Archivi autore

Paolo De Chiara

Fondatore e direttore WordNews.it
www.wordnews.it
Giornalista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore, sceneggiatore. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole.
- Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza);
- nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014);
- nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma);
- nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019).
Dal romanzo «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019).
È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020).
- Ha collaborato con Canal + per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014.
Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019.

«Bisogna riformare la giustizia»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Seconda parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Migliaia di persone si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo.»

«Bisogna riformare la giustizia»
Lorenzo Diana (foto profilo fb Roberto Saviano)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Abbiamo iniziato, l’altro giorno, una conversazione con Lorenzo Diana. Già Senatore della Repubblica italiana e componente della commissione Antimafia, impegnato da una vita a lottare contro il crimine organizzato. Per il suo impegno, civile e politico, è stato condannato a morte dal sanguinario e schifoso clan dei casalesi. Nel 2015 ha conosciuto e toccato con mano, mentre era alla guida del Centro Agroalimentare di Napoli, l’altra faccia dello Stato. Quella cieca, sorda, che rappresenta una giustizia malandata. «Da riformare» ripete con convinzione Diana.

Due avvisi di garanzia, l’allontanamento dal proprio territorio, l’interdizione dai pubblici uffici. Accuse gravi, tra cui un concorso esterno per associazione camorristica.

Un lungo calvario, durato quasi sei anni, per chi ha gettato il proprio corpo nella lotta. Nel Paese impregnato dalle secolari mafie il “garantismo” (parola inutile, insieme a “giustizialismo”) viene continuamente applicato a corrente alternata. Nel suo caso, non come in altri, quegli avvisi sono stati trasformati in condanne. E il nuovo mostro (quanti ne sono stati creati in questo Paese orribilmente sporco?) viene sbattuto in prima pagina.

Da martello (contro il clan) diventa incudine (accusato di aver favorito i camorristi che ha denunciato nel corso della sua vita).

Nel maggio 2019, la Procura chiede la prima archiviazione. Svanisce la prima accusa. L’incubo è finito il mese scorso. Anche l’altra accusa, la più infamante (aver agevolato la camorra), è caduta nel vuoto, miseramente. Lorenzo Diana, secondo i magistrati, non ha mai commesso quei reati contestati. Però è stato definito, nella fase preliminare delle indagini, “personalità doppiamente trasgressiva”, “persona senza remore a commettere reati”, “solo formalmente incensurato”. È questa una giustizia giusta?

Nel Paese, storicamente governato da politici corrotti, collusi e mafiosi, l’ex Senatore ha dovuto subire, «per mesi e mesi», la gogna mediatica. Mentre per altri (ancora sulla scena politica nazionale e regionale) la fedina penale sporca continua a fare curriculum.

In questa seconda parte riprendiamo il dialogo con l’ex segretario della commissione Antimafia. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per dare la possibilità a Diana di raccontare il suo punto di vista, senza «omettere» nulla.         

Servivano le misure che le sono state comminate?

«Il divieto di dimora è durato appena 19 giorni. Mi fu comminato il 3 luglio e dopo 19 giorni lo stesso Gip, senza che noi andassimo a riesame, ritira quel provvedimento. La sensazione è che siano servite solo a dare il clamore della notizia dell’allontanamento. L’interdizione dai pubblici uffici, che era per un anno, appena arrivammo a presentare i ricorsi, fu annullata dallo stesso Tribunale. Quindi due misure cadute immediatamente. E sono stato allontanato dalla presidenza del Centro Agroalimentare. Ero stato chiamato dal sindaco di Napoli.»

Lei ha condiviso la scelta del sindaco De Magistris?

«Penso sia stato un atto affrettato.»

Perché?

«Eravamo di fronte a un avviso di garanzia, si potevano leggere le carte e capire. Il mercato è andato avanti per alcuni mesi con me, legittimo presidente, però si riuniva senza di me. Penso che si poteva meglio ponderare, però capisco che l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa creasse qualche problema.»

Il sindaco di Napoli come ha comunicato la sua decisione?

«Lo appresi dalla stampa. Per mio costume e scelta, in questi cinque anni e mezzo, ho dato battaglia per difendere la mia onorabilità, forte della convinzione che non poteva non finire così.»

Ritorniamo alla magistratura…

«Penso che nella magistratura ci sia da riflettere. Su questa commistione, di convinzione da tribunale morale, che diventa una convinzione autoritaria. Una cultura autoritaria congiunta al carrierismo, cercato con il clamore delle indagini. Questa inchiesta che mi riguardò fu sparata con un clamore senza precedenti per diversi mesi e alla fine si è rivelata un nulla. Meritavo tanto clamore? La stessa mattina della notifica degli avvisi non parte un percorso giudiziario, ma un processo mediatico che si sostituisce del tutto a quello giudiziario. Penso che sia necessario affrontare il problema anche dei processi mediatici.»

Perché?

«Ho la sensazione che alcuni pubblici ministeri quasi non credano loro stessi nell’indagine, nel percorso giudiziario previsto dalla legge. E come se sapessero che è difficile arrivare ad un processo e a una sentenza. Per cui alla fine viene anticipata la pena con una gogna mediatica.»

Quello che è successo a lei?

«Sono stato sottoposto ad una pena da cittadino innocente, nel corso delle indagini preliminari. Già lo stesso giorno finii sui telegiornali nazionali come il mostro. Questo non mi è stato più ripagato.»

Come si ripaga una cosa del genere?

«Con la riforma della giustizia, per eliminare alcune aberrazioni di una giustizia che funziona.»

Possiamo entrare nel merito?

«Le gogne mediatiche sono assurde, soprattutto, se precedenti ad una sentenza. A parte il fatto che c’è un principio costituzionale che garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma, per lo meno, fino alla sentenza di primo grado.»

Questo esiste sulla carta?

«Di fatto non c’è. Quindi una riforma deve, a mio parere, rimuovere le gogne mediatiche che diventano negazione dello Stato di diritto, del principio di giustizia e del principio di presunzione di innocenza. Dall’altra parte, bisogna affrontare i tempi della giustizia. Una giustizia così lenta, che ci impiega cinque anni e mezzo solo per archiviare un’indagine. E se fosse andata a processo quanti altri anni sarei stato sotto la gogna mediatica? Ma una giustizia così lenta, che non colpisce adeguatamente i colpevoli e crea problemi anche al cittadino innocente, non funziona. E se fossi stato un imprenditore? Ora mi si riconosce la mia innocenza. Ma la mia impresa sarebbe andata in fallimento. Questo è accaduto anche con il Centro AgroAlimentare.»

Cosa è accaduto?

«Quando arrivai aveva una perdita di cinque milioni di euro all’anno. In due anni lo portai in attivo, recuperai 140 lavoratori che erano stati licenziati prima. Ma sicuramente non è stato indolore il mio allontanamento. Dobbiamo riflettere sulla devastazione di atti e di questo uso abnorme delle misure già nel corso delle indagini preliminari, quando non ci sono elementi per valutare. E oggi posso dirlo con forza, perché non sono io a dichiararlo ma sono gli stessi magistrati che hanno iniziato il tutto. Non dobbiamo attendere più ad affrontare i temi della giustizia. Aggiungiamo le degenerazioni del correntismo, il tema del carrierismo denunciato dentro il CSM ma, soprattutto, nell’ANM. Da anni c’è un dibattito su questo. Queste questioni stanno creando seri problemi nella magistratura. L’indagine non diventa importante perché si fa clamore, l’indagine diventa importante se raggiunge il proprio scopo. Un problema che riguarda la giustizia, il parlamento e la stampa. C’è un corto-circuito che, ormai, tocca milioni di italiani. Bisogna riformare la giustizia. Nessuno più deve subire un trattamento simile al mio.»

Non ha insegnato nulla la vicenda di Enzo Tortora?

«Ci sembrava tanto lontana questa vicenda. Ma temo che sia molto attuale e presente. Ha insegnato molto poco. Il CMS, insieme al legislatore, dovrebbe riflettere su una cosa: gli indici di fiducia della magistratura, da molti anni, sono in netto crollo. Sono molti gli italiani che si vedono sbattuti come mostri, con un avviso di garanzia e una misura cautelare, e poi ignorati nel momento in cui vengono scagionati, prosciolti o assolti. Ho dovuto scrivere ad alcuni media per chiedere che mi sia ripristinata l’immagine. Televisioni e alcuni giornali avevano realizzato servizi e scritto articoli su di me, ma non hanno scritto un rigo, un trafiletto quando sono stato totalmente scagionato da qualsiasi accusa. Questo non è da Stato di diritto ed è un problema che si pone.»

Serve una giustizia diversa?

«Senza una giustizia moderna, veloce, efficiente, efficace il Paese non andrà da nessuna parte. Oggi subiamo il peso di una giustizia che non è più tale. Ho dato la mia vita a sostegno della giustizia e lo rifarei completamente.»

In questi anni si è sentito solo?

«Le mie battaglie, la mia presenza nel tempo lungo mi ha fatto dono di migliaia di persone che si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo. Perché c’è una mitizzazione acritica dell’intera magistratura. E così non può essere. Persino nel mondo dell’associazionismo antimafia ho dovuto registrare tante prese di posizione. Alcune associazioni, come Articolo21 e il Premio Borsellino, non mi hanno mai fatto mancare la solidarietà. Mi hanno voluto sempre presente alle loro iniziative. Lo hanno dichiarato in tutti modi. Ho avuto sostegni inaspettati di più personalità, come il professore Giovanni Verde, già vice presidente del CSM che fece un editoriale stupendo a mia difesa, criticando certa giustizia. Molti magistrati si sono dichiarati a mio favore, come CantoneArdituro e diverse altre persone. Devo però dire che pezzi dell’associazionismo hanno taciuto. Ho registrato dei silenzi che fanno rumore.»

Il sindaco De Magistris l’ha chiamata?

«Mi ha mandato un messaggio. Ho avuta tanta vicinanza e solidarietà ma anche tanti silenzi, abbandoni, allontanamenti che erano del tutto ingiustificati. Qualcuno ha dichiarato “forse dovevamo capire meglio”. Ma non ho capito cosa avessero da capire. Ci sono troppe persone che hanno una mitizzazione della magistratura e c’è un’antimafia molto retorica, molto formale. Mi ritengo una persona che ha combattuto la camorra sul campo. Non da lontano, non fuori dal regno dei camorristi ma dentro il loro regno, senza risparmio, senza presunzione. Con un principio che penso di aver contribuito ad affermare: tenere assieme l’impegno sociale e politico, l’impegno istituzionale, la collaborazione con lo Stato, la magistratura e le forze di polizia. Quella collaborazione mi ha portato a dialogare persino con capi della polizia, con prefetti, con magistrati, con procuratori e, persino, con Presidenti della Repubblica.»

Chi sono i Presidenti della Repubblica?

«Ho avuto due atti di forte attenzione da parte di più Presidenti della Repubblica, fra questi voglio ricordare Ciampi che nel 2003, il giorno del suo compleanno, venne in visita nel mio Comune nativo, San Cipriano d’Aversa, che non ha mai visto nella sua storia l’ombra di un Presidente della Repubblica. Venne in quel Comune e diede un segnale forte di vicinanza e sostegno alla nostra lotta di Liberazione della camorra. Come anche il presidente Napolitano, durante i mesi di mattanza da parte del killer Setola, che non esitò a ricevermi immediatamente, nel giro di quattro giorni, dalla mia richiesta per discutere di cosa potesse essere fatto per fermare quel pericolo che circolava per la nostra terra. Sono cresciuto in questa sinergia che mi ha caratterizzato. Per queste ragioni mi ha fatto male vedere, da una parte, questa azione non troppo attenta da parte di pezzi di Stato ma, dall’altra parte, sempre con maggior fastidio quel pezzo di antimafia retorica che non si misura mai sul campo, che diventa esclusivamente parolaia. Talvolta c’è la tendenza a volersi confondere come punta di diamante. Questo non aiuta l’antimafia.»

Come deve essere l’antimafia?

«Efficace, silenziosa, capace di costruire e non ripetere concetti come litanie poco credibili. Ho sentito molte litanie in convegni e nelle scuole di cui coloro che ascoltano farebbero facilmente a meno. L’antimafia più credibile è quella che parla con i fatti e con impegni non rumorosi.»

Lei viene accusato da Antonio Iovine, già boss dei casalesi, oggi collaboratore di giustizia. Oltre ad una riforma della giustizia bisognerebbe pensare anche ad una riforma dei collaboratori di giustizia?

Seconda parte/continua

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

——————————————————————–

LEGGI ANCHE:

– PRIMA PARTE. «Sono stato giudicato da un tribunale morale»

Pier Paolo Pasolini #frasi

I have a dream #mlk

“I have a dream”

Il #15gennaio 1929 nasceva #MartinLutherKing

#diritticiviliafromaericani.

«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Prima parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

«Sono stato giudicato da un tribunale morale»
Lorenzo Diana (a sinistra) con don Aniello Manganiello

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Questa storia inizia il 3 luglio del 2015. Sono passati quasi sei anni da quella giornata particolarmente maledetta. I carabinieri bussano alla porta di Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica, per tre legislature, segretario della commissione Antimafia. Un uomo delle Istituzioni, impegnato da una vita a contrastare i clan della camorra casalese, nel suo territorio. A San Cipriano d’Aversa, in provincia di Caserta. La sua tenacia induce i criminali a minacciarlo in diverse occasioni. L’azione dei farabutti è costante e porta i camorristi a prendere una decisione definitiva: Lorenzo Diana deve morire. Arriva la condanna a morte. Nonostante le sue battaglie trentennali il Senatore diventa ostaggio di una giustizia ingiusta. Siamo nel Paese di Sciascia, dove tutto può succedere. E succede sempre di tutto e il contrario di tutto.

«Il ricordo di dolore di quella giornata – ha ricordato Diana su Articolo21.it – resta come una cicatrice che non si cancella. Da quel giorno un semplice avviso di garanzia sospese la mia vita privata, sociale, politica, istituzionale e niente potrà restituirmela, nemmeno il sopraggiunto provvedimento di archiviazione delle indagini.»
 

Due indagini e due avvisi di garanzia. Viene imposto il divieto di dimora nella sua regione di appartenenza, la Campania, e l’interdizione dai pubblici uffici. In poche ore è costretto ad abbandonare la sua abitazione, i suoi familiari, il suo territorio. Trattato come un pericoloso criminale. Come coloro che aveva combattuto in trent’anni di impegno civile e politico.

«Ha vissuto – ha scritto Roberto Saviano su l’Espresso di qualche giorno fa – osservando da vicino l’emergere del potere di Bardellino e di Sandokan, le faide, i massacri, gli affari. Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria. Temono che da un momento all’altro possa risvegliarsi l’attenzione dei media nazionali sul potere casalese, temono che in Commissione Antimafia il senatore possa denunciare ciò che ormai la stampa ignora, relegando tutto a crimine di provincia. Lorenzo Diana è uno di quei rari uomini che sanno che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina, quella di ricominciare ogni volta da capo, dall’inizio, tirare a uno a uno i fili della matassa economica e raggiungerne il capo criminale. Lentamente ma con costanza, con rabbia, anche quando ogni attenzione si dilegua, anche quando tutto sembra davvero inutile e perso in una metamorfosi che lascia alternare poteri criminali a poteri criminali, senza sconfiggerli mai».
 

Una vita, è giusto ribadirlo, fatta di lotte alla criminalità. Questa è la storia di un uomo messo alla gogna, per troppi anni. A dicembre il gip Giordano, su richiesta del pm Maresca della procura di Napoli, ha archiviato l’ultima delle due indagini. Relativa ad un ipotizzato abuso d’ufficio. La questione ruotava intorno alla nomina di un avvocato. «Che da presidente del CAAN, il Centro Agroalimentare di Napoli – spiega Lorenzo Diana -, avevo dovuto nominare per la difesa nel giudizio contro la società Cesap, appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto.»

Ma è l’altra indagine che infama ancora di più. Il presunto concorso esterno in associazione camorristica. «Mi veniva rivolta l’accusa di essere stato “facilitatore” del clan nella realizzazione della metanizzazione del mio territorio da parte della cooperativa CPL-Concordia, azienda leader del settore, nei primi anni 2000.»

Abbiamo sentito il senatore Lorenzo Diana, per raccogliere la sua testimonianza. E per capire come può accadere, in un Paese civile (?), tutto questo. Come è possibile passare, da un giorno all’altro, da una sponda all’altra. Da simbolo dell’Antimafia a colluso e corrotto, complice della camorra. Ovviamente, secondo le accuse infamanti. Miseramente cadute. «Mi sono sentito liberato di un’accusa infamante per me.»

Perché infamante?

«Molto infamante per me che ho speso un’intera vita nel combattere la camorra, l’illegalità, con sacrifici non indifferenti, e anche con seri rischi. Non tanto per la mia persona, ma anche per chi mi è stato vicino, per i familiari e per gli amici.»

Cosa ha provato in questi anni?

«Una amarezza congiunta alla serenità di sapere che ne sarei uscito a testa alta, perché sapevo di non aver nulla di cui pentirmi. Sapevo di non aver fatto nulla di illecito, sapevo di aver dato l’intera vita nella battaglia contro la camorra, quando lo Stato non c’era. Sapevo di aver dato tutto me stesso per accendere i riflettori su una zona oscura, su un territorio, su clan ignorati. E, grazie a Dio, con le nostre battaglie riuscimmo ad attirare l’attenzione della magistratura, dello Stato, dei media. E anche di Roberto Saviano che, con il suo libro Gomorra nel 2006, sicuramente ci ha dato una forte mano ad accendere i riflettori su una camorra molto pericolosa che, fino a pochi anni prima, lo Stato aveva ignorato.»

Come possiamo definire questa storia? Una svista? Un errore?

«Ho riflettuto molto su questo. È stato anche un tormento per me vedere quasi due facce dello Stato: da una parte quello Stato che mi ha tutelato per ben 21 anni con una scorta che non mi ha lasciato mai e anche quella mattina del 3 luglio, in cui fui raggiunto dagli avvisi di garanzia. Ero da una parte con la scorta che mi accompagnava e mi tutelava e dall’altra parte avevo i carabinieri che, invece, mi intimavano di lasciare la mia Regione, avendo ricevuto due misure cautelari. Una di divieto di dimora nella mia Regione e l’altra di interdizione dai pubblici uffici. Ecco, due facce dello Stato. E mi sono chiesto come sia possibile.»

Che idea si è fatto?

«Ho pensato che da sempre ci siano più facce dello stesso Stato. Falcone e Borsellino hanno conosciuto tante facce dello Stato, non solo di condivisione, di solidarietà e di sostegno. Ma anche di pezzi di Stato che li hanno contrastati. Ovviamente, nessun rapporto indebito con la mia persona con questi due grandi uomini della Repubblica.»

Come è stato possibile?

«Queste indagini erano doverose, non contesto di essere stato indagato. Nessun cittadino può essere al di sopra della legge e del controllo di legge. Però mi chiedo perché non si sia indagato presto, riscontrate le notizie che gli stessi pubblici ministeri hanno dichiarato infondate. Come mai non è stato fatto presto e bene un riscontro per liberare il campo. Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

Possiamo spiegare meglio questo aspetto?

«Nel fascicolo delle indagini sono state omesse delle dichiarazioni che chiudevano la partita subito.»

Che significa?

«Vengono utilizzate delle dichiarazioni molto fumose di alcuni collaboratori di giustizia, che io avevo combattuto quando loro erano boss. Quegli stessi boss che avevano partecipato al vertice del clan che decise la mia condanna a morte. Avendoli combattuti non era molto difficile cercare di chiedersi se lo facessero per vendetta. Ma erano dichiarazioni fumose, come ha avuto a dichiarare sulla stampa, una settimana dopo l’avviso di garanzia, il PM che indagava su questi personaggi.»

Cosa dichiarò questo magistrato?

«Che questi collaboratori di giustizia non avevano detto nulla su Lorenzo Diana.»

E cosa succede?

«Successivamente abbiamo scoperto, io e il mio avvocato, che uno dei collaboratori che veniva citato nelle indagini, il braccio destro di Michele Zagaria, l’ultimo più potente capo del clan dei casalesi, interrogato dal pubblico ministero Maurizio Giordano, nel carcere di Carinola, ebbe a dichiarare quali fossero i politici amici del clan, ovviamente non riguardava me, ma quando il PM incalza il collaboratore e chiede se avessero qualche politico nemico, il collaboratore cita solo il mio nome.»

Cosa dice il “pentito”?

«Che Lorenzo Diana era inavvicinabile ed era sempre in guerra contro il clan. Questa dichiarazione, che è stata fatta contestualmente alle indagini svolte sul mio conto, perché non è stata inserita dentro il fascicolo?»

Chi è il responsabile di questa “omissione”?

«Penso che la polizia giudiziaria, quella che ha svolto le indagini, sia stata molto frettolosa. E mi sono posto qualche interrogativo.»

A quale conclusione è arrivato?

«Ho avuto un rapporto storico di collaborazione con le forze di polizia, con l’Arma dei carabinieri, con i magistrati. Alla fine penso che ci sia qualche elemento che desta inquietudine. Vedo una specie di deriva autoritaria in alcuni pezzi di forze di polizia, che stimo molto. Che ho visto essere molto capaci e al servizio dello Stato. Ma ci sono dei pezzi, anche purtroppo della magistratura, che si ritengono essi stessi la legge.»

Quindi, per capire bene, c’è stata una manina che ha sottratto delle prove?

«Non penso che ci sia stata una manina o un disegno. Penso, invece, che questa concezione autoritaria di ritenersi essi stessi la legge e tutto il resto della società, della politica, delle Istituzioni e, anche, dell’associazionismo antimafia non valga nulla, che abbia sempre connivenze, rapporti di collusione. Questo pregiudizio culturale porta a fare degli errori micidiali. Non penso ad un complotto, ma questo pregiudizio porta a fare passi frettolosi che vanno a confermare che la società è corrotta e persa, che la politica è tutta compromessa, che nelle Istituzioni e, anche, nel mondo antimafia quando qualcuno fa qualcosa lo fa sempre per altri reconditi motivi. La mia vicenda ha avuto grande clamore.

Da cittadino incolpevole, innocente, come riconoscono i magistrati che hanno indagato, ho dovuto subire due misure cautelari, sono stato allontanato da casa come un bandito, sono stato allontanato dalla direzione del Centro Agroalimentare di Napoli perché risultavo colpevole di nulla, come si è scoperto. Sono stato sottoposto ad un processo mediatico tremendo. Fui sbattuto nei telegiornali nazionali, su tutti i giornali italiani per anni, non per qualche giorno, come il mostro che era stato scoperto essere un falso paladino dell’anticamorra che, invece, aveva connivenze. Queste sono le misure che ho dovuto subire, che non penso nascano da complotti, ma da pregiudizi che sono pericolosi per la giustizia. Ecco perché denuncio una deriva autoritaria in alcuni pezzi delle forze di polizia e della magistratura. Un pregiudizio moralistico.»

Lei si riferisce agli avvisi di garanzia?

«Negli avvisi di garanzia ci sono tre definizioni nei miei riguardi che non hanno alcun supporto giuridico che fanno a pugni con la legge. Vengo definito una volta come “personalità doppiamente trasgressiva”, un’altra volta come “persona senza remore a commettere reati” e poi, con una definizione un po’ risibile, “solo formalmente incensurato”.

Cosa significa “solo formalmente incensurato”?

«Non lo so, non so cosa significa in italiano e nel linguaggio giuridico. Se sei incensurato, e lo sono, non puoi esserlo solo formalmente. Queste tre definizioni nascono da un pregiudizio moralistico e dal ritenersi come tribunale morale sui cittadini. Questo è accaduto nel corso delle indagini preliminari, quando loro non sapevano ancora nulla, stavano ancora verificando. Hanno sparato su di me giudizi moralistici, violando la legge. C’è ancora qualche pezzo di magistratura e di forze di polizia che si erge a tribunale morale. Ecco perché ho parlato di un virus di autoritarismo e carrierismo.»

Servivano le misure che le sono state comminate?

Prima parte/continua

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

La tracotanza del potere #bruno

La statua di Giordano Bruno, Campo de’ Fiori (Roma) – foto paolo de chiara

La libertà di pensiero è più forte della tracotanza del potere.

#GiordanoBRUNO

La vile prudenza #leopardi

VILE PRUDENZA. “Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero” (Giacomo Leopardi, lettera al padre Monaldo, luglio 1819)

#ilgiovanefavoloso

#giacomoleopardi

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»

L’INTERVISTA. Sulla vicenda del collaboratore di giustizia e, soprattutto, dopo le affermazioni negazioniste dell’avvocato del foro di Palmi, Carmelo Naso (“esiste il clan Mancuso?”), abbiamo raccolto il parere dell’On. Angela Napoli (per molti anni in commissione antimafia e minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi), che ha spiegato: «All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo, sia di una donna».

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»
Angela Napoli

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I Mancuso ormai sono boss pluri-riconosciuti della ‘ndrangheta, come tali giudiziariamente. Anche se per molti anni sono riusciti a farla franca, fino a quando non hanno incontrato, nel loro cammino giudiziario, la dottoressa Manzini, la quale, finalmente, attraverso determinati processi li ha catalogati proprio boss della ‘ndrangheta.» Comincia così la nostra conversazione con l’On. Angela Napoli, per diversi anni impegnata in commissione antimafia. Una vera spina nel fianco per la famiglia mafiosa calabrese.

La Napoli è finita nel mirino dei Mancuso, per i suoi continui interventi in Parlamento. Con interrogazioni e interpellanze ha contrastato in diverse occasioni il clan di Limbadi. Facendoli anche condannare. È una profonda conoscitrice delle dinamiche di ‘ndrangheta e per queste ragioni ha subìto minacce di morte proprio dai Mancuso.

Dopo la lettera, inviata a tutti i giornali, del “rampollo del clan Mancuso di Limbadi” (“La mia bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”) e dopo le affermazioni dell’avvocato Carmelo Naso (Foro di Palmi) che, addirittura, mette in discussione l’esistenza del feroce clan ‘ndranghetista, abbiamo raccolto il parere della Napoli, una donna calabrese combattiva.    

«Emanuele Mancuso appartiene proprio a questo clan, è un pezzo grosso. Ne ha fatte di cotte e di crude. Era interno alla cosca. Quando ha deciso di collaborare devo dire che anche io, all’inizio, ero molto titubante. Pensavo fosse un escamotage per uscire fuori, o perché si sentiva in pericolo. Non pensavo collaborasse.»

Il suo giudizio è cambiato?

«Adesso più si va avanti e più ci si rende conto, anche per la stessa inchiesta Rinascita-Scott di Gratteri che la sua collaborazione è estremamente valida. Per il discorso della figlia Gratteri è già riuscito ad inquisire anche la madre, che ha fatto di tutto. Ricattandolo proprio sulla figlia. Non so quanti soldi gli avevano promesso, addirittura di mandarlo fuori dall’Italia, pur di retrocedere dalla collaborazione. Chi rimane in quella famiglia appartiene a quegli ambienti, che sono ambienti di ‘ndrangheta. Non c’è niente da fare. Il padre della bimba, Emanuele, nel momento in cui chiede che venga sottratta la figlia a quegli ambienti lo fa, sicuramente, anche per una forma di ripicca nei confronti della ex convivente. Però, di fatto, sarebbe sempre un minore sottratto agli ambienti ‘ndranghetisti.»

L’avvocato dalla ex compagna di Emanuele Mancuso ha sminuito la portata del clan dei Mancuso di Limbadi. Lei cosa pensa?

«Nessuno ormai può dire, solo l’avvocato Naso o gli altri avvocati dei Mancuso, che peraltro sono tutti inquisiti, che i Mancuso non sono ‘ndranghetisti. Ci mancherebbe altro, ci sono tanti di quei processi. Nei primi tempi, quando c’è stata la notizia della collaborazione non si trovava più il padre e si pensava che fosse d’accordo con il figlio. In realtà è emerso che la famiglia, tutti i familiari hanno la preoccupazione perché sanno di essere denunciati da questo Emanuele. In questi stessi giorni è venuta fuori la storia della Chindamo (l’imprenditrice 44enne scomparsa, uccisa e fatta a pezzi, secondo la rivelazione di un pentito, nda). Ascone (Salvatore, indagato per l’omicidio della donna, nda) è parente dei Mancuso, è quello del famoso video di fronte alla proprietà. Il collaboratore denuncia di aver saputo tutta la storia della fine della povera Chindamo da Emanuele Mancuso. In carcere.

Quindi Mancuso sa un sacco di cose, perché era proprio integrato nella famiglia. È chiaro che questi famigliari fanno di tutto per cercare di farlo retrocedere».

La ‘ndrangheta è forte anche e, soprattutto, per i suoi legami familiari. Tra di loro sono tutti parenti. Cosa significa per un clan avere al proprio interno un collaboratore di giustizia? È una debolezza nei confronti degli altri clan?

«Pagheranno a livello giudiziario. Ma i collegamenti ce li hanno sempre. Loro considerano sempre che questa collaborazione è infamante, per il fatto stesso di appartenere alla ‘ndrangheta, e a livello familistico si sa che è inaccettabile per questi avere un collaboratore interno alla stessa famiglia. Ma loro procedono tranquillamente, gestiscono i loro affari tranquillamente. Continuano ad usurpare, ad espandersi, non solo, purtroppo, in Calabria, ma ben oltre.

Per loro è una forma da rinnegare, lo rinnegano. Ma, nello stesso tempo, è anche un modo per dimostrare, ecco perché proseguono nelle loro attività illecite, che la collaborazione non va ad inficiare la loro potenzialità malavitosa.»

Emanuela Mancuso scrive, nel documento inviato alla stampa: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”. Sembra di tornare indietro negli anni con la storia di Maria Concetta Cacciola.

«Non c’è dubbio. Questi sono i metodi classici delle famiglie di ‘ndrangheta. Non solo la Cacciola, ma all’interno della stessa famiglia Mancuso ci sono due casi. Uno l’ho vissuto personalmente, l’altro riguarda la Buccafusca, la ex moglie di Pantaleone Mancuso, Pantaleone il grande (detto Scarpuni, nda). La donna aveva cercato di collaborare e si era portata dietro la figlia. Nell’arco di una notte l’hanno fatta retrocedere e poi si è suicidata, ingerendo acido muriatico. E questa è proprio interna alla famiglia Mancuso.

L’altro caso?

«Una certa Ewelina, sposata con uno dei Mancuso (Ewelina Pytlarz, ex moglie di Domenico, fratello dello Scarpuni, nda). Questa ha anche testimoniato. Un giorno mi manda una mail e mi chiede aiuto, dicendomi che era sposata con uno di Limbadi, il quale voleva prendersi la bambina. Questi sono i metodi di ricatto che hanno, attraverso i figli minori. Ho dato tutte le notizie alla mia scorta del tempo e sono riusciti a trovarla che lavorava a Gioia Tauro. L’hanno messa subito in contatto con la dottoressa Manzini, la quale l’ha messa in protezione insieme alla figlia. La donna ha testimoniato, in fase processuale, di essere stata ricattata attraverso la bambina.

Perché la Pytlarz si rivolge a lei?

«Ha anche dichiarato che lei sentiva sempre in famiglia parlare molto male della dottoressa Manzini; del dottore Ruperti, che allora era capo della squadra mobile di Vibo e di Angela Napoli. All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo sia di una donna.»

Che fine ha fatto questa donna?

«È sotto protezione con la bambina.»

È una testimone o una collaboratrice di giustizia?

«Una testimone di giustizia.»

In una conversazione registrata, Pantaleone Mancuso dice alla ex compagna dell’attuale collaboratore di giustizia proveniente dalla stessa famiglia: “Stai tranquilla. Io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Cosa significa?

«Che piuttosto creano il cadavere di Emanuele, in questo caso.»

È un condannato a morte Emanuele Mancuso?

«Non c’è dubbio. Per qualsiasi famiglia ‘ndranghetista un parente collaboratore è condannato a morte. Per forza deve vivere in fase di protezione.»

Perché i Mancuso odiano Angela Napoli?

«Perché quando ero parlamentare non ho dato tregua. Allora non erano ancora classificati come ‘ndranghetisti.»

Per quale ragione?

«Avevano aiuti trasversali a livello di magistratura, di inquirenti, di avvocati. Sequestravano qualche bene e subito trovavano un cavillo e glielo restituivano. Per cui io facevo le interrogazioni parlamentari.»

Ci fu una interrogazione in particolare…

«Quella più grossa che ho fatto è quando ho ricevuto un plico di documentazione. Mi dicevano che Pantaleone Mancuso, che era nel carcere di Tolmezzo, al Nord, era stato mandato a Vibo nel mentre c’era in atto un processo contro di lui. Ed era stato mandato, con la scusa di un intervento ai denti, presso l’ospedale di Vibo. Ma la struttura, che aveva rilasciato anche una dichiarazione, non aveva gli strumenti idonei. Il giudice diede il permesso a questo criminale di andare, senza vincoli di tempo, presso uno studio dentistico privato, quotidianamente. Quando vengo in possesso di questa documentazione faccio una interrogazione parlamentare. Si stava svolgendo un processo e gli veniva data questa possibilità. Immediatamente lo rimandano, quel giorno successe il finimondo al Tribunale di Vibo, nel carcere di Tolmezzo.

Dopo due o tre anni, nella fase di una indagine, si viene a scoprire che questo Pantaleone Mancuso, parlando con un suo sodàle, dice: “per colpa di quella p… della Napoli sono stato condannato a otto anni di carcere in quel processo che si stava svolgendo, mentre il giudice mi aveva detto che mi avrebbe assolto. Si è spaventato di quella p… che ha fatto l’interrogazione. E non solo. Avevo avuto il permesso per andare al matrimonio di mia figlia e per colpa di quella p… mi hanno rispedito in carcere”.

E il sodàle risponde: “stai tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori”. Questa è una delle cose…»

Poi c’è un altro episodio…

«Un altro dei Mancuso dice: “è inutile che continuiamo con questo processo, perché tanto io sono in galera, ma i miei avvocati sono fuori e leggono. La sentenza di questo processo l’ha già scritta Angela Napoli”. Questo è un altro dei fratelli Mancuso. Io continuavo a fare interrogazioni parlamentari, perché avevano le protezioni, dei magistrati… Quando poi è arrivata la Manzini ci è andata giù dura e, finalmente, è partita la prima fase, dove questi sono stati catalogati ‘ndranghetisti, a livello giudiziario.»

Quando parliamo di protezioni dobbiamo includere anche la politica e la massoneria?

«Pantaleone Mancuso diceva: “ma che ‘ndrangheta e ‘ndrangheta. Qui siamo tutti massoni”. La massoneria era, non c’è dubbio. Così come continua a Vibo a dominare. Parlo di massoneria deviata.»

Quindi, i Mancuso sono un clan di ‘ndrangheta e sono forti come prima?

«Sì.»        

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

LEGGI ANCHE:     

– «Chiedo Giustizia»: l’appello del collaboratore Emanuele Mancuso per sua figlia

– PARLA L’AVVOCATO Carmelo Naso:  «Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

 

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Carmelo Naso del Foro di Palmi (RC), accusato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, il “rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, di essere sul libro paga della famiglia di ‘ndrangheta. «Non conosco personalmente il collaboratore di giustizia.» Domani alle ore 12:00 l’intervista all’On. Angela Napoli (minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi): «Sono ‘ndranghetisti, potenti e pericolosi.»

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (ph Repubblica.it)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali.»

Questo è il passaggio contenuto nella comunicazione del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, “il rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, come lui stesso si definisce. Nell’articolo di Alessandra Ruffini è possibile leggere interamente il suo intervento. Ma cosa ne pensa l’avvocato, accusato di essere “a libro paga della cosca di ‘ndrangheta”?

Lo abbiamo contattato per raccogliere anche il suo punto di vista. «Francamente in questo momento non ho un punto di vista, nella misura in cui ho appreso il dato da testate giornalistiche che però, francamente, non mi va in questo momento di esprimermi.»

Lei difende la famiglia Mancuso?

«No, io difendo Chimirri Nensy Vera.»

La compagna di Emanuele Mancuso?

«La ex compagna.»

La ex compagna, mi perdoni. È entrata ufficialmente nel programma di protezione?

«Questo non glielo posso dire.»

Una strategia da parte della famiglia Mancuso?

«Una strategia in che senso?»

Emanuele Mancuso sostiene che è una strategia della sua famiglia ‘ndranghetista per fare pressioni su di lui, relativamente alla decisione di aver “saltato il fosso”. È così?

«Ma guardi, c’è un procedimento penale pendente su questa vicenda e credo che verrà fatta luce nell’aula di giustizia. Lo accerterà il Tribunale se è stata o non è stata una strategia.»

Lo ha conosciuto, lo conosce Emanuele Mancuso?

«No, non lo conosco. Non l’ho mai visto di persona. So chi è perché lo leggo di continuo sulle testate giornalistiche, lo leggo negli atti giudiziari oggetto di procedimenti penali. Però io personalmente non lo conosco.»

Il Mancuso, in un passaggio, scrive: “dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Il collaboratore l’accusa di una cosa grave. Lei cosa risponde?

«Guardi, un estratto contributivo ancora non l’ho fatto. Potrei provare a fare un estratto contributivo per vedere, intanto, se c’è una cosca e poi se sono stato assunto da questa cosca. Dovrei risultare… ma l’estratto contributivo non l’ho fatto. Queste per me sono delle, delle… è un suo pensiero. Sono delle mere illazioni.»

Lei ha appena detto: “se esiste la cosca”. Mi scusi, ma cosa significa? Lei non è a conoscenza dell’esistenza di questa cosca di ‘ndrangheta?

«Non so di quale cosca stiamo parlando.»

Sempre i Mancuso di Limbadi.

«Ripeto ancora una volta, questo va accertato nelle aule di giustizia.»

Va accertata l’esistenza della cosca?

«Vanno accertati i fatti che sono riportati nella…»

Senta, ma esiste o non esiste questa cosca di ‘ndrangheta?

«Questo lo deve accertare un magistrato, non posso dirlo io. Questo va accertato nelle opportune sedi. Se io avessi il potere di decretare se esiste o non esiste una cosca… io questo potere non ce l’ho.»

Il collaboratore di giustizia, sempre nella sua richiesta d’aiuto inviata ai giornali, dice che c’è una intercettazione tra lei e un componente della famiglia Mancuso. Precisamente con Del Vecchio Rosaria Rita, “rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro”.

«Dipende cosa si intende per rappresentante. È la sorella della madre, la conosco. Certo che la conosco.»

La sorella della madre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso?

«Esattamente. È la zia del Mancuso. Che ripeto, che io conosco.»

Quindi l’intercettazione esiste perché lei conosce questa donna?

«Non le sto dicendo che esiste l’intercettazione, sto dicendo che conosco Del Vecchio Rosaria Rita. Certamente che la conosco, assolutamente. Questi sono atti che sono oggetto di un processo, un processo che si sta celebrando, che verrà celebrato di qui a breve e vedremo quello che ne uscirà, ecco. Tutto qui.»

Lei è il legale, come sostiene, della ex compagna del collaboratore. Può illustrare la questione della figlia minore…

«Quale figlia?»

La diatriba tra i due genitori, chiamiamola così…

«Sì, c’è. Per quello che posso dirle, lei capisce bene che sono vincolato dal segreto professionale. C’è questa vicenda che riguarda la bambina di Emanuele e di Chimirri Nensy Vera relativa a dinamiche prettamente familiari, da quel che… questo è quello che io posso dirle.»

Emanuele Mancuso, oggi, è un collaboratore di giustizia. Mi corregga se sbaglio.

«Sì, assolutamente.»

Quindi per essere un collaboratore di giustizia ci troviamo di fronte ad un clan di ‘ndrangheta. Non crede?

«Questo lo sta dicendo lei.»

È solo un ragionamento logico. Il collaboratore proviene da una famiglia mafiosa. O no?

«No, tecnicamente no.»

Può spiegare il suo punto di vista?

«Potrei commettere una serie indeterminata di delitti, insieme a lei o ad altra persona e poi pentirmi e collaborare con la giustizia.»    

In una conversazione telefonica, secondo il collaboratore, del 15 novembre del 2019 Mancuso Pantaleone, detto L’Ingegnere, dice alla sua cliente: “Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Lei come interpreta queste parole?

«Per dare una risposta alla sua domanda dovrei prima leggermi l’intercettazione, dopodiché avere la certezza che gli interlocutori siano quelli che lei mi sta indicando. Dopodiché io potrei anche risponderle. Soprattutto dovrei contestualizzarla questa intercettazione. Così su due piedi non so quale fosse il discorso.»

Sempre Emanuele Mancuso, collaboratore di giustizia, in un passaggio dichiara: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed è usata come merce di scambio”. Le risulta almeno questo?

«Sinceramente non sono a conoscenza di questo dato. Credo che ci siano di mezzo delle Istituzioni, so che c’è di mezzo il Tribunale per i minorenni di Catanzaro che non è proprio l’ultimo arrivato. So che c’è di mezzo la Procura per i minori di Catanzaro, so che c’è di mezzo la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Stiamo parlando non di pizzo e fighi ma di Istituzioni, di gente che fa valere i diritti della gente, quindi credo che se, effettivamente, fosse come lei mi sta dicendo avrebbero preso dei provvedimenti.»

Come dice lui, il collaboratore, non io.

«Lei mi sta riferendo quello che direbbe questo Emanuele che cozza un pochino con la logica. Non è che stiamo parlando di una diatriba che si è accesa in famiglia e allora la sta mediando papà piuttosto che mamma. Qui stiamo parlando di organi giurisdizionali importanti che da sempre hanno esercitato in maniera ligia la giustizia. Lei può pensare, e glielo sto chiedendo, che possa esistere una situazione del genere e che un Tribunale, una Procura distrettuale, una Procura minorile possano acconsentire a questo tipo di situazioni? Ecco, glielo chiedo. Mi risponda.»

Io cerco le risposte. Senta, c’è un’altra intercettazione, tra lei e la signora Del Vecchio Rosaria Rita, la zia di Emanuele. Le offre prima 5 mila, poi 10 mila euro. Lei avrebbe risposto: “vengo pure in bicicletta”. Tra di voi c’è anche un rapporto professionale? Lei è anche l’avvocato di questa donna? Almeno questo dialogo lo ricorda?

«Non me lo posso ricordare, ritengo siano passati anni. Lei capisce bene che se io avessi detto una frase del genere, ovviamente sarebbe stata dettata dallo scherzo. Non è che una persona va in bicicletta a prendersi…»

A me non interessa come è andato. C’è un rapporto professionale tra lei e la signora, indicata dal collaboratore di giustizia come rappresentante della famiglia Mancuso?

«Non le posso rispondere. Ci sono delle dinamiche alle quali sono vincolato dal segreto professionale. Non è un mistero che ho avuto e ho una miriade di clienti e su questo non ne facciamo mistero.»

Fa l’avvocato…

«Sì, faccio l’avvocato. Quindi ho avuto rapporti professionali con una miriade di persone di… Questa è fondamentalmente la mia risposta.»

Senta, per quanto mi riguarda il clan Mancuso esiste, è pericoloso e questo dato lo si trova in libri, sentenze, documenti. È un dato di fatto. Mentre sulla ‘ndrangheta riesce a formulare un suo giudizio?

«Mi perdoni, chi le ha detto che il clan Mancuso esiste?»

È una mia opinione. Glielo ripeto: per me il clan Mancuso esiste, è presente sul territorio ed è molto pericoloso. La domanda è questa: che cos’è per lei la ‘ndrangheta?

«È un fenomeno umano…»

Quindi la ’ndrangheta esiste?

«È un fenomeno umano e come tale ha avuto certamente un inizio e dovrà anche avere una fine. Me lo auguro, ce lo auguriamo tutti.»

E questo dipende molto dagli uomini, o meglio da certi uomini…

«Naturalmente, naturalmente.»       

Ma secondo lei, lasciando stare il suo pensiero sull’esistenza del clan Mancuso, è grave dire che un avvocato è a libro paga di una cosca mafiosa?

«Dipende da quale pulpito viene la predica. Dipende da chi promana questo tipo di accusa. Lì si può vagliare e misurare la gravità di una affermazione.»      

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

– Domani alle ore 12:00 l’intervista ad Angela Napoli (minacciata di morte dal clan Mancuso).

Angela Napoli

LEGGI ANCHE:     

– «Chiedo Giustizia»: l’appello del collaboratore Emanuele Mancuso per sua figlia

Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»

LA DENUNCIA. Cosa sta accadendo nelle due strutture di Castel del Giudice? Abbiamo contattato due operatori della RSA San Nicola: «Tre pazienti sono già morti. Gli altri sono stati tutti contagiati». Per il sindaco Gentile: «Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem». Per un’infermiera: «Non siamo stati tutelati, non ci hanno fornito i Dpi adeguati.»

Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»
Foto di Syaibatul Hamdi da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

CASTEL DEL GIUDICE (Isernia). «Aiutateci, non sappiamo a chi rivolgerci». Questo è l’invito di una operatrice sanitaria, messa in quarantena, per aver contratto il virus sul luogo di lavoro. «Si sarebbe sviluppato – apprendiamo – un importante cluster di diffusione da virus Covid 19». In mattinata abbiamo ricevuto una nota da parte del segretario generale della FP Cgil MoliseAntonio Amantini. «Sembrerebbe che numerosi operatori e ospiti siano risultati positivi a tale virus, e siano nell’impossibilità di lasciare la struttura, senza che nessuno abbia contezza in merito alle terapie e alle procedure utilizzate per la cura e per il contenimento del contagio». La comunicazione è stata, inoltre, inviata al Prefetto di Isernia, al direttore generale della Asrem e ai Nas di Campobasso. «Chiediamo – scrive Amantini – un urgente intervento a tutela della salute degli operatori, degli utenti e della cittadinanza tutta.»

Ma cosa sta succedendo nelle due strutture (una RSA e una casa alloggio) di Castel del Giudice? Abbiamo contattato l’operatrice sanitaria che ha cercato aiuto. Non sveleremo il suo nome reale, rispettiamo la sua scelta di rimanere in anonimato. E la chiameremo Maria. «Noi siamo all’incirca 26/27 persone che lavorano all’interno delle due strutture». In questo numero, come ci ha spiegato la donna, rientrano gli infermieri, le donne delle pulizie, gli OSS, la cuoca, la coordinatrice». E i pazienti? «Quelli rimasti si aggirano intorno ai 13 per la RSA e 6 o 7 per la Casa di riposo. Alla RSA tre sono già morti. L’ultimo aveva 81 anni, in questi giorni ha chiamato la figlia e voleva sapere come è morto suo padre. Gli altri sono tutti contagiati. C’è un paziente intubato, trasferito a L’Aquila e un altro sta morendo dentro la struttura. Ne sono rimasti tredici, così mi diceva ieri un mio collega.»

Per Maria i primi casi si sono registrati agli inizi di dicembre. «Ma non è stato fatto niente. Poi è diventato tutto Covid. Noi, con tutti loro. Sarebbe il caso di andare in fondo». Maria è una donna combattiva, le sue parole sono chiare e dure. «Noi sappiamo come è entrato là dentro il Covid. In queste strutture da marzo non è entrato più nessuno. Ultimamente se entrava qualcuno era sempre a prenotazione, a distanza e con le dovute cautele. Una persona alla volta. Siamo stati attenti su tutto, ci siamo attenuti a tutte le regole». E allora cosa è successo? Perché oggi le due strutture sono state blindate? «Abbiamo scoperto che queste regole sono state violate, da qualcuna di noi. Questa persona è stata a contatto con i suoi familiari con la febbre, è tornata in struttura, ha fatto i suoi turni e dopodiché ha telefonato dicendo che era positiva. Attualmente non fanno uscire nessuno. C’è la cuoca che è stremata. Dal giorno in cui dovevo rientrare a lavorare, il 12 dicembre, stanno tutti chiusi dentro. Sono tutti positivi. Ma si può lavorare in queste condizioni?».

Nelle due strutture lavorano gli stessi operatori. E una parte della gestione è partecipata dal Comune di Castel del Giudice. «Per me la responsabilità – aggiunge Maria – è del Sindaco. E comunque si deve andare in fondo. Noi sappiamo chi ha portato il virus nella struttura. Noi ci abbiamo rimesso la salute e la faccia. Questo argomento è tabù a Castel del Giudice. C’è un ragazzo che ha il padre che sta morendo e lui non può uscire dalla struttura. Ha minacciato di licenziarsi. Stanno lavorando, stanno tutti male. Non c’è un medico. Chiamano ogni tanto, fai questo, fai quell’altro…».

E chi assiste i pazienti? «Gli assistenti e gli operatori».

L’appello della donna è drammatico: «chiediamo aiuto alla giustizia. Stiamo rischiando le nostre vite. Devono chiudere, trasferire i pazienti e disinfestare tutto. E ricominciare da capo. È diventato un circolo vizioso, sono tutti malati. Così non ne usciamo vivi. Abbiamo bisogno di aiuto, ci dovete aiutare.»

La signora Maria ha citato il Sindaco Gentile. Per correttezza abbiamo raccolto anche il suo punto di vista. «Questa struttura è partecipata anche dal Comune. Ho letto la nota del sindacato, ma io ho già fatto – di comune accordo con la Asrem – il soggiorno obbligatorio, per evitare un contagio esterno. Le persone presenti nelle strutture non possono uscire fuori». Sono tutti in quarantena. «Per evitare una contaminazione integrale. L’Asrem si reca nelle strutture per fare i tamponi. Sono due le strutture, per un totale di 27/30 pazienti. I dipendenti sono una quindicina. Ci sono stati dei decessi, un paziente è stato portato al Cardarelli. Parliamo di persone anziane, con problemi molto pesanti. Ho anticipato la nota del sindacato. Già dal 7 dicembre ho fatto la nota al prefetto. Ho chiesto supporto alla Asrem e alla protezione civile. Nessuno è stato abbandonato. Sto lavorando notte e giorno su queste problematiche».

Quanti sono i positivi all’interno di queste strutture? «Sono quasi tutti positivi. Ne basta uno per scatenare i contagi».

Lei ha blindato le due strutture. Quale sarà il prossimo step? «È tutto blindato, fino al 27 dicembre. Quando ci sarà un altro giro di tamponi».

È prevista una sanificazione della struttura? «E come facciamo con i dipendenti e con gli ospiti dentro. La sanificazione è naturale. Non è questo il problema. Ci sono persone anziane, spero che la situazione si sia stabilizzata. Continueremo a fare i tamponi. Il controllo esiste, con tutte le difficoltà che conosciamo. Il problema è che tutti hanno preso il virus».

Ma come si è diffuso il virus? «Non lo so, forse tra qualche operatore. Noi abbiamo blindato da febbraio. Abbiamo fatto di tutto e di più, ma basta veramente poco. Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem».

I parenti dei pazienti conoscono queste problematiche? «Il rapporto è di trasparenza, di comunicazione. Informiamo i parenti, sono coinvolti per ogni nostra decisione. Mi è dispiaciuta la nota del sindacato. Prima di sparare bisogna informarsi. A me non interessa, l’importante è stare apposto con la propria coscienza.»

Ma per un’altra operatrice, che chiameremo Luisa, le responsabilità sono da addebitare proprio al primo cittadino. Anche lei è in quarantena, presso la sua abitazione. Per l’infermiera della RSA San Nicola «la situazione è desolante. Non è bello sentire i colleghi che vorrebbero lasciare il lavoro. Sono esausti, non ce la fanno più. Quello che stiamo vivendo è peggio di un incubo. È già passata una settimana dall’ordinanza del Sindaco». Ma cosa poteva e doveva fare il primo cittadino? «Ci doveva tutelare».

Cosa significa? «Ci sono stati forniti dei dispositivi di protezione che non erano idonei. Non riuscivo a capire come ho contratto il virus e, poi, ho scoperto che la tuta era buona solo per evitare la polvere. La visiera, le mascherine e i guanti erano a norma. Ma la tuta non è servita a nulla. La scelta della chiusura doveva essere presa prima. Tre persone sono decedute. I miei colleghi non ce la fanno più. Non è giusto lavorare in queste condizioni.»                          

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

SPECIALE PINO PINELLI/Seconda parte. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura.»

«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

“Il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa”. Il fantasioso questore-fascista di Milano, Marcello Guida, cerca in tutti i modi di allontanare i sospetti che, dalla stanza del commissario Calabresi, hanno invaso un Paese intero. Tutti hanno capito, tutti hanno compreso. La “caduta” non si può attribuire né ad uno “scatto felino” (suicidio) né ad un “malore attivo”. Termine quest’ultimo apparso in una sentenza scandalosa. Un uomo entra dalla porta principale e “precipita” dalla finestra-balcone (con una ringhiera alta 97cm.) dell’ufficio politico del commissario Calabresi al quarto piano della questura di Milano.

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (con la sentenza di proscioglimento per tutti gli imputati, ottobre 1975) si trasforma in un Ponzio Pilato. Nessun colpevole, nessun omicidio, nessun suicidio. Ecco cosa si può leggere nella famosa sentenza romanzata: «Pinelli accende la sigaretta… L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo… La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo».

E ad un tratto Pinelli cascò!

Con 51 anni di ritardo sono arrivate le parole del generale Maletti, ex numero due del servizio segreto militare. Questa è la sua versione pubblicata dal Fatto: “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

Un metodo giù utilizzato e denunciato da altri anarchici. Sicuramente, non servivano le parole di un generale per smontare la tesi del “malore attivo” o delle balle raccontate dai protagonisti e dai presenti in quella stanza delle torture (ufficio politico della questura di Milano).

Pinelli, 41 anni, già staffetta partigiana, ferroviere anarchico e padre di famiglia subisce un trattamento vergognoso. Ad oggi, nessuno ha pagato per quella morte. Anzi lo Stato, responsabile di quella morte e di tante altre morti, ha fatto pure pagare le spese processuali alla vedova Pinelli.

E siccome la memoria (nel Paese senza memoria) è fondamentale abbiamo ritenuto utile rinfrescarla con qualche altro passaggio della vergognosa sentenza.

«Dall’attento e critico esame degli atti processuali, emerge che, subito dopo la precipitazione vi furono, da parte dei presenti, reazioni di sgomento dovute non tanto a sentimenti di pietà verso il Pinelli quanto a considerazioni più o meno conscie delle conseguenze negative personali che da quell’episodio potevano loro derivare. …il dott. Allegra dopo essersi portato le mani fra i capelli e lo stesso dott. Calabresi, non si preoccuparono di precipitarsi nel cortile e di accertare le condizioni di salute del Pinelli ma di avvertire il Questore…». Marcello Guida, l’ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per gli antifascisti, «tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: «Era fortemente indiziato». «Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto». «Il funzionario e l’ufficiale gli hanno rivolto un’ultima contestazione. Un nome, un gruppo: li conosceva? Li aveva visti? Quando? Poi sono usciti dalla stanza. Di improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto» («Corriere della Sera» del 16-12-69). «Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico» («l’Unità» del 17-12-69), «È stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita» («Corriere d’Informazione» del 16-12-69)».

Balle vergognose di un rappresentante dello Stato vergognoso (che, in seguito, verrà pure promosso), utilizzate «come strumento per avvalorare la tesi della colpevolezza degli anarchici».

Bugiardi di Stato. Il questore Giuda, meglio conosciuto come bagnino penale (per la sua esperienza a Ventotene), è in ottima compagnia. Queste le versioni raccolte dal magistrato Caizzi il giorno successivo (16 dicembre 1969): «scatto felino» per il brigadiere di polizia Vito Panessa; «scatto verso la finestra» per il tenente dei carabinieri Savino Lograno e per il brigadiere di polizia Carlo Mainardi; «tuffo oltre la ringhiera» per il brigadiere di polizia Pietro Mucilli; «balzo repentino verso la finestra» per il brigadiere di polizia Giuseppe Caracuta.

Tutti presenti nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, tutti assolti dalla magistratura. Prosciolti, «perché il fatto non sussiste».

Versioni che cambieranno, in continuazione. Addirittura il brigadiere Caracutta (udienza 28 ottobre 1970) ammetterà di aver mentito. «Mentre rileggevo le copie dei verbale udii sbattere la finestra, vidi Panessa (nei pressi della ringhiera) sporgersi come per trattenere qualcosa».

Ma come viene trattato l’innocente Pinelli durante il fermo di polizia illegale? «Dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 del 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormì solo poche ore, una sola volta steso in una branda. Fermato intorno alle 18,30 fu collocato in un salone del quarto piano dell’Ufficio Politico… Alle 3 del mattino fu sottoposto al primo interrogatorio… Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della questura. La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell’ufficio politico e subì lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio… Subì quindi ancora lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio. «Valpreda ha confessato» esordì il commissario Calabresi. Era vero o era il solito «saltafosso» della polizia?… La mancanza di sonno, di un’alimentazione adeguata, le numerosissime sigarette fumate, dettero il loro contributo allo stato di stanchezza che ne derivò». Ecco come arriva il famoso e fantasioso «malore attivo». Degno di un mediocre romanziere.   

Licia Pinelli

«Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo», spiega la signora Licia, la vedova Pinelli, nel bellissimo libro Una storia quasi soltanto mia, scritto con Piero Scaramucci. «Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l’opinione pubblica ha cominciato a capire.»

Ma chi era Pino Pinelli? E conquesta domanda riprendiamo il dialogo con sua figlia Silvia.

«Di Pino si conosce molto dopo. Si parla sempre del dopo, di come è morto. Noi raccontiamo nostro padre anche attraverso le persone che lo hanno conosciuto. Mio padre era del ’28, era nato a Milano. A dieci aveva dovuto lasciare la scuola perché aveva dovuto aiutare economicamente la famiglia. Era una cosa molto comune in quegli anni. Il primo datore di lavoro lo aveva preso come magazziniere e fu lui che gli diede i primi libri da leggere sull’Anarchia. A mio padre mancava il fatto di non aver potuto continuare a studiare. Grazie a questi libri si appassiona all’idea, leggendo Bakunin o Proudhon. A quindici anni partecipa alla lotta partigiana, come staffetta. Di quel periodo non conosciamo quasi niente, perché i partigiani hanno cominciato a raccontare dopo. Non credo trasportasse armi, perché era un non violento di natura. La sua famiglia era sfollata a Lacchiarella e mio padre spariva per giorni. Mia nonna veniva a Milano, con il coprifuoco, a cercarlo. Poi ogni tanto ricompariva. Finito il periodo della resistenza l’impegno di Pino è continuato.»

Pino Pinelli

In che modo?

«Aveva partecipato, nel corso degli anni, all’apertura di vari Circoli anarchici. Aveva fondato la Croce Nera Anarchica che, in teoria, doveva dare supporto agli Anarchici che venivano perseguitati nel mondo. Un supporto anche di tipo economico. Già nel 1968 dovevano aiutare gli Anarchici accusati degli attentati che non avevano compiuto. Aveva ridato vita all’Unione Sindacale italiana.»

Di cosa si occupava?

«Come sindacalista si occupava della tutela della salute nei luoghi di lavoro. Temi che riportano a ciò che sta succedendo in questi giorni. Licia la conobbe nella scuola di esperanto e poi si sposarono. L’esperanto è una lingua universale, in disuso, che una volta avrebbe dovuto aprire le frontiere. Però, probabilmente, aveva uno spirito anche diverso, gli esperantisti erano dei pacifisti aperti verso un mondo di pace, di libertà, di eguaglianza. Con Licia si sposarono dopo che aveva vinto il concorso alle ferrovie. Sono tanti i racconti delle persone che lo hanno conosciuto nel corso degli anni. Ricordano di nostro padre che faceva da tramite tra i giovani e i vecchi. E non aveva quella supponenza, ma accoglieva. Le prime cose che dava erano i libri da leggere. Questo è mio padre in linea di massina, fino ad arrivare a quel giorno del 12 dicembre.»

Cosa è l’Anarchia?

«Da quello che ho visto è un bellissimo sogno. È un sogno, secondo me.»

Perché è un sogno?

«È un sogno dove ognuno possa sentirsi responsabile degli altri come si sentirebbe responsabile di sé stesso. Dove non esiste una proprietà privata, dove tutto è di tutti e si lavora insieme, per creare qualche cosa di bello. È una grande utopia.»

E perché, nel corso degli anni, questa “grande utopia” viene costantemente colpita?

«Perché il movimento anarchico è il movimento che ha meno controlli all’interno. Era più facile entrare. C’è un episodio che ci è stato raccontato da un amico di mio padre. Stavano facendo una riunione al Ponte della Ghisolfa e ad un certo punto mio padre dice: “so che c’è un infiltrato della polizia. Adesso spengo la luce, conto fino a tre. Quando la riaccendo, se questa persona non è sparita, io la indico”. Spegne la luce, si sente un grande trambusto e quando viene riaccesa la luce manca una persona. Mio padre era un pacifista, non era uno sprovveduto.»

Perché il movimento viene individuato come capro espiatorio?

«Era più facile da colpire. Non era ben inviso dai partiti istituzionali il movimento anarchico. Pensavano, probabilmente, che incolpando gli anarchici nessuno si sarebbe mosso. Anche adesso, quando non sanno cosa dire, accusano gli anarchici. Non ha un’organizzazione, come poteva avere un partito Comunista.»

Subito dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre suo padre viene “invitato” dal commissario Calabresi…

«A seguire la volante con il suo motorino.»

La famiglia quando viene a sapere di questo “invito” in questura?

«Con la perquisizione a casa. Tanto è vero che i poliziotti avevano chiamato in questura, dicendo: “qua Pinelli non c’è”. E dalla questura rispondono: “è già qua da noi”.»

E ci resterà fino alla fine dei suoi giorni.

«Fino alla notte del 15 dicembre, quando uscirà dalla finestra del quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. Dopo che il fermo era diventato illegale, perché non era stato confermato dal magistrato.»

Tre giorni di totale illegalità.

«Dai verbali risultano gli interrogatori. Mio padre è stato privato di sonno, di cibo. Questo risulta anche dalle varie sentenze. Tanto è vero che D’Ambrosio conclude la sua istruttoria dicendo, appunto, che fu “privato di sonno, privato di cibo…”, non ha detto torturato. Ma comunque questa è tortura. Io non so cosa sia successo, sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura. È stato privato di tutti i diritti. Era già stato ammazzato.»

Chi era presente in quelle stanze della questura di Milano? Soggetti legati al ministero dell’Interno, ai servizi…

«Queste cose sono venute fuori nel corso degli anni. Mi chiedo come mai non si sia indagato. Molti sono morti, ma molti furono sentiti dal giudice Pradella, che nel 1994-’95 aveva preso in mano l’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Probabilmente non c’è oggi la volontà politica di riaprire un’inchiesta giudiziaria.»

Nella stessa notte il questore di Milano, Marcello Guida, ex direttore fascista della colonia di confino di Ventotene organizza una conferenza stampa…

«Poi hanno anche detto che “era un bravo ragazzo, non ci aspettavamo che fosse implicato nella strage”. Invece di avvisare la famiglia il questore di Milano indisse una conferenza stampa. La prima cosa che fece Licia fu la denuncia per diffamazione, che è stata archiviata. Guida venne assolto perché il fatto non costituisce reato. Venne anche promosso a ispettore generale di pubblica sicurezza al ministero. La sentenza fu depositata prima della pausa estiva e verso settembre non ci fu nemmeno un trafiletto. Nel 1970, quando mia mamma e la mamma di Pino presentano una denuncia, contro ignoti, per la morte di Pino, anche questa verrà archiviata come “morte accidentale”. Poi c’è anche il lavoro di Dario Fo. La sentenza verrà depositata in concomitanza con lo sciopero dei grafici. Tutte cose casuali…»

Lo spettacolo di Dario verrà portato in scena prima dello stupro di Franca Rame (9 marzo 1973)?

«Sì, la prima volta verrà portato in scena a Varese. Dopo le minacce e le denunce lo spostarono a New York.»

Quali erano i rapporti tra suo padre e il commissario Luigi Calabresi?

«Si conoscevano, mio padre era referente del movimento anarchico a Milano. Non c’era un rapporto di amicizia, c’è da dire che nell’ultimo periodo mio padre veniva anche minacciato in continuazione. Dicevano: “Ti possiamo arrestare anche se attraversi con il rosso”».

Da chi arrivavano le minacce?

«Veniva minacciato. Comunque non c’era nessuna amicizia. Quando venne regalato a Pino il libro, mio padre lo scambiò con un altro libro. Era una persona generosa, quando riceveva qualcosa faceva in modo di restituirla. Mio padre si sentiva perseguitato.»

Ritornando a Guida, il questore di Milano, non possiamo non ricordare l’episodio con l’allora presidente della Camera Sandro Pertini (comandante della Resistenza), che si rifiutò di stringere la mano all’ex direttore della colonia fascista di Ventotene.

«Non perché lui era stato il direttore del confino di Ventotene ma perché Pinelli era morto in quel modo quando lui era questore a Milano.»

Quali sono i rapporti tra la famiglia Pinelli e la famiglia Calabresi?

«Di nessun tipo, nel senso che la prima volta che abbiamo incontrato la famiglia è stato nel 2009, quando ci fu l’incontro al Quirinale dove Pino venne ricordato, in occasione delle vittime del terrorismo e delle stragi. Per la prima volta la più alta carica dello Stato ha riconosciuto nostro padre come vittima innocente. Nel corso degli anni più volte ci siamo incontrati in manifestazioni pubbliche. Comunque le famiglie non c’entrano assolutamente niente.»

Come si può ricordare, dopo 51 anni, la tragica vicenda di un anarchico innocente ucciso dallo Stato?

«Ne dobbiamo parlare. Ma dobbiamo smettere di parlare di queste cose solo quando ci sono gli anniversari. Dobbiamo fare della memoria un motore per poter guardare verso il futuro. Dobbiamo cercare di cambiare le cose dall’interno. Se lo Stato avesse avuto il coraggio di condannare chi aveva sbagliato penso che non ci saremmo trovati, negli anni Settanta, con il terrorismo. Dopo lo Stato non condannerà mai sé stesso. Mia madre fece ricorso anche in sede civile, per il risarcimento. Venne rigettato e venne condannata al pagamento delle spese processuali. Come è successo per i famigliari della strage di Piazza Fontana. Noi abbiamo dei cittadini che entrano innocenti in una questura o entrano in una banca, vengono ammazzati, e lo Stato non ne risponde. E in più ti condanna alle spese processuali. Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste. In questo Paese è il cittadino che deve attivarsi, attraverso le Associazioni, per far valere le proprie ragioni. Non è lo Stato che interviene a tutela del cittadino. Non è uno Stato democratico, non è uno Stato di diritto.»

Seconda parte

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

Leggi anche:

PRIMA PARTE: Morte (poco) accidentale di un Anarchico

LA BALLATA DELL’ANARCHICO PINELLI

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

“Commissario io gliel’ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma eguaglianza nella libertà.”

“Poche storie indiziato Pinelli
Il tuo amico Valpreda ha parlato
Lui è l’autore di questo attentato
E il suo socio sappiamo sei tu”

“Impossibile” – grida Pinelli –
“Un compagno non può averlo fatto
Tra i padroni bisogna cercare
Chi le bombe ha fatto scoppiar.

Altre bombe verranno gettate
Per fermare la lotta di classe
I padroni e i burocrati sanno
Che non siam più disposti a trattar”

“Ora basta indiziato Pinelli”
– Calabresi nervoso gridava –
“Tu Lo Grano apri un po’ la finestra
Quattro piani son duri da far.”

In dicembre a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
È bastato aprir la finestra
Una spinta e Pinelli cascò.

Dopo giorni eravamo in tremila
In tremila al tuo funerale
E nessuno può dimenticare
Quel che accanto alla bara giurò.

Ti hanno ucciso spezzandoti il collo
Sei caduto ed eri già morto
Calabresi ritorna in ufficio
Però adesso non è più tranquillo.

Ti hanno ucciso per farti tacere
Perché avevi capito l’inganno
Ora dormi, non puoi più parlare,
Ma i compagni ti vendicheranno.

“Progressisti” e recuperatori
Noi sputiamo sui vostri discorsi
Per Valpreda Pinelli e noi tutti
C’è soltanto una cosa da far.

Gli operai nelle fabbriche e fuori
Stan firmando la vostra condanna
Il potere comincia a tremare
La giustizia sarà giudicata.

Calabresi con Guida il fascista
Si ricordi che gli anni son lunghi
Prima o poi qualche cosa succede
Che il Pinelli farà ricordar.

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo (nella foto Gian Maria Volontè, alle sue spalle i suoi colleghi attori)

Elio Petri – Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (1970)

Il filmato: le tre versioni che la polizia fornì sul “suicidio” di Pinelli, ricostruite seguendo le diverse e contraddittorie indicazioni fornite dalla Questura di Milano.

Morte (poco) accidentale di un Anarchico

SPECIALE PINO PINELLI/Parte prima. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Morte (poco) accidentale di un Anarchico
La ricostruzione: il manichino utilizzato per simulare la «caduta» di Pinelli dalla finestra dell’ufficio politico della questura di Milano

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La bomba è esplosa. Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969“In dicembre a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva”, risuona un famoso ritornello. Quel calore investirà un Paese intero, al centro di una infinita strategia della tensione, pianificata negli anni.

Destabilizzare per stabilizzare.

E in quei giorni le menti raffinatissime (“gruppo di potenti”) decidono di destabilizzare, utilizzando i criminali di destra. Fascisti assassini, allevati durante e dopo la dittatura.  

Un forte boato colpisce il cuore pulsante della città. A pochi passi dal Duomo, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La bomba fascista e di Stato uccide 14 persone, ferendone 87. In totale i morti arriveranno a 17.

Dopo poche ore la polizia trova – come già accaduto qualche mese prima – il capro espiatorio. Gli anarchici sono destinati a subire la reazione da parte chi ha creato il caos.

Destabilizzare per stabilizzare.

E per la strage di Piazza Fontana viene indiziato un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli. Un padre di famiglia, di 41 anni, già staffetta partigiana. Un uomo libero, di sani principi, lontano dalla becera violenza. Pino ha dato il suo contributo per annientare i criminali fascisti e nazisti durante la Resistenza. Saranno proprio quei personaggi, immersi in quella cultura criminale, a privarlo della sua vita. Il questore di Milano, un certo Marcello Guida, è un fascista, ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per molti antifascisti, come Sandro Pertini.

Un “semplice accertamento” si trasforma in un fermo illegale. Una vergogna per uno Stato di diritto.

Tre giorni di interrogatori, di minacce, di torture, di violenza verbale. Chiedono a Pinelli di confessare, di fare i nomi dei compagni. Ma Pinelli è innocente e non può confessare nulla.

Il 15 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino anarchico. Passerà 1110 giorni nel carcere di Regina Coeli. Da innocente.  

Negli uffici della questura di Milano la polizia ci va pesante. Usa i suoi metodi antidemocratici. Tre giorni di pura follia criminale, di estenuanti interrogatori. Dopo la mezzanotte del 15 dicembre l’innocente anarchico Pino Pinelli “precipita” dal quarto piano della questura. Muore poco dopo al Fatebenefratelli di Milano.

Il fascista-questore, in una conferenza stampa, senza vergogna dirà: “Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era crollato. Si è visto perduto. Si è trovato come incastrato. È crollato. È stato un gesto disperato, una specie di autoaccusa”. Aggiungerà qualche giorno dopo: “Vi giuro, non l’abbiamo ucciso noi”. Uno Stato che uccide impunemente. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo caso. Pino Pinelli è stato ammazzato. Era innocente. Era una persona perbene.

Le verità tardano ad arrivare. Ma dopo mezzo secolo un altro elemento si aggiunge alle ipotesi fatte in questi anni.

L’ex numero due del servizio segreto militare, il generale Maletti, ha raccontato ad Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini(Il Fattola sua versione: «Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

E ad un tratto Pinelli cascò!

da Il Fatto Quotidiano

Abbiamo contattato Silvia Pinelli, una delle due figlie (l’altra si chiama Claudia). Due donne dignitose che, insieme alla signora Licia (la vedova di Pino), continuano a ricordare quei fatti. Perché la memoria, nel Paese senza memoriae “orribilmente sporco”, è necessaria per guardare avanti e per ottenere Verità e Giustizia. Due parole fondamentali in una Nazione piena di lati oscuri, misteri e segreti di Stato.

Sono passati 51 anni dalla morte di suo padre, come è cambiato questo Paese?

«È cambiato in peggio. Ce ne rendiamo conto da tante piccole cose. È venuto a mancare quel movimento che spinse negli anni Sessanta a ribellarci contro determinate cose, per portare avanti un percorso di conquiste che furono, purtroppo, represse nel sangue. Adesso ci ritroviamo a perdere le conquiste di quegli anni. Guardiamo a uno Statuto dei Lavoratori, alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Si combatteva per questo e siamo nella stessa situazione, peggio forse, di cinquant’anni fa. Volevamo una sanità pubblica e ci troviamo una privatizzazione. Una scuola pubblica, abbiamo combattuto in quegli anni perché l’Università fosse aperta a tutti, e adesso abbiamo anche una scuola privata che riceve dei finanziamenti da parte dello Stato, a discapito del pubblico. La situazione non è delle migliori.»

E in questi giorni, nelle città italiane, sono comparsi questi mega manifesti sulla pillola abortiva RU486.

«Una propaganda che punta sulla parte più becera di noi. Anche quei manifesti che sono apparsi sono orripilanti. Manca una reazione, una presa di posizione seria, anche se ci troviamo in un periodo particolare in cui nessuno si aspettava di poter vivere. Manca un coinvolgimento da parte di alcuni parlamentari che ci sono e si potrebbero smuovere su determinate cose. Sembra che ci sia più paura. È un ritorno indietro.»

Solo da parte dei parlamentari o anche dei cittadini?

«Con le elezioni noi eleggiamo i nostri rappresentanti in Parlamento. I nostri rappresentanti sono nei Comuni, nelle Province. Come cittadini, sicuramente, abbiamo un compito fondamentale che è quello di portare avanti delle istanze. Ma chi ci rappresenta dovrebbe rappresentarci effettivamente.»

Non siamo rappresentati?

«Non siamo rappresentanti. Nel momento in cui si vota, votiamo una lista, delle persone. Qualcuno lo ritengo che sia in buona fede, ma c’è un contesto che, comunque, ti impedisce di poter portare avanti un lavoro comune.»

Un male che ci portiamo dietro da troppi anni. Abbiamo subìto la dittatura e anche dopo la caduta del fascismo ci siamo ritrovati i fascisti all’interno dei posti di comando. Ed hanno mantenuto il controllo delle varie Istituzioni.

«Avevamo ai vertici di ministeri e prefetture persone che arrivavano dal disciolto partito fascista. Solo nel ’46 è stato ricostituito, dai reduci della Repubblica di Salò, il Movimento Sociale italiano. Come è stato possibile consentire una cosa di questo tipo?»

E queste parole riportano agli anni Sessanta: il convegno fascista finanziato dal Sifar (servizio informazioni forze armate); la rete occulta, meglio conosciuta come Gladio; il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (con a capo Papadopoulos, già collaboratore dei nazisti); gli squadristi di Almirante; la nascita del Fronte nazionale di Valerio Borghese (già comandante della X Mas e salvato dagli americani); le bombe del 1969: Padova (15 aprile), Fiera di Milano (25 aprile); Milano e Venezia (8 e 9 agosto), Trieste (4 ottobre).

La strategia della tensione, termine per la prima volta utilizzato dal settimanale The Observer, inaugurata con la prima strage di Stato (Portella della Ginestra), 1° maggio 1947. Senza dimenticare i sindacalisti ammazzati dalle mafie, come: Miraglia, Rizzotto, Carnevale, La Torre. In totale 54 omicidi. I braccianti ammazzati dalla polizia ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre del 1968: 2 morti e 48 feriti. I rappresentanti dello Stato sparano sui manifestanti che chiedono il rinnovo del contratto di lavoro. A Forte dei Marmi il 1° gennaio del 1969 una protesta giovanile. Una contestazione davanti alla Bussola, il locale dei ricchi. La polizia spara e ferisce gravemente alla schiena un giovane. Poi la strage di Battipaglia. I manifestanti sono scesi in piazza, gridano “difendiamo il nostro pane”. È il 9 aprile del 1969, la polizia spara ancora una volta: 2 morti e 200 feriti. Da più parti si chiede il “disarmo della polizia”, oggi non è ancora possibile identificare un appartenente alle forze dell’ordine.

Ma andiamo avanti.

I tentati colpi di Stato: nel 1964 il “piano Solo” (con il generale De Lorenzo, già ai vertici del Sifar); il golpe Borghese: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il tentativo di “creare panico e disorientamento”. I congiurati occupano il ministero dell’Interno per qualche ora, poi arriva il contrordine. Tutto organizzato dal Fn di Borghese, insieme ad Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa Civiltà, con l’appoggio dei vertici delle forze armate, di personalità criminali e il sostegno dei servizi segreti, della P2 e della Cia; nel 1973 l’ennesimo tentativo con “la Rosa dei Venti”. Nello stesso calderone gerarchi della Repubblica Sociale, criminali, neofascisti, massoni, generali dell’Esercito, ufficiali delle forze armate, industriali. Un “gruppo di potenti”, formato da “persone serie ed importanti”, che – in questo Paese “orribilmente sporco” – ha dato disposizioni e assicurato protezione politica.      

Continui segnali, continui proclami. Il 10 dicembre del 1969, due giorni prima della strage di Piazza Fontana, il fascista Almirante, intervistato da Der Spiegel, dichiara: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Oggi vorrebbero farlo passare per uno statista. C’è chi vorrebbe intitolargli delle strade, come se non bastassero quelle intitolate ad altri fascisti (Farinacci docet). Ma giusto per far chiarezza è importante sdoganare questo pessimo soggetto, descritto con queste parole dal peggior presidente della Repubblica (Napolitano): «Ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi…». Ecco i fatti: nel 1938 firma il Manifesto della Razza; dal ’38 al 1940 collabora alla rivista La difesa della Razza; dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica Sociale, si arruola nella guardia nazionale con il grado di capomanipolo; il 30 aprile del 1944 diventa capo di quel “gabinetto” del ministero della cultura popolare e il 17 maggio firma il manifesto della RSI (“…gli sbandati ed appartenenti a bande che non si consegneranno ai comandi nazifascisti entro il 25 maggio saranno passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”). Un “servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”, titolerà l’Unità il 27 luglio del 1971; diventa tenente della brigata nera, impegnato nella lotta contro i partigiani; nel 1946 fonda i Fasci di azione rivoluzionaria. Racconta De Marzio, ex capogruppo Msi alla Camera, di un incontro tra Almirante e Borghese nel 1970, l’anno del tentato golpe. Il fascista “privo di eccessi” (secondo Napolitano) avrebbe detto: “Comandante (Borghese, nda), se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive. Ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”. La memoria è importante, caro Napolitano.    

La destra eversiva, in questo Paese, è stata protetta da un sistema di potere nazionale e internazionale (Wikileaks, gli Usa e la strategia della tensione, l’Espresso, 2015). L’opera strategica e stragista è proseguita nel corso degli anni, ecco soli alcuni esempi: i Moti di Reggio (Msi, Avanguardia Nazionale e Fronte nazionale con un forte legame con la ‘ndrangheta); deragliamento della Freccia del Sud (6 morti, 72 feriti); un ordigno ritrovato a Verona; le bombe di Catanzaro (1 morto); la strage di piazza della Loggia (8 morti); l’Italicus (12 morti e 44 feriti); la stazione di Bologna (85 morti, 200 feriti); il rapido 904 (17 morti e 267 feriti). A seguire, fino ad oggi, una lunga scia di sangue. Comprese le bombe e le stragi di mafia.

La “strategia della tensione”, in questo Paese, non è mai terminata.

Gaetano Lunetta (Fn Liguria) spiega (Domani): «Il golpe c’è stato, siamo stati padroni del Viminale. Il risultato politico è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro (che verrà poi ucciso dalle Br, nda), allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzia di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. Il golpe c’è stato ed è riuscito.»

In tutta questa lunga storia di bombe, strategie, silenzi, complicità, destabilizzazioni, stabilizzazioni, rientra la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 a Milano. L’ordigno posizionato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una strage di Stato compiuta dalla destra eversiva. Ma non solo.

Signora Pinelli, lei quanti anni aveva?

«Nove anni.»

E cosa ricorda di quella giornata?

«Non ricordiamo niente, in pratica. Ricordiamo che mio padre era smontato dalla notte e che quel giorno avevamo mangiato tutti assieme e, poi, mio padre era uscito per andare con i suoi amici. Poi era andato in ferrovia a ritirare la tredicesima e poi era andato al Circolo al Ponte della Ghisolfa, dove aveva scritto una lettera a Paolo Faccioli, uno degli anarchici che erano in carcere, falsamente accusati delle bombe alla Fiera di Milano.»

Il 25 aprile del 1969 alla Fiera di Milano, intorno alle 19:00, si verifica un’esplosione all’interno dello stand della Fiat: venti feriti. Alle 21:00 una seconda bomba deflagra nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nessun ferito. Solo panico e disorientamento. Vengono individuati e arrestati i responsabili: sei anarchici. Alcuni rilasciati qualche giorno dopo, gli altri processati e assolti nel maggio del 1971.

Possiamo soffermarci su questa lettera?

«Purtroppo diventerà il suo testamento. Dove dice, tra le altre cose, che l’Anarchia non è violenza, “che rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’Anarchia è ragionamento e responsabilità”. Dopodiché si reca al Circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese, dove c’è la volante della polizia. Mio padre, in quel momento, ancora non sapeva che era scoppiata una bomba. E da lì Calabresi lo invita a seguire la volante della polizia con il suo motorino, in questura. Cosa che mio padre farà.»

Perché non sapevate nulla della bomba di piazza Fontana?

«A casa nostra la televisione era rotta, quindi non si sapeva assolutamente niente. Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Noi eravamo abituate a vedere gente in casa, però ricordo che mia madre ci avvisò che erano dei poliziotti. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Poliziotti dell’ufficio politico della questura di Milano?

«Sì, sicuramente.»

Il commissario era Lugi Calabresi?

«Era Calabresi. È stato lui ad invitare il mio papà ad andare in questura per degli accertamenti.»

1 parte/continua

Pino Pinelli

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

LA LETTERA/TESTAMENTO DI PINO PINELLI

Indirizzata all’Anarchico Paolo Faccioli, accusato ingiustamente (insieme ad altri compagni) delle bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969.

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco; ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti.

L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.

Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti darmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.

Tuo Pino.

Morte accidentale di un anarchico.

Spettacolo rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1970 a Varese da Dario Fo e il suo gruppo teatrale “La Comune”.

Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti e delle battaglie civili. Lo abbiamo contattato per affrontare l’annoso problema della sanità molisana e la relativa situazione emergenziale: «La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. La politica regionale non racconta la verità dei fatti». E sul centro Covid di Larino: «Il commissario Giustini ha subìto pressioni.»

Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»
L’avvocato Enzo Iacovino

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Sto preparando un modello per l’accesso alle cartelle cliniche, perché l’Asrem ha eccepito che vorrebbe le firme di tutti gli eredi. Noi sosteniamo che basta un singolo erede per poter accedere alle cartelle cliniche. Stiamo preparando l’accesso agli atti per avere tutti i documenti da parte del ministero e da parte della Asrem, tutti i dati trasmessi al ministero, lavorati secondo gli indici espressi nella circolare dell’aprile di quest’anno, in virtù della quale è stato stabilito il colore della Regione. Vogliamo capire se i dati sono reali oppure no. Noi abbiamo dei dati disponibili informalmente e vogliamo verificare i dati che hanno inviato.»    

Comincia così la nostra conversazione con l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti civili. In questi ultimi mesi è diventato anche un punto di riferimento sulle tematiche legate alla malasanità e all’emergenza Covid. Proprio la settimana scorsa ha presentato in videoconferenza, insieme agli altri fondatori e iscritti, il Comitato «Dignità e Verità» per le vittime del Covid.

«Un gruppo di persone, parenti di vittime Covid, che hanno condiviso le proprie storie» – come ha specificato il presidente del Comitato Francesco Mancini -. «La verità deve venir fuori affinchè si possa mettere fine una volta e per tutte a questo strazio, perchè è proprio di questo che si tratta se pensiamo come sono morte quelle povere persone in quei reparti isolati, emarginati, abbandonati e privati di dignità. Dalle diverse storie che abbiamo raccolto e documentato si evince chiaramente che i nostri ammalati hanno chiesto aiuto in tutti i modi e con tutti i mezzi in loro possesso

«È chiaro che chi aderisce al Comitato – ha spiegato l’avvocato Iacovino – vi aderisce perché c’è stato un decesso e ha subito una grande sofferenza. Adesso bisogna capire è successo dal ricovero al decesso di tante persone. Quello che posso dire è che se, normalmente, in un reparto c’era un numero di infermieri e di medici, questo numero stabilito dalla legge è assolutamente saltato al reparto di malattie infettive del Cardarelli.»

Facciamo un esempio…

«Nel reparto di malattie infettive ci sono cinque sanitari, tra medici e infermieri e queste persone fanno dei turni e orari massacranti per garantire assistenza a circa sessanta ricoverati. Sono tantissimi e vanno ben oltre ogni limite consentito dalla legge. Un conto è accudire dieci persone altro è accudire cinquanta ricoverati.»

Per quanto riguarda questi malati, ad oggi, qual è la situazione?

«Se viene accertata la positività della persona, questa su rivolge al medico di famiglia e viene invitata a fare una quarantena, che può essere fiduciaria, laddove il soggetto è stato a contatto con un positivo oppure obbligatoria se ritenuto positivo. In quarantena si seguono delle profilassi non sempre omogenee. Ed invero ci risulta che sono diversi i protocolli terapeutici, già questo è pericoloso.»

Perché?

«Perchè non c’è un protocollo uniforme in tutto il territorio per la cura del Covid. Se la situazione dovesse aggravarsi e diventare critica, sempre dopo aver consultato un medico di famiglia, si contatta il 118 che ti porta al pronto soccorso più vicino. Quindi Termoli, Isernia o Campobasso…»

E dopo cosa succede?

«Bisogna mettersi in contatto con malattie infettive per capire se c’è posto. E qui già si crea il primo ingorgo. Dopodiché questi pazienti vengono portati a malattie infettive.

Stessa trafila per i positivi che si trovano nelle diverse strutture sanitarie.»

Dove ci sono pochi posti letto…

«Pochi posti letto disponibili rispetto ai pazienti che hanno necessità di cure.»

Quanti sono i posti di terapia intensiva disponibili in Molise?

«Per quanto mi è dato di sapere pochi rispetto ai 30, più 14. Loro sostengono che ci sono dei posti occupati che risulterebbero inferiori ai posti disponibili ma in realtà danno semplicemente dei numeri…»

Chi sono “loro”? A chi si riferisce?

«A chi va spesso in televisione a dare dei numeri. Mi esimo anche dal dire chi da i numeri. Noi abbiamo altri numeri e mi risulta che i NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma, nda) sono andati a fare visita proprio per verificare questo aspetto. Quindi noi, a questo punto, attenderemo anche l’esito ispettivo per avere conferma di quelli che sono i nostri dubbi.»

Quindi non esiste una ufficialità sul numero dei posti di terapia intensiva?

«Sappiamo che terapia intensiva è satura e i posti sono inferiori a quelli che avrebbero dovuto attivare. Peraltro ci risulta che alcune sale operatorie siano state utilizzate per la terapia intensiva rendendone cosi inutilizzabili per gli interventi ordinari. Secondo le nostre fonti i dati sono diversi e siamo estremamente preoccupati su quella che è la mancanza di ufficialità rispetto alla colorazione della Regione in termini di gravità della pandemia. Tanto è vero che, se la Regione dovesse risultare diversamente colorata, in peggio, ci troveremo di fronte a delle condotte non restrittive che avrebbero agevolato l’espandersi della pandemia, con gravissime responsabilità.»

Perché il progetto del centro Covid, individuato inizialmente nella struttura sanitaria di Larino, è stato messo da parte?

«C’è stata una istanza da parte del 90% dei sindaci molisani (118, nda) che avevano caldeggiano la soluzione di Larino centro Covid, ma non per un fatto di campanile. Si conveniva su questa struttura chiusa per la sua modernità e oggettiva utilizzabilità per lo scopo. Ovviamente ha preso posizione anche il consiglio regionale, tanto è vero che la mozione votata in consiglio ha ricevuto la maggioranza dei voti. Non solo dalle opposizioni ma anche di quella parte di maggioranza che, in qualche modo, ha ritenuto di staccarsi per un motivo obiettivo e serio. Forte di questa posizione politica e amministrativa espressa dagli organi elettivi, sindaci e consiglieri, il commissario del Governo, Giustini, ha coerentemente predisposto un piano Covid individuandolo nell’ospedale di Larino.»

dalla trasmissione Titolo V, RaiTre

Cosa prevedeva questo piano Covid?

«Non solo la cura dei pazienti, ma anche la riabilitazione dei soggetti negativizzati e un loro sostegno psicologico. Sarebbe dovuto diventare, e non escludo che possa ancora diventarlo, un centro di eccellenza. Mi auguro che questi signori ci ripensino rimendiando in parte allo scempio che hanno fatto.»

E dove finisce il progetto di Giustini?

«Il giorno dopo ne è stato presentato un altro a firma del dirigente della sanità molisana, del direttore generale dell’Asrem e del sub commissario. Di fronte a questi due progetti Urbani, soggetto noto nel mondo della sanità che si occupa addirittura dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, nda) e, pertanto, della sanità privata, ha chiamato il commissario.»

Per quale motivo Urbani ha chiamato il commissario?

«A noi risulta, perché c’è una lettera, che dopo aver osservato il progetto del commissario gli fa capire, senza mezzi termini – e questo è stato pubblicato in un articolo di un giornale -, che il progetto che avrebbe trovato concretezza sarebbe stato quello depositato dagli altri e non il suo.»

Ma il commissario alla fine ha firmato.

«Il commissario ha inspiegabilmente sottoscritto questo secondo progetto.»

Perché il commissario Giustini firma questo secondo progetto?

«A me risulta che lui sia stato quasi costretto a firmare questo progetto. La pressione che ha preceduto la sottoscrizione non mi risulta e sarebbe utile capire se e chi l’ha esercitata, rispetto a un commissario – un pubblico ufficiale –, al punto da indurlo a firmare un progetto che diversamente non avrebbe firmato.»

Lei come fa a dire questo?

«La prova che lui non avrebbe firmato, se non avesse ricevuto questa pressione, e sarebbe il caso che la Procura indagasse, la fornisce il commissario in un articolo, dove afferma che aver pregiudicato il progetto di Larino è stato un peccato, perché sarebbe stata l’unica struttura che avrebbe potuto garantire la cura e la riabilitazione dei soggetti malati.»

Stiamo parlando della famosa lettera sbandierata, in una trasmissione televisiva, dal presidente della regione Molise?

«Quel foglio non era altro che la lettera che aveva scritto Urbani a Giustini dove lo invitava, sostanzialmente, ad apportare delle modifiche. Però è improprio definire quella lettera una bocciatura. Quindi chi ha detto che il progetto è stato bocciato ha detto una bugia clamorosa.

Il progetto di Giustini non è stato mai bocciato.

Il commissario è stato costretto a firmare un altro progetto. Se io non fossi stato costretto a firmare qualcosa non mi lamenterei della scelta fatta. Questa è la mia deduzione.»

Lei, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Radio Radicale, ha affermato che “gli ospedali molisani sono dei lazzaretti e nessuno parla”. A cosa si riferisce?

«Inopportunamente hanno introdotto la regola del silenzio ai medici impefendogli di comunicare e di esprimere la loro opinione e il loro diritto di critica. Diritti questi garantiti, compreso i dipendenti, dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. In questo caso ci troviamo di fronte ad un’azienda pubblica, che garantisce il diritto e la tutela della salute e a maggior ragione i medici dovrebbero parlare.

Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere cosa accade in queste strutture, per sapere come stanno le cose. Nel rispetto del principio della libera scelta della struttura a cui rivolgerci. Se voglio, posso andare in qualsiasi ospedale della Repubblica italiana, perché è un mio diritto. E se mi viene detto che, ad esempio, a Campobasso non ci sono le precauzioni e la sicurezza giusta per potermi garantire da una infezione da Covid, devo essere libero di non andare. Ma devo essere, assolutamente, informato. La parola e la comunicazione tecnico/scientifica deve essere lasciata ai medici, non ai tecnici ne tanto meno ai politici manipolatori.»

La politica regionale racconta bugie ai cittadini?

«La politica regionale non racconta la verità dei fatti.»

La politica regionale è in grado di gestire questa emergenza?

«Ad oggi ha dimostrato di non essere in grado. Abbiamo delle certezze. La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. Noi non godevamo di ottima salute in tema di sanità, vuoi per i grossi debiti pregressi, vuoi per il depauperamento a vantaggio di quella privata. Però il colpo di grazia lo hanno dato, in questa fase, coloro che avrebbero dovuto prendere delle iniziative a tutela dei cittadini. Non solo non hanno preso iniziative, ma hanno affossato gli ospedali molisani e, pertanto, oggi non abbiamo più gli ospedali che ci possono garantire la sicurezza in caso di ricovero per patologie diverse dal virus.»

Angelo Giustini

Il commissario Giustini è stato all’altezza del compito?

«A Giustini hanno dato un bellissimo cavallo, ma senza sella e senza stalla dove poterlo ricoverare. È un cavallo che corre da solo. Mi sono permesso di suggerire di utilizzare la guardia di finanza per lo svolgimento dei suoi compiti e prendere provvedimenti rispetto a chi non ha osservato compiutamente le leggi nella gestione della sanità. Ho anche suggerito di rimuovere il direttore generale della Asrem e comunque di dichiararlo decaduto. Come stabilisce il decreto legge Calabria, poi convertito in legge, che gli consente di poter gestire questa fase e di nominare un commissario, in sostituzione del direttore generale. La legge permette di nominare un direttore generale d’intesa con il presidente della giunta regionale…»

Esiste questa intesa?

«Se questa intesa non c’è la nomina spetta al ministro con un decreto, su proposta del commissario. Questo doveva già accadere. A me risulta che il direttore generale sia stato nominato direttamente dal presidente della giunta regionale, in violazione di questa legge.»

E perché Giustini non interviene?

«Bisogna chiederlo a lui. Ma c’è bisogno di decisionismo.»

Lei su Radio Radicale ha dichiarato: “stanno tenendo ben addomesticata l’informazione”. A chi si riferisce? Sta puntando il dito contro l’informazione nazionale o regionale?

«Mi riferisco a tutta l’informazione. A livello nazionale, ad esempio, non abbiamo un’informazione sul Molise, se non per piccole situazioni.»

“Abbiamo il fondato dubbio che questa Regione non abbia mandato i dati, quelli veri, al ministero”. Lei conferma questa sua affermazione?

«Assolutamente sì.»

È molto grave, se dovesse corrispondere alla realtà. Non crede?

«Qualcuno, se vuole, mi può querelare. Così, finalmente, facciamo i processi nel Molise.»

Ma per quale motivo: per una questione di attribuzione del colore o per nascondere qualcosa?

«Mi auguro che non sia solo un gioco.»

Cosa intende?

«Al momento lo potremo considerare un gioco di potere, quello di dire “io sono il più bello di tutti”. Nel Molise assistiamo ad un teatro dell’assurdo di soggetti che auto proclamano la loro efficienza ma in realtà non sono all’altezza della situazione. Soggetti che hanno provocato danni irreparabili e irreversibili. A mio avviso, il presidente della giunta, solo per come ha gestito l’emergenza dovrebbe semplicemente dimettersi e chiedere scusa ai cittadini molisani.»

AVVERTENZA: Poche ore fa abbiamo tentato di metterci in contatto con il commissario ad acta Angelo Giustini.

Non siamo stati fortunati.

Continueremo a farlo, per poter riportare anche il suo punto di vista.  

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

Leggi anche:

 «Questa Sanità ha fallito. Stanno facendo il gioco delle tre carte»

– Molise, ecco il Comitato DIGNITA’ e VERITA’ per le vittime Covid

– Coronavirus: «È una carneficina»

– «Censurato» il dott. Ettore Rispoli dopo la nostra intervista. Aveva denunciato la drammatica situazione sanitaria

Testimoni di Giustizia #tesidilaurea

GRAZIE DI CUORE Elena, dottoressa in Scienze criminologiche per l’investigazione e la sicurezza…

Auguri per il tuo traguardo.

#tesidilaurea#tdg#testimonidigiustizia

«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

L’INTERVISTA. Parla Enzo Cimino, presidente dell’OdG: «L’anno prossimo saremo i primi, in Italia, a dar vita al primo corso sulla lingua dei segni». A Campobasso nascerà la Scuola di Giornalismo: «Un Master di primo livello per quindici persone». E sulla sede dell’Ordine non è mancato l’affondo: «Non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

Enzo Cimino, presidente dell’Ordine dei giornalisti

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Come devo commentare un 8 a 1 sul regionale e un 3 a 0 per i revisori? Facile: una vittoria pulita, netta, trasparente, che rasserena un ordine verso la compattezza. Auguri a tutti.» Questo è il messaggio apparso, nel mese di ottobre, sulla bacheca Facebook del professor Vincenzo Cimino, attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti del Molise. Una carriera professionale iniziata a Roma e poi proseguita in Molise, con la direzione di diversi organi di informazione. Dieci anni presso il consiglio nazionale dell’Ordine e la nomina a Cavaliere della Repubblica hanno impreziosito il suo curriculum. Abbiamo deciso di intervistarlo per fare il quadro della situazione, dopo due mesi dalla sua elezione. E siamo partiti proprio dal risultato elettorale schiacciante. «Il dato più importante è l’affluenza – ha spiegato il presidente dell’Ordine -, generalmente in Molise andavano a votare intorno ai 250-300 pubblicisti. Ed era già una percentuale molto alta che si aggirava intorno al 60-65%. Questa volta, già dal primo turno, c’era la necessità di far confluire il maggior numero possibile degli elettori. Non per il risultato in sé, ma perché volevo una prova di forza.»

Che significa?

«Volevo una dimostrazione, perché dopo aver lavorato così assiduamente per diversi anni volevo che, almeno una volta, ogni tre anni i colleghi andassero a votare. Nonostante il Covid, nonostante la pioggia hanno votato circa 470 pubblicisti su 620 aventi diritto (con l’esclusione dei morosi). Su 470 aventi diritto al voto ho preso 426 voti validi.»

Una percentuale molto alta, stiamo parlando quasi del 92%. Un risultato bulgaro, ovviamente riferito al dato. Come si possono leggere questi numeri?

«Mi sono messo a disposizione dei colleghi per dieci anni e sono stato ripagato. Un risultato così importante prevede un altrettanto importante impegno da parte mia. È stato un lavoro di squadra. Mi ha aiutato anche il terzo seggio a Termoli, perché in passato i colleghi del basso Molise dovevano venire a votare a Campobasso. C’è stata più democrazia e più partecipazione. La mia gioia non è tanto il fattore numerico, la mia contentezza deriva dalla percentuale di anziani, dalla percentuale di colleghi che sono partiti da lontano, che hanno fatto centinaia di chilometri, per esprimere un voto. Un collega di ottant’anni è partito da Torino ed è venuto per darmi una mano. Queste sono attestazioni di stima che non posso trascurare.»

Questa “prova di forza” è legata esclusivamente ad un impegno personale o è anche una risposta dei colleghi molisani per cambiare pagina per quanto riguarda la gestione dell’Ordine?

«È normale che in campagna elettorale ognuno chieda il sostegno agli iscritti e si aspetta un bel risultato. Non ho voluto cambiare pagina perché, come diceva un famoso giornalista, lo sbarramento non lo fanno le leggi. Lo sbarramento lo fanno gli elettori. Finalmente possiamo dire che abbiamo messo una categoria al riparo da tutto, un risultato netto che ci dà grosse sensazioni di omogeneità. Oggi, possiamo dire che la categoria non è divisa. Più che bulgaro, direi, un risultato trasparente. Nessuno può adombrare dubbi.»

Quali sono le differenze con il passato?

«Innanzitutto l’impostazione. In un ambiente come il Molise ci sono circa 700 pubblicisti e 70 professionisti e tra questi ultimi dobbiamo toglierci i pensionati e coloro che lavorano fuori Regione. Quindi non vedo perché 700 persone devono farsi guidare da 70 colleghi. Settecento persone che versano la stessa quota. Dal punto di vista economico l’Ordine dei giornalisti del Molise è retto dai pubblicisti. Questo è un dato chiaro. Poi bisogna aggiungere anche un’altra cosa…»

Prego.

«Il professionismo in Molise non esiste.»

Che significa?

«Non esiste dal punto di vista contrattuale. Se togliamo alcune “oasi” non esistono contratti giornalistici degni di nota. Siamo una Regione piccola dove ci sono bravissimi giornalisti, molti dei quali sono pubblicisti. A volte per scelta loro, altre volte per scelta del mercato, altre volte per sfortune o per episodi che hanno contraddistinto la loro vita privata. Penso di essere uno di questi. Sono un professionista, tornato tra i pubblicisti. E lo dico con grande orgoglio. Sono felicissimo di essere pubblicista abilitato e come me ce ne sono tanti altri.»

Stiamo parlando del progetto di un Ordine unico?

«Sono per un Ordine unico, dove non esista l’esclusività professionale e dove tutti facciano l’esame. Esiste per tutte le professioni e, quindi, non vedo il motivo per il quale l’Ordine dei giornalisti debba avere un esame di stato appannaggio del consiglio dell’Ordine. Vorrei un corso di studi universitario con un esame stabilito dallo Stato. Questo è il mio desiderio. Oggi giorno il giornalista chi è? È l’editore che stabilisce chi diventa giornalista, è l’editore che fa i contratti e che ti dà la possibilità di sostenere l’esame, di diventare pubblicista o professionista. Oggi giorno se una persona vuole diventare professionista l’unica cosa che può fare è un Master. Come Ordine abbiamo tentato più volte di cambiare la legge professionale, ferma al 1963, dove non si parla nemmeno di posta elettronica, di giornali online. Ma, purtroppo, fino a quando la classe dirigente parlamentare non cambierà sia la norma istitutiva dell’Ordine e dell’esercizio della professione noi resteremo sempre fermi a cinquanta, sessant’anni fa.»

Qual è lo stato di salute dell’informazione regionale?

«Sono fiero dell’informazione regionale, lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo ancora oggi nell’emergenza Covid dove non ci sono grossi strafalcioni. Lo dimostriamo perché non ci sono grosse irregolarità nelle fasce protette. Sono molto soddisfatto. Poi se vogliamo parlare di qualità è normale che dobbiamo paragonare il prodotto a quello che l’editore offre. Giustamente se il giornalista è sottopagato non possiamo aspettarci grossi risultati. Però mi viene da dire che i giornalisti del Molise sono degli “eroi” e lo dico con grandissima onestà intellettuale. Noi abbiamo bellissime professionalità, come la persona che mi sta intervistando, che insistono nel voler dedicare tutta la loro vita, pur sapendo che avranno magri guadagni, tante querele ma molte soddisfazioni a livello intellettuale. Poche soddisfazioni a livello economico. E questo si ripercuote sulla vita privata. I giornalisti della nostra Regione fanno pochi figli, hanno poco tempo a disposizione, si sposano poco, passano da un Tribunale all’altro e, a volte, sono costretti a crearsi un loro giornale telematico, una loro testata per essere liberi di esprimersi nel miglior modo possibile. Sono tutti padroni della materia, sono tutti padroni del territorio ma poveri di finanziamenti in grado di poter elevare questa professione. La politica ha tentato di toglierci i mezzi, però la testa e la penna non ce la toglieranno mai.»

La qualità del giornalismo è possibile aumentarla anche con i corsi di aggiornamento?

«Ogni Ordine offre il suo pacchetto di corsi. Dobbiamo tener presente delle limitazioni del budget ma, nonostante questo, stiamo sfruttando le maggiori espressioni professionali della nostra Regione e metterle all’attenzione dei colleghi. Il Molise non ha soltanto il problema del precariato giornalistico o degli scarsi introiti. È una Regione piccola che soffre di tante difficoltà. I corsi sono importanti perché danno la possibilità di confrontarsi con il mercato e con i colleghi. Quindi ho preso i pubblicisti avvocati, i pubblicisti medici, i pubblici ingegneri e li ho messi insieme per dare loro dignità. Cos’è il pubblicismo? Come diceva l’On. Gonella, il fondatore del nostro Ordine, è l’elenco dei sapori e dei saperi. Questi ultimi sono legati alle professioni di ciascun pubblicista, mentre i sapori sono il gusto che il giornalista ci mette nell’amalgamare l’esperienza professionale a quella della scrittura. Non c’è giornalista migliore che il medico che scrive di medicina, l’avvocato che scrive di penale, il musicista che fa una critica di un concerto. Questo ho fatto all’interno dei miei corsi, ho messo le migliori professionalità al servizio dei colleghi, con grossi risultati.»

Come si comporta la classe dirigente molisana con il giornalismo regionale?

«C’è una forte commistione che è innegabile, che lega alcuni editori con la politica. Una commistione anche di sangue e non solo di amicizia e di affari. Il progresso tecnologico ha comportato che alcuni politici, in qualche modo, si sono creati un loro organo di informazione. E quindi, molti giornalisti sono diventati delle vittime. In un ambiente così piccolo è molto facile incidere attraverso editori o giornalisti. Nella nostra regione abbiamo un solo cartaceo e, paradossalmente, molti telematici che, molto spesso, trattano lo stesso argomento con il “copia e incolla” dei comunicati stampa.»

La politica cosa ha fatto?

«Una cosa positiva e una cosa negativa. La cosa positiva è quella di aver delineato una legge per l’editoria, insieme al sindacato e all’Ordine dei giornalisti. La politica ha dato una risposta, è venuta incontro alla stampa. Hanno messo i soldi a disposizione. Di leggi regionali ce n’era una sulla carta stampata, poi cassata in favore di una legge a tutto tondo. La legge 11 del 2015 cambiata ben 15 volte, mi sembra, nel giro di pochi anni.»

La notizia negativa?

«La politica dà dei fondi agli editori e i giornalisti devono sperare che gli editori prendano i soldi per essere pagati. Un controsenso. Un giornalista deve sperare che la politica paghi il proprio editore per poi, forse, prendere i soldi. Alcuni editori sono diventati, stranamente, pubblicisti. Alcuni editori hanno allargato le proprie redazioni facendo dei contratti a chi dicevano loro. Da questo punto di vista ho un’altra idea.»

Possiamo illustrarla?

«Da cittadino devo pagare le tasse e la Regione finanzia una legge regionale per i giornalisti. Ma i giornalisti e gli editori cosa danno alla società? La Regione paga un giornale, ma per cosa? Quindi io dico: diamo i soldi agli organi di informazione, ma purchè restituiscano al territorio qualcosa. Penso all’autoproduzione. Chi è che vigila? Come fai a quantificare la qualità di un prodotto editoriale? La Regione dà il 65% dei soldi per le maestranze assunte e il 35% per le spese generali, ma l’editore cosa sta restituendo alla società? Hanno stanziato un milione di euro ma alla fine le domande, che sono arrivate, non consentivano lo smaltimento di questa cifra. In base alle domande arrivate degli editori, aventi diritto al fondo, superavano i due milioni.»

E quindi cosa avrebbero dovuto fare?

«Fare una legge sull’editoria in base ai compartimenti. Ci sono dieci televisioni, dieci radio e, allora, mettiamo tanti soldi. Non creare un calderone. Sostanzialmente se, oggi, faccio un giornale telematico e assumo mia moglie fra tre anni rischio di prendere i soldi, senza che nessuno vada a verificare quello che ho detto. È un controsenso. Vorrei, come Ordine dei giornalisti, che la Regione dia a chi veramente fa informazione, con un auto produzione. Ma perché la Regione Molise deve pagare un giornalista scelto da un privato? L’editore sceglie il giornalista che dice lui e la Regione paga il 65% dello stipendio. Ma stiamo scherzando? Non è corretto.»

Facciamo un bilancio sulla legge dopo cinque anni.

«Ha migliorato l’attività dell’informazione? Bah. Ha migliorato le sorti dei giornalisti? Non mi pare.»

Che cosa ha prodotto la legge per l’editoria del Molise?

«Che le copie si sono perse, la pubblicità pure e gli editori hanno cominciato a litigare tra di loro per quei soldi. La politica ti dà lo zuccherino, ma poi ti blocca. Sfido qualsiasi editore, oggi, a fare inchieste contro chi, poi, a fine anno in qualche modo ti rimborsa per quello che fai. Alla fine i conti questi sono. Quante inchieste si fanno in questa Regione? Chi le fa? Quali risultati portano? Non è un caso che su 700 giornalisti ci sono 150-200 contratti. Gli altri che fanno?»   

L’Ordine del Molise ha avviato le procedure legali per denunciare i siti pirata per contrastare l’esercizio abusivo della professione. Il fenomeno è vasto in questa Regione?

«Vengo da ventidue anni di iscrizione all’Ordine, conosco le realtà, conosco i colleghi, sono stato dieci anni al consiglio nazionale e sono entrato all’interno dell’Ordine per cambiare le cose. Un musicista che fa cambiare la musica. Abbiamo in Molise alcuni spazi, alcuni contenitori che vengono riempiti di informazione, di notizie, di articoli, di fotografie. La giurisprudenza è molto ferrea: laddove c’è un giornale, un blog, uno spazio, un contenitore che viene aggiornato con costanza, dove ci sono le pubblicità, che è identificativo di un territorio, che ha le sembianze di un giornale telematico che, però, non è scritto da giornalisti, ma da persone che fanno altre attività, allora c’è l’esercizio abusivo della professione.»

È vasto il fenomeno?

«In un territorio così piccolo di testate abusive ne ho riscontrate almeno sei. È talmente allarmante che questa mattina (ieri, nda) sono stato inondato di telefonate di colleghi che volevano sapere chi fossero. Ma questi abusivi nel Molise li vedo solo io o li vedono anche altri? Un tempo c’era la polizia giudiziaria che chiamava e chiedeva: “dove hai attinto questa notizia?”. Oggi non si sentono più. Questa mattina ho lanciato un’altra denuncia.»

Quale?

«Un direttore responsabile si dimette e l’editore continua a pubblicare. Ovviamente quel giornale telematico lo vedo solo io. Allora per ritornare alla domanda iniziale: perché Cimino ha preso il 92%? Perché in Molise molti colleghi hanno paura. Una persona che è capace, che ha tempo libero, che ha uno stipendio sicuro che viene da un’altra professione, forse, può rappresentare in questo momento colui che, in qualche modo, può tutelare i più deboli, gli indifesi, coloro che non hanno voce. Ho rappresentato e rappresento queste persone. Forse parliamo di un ambiente mafioso?»

È un ambiente mafioso?

«Diciamo che in Molise non si spara, però c’è la mafia bianca. E hanno scelto il presidente giusto. Non so per quanto tempo lo farò, per ora ho voglia di farlo. Magari tarperanno le ali pure a me, chi lo sa.»

Social e giornalismo. Come sta cambiando l’informazione? Quali sono i problemi da risolvere?

«Oramai gli amministratori si fanno la propria pagina e comunicano. Per me possono fare quello che vogliono. Ormai ci sono le persone che escono fuori con il cellulare, fanno i video e li mettono in rete. Questi non sono dei giornalisti, potrebbero essere dei comunicatori. Lo abbiamo visto durante il Covid e lo vediamo ancora. Molta gente va su Facebook, ma per avere la conferma accendono la televisione o leggono i giornali. Significa che comunque c’è scetticismo. Ho fatto uno studio con l’Agcom sulle fake news, abbiamo realizzato dei prodotti che stanno sul sito (odgmolise.it) che la dicono lunga sulle boiate, sulle notizie false, parzialmente false o ingigantite che navigano. E sono molto pericolose. Questa pandemia ha rafforzato la figura del giornalista.»

Quindi i comunicati stampa, realizzati da chi non fa questo mestiere, devono essere cestinati?

«Ricevo un comunicato stampa senza firma, senza un numero di telefono al quale chiamare per avere una informazione in più… ma questo è giornalismo? Quando facevamo i giornalisti noi, dieci, dodici anni fa, il comunicato stampa veniva ribattuto da capo, si telefonava. È una notizia che hanno tutti e non pubblichi niente di nuovo. Si parte dal comunicato per andare oltre. Se la notizia non viene diffusa da un giornalista non bisogna pubblicarla. Così si renderanno conto, non pubblicandola, che avranno bisogno di un giornalista. Se nessuno pubblicasse nulla si risolverebbe il problema.»

L’Ordine dei giornalisti avrà, a breve, una sua testata?

«Da 16 anni l’Odg del Molise non comprava un giornale, un Ordine che non compra un giornale. La prima cosa che ho fatto è stata una convenzione con la casa editrice Volturnia edizioni di Isernia. Quando è venuto Carlo Verna a Campobasso (presidente nazionale OdG, nda) lo abbiamo omaggiato con due libri. In passato, quando venivano i presidenti dell’Ordine regalavano i caciocavalli, i fiori. Carlo Verna ha dormito a Campobasso in albergo che si è pagato lui. Non per una questione di scortesia, ma ha capito che è cambiata la musica. Ho registrato un giornale al Tribunale perché ci sono tanti giornalisti in Molise che non possono scrivere da nessuna parte, perché non li fanno scrivere, perché non si piegano ai due o tre euro a pezzo. Questi giornalisti che rischiano la radiazione per inattività scriveranno sul giornale dell’Ordine. Oggi i colleghi possono leggere i giornali presso la nostra sede, possono collegarsi a internet. Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti. Abbiamo sistemato l’archivio digitale. E voglio segnalare altre due operazioni.»

Quali sono?

«Abbiamo dato vita al primo corso di lingua spagnola, con apprezzamenti che ci vengono da altri Ordini professionali. Corsi di dizione e lettura espressiva fatti anche online. E l’anno prossimo altre due perle e la vostra è la prima testata che ospita questa notizia.»

Che notizia?

«L’anno prossimo l’Ordine dei Giornalisti del Molise sarà il primo, in Italia, a dar vita al primo corso, in assoluto, per la lingua dei segni. Verrà una Associazione qualificata da Roma, farà un corso a numero chiuso, e comincerà a spiegarci il linguaggio dei segni. Il mio sogno è vedere le televisioni locali offrire l’informazione anche alle persone più sfortunate di noi. Abbiano Vittorio Venditti, direttore di Gambatesa News, collega pubblicista privo di vista che mi ringrazia tutti i giorni, perché il nostro sito (odgmolise.it) è fruibile, con un programma, anche per lui. La dignità dei molisani si vede anche da questo. Dall’offrire l’informazione alle persone più sfortunate, ma più capaci di noi. Sfido chiunque a fare il giornalista senza vedere e a fare il giornalista senza sentire.»

Cosa può rappresentare il corso sulla lingua dei segni?

«Una valvola di sviluppo e di occupazione per i giornalisti, che possono imparare una professione.»

La seconda notizia bomba?

«L’Università degli Studi di Fisciano ha chiuso la Scuola di Giornalismo. Come è chiusa quella di Sora. Apre a Campobasso. L’Ordine dei giornalisti del Molise, il Corecom, l’Ufficio scolastico regionale, insieme al professor Pardini di Scienze Politiche, daranno vita ad un Master di primo livello per quindici persone. Vogliamo continuare a litigare tra di noi o vogliamo cercare di andare d’accordo?»     

Prima di lasciarci dobbiamo affrontare la questione della sede dell’OdG del Molise.

«Non è a norma. Me ne sono accorto solo io. Ci stanno da più di dieci anni in via XXIV Maggio 137 e nessuno si è accorto di nulla. Questa cosa è molto strana.»

È anche gravissima.

«Il contenuto di questa notizia è molto grave. L’Ordine dei giornalisti del Molise, e lo può testimoniare l’avvocato Iacoponi che sta curando il percorso e il geometra Cinzia Cutone, sta in una sede dove non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Come si fa a votare, a fare le riunioni, a fare il disciplinare, i revisori dei conti. Non dovremmo aprire la porta. Onde evitare che qualcuno ne risponda in altra sede nel corso della prima riunione ho disposto l’immediato trasferimento dell’Ordine. E voglio ricordare che l’Ordine è un Ente di diritto pubblico, ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ‘ndrangheta

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – Il 24 novembre del 2009 il clan Cosco mette le sue mani sporche su una fimmina calabrese. Una donna, nata in un contesto mafioso, che mai aveva commesso reati. In vita abbandonata dallo Stato (ma non solo), bruciata in un bidone dalla ‘ndrangheta e inserita, erroneamente, tra i collaboratori di giustizia.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla 'ndrangheta
Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una
grande amarezza. Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.
L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla post-fazione (Il Coraggio di dire No, 2012 e 2018) di Enrico Fierro

Lea Garofalo è una fimmina ribelle calabrese, una donna che non ha girato la testa dall’altra parte, che l’ha alzata davanti ai mafiosi vigliacchi.

Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. All’età di otto mesi, nel 1975, la prima tragedia: viene ammazzato a colpi di lupara suo padre Antonio, il boss di un paesino in provincia di Crotone.

Nel 2005 tocca a suo fratello Floriano, detto Fifì, il boss dei petilini a Milano, il contabile del clan. Checché ne dica l’ex ministro dell’Interno Maroni (addirittura chiese una puntata riparatrice alla Rai per rispondere a una denuncia dettagliata sulla presenza delle mafie nell’Italia settentrionale). Le mafie al Nord ci sono e fanno i loro sporchi affari da quarant’anni.

Lea Garofalo nasce in questo contesto criminale: con la morte del padre inizia la faida con i Mirabelli, l’altra famiglia mafiosa di Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro (Kr). Sono gli anni della prima guerra di ‘ndrangheta che toccherà tutta la Calabria.

I vecchi boss, che si pisciano nelle mutande, vengono sostituiti dai nuovi capi bastone. Sul mercato sono prepotentemente apparse le sostanze stupefacenti, il grosso business dell’epoca che permetterà alla mafia calabrese di fare il salto di qualità e di trasformarsi nell’organizzazione criminale più forte al mondo, oggi, capace di mercanteggiare direttamente con i cartelli colombiani e di avere il monopolio in Europa per il traffico di cocaina.

Anche a Pagliarelle si spara. E si uccideranno per molto tempo, sino agli anni ’90. Quindici anni di faida, quindici anni di sangue. La nonna di Lea, davanti ai morti ammazzati della sua famiglia, ripeterà in continuazione: «il sangue si lava con il sangue».

Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Incontra un piccolo e insignificante guappo di paese, Carlo Cosco. E si innamora.

Una mera illusione per la giovane donna, intenzionata ad affidare il suo cuore nelle mani di un uomo (in questo caso, di un quaquaraquà). Ma commette un grave errore: il guappo non ha sentimenti, è solo una bestia assetata di sangue e potere.

Lui sfrutterà l’amore della donna, la figlia del boss ammazzato e la sorella del contabile Fifì, per tentare la scalata criminale, per conquistare la piazza di spaccio milanese, in via Montello.

Un comprensorio, all’epoca, di proprietà dell’Ospedale Maggiore in mano alla ‘ndrangheta.

Trent’anni di anarchia criminale (spaccio di droga, omicidi, covo di latitanti, traffico di armi, locali affittati e venduti illegalmente agli immigrati), nella totale impunità, dove nessuno ha mai mosso un dito per riappropriarsi di una struttura pubblica.

Lea seguirà il suo uomo, il guappo diventato gregario di Fifì, proprio in via Montello.

Abbandona la sua terra per allontanarsi da un ambiente malsano. Ha una figlia piccola, Denise, concepita con il criminale dopo la tradizionale fuitina, da tutelare e proteggere.

Arriva nel comprensorio, ma la situazione non è affatto migliorata. Sembra di rivivere la faida di Pagliarelle. Non può uscire di casa, è succube del suo compagno violento. È costretta a subire la violenza animalesca della bestia, che conosce solo un linguaggio, e non è quello della ragione. Assiste anche a un omicidio, di un certo Antonio Comberiati, eliminato dai Cosco per completare la scalata criminale.

La donna decide di abbandonare il suo uomo, la sua “famiglia” e il covo mafioso. Prende sua figlia Denise e scappa. Ma una donna, secondo quella mentalità criminale, non può decidere con la propria testa. Comincia l’inferno per Lea Garofalo. Subisce due aggressioni durante i colloqui in carcere, dopo aver comunicato la sua definitiva decisione: il piccolo mafiosetto che colpisce senza pietà e due vigliacchi, il padre e uno dei fratelli, che guardano senza muovere un dito. 

La seguono, tentano continue mediazioni, anche il fratello boss prende posizione e la schiaffeggia in pubblica piazza. Tutti devono vedere, tutti devono sapere.

Ma sua sorella è calabrese, ha la testa dura, continua per la sua strada. Denise deve respirare un’altra aria.

Le bruciano tre macchine«Non mi volete far vivere in pace?»si confida con la sorella Marisa«Adesso vi sistemo io e dico tutto quello che so».

Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato. Incontra un magistrato, Salvatore Dolce, a Catanzaro («Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti»scriverà nel suo memoriale nell’aprile del 2009«vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese dalle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di Catanzaro e lì fui sentita in presenza di un avvocato»e comincia a raccontare la sua storia, il suo dramma: parla della morte del padre, della faida di Pagliarelle, dei traffici e degli affari della sua famiglia, parla del fratello boss, degli affari dei Cosco, delle attività a Milano.

Svela ciò che non andava svelato e rompe il codice secolare della maledetta ‘ndrangheta. Diventa una collaboratrice di giustiziasenza aver commesso mai alcun tipo di reato.

Entra nel programma di protezione, dal 2002 al 2009: sette anni di tribolazioni. Le sue dichiarazioni non servono a nulla, non verrà mai istruito un processo.

In vita Lea Garofalo non viene ritenuta credibile. Anzi, viene definita una «pentita», una «prostituta», una «tossica». Il suo testamento, il memoriale scritto nel 2009, indirizzato al Capo dello Stato dell’epoca (Giorgio Napolitano, nda) e agli organi di informazione nazionali, verrà pubblicato solo dopo la sua tragica morte.

Non è mai stata aiutata da nessuno.

Negli anni della protezione cambia continuamente città, con sua figlia Denise è costretta a scappare da questi criminali che hanno deciso la sua condanna a morte. Durante il programma la protezione funziona. I tentativi dei Cosco, di mettere le mani sulla donna, risultano inutili. Ma questa nuova vita non soddisfa le esigenze delle due donne: sono anni difficili, pieni di sacrifici, non riescono nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

A Bojano, in Molise, Lea chiama sua sorella e chiede di poter rientrare in Calabria. Svela la sua residenza protetta e viene cacciata, insieme a sua figlia, dal programma. Dopo un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, le due donne, riacquistano la protezione. Per poco tempo.

Rientrano in Calabria, con il permesso della ‘ndrangheta, e dopo diversi anni, la donna ribelle, si rivede con il suo ex convivente Carlo Cosco.

Nella sua mente criminale c’è il piano, nato agli inizi degli anni 2000, per l’eliminazione della donna. Sta cercando l’occasione giusta per sopprimere fisicamente la madre di sua figlia. Denise sta frequentando il secondo anno delle superiori a Campobasso e decidono di ritornare in Molise per permettere alla giovane di terminare l’anno scolastico.

È Cosco che si preoccupa di tutto, sembra cambiato, diverso. Ma è solo una tattica, una strategia. Tramite un’agenzia immobiliare affitta un’abitazione nel capoluogo molisano, in via Sant’Antonio Abate, numero 58.

Le due donne, insieme al Cosco e alla madre, ritornano in Molise. Ma Lea non è autorizzata a dormire nella nuova casa, deve restare in macchina.  

Dopo diversi giorni, stanca di essere trattata peggio di una bestia, fa irruzione in casa e affronta la suocera, la madre del mafiosetto di provincia.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (ph Paolo De Chiara)

Il 5 maggio 2009, il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. La fimmina calabrese si accorge che il soggetto non è adatto ad aggiustare l’elettrodomestico rotto. È solo un sicario inviato dal clan per raggiungere l’obiettivo stabilito: stordire la donna, impacchettarla con dei cartoni, nasconderla in un furgone (prestato da un cinese, titolare di un’attività commerciale in via Montello a Milano), trasportala in Puglia, in aperta campagna, interrogarla, ucciderla e scioglierla nell’acido.

Secondo i magistrati di primo grado nel furgone parcheggiato davanti all’abitazione di Campobasso è presente un fusto con 50 litri di acido.

Il piano fallisce.

Miseramente.

Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

L’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. Lea viene allontanata da sua figlia Denise, la fimmina che ha rotto il maledetto codice secolare della mafia calabrese deve morire.

La uccidono brutalmente in un appartamento. Per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza.

Il luogo del delitto, San Fruttuoso – Monza (ph Paolo De Chiara)

Alla fine del primo grado di giudizio (30 marzo 2012), senza il corpo della donna, i magistrati parlano (e lo scrivono nelle motivazioni della sentenza) dei 50 litri di acido utilizzati per cancellare ogni traccia della donna.

Sei ergastoli: Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e il falso tecnico della lavatrice Massimo Sabatino.

Tra il primo e il secondo grado si registra il colpo di scena. Uno dei soggetti condannati all’ergastolo diventa collaboratore di giustizia. Venturino (ritenuto dai magistrati parzialmente credibile), l’ex fidanzatino di Denise, utilizzato dal padre per controllare la figlia, offre la sua versione.

Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido. È stata uccisa a colpi di pugni, poi strangolata, poi trasportata in un magazzino a San Fruttuoso (Monza) e bruciata in un bidone.

Il bidone della morte (archivio Tribunale di Milano)

In un tombino – tre anni dopo la morte – verranno ritrovati 2.810 frammenti ossei della donna. Non riconosciuti con l’esame del DNA, ma utilizzando una vecchia lastra dentaria di Lea. Fornita da sua figlia Denise.  

Hanno distrutto una vita e un corpo, ma non sono riusciti a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No.

La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli. Nel secondo grado (29 maggio 2013) viene riformata parzialmente la precedente sentenza.

Quattro ergastoli: Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino; venticinque anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Venturino e un’assoluzione per Giuseppe Cosco, detto Smith).

Il 18 dicembre del 2014 la Cassazione ha messo la parola fine, respingendo i ricorsi dei condannati. Denise, la figlia con lo stesso coraggio di sua madre, vive in località protetta, lontana da tutti e da tutto.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

Cimitero Monumentale, Milano (foto Paolo De Chiara)

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Graofalo

– LE TESTIMONIANZE. «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

Leggi anche: 

– «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

 Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – 24 novembre 2009. IL PAESE DEL GIORNO DOPO. La fimmina calabrese, uccisa brutalmente dalla ‘ndrangheta, è una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Il riconoscimento non è mai arrivato ufficialmente. Dall’inizio l’hanno inserita tra i collaboratori, ma la donna non aveva mai commesso alcun reato. Il 28 settembre del 2018 (nove anni dopo) il magistrato Salvatore Dolce dirà pubblicamente: «Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo».

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«No, non è una testimone. L’hanno inserita tra i collaboratori di giustizia. Non si può far rientrare Lea Garofalo tra i testimoni di giustizia.» Queste affermazioni, dopo undici anni dalla sua morte violenta, continuano ad essere utuilizzate – a sproposito – da chi non sa o, peggio, fa finta di non sapere. Allora bisogna dirlo e sostenerlo chiaramente (con carte alla mano). Lea Garofalo, uccisa a Milano e bruciata in un bidone a San Fruttuoso (Monza) è a tutti gli effetti una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Come Peppino Impastato, come Rita Atria è nata in una famiglia mafiosa (padre e fratello), ma non ha mai commesso alcun reato. Ha denunciato la sua famiglia e quella del suo convivente (clan) Cosco. E, in vita, non è stata ritenuta credibile. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate dopo. I processi, con i relativi arresti, sono stati fatti dopo.    

«Sì, ma c’è la normativa che parla chiaro». In questa vicenda c’è una storia limpida che parla chiaro. Un riscatto cercato ed ottenuto con le proprie forze. Soprattutto per sua figlia Denise. Senza l’aiuto di nessuno, nè dello Stato nè delle Associazioni (che oggi sbandierano il suo nome). Questa donna è stata rivalutata dopo la sua morte, dopo il barbaro omicidio di ‘ndrangheta

«Ma non è stata riconosciuta vittima di mafia». Cosa rispondere a questa inutile provocazione? Prima di parlare o sparlare è doveroso studiare. E possibilmente capirle certe informazioni. Cosa è successo a Milano? Perchè è stato eliminato l’articolo 7, l’aggravante mafioso, durante il processo? In questo Paese si continua a ricordare solo quello che si vuole ricordare. Ma restano i documenti, i libri, gli articoli. Viva Dio! Bisogna informarsi, prima di fare brutte figure. 

Vi piacciono le provocazioni? Vi piace sparlare? Procediamo, allora, con una domanda retorica. Lea Garofalo è una testimone di giustizia o una collaboratrice di giustizia? In attesa di ricordare questa donna, in occasione dell’anniversario della sua morte (24 novembre 2009) , riproponiamo le considerazioni di magistrati, esperti, componenti della commissione antimafia. Possono bastare? Cosa serve, ancora, per eliminare queste perplessità intorno a questa eroina antimafia?

«Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo», Salvatore Dolce, il primo magistro che ha “ascoltato” Lea, Firenze, 28 settembre 2018

«Deve essere considerata come una testimone di giustizia, così dovrebbe essere considerata. In alcuni casi ho visto dei verbali di interrogatorio in cui risultava indagata di reato connesso dai Pm di Catanzaro. Il problema è che l’assunzione di una determinata garanzia serve anche a garantire la validità delle dichiarazioni rese. Comunque, non ho trovato falle nel sistema di protezione, è tutto motivato.» 

Armando D’Alterio, DDA Campobasso, intervista realizzata nel giugno 2012.

Oggi il magistrato, già PM del caso Siani (Giancarlo, il giornalista precario de «Il Mattino», ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985), ricopre l’incarico di PG presso la Procura della Repubblica di Potenza.

«…i punti di criticità che l’attuale normativa presenta rispetto alle garanzie che dovrebbero essere dovute al testimone di giustizia. C’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciola e Santa Boccafusca, nda).»

Lei ha definito Lea Garofalo una testimone di giustizia, ma…

«In realtà era una collaboratrice di giustizia. Lea Garofalo era una collaboratrice di giustizia come tanti altri collaboratori e, pur appartenendo a famiglie ‘ndranghetiste, non si sono macchiate di reati, non hanno ucciso. Li considero come testimoni. Se poi penso che la legge sul cosiddetto pentitismo consente dei benefici ai collaboratori di giustizia, caratterizzati spesso da persone che hanno alle spalle magari decine di omicidi, mi sento di definire Lea una testimone e non una collaboratrice.» 

On. Angela Napoli, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione e alla interpellanza parlamentare.

Lei ha definito la Garofalo una testimone. La stessa cosa ha fatto Angela Napoli e anche Lea non si sentiva una collaboratrice di giustizia, ma nelle carte ufficiali…

«Naturalmente la linea di confine è sottile, noi la individuiamo come testimone perché Lea Garofalo non era una criminale. Aveva preso le distante dalla famiglia dei mafiosi, non aveva mai agito per rafforzare le finalità mafiose di questa famiglia. È un po’ la storia di Peppino Impastato, padre mafioso, lo zio capomafia ma lui aveva preso le distanze. Naturalmente Lea Garofalo non aveva gli strumenti culturali, non aveva la passione politica, il contesto era diverso di quello di Peppino Impastato. Ma ha fatto una scelta di tale portata e quindi questa scelta è tipica del testimone di giustizia, di chi non è nell’organizzazione mafiosa e dà un contributo allo Stato, con la sua testimonianza, con le sue conoscenze. Lea Garofalo deve essere valorizzata e considerata una testimone di giustizia. Anche Denise, un’altra donna straordinaria, una donna che non ha avuto dubbi, che non si è fatta assolutamente assorbire dalla omertà familistica, dove spesso si consumano violenze inenarrabili e si sta zitti. Lei ha capito che il padre, che gli zii, che il nonno, che il contesto familiare era un contesto di mafia, che aveva ucciso e sciolto nell’acido la mamma. Non ha avuto dubbi a schierarsi dalla parte giusta, della verità, della giustizia sino ad essere presente in tribunale.»

Sen. Giuseppe Lumia, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione parlamentare.

«Lea Garofalo, donna e madre capace di sfidare la ‘ndrangheta diventando una testimone di giustizia, il 24 novembre 2009 veniva ammazzata dal suo ex compagno, ‘ndranghetista anche lui.

Eppure c’è chi ancora sostiene che le mafie rispettino donne e bambini.»

Nicola Morra, Presidente Commissione Antimafia, 24 novembre 2020

«Lea GAROFALO era una testimone di giustizia che aveva accusato molti mafiosi di Petilia Policastro e tra questi il boss che era stato il suo compagno Carlo Cosco, col quale aveva avuto una figlia.

Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu dato alle fiamme e bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione.

A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì non era protetta. La sua è stata una storia emblematica anche che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia.

Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinuncio’ alla protezione che gli era stata risata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di essere stata qualificata come collaboratrice di giustizia, di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.”

Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo ed avendo molte molte colpe rispetto al suo sangue innocente.»

Sebastiano Ardita, magistrato, 24 novembre 2020 

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– IL RICORDO di Lea, domani 24 novembre 2020Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.    

Leggi anche: 

 Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

Lea Garofalo, undici anni dopo

Per non dimenticare Lea Garofalo
TESTIMONE DI GIUSTIZIA

#11annidopo #milano
#ilcoraggiodidireno #leagarofalo #ndranghetamontagnadimerda

La condanna di morte senza prove e senza difesa

ALLA MEMORIA dei carbonari Angelo TARGHINI e Leonida MONTANARI che la CONDANNA DI MORTE ordinata dal PAPA senza PROVE e senza DIFESA in questa piazza serenamente approntarono il 23 novembre 1825. L’associazione democratica Tavani Arquati per volontà ammonitrice di popolo qui pose 2 di giugno 1909.

La condanna di morte senza prove e senza difesa
La lapide in Piazza del Popolo a Roma

da WordNews.it

Durante il giubileo proclamato nel 1825 da Leone XII la chiesa detiene ancora il potere temporale. E lo esercita contro gli oppositori al regime del papa. La storia di Angelo Targhini e Leonida Montanari, i due carbonari repubblicani condannati a morte dal papa senza prove e senza difesa.


Dico solo ch’è una barbarie a far morire due giovani per opinione e che conosceranno i preti un giorno il loro sbaglio.
Angelo Targhini


Il risorgimento è stato contro il papa, malgrado la storia ufficiale lo abbia sempre negato. Walter Benjamin nelle sue tesi sulla storia, sostiene che ci sono momenti in cui specifici fatti della storia appaiono in una luce nuova, assumono nuovi significati, illuminano il presente.
È l’anno santo quando il papa Leone XII (1823-1829) fa assassinare sulla ghigliottina due carbonari che lottano per instaurare una repubblica e abolire l’odioso e reazionario governo temporale territoriale dei papi e della chiesa. È uno stato che oltre a praticare la pena di morte per gli oppositori e la tortura, difende il privilegio di nobili e clero, discrimina pesantemente gli ebrei ed è contro qualsiasi innovazione scientifica.

Il papa nel 1825 proclama l’anno santo. L’opposizione politica repubblicana si esprime attraverso le sette segrete e a Ravenna il capo della polizia del papa viene ucciso. Il 31 agosto dello stesso anno il cardinal legato Rivarola in qualità di giudice commina 514 condanne a varie pene.

I carbonari coinvolti appartengono a tutte le fasce sociali. L’onda della rivoluzione non è lontana. Nelle carte processuali compare il nome di Leonida Montanari.
La chiesa che ha il potere temporale, in altri termini detiene il potere sul territorio e i suoi sudditi, non vuole perdere terreno. Vuole pene esemplari che facciano da deterrente alla diffusione dell’opposizione repubblicana. E usa il reato di lesa maestà: non c’è bisogno di prove che vadano oltre la delazione.
La polizia pontificia ha una rete di spie e di infiltrati da fare invidia alle peggiori dittature.

Ci sono oppositori al regime del papa segnalati più volte e in più luoghi per la loro attività e la loro capacità propositiva. Non basta, la chiesa con i suoi processi portati avanti da cardinali e monsignori che sono contemporaneamente capi della polizia, utilizza quelli che oggi chiamiamo pentiti: persone coinvolte nei presunti reati che accusano altri per farsi ridurre la pena.

Due giovani carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari vengono accusati di lesa maestà e del lieve ferimento di Giuseppe Pontini, una spia, e condannati alla pena di morte.

Hanno 26 e 25 anni. Fanno parte di una setta segreta carbonara che raccoglie persone di vari strati sociali, popolari e borghesi, e anche delle donne. Dal processo conosciamo i nomi dei condannati che ne facevano parte:

Sebastiano Ricci di Cesena, cameriere disoccupato; Ludovico Gasperoni, di Fusignano nel revennate, studente di legge; Pompeo Garofolini legale romano; Luigi Spadoni di Forlì ex soldato nelle truppe napoleoniche, successivamente cameriere e al tempo dell’attentato raffinatore di panni. Ma anche il Cav. Don Luigi Spada, amico di Massimo D’Azeglio e Giuseppe Pontini, abate e legale disoccupato, che l’accusa vuole ferito dai condannati e che è uno dei principali accusatori del processo: non si sa se fosse un infiltrato incaricato della polizia pontificia o se fosse un carbonaro che aveva deciso di collaborare con il governo.

Il processo della commissione speciale

Il governo pontificio dispone che a occuparsi del tentato omicidio di Giuseppe Pontini sia una commissione speciale composta da dieci membri e presieduta da monsignor Tommaso Bernetti, governatore di Roma e direttore generale di polizia. È istruito un processo di lesa maestà e ferita qualificata contro Montanari, Targhini, Spadoni, Garofolini, Gasperoni e Ricci. Il decreto istitutivo della commissione del 31 ottobre 1825 indica che “All’effetto della pena prescritta dalle leggi, anche per la sola pertinenza ad alcuna delle indicate società segrete, non sarà necessaria la prova strettamente legale, che con gran detrimento di giustizia non potrebbe ottenersi in tali delitti, trattati sempre e commessi clandestinamente […] ma bastar debba quella morale certezza che rimuova dall’animo ogni ragionevole esitazione sul delitto e sul reo». La sentenza è dichiarata inappellabile e viene ordinato il segreto per i verbali delle discussioni, i voti e risultati, per evitare le “indebite pretenzioni degli inquisiti”.

Non c’è nessuna possibilità di difesa, nè furono raccolte prove. Si trattava di un tribunale speciale. La condanna è basata solo sulle delazioni per ottenere sconti di pena.

Targhini nato nel 1799 è figlio di Sante Targhini di Brescia, cuoco del papa Pio VII e di Anna di Cesena. Ha studiato presso il Collegio Romano dei Gesuiti ma conosce Bonnet, Rousseau, Voltaire, Mirabeau, Volney, Dupuy. È ateo e afferma che la religione è una mera politica degli stati. È massone da quando era in Romagna nei primi anni 20 dell’800, dove asserisce che ce ne sono moltissimi: qualche ventina di migliaia. È entrato nelle sette segrete quando scontava, nell’area dei condannati politici, una pena a Castel Sant’Angelo per un omocidio avvenuto in una rissa nel 1819. Aveva due impieghi pubblici che ha perso per la condanna. A Castel Sant’Angelo stringe amicizia con Vincenzo Fattiboni condannato per lesa maestà: sarà lui a introdurlo nelle sette. La sentenza recita: “che Angelo Targhini durante la sua restrizione per l’omicidio commesso nel 1819 in persona di Alessandro Corsi si istruì delle materie spettanti alle proscritte segrete società, quivi si aggregò alla setta carbonica ed infine fu l’istitutore di questa nella capitale non appena potè restituirvisi”.

Leonida Montanari nato a Cesena il 26 arile 1800, studia medicina e chirurgia a Bologna e poi a Roma, malgrado il padre sia un commerciante fallito. All’epoca dei fatti è medico condotto a Rocca di Papa dove cura malati molto poveri ed è molto apprezzato per la sua umanità e disponibilità. Nel suo libro intitolato “I Miei ricordi”, Massimo D’Azieglio ricorda di essere passato a trovarlo e di averlo trovato intento a leggere il capitolo sulle congiure del Principe del Machiavelli e che pur non avendone la certezza aveva intuito che fosse un rivoluzionario.

Il ferimento di Giuseppe Pontini è del 4 giugno e Angelo Targhini viene arrestato subito, il 9 giugno, in base all’accusa del ferito. Montanari riesce a scappare, è ospite di un amico medico a Norma, ma si ammala di malaria e viene catturato a Velletri il 17 agosto.


Sia Targhini che Montanari sono in isolamento per tutta la loro detenzione. Tanto che solo la sera prima dell’esecuzione quando i carcerieri lo consegnano ai confortatori, Targhini domanda se vi è qualcun altro condannato a morte, e non ricevendo risposta, continua “sì, vi deve essere ancora Montanari”, e siccome nessuno lo nega, chiede di rivederlo e di parlargli, ma i preti gli rispondono che non è quello il tempo e che gli sarebbe stato concesso la seguente mattina dell’esecuzione (dalla relazione conservata nell’Archivio di San Giovanni Decollato).

Durante il processo Angelo Targhini si dirà disponibile alla dissimulazione: è disposto ad ammettere l’appartenenza alle sette segrete (ha appartenuto a ben 8 di esse) e a fare un’abiura, ma è tassativamente deciso a non accusare nessuno, come invece negli interrogatori gli viene chiesto ripetutamente prospettandogli in caso contrario la pena di morte. Targhini afferma: “la mano del signore non abbisogna della mia per far conoscere le altrui colpe”. Quando apprende che se non parla (accusando altri) sarà condannato a morte si chiude nel silenzio. Altri suoi compagni cederanno: alcuni avranno una riduzione di pena, altri non sono neppure nominati nelle carte del processo, il loro nome scompare.

L’ultimo interrogatorio

Questo è uno stralcio dell’ultimo interrogatorio di Targhini:
“…ripeto che credo inutile di rispondere sopra quanto riguarda le Segrete Società perché intendo di non fare il delatore a carico di veruno, tale essendo la mia massima religiosa e morale, e non volendo a norma di essa nuocere a veruno. Quanto poi al fatto seguito a Pontini ripeto pure che credo inutile dire più di quello che ho detto nei passati esami poichè lo credo sufficiente a provare la mia innocenza nel fatto stesso, e del più credo ancora di non dire altro sopra tal fatto […] le ragioni che ho accennato nel foglio diretto a Monsignor governatore il 15 agosto passato e da me qui sopra ricordate, alle quali ragioni interamente mi riporto intorno ad ambedue i fatti della presente causa.
D. (Nella quale si discutono le sue scelte e gli si fa presente che sta rischiando la pena di morte).
R. Non è questo né il luogo, né il tempo da trattenersi in accademia. Basta a me l’intima persuasione di essere innocente per non curare ogni contraria opinione, ed ogni conseguenza a mio carico di questo mio contegno, o per meglio dire, per essere sommesso a qualunque conseguenza a mio carico di questo mio contegno, conseguenza ch’ora mi ha superiormente spiegato.
D. (Seguono molte e circostanziate domande su fatti emersi negli altri interrogatori).
R. Ho detto di non voler rispondere.
D…
R. Nulla rispose.
D. (Seguono molte e circostanziate domande su fatti emersi negli altri interrogatori alle quali).
R. Nulla rispose.
R. Ripeto quanto ho detto di sopra intorno a questo mio silenzioso contegno. Nel resto non intendo rispondere.
D…
R. Non ho che opporre alla pretenzione della giustizia per la mia pertinenza alla Società Carbonica e per essa sarò rassegnato come ho detto, alla giusta pena. Per il fatto però seguito al Pontini protesto di nuovo la mia innocenza ed intendo di non meritare pena veruna. Nel resto credo di continuare nel mio silenzio.
E prima di partire disse quanto appresso:
Vorrei che ora mi si leggesse da principio fino alla prima interrogazione cui ho cominciato a non rispondere, l’esame fatto questa mattina fino a questo momento.
(non gli viene concesso)
R. Dopo aver io fatto l’istanza qui sopra registrata e dopo avermi replicato nel modo qui sopra esposto, io le ho richiesto che questa mia istanza e questa sua replica fossero qui registrate, al che ha potuto corrispondere. Dopo ciò null’altro mi occorre di dire” (pag. 2400 9 settembre, tomo 6°, busta 64, Archivio di Stato di Roma).

Ma non si pentirà neppure Leonida Montanari che pagherà con la morte la sua umanità. Chiederà durante gli interrogatori di potersi difendere, di parlare ai suoi giudici, ma la difesa non è prevista nei tribunali del papa. Chiederà l’appello, ma la chiesa era troppo preoccupata di conservare il suo potere per permettere che le persone avessero dei diritti. Le prove sono le accuse dei pentiti e delle spie.

Sentenza e assassinio nell’anno santo

Il 21 novembre 1825 viene emanata la sentenza della commissione speciale deputata “da nostro signore” papa Leone XII, presieduta da monsignor Bernetti, governatore di Roma e direttore generale di polizia. Due condanne a morte, due condanne alla galera a vita, due condanne a 10 anni.

Il 22 novembre dalle 10,30 di sera i due condannati a morte vengono consegnati dal custode delle Carceri Nuove in via Giulia dove si trovano, al capo agente di polizia che li porta nella conforteria dove numerosi preti cercheranno di farli pentire, senza nessun risultato. Abbiamo una relazione dettagliata dei “confortatori” conservata nell’Archivio dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, che assisteva i condannati a morte, sulle ultime ore dei due carbonari e sull’esecuzione: una lunga notte. A un certo punto chiedono a Targhini se fosse disposto ad ascoltare una messa: e lui: “che ci devo io fare adesso alla messa? Se nel passato io mi portava in chiesa per ascoltarla, ciò era politica, ma ora questa politica per me non esiste più”. Montanari risponde che per lui era indifferente, ma che non avrebbe cambiato i suoi propositi.

La mattina seguente, 23 novembre 1825, non essendoci alcun segno di conversione, uno dei confortatori chiede al papa cosa si dovesse fare e lui dispone che a mezzogiorno si esegua la sentenza. Il luogo dell’esecuzione è piazza del Popolo.

I due carbonari si rivedono alla porta delle carceri nuove dove Targhini sale per primo sul carretto che lo avrebbe portato sul luogo dell’esecuzione, e poi Montanari sale sul suo e sorridendo gli si rivolge dicendo: “Angiolino, allegramente”. Targhini gli risponde con un sorriso. “Voglio morire carbonaro”

Così viene raccontato il supplizio dal vice provveditore dell’arciconfraternita di San Giovanni Decollato: il boia apre le manette a Targhini e lui stesso si toglie la giacchetta, il corpetto e la camiciola dicendo “ancor questa può impedire” e si accomoda la camicia non sapendo che sarebbe stata tagliata e pone le mani dietro le spalle per essere legato. Il boia gli taglia la camicia e gli rade i capelli intorno al collo. Senza voler essere bendato, mentre sta andando verso il palco della ghigliottina i preti gli chiedono ancora una volta di pentirsi e lui risponde: “A che servono tante preghiere? Sono uomo ancor io, e ben mi sento commosso da queste, ma nulla altro però operano su di me che sono risoluto a morire”. Angelo Targhini si rivolge al suo amico Montanari e gli dice: “Coraggio, è un momento. Addio”. Addio dice pure ai confratri. Incamminandosi verso il palco della ghighiottina dichiara: “Voglio morire carbonaro” e salendo sul palco con voce alta e sonora grida “Popolo, io muoio senza delitti, ma muoio massone e carbonaro”. Voleva proseguire, ma gli viene impedito dal fragore dei tamburi, che con un cenno il vice provveditore fa battere all’aiutante del comandante delle truppe. Targhini “pone da se stesso con intrepidezza il collo sotto la mannaia” e muore. Un prete fa un discorso incominciando dal verso di Virgilio “imparate a coltivare la giustizia e a non disprezzare gli dei”.

Continua la relazione del vice provveditore: “Montanari […] dimostra piacere per l’intrepidezza di lui, gridando perfino: “bravo, bravo” e ridendo domanda di essere condotto ancor egli alla morte […] l’abate Materassi fa un nuovo tentativo, ed avvicinandosegli grida: “Montanari ancora siamo in tempo. Rivolgiamoci alla misericordia divina e noi saremo ascoltati, invochiamola”. Ma egli, colla maggior petulanza e sfacciataggine risponde “mi ha rotto i coglioni… non voglio veder più preti […] che vadano a […] quanti ne esistono”. Così egli ascende le scale del patibolo, ed il suo irremovibile animo una tal pertinacia mantiene fin quando il collo sta piegato per ricevere il fatal colpo, poichè gli viene miserabilmente troncato nel punto stesso che egli rispondeva no no al Padre Passionista, che lo esortava a ravvedersi”. Segue un discorso di uno dei preti rivolto ai padri e alle madri per l’educazione dei loro figli.

L’impressione per la morte senza delitti e senza difesa dei due carbonari è enorme. Il mattino dopo e poi per lungo tempo presso il luogo della sepoltura, al muro torto, fuori da porta del popolo furono posti fiori e corone d’alloro da inglesi, francesi, tedeschi e romagnoli. Delle vendite di carbonari presero i loro nomi.
L’anno santo, fra processioni, laudi e preghiere la chiesa aveva mostrato il suo vero volto: quello del potere, della tirannia, del crimine.

Dal 1909 c’è una lapide in piazza del popolo che li ricorda: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825” (posta dall’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati, laica ed anticlericale).

Il 23 novembre ricordiamo quei compagni a cui ci lega un filo rosso. …il nostro desiderio di libertà per gli oppressi e gli sfruttati si accresce, come quello di una vera giustizia sociale. Mentre misuriamo la distanza ci rendiamo conto della vicinanza. Quello che ci lega è la lotta per un mondo più giusto.
Che dire? Viva la libertà! Viva tutti i compagni che abbiamo sparsi fra le onde della storia, con infinito affetto per chi con il suo attivismo politico e il suo coraggio ha fatto vivere, nel suo tempo e nelle sue forme, la lotta per un mondo più libero e più equo.

Marvi Maggio

Bibliografia
Trovanelli, Nazareno, “La decapitazione dei carbonari Montanari e Targhini”, 1890, in Il contemporaneo, dicembre 1960 – gennaio 1961, Editore Parenti, anno III, n.32, edizione 1960.
Processo Montanari e Targhini, Tribunale della Sacra Consulta, Archivio di Stato di Roma, buste 62-63-64.
Libro del provveditore della Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni Decollato per le giustizie dal 1810 al 1827, Registri dei giustiziati 1810-1827, libro III, reg.23, busta 12, Archivio di Stato di Roma.

fonte: rivista anarchica – anno 46 n. 409

Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – La LETTERA della TESTIMONE DI GIUSTIZIA. «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile…»

Il grido d'aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo
La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimminaA 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. 

Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzione. Ma con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo. Al carcere a vita. Il clan Cosco è stato distrutto da due donne, che hanno avuto la forza e il coraggio di dire No.

Lea in vita si è sentita «una giovane madre disperata», stanca di chiedere aiuto, di chiedere protezione. Nessuno, come in tante altre occasioni, ha mai chiesto scusa. Nessuno ha mai telefonato alla madre di Lea, la signora Santina. Il suo memoriale è stato pubblicato solo dopo la sua morte. In questo strano Paese succede sempre tutto dopo.  

LA LETTERA DI LEA GAROFALO:

«Ho bisogno d’aiuto, qualcuno ci aiuti»

Signor Presidente della Repubblica,chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.

Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente. Cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti. Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città per ovvie paure e con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di C.(Catanzaro, nda) e lì fui sentita in presenza di un avvocato assegnatomi dalla stessa procura.

Questi mi comunicarono di figurare come collaboratore, premetto di non aver nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di arrestare dei criminali mafiosi. Dopo circa tre anni il mio caso passa ad un altro magistrato e da lui appresi di essere stata mal tutelata dal mio legale. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava, per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro!

Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. 

Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripentendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile e soprattutto senza la soddisfazione per qualche mio familiare è stato anche abbastanza naturale se così si può dire, di una persona che muore perché annega i propri dolori nell’alcol per dimenticare un figlio che è stato ucciso per essersi rifiutato di sottostare ai ricatti di qualche mafioso di turno. Per qualcun altro è stato certamente più atroce di quanto si possa immaginare lentamente, perché questo visti i risultati precedenti negativi si è fatto giustizia da solo e, si sa, quando si entra in certi vincoli viziosi difficilmente se ne esce indenni tutto questo perché le istituzioni hanno fatto orecchie da mercante! Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.

Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei mi rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione.

Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può nonostante tutto! La prego signor Presidente ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello, e a chi si intende di diritto civile e penale, anche voi aiutate chi è in difficoltà ingiustamente! Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti.

Please!

Una giovane madre disperata

aprile 2009

La risposta del Quirinale del 2 dicembre 2010

«A proposito del dispaccio “Sciolta nell’acido: Lea Garofalo a capo Stato, mi uccideranno”, che rilancia un testo pubblicato da un quotidiano calabrese, dalle accurate ricerche compiute al Quirinale non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell’allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una “lettera aperta” ma – stando a quanto si “rivela” – “mai pubblicata” su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente”».

Pasquale Cascella,

consigliere del Presidente della Repubblica

per la Stampa e la Comunicazione

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO (WordNews.it)

– Le TESTIMONIANZE, domani 23 novembre 2020: «Lea Garofalo è una testimone di giustizia».

– IL RICORDO di Lea, martedì 24 novembre 2020: Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.

  

Leggi anche: 

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

Lea Garofalo, vera testimone di giustizia


LEA è stata lasciata sola, è stata abbandonata dallo Stato e dalle Istituzioni (e dalle Associazioni) di questo Paese.
Nessuno ha mosso un dito, prima. Nonostante la drammatica lettera dell’aprile 2009, indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano e agli organi di informazione.
Viviamo in un Paese strano… succede sempre tutto dopo. Le persone si tutelano in vita, non si aspetta la morte per ricordare.
Nulla è stato fatto per salvare Lea dalla Schifosa ‘ndrangheta.
Anzi, è stata ritenuta ‘poco credibile’, una ‘pentita’, una ‘tossica’.
Questi i termini utilizzati da chi doveva proteggerla. Vergogna!!!

Bruciata a Milano il 24 novembre 2009.


#11annidopo
#leagarofalo #fimmina #sfidato #ndranghetaMontagnadiMerda #leavive
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte

IL MASSACRO. Chi è Stato? Il copione è sempre lo stesso. Per quante volte si è ripetuto nel Paese orribilmente sporco? Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia.

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte
Attilio Manca

di Paolo De Chiara

da WordNews.it

«…battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.»

Pier Paolo Pasolini

Chi ha ucciso Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)? Chi ha paura di nominare questo nome? Chi è Stato a massacrarlo? Chi è Stato a depistare?  

La verità tarda ad arrivare, il processo di Viterbo si è rivelato inutile. Il verdetto grida ancora vendetta. Per quella giustizia, nonostante le dichiarazioni dei collaboratori, si è trattato di suicidio.

Un suicidio molto anomalo, per la verità. Attilio Manca, sicuramente, è Stato “suicidato”. Checchè ne dica qualche dirigente ministeriale o qualche ex magistrato.

Un mancino puro che si inocula un mix di droghe con la mano sbagliata. Attento anche a deporre le siringhe usate: una nel cestino della spazzatura (questa è una storia strapiena di monnezza umana) e l’altra in bagno. Entrambe chiuse con l’apposito tappo. Per non parlare delle impronte digitali del cugino (trovate in bagno) e dei legami, di quest’ultimo, con la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Troverete tutto nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia.

Compresi i personaggi squallidi e senza scrupoli, tipo Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro” (il killer di Stato e delle mafie). E’ Stato “suicidato” anche lui nel 2017? Anche l’infarto torna spesso in certe storie poco chiare. 

Chi ha massacrato il giovane Attilio? Gli appartenenti ai Servizi? I componenti di Cosa nostra? Aveva riconosciuto il latitante Provenzano (lasciato vergognosamente in libertà dagli apparati dello Stato per la famosa e sciagurata Trattativa con Cosa nostra)? Chi sono i traditori e i vigliacchi assassini? 

 

ll massacro di Attilio Manca

Il copione è sempre lo stesso. Quante volte si è ripetuto in questo Paese orribilmente sporco?

Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia. C’è una famiglia che chiede Giustizia, c’è una madre – la signora Angela – che pretende la Verità sulla morte di suo figlio. C’è un intero Paese, quello composto da persone perbene, che vuole conoscere la vera storia. Non quella inventata a tavolino e, per adesso, certificata con una sentenza.  

Per queste ragioni pubblichiamo integralmente la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomento delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.  

Ma non ci fermeremo qui. 

RELAZIONE DI MINORANZA SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatori: on. Giulia Sarti, senLuigi Gaetti, on. Francesco D’Uva, on. Fabiana Dadone e sen. Mario Michele Giarrusso)

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. Premessa

La morte di Attilio Manca, giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è l’ennesimo episodio nel quale l’onere di ricercare verità e giustizia è rimasto, in primis, sulle fragili spalle dei suoi familiari. L’accorato appello della madre di Attilio Manca, Angela Gentile, audita da questa Commissione nella missione a Messina del 27 e 28 ottobre 2014 (insieme al padre e al fratello di Attilio Manca, nonché al legale Fabio Repici), non può essere pertanto capziosamente mistificato e ritorto in «campagna mediatica».

Sin dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, avvenuto la mattina del 12 febbraio 2004, nella sua abitazione di Viterbo, vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative di cui si darà conto nel seguito della relazione.

Particolare rilievo meritano le circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma.

La morte del medico venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004. Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Venne comunicato alla famiglia di Attilio da Gaetano Manca che erano stati già fatti dei biglietti aerei con i nominativi di Gino Manca, Gianluca Manca e, inaspettatamente, Ugo Manca, senza la mamma di Attilio, Angela Gentile. La famiglia si oppose e alla fine partirono in aereo solo i genitori e il fratello di Attilio, accompagnati dal fratello della signora Gentile. Ugo Manca, diversamente da quanto da lui programmato, dovette recarsi a Viterbo separatamente in treno.
Da rilevare il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli.

2. L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento

Il cadavere di Attilio Manca venne ritrovato nel proprio appartamento di Viterbo (il giovane professionista da circa un anno operava presso il reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo) nella mattina del 12 febbraio 2004, poco prima delle ore 11. Intervenuti il medico del 118 e agenti della Polizia di Stato, immediatamente ne nacquero le indagini, che vennero affidate al dottor Renzo Petroselli (anch’egli audito da questa Commissione, insieme all’allora procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti, il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015). Essendo evidente che la plausibile causa di morte del giovane medico fosse l’assunzione di droga, in ragione del rinvenimento di due siringhe usate, le indagini della procura di Viterbo e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato – e poi condannato definitivamente – per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati. Seguirono ripetute richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero Petroselli, rigettate per due volte dall’allora giudice per le indagini preliminari di Viterbo Gaetano Mautone (il 13 maggio 2005 e il 18 febbraio 2006), il quale, accogliendo le richieste di opposizione del legale della famiglia Manca, dispose lo svolgimento di ulteriori indagini. Una terza richiesta di archiviazione venne avanzata dalla procura il 20 novembre 2009 e, a seguito di un’ulteriore opposizione dell’avvocato della famiglia Manca, il GIP, Salvatore Fanti, disponeva di procedere ad altri accertamenti. Il pubblico ministero formulò una quarta richiesta di archiviazione accolta dal GIP il 26 luglio 2013, a quasi dieci anni dalla morte di Attilio Manca.

Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni. Per questo, essi hanno dovuto sobbarcarsi l’onere di cercare verità e giustizia in tutte le sedi possibili, chiedendo semplicemente che venissero compiute indagini maggiormente approfondite sulla morte dell’urologo barcellonese, cominciando una via crucis che purtroppo nella storia italiana troppo spesso i familiari delle vittime si sono trovati a percorrere a causa delle inadempienze dello Stato. Così, i genitori di Attilio Manca si rivolsero alla procura distrettuale antimafia di Messina, al commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto, alla compagnia dei Carabinieri di Pozzo di Gotto.

3. Le lacune investigative

A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative di seguito evidenziate, si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità.
Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi.

3.1. L’orario della morte

Il primo dato riguarda l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca. Quando, alle 11.45 del 12 febbraio 2004 il medico dottor Gliozzi, intervenne presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa «dodici ore prima», come si legge inequivocabilmente nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante della questura di Viterbo del 12 febbraio 2004 alle ore 14 (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, si apprese che Attilio Manca era morto nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004. Del resto, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico.

Rispetto a questo dato, c’è un ulteriore elemento di riscontro, fornito dalle dichiarazioni rese alla Polizia di Stato nell’immediatezza dalla vicina di casa di Attilio Manca, Angela Riondino, la quale, sentita lo stesso 12 febbraio 2004, riferì che «ieri sera verso le ore 22 – 22.15 ho udito chiudere la porta dell’appartamento del dottor Manca, preciso che io mi trovavo dentro il mio appartamento e non ho veduto se fosse rientrato lui o altri, o comunque lo stesso con altre persone» (cfr. verbale dichiarazioni rese da Angela Riondino). Ne deriva che gli inquirenti appresero che in orario concomitante con la morte di Attilio Manca, qualcuno aveva chiuso la porta della sua abitazione.

Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese.

3.2. La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio

Va subito segnalato che il principale vuoto delle indagini riguarda le ultime 24 ore di vita di Attilio Manca. Le ultime sue tracce risalgono alla tarda sera del 10 febbraio 2004. Fino a oggi gli inquirenti non hanno mai saputo dire cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca nell’intera giornata dell’11 febbraio 2004, poiché la tesi della procura muoveva dal presupposto immotivato (visti gli elementi di cui sopra, in mano agli inquirenti fin da subito) che il medico fosse morto già dalla sera/notte del 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo. Conseguentemente, la sua decisione di andare a Roma prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese (di cui si dirà dopo), visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca. Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada.

In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte.
Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero.

3.3. L’ultima telefonata

Questo vuoto temporale è di indubbio rilievo perché richiama le dichiarazioni dei genitori di Attilio Manca circa l’ultima telefonata che essi ricevettero dal loro figlio, il quale li chiamava immancabilmente ogni giorno, anche più volte nello stesso giorno, nella mattina dell’11 febbraio 2004.
La conversazione fra il medico e la madre durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto.
Questa telefonata non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento.

Tuttavia, non può essere trascurato che sia Loredana Mandoloni (infermiera del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle particolarmente legata a Manca) sia Maurizio Candidi (collega di reparto e amico di Attilio Manca) riferirono il 13 e il 14 febbraio 2004 alla Polizia di Stato di aver appreso dalla madre di Attilio Manca nella mattina del 13 febbraio che ella aveva sentito al telefono il proprio figlio giusto nella mattina dell’11 febbraio.

Come si può ragionevolmente credere che, il giorno dopo aver appreso del decesso del proprio amato figlio, una madre non ricordasse nitidamente il momento in cui lo aveva sentito per l’ultima volta, soprattutto in ragione di quella stravagante richiesta che le aveva destato un netto stupore? Senza trascurare che l’assenza di contatti telefonici fra il 10 febbraio e l’ora di pranzo del 12 febbraio avrebbe sicuramente destato preoccupazioni nei genitori del medico, abituati a sentirlo più volte al giorno, come si è specificato, e immancabilmente tutti i giorni.

Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?

Tonnarella è una contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina. A fare riferimento a quel territorio furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata «Vivaio»), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici (cfr. intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007).

I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: «Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio?)». A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: «Perché l’aveva riconosciuto».

Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: «Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti».
Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre.
Questa intercettazione ambientale ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma.

3.4. Le anomalie degli accertamenti medico-legali

Quanto all’autopsia, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti.

Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca.

Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta, è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato.

Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca. Eppure, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente.
Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento.
Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo.

4. Il mancinismo e l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca

Altro dato certo è che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Nonostante una incresciosa «campagna» per cercare di occultare la verità, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra.

Massimo Fattorini, sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: «Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione».

Simone Maurelli, sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto… Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione».

Fabio Riccardi, sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra… Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano».

Loredana Mandoloni, sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: «Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo».

Giuseppe Panini, sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra».

Maurizio Orlando Candidi, sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici… Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile».

Eppure, a fronte di ciò, la menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparascopia.

Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca, tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza.

Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca.
Addirittura uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina.

Lo stesso Ugo Manca, sentito come testimone nel processo a carico di Monica Mileti, ha dichiarato che Attilio Manca fosse un consueto assuntore di eroina e di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, «Le Iene», lo ha etichettato, senza appello, come «il drogato». Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole?

Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese – di cui si dirà dopo), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte.

5. Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere

Al momento del ritrovamento del cadavere, vennero ritrovate a casa del medico due siringhe, una nel cestino dei rifiuti in cucina e una sul pavimento del bagno. Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo.

Eppure, nell’appartamento di Attilio Manca non sono state trovate tracce del materiale necessario alla liquefazione dell’eroina da aspirare nelle due siringhe utilizzate.

Poiché, secondo la teoria della procura di Viterbo, Attilio Manca sarebbe svenuto e poi morto subito dopo l’assunzione dell’eroina, si dovrebbe ritenere, per convalidare i teoremi degli inquirenti, che Manca avesse acquistato la droga già pronta all’uso nelle siringhe: un inedito nella pur alluvionale letteratura giudiziaria in materia di droga. L’alternativa consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti, del processo a carico della quale poi si dirà, non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale. A ben vedere, l’unica risposta logica all’anomalia ora rilevata è fornita proprio dalle dichiarazioni della vicina di casa di Manca, che per l’appunto percepì nella tarda sera dell’11 febbraio (proprio in concomitanza con l’ora della morte del medico) la chiusura della porta di casa di Attilio Manca, evidentemente da parte di qualcuno che vi si allontanava.
  Ancora, sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale. Come dare spiegazione ragionevole a tale dettaglio? Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?

6. L’impronta di Ugo Manca

Fra le anomalie alle quali gli inquirenti non hanno saputo dare risposta c’è anche l’impronta digitale di Ugo Manca trovata a casa di Attilio a Viterbo, su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, quindi sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza. L’interessato ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004.

7. Il processo a carico di Monica Mileti

La procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti, imputandole la cessione delle dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca (articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e anche la morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 codice penale).

Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni. Per la cessione di droga si è, invece, svolto un dibattimento che ha avuto un andamento davvero imbarazzante. Si è iniziato con l’esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli, il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga).

Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio. La difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla mamma di Attilio Manca, allorché costei fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti, dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri.
In sostanza, dunque, il processo che formalmente si è celebrato a carico di Monica Mileti, di fatto ha avuto come imputato Attilio Manca. Con una peculiarità patologica: mentre la Mileti ha, come detto, scelto di non difendersi, Attilio Manca era impossibilitato a difendersi, tanto più dopo che dal processo erano stati cacciati i suoi familiari, che si erano costituiti parte civile

8. Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto

Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi.

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato col mafioso Angelo Porcino.
Ma nulla di tutto questo è interessato alla giustizia viterbese. Lì il vero imputato è stato, come nei delitti di mafia nella Sicilia di decenni orsono, Attilio Manca, impossibilitato a difendersi. D’altronde, forse non è un caso che le sollecitazioni dei familiari di Attilio Manca sono state spesso pavlovianamente qualificate come tesi della «difesa». Difesa di chi, se non della memoria di Attilio Manca?

La procura di Viterbo iscrisse nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei suddetti soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto.

Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. Va rilevato, però, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato «le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa». (vedi richiesta di opposizione presentata dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici, il 17 giugno 2012).

Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato.
Rosario Cattafi, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) e condannato con sentenza passata in giudicato per il reato di calunnia, è pregiudicato per i reati di lesioni (è stato riconosciuto colpevole di aver aggredito brutalmente a Messina nel dicembre 1971 cinque studenti universitari in concorso con Pietro Rampulla che sarà l’artificiere della strage di Capaci), porto e detenzione abusivi di arma (fu condannato per aver detenuto un mitra Sten dal quale venne esplosa una sventagliata all’interno della Casa dello studente di Messina nella notte tra il 27 ed il 28 aprile 1973) e di cessione di sostanze stupefacenti. Cattafi fu, inoltre, testimone di nozze del boss barcellonese Giuseppe Gullotti, il quale, oltre ad essere stato condannato a trent’anni di reclusione come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è stato colui che ha fornito, secondo il pentito Giovanni Brusca, il telecomando della bomba che fece saltare in aria l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla DDA di Roma l’8 aprile 2015 «si segnalavano i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato. Nel corso del tempo gli scriventi hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche i legami fra Ugo Manca e uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi e hanno anche prodotto la relazione di servizio della Compagnia CC di Barcellona Pozzo di Gotto del 7 maggio 2002, attestante la partecipazione di Ugo Manca (insieme ai suoi amici Angelo Porcino e Lorenzo Mondello) a un summit di mafia tenutosi nei locali di un’azienda agricola, plausibilmente per festeggiare l’allora momentanea assoluzione del mafioso Antonino Merlino nel processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano».

9. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia

Sono arrivate nel corso degli ultimi anni plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a testimoniare che Attilio Manca non fosse morto per una dose sbagliata di eroina ma fosse vittima di un omicidio di mafia. I familiari di Attilio Manca si sono dunque rivolti alla procura distrettuale antimafia di Roma nell’aprile 2015, la quale ha aperto un nuovo procedimento ora in fase di attesa del pronunciamento del GIP, dopo la recente richiesta di archiviazione.

Il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola, il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso, che, nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di cosa nostra. Ha confessato decine di omicidi sui quali l’autorità giudiziaria non era mai riuscita a fare luce e ha rivelato i dettagli a lui noti di altre decine e decine di omicidi del tutto sconosciuti agli inquirenti. Sulle sue dichiarazioni, sempre riscontrate, si sono fondate le ordinanze di custodia cautelare denominate Gotha 6 e Gotha 7, emesse dal GIP di Messina, per numerosi omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e altro. Egli ha deposto anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte di assise di Palermo. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese.

A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale «avvocato Potaffio», facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi.

Com’è noto, il nome di Aiello (nella foto in alto) è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi.

Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento «’Ndrangheta stragista», nel quale poche settimane prima, in quanto individuato come personaggio legato a Bruno Contrada e all’ex poliziotto Guido Paolilli, era stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare.

Al momento della morte Aiello era indagato, insieme ai boss palermitani Antonino Madonia e Gaetano Scotto per il duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. In quel procedimento, da un anno avocato dalla procura generale di Palermo e in attesa della conclusione delle indagini preliminari, egli era indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Aiello si era dovuta occupare anche la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, per il suo ipotizzato coinvolgimento, secondo numerosi collaboratori di giustizia, nella strage di Capaci, in quella di via D’Amelio e nell’attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nel 1989.

In quella sede, nel 2011 la procura di Caltanissetta propose richiesta di archiviazione, arrivando a destituire di fondamento la tesi formulata dai pentiti Vito Lo Forte e Francesco Marullo, secondo i quali andava individuato in Giovanni Aiello l’ex poliziotto identificato con la locuzione «faccia da mostro», assassino per conto di mafia e servizi segreti deviati, del quale per primo aveva parlato nelle confidenze rese al colonnello Michele Riccio il mafioso nisseno Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, per effetto di una fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta, pochi giorni prima di essere sottoposto a protezione da collaboratore di giustizia e otto giorni dopo essere stato sentito alla sede del ROS di Roma dall’allora procuratore distrettuale di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dall’allora procuratore distrettuale di Palermo, Giancarlo Caselli, e dall’allora sostituto procuratore di Palermo, Teresa Principato.

Tuttavia, nel procedimento a carico di Aiello, il GIP di Caltanissetta David Salvucci con il decreto di archiviazione del 2012 (nel quale rilevò che non era sufficientemente chiaro il ruolo esecutivo in quei delitti assegnato ad Aiello) attestò che indubitabilmente era proprio Giovanni Aiello quel «faccia da mostro» indicato dai pentiti Lo Forte e Marullo. C’è, quindi, un pronunciamento giurisdizionale che ha acclarato, al di là di ogni dubbio, il coinvolgimento di Aiello come killer al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato del quale hanno parlato innumerevoli collaboratori di giustizia (Lo Forte, Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, oltre al già citato Luigi Ilardo).

Sempre sull’omicidio di Attilio Manca sono infine arrivate le dichiarazioni, rese a uno dei legali della famiglia Manca, del collaboratore di giustizia barcellonese Giuseppe Campo, il quale addirittura ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

10. Conclusioni

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti.
Questa situazione non si sarebbe creata se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire.

A oggi, dal punto di vista giudiziario, si dovrà attendere che il GIP di Roma si pronunci sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio di Attilio Manca, la quale era stata investita su sollecitazione dei legali di fiducia della famiglia Manca, con un esposto dell’aprile 2015, proprio in ragione delle numerose implicazioni che potevano scaturire sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra citati, sia dal contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola).

Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo.

Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura.
Tali attesi approfondimenti, utilizzando i poteri propri di questa Commissione, vengono qui di seguito elencati:
1) audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottor Fabio Centini;
2) acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti;
3) audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano;
4) audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri per riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte;
5) acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004;
6) accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa;
7) accertamento dell’identità del personale «non autorizzato» presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo;
8) audizione del personale appartenente alle forze di Polizia presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi;
9) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Manca rinvenuta nel bagno;
10) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;
11) individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella); audizione di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004.

Quel che rimane come giudizio politico, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissioni di cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia.

Relazione di Minoranza sulla morte di Attilio Manca

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

Comunicata alle Presidenze il 22 febbraio 2018

La signora Angela Manca

Nei prossimi giorni pubblicheremo la RELAZIONE (di maggioranza) SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatrice: on. Rosy Bindi)

Approvata dalla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

LEGGI ANCHE:

 Il massacro di Attilio Manca. Chi è Stato?

– Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

– CASO ATTILIO MANCA: parla il collega Simone Maurelli

– E se Attilio (Manca) fosse tuo fratello?

– Caso Manca: i pentiti parlano, lo Stato tace. Intervista alla madre Angela

– Attilio Manca: da chi è Stato “suicidato”?

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

 – Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

– INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

– INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE.«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

Per il presidente della commissione antimafia regionale: «La politica molisana ha dato il cattivo esempio»

L’INTERVISTA. Dopo l’approvazione del Rapporto sul fenomeno della criminalità organizzata in Molise abbiamo incontrato il consigliere regionale Vittorio Nola (M5Stelle): «Il Molise non è un’isola felice.» Sui rifiuti e sulle discariche: «Rischiamo di diventare la pattumiera d’Italia. Da tempo stiamo chiedendo che le discariche del Molise devono essere in funzione dei consumi e dei rifiuti molisani. Le bonifiche dei siti inquinati non sono mai state fatte e mancano i controlli». Sul Registro dei Tumori e sull’emergenza sanitaria: «Finalmente, adesso, è stato reso operativo. Visto come stanno andando le cose nella nostra Asrem non sono ottimista sui tempi. Mi riferisco alle indecisioni sul piano Covid, alle indecisioni sul piano della sanità territoriale.»

Per il presidente della commissione antimafia regionale: «La politica molisana ha dato il cattivo esempio»
Vittorio Nola, presidente della commissione antimafia del Molise

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I lavori della Commissione antimafia sono originati da una legge approvata a fine 2018 all’unanimità del consiglio regionale del Molise. La commissione ha iniziato i lavori nel 2019, chiudendoli nel periodo post pandemico, alla fine di giugno 2020. Elaborando un rapporto, diventato pubblico, che è stato approvato all’unanimità in commissione e in consiglio regionale». Abbiamo incontrato il consigliere regionale del M5Stelle Vittorio Nola, presidente della commissione antimafia del Molise e siamo partiti dallo Studio sul fenomeno della criminalità organizzata in Molise. Con Nola non ci siamo soffermati solo sul Rapporto, ma abbiamo allargato il ragionamento anche ad altri temi di fondamentale importanza. «In un anno abbiamo chiuso un documento molto importante, che riepiloga a trecentosessanta gradi le problematiche che noi abbiamo.»

Cosa è emerso?

«C’è stata, fino ad oggi, una grande attivazione, soprattutto, sul contrasto del fenomeno dell’usura e della droga. Non avevamo notizia, in Regione, di avere undici beni confiscati alle mafie, che erano in custodia alla ANSBC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nda), con cui adesso la nostra Regione deve rapportarsi per poter valorizzare questi beni.»

Dove si trovano questi beni confiscati alle mafie?

«Sono dislocati tra Venafro e Campomarino.»

Cosa significa aver confiscato dei beni alla criminalità organizzata?

«Significa che il nostro territorio, in passato, è stato già infiltrato. Nella ricostruzione storica che abbiamo fatto ci siamo resi conto che abbiamo avuto ospiti – decine di anni fa – a Rotello Ciancimino (l’assessore di Palermo, famoso per il “sacco di Palermo”, parte integrante della mafia dei Corleonesi e punto di contatto con le Istituzioni per l’avvio della Trattativa Stato-Mafia, nda), Michele Zagaria (uomo di vertice del clan dei Casalesi, nda) a Macchia di Isernia ed altri esponenti. Questa operazione ha consentito di ospitare nelle nostre terre altre persone o agli arresti domiciliari oppure confinati e non ha fatto altro che aumentare questa rete di infiltrazione che si è dedicata molto al discorso della droga.»

A che punto siamo, oggi, con le infiltrazioni?

«Quando abbiamo pubblicato e reso pubblico il Rapporto, anche con grande soddisfazione nostra, c’è stata una attivazione sia della Procura che delle forze dell’ordine.»

La DDA di Campobasso?

«Sì, ci sono state operazioni importanti fatte al contrasto di questo fenomeno. L’altra cosa che sta accadendo è che la cabina di regia, che noi abbiamo suggerito, tra Inail, Inps e Procura di Campobasso, per l’evasione fiscale e il contrasto al lavoro nero, avrà luce a breve termine.»

Le mafie hanno investito in Molise?

«Attualmente chiediamo di avere un’attenzione particolare sui reati ambientali, i reati connessi alle agromafie e al discorso del traffico dei rifiuti. Su questi temi qualche evidenza in più è emersa, soprattutto nel basso Molise ci sono state delle operazioni che hanno interessato dei terreni agricoli. Sempre nel basso Molise è emerso il fenomeno dei “cavalli di ritorno”. Nelle province a noi contingue, di Foggia e di Caserta, dobbiamo alzare un po’ le barriere della prevenzione, proprio per evitare che queste cose peggiorino.»

In passato, in provincia di Isernia, due fratelli acquistarono due aziende nel nucleo industriale di Pozzilli Venafro. I legami erano molto forti con la camorra. Il pericolo degli investimenti dei soldi sporchi è ancora attuale?

«Queste problematiche sono state affrontate e, al momento, non risulterebbero ulteriori… quantomeno questa vicenda qui si è spostata di territorio, nel senso che non riguarda più il Molise. Adesso, che ci siano ulteriori avvicinamenti che riguardano il discorso del riciclaggio delle plastiche e, quindi, dei rifiuti è quello che noi abbiamo chiesto di monitorare con attenzione. Il rischio che diventiamo la pattumiera d’Italia l’ho più volte suggerito.»

Cosa bisogna fare per evitare questo pericolo?

«La nostra Regione deve assolutamente rivedere il piano rifiuti del 2016, che è scaduto. Da marzo del 2019, siamo in ritardo di oltre un anno, si poteva rivedere.»

Perché questo ritardo?

«Gli assessori sono cambiati e ogni volta ripartiamo sempre da capo.»

Perché è importante rivedere il piano rifiuti regionale?

«Bisogna collegarlo al piano delle discariche che non c’è.»

Ma le discariche ci sono.

«Da tempo stiamo chiedendo che le discariche del Molise devono essere in funzione dei consumi e dei rifiuti molisani.»

Però quando viene chiesto l’allargamento delle discariche le autorizzazioni arrivano…

«Esattamente.»

Senza un piano rifiuti?

«Le autorizzazioni passate sono arrivate con il piano rifiuti. Ma non c’è il piano delle discariche. Quindi non so quella discarica per quanti anni potrà vivere e per quanti anni sarà sufficiente. Ecco perché bisogna stare molto attenti a questo piano rifiuti.»

Perché?

«Rinnovarlo significa dover tagliare i rifiuti extraregionali.»

I rifiuti in Molise da quali Regioni arrivano?

«Prevalentemente dall’Abruzzo, ci sono dei contratti, e dalla Campania. La Regione Molise deve fare assolutamente questo piano discariche. Ma si devono anche bonificare i siti inquinati, a cominciare dall’area SIN di Guglionesi e le altre, dove sono stati anche stanziati dei soldi ma le bonifiche non partono.»

Perché?

«Ci sta sempre la discussione su chi è il responsabile dell’attività…»

Soldi bloccati o soldi buttati?

«In parte non spesi e in parte, oggi, insufficienti rispetto agli stanziamenti iniziali. Ma se non c’è nessuno che ci lavora e presenta dei progetti per fare questo rimarremo così nei prossimi dieci anni. Il piano di discarica deve essere affidato a un dipartimento della Regione. E da lì che bisogna pianificare il tutto.»

Chi controlla i rifiuti che arrivano da fuori regione?

«La nostra statale, ormai, è piena di camion che gestiscono i rifiuti. Certo, ogni tanto ci sono dei controlli, ma non sono costanti. Vengono fatti in maniera sporadica, non sono organici.»

Quindi potrebbe entrare di tutto?

«Potrebbe succedere, assolutamente. I camion sono tantissimi e non mi sembra che vengano controllati tutti e a tutte le ore.»

E cosa bisognerebbe fare?

«Nelle aree di discarica e nelle aree dove ci sono gli impianti che gestiscono rifiuti devono esserci dei controlli molto più importanti. Ecco perché stiamo chiedendo da tempo un potenziamento dell’Arpa…

Ma se l’Arpa non ha nemmeno i macchinari idonei per controllare…

«Esattamente. Non a caso ho chiesto l’affiancamento con l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nda).»

Soffermiamoci sulla situazione dell’Arpa. Cosa controllano senza macchinari?

«La questione ambientale non è solo l’aria, non sono solo le polveri sottili…»

Aria, acqua e terreno. Ma senza macchinari cosa controllano?

«La Regione ha stanziato dei soldi…»

Ma quando scoppia un incendio in un nucleo industriale come fanno a dire che sta “tutto a posto”?

«Sono stati stanziati milioni di euro a favore dell’Arpa, già nel 2019. Non abbiamo notizia dall’Arpa se questi finanziamenti che ha ricevuto sono stati tradotti in acquisto di macchinari idonei ed ecco perché stiamo insistendo da sempre con il ministro Costa affinché affianchi da subito l’Ispra.»

Perché?

«L’Ispra ha già tutti gli strumenti. È fondamentale questa attività di collaborazione.»

A che punto siamo con il Registro dei Tumori?

«Subito dopo l’uscita del Rapporto l’Asrem ha dato notizia che ha reso operativo il Registro Tumori.»

Cosa significa che lo ha reso operativo?

«Ha fatto tutti i regolamenti necessari per poter far affluire gli input da tutte le Asrem.»

Sono 16 anni che si parla di Registro dei Tumori in Molise. La prima delibera risale al 2004 (delibera di giunta 1782).

«Finalmente, adesso, è stato reso operativo. Quindi noi ci attendiamo che per fine anno ci sia, quantomeno, la prima release. Per capire qual è la situazione.»

Lei è ottimista?

«Visto come stanno andando le cose nella nostra Asrem non sono ottimista sui tempi.»

Che significa “come stanno andando le cose”, a cosa si riferisce?

«Mi riferisco alle indecisioni sul piano Covid, alle indecisioni sul piano della sanità territoriale.»

Perché parla di “indecisioni”?

«Non si prendono le decisioni giuste nei tempi giusti come il territorio chiede per organizzare, ad esempio, una sanità territoriale tra Isernia e Venafro, oppure tra Larino e Termoli. Lo stesso ragionamento vale per l’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove tutti hanno paura a ricoverarsi, infatti c’è un problema, perché in quella struttura si è creata ancora una volta la confusione tra Covid e non Covid.»

E di chi sono le responsabilità?

«Ci sono dei decreti attuativi che i commissari di Governo hanno elaborato a partire dal mese di febbraio del 2020 ma che risultano ancora non attuati. Le responsabilità sono di chi non le attua.»

E quindi di chi sono?

«Esiste un direttore generale dell’Asrem, esiste il direttore generale della salute che dipendono tutti, come struttura gerarchica, dal capo della Regione. Lui nomina i dirigenti.»

La responsabilità è della politica?

«Delle persone che hanno la responsabilità. In sintesi, gli stipendi di Florenzano (direttore generale dell’Azienda sanitaria regionale del Molise), della Gallo (direttore generale per la Salute) e della Scafarto (direttore sanitario) glieli paghiamo noi cittadini molisani e, quindi, noi vorremmo semplicemente che questi signori facessero le cose che gli vengono chieste di fare. Se non le fanno, il loro capo, cioè quello che li ha nominati, cioè Toma (governatore del Molise, nda), dovrebbe richiamarli e dire: “perché non fate questo, questo e quest’altro?”. Questo è quello che manca, il controllo e il monitoraggio. Abbiamo fatto l’esempio dell’Arpa, ma sulla sanità è la stessa cosa. Mancano i controlli.»

Ma perché succede questo?

«Perché, secondo me, non c’è esperienza nella gestione delle cose. Bisogna essere competenti, nell’ottica del benessere pubblico.»

Come è stata gestita l’emergenza Covid in Molise?

«L’emergenza Covid ci vede ancora in difficoltà. Invece di risolvere il problema stiamo ancora rincorrendo il virus. È chiaro che sono stati fatti degli errori.»

Per ritornare al Rapporto realizzato dalla commissione antimafia regionale, possiamo ancora affermare che il Molise è un’isola felice?

«Adesso tutte le Istituzioni, anche in Molise, hanno la percezione vera, reale che non siamo un’isola felice.»

Perché parte della classe dirigente continua a dire che il Molise è un’isola felice?

«È la parte della classe dirigente che non ha letto il Rapporto.»

Mi scusi, ma non bisognava leggere il Rapporto per accorgersi delle infiltrazioni e delle presenze trentennali delle organizzazioni criminali.

«Questa è la sottovalutazione. E non posso essere io a dire il perché hanno sottovalutato il tema. Ora dobbiamo alzare le difese, dobbiamo migliorare la prevenzione in tutti i settori. Dobbiamo fare una grande operazione di educazione e formazione, ma non solo degli studenti.»        

A chi si riferisce?

«Agli amministratori pubblici, che non hanno compreso un piccolo particolare.»

Quale?

«La mafia o le infiltrazioni non sono un fenomeno, ma è una mentalità. Se tutti gli amministratori si adeguano a questi comportamenti, a questa mentalità non fanno altro che agevolare le infiltrazioni. Dobbiamo agire sulla cultura.»

Lei sta affermando che, in questi anni, in Molise la classe dirigente, la politica ha dato il cattivo esempio?

«Assolutamente, sì.»

Può spiegare meglio?

«Altrimenti non avremmo potuto avere tutte le evidenze che abbiamo avuto. Nelle audizioni è emerso un grido d’allarme da parte di tutti: dai sindacati agli amministratori, dalle Istituzioni alle forze dell’ordine. Tutti ci hanno raccontato un pezzo.»      

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

Leggi anche:

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Si diploma nella scuola diretta dalla madre. La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»

ESAMI DI STATO/ 2^ parte. L’INTERVISTA. Dopo aver raccontato la storia, abbiamo contattato la dirigente scolastica per comprendere il suo punto di vista: «Mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro. Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata durante il periodo del lockdown.»

Si diploma nella scuola diretta dalla madre.  La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»
Dalla pagina social (facebook) del «Fermi-Mattei»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Ieri abbiamo raccontato la vicenda che vede protagonista la dirigente scolastica del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia e sua figlia, fresca del secondo diploma in Ragioneria, conseguito presso l’istituto diretto da sua madre. Abbiamo raccolto la testimonianza della prof. Anna Ferrara, presidente della commissione d’Esame (di Stato): «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Abbiamo provato e riprovato a risentire la prof. Ferrara ma, come già abbiamo scritto, siamo stati poco fortunati. Diciamo così.

E allora ci siamo informati anche noi e abbiamo anche contattato la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marialuisa Forte. «Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane», ha precisato. Aggiungendo: «non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

La storia è questa, in estrema sintesi: il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Però mia figlia – spiega la madre-preside – non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma non si poteva scegliere un altro Istituto?

Lo abbiamo chiesto alla prof. Emilia Sacco, proveniente da Ponticelli, da due anni dirigente dell’ISISS “Fermi-Mattei” del capoluogo pentro. È importante conoscere il punto di vista della madre della candidata.      

Lei conferma che sua figlia, nel settembre scorso, ha conseguito il secondo diploma presso l’Istituto che lei dirige?

«Sì.»

Sua figlia ha la residenza a Napoli?

«Sì.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) al punto 2.A si legge: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Tra i requisiti di ammissione all’esame è compresa la residenza. Sua figlia non ha la residenza in Molise. Perché è venuta a Isernia a sostenere l’esame di Stato?

«Cercavo casa qui a Isernia, volevamo trasferirci. Mia figlia, maggiorenne e laureata, aveva chiesto di venire qua. Adesso sta facendo la magistrale. Noi nel frattempo, siccome non ce la faccio a fare avanti e indietro, stavamo cercando casa. A marzo siamo andati in lockdown. Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro

Al Ragioneria di Venafro?

«Sì. Durante il periodo di lockdown ci è pervenuta questa assegnazione da parte dell’Ufficio scolastico che non poteva fare l’esame a Venafro in quanto non c’era l’indirizzo di studi scelto (Sistemi informativi aziendali, nda), ed è stata assegnata a Isernia.»

Nella richiesta, inizialmente, viene indicata la sede di Venafro?

«Siccome dovevamo trasferirci qua la richiesta era stata fatta non presso la mia scuola, ma presso un’altra scuola. Però poi Venafro l’ha rigettata.»

Ma perché, avendo la residenza a Napoli, è stata indicata una scuola molisana?

«Perché ci dovevamo trasferire qua.»

Era domiciliata a Isernia sua figlia?

«Non era domiciliata qui. Però ho chiesto il nulla osta…»

E, quindi, è arrivato il nulla osta.

«È arrivato il nulla osta dalla Regione Campania.»

Dal Provveditorato?

«Dall’Ufficio scolastico regionale. Noi avevamo chiesto di farlo a Venafro, non nella mia scuola. Non sapevano di mia figlia e non ho mai conosciuta la presidente.»

Presidente?

«Di commissione (Anna Ferrara, nda). Ma a lei come è arrivata sta cosa?»

Abbiamo le nostre fonti. Nella stessa nota, già citata, si legge: “I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame. Le opzioni possono essere soddisfatte solo previa verifica da parte dell’Ufficio scolastico regionale competente”. Si parla di “omogeneità nella distribuzione territoriale”, secondo quanto previsto dall’art. 14 cc.3 del d.lgs. 62/2017. In questo caso, in cui sua figlia è stata assegnata nell’Istituto che lei dirige, è stato rispettato questo criterio?

«Penso di sì.»                                             

Tutto rientra nella normalità?

«Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano, nella propria scuola.»

Quindi, per lei, è la stessa cosa?

«Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata

Mi scusi, ma in queste tre opzioni quali scuole sono state indicate?

(“I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame”, nota MIUR del 2019).

«Mi ricordo solo Venafro. Ma vado a memoria.»

Secondo la dirigente dell’USR Marialuisa Forte tutto è in regola. Il nulla osta è arrivato. Ma è possibile conoscere le motivazioni che hanno prodotto questo nulla osta?

«Se vuole glielo scrivo e glielo mando, vado a verificare. Perché, in effetti, non seguito questa cosa». [Attendiamo la nota scritta].

Qual è stato il percorso di sua figlia per raggiungere l’obiettivo finale? Quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di idoneità e quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di Stato?

«Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare.»

Quando si fa la domanda?

«Si fa entro novembre.»

Mi faccia capire bene. Se volessi farlo anche io questo percorso cosa dovrei fare?

«Entro novembre si fa la domanda.»

E dopo sette mesi, a giugno, posso fare l’esame di Stato?

«Quest’anno è stato fatto ad agosto, perché c’è stato il lockdown.»

In sei o sette mesi potrei prendere un secondo diploma?

«Sì.»

Qualche giorno prima si fa l’esame di idoneità?

«Sì.»

E poi si fa l’esame di Stato?

«Sì.»

La commissione era composta da professori esterni o interni?

«Secondo l’ordinanza era composta da interni, più presidente esterno.»

Per questo esame di Stato?

«Per tutti gli esami di Stato.»

Per questa situazione?

«Tutti interni. Ma non lo sapevamo quando è stata fatta la domanda. Ma perché è importante sapere queste cose?»

Per capire. Le due commissioni (per l’esame di idoneità e per l’esame di Stato) erano composte dalle stesse persone o sono state diversificate?

«La commissione è unica, poi vanno in plenaria e ci sono due sottocommissioni.»

I commissari dell’esame preliminare sono stati gli stessi per l’esame di Stato?

«No.»

E il presidente?

«Il presidente della commissione esame di Stato è un esterno. Mentre per l’esame preliminare un interno, delegato.»

Da chi viene nominata la commissione?

«Esterna?»

In questo caso era interna.

«È il consiglio di classe.»

L’ha nominata lei?

«No, il consiglio di classe. Di default, perché fanno parte di quella commissione…»

Ma è lei che nomina?

«Io ho soltanto delegato la presidenza.»

I componenti della commissione sono da lei nominati?

«Il consiglio di classe, in base alle materie che devono…»

Ma lei firma il documento di nomina?

«Sì, vengono individuati in base all’esame che deve fare il candidato.»

Non voglio sapere come vengono individuati. È lei che firma?

«Sì.»

Secondo l’articolo 198 del d.l.vo n. 297 del 1994: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. Andiamo avanti. Venafro viene eliminata come sede, ma perché non scegliere un altro Istituto?

«Se sul territorio c’è…»

Lei ha informato che quella candidata era sua figlia? L’Ufficio scolastico sapeva?

«Sì, lo sapevano che era mia figlia. Sì, lo sapevano.»

Secondo lei, è possibile parlare di incompatibilità?

«No, perché dovrebbe esserci incompatibilità anche quando allora i docenti portano i loro figli nella stessa scuola. Anche lì ci dovrebbe essere incompatibilità.»

Faccio l’avvocato del diavolo. Il codice di comportamento dei dipendenti della P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni e ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, dal coniuge o di conviventi…”. Lei rientra in questo conflitto di interessi?

«Io mi sono astenuta.»

Lei non rientra in questo caso?

«No.»

Nella norma si parla di “adozione di decisioni”. Lei le ha prese le decisioni?

«Rispetto a cosa?»

Andiamo con ordine. L’articolo 198, già citato, dice testualmente: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. E ancora: l’articolo 14 dell’Ordinanza n. 350 del 2018 dice: “Il dirigente è tenuto a verificare la completezza e la regolarità delle domande”. E non solo. Lei ha il dovere di verificare il rapporto di parentela tra i Commissari nominati e i candidati.

«Ma io ho delegato, non sono stata all’interno della Commissione.»

Ho capito. Ma lei, addirittura, deve verificare se il commissario Franco Rossi è parente del candidato o della candidata. È stato verificato il suo grado di parentela?

«Ho chiesto anche all’Ufficio se c’erano incompatibilità su questa cosa…»

Quale Ufficio?

«Ufficio scolastico regionale.»

E loro cosa le hanno detto?

«Che non c’era incompatibilità su questa cosa. Quindi io sono andata avanti.»

Ma lei lo ha chiesto per iscritto?

«No.»

Dopo gli esempi che le ho fatto sulle decisioni che lei, probabilmente, ha preso continua a sostenere che è stato rispettato il Codice di comportamento dei dipendenti della P.A.?

«Guardi, penso di no. Io ho delegato queste cose. Posso aver nominato la commissione di default, in base a quelle che sono le materie da sostenere.»

Ma quando è arrivata la domanda di sua figlia lei ha dovuto verificare?

«La verifica è se ha fatto il bollettino, se aveva la licenza media…»

I requisiti…

«I requisiti. La verifica che noi facciamo.»

Nonostante tutto quello che ci siamo detti, lei pensa di rientrare nei dettami del Codice di comportamento?

«Cosa le posso rispondere…»

Quello che vuole. Ma secondo lei è opportuno che sua figlia abbia conseguito il secondo diploma nella sua scuola? È stata giusta una scelta del genere?

«Sono stata molto combattuta. L’obiettivo principale a cui dobbiamo mirare tutti sono i nostri ragazzi, i nostri studenti. Ho guardato al diritto di una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola.»

Perché lei afferma: “sono stata molto combattuta”?

«Dovevo tutelare lo status di studente.»

Però doveva tutelare anche lo status di dirigente. Lei si è trovata in una situazione un po’ imbarazzante.

«Lo dobbiamo spiegare per forza questo?»

La vicenda ruota intorno a tutto “questo”. È il fulcro. La questione è semplice: a Venafro non si poteva sostenere l’esame di Stato. Ma si poteva scegliere la sede a Campobasso. Senta, la questione è questa: non si sta mettendo in discussione la voglia di sua figlia di studiare. Ma a Napoli, ad esempio, ci sono tanti Istituti tecnici. Perché farlo proprio a Isernia, nella sua scuola? 

«Venafro me l’ha riportata. Questa cosa non l’ho più attenzionata. Perché durante quel periodo noi stavamo chiusi. Non l’ho più attenzionata, mi è proprio sfuggita.»

Perché l’Ufficio scolastico non l’ha tolta dall’imbarazzo?

«Ho chiamato qualche giorno prima. Ho chiamato la Forte (dirigente dell’USR, nda). Ho comunicato la situazione e ho detto: “proviamo a metterla in un’altra scuola”. Ma era troppo tardi. Ho chiesto di far venire l’ispettrice a scuola.»

È venuta l’ispettrice?

«No. Mi hanno detto che non era necessario.»

Ora lei si trova al centro di una polemica. Non crede?

«Sì, sì. Adesso sarò l’agnello sacrificale.»

In questa situazione si potrebbe immaginare anche un certo imbarazzo da parte dei componenti della commissione che hanno esaminato sua figlia e che lavorano nella scuola che lei dirige?

«Non lo sapevano.»

Quando hanno fatto l’esame non lo sapevano?

«Non ho parlato con nessuno.»

Se lo avessero saputo?

«Avrebbero avuto lo stesso imbarazzo nei confronti di un docente che ha il figlio nella stessa scuola. E ce ne sono»

Però il figlio la scuola l’ha frequentata. Sua figlia da Napoli, senza residenza, viene a prendersi un secondo diploma nella scuola che lei dirige. Ovviamente, viene assegnata in questa scuola. Questa è la differenza. Lei non crede?

«È una questione oggettiva, perché non ti conosco. Mi creda, veramente io non ho avuto contatti. Assolutamente.»

Ma questo episodio non potrebbe essere un cattivo esempio? Uno studente “normale”, senza legami di parentela, potrebbe dire: “lo faccio anche io, invece di frequentare la scuola per cinque anni”. Lei cosa ne pensa?

«No, è così per tutti i ragazzi privatisti.»

Non tutti hanno la madre che fa la dirigente scolastica. È così per tutti?

«Se si adottano dei criteri univoci…»

Quindi il trattamento riservato a sua figlia è il trattamento standard, valido per tutti i candidati?

«Certo.»

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

Per Approfondimenti:

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello

MILANO. Cerimonia di intitolazione dei Giardini a Lea Garofalo in viale Montello.

Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello
fonte sito Comune di Milano

Lo svelamento della targa di intitolazione del giardino di viale Montello, di fronte al civico 4, alla testimone di giustizia Lea Garofalo.

Alla cerimonia hanno preso parte il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé, la coordinatrice di Libera Milano Lucilla Andreucci e il referente di Giardini in transito Vincenzo Strambio, la cui associazione gestisce il giardino dal 2011 per realizzarne uno spazio condiviso con finalità di aggregazione e inclusione sociale e promozione culturale. 

Presenti all’evento anche i ragazzi del presidio Libera Lea Garofalo, che hanno letto alcuni brani.

fonte sito Comune di Milano

PER APPROFONDIMENTI:

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

ESAMI DI STATO. Il 9 settembre scorso la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo titolo, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre-preside. Per Marialuisa Forte, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale: «Non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre
La sede provvisoria del «Fermi» di Isernia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

ISERNIA. Come si ottiene un diploma di maturità senza frequentare i canonici 5 anni? È possibile farlo da candidato esterno? Quali sono le modalità? Ma, soprattutto, quali sono i requisiti per partecipare all’esame di Stato? Domande lecite sottoposte a chi di dovere.

Ma prima di leggere le risposte è necessario conoscere una storia che vede protagonista la prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia (domani – in esclusiva – la sua intervista). La pandemia ha stravolto la vita degli abitanti di questo pianeta, modificando anche le modalità per l’esame di Stato. Quest’anno la novità è apparsa evidente anche agli studenti dell’ultimo anno: commissioni interne ed esami orali. E per i privatisti? Anche per loro sono cambiate le modalità.

Ma cosa c’entra la figlia della preside del “Fermi-Mattei” di Isernia che ha partecipato all’esame di Stato, conseguendo il titolo di Ragioniera (articolazione Sistemi informativi aziendali)? Il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre. La stessa dirigente scolastica dell’Istituto isernino ha aggiunto: «Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma si è ritrovata a farlo nella sua scuola. Non si poteva scegliere un altro Istituto per togliere tutti dall’imbarazzo? Ma, soprattutto, perché recarsi nel Molise per conseguire un secondo diploma? Come se a Napoli non ci fossero istituti tecnici di ragioneria. La città partenopea ne ospita a decine di scuole con indirizzo di Sistema Informatico Aziendale, perché invece di Napoli si sceglie la Provincia di Isernia?

Parrebbe che già in passato ci sia stato, presso lo stesso Istituto, un esempio simile. Un assistente ATA, come ci hanno riferito da più parti, avrebbe conseguito il diploma nella scuola dove lavorava.

Nell’Istituto scolastico, momentaneamente trasferito in una struttura privata per i lavori partiti da qualche mese, si è verificato questo strano episodio. Ma prima di approfondire la questione figlia-candidata e madre-dirigente scolastica una domanda è necessaria. Non c’era nessuna struttura pubblica disponibile per ospitare lo storico Istituto isernino?

Dopo tanti anni gli attenti amministratori (un eufemismo per non dire altro) si sono accorti della pericolosità del terzo piano, quello che ospitava i “geometri”. Un Istituto che negli “anni d’oro” accoglieva migliaia di studenti. Ora, che non supera le trecento unità, è risultato poco sicuro. Ma questa è un’altra storia, tutta da approfondire.

Ritorniamo al fatto. La figlia della prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’istituito isernino ha conseguito, da privatista, il (secondo) diploma di ragioniera presso il “Fermi-Mattei”. Presso la scuola diretta dalla madre.

Il diritto all’istruzione deve essere garantito a tutti e la Repubblica, come recita la Costituzione (questa sconosciuta, scritta con il sangue dei Liberatori), ha il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In questo caso il diritto all’istruzione può essere richiamato?

Nulla da obiettare se una ragazza di talento manifesti la volontà di arricchire il proprio bagaglio culturale. L’alunna in questione, però, pur avendo ampia scelta nella propria città di origine (Napoli) ha deciso di sostenere gli esami in Molise e, precisamente, presso la scuola diretta dalla madre, mettendo – immaginiamo – tutti in estremo imbarazzo. Lo stesso ragionamento è valido per i commissari, tutti interni (tranne il Presidente), che l’hanno esaminata, prima con un esame di idoneità e poi con l’esame di Stato.

Per queste ragioni abbiamo contattato la prof. Anna Ferrara, presidente della commissione Esami di Stato. «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Certo, verso che ora possiamo sentirci?

Una domanda inutile. La risposta non è mai arrivata. La breve conversazione si è interrotta improvvisamente. Abbiamo tentato e ritentato. Fino allo sfinimento. Non siamo stati fortunati. Per tutta la giornata (venerdì 16 ottobre) il telefono è risultato “non raggiungibile”. Per scrupolo abbiamo riprovato lunedì 19 e, inaspettatamente, il telefono ha squillato. Ma inutilmente. Non abbiamo ricevuto risposta. E non siamo stati mai ricontattati.   

«L’esame si può fare in qualsiasi Istituto» ha affermato la Presidente della commissione d’esame. Ma è proprio così? Quali sono i requisiti? È opportuno farlo anche nell’Istituto diretto da un parente? Chi ha accertato i requisiti necessari all’ammissione della domanda da parte della giovane figlia, compreso quello della residenza?

La ragazza è residente in Molise? Ha il domicilio in provincia di Isernia? La nota del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca) numero 22110 del 28 ottobre 2019 parla chiaro: è necessaria la residenza. Al punto 2.A (modalità di presentazione delle domande di partecipazione all’esame) si può facilmente leggere: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Anche i candidati esterni devono rispettare dei requisiti di ammissione all’esame. Compreso quello della residenza.      

E allora abbiamo coinvolto l’Ufficio scolastico regionale del Molise, contattando la dirigente Marialuisa Forte. E siamo partiti dalla procedura, per conoscere l’iter per il conseguimento di un diploma, ovviamente per un candidato esterno.«Bisogna presentare la domanda qui da noi (presso l’USR Molise, nda).»

Una volta presentata la domanda da voi, cosa succede?  

«Noi vediamo se ci sono tutti i requisiti e, a seconda del diploma che si vuole conseguire noi lo assegniamo a una scuola.»

Quindi siete voi che assegnate la scuola?  

«Sì.»  

Quali sono i requisiti da rispettare?

«Per conseguire un diploma di scuola superiore deve avere un diploma di scuola media.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) si parla anche di residenza?

«Sì, sì. Per poterlo fare fuori Regione ci vuole il nulla osta dell’Ufficio scolastico della Regione di residenza. La richiesta deve essere motivata, ovviamente.»

Nel settembre 2020 la figlia della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia ha conseguito il secondo diploma nell’Istituto diretto da sua madre…

«So a cosa si riferisce, non c’è niente di…»

Perciò la sto chiamando, per capire cosa è successo?

«Niente, quello che le sto dicendo. Secondo quelle che sono le regole.»

Può spiegare meglio?

«Quello che ho detto.»

Ma cosa ha detto? Che significa secondo le regole?

«Le regole sono queste. Presento la domanda per fare l’esame di Stato in una Regione, in una scuola e si assegna la scuola secondo l’indirizzo degli studi.»

Quindi in questo caso c’è stato il nulla osta da parte della Regione di provenienza?

«Sì, certo che c’è stato.»

È opportuno assegnare una candidata ad un Istituto dove la madre fa la dirigente scolastica?

«Sì, perché non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

Lei prima ha detto: “So a cosa si riferisce”. Come faceva a saperlo?

«Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane.» 

Senta, ma una situazione del genere non potrebbe imbarazzare la commissione interna, composta dai professori che lavorano in quella stessa scuola?

«Assolutamente no.»

Ma è stata la candidata ad indicare la scuola?

«Assolutamente no.»

Quindi la decisione è stata presa dall’Ufficio scolastico del Molise?

«Sì.»

“Nessuna illegittimità, nessuna incompatibilità” dice la dirigente. Il Codice di comportamento dei dipendenti delle P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: «Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, …”. In questo caso è possibile parlare di conflitto di interessi? Lo abbiamo chiesto alla dirigente Emilia Sacco, le sue risposte sono contenute nell’intervista che sarà pubblicata domani.

Lo stesso discorso vale per il “nulla osta”. Per il suo rilascio è necessaria una motivazione valida. Siamo in attesa di leggere le carte, dove espressamente si spiega (immaginiamo) il motivo che ha portato l’Ufficio regionale della Campania ad autorizzare una candidata – con la residenza a Napoli – ad effettuare l’esame di Stato ad Isernia, in Molise. E c’è ancora qualcuno che dice che questa Regione non esiste. Per adesso abbiamo il punto di vista della dirigente scolastica. «Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano». Tra qualche ora potrete leggere la lunga ed interessante intervista.

Non si vuole certo mettere in discussione la preparazione della figlia della preside. La candidata in questione si sarà preparata coscienziosamente, pur provenendo da un diploma conseguito presso un Liceo Scientifico. Un percorso di studi estraneo a quello di un istituto tecnico. Sicuramente ha brillantemente superato gli esami preliminari per essere ammessa agli esami di Stato. Ha integrato con apposite prove scritte discipline impegnative come economia aziendale, informatica, diritto ed economia politica ed anche il francese.

Un esame di Stato superato con una valutazione che è andata oltre i limiti della stentata sufficienza. Noi le inviamo i nostri sinceri auguri per il suo secondo diploma.  

Cinque lunghi anni recuperati con tre pomeriggi di prove appare eccessivo? «Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare», ha puntualizzato la dirigente scolastica. Ma da quando ha iniziato a studiare? Quando si presentano le domande? Entro novembre, quindi 6/7 mesi prima.

Non stiamo mettendo in discussione l’impegno della candidata e l’indiscutibile zelo di una commissione esaminatrice che ha svolto sicuramente con coscienza il proprio lavoro.

Ma la scuola è il luogo dello studio, della formazione e dell’impegno dei giovani a cui vanno trasmessi messaggi rassicuranti e scevri da ogni considerazione equivoca. A loro va detto con convinzione che vale la pena affrontare sacrifici per formarsi e per essere all’altezza dei compiti da svolgere in una società disponibile a riconoscere il merito e la qualità delle competenze acquisite.

Per queste considerazioni, probabilmente, la scelta appare doppiamente inopportuna. Alimenta ipotesi non del tutto lusinghiere sia nei confronti della dirigente ma, soprattutto, nei confronti di una candidata che ha, con merito, superato le prove integrative e che per questo avrebbe potuto svolgere con più serenità il proprio esame in una sede scolastica diversa da quella diretta dalla madre.

«Ho guardato a una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola», ci tiene a sottolineare la dirigente madre del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

Domani pubblicheremo l’INTERVISTA – in esclusiva – della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

LEGALITA’ IN MOLISE. L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

da WordNews.it

Un libro che scuote le coscienze. 

Io ho denunciato arriva a Pietrabbondante, domenica 11 ottobre 2020 ore 17:00 presso la sala Consiliare.
L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

LEGALITA’ IN MOLISE

L’Associazione PIETRABBONDANTE nel CUORE, in collaborazione con il COMUNE di Pietrabbondante e la rivista online WordNews.it,

presenta il libro

“IO HO DENUNCIATO”

(Ed. Romanzi Italiani)

Saluti

Antonio DI PASQUO

Sindaco di Pietrabbondante

Nunzio DI PASQUO

presidente Associazione “Pietrabbondante nel Cuore”

Interverrà

Paolo DE CHIARA

(giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)

Dialogherà

con l’autore del libro

Marilena FERRANTE

(insegnante, giornalista, scrittrice)

Pietrabbondante (Is)

11 ottobre 2020, ore 17:00

Presso la sala Consiliare

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Il coraggio dei Testimoni di giustizia

La testimonianza di giustizia e legalità raccontata attraverso la storia di un imprenditore che ha denunciato. Il racconto di Paolo De Chiara intervistato da Chiara Balestrazzi sul suo ultimo libro che ha ispirato un film premiato a Venezia La Biennale di Venezia #IoSeguoTgr Tgr Rai

Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara, nel suo libro “Io ho denunciato” racconta la storia di un imprenditore che ha denunciato due clan di Cosa nostra. Dal libro è stato tratto un film che ha ricevuto a Venezia (Festival Internazionale del Cinema) il Premio “Starlight”

di Chiara Balestrazzi; montaggio Gennaro Mastrantonio

IO HO DENUNCIATO #lettori

GRAZIE di Cuore Rosa… un forte abbraccio alla tua grande mamma.
#lettori #leggeresempre
«Portato a casa sabato sera, la mia mamma, 86 anni quinta elementare, lettrice accanita, mi ha chiesto: “Lo posso leggere prima io?”.
Dico: “Certo!”.
Ieri sera torno a casa e mi dice: “Ho finito il tuo libro è bellissimo, se tutte le persone facessero così il mondo sarebbe un posto migliore…”.
Poi ha aggiunto: “mi raccomando fallo leggere alle tue figlie”.»

#iohodenunciato

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»

ANTICIPAZIONE. L’Intervista a Luana Ilardo. «Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»
Luana Ilardo e Salvatore Borsellino

da WordNews.it

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

(L’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per martedì 29 settembre 2020)

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

APPROFONDIMENTI:

L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: