafiosa di Sciacca. Già condannato, definitivamente, per partecipazione ad associazione mafiosa.

Uomo d’onore, affiliato alla famiglia di Sciacca. In stretti rapporti con i componenti della famiglia di appartenenza e con i vertici delle altre articolazioni territoriali. Ha avuto rapporti con gli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, ha partecipato a progetti omicidiari, ha ricevuto un pizzino scritto da Matteo Messina Denaro. Inoltre ha avuto contatti anche con le articolazioni di Trapani, infatti, è stato destinatario di una lettera inoltrata da un importante esponente mafioso di Castelvetrano (“verosimilmente Matteo Messina Denaro”).

Paolo e Luigi Ciaccio

Due fratelli gemelli, a dispozione di Dimino e Nicosia «per svariate esigenze e necessità»    

Massimiliano Mandracchia

Commerciante di Sciacca, «stabilmente a disposizione di Accursio Dimino». Secondo gli inquirenti «in diverse occasioni è stato accertato che proprio il Mandracchia ha svolto il ruolo di indispensabile tramite fra il Dimino e gli altri indagati per consetire loro di intrattenere comunicazioni e scambiarsi messaggi utili senza entrare direttamente in contatto e, quindi, ostacolando le indagini in corso volte alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati e all’accertamento delle vicende associative che li riguardavano».

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

da WordNews.it

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

Il fallimento dello sGovernatore

PENULTIMO. Nonostante le lacrime, le inutili parole e gli annunci vuoti il gradimento di Donato Toma (sGovernatore del Molise) rispecchia la situazione di una Regione gestita da dilettanti.

Il fallimento dello sGovernatore

di Paolo De Chiara

Serviva una statistica per comprendere il fallimento di uno Sgovernatore e di una intera classe dirigente?

Il Molise merita questi dilettanti che hanno creato solo danni? Per la cronaca, dobbiamo aggiungere che nemmeno in passato il Molise ha potuto vantare una classe dirigente adeguata. Il consiglio regionale è formato, quasi, dalle stesse persone. Che prima stanno da una parte e poi stanno dall’altra. Molti dovrebbero fare altro nella vita. La politica, quella vera (quella bella) non è per loro. Ci giocano, per il proprio tornaconto.

Le stesse facce da diversi, troppi anni. Facce che cercano solo il consenso. Devono apparire sui giornali e nelle tv locali. Ci tengono. Tutto questo sembra ridicolo. E’ ridicolo, decisamente. Una Regione affidata a chi, invece di risolverli, ne ha causati tanti. Di problemi. 

Anche da un movimento nuovo ci si aspettava di più. Indubbiamente. Dopo due legislature ancora non si vede quella “cattiveria” politica (in senso buono, meglio specificare) per far saltare il banco. Con certa gente nemmeno il caffè bisognerebbe prendere. 

«Apprendiamo, da media nazionali – scrive il consigliere regionale del M5S, Vittorio Nola – i numeri relativi ad un sondaggio, elaborato tra il 18 e il 20 maggio 2020, dal gruppo di ricerca Lab21- Università Roma Tre, pubblicato su Affari Italiani, relativo al gradimento dei governatori delle Regioni italiane. I dati, che risentono dei giudizi dei cittadini riguardo la gestione di questi mesi interessati dalla pandemia, registrano nelle prime tre posizioni i Governatori nell’ordine: Luca Zaia del Veneto, Vincenzo De Luca della Campania e Stefano Bonaccini dell’Emilia-Romagna. In ultima posizione troviamo Attilio Fontana della Lombardia».

Ma dove sono stati i cittadini in questi anni? Chi ha scelto Iorio e Frattura in passato? Chi ha scelto l’attuale sGovernatore? «Colpisce, ma non sorprende, – aggiunge Nola – la penultima posizione del Molise con Donato Toma, che ottiene solo il 37,8% tra coloro che dichiarano di conoscere il leader politico a livello nazionale ed un misero 39,2% tra i cittadini molisani residenti».

«Questi valori, dopo solo due anni dall’insediamento della XII Legislatura, avvenuta a maggio 2018, cristallizzano il fallimento complessivo dell’azione di Governo della Regione Molise, che da tempo sta mostrando tutti i suoi limiti e non solo per l’emergenza sanitaria». Il ragionamento non fa una piega. Ma il movimento del consigliere Nola è pronto per governare questa Regione? Ci sono le persone giuste per aprire la scatoletta? Per “scassare”? (una parola molto cara a De Magistris, durante la sua campagna elettorale).

I cittadini molisani, se dovessero svegliarsi, potranno scegliere finalmente una adeguata alternativa politica? Ma in tutto questo dove è finito un centro-sinistra serio? Vero, autentico e non sbiadito. Dove sta? 

Per Nola: «Donato Toma ha accentrato ultimamente su di sé un totale di 16 deleghe operative, su settori diversificati! Evidentemente queste scelte non pagano anzi, accentuano i problemi, rallentano le decisioni e non creano le giuste sinergie, né con la tecnocrazia regionale né con le parti sociali e ben che meno con le forze di opposizione che tante volte suggeriscono interventi e linee di azione, puntualmente ignorate o disattese. I giochi di potere e i perenni riposizionamenti della maggioranza di destra, propri delle campagne elettorali, proseguono imperterriti e si ha notizia anche della prossima nomina di un quinto assessore in quota Lega. In verità, sarebbe preferibile che dal garage regionale di via Genova, al posto della Ferrari (citata da Toma ad inizio mandato) uscisse un più sobrio trattore, utile a “seminare” con pragmaticità ed efficienza».

Ora servono i fatti in questa Regione. Il consigliere Nola è anche impegnato nella commissione antimafia. I cittadini vogliono i risultati. Come un registro dei Tumori che ad oggi, già sovvenzionato, ancora non c’è.

da WordNews.it

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Armando D’Alterio, già Procuratore della DDA di Campobasso e PM del caso Siani (un “magistrato tenace” secondo Paolo, il fratello di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra), ricorda la sua esperienza professionale: «Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività».

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

di Paolo De Chiara

L’operazione «Piazza Pulita», condotta dalla DDA di Campobasso, ha portato allo scoperto l’attività criminale “impiantata”, soprattutto, in Molise. Il lavoro dei carabinieri e dei finanzieri ha permesso di smantellare le attività illecite, legate anche alle condotte criminose di affiliati campani residenti sul posto (e imparentati con questi delinquenti). Hanno tentato, come in passato, di stabilire una “base” per i loro sporchi affari. L’indagine è durata più di due anni. Diversi soggetti erano già stati coinvolti in altre operazioni, in altri arresti. Già schedati e conosciuti per il loro “vizietto”.

Un gruppo di delinquenti organizzati e coordinati da una mente criminale (residente a Bojano), accusati di associazione a delinquere (finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti), detenzione e spaccio di drogaautoriciclaggioporto abusivo di armitrasferimento fraudolento di valoriestorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso.

Un “giocattolo” costruito per fare soldi e per acquisire “potere”. Ma si sono dimostrati dei dilettanti. Anche sul territorio dove operavano. «Questa gente – ha affermato un cittadino bojanese – la conosciamo bene. Sono delinquenti nel DNA. Anche l’ex assessore, già in passato, ha dato prova delle sue abilità delinquenziali. La mente criminale abitava a pochi passi da casa mia, è il cugino di un napoletano che da diversi anni è residente in paese. Finalmente è arrivata questa operazione che ha fatto piazza pulita di questi guappi di cartone. Già in passato, a Bojano, ci sono stati episodi di richiesta di pizzo. Ora dovrebbero buttare le chiavi».

Numeri da capogiro. Sia da una parte, per smantellare un sistema che coinvolgeva non solo il Molise, e sia dalla parte dei criminali, con misure cautelari, arresti, custodie in carcere, divieti di dimora.

È stata fatta, appunto, «Piazza Pulita» di un sistema criminale organizzato in forma embrionale, con i complimenti arrivati anche dal ministro dell’Interno Lamorgese e dal Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Ma non è la prima operazione di questa portata in Molise e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultima.

In questa Regione si continua a difendere l’indifendibile (“Il Molise è un’isola felice”, dicono) e si assiste, frequentemente, ad azioni di contrasto di questo tipo. E si continua a delegare alle forze dell’ordine e ai magistrati.   

Anche in passato, altre operazioni, hanno tentato di accendere i riflettori su un problema che si trascina da anni.

Abbiamo contattato Armando D’Alterio, già Procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi Pg a Potenza (il PM del caso Siani) per raccogliere la sua testimonianza, legata alla sua esperienza professionale passata. «Anche noi, all’epoca, facemmo un’operazione che univa personaggi del Molise con altri soggetti criminali di maggiore spessore della Campania che facevano capo ad organizzazioni criminali, che utilizzavano anche personaggi extracomunitari, per il trasporto di stupefacenti di vario genere, eroina e cocaina, dalla Campania al Molise per la vendita al dettaglio».

Ci sono state altre operazioni durante la sua permanenza in Molise.  

«Organizzammo l’arresto in flagranza sulla direttrice stradale Campania-Molise, ovviamente ancor prima di procedere al deposito delle intercettazioni, con l’operazione di pedinamento e di intervento in flagranza e il sequestro dello stupefacente e l’arresto in flagranza dei responsabili, continuando le intercettazioni onde cogliere le reazioni e i commenti da parte dei due referenti, uno campano e l’altro molisano, dell’organizzazione. Dopo gli arresti in flagranza è sempre emerso che il centro del comando gravitava in Campania».

Ed ancora il coinvolgimento della Comunità Rom.

«Abbiamo proceduto con il dibattimento, prima con le indagini poi con gli arresti di appartenenti al clan Di Silvio e altre due famiglie di Rom che lavoravano in Molise, nell’ambito della droga. Addirittura tre organizzazioni, tra loro collegate, che avevano in comune il luogo di deposito. Era tutto gravitante nell’ambiente dei Rom, anche qui ci furono arresti e condanne confermate in larga parte».

La droga è sempre stato un serio problema per il Molise?

«Il problema della droga in Molise è endemico, spesso coinvolge cittadini extracomunitari, spesso coinvolge una parte minima della comunità Rom che si dedica al traffico di sostanze stupefacenti. Ancora un’altra organizzazione trafficava con la Spagna. C’era un asse con il Sud America, Spagna, Emilia Romagna e Molise».

In Molise ci sono raffinerie?      

«Non risultano in Molise centrali di raffinamento della droga, quindi è un terminale ultimo che prelude, poi, alla vendita al dettaglio».

Bojano, il piccolo paese in provincia di Campobasso, è ritornato al centro delle cronache. In passato lei stroncò un’associazione a delinquere con collegamenti con la camorra e la ‘ndrangheta.

«In questo caso parliamo di estorsioni con il 513 bis, illecita concorrenza con violenza o minaccia collegata alle macchinette mangiasoldi. C’erano collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta della Locride».

Perché questi collegamenti? Per essere autorizzati ad operare in questo settore?

«È un’attività che richiede, forse, anche associazione per procurarsi un numero adeguato di macchinari da imporre e un minimo di capitali da investire. Procedemmo anche al sequestro delle macchinette, dei locali destinati al deposito».

Gli altri settori attenzionati?

«All’epoca, ricordo, c’era la consapevolezza nei pregiudicati di una grossa difficoltà ad agire con violenza e minaccia estorsiva nei confronti della cittadinanza molisana».

Perché?

«Perché c’era la consapevolezza che, diversamente da altri popoli del meridione, purtroppo tragicamente assoggettati all’omertà, la personalità del soggetto molisano è, invece, più incline alla denuncia. Cominciarono con minacce velate, con riferimento ai pregiudicati che erano alle spalle. Perché una minaccia più espressa avrebbe potuto provocare un’immediata denuncia. In realtà, anche con queste minacce velate, si è proceduto agli arresti».

Ci fu un altro tentativo a Campobasso.

«Proprio quando presi possesso a Potenza ci fu l’esplosione di un dispositivo artigianale dinamitardo davanti a un negozio. Fu arrestato un minorenne. Sembrava finita lì».

E invece?

«Convocai, presso il comando provinciale dei carabinieri, tutti i commercianti della zona di Campobasso vecchia. Sentimmo svariati negozianti, finché tre di loro riferirono che questo stesso ragazzo, insieme a un altro pregiudicato, di estrazione napoletana, tentavano di imporre la protezione. Quella che era sembrata una ragazzata, con l’arresto in flagranza del ragazzo, in realtà, si è rivelata come l’ultima goccia di una progressione criminale che in precedenza si era svolta con atteggiamenti spavaldi, richieste di consumazioni non pagate, velate minacce di essere pagati per garantire la tranquillità degli esercizi commerciali. Non essendo riusciti ad ottenere ciò che si pretendeva si era passato all’attentato dinamitardo. Furono condannati il minorenne e il soggetto che costituiva il deus ex machina della situazione».

La presenza dei collaboratori di giustizia sul territorio può influire su determinate situazioni?

«Proprio nel caso delle macchinette videopoker abbiamo avuto due collaboratori che erano stati avvicinati da questi personaggi camorristici, con la ‘ndrangheta alle spalle. Perché costituissero i loro referenti in zona. Ma si rifiutarono e ci dettero lo spunto le indagini, o meglio per inquadrare la fattispecie in ambiti associativi».

Lei come ricorda il Molise? Per lei è un’isola felice?

«Non penso che sia un’isola felice. Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività. Mi esprimo in termini molto generali e con una visione che si riferisce a quegli anni. Senza far riferimento a nessun caso concreto. Però c’è una struttura che, dal punto di vista istituzionale, è complessa perché ci sono tutti gli enti locali, dalle circoscrizioni al Comune, dalla Provincia alla Regione, che non favoriscono quel distacco che sarebbe necessario. In relazione alle dimensioni del territorio».

Questo modus operandi avvantaggia l’ingresso di personaggi legati alla criminalità?

«Non posso aggiungere nient’altro».

Tra poche ore ricorderemo la strage di Capaci. Come si può seguire l’esempio di un magistrato come Giovanni Falcone?

«Con quella frase che accomunava Falcone con Paolo Borsellino: “bisogna fare il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Se lo facessero tutti non ci sarebbe bisogno né di martiri e né di eroi. Quando si compie il proprio dovere si è pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Oggi abbiamo un altro magistrato, il PM della Trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo. Vogliamo aggiungere qualcosa?

«C’è un procedimento in corso, i magistrati non fanno dichiarazioni su processi in corso».                     

Per approfondimenti:

da WordNews.it

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

SILENZIO!

INUTILI COMMEMORAZIONI. Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote. Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”. Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere. Nel Paese “senza memoria” ci si dimentica del passato. E si compiono sempre gli stessi errori ed orrori.

SILENZIO!

di Paolo De Chiara

Viviamo in un Paese strano. Il Paese dei “misteri” irrisolti. Altra parola inutile. Sì, irrisolti. Ma i misteri non sono poi così tanto misteriosi. Conosciamo la feccia che in questi anni ha insanguinato questo Paese.

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Sino ad oggi.

C’è sempre lo stesso fil rouge, impregnato di sangue, che lega tutti gli episodi politico-criminali che hanno attraversato la nostra storia.

Noi siamo il Paese senza memoria. E un Paese senza memoria, come diceva il poeta (che non è stato massacrato da un ragazzino di 17 anni ma dalle stesse “menti raffinatissime” che hanno impunemente massacrato innocenti), è un Paese senza storia.

Abbiamo sempre avuto questo problema. Abbiamo sempre preferito di curare i nostri fatti privati. Abbiamo sempre girato la testa dall’altra parte. È successo, in ogni situazione.

Dopo ogni omicidio, dopo ogni strage. Facciamo finta di commuoverci. Poi passata quella mezz’ora, resa falsa dal nostro menefreghismo, riprendiamo a vivere come prima. Peggio di prima.

Siamo molto bravi a commemorare. A partecipare alle fiaccolate, alle manifestazioni. A urlare: “Mai più!”. Inutilmente.

Le commemorazioni non bastano più nel Paese delle stragi di Stato. Il sangue innocente non lo possiamo cancellare con poche ore di falso impegno.

Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote.

Falcone è stato massacrato in vita. I bravi cittadini si lamentavano delle sirene. Pure le firme raccolsero per “cacciare” Falcone dalla sua abitazione. In vita è stato denigrato, offeso, attaccato. Dai “Palazzi” e dalle “televisioni”. Dai colleghi e dai prezzolati, che si vendono per poco. Pure il fallito attentato all’Addaura. Se l’era fatto da solo, dissero, per la notorietà. La macchina del fango è vecchia come il mondo.

Poi è toccato a Borsellino. Anche a lui hanno riservato un “bel trattamento”.  

Prima di loro è toccato ad altri: a Peppino Impastato (“un terrorista”), a don Peppe Diana (“se la faceva con le donne dei camorristi”), a Pier Paolo Pasolini (“un pederasta”, “un frocio”). E non sono gli unici.

Abbiamo girato la testa dall’altra parte. Ecco perché tutti questi “eroi” (parole usate a vanvera) sono stati ammazzati. Prima isolati e poi colpiti senza pietà.

Perché noi non siamo stati attenti, non siamo stati presenti.

Non li abbiamo difesi in vita.

Abbiamo atteso la loro morte per ritenerli credibili.

Abbiamo fatto schifo.

E non abbiamo nemmeno imparato la lezione. Continuiamo a riempirci la bocca di false parole, di inutili proclami.

Appendiamo le bandiere, ci mettiamo la maglietta commemorativa.

Ci facciamo i selfie in via D’Amelio, sul tratto autostradale dove i mafiosi hanno posizionato il tritolo per eliminare un “genio” (ecco la parola giusta) della magistratura italiana.  

Pensiamo di lavare così la nostra sporca coscienza.

Ma continuiamo a votare – “il nodo è politico”, amava ripetere Paolo Borsellino – i peggiori: abbiamo aperto le nostre Istituzioni ai mafiosi e ai loro sodali. Ai loro complici.

Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Cesaro. Alcuni esempi per dire che non ce ne frega niente della lotta alle mafie.

Ci sono le sentenze che disegnano un quadro sconcertante. Come quella sulla scellerata Trattativa Stato-mafia. Ma chi l’ha letta? Chi ne vuole parlare?

Sappiamo che un Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, pagava Cosa nostra. Anche dopo le stragi, quando il sangue degli “eroi” era ancora caldo.

E continuiamo a dare credito politico a questa gentaglia.

Bisogna cambiare registro. Non basta più voltare “pagina”. Bisogna chiuderlo il libro della vergogna. E aprirne uno nuovo. Scriverne uno, tutto nuovo. Ovviamente non dimenticando i responsabili, le “menti raffinatissime” che, ancora oggi, sono presenti negli ingranaggi della nostra Repubblica.

Personaggi ben posizionati per controllare le nostre vite.

Ci sono ancora uomini di Contrada, ad esempio. Di quei vergognosi Servizi Segreti che troviamo in ogni situazione. In ogni omicidio. In ogni strage.

Veri e propri sistemi criminali che si occupano di occulte strategie, di vergognose nomine. Ai vertici delle Istituzioni. Per controllare, per gestire, per comandare.

Alla faccia di quelli che chiamano “eroi”. Ecco come si commemorano i morti ammazzati!

Possiamo cambiare. E possiamo iniziare a farlo con le persone vive. Posizionarci dalla loro parte. Senza se e senza ma. Senza difendere, per partito preso, personaggi delle Istituzioni che non hanno fatto il proprio dovere. Non serve il “tifo”. Serve cercare le responsabilità.

Oggi abbiamo un magistrato, vivo, che rischia ogni giorno la sua vita. Questo magistrato si chiama Nino Di Matteo.

Nel “Paese senza memoria”, questo Pm, sta respirando la stessa aria degli anni Novanta, respirata dai tanto acclamati Falcone e Borsellino.

Sta subendo lo stesso massacro.

Lo abbiamo già dimenticato. Le sue parole forti, disarmanti, potenti (dette in una trasmissione televisiva, come faceva Falcone) non hanno creato un serio dibattito. Lo sdegno dei benpensanti, falsi filosofi viziati, ha scientificamente spostato l’attenzione su cose inutili. Sul presentatore. Sul programma. Ma Di Matteo è stato chiaro.

“Qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha prontamente ubbidito. È già capitato in passato. Sta capitando ancora.

Gratteri non viene nominato ministro perché “qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha ubbidito. Senza profferir parola.

E nel silenzio di tutti si bruciano le conversazioni telefoniche tra un Presidente della Repubblica e un tizio preoccupato da certe rivelazioni sulla Trattativa Stato-mafia.

Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Brecht.

Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere.

Ma è pronto questo Paese a difendere le persone perbene? In attesa del vero cambiamento morale, almeno, si resti in Silenzio!

da WordNews.it

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA. “Vittima di una estorsione, con encomiabile coraggio, denunciava alcuni esponenti della criminalità organizzata, consentendone l’arresto e la successiva condanna. A distanza di alcuni anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Chiarissimo esempio di impegno civile e rigore morale fondato sui più alti valori di libertà e di legalità. 16 maggio 2008, Castel Volturno (Caserta)”. Medaglia d’oro al valor civile, 17 marzo 2009.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

di Paolo De Chiara

“Letti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara Alfiero Massimo, Bartolucci Giovanni e Granato Davide colpevoli dei reati loro ascritti e, riuniti i medesimi sotto il vincolo della continuazione […], condanna ciascuno alla pena dell’ergastolo. Dichiara gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici nonché in stato di interdizione legale e interdetti in perpetuo dall’esercizio della potestà genitoriale”.

Ergastolo, fine pena mai per gli assassini di Domenico Noviello, un imprenditore casertano ucciso dalla camorra, dal gruppo Setola. Per dare l’esempio, per il controllo del territorio. Perché le persone perbene come Domenico sono fastidiose. Denunciano, non si fanno intimidire, mettono i bastoni tra le ruote. Rompono la minchia. È il giudice delle indagini preliminari, Isabella Iaselli, a pronunciare la sentenza il 4 dicembre del 2012.

Noviello ha fatto il suo dovere, fino in fondo. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare gli estorsori“Si, abbiamo paura – è la moglie di Domenico che risponde a una domanda durante una puntata de ‘La storia siamo noi’, registrata prima del brutale omicidio, – ma non ci pentiamo di aver denunciato i nostri estorsori. Qualcuno deve pur cominciare se si vuole che la realtà del Sud cambi”. Basta rivedere la puntata della trasmissione per risentire, in sottofondo, la voce di Domenico: “digli che ci sentiamo soli. Diglielo che lo Stato ci ha sostenuto solo all’inizio”. La sentenza del 2012 è stata emessa nei confronti di Massimo Alfiero, alias ‘Capritto’, di Casal di Principe (Caserta), classe ‘72; Giovanni Bartolucci di San Marcellino (Caserta), classe ’80 e Davide Granato di Napoli, classe ‘75. I tre camorristi che hanno chiesto il rito abbreviato. Per l’omicidio Noviello gli imputati, in totale, sono dieci.

Per gli altri sette (Alessandro Cirillo, Francesco Cirillo, Metello Di Bona, Giovanni Letizia, Massimiliano Napolano, Giuseppe Setola e Luigi Tartarone) si è concluso il rito ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Il 7 luglio 2014 il PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita, nella sua requisitoria ha chiesto sei ergastoli per gli assassini di Domenico. Quattordici per il collaboratore di giustizia Tartarone. Il 19 novembre 2014 la sentenza, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: (CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO; CIRILLO Francesco, ERGASTOLO; DI BONA Metello, 43 anni di reclusione; LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO; NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO; il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO; TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione).

L’omicidio di una persona perbene   

Venerdì 16 maggio 2008. Una giornata particolare. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano d’Aversa, padre di tre figli, imprenditore di Castel Volturno, titolare di una autoscuola che gestisce insieme ai figli, sta uscendo presto di casa per raggiungere la sua attività. “Alle ore 7:30  – scrive il GIP Iaselli – viene segnalata la presenza di un corpo privo di vita in Castel Volturno, località Baia Verde, all’altezza della rotonda di viale Lenin”C’è una Fiat Panda multijet nera ferma, con motore acceso e crivellata di colpi.

C’è anche un morto-ammazzato, sangue ovunque e tanti, troppi bossoli di pistola. Di due pistole. “L’auto era ferma lungo la strada che la vittima percorreva per raggiungere l’agenzia di pratiche automobilistiche e scuola guida di cui il Noviello era titolare”.      

“Quella mattina – spiega il figlio Massimiliano – mi svegliai prima di mio padre, con mio cognato eravamo stati a correre sulla spiaggia. Dopo la corsa ci lasciamo, mi richiama e mi comincia a dire ‘tuo padre dove sta? Mica ha fatto un incidente? Dove sta, è uscito?’. Era molto vago, lui già sapeva qualcosa, ma tentennava nel dirmelo. Non ha avuto il coraggio di dirmelo. Inizio a chiamare mio padre sul cellulare e vedo che suona, squilla ripetutamente senza risposta. Mi inizio ad agitare, mi innervosisco, mi metto in macchina e mi reco in località Baia Verde. Ci metto cinque minuti per arrivare sul posto. Vedo la macchina, scendo, mi avvicino e vedo il corpo di mio padre, con il viso rivolto verso terra. Subito prendo coscienza di quello che è accaduto, in quel momento mi è cascato il mondo addosso”.

La scena del crimine viene perlustrata dalla polizia. Sembra tutto chiaro. Mettono tutto per iscritto. La vittima, Domenico Noviello, prima di morire, ha cercato di sottrarsi all’agguato. Ha tentato, con tutte le sue forze, di uscire dalla sua macchina, dalla portiera laterale. Stramazza al suolo per i “colpi all’addome, alla spalla ed alla gamba sinistra nonché alla testa”. Lo sportello anteriore destro, scrivono gli uomini della squadra mobile, era aperto e “presso il medesimo era il cadavere del Noviello”.

Nella tasca destra della tuta della vittima viene ritrovata una pistola Beretta, legalmente dichiarata. Domenico, immune da precedenti penali, è stato preso alla sprovvista dalla fulminea, ma preparata nei minimi dettagli, azione criminale. Violenta, barbara, animalesca. Sul posto vengono trovati 25 bossoli, cinque proiettili e un frammento di proiettile. Nella Fiat Panda, nel sedile anteriore destro e nel cruscotto, tre ogive e tre frammenti di ogiva.

Dagli accertamenti del Racis di Roma, fondati sulla traiettoria dei proiettili, è possibile ricostruire gli ultimi attimi in vita di Domenico Noviello“Poco prima del civico 327 era stato affiancato e parzialmente superato da un altro veicolo, moto o auto, che verosimilmente si bloccava trasversalmente all’asse stradale. Sceso dal veicolo uno sparatore apriva il fuoco all’indirizzo del lato guida della Panda, impiegando una pistola cal. 380”Per i verbalizzanti sulla scena del crimine era presente un altro killer che ha bersagliato l’uomo “con una nuova scarica di colpi, almeno altri 12”, con una seconda arma. “La vittima finiva con l’accasciarsi al suolo mentre il killer, continuando a fare fuoco, la raggiungeva fino al punto in cui si era adagiata, tra la ruota posteriore ed il marciapiedi, e lì completava l’azione esplodendo ancora ulteriori colpi al suo indirizzo”.

La relazione autoptica e gli altri omicidi

Il documento è firmato dal dottor Luigi Barbato. L’autopsia indica che “la vittima è stata attinta da tredici colpi d’arma da fuoco”, due “a livello della guancia sinistra e del braccio destro”, uno “alla regione frontale destra”, uno “alla regione fronto-zigomatica sinistra”, uno “al livello dell’orecchio sinistro”, uno “trapassante che parte dalla fascia laterale del braccio sinistro, trapassa lo sterno rientra sottocutaneamente a livello del torace e fuoriesce con altro foro a 10 cm dal primo ingresso”, uno “a livello della spalla sinistra”, uno “trapassante a livello emitoracico superiore destro”, uno “al fianco sinistro”, uno “a livello inguinale sinistro”, uno “al fianco destro”, uno “a livello scapolare sinistro”.

Dalla relazione dell’esperto emerge un altro interessante dato“sulla base della ricostruzione dei tramiti intracorporei, si può affermare che i colpi sono stati esplosi da una persona che si trovava prima di fianco e poi posteriormente alla vittima”.

I carabinieri del Racis di Roma evidenziano altri dati, altrettanto interessanti. Dal confronto dei bossoli recuperati con quelli ritrovati sul luogo di altri omicidi è emerso che la pistola semiautomatica è stata già impiegata nel duplice omicidio Kazani-Dani del 4 agosto 2008, nell’omicidio di Ramis Doda del 21 agosto 2008, nell’omicidio di Antonio Celiento del 18 settembre 2008, nella strage degli extracomunitari del 18 settembre 2008. Mentre la pistola calibro 380 è stata impiegata il 2 maggio del 2008 per l’omicidio di Umberto Bidognetti e il 1 giugno dello stesso anno per l’omicidio di Michele Orsi.

Il 30 settembre 2008 il Roni di Caserta arresta nel territorio di Giugliano in Campania Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, i primi due coinvolti anche nell’assassinio di Noviello. Vengono sequestrate numerose armi, “tra cui sei positive ai confronti balistici”. Una pistola, la Pietro Beretta, un’arma da guerra con matricola abrasa, è stata usata, “con elevato grado di probabilità, negli omicidi Noviello, Kazani-Dani e Celiento”.   

“Quando vedo – aggiunge Massimiliano – il corpo di mio padre sbatto per terra, subito dopo mi prendono e mi portano in commissariato. Cercano di capire e inizio a ricordare che mio padre mi diceva ‘se mi capita qualcosa ho un’agenda, la devi consegnare alla polizia’. Su questa agenda c’è scritto che mio padre elogia le forze dell’ordine e le Istituzioni e scrive che era stato avvicinato da un certo Cipriani o Cipriano, non ricordo, che lui aveva allontanato. Si scusa con l’autorità perché aveva scritto questa cosa senza avvisare dell’episodio”.

Le testimonianze

Subito dopo l’omicidio di Noviello gli investigatori cercano i testimoni. Cominciano dai presenti in zona al momento dell’omicidio. Solo due: l’uomo che ha chiamato il 113 e un dipendente di una pasticceria attiva nei pressi del luogo del delitto. “Nulla di significativo è stato riferito da Manfredino e Ferrillo i quali evidenziavano di essere giunti dopo che gli sparatori erano andati via”. Nessuno ha visto nulla, nessuno era presente in quel preciso momento. Ancora deserto intorno al coraggioso Domenico Noviello, il testimone che ha denunciato il racket della camorra. Anche al suo funerale pochissime persone.

È Massimiliano che rende “dichiarazioni più significative”. Parla dell’attività del padre, ubicata nei pressi del commissariato di Castel Volturno. “Alcuni anni prima – è possibile leggere dalle motivazioni della sentenza di condanna – il padre aveva denunziato un tentativo di estorsione da parte di alcuni esponenti del clan dei casalesi, arrestati a seguito della denuncia. Il padre viveva con il timore di subire ritorsioni”Massimiliano ricorda “il calo degli iscritti, forse dovuto a timori da parte dei cittadini locali”, l’episodio raccontato dal padre legato ai locali dell’autoscuola, “perché l’intero Parco Sementini era stato messo all’asta”.  Domenico si dimostra interessato, vuole comprare quei locali. Ma deve rinunciare, un emissario porta un messaggio preciso. “Il giovedì precedente – scrive il giudice Iaselli – il padre gli aveva confidato che tale Addattilo di Castel Volturno, recandosi presso l’agenzia per motivi di lavoro, gli aveva detto testualmente ‘i locali sono stati venduti ed ora te ne mandano pure”.

Il padre aveva risposto ‘voglio vedere come me ne cacciano’. Addattilo viene riconosciuto da Massimiliano. È un cliente dell’agenzia, il suo nome è Giovanni, già con diversi precedenti legati all’estorsione, allo spaccio di stupefacenti, alle armi. Massimiliano Noviello parla della decisione del padre, un’azione legale. Il giovane Noviello parla anche delle ‘pressioni’ del padre, “affinché evitasse di ‘calcare troppo la mano’ nei confronti dei soggetti arrestati, e sul punto testualmente dichiara: “mentre chiacchieravo con mio padre, questi intavolò l’argomento e mi disse che, a suo parere, sarebbe stato opportuno non infierire troppo nei confronti degli estorsori. Questo perché, tutto sommato, avevamo raggiunto il nostro obiettivo – facendoli arrestare – e dovevamo pensare a difenderci, non ad attaccare. Di certo non potevamo essere noi a sconfiggere la criminalità locale, pertanto non era opportuno esporsi più di tanto. Ormai avevamo fatto capire da che parte stavamo”.      

È l’episodio della denuncia, rafforzato dalla collaborazione attiva, dagli arresti e dalle condanne, a scatenare la rabbia animalesca e sanguinaria dei camorristi. Vogliono lanciare un segnale, compilano una lista degli obiettivi da eliminare per dare l’esempio.

Maria Rosaria, l’altra figlia di Domenico, conferma esplicitamente “che dopo la denuncia del padre per la estorsione commessa da alcuni componenti del clan dei casalesi tratti in arresto per tale vicenda, la famiglia aveva subito un forte stress emotivo e tensioni giornaliere prevedendo ritorsioni della camorra”.

Racconta degli incontri del padre con esponenti di associazioni antiracket, delle sue preoccupazioni per l’asta dei locali. La moglie di Domenico, Giuseppina, racconta un episodio che non ha dimenticato, che gli è rimasto impresso nella mente. Sei giorni prima dell’omicidio, intorno alle 16:00, nota tre uomini in una Fiat Punto di colore grigio.

Il 16 maggio l’altra figlia Maria Antonietta, insieme al marito, consegna a un ispettore capo due fogli manoscritti, con chiari riferimenti alla vicenda estorsiva del 2001.

“Meglio un giorno da leone che cento da conigli”

“Tutto ha inizio – ricorda, oggi, Massimiliano –  nell’anno 2001, precisamente nel periodo di Pasqua. Vennero da noi dei personaggi del posto, personaggi loschi, e ci fecero una richiesta estorsiva. Inizialmente venne un certo Pasqualino Cirillo e mi chiese di parlare con mio padre, il titolare dell’autoscuola. Un suo cugino latitante, stiamo parlando di Alessandro Cirillo ‘o sergente, doveva parlare con mio padre. Subito capii le loro intenzioni e dissi che avrei riferito. Comunico questa cosa, ne iniziammo a parlare a casa. Mio padre mi disse ‘Massimo, è meglio un giorno da leone che cento da conigli. La storia ci insegna che le persone hanno combattuto per la propria libertà’.

Mio padre amava leggere, leggeva molti libri di storia e per lui non era possibile che queste persone, attraverso la forza, la violenza, potessero dettare legge. Era un’offesa per lui”.

Nella famiglia Noviello ritorna con forza il passato, mai dimenticato“Mia madre già aveva perso un fratello. Fu ammazzato all’età di 33 anni, si chiamava Pasquale De Angelis. Pretendevano soldi, una richiesta estorsiva, all’epoca erano ladri di galline, sempre di Casale. Anche il fratello di mia madre disse di no e venne ammazzato. Non è stata ritenuta una vittima di mafia. La decisione di mio padre fu presa con sofferenza, mia madre si ritrovava a rivivere una situazione drammatica, una piaga che si riapriva. Decidemmo di denunciare”.

Precisamente il 19 marzo del 2001. Domenico Noviello si presenta davanti agli investigatori (“siamo andati insieme a Caserta”, precisa il figlio Massimiliano) e denuncia le richieste estorsive. È chiaro, preciso. Indica le date, fa nomi e cognomi. Non dimentica l’episodio del 15 marzo, quando due uomini, due ambasciatori del clan, lo invitano da certi “compagni di Castel Volturno”.

Non certo comunisti, ma camorristi. Della peggiore specie. Nella stessa giornata presso l’auotoscuola si presenta un uomo (poi riconosciuto e individuato in Francesco Cirillo) che parla del cugino latitante interessato ad incontrare il padre. Erano tutti interessati a Domenico Noviello, la richiesta dello schifoso clan non può rimanere inevasa. Due giorni dopo, racconta Domenico agli investigatori, si registra l’incontro con Lisandro ‘o giudice, che chiede di preparare 30 milioni di lire per gli amici di Casale. Anche questo esattore viene riconosciuto, si tratta di Alessandro Gravante. Riconosce anche un certo Aldo Russo, si era già presentato in agenzia per invitare Domenico a incontrare i ‘compagni’ e gli ‘amici’.

“Iniziarono a venire diversi personaggi con atteggiamenti arroganti – ricorda Massimiliano – e in quell’occasione capii le parole di mio padre: ‘questi una volta che entrano, si impossessano dell’attività’. Insieme andiamo alla questura di Caserta a fare la denuncia. Con loro iniziammo a temporeggiare. Abbiamo denunciato questa tentata estorsione, io ho denunciato alcuni esponenti, mio padre altri, alcuni parlarono con me e altri con mio padre in mia assenza. Dopo la denuncia la squadra mobile di Caserta si attivò e mise cimici all’interno dell’attività, partirono le indagini e ci chiesero di farli parlare. Abbiamo denunciato e partecipato attivamente agli arresti”.

L’appuntamento con gli estorsori

Cominciano ad arrivare le prime conferme, ma non basta. Serve lo scambio, bisogna pizzicarli in flagranza di reato. Il 9 aprile del 2001 si materializza l’incontro tra Domenico Noviello e gli estorsori. L’appuntamento è stato programmato nei pressi di un bar per la consegna della borsa con 10 milioni di lire, in contanti. Cento banconote da 100 mila, tutte fotocopiate. È pronto anche un decreto di fermo emesso dal pubblico ministero nei confronti di Gravante e Vitolo (“colti sul fatto”), nei confronti di Aldo Russo e dei due cugini Cirillo (latitanti).

“Nella motivazione della sentenza è resa palese l’importanza della denuncia del Noviello Domenico e della successiva attività di collaborazione offerta alle forze di Polizia in una importante operazione a carico di soggetti legati alla criminalità organizzata di Castel Volturno”.

Durante l’incontro c’è uno scambio di battute tra Domenico e gli estorsori, l’episodio lo ricorda Massimiliano“Alla consegna mio padre ha dovuto svincolare i propri soldi, perché il Ministero non svincolò i soldi in tempo. Dovemmo fotocopiarli e portali alla polizia. Mio padre consegna la borsa con i soldi e uno di loro gli disse ‘hai visto come ti abbiamo trattato’. E mio padre rispose ‘devi vedere io come ti ho trattato’. Gli consegna i soldi, si allontana, il segno era mettersi la mano in testa, irrompono le forze dell’ordine”.

Dal 2001 scatta la protezione. Il 12 aprile vengono disposte le misure di vigilanza “aventi ad oggetto la famiglia” Noviello, fino all’estate del 2003, quando il Ministero decide di sospendere la vigilanza. Il 24 giugno arriva una nota con la decisione presa alla segreteria di sicurezza della questura di Caserta. Il 16 maggio 2001, insieme a sua figlia Rosaria, si presenta in commissariato. Riferisce puntualmente degli inviti rivolti dai suoi conoscenti, da alcuni professionisti che si erano occupati della gestione contabile e dell’assistenza legale della sua impresa. Domenico Noviello non si fa intimidire dalle parole, dai chiari inviti. “Non aderisce a tali sollecitazioni”. Va avanti, a testa alta.

“Dal momento in cui subiamo la tentata estorsione  – chiarisce Massimiliano – non abbiamo mai pagato, perdiamo la serenità. Ero fidanzato con la mia attuale moglie, non avevamo alcun tipo di tutela. Cominciai a mentire anche a mia moglie, avevo un atteggiamento strano, un comportamento poliziesco. Dal 2001 ho il porto d’armi di pistola per difesa personale”.

Il Gup del Tribunale di Napoli, in sede di abbreviato, condanna Francesco Cirillo, Aldo Russo, Alessandro Gravante, Tommaso Vitolo e Alessandro Cirillo, il cugino di Francesco il latitante.

Il ‘cecato’ Setola e i collaboratori di giustizia

‘Spietato’ e ‘determinato’, queste le parole dei collaboratori di giustizia per descrivere Giuseppe Setola ‘o cecato, il killer della camorra che ha terrorizzato il territorio campano. È lui che approva e condivide la scelta di eliminare Domenico Noviello. Presente nella lunga lista compilata per affermare il dominio. Omicidio su omicidio. Un animale che ama l’odore del sangue. Nasce il 5 novembre del 1971 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Viene soprannominato ‘a puttana, è un cane sciolto, non ama le regole. “Costituisce il suo gruppo di fuoco – si legge su La Repubblica del 14 gennaio 2009 – formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito ‘cornuti’ e ‘bastardi’”. Conosce il carcere, ci passa sei anni. Poi arriva una grave patologia agli occhi. Diventa semicieco, perde l’uso della vista. Ma è solo un bluff, una sceneggiata. Setola è diventato ‘o cecato. Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica di Pavia, dove era stato ricoverato per il ‘problema’ agli occhi. Inizia l’inferno. Il gruppo di fuoco viene ricostituito. Iniziano le vendette, i regolamenti di conto. La strategia stragista. “Occorreva – racconta un ‘pentito’ – terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti, colpire quanti commettevano reati senza il permesso del clan e senza versare allo stesso una parte dei proventi illeciti”. Viene arrestato dopo una rocambolesca fuga nelle fogne (il suo vero habitat) di Trentola Ducente, in provincia di Caserta.

“Mio padre mi disse: ‘Massimo, noi ci siamo difesi da un clan ma non credere che abbiamo sconfitto la criminalità’. Con queste parole voleva dire ‘tieni i toni bassi, evita di sfidarli. Tu hai da perdere’. Era ritenuto l’infame, una persona che aveva fatto una cosa controcorrente. Lui non accettava di essere calpestatoColpiscono mio padre per dare un segnale, avevano avuto questo affronto, non aveva pagato, aveva denunciato”.

“cornuti” e i “bastardi” parlano“Con riguardo ai collaboratori Spagnuolo Oreste, Di Caterino Emilio, Amatrudi Massimo e Iovane Massimo va sottolineato che i primi e principali collaboratori di giustizia provenienti del gruppo facente capo a Setola Giuseppe (nell’ambito della fazione della famiglia Bidognetti), sono stati Di Caterino Emilio e Spagnuolo Oreste che non hanno certo concordato le loro dichiarazioni”.

Oreste Spagnuolo viene arrestato il 30 settembre del 2008 dai carabinieri di Caserta, insieme ad Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Durante l’operazione Antimafia effettuata a Giugliano viene ritrovato e sequestrato un “vero e proprio arsenale”.

Emilio Di Caterino, soprannominato Emiliotto, dopo l’arresto di Luigi Guida diventa il reggente del clan Bidognetti. Con l’arresto, dopo la latitanza, comincia la collaborazione con lo Stato. La stessa scelta di Massimo Amatrudi, gruppo Setola, già condannato per associazione con Massimo Alfiero, Oreste Spagnuolo e Luigi Tartarone (17 dicembre 2009).

Anche Massimo Iovine decide di ‘cambiare vita’“La scelta di collaborare – scrive il gip Isabella Iaselli – per chi ha fatto parte del gruppo Setola non può dirsi certamente presa a cuor leggero, dal momento che, come sottolineato dall’accusa, si è dovuto fare luce su una serie di delitti efferati ammettendo in molti casi gravi responsabilità personali”.

Questo è l’elenco impressionante dei delitti commessi dal gruppo Setola, nel 2008. Una violenza brutale concentrata in pochi mesi.

  • 2 maggio, omicidio di Umberto Bidognetti, condannato a morte perché padre del ‘pentito’ Domenico;
  • 16 maggio, omicidio di Domenico Noviello;
  • 30 maggio, tentativo di omicidio per Francesca Carrino, la sorella di Anna, collaboratrice di giustizia, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e’ Mezzanotte, capo storico;
  • 1 giugno, omicidio di Michele Orsi, imprenditore operante nel settore dei rifiuti solidi urbani, per aver reso dichiarazioni compromettenti per il clan;
  • 11 luglio, omicidio di Raffaele Granato, per aver denunciato richieste estorsive;
  • 4 agosto, omicidio di Dani e Kazani, due cittadini albanesi non autorizzati ad operare nella zona;
  • 18 agosto, ferimento di alcuni cittadini nigeriani, la loro presenza non era gradita;
  • 21 agosto, omicidio di Ramis Doda, cittadino albanese non gradito al clan;
  • 18 settembre, omicidio di Antonio Celiento e degli extracomunitari colpiti nella strage di Castel Volturno;
  • 2 ottobre, omicidio di Lorenzo Riccio, impiegato presso l’agenzia funebre Russo. Il titolare aveva denunciato Francesco Bidognetti;
  • 5 ottobre, omicidio di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.

“Il gruppo facente capo al Setola operava con modalità particolarmente cruente, tanto che gli stessi affiliati non potevano mai dirsi al sicuro da una condanna a morte basata anche sul sospetto di un tradimento. Il clima non era mai rilassato”. È il collaboratore Spagnuolo che racconta il comportamento di Setola. Decideva chi doveva eseguire gli omicidi per testare l’affidabilità e la lealtà dei suoi uomini.          

Nell’interrogatorio del 6 ottobre del 2008 Oreste Spagnuolo indica gli esecutori dell’omicidio NovielloMassimo Alfiero, Davide Granato, Gino Natale detto Marano, Napoleano Massimo. Il mandante lo indica in Setola “che voleva punirlo per avere denunziato gli autori della estorsione ai suoi danni”.

Si esprime meglio nell’interrogatorio del 7 ottobre 2008“quanto alla causale, per come fu riferita da Peppe Setola rappresento che il Noviello molti anni fa aveva denunziato Cirillo Francesco detto Pasqualino, Gravante Alessandro e Russo Aldo nonché Cirillo Alessandro, quest’ultimo venne poi assolto. Questa ragione insieme alla necessità di intimorire chiunque volesse denunziare il gruppo Setola costituì la ragione per cui il Setola Giuseppe e Cirillo Alessandro decisero di uccidere il Noviello, almeno per quanto mi fu detto”.

Il collaboratore racconta l’esecuzione, l’episodio lo apprende dal racconto di Massimo Napolano. Quella mattina, il 16 maggio 2008, Massimo Alfiero, Massimo Granato e Gino Tartarone sono alla guida di una Yaris blu rubata. Raggiungono Baia Verde, dopo aver fatto sosta nel cortile della casa di un amico, (“ignaro di tutto”), dove attendono la telefonata di Massimo Napolano. Secondo quel racconto a sparare fu Massimo Alfiero con la pistola calibro 9 (nascosta da Gianluca Bidognetti, ricevuta da Massimo Alfiero)  e Davide Granato con la revolver calibro 38.

Nell’interrogatorio del 16 ottobre 2008, il collaboratore Emilio Di Caterino parla di una riunione con Setola e Cirillo, dove si parlò dell’omicidio dell’imprenditore coraggio di Castel Volturno. Il collaboratore Massimo Iovane ribadisce un concetto semplice, ma chiaro: “Il clan dei casalesi è molto vendicativo, non dimentica le azioni commesse in danno del gruppo, decidendo di reagire anche a distanza di svariati anni”.       

Decisive sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Tartarone (già condannato per 416bis, nel dicembre 2009) e Massimo Alfiero. Ammettono la loro partecipazione e spiegano nei dettagli tutti gli spostamenti, il piano, gli appostamenti, le autovetture utilizzate, le armi, le schede telefoniche, le attese, la dinamica. “Ci siamo incontrati di fronte all’ingresso di Baia Verde – racconta Tartarone nel corso dell’interrogatorio del 14 settembre 2010 – e da lì siamo partiti immediatamente dopo aver ricevuto una telefonata che ci avvisava della presenza del Noviello… ho visto materialmente Alfiero sparare molti colpi d’arma da fuoco all’indirizzo del Noviello dopo essersi affiancato alla sua autovettura colpendolo al viso e tronco e, successivamente, scendere dall’autovettura, prendere l’altra pistola e raggiungere il Noviello nel frattempo sceso dall’autovettura nel tentativo di sottrarsi ai colpi d’arma da fuoco e sparare ulteriori colpi d’arma da fuoco per finirlo di cui almeno due in testa”.

Il gruppo di fuoco, subito dopo l’omicidio poteva essere bloccato“Ricordo che le due autovetture con a bordo Di Bona, Alfiero ed io hanno incrociato una pattuglia di carabinieri nei pressi di una pompa di benzina subito dopo Casal di Principe. Credo che ci abbiano notati anche se non ci hanno inseguito nonostante l’elevatissima velocità di viaggio di entrambe le autovetture”. Dopo l’omicidio Tartarone e Alfiero si nascondono in una casa a San Marcellino, in provincia di Caserta, presa in affitto da Giovanni Bartolucci.  .

È fondamentale la collaborazione di Massimo Alfiero, il killer. L’esecutore materiale che scaricò “13 botte” su Noviello solo con una pistola, mentre con l’altra gli sparò altri colpi, “finendolo poi con un colpo alla testa”.

Il 15 ottobre del 2010, dopo la sua richiesta di essere ascoltato, viene portato in Procura dove spontaneamente ammette la sua appartenenza al clan Bidognetti, denuncia le sue azioni criminali, racconta di aver partecipato agli omicidi di Domenico Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi. Vuole passare dall’altra parte, soffre per la ‘lontananza’ della famiglia. “Precisa di aver fatto parte del clan da epoca risalente e di poter riferire su molte vicende”.     

Il ripensamento

Il camorrista quasi pentito Alfiero è al 41 bis. Ci sono due ordinanze che lo inchiodano, per associazione e omicidio. Ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Oreste Spagnuolo, Massimo Iovine, Antonio De Martino ed Emilio Di Caterino), che parlano della sua ‘posizione di rilievo’ nel gruppo Setola. Ha sulle spalle “numerosi e gravissimi delitti”La sua collaborazione è preziosa. Ma Alfiero ad un certo punto si blocca e si chiude nel totale silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Non per le pressioni del clan, non per le voci che cominciano a girare e che vengono raccolte da sua moglie.

Il killer del clan Bidognetti, Massimo Alfiero, dopo aver espresso la decisione di parlare, di vuotare il sacco, di raccontare il suo interessante punto di vista viene bloccato dalla sua donna. Da sua moglie, dalla madre dei suoi figli. Tutto è stato registrato dagli inquirenti grazie alle intercettazioni ambientali, le ‘cimici’ azionate durante i colloqui in carcere. La signora Alfiero decide di rinunciare al programma di protezione, anche per sua figlia. È decisa, suo marito non deve parlare. Non deve mettere in pericolo la famiglia. Il ‘sistema’.

I due si incontrano in carcere per il colloquio. La Corvino lo smonta“Adesso ti stanno facendo vedere solo rose e fiori… è vero o no? […]“tu sei un uomo… prima hai parlato… poi non hai detto niente”. […] “tanto tu esci… esci e stai insieme a noi… passeranno per dirti sei… sette anni quanto ci manca”. Fine pena mai, ergastolo per il killer che voleva diventare collaboratore.

Tre ergastoli nel rito abbreviato. Rispettivamente per Massimo Alfiero (il killer), per Giovanni Bartolucci (componente del commando e organizzatore) e per Davide Granato (ha partecipato all’organizzazione, assumendo il ruolo di ‘specchiettista’). Proprio quest’ultimo, nell’udienza del 4 dicembre del 2012, rende delle spontanee dichiarazioni. Ammette le sue responsabilità e consegna un appunto: “prima di tutto chiedo scusa a Dio per aver fatto male a una sua creatura, poi chiedo scusa alla famiglia intera della vittima per avergli arrecato tantissimo dolore. So benissimo che non sarà facile essere perdonato per l’ignobile azione, però da parte mia con un atto di coraggio mi assumo la mia responsabilità per aver partecipato a questo efferato delitto ed essere sottoposto al giudizio di questo tribunale per non sfuggire alle mie colpe. Ancora chiedo scusa alla famiglia Noviello e all’intera società e mi dissocio da qualsiasi contesto mafioso ed in particolare dal clan dei casalesi”.

Parole sprecate, inutili.

“Quanto al motivo abietto così come contestato deve ritenersi spregevole che una vita umana sia stata soppressa per una vicenda risalente nel tempo e peraltro ormai definita al fine di dare un segno della forza della criminalità. Con l’omicidio del Noviello si è voluto inviare un messaggio terribile alla collettività: i soggetti colpiti da misure cautelari e condanne, anche a distanza di tempo, si vendicano contro di coloro che, rispettosi della legge, hanno denunciato alle Istituzioni i torti subiti”. Il rito ordinario, per gli altri sette imputati, è arrivato alle battute conclusive.

Nell’udienza del 3 aprile, per la prima volta il killer sanguinario Setola risponde alle domande del PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita. A modo suo. Definendosi, scrive Il Mattino, un capro espiatorio “messo in mezzo dagli infami che hanno fatto il mio nome per avere protezioni e soldi, facendomi ottenere condanne ingiuste. Per lei e il PM Sirignano ho fatto tutto io, ma con la coscienza sono a posto”‘O cecato è stato condannato, sino ad oggi, a otto ergastoli per 15 omicidi. Una coscienza impregnata di sangue.

“Sono loro che devono andare via!”

“Quante volte, in famiglia, abbiamo parlato e discusso di lasciare il territorio. Mio padre era sempre contrario, ‘non devo andare via io, solo loro che devono andare via’. Questa scelta la vedeva come una sconfitta. Lui non ha offeso nessuno, si è difeso da un attacco. Cosa prevede la legge? La denuncia? Questo ha fatto mio padre, ha rispettato la legge”.

Ma lo Stato come si è comportato con Domenico Noviello? È stato fatto tutto il possibile? Poteva essere ancora protetto? “Il Noviello – si legge nelle motivazioni – è stato sottoposto a misure di sicurezza sino all’estate del 2003 e tuttavia aveva continuato a temere per sé e per i familiari, oltre a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito ad andare oltre, come testimoniato dal rinvenimento di fogli manoscritti da consegnare alla polizia in caso di morte violenta”.

Si poteva fare di più?

“Siamo stati abbandonati dallo Stato”, risponde Massimiliano, “mio padre incontra le associazioni, inizia a capire che l’isolamento lo porta in uno stato di abbandono. In un’intervista a mia madre si sente la voce di mio padre: ‘diglielo che lo Stato ci ha abbandonati, che ci sentiamo soli’. Mio padre lo ha sempre dichiarato. Non ha fatto questa scelta per lo Stato, ha fatto questa scelta perché amava essere libero. Ci facevano pesare anche il rinnovo del porto d’armi, a volte mio padre chiedeva di essere accompagnato e spesso e volentieri si trovava senza protezione. Soffriva questa cosa, tutti gli altri pagavano, lui era visto come la mosca bianca, il marziano del posto”. Ma Massimiliano non si sente abbandonato dallo Stato, lo dice chiaramente: “a seguito della morte di papà, tutto posso dire, ma non di essere stato abbandonato dallo Stato. Forse si sono accorti della ‘gaffe’ che hanno fatto, infatti hanno conferito la Medaglia d’oro al valor civile prima della sentenza. Mio padre è stato abbandonato, è stato utilizzato, abbiamo partecipato attivamente agli arresti. Invece io no, io ho avuto tutto e subito. Non posso lamentarmi e attaccare lo Stato”.

Il 17 marzo del 2009 il presidente della Repubblica ha  conferito alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile. A Castel Volturno è stata intitolata una piazza, per non dimenticare una vittima di camorra, un cittadino onesto.

Morto per il rispetto della legalità.

Tratto da «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» di Paolo De Chiara, Perrone Editore, Roma, 2014

da WordNews.it

Carmine Mocerino deve dimettersi?

OPPORTUNITA’ POLITICA. L’Associazione “Caponnetto” ha chiesto le dimissioni del presidente della commissione regionale anticamorra della Campania. Abbiamo rivolto cinque domande al vicepresidente e a un componente dell’istituzione regionale.

Carmine Mocerino deve dimettersi?

di Paolo De Chiara

Dopo il clamore dell’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Nola, condotta dai carabinieri di Castello di Cisterna e dai colleghi del Comando antifalsificazione monetaria di Roma, che ha portato alle ordinanze applicative delle misure cautelari personali, emesse dal Gip del Tribunale di Nola, di professionisti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di corruzione, soppressione, distruzione e occultamento di atti pubblici, falsità in atti pubblici, uso di valori di bollo contraffatti e truffa ai danni dello Stato, è arrivata la forte presa di posizione dell’Associazione “Caponnetto”.

Per il segretario Elvio di Cesare le dimissioni, per Carmine Mocerino, sono necessarie. «L’attività giudiziaria vede coinvolta la moglie dell’on. Mocerino Carmine attuale presidente della commissione anticamorra regionale. Alla luce della gravità delle accuse formulate dall’Autorità Giudiziaria si chiede al presidente della commissione anticamorra regionale on.le Mocerino Carmine se non ritenga di dimettersi per ovvie ragioni di opportunità, ed al precipuo fine di eliminare ogni dubbio che la commissione regionale che presiede possa operare nella piena e regolare funzione di contrasto alle illegalità».

Abbiamo girato, con altre domande, la richiesta ad alcuni componenti della Commissione regionale Anticamorra della Campania. Ecco il loro pensiero sulla vicenda.

Le cinque domande:

  1. Che ne pensa degli arresti effettuati, nelle scorse ore, dalla Procura della Repubblica di Nola?
  2. Queste operazioni fanno bene alla politica?
  3. È a conoscenza che tra i soggetti implicati c’è anche la moglie dell’On. Mocerino, attuale presidente della commissione regionale Anticamorra della Campania?
  4. L’Associazione “Caponnetto” ha chiesto espressamente, con una nota, le dimissioni del presidente. Lei condivide questa linea?
  5. Il nome di Mocerino è anche legato alla questione “Rimborsi” presso il consiglio regionale e ad alcune intercettazioni, come riportato da Repubblica nel 2016, dove un certo Giovanni D’Avino (boss di camorra detenuto) fa riferimento proprio a Mocerino. È opportuno, politicamente, che un consigliere “chiacchierato” possa ricoprire questo incarico?  

Le risposte.

Vincenza Amato (Pd), vice presidente Commissione:

  1. «È una vicenda molto spiacevole. Intanto perché non è mai bello ascoltare certe cose, anche perché ledono la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Per il caso specifico la magistratura farà il suo percorso, ci saranno le indagini e quant’altro. Noi ci affidiamo, come sempre, a quello che è il lavoro della magistratura, degli organi inquirenti».
  2. «No, sicuramente non fa bene alla politica. Non capisco qual è la domanda».
  3. «Appunto, è la moglie del presidente della Commissione. Poi bisogna vedere come si rimetteranno le indagini. Il presidente Mocerino non c’entra nulla, noi ci affidiamo al lavoro della magistratura e poi faremo le valutazioni insieme al presidente della Commissione. Verificheremo l’opportunità rispetto al ruolo che lui ricopre, però Carmine è una persona che si è distinta in questi anni per il contrasto al crimine, alla criminalità organizzata. Abbiamo fatto un lavoro senza colore politico, per l’interesse dei cittadini, del territorio e per contrastare i poteri criminali. Quindi sull’integrità, sulla correttezza e sull’onorabilità di Mocerino non ho assolutamente dubbi. Ci sono vicende che interessano la sua consorte e sono affidate alle indagini della magistratura».
  4. «Assolutamente no. Intanto sono garantista, sono sempre fiduciosa nel lavoro che fanno i magistrati, sono rispettosa di questo. In questo momento, proprio perché non c’è ancora una definizione delle indagini, sono molto cauta nell’esprimere giudizi e credo nemmeno di essere nella posizione di potere esprimere. Stiamo parlando della moglie e non del presidente. E con il presidente valuteremo l’opportunità, insomma, rispetto alla situazione che ha interessato la sua famiglia, di ricoprire questo incarico. Bisogna avere grande grande rispetto e intelligenza in queste situazioni».
  5. «Chiacchierata l’ha detto lei. Carmine Mocerino è un consigliere regionale, è stato eletto, ricopre un ruolo. Io lo conosco per il modo in cui ha ricoperto quel ruolo, per l’impegno in questi anni. L’ho conosciuto in questa legislatura. Chiunque può parlare al telefono con ognuno di noi e dire cose. Diverso è appurarle certe cose».

Tommaso Malerba (M5s), Componente Commissione:

  1. «Da quello che ho appreso dai giornali si muovono accuse di processi, in qualche modo, truccati, di faldoni e fascicoli spariti. Questo è quello che ho appreso, non ho approfondito. È una notizia fresca. Ho appreso dai giornali, coinvolge un po’ di avvocati di quell’area che non conosco bene esattamente tutti quanti».
  2. «Certamente, il rispetto della legge fa bene non solo alla politica, fa bene ad ogni segmento produttivo e sociale. La legalità è un equilibrio tra diritti e doveri, quando la Procura indaga e accerta fatti acclarati è giusto che la giustizia faccia il suo corso».
  3. «Sì, con il quale abbiamo un rapporto istituzionale (Mocerino, ndr). È una persona equilibrata, squisita. Ho saputo che la moglie è coinvolta, però non mi esprimo finché non si avranno fatti acclarati. Conoscendo la serietà della persona saprà senz’altro prendere le distanze. La questione riguarda la moglie. Quando saranno acclarati i fatti e se ci saranno responsabilità ognuno dovrà trarre le proprie conclusioni. Ripeto conosco Mocerino, riconosco e ci riconosciamo rispetto istituzionale, persona di grande garbo e attento alle istituzioni e al ruolo che ricopre. La politica di attacco non mi appartiene. È troppo presto per addebitare un imbarazzo».
  4. «Sì, conosco l’Associazione. Questa richiesta non la conoscevo. Se i fatti saranno acclarati il presidente Mocerino dovrà levarsi dall’imbarazzo. Però vorrei aspettare i fatti, non conosco le indagini. Siamo nella fase iniziali, non vorrei gridare al lupo. Non vorrei fare corse in avanti, non lo trovo corretto sul piano politico. Il rispetto istituzionale si fonda anche su queste cose. Ma aspettiamo la magistratura che faccia il suo corso».
  5. «Con molta onestà non ricordo di queste vicende. Ma al di là delle persone, quando si ricopre un ruolo bisogna avere un’immagine specchiata, altrimenti non è credibile l’istituzione che rappresenti. Ma questi episodi non li ricordo, quindi emetterei un giudizio su cose a cui non sono a conoscenza».                          

Abbiamo provato a contattare gli altri membri della commissione regionale anticamorra, tra cui il segretario Vincenzo Viglione (M5s) e il componente Mario Casillo (Pd), ma non siamo stati fortunati.

Per approfondimenti:

ARRESTI. L’Associazione “Caponnetto” attacca: «Mocerino (presidente della Commissione anticamorra), dopo l’arresto della moglie, deve dimettersi»

da WordNews.it

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

Memoria da rinfrescare: la TRATTATIVA Stato-mafia. Sentenze, Detti e Contraddetti.

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

di Paolo De Chiara

LE RICHIESTE DI RIINA

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

RAGIONI SFUGGENTI

«Mi sfugge la ragione per cui la mafia avrebbe dovuto scendere a patti con Berlusconi quando ancora non era in politica».

Giorgia Meloni (PdL), 8 agosto 2012

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/1 

P.M. DEL BENE «Le fece proprio il nome di Dell’Utri?»

IMPUTATO BRUSCA «Sì.»

P.M. DEL BENE «Senta, Mangano le rappresentò solo di avere incontrato Dell’Utri o anche altri soggetti?»

IMPUTATO BRUSCA «Doveva incontrarsi… il messaggio era diretto a Silvio Berlusconi, poi in quella circostanza non mi ha detto… ma ha incontrato solo Marcello Dell’Utri, poi il successivo, se il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, questo non ho avuto modo di approfondirlo… L’obiettivo era Marcello Dell’Utri però il punto finale era Silvio Berlusconi”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

NE AVESSE AZZECCATA UNA

«Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

Pino Arlacchi, Panorama, 24 febbraio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/2 

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

IL MEDIATORE MAFIOSO

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/3 

Poi, Riina fa un cenno all’elenco delle richieste che secondo Massimo Ciancimino egli avrebbe redatto (“… Ponnu riri… vinni…, vinni…, vinni… cosu… Cianciminu. Ma Cianciminu vinni ci purtò a ste… ste elencu… mu rasssi… mu rassi ste elencu ca u fazzu esaminari… (inc.) hanno visto (inc.)..”).

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

SFUGGENTI REAZIONI CON ALLEANZA ANNESSA

“Troppe ombre, troppi non detti e troppe cose poco chiare caratterizzano questa vicenda: il popolo italiano ha il diritto di sapere cosa sia successo veramente”.

“Il sacrificio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli eroi caduti nella guerra alla mafia non può e non deve essere vano. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua nascita il mio pensiero e quello di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia va ai suoi famigliari e parenti. Una ricorrenza che cade in un momento particolare visto che è in corso la requisitoria dei Pm al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Il mio augurio è che quello di oggi possa essere un ulteriore passo in avanti per arrivare, dopo tanti anni, ad accertare la verità”.

Giorgia Meloni, alleata con Berlusconi, Fratelli d’Italia, 19 gennaio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/4 

Da segnalare, però, che, nel corso del colloquio con Lo Russo, Riina esprime un concetto che conferma una sua precedente esternazione captata da un agente della Polizia Penitenziaria. Secondo quando il teste Bonafede ha riferito, infatti, Riina il 31 maggio 2013 ebbe, tra l’altro, a dire “io non cercavo a nessuno, erano loro che cercavano a me”. Ora, vi sono chiari elementi per escludere che Riina si riferisse alla sua latitanza e che confermano che, invece, egli si sia riferito alla “trattativa” ed al fatto che furono altri a sollecitarla.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

E LUI PAGA…

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni FalconeFrancesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri.

Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/5 

Nel corso della relativa conversazione con Adinolfi il Graviano manifesta la convinzione che nel 1994 il Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi avrebbe abolito la pena dell’ergastolo se non avesse trovato una opposizione interna in altre componenti del Governo (“… come no, Umbè? Allora, poi un’altra cosa. Per quanto riguarda u governo ri Berlusconi. Perché Berlusconi non ha fatto alcune cose … Non è che io lo sto difendendo… aveva… (inc.)… a Casini … e ti stavo dicendo… aveva anche a Bossi contro. Picchì? Quannu aviano fatto… tu rici ma tiri sempre acqua o to mulino? Quando avevano fatto u codice penale stavanu abbulennu l’ergastolo. Mi sono spiegato? Poi subito attaccato ri Bossi… ri Casi… Casini u sai chi dissi? “Ma come togliere l’ergastolo?” Minchia, si sii cattolico, pezzo ri ‘nfame chi un sii autro! Eh… Poi all’ultimo, quando Fini si arriva a questa rottura, dice: “sì, va bene, si u purtamo a trent’otto anni va bene, dice, arrivato a un certo punto, sono trent’otto anni”. Questo è il motivo… “).

Si tratta di un passo della conversazione “in chiaro”, così come quasi tutti quelli del colloquio di quel giorno con Adinolfi allorché il Graviano fa altri riferimenti a Berlusconi, al fatto che questi, dopo essere stato eletto nel 1994, non aveva mantenuto gli impegni presi.

Intercettazione ambientale del 19 gennaio 2016, conversazione durante il “passeggio” tra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pagg. 4601 e 4602

E LUI SCAPPA…

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/6 

Brusca, poi, ha ugualmente confessato di avere incaricato successivamente Vittorio Mangano di contattare Dell’Utri e Berlusconi per richiedere loro di adoperarsi per i provvedimenti oggetto delle pregresse richieste dei mafiosi, prospettando, però, espressamente, ai medesimi Dell’Utri e Berlusconi, che, in caso di non accoglimento di quelle richieste, sarebbe stata portata avanti la strategia stragista di “cosa nostra” (dich. Brusca: “… E di dirgli se non si mette a disposizione noi continueremo con la linea stragista…”).

Ed è stato accertato che, in continuità con quell’incarico ricevuto anche dal Brusca (oltre che dal Bagarella), Mangano proseguì i contatti con Dell’Utri anche successivamente all’insediamento del Governo Berlusconi e, nei fatti, dunque, indipendentemente dal carattere dell’approccio con il medesimo Dell’Utri, rinnovò la minaccia indirizzata al Governo e dal detto destinatario percepita nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4651

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/7 

Lo stesso Mori, invero, ha riferito di avere, ad un certo punto, rivolto, tra l’altro, a Vito Ciancimino la seguente frase: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4895

ALTRO SANGUE

«Quindi Cosa nostra fa le stragi nel periodo in cui il Presidente del Consiglio, secondo le conclusioni di questa Sentenza, finanzia Cosa nostra.

Forse cominciamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza.

Forse cominciamo a capire perché questa sentenza è scomoda perché parla di diffuse omertà istituzionali, perché parla di Presidenti della Repubblica che hanno mentito.

Perché parla di esponenti politici che hanno riferito, pur essendo già stati interrogati nei processi che celebrammo a Caltanissetta vent’anni prima, fatti importantissimi accaduti nel periodo delle stragi solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, aveva detto qualcosa. Dice che la Trattativa non evitò altro sangue, ma lo provocò.  

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2018

da WordNews.it

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

SPECIALE Peppino Impastato. INTERVISTA al fratello Giovanni: «Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata».

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

di Paolo De Chiara

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, un giovane viene ammazzato. Si chiama Peppino Impastato. Oggi tutti conoscono la storia del compagno Peppino. Un “rivoluzionario”, un uomo senza paura. Figlio di mafioso, “legato” – per i suoi rapporti familiari – al mondo criminale. Frequenta suo zio, Cesare Manzella, il boss del posto. Si trova a contatto con Luciano Leggio e Tano Badalamenti, pezzi (di merda) da novanta. Il primo continuerà la carriera criminale con i sanguinari assassini corleonesi, l’altro verrà “posato” da Riina e company. Entrambi arriveranno all’apice dell’organizzazione criminale, nella famosa triade. Insieme a un certo BontadeTutti criminali, tutti mafiosi, tutti schifosi.

Peppino Impastato non entrerà in quel mondo. Con gli anni, attraverso la cultura, attraverso la sua mente pensante, comincerà a scagliarsi contro quel mondo criminale. Oggi lo ricordiamo per la sua intransigenza, per la sua passione, per i suoi valori, per il suo impegno. Ma, soprattutto, per la sua azione quotidiana: attraverso il giornalismo, la radio, le mostre fotografiche, le contestazioni. È stato un faro in quegli anni, dove nemmeno si nominava la parola “mafia”. E lui aveva il coraggio di sfotterli, utilizzando l’ironia. Di urlare, giustamente, che la mafia (come tutte le mafie) è una valanga di merda.

Peppino delegittimava la cultura mafiosa utilizzando le parole. Ed è stato eliminato perché i mafiosi hanno avuto paura delle sue parole modellate con forza e senza alcun timore. Sono passati 42 anni e Peppino Impastato è ancora con noi, per condurre le sue (le nostre) battaglie. Peppino Impastato è stato massacrato, lo hanno imbottito di tritolo e lo hanno fatto saltare in aria sui binari della tratta ferroviaria Palermo-Trapani. E hanno tentato pure di infangarlo. Ma non ci sono riusciti.

La sua lezione è ancora attuale. Abbiamo tante armi per sconfiggere questi maledetti. La battaglia è lunga e va condotta anche dal punto di vista politico. Altro insegnamento di Peppino. La politica non è quella cosa lorda che vogliono farci credere. I politici, molti di loro, sono una “cosa inutile” e dannosa. Abbiamo lasciato campo libero. Dobbiamo riprenderci gli spazi occupati da personaggi indegni.

Cultura, politica, passione, dignità, onestà. Questi sono gli ingredienti per eliminare il cancro mafioso. Una volta per tutte.

Per ricordare la figura di un gigante abbiamo contattato suo fratello: Giovanni Impastato. E siamo partiti dai ricordi dell’infanzia. «È stato il periodo più bello, più intenso della nostra vita, eravamo molto spensierati. Paradossalmente vivevamo all’interno della tenuta di zio Cesare Manzella, il capomafia che è stato ucciso nel 1963 con l’autobomba.

Noi siamo rimasti un po’ delusi. Pensavamo a questo grande benefattore, che si preoccupava per noi, che giocava con noi. Non soltanto lui, ma anche Luciano Liggio giocava con noi. Era latitante lì, protetto da lui che era il capomafia. Era ricercato da tutte le polizie d’Italia. Poi queste cose ce le ha dette nostra madre».

Cosa vedevano i suoi occhi in quegli anni?

«Da subito l’ho preso come un punto di riferimento. In quegli anni lui aveva 15 anni e io ne avevo 10. Da quel momento in poi nasce in me questa figura. Mi affascinava tantissimo perché parlava bene, perché si interessava a me, perché era molto cordiale, era molto intelligente. Mi sono legato tantissimo a lui. Poi iniziano i conflitti in famiglia, dopo la morte dello zio, perché Peppino inizia a fare delle scelte. E in quel momento sono entrato un po’ in crisi. Lui mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire quale era la situazione. Fino al punto che viene buttato fuori di casa, perché intraprende la sua attività di rottura. Da quel momento in poi perdo quel punto di riferimento, perdo quel legame affettivo. Peppino diventa un amico, un compagno di lotta. Ero costretto, spesse volte, a incontrarlo fuori. Il rapporto diventa difficile, molto complicato, nel senso che veniva un po’ meno la comunicazione. Successivamente, quando si era verificato tutto in famiglia in quel modo, lo consideravo un po’ responsabile. Per le sue scelte radicali, per il suo modo di contestare la famiglia. Quello è stato un momento di crisi, però mi sono reso conto che lui aveva sempre ragione. Negli anni dell’attività lo aiutavo, lo sostenevo. Però non avevo la sua personalità, il suo carisma, la sua sensibilità. Ma il rapporto lo abbiamo mantenuto sempre forte».

Come possiamo definire Peppino con una parola?

«Rivoluzionario. Credo che questa parola comprenda la lotta, l’impegno, la rivoluzione morale e culturale. Peppino esprimeva, incarnava la figura del rivoluzionario».

In Peppino scatta la molla del cambiamento con l’episodio dell’autobomba del 1963?

«La molla scatta con questo episodio. Prima andava tutto bene, non c’erano problemi. Le contraddizioni iniziano dopo. Quando Peppino inizia a riflettere e a capire che eravamo stati ingannati. Quel mondo era un falso mondo, basato sulla menzogna, sull’ipocrisia. Loro non pronunciavano mai la parola mafia, il mafioso non la pronuncia mai. Loro volevano dimostrare di essere persone dedite a pensare alle persone bisognose, a ribellarsi alle ingiustizie dello Stato, a sostituirsi allo Stato. Questo ci facevano capire, ma non era vero. Di tutto questo ce ne siamo resi conto dopo. E così comincia a contestare il padre, comincia a contestare la società. Si rende conto di cosa era la mafia. Fonda il giornale L’Idea, siamo nel 1965».

Che differenze c’erano tra il capomafia, poi ucciso, Manzella e Tano Badalamenti?

«Fra Badalamenti e Manzella non c’erano molte differenze. Gaetano Badalamenti ha raccolto quell’eredità. Manzella non cercava lo scontro frontale, voleva sempre dialogare con le Istituzioni. Era un criminale, anche lui ha iniziato il traffico della droga, anche lui ha commesso i suoi omicidi, è stato mandante di omicidi. Badalamenti era diverso rispetto a quello che è avvenuto dopo, rispetto ai Provenzano, ai Riina, dei carnefici che sono arrivati allo scontro con le Istituzioni, che hanno provocato dei guasti interminabili dove lo Stato è stato costretto, perché lo Stato non lo vuole risolvere questo problema, a prendere qualche iniziativa. Le stragi Badalamenti non le avrebbe commesse. Badalamenti è stato il mandante dell’omicidio di Peppino, condannato all’ergastolo, però debbo riconoscere che lui la strategia dello stragismo non l’avrebbe mai portata avanti».

Perché lo Stato non vuole risolvere questo problema?

«Perché la mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato».

Ancora oggi?

«Sì. Il problema non è stato ancora risolto. Guardiamo agli ultimi episodi…».

Quali episodi?

«Le scarcerazioni. Ma chi è il responsabile? Chi è stato? Ammetto la buona fede del Ministro, ammetto la buona fede di Di Matteo, ammetto la buona fede di tutti, ma ci deve essere questo responsabile. E allora andiamolo a prendere».

Quando e come arriva la politica nella vita di Peppino?

«Arriva subito. Lui lo scrive, “Arrivare alla politica nel lontano 1965 su basi puramente emozionali”, però lui è stato molto agevolato. Gli anni Sessanta sono stati i più intensi, anni di lotte, di trasformazioni. I giovani ci credevano, lottavano, studiavano. Peppino è figlio di quel tempo. In Peppino non troviamo solo una forte coscienza critica nei confronti della mafia, ma soprattutto politica. Diventa un militante di estrema sinistra con le sue idee, contestando anche quei vecchi regimi comunisti che erano logori e che di comunismo non avevano nulla».

Peppino, quindi, non si occupava solo di mafia ma anche di sociale.

«Portando avanti anche queste battaglie sociali si scontrava con la mafia. Fare battaglie nel sociale significa combattere la mafia».

Quando nasce la frase “La mafia è una valanga di merda”?

«Nel 1967. Molti sono convinti che questo articolo su L’Idea sia uscito. È stata mia madre a sequestrarlo. Si è recata da quelli che stampavano il giornale per impedire l’uscita. Aveva paura che i mafiosi lo uccidessero».

E poi c’è un’altra idea rivoluzionaria: la radio.

«Era un grande comunicatore. Inizia il suo impegno con L’Idea Socialista e lo chiude, perché viene ucciso, con Radio Aut. In mezzo sempre le sue battaglie».

Nelle trasmissioni radiofoniche i personaggi locali vengono “battezzati” con dei soprannomi. Era una passione di Peppino?

«Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata. Se attaccavi un mafioso, facevi una denuncia, successivamente, lui recuperava. Ti poteva dare pure l’onore delle armi. Ma quando i mafiosi iniziano a perdere consensi sociali, perché Peppino faceva ridere il Paese con tutti questi nomignoli rendendoli esseri ridicoli e insignificanti, non potevano più recuperare. Ecco perché decidono di spegnere questa mente lucida. Questo è stato il primo caso di lotta alla mafia con l’ironia. Dopo ci sono stati i film e tante altre cose. Anche Pif lo riconosce e dice di essersi ispirato a Peppino».

Quindi da una parte l’ironia e dall’altra la cultura. Peppino era un uomo di cultura.

«Con il Circolo Musica e Cultura faceva riflettere molto i giovani. Lui diceva sempre che bisogna studiare per conoscere il fenomeno, per sconfiggerlo, per affrontarlo. Organizzava lo studio collettivo. La biblioteca itinerante è stata una cosa bellissima. La cultura è la base di tutto».

Come veniva percepito l’impegno di Peppino a Cinisi? Quali erano le reazioni della cittadinanza?             

«Lui veniva considerato un alieno sotto certi aspetti. Uno che rompeva gratuitamente le scatole. Veniva considerato scomodo. Faceva le denunce contro il traffico di droga e la gente si è arricchita in quel Paese. In quegli anni non c’erano controlli, la gente andava e veniva dall’America, l’aeroporto era in mano alla mafia. In alcuni casi, anche per paura, la gente si allontanava. Però nell’ultimo periodo Peppino stava acquisendo molti consensi. I suoi comizi erano affollati, le trasmissioni in radio erano seguite. La gente stava cominciando ad aprirsi. Poi è arrivato l’omicidio».

Prima di arrivare a quella maledetta notte dell’8 maggio 1978 dobbiamo fare un ulteriore passaggio. Peppino decide di candidarsi alle elezioni comunali di Cinisi del 14 maggio. L’ultimo schiaffo ai mafiosi locali?

«Sarebbe stato sicuramente eletto, con meno voti rispetto a quando è stato eletto, successivamente, da morto. I mafiosi hanno avuto ancora più paura, perché all’interno del consiglio comunale, sicuramente, li metteva in difficoltà. Lo avrebbero dovuto ascoltare, era una figura istituzionale, non potevano far finta di nulla, non potevano nascondere le carte. Prima i cittadini non potevano vedere certe carte. E la mafia ha avuto paura».

La goccia che fa traboccare il vaso e che porta alla decisione finale di eliminare fisicamente Peppino è la candidatura in consiglio comunale?

«Sicuramente sì. Quando Peppino decide di candidarsi consigliere comunale, è chiaro, i mafiosi capiscono che bisognava agire al più presto possibile. Bastava una settimana per rompere gli equilibri e sarebbe stato più difficile ucciderlo. Lo hanno camuffato come forma di attentato, con l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri, dei servizi segreti, tutta questa sporcizia che gira attorno a settori istituzionali. Badalamenti era molto amico dei carabinieri e delle istituzioni. Non è stato difficile organizzare l’omicidio, sotto forma di attentato terroristico. Non a caso i carabinieri e i giudici di allora non hanno fatto altro che depistare le indagini, facendole a senso unico. Cercando di infangare la sua memoria. Facendolo passare per terrorista. Senza l’appoggio delle istituzioni Badalamenti non avrebbe mai commesso questo omicidio in questo modo. Magari lo avrebbe commesso in un momento diverso, in maniera completamente diversa».

Questo omicidio viene commesso a tavolino partendo dal ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro? C’è un collegamento tra i due fatti? Badalamenti era stato informato?

«È difficile da dimostrare, anche se nella sentenza del processo Pecorelli, anche se poi sono stati assolti tutti, viene fuori che Badalamenti sapeva dell’omicidio di Moro o, quanto meno, dopo che c’era stato un tentativo di una parte della DC di salvare l’On. Moro. C’è stato un dialogo tra i Salvo e Tano Badalamenti, che ha incaricato Buscetta, che era recluso nel carcere di Cuneo dove c’era anche Curcio insieme a tanti altri, di parlare con i brigatisti. Bisogna vedere se tutto questo è vero. Sembrerebbe che i brigatisti avrebbero detto che in quei giorni lo avrebbero ucciso e Badalamenti già sapeva qualcosa. O si è ispirato a quel clima. Ma non mi sento in grado di confermarla questa cosa».

Lei come la ricorda la sera dell’8 maggio del 1978? Quando scatta l’allarme?

«L’allarme scatta nei compagni. Gli stessi compagni tentarono di non allarmare la mia famiglia, perché pensavano di poterla risolvere la cosa. Noi aspettavamo Peppino, anche lui doveva partecipare all’invito di questi ospiti che venivano dagli Stati Uniti. Noi non ci siamo troppo preoccupati perché lui, abitualmente, veniva tardi, non cenava, soprattutto quando c’erano le elezioni. Quella sera lui non è venuto. A un certo punto bussano alcuni compagni e chiedono di Peppino. E poi l’indomani mattina è successo quello che è successo».

Da chi avete appreso la notizia?

«Dai carabinieri che sono venuti a fare la perquisizione a casa nostra. Poi mi hanno portato in caserma, mi hanno interrogato. Un interrogatorio terribile, tutto in funzione dell’attentato terroristico».

Lei è andato sul luogo del massacro?

«No, alcuni compagni me lo hanno impedito. Sul luogo del massacro ci sono andati i suoi compagni che, addirittura, hanno raccolto i resti perché i carabinieri non volevano fare più indagini. Hanno fatto di nascosto alcune foto che sono rimaste nella storia».

E per arrivare alla verità avete dovuto aspettare quasi trent’anni.

«Più di venticinque anni. Se per verità si intende i processi con la sentenza abbiamo dovuto aspettare quasi trent’anni, però avevamo la verità storica».

In questa storia c’è una donna combattiva: la signora Felicia.

«Lei ha avuto un ruolo importante. Sotto certi aspetti è stata determinante. Subito dopo va avanti con le sue denunce. Non ha problemi a denunciare gli autori di questo delitto. Non si tira indietro. Fa nomi e cognomi. Questa è stata una sorpresa per tutti, spiacevole soprattutto per la mafia. Hanno capito che noi stavamo facendo sul serio, che non avevamo nessuna intenzione di mollare, di tirarci indietro. Non si aspettavano una reazione del genere, soprattutto di mia madre. Mia, nostra e anche dei compagni di Peppino. I primi due o tre anni sono stati loro in prima fila e hanno rischiato pure la vita nel fare le denunce».

Qual è stato il ruolo di suo padre? Ha protetto Peppino fin quando ha potuto?

«Il ruolo di mio padre è un po’ particolare. Lui lo butta fuori di casa, lo ripudia come figlio perché era comunista, perché era eretico, perché parlava male dei suoi parenti mafiosi. Però poi quando lo vede in pericolo, nel film (I Cento Passi, ndr) viene fuori questo particolare, tenta di salvarlo. Si reca negli Stati Uniti in cerca di protezione per il figlio. Quando Badalamenti gli comunica che lo volevano uccidere va a parlare con gli amici americani. Poi, purtroppo, il fatto non si è potuto più risolvere perché hanno deciso di ucciderlo. Anche quando è stato buttato fuori di casa è stata una forma di protezione per dire ai suoi amici mafiosi “ci sto pensando”. Però, poi, è successo quel che è successo».

Nel film, che lei ha citato, c’è la scena della morte di suo padre. Ma è stato un suicidio o un omicidio?

«È stato un omicidio, anche se noi non abbiamo una sentenza. Purtroppo c’era stato il tentativo di aprire un fascicolo anche su questo, ma i responsabili erano tutti morti».

Qual è la spiegazione di questo omicidio?

«Mio padre faceva parte dell’organizzazione mafiosa, vincolato dal giuramento. In alcuni casi, quando Cosa nostra ordina, devi eseguire e non ti puoi ribellare. In quel caso Luigi Impastato doveva uccidere suo figlio. Lui non si poteva permettere di tentare di salvarlo. In quel caso doveva morire. È stato ucciso anche perché poteva diventare pericoloso, mio padre era una testa calda».

Quali battaglie condurrebbe oggi Peppino Impastato?

«Sarebbe accanto a noi per condurre le battaglie contro il razzismo, a favore degli immigrati. Condurrebbe le sue battaglie insieme ai movimenti che nei loro territori difendono le terre e la natura come i No Tav, come i No Muos, come i No Triv. Sarebbe al fianco dei movimenti contro la globalizzazione, contro lo squilibrio delle risorse e a quel mondo cattolico di base che porta avanti quelle battaglie di civiltà e di democrazia. Sarebbe, sicuramente, deluso della situazione politica attuale, sarebbe deluso della sinistra che è scomparsa. Però le battaglie sociali, di civiltà e di democrazia, a prescindere, bisogna portarle avanti. Sono battaglie per i diritti, per il rispetto della Costituzione e per la dignità umana. Peppino sarebbe accanto a noi su queste battaglie.

© Franco Zecchin
10 maggio 1978. Funerali di Peppino

centroimpastato.com

da WordNews.it

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