Categoria: lavoratori

“E’ stato sbagliato dare aiuti agli Agnelli”

 

Intervista al direttore di Fleet&Mobility, Pierluigi del Viscovo

“E’ stato sbagliato dare aiuti agli Agnelli”

Mercato italiano dell’auto? “In Italia c’è solo la Fiat”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Il mercato di oggi, a 1 milione e 400 mila unità immatricolate, riflette una situazione di crisi, con sfiducia e prudenza che francamente sarebbe anche preoccupante se non ci fossero, perché vorrebbe dire che in Italia saremmo 60 milioni di teste di siluro che continuano a ballare sul Titanic. Detto questo, ritengo che il mercato italiano non possa essere previsto oltre 1,9-2 milioni di pezzi nel suo momento migliore”. Queste le parole del professor Pierluigi del Viscovo, direttore di Fleet&Mobility, la società che studia il mercato e le problematiche dell’auto in Italia. Per del Viscovo nel BelPaese c’è solo la presenza della Fiat e di altre piccole realtà. E la Dr Motor che voleva anche prelevare Termini Imerese? “Un fenomeno molto, molto piccolo. Stiamo parlando di un’azienda che fino ad agosto di quest’anno ha venduto 532 pezzi. E volevano acquistare Termini Imerese. L’hanno scorso avevano venduto 2350 pezzi. Hanno fatto registrare un calo del 77 per cento. Loro assemblano delle componentistiche che vengono prodotte in Cina, non è uno stabilimento come Pomigliano, Cassino. È un fenomeno molto circoscritto”. Con il presidente di Fleet&Mobility abbiamo analizzato la situazione italiana. Che spazi ci sono per la produzione automobilistica? Chi potrebbe produrre auto? “Il nostro non è un Paese molto attrattivo, per cui certamente se qualcuno volesse avviare delle piccole produzioni semi-artigianali nel settore della meccanica, così come in altri settori, per carità però per portare un grande insediamento in Italia… sappiamo bene che non abbiamo la fila. L’industria europea dell’automobile è sovradimensionata in termini di capacità produttiva”.

Perché?

Il mercato europeo ha immatricolato fino a 16 milioni di macchine ogni anno, fino a due o tre anni fa. Poi è intervenuta la crisi che ha modificato le cose.

Come mai si vendono meno macchine in Europa e nel nostro Paese?

La crisi ha un pochino accentuato, salvo gli interventi dei governi su tutti i grandi mercati a cominciare dalla Germania. In previsione di questa grande crisi hanno varato dei piani di incentivi. Questo ha funzionato molto e ha anche costituito una grossa opportunità di vendita in Italia e in Europa per i costruttori generalisti. Gli automobilisti europei stanno comprando meno macchine e ne compreranno sempre meno, anche con la crisi alle nostre spalle. Dal 2000 al 2009 gli italiani hanno messo sulle strade 23 milioni di macchine nuove, su un totale di macchine circolanti che sono 35/36 milioni. Il parco circolante è stato rinnovato nel decennio in cui sono state pompate macchine e l’industria automobilistica negli ultimi dieci anni ha fatto dei capolavori di macchine. Sia per quanto riguarda il confort e sia per la sicurezza.

Per Della Valle “gli Agnelli hanno preso tanto dall’Italia e hanno il dovere di tutelare chi lavora per loro”. Lei è d’accordo?

Quando è stato dato agli Agnelli è stato sbagliato. Non era economia di mercato. Tutti i governi aiutano l’industria pesante. Il punto è che l’industria dell’automobile è un’industria molto sociale. Lo si vede anche dal can-can di questi giorni, è evidente che per i mobilifici nessuno ha aperto bocca. Con il massimo rispetto per tutti i lavoratori, per chi va in cassa integrazione o che perde il posto. È una cosa brutta che non deve mai accadere, però bisogna anche interpretare il pensiero di quelli che non fanno parte di un impianto di 5mila persone, però magari fanno parte di 5mila bar o di 5mila negozi e lo perdono il posto. E son figli di un dio minore. È sempre difficile intervenire mantenendo una sorta di equità nell’intervento. Questo è alla base dell’intervento di Della Valle, credo che abbia dato voce a alla piccola e media impresa italiana che chiude e apre, apre e chiude e nessuno se ne frega.

Oggi Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo sulla Fiat, su Marchionne e sui 350 euro mensili pagati agli operai in Serbia. Una dura concorrenza…

Ho visitato lo stabilimento di Pomigliano, conosco lo stabilimento di Cassino e devo dire che quello che ho visto a Pomigliano è impressionante in positivo. Da napoletano ricordo lo stabilimento dell’Alfa Sud. Sono cose serie, reali. Non credo che ci sia un problema di produrre in Italia o di non produrre in Italia. Certamente la produzione è molto distribuita e questo non succede mai. Le macchine che vengono prodotte in Italia su cinque stabilimenti normalmente dai concorrenti vengono prodotte in uno o massimo due stabilimenti. Abbiamo uno studio sugli impianti produttivi Fiat e sugli impianti produttivi Chrysler, la produzione da loro è molto più ragionata. Non è questione se si possono fare in Italia, indubbiamente ci sono delle prospettive di un grande mercato. Quello americano che sta tirando da diversi anni. Anche quel mercato sta cominciando a considerare in termini di massa automobili un po’ più europee. In prospettiva c’è il grande brand mondiale che è Alfa Romeo, su cui tutti gli investimenti sono davanti a noi.

Resta o non resta la Fiat in Italia?

Certo che resta. Per restare in Italia la Fiat deve guadagnare soldi, deve fare di tutto per non trovarsi nella condizione di non poterci più lavorare. Deve essere cambiato il sistema Paese. Passera deve incontrare Marchionne non per fare il suo lavoro, ma per fare il Ministro. Gli aiuti alla Fiat in passato sono stati un danno, perché adesso ci si trova con una situazione drammatica. Era fallita, c’era già andata vicino negli anni ’70. Che tutta l’industria italiana abbia sempre vissuto un pochino protetta anche dal discorso delle svalutazioni è un dato di fatto. Non so se la Fiat resta in Italia con Pomigliano, Melfi, Cassino, Mirafiori più Val di Sangro. In un mercato libero uno deve anche considerare se si riesce a stare in piedi con questi impianti. Questo si dovrebbero chiedere anche i sindacati.

18 settembre 2012

 

 

DIRITTO DI CRONACA (9-12-2011) – LAVORO – II parte del Viaggio nel Nucleo Ind. Isernia-Venafro

La SECONDA e ultima PARTE del Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro in compagnia del sindacalista della Cgil Molise Marcello ANDREOZZI sulla disastrosa situazione occupazionale. 

Ad oggi nel Nucleo Industriale si sono persi 1.000 posti di lavoro: di chi sono le responsabilità? Degli Imprenditori? Della politica regionale? 
durata: 7 minuti, 22 secondi 

Seconda puntata dedicata al LAVORO
DIRITTO DI CRONACA – 9 dicembre 2011
TLT Molise
Ospiti in studio: Giuseppe TARANTINO, segretario regionale FIOM; Luigi BRASIELLO, presidente Camera di Commercio di Isernia e una SEDIA VUOTA (doveva essere occupata da un rappresentante del centro-destra).

DIRITTO DI CRONACA (9-12-2011). – LAVORO – Intervista esclusiva a Paolo PASSARELLI.

LA TESTIMONIANZA.
Intervista esclusiva a Paolo PASSARELLI (già sindaco di Pozzilli), oggi dirigente del Consorzio Nucleo Industriale Isernia-Venafro, con due FUORI ONDA. (“E’ la politica regionale che controlla il Nucleo…”.).

Dai Rifiuti Tossici della Sim alla presenza della Dia (Distretto Investigativo Antimafia), dalla famiglia Ragosta agli intrecci con la politica…

Ad oggi nel Nucleo Industriale si sono persi 1.000 posti di lavoro: di chi sono le responsabilità? Degli Imprenditori? Della politica regionale? 
durata: .. minuti, .. secondi 

Seconda puntata dedicata al LAVORO
DIRITTO DI CRONACA – 9 dicembre 2011
TLT Molise
Ospiti in studio: Giuseppe TARANTINO, segretario regionale FIOM; Luigi BRASIELLO, presidente Camera di Commercio di Isernia e una SEDIA VUOTA (doveva essere occupata da un rappresentante del centro-destra).

DIRITTO DI CRONACA (9-12-2011) – LAVORO – Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro

La PRIMA PARTE del Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro in compagnia del sindacalista della Cgil Molise Marcello ANDREOZZI sulla disastrosa situazione occupazionale. 


Intervista esclusiva a un lavoratore che denuncia il “comportamento” dei fratelli RAGOSTA, gli ex proprietari della Rer e della Fonderghisa (entrambe dichiarate fallite).

Ad oggi nel Nucleo Industriale si sono persi 1.000 posti di lavoro: di chi sono le responsabilità? Degli Imprenditori? Della politica regionale? 
durata: 11minuti, 15 secondi 

Seconda puntata dedicata al LAVORO
DIRITTO DI CRONACA – 9 dicembre 2011
TLT Molise
Ospiti in studio: Giuseppe TARANTINO, segretario regionale FIOM; Luigi BRASIELLO, presidente Camera di Commercio di Isernia e una SEDIA VUOTA (doveva essere occupata da un rappresentante del centro-destra).

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

I lavoratori in attesa di due mensilità

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

La Fiom Molise ha richiesto un incontro per “valutare la situazione industriale”. Ma Di Risio minimizza

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’intesa per Termini Imerese, per adesso, sembra aver messo tutti d’accordo. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, il Governo, i sindacati (compresa la Fiom nazionale), la Fiat e l’imprenditore molisano Massimo Di Risio. L’ex pilota del campionato turismo, oggi presidente della Dr Motor Company.

L’unica stecca nel coro è quella di un altro molisano. L’ex pm e ministro Antonio Di Pietro che, attraverso un nota firmata insieme al responsabile Welfare e Lavoro dell’IdV Zipponi, ha attaccato con queste parole: “l’imprenditore Di Risio, che ha promesso mari e monti e che è stato presentato dal ministero dello sviluppo economico, non paga da mesi i suoi dipendenti d’azienda in Molise”. Suona strano: un imprenditore, da mesi interessato a rilevare lo stabilimento siciliano, lasci senza stipendio i suoi lavoratori, che assemblano pezzi di auto spediti, via mare, dalla Cina: eppure il problema degli stipendi va avanti da mesi.

Già dal settembre scorso, quando la Fiom Molise, attraverso una nota inviata all’Associazione Industriale e alla Dr Motor Company S.p.A. chiede “di discutere della situazione industriale”. Ma non è l’unica richiesta presentata dal sindacato. Dopo una settimana ecco cosa si legge nella seconda missiva, firmata dal segretario della Fiom regionale Giuseppe Tarantino (15 settembre): “si chiede un incontro urgente per esaminare la situazione aziendale della Dr Motor”. Ma le promesse a riguardo da parte dell’azienda non si sono maiconcretizzate. Ed ecco arrivare, il 26 settembre, una nuova nota per “discutere sul mancato pagamento delle retribuzioni e sui rapporti tra la parte datoriale e le maestranze”. Il 2 novembre la Fiom sollecita “la società al pagamento della mensilità del mese di settembre ai lavoratori della Dr che potrebbe sommarsi alla mensilità del mese di ottobre”. Questa la risposta dell’imprenditore, raccolta da ’Il Sole 24Ore’: “c’è stato al più qualche giorno di ritardo, ma tutti gli stipendi sono stati pagati”.

Abbiamo voluto sentire anche un lavoratore della Dr Motor, senza riportare il suo nome, che ha esordito così: “siamo messi in mezzo a un casino. Ci sono state telefonate da alcuni giornalisti”. Sul pagamento degli stipendi? “Oggi, forse, ci faranno finalmente l’accredito per gli stipendi arretrati (settembre e ottobre, ndr). In questi anni non era mai successa una cosa del genere”. Proprio qualche giorno fa, in un’assemblea, Massimo Di Risio avrebbe esternato la sua delusione per le notizie uscite fuori dall’Azienda e arrivate a coinvolgere il sindacato.

Ma chi è l’uomo chiamato a ridare un futuro agli ex stabilimenti Fiat di Termini Imerese? Dopo l’esperienza come pilota, ha iniziato la sua avventura con un concessionario Lancia a Macchia d’Isernia. Oggi sede del polo automobilistico La Città dell’Auto. Da concessionario è diventato assemblatore. Con la scommessa Termini Imerese (per molti una vera e propria ’pazzia’) punta a diventare produttore. Di Risio ha utilizzato per le sue ’pazzie’ diversi fondi regionali. Nel 2006 la Regione Molise destinò 4,6 milioni di euro per la “realizzazione dell’iniziativa produttiva – si legge nel bollettino ufficiale – finanziata attraverso l’estensione con finanza regionale del contratto d’area Molise InternoSoldi prelevati anche dal fondo per l’emergenza alluvionale e sismica. Come si può facilmente apprendere dalla delibera di giunta n. 698 del 2007, con oggetto: ’provvedimenti in favore della ripresa produttiva nel territorio della Regione Molise colpito da eccezionali eventi sismici e meteorologici’.

Ma Macchia di Isernia, sede dello stabilimento, non rientra né nelle zone terremotate né in quelle alluvionate. “Dopo quel finanziamento pubblico – affermò in una nota il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – ho sempre chiesto informazioni sul piano industriale dell’azienda, quali investimenti e livelli occupazionali garantissero per poter usufruire del contratto d’area, ma ho sempre ricevuto risposte parziali. E ancora oggi dopo quattro anni, in commissione non è mai arrivata una relazione sui risultati raggiunti”. Per l’ex segretario regionale della Cgil Molise: “non è chiaro qual è il progetto dell’impresa, che non ci ha neanche comunicato un investimento così importante a Termini Imerese”.

Ma oggi cosa viene prodotto nello stabilimento di Macchia di Isernia? E, soprattutto, come?Dopo aver stretto nel 2007 un accordo di fornitura con Chery Automobil (casa automobilistica cinese, in Italia è conosciuta per l’accordo stipulato con la Fiat per portare il prodotto italiano in Cina), la Dr Motor comincia ad assemblare le componenti dell’auto che arrivano a Macchia di Isernia. La prima creatura è stata la DR1, una tre porte a basso prezzo, tutta made in Cina, venduta inizialmente attraverso i supermercati Iper. Per superare il problema delle omologazioni dei propulsori secondo le norme dell’Unione Europea sono arrivati i motori Fiat. Si è ingrandita la rete dei concessionari e si sono aggiunti nuovi modelli. Oggi la Dr Motor ha tre modelli nel listino (DR1, DR2 e DR5) che vanno dagli 8 a 18 mila euro, tutti prodotti in Cina. Nel 2010 l’exploit delle vendite.

Ma nei primi mesi del 2011 si verifica una forte flessione, con una riduzione del 26%. Questi i dati: 2.700 vetture vendute contro le 3.600 dell’anno precedente. Il dato percentuale è peggiore di quello Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Nel mese di ottobre la flessione è stata del 51%. Qual è oggi la situazione finanziaria della Dr Motor? E’ Andrea Malan su Il Sole 24Ore a fare i conti in tasca a Di Risio. “L’azienda molisana è da tempo in trattative con le banche creditrici per una ristrutturazione dei debiti e per l’ottenimento di nuovi fondi. Secondo fonti del ’Sole 24 Ore’, sul tavolo dello studio Solidoro di Milano c’è un piano che tecnicamente si definisce ’piano attestato di risanamento’, in base all’articolo 67 della legge fallimentare: una procedura introdotta dalla recente riforma che, con un accordo tra le parti validato da un professionista terzo, permette ai creditori e all’azienda una tutela in caso di difficoltà successive”.

Su questo punto è doveroso registrare la risposta di Di Risio: “abbiamo fatto predisporre allaErnst & Young un piano che abbiamo poi sottoposto alle banche, ma non c’è alcun articolo 67; credo che non ci arriveremo e anzi, con l’operazione Termini anche il piano precedente potrebbe essere superato”. Continua ’Il Sole 24Ore’: “la nota con cui il Ministero dello Sviluppo economico annunciava la scelta dei candidati per Termini Imerese parlava di aziende selezionate, tra l’altro, “sulla base della solidità finanziaria”. Dr Motor era gravata a fine 2009 da circa 74 milioni di debiti complessivi – di cui 34 con le banche –, con una posizione finanziaria netta negativa per 34 milioni a fronte di un patrimonio netto di poco meno di 10 milioni. L’approvazione del bilancio 2010 era stata rinviata dai revisori dellaKpmg in attesa di verificare il presupposto della continuità aziendale”. Anche sul bilancio DiRisio sembra essere tranquillo: il ritardo è dovuto alla definizione di alcune poste, e il bilancio è stato depositato nei giorni scorsi”. Bilancio o non bilancio, bisogna capire la logica della scelta di Termini Imerese. Secondo alcuni sindacalisti molisani: “lo stabilimento di Macchia non avrà più motivo di esistere”. 

da lindro.it di martedì 29 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Dr-Motor-nella-tempesta,4739#.TvRntjXojpk

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

’SANTI’ PATRONATI

La riforma 152 che ne ampliava le funzioni compie dieci anni

’SANTI’ PATRONATI

Un corpo intermedio di servizio e un punto di riferimento per il welfare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I Patronati hanno contribuito in questi anni ad avvicinare milioni di cittadini, lavoratori e pensionati, alle istituzioni preposte alla gestione dello stato sociale, e quindi alla democrazia. E il loro ruolo sarà sempre più determinante in futuro, soprattutto alla luce dei bisogni sociali emergenti dall’acutizzarsi della crisi economica, che aumenta disagi e domande di tutela”. In questo modo il vicepresidente del patronato Acli, FabrizioBenvignati, è intervenuto in occasione del decennale della legge di riforma 152 del 2001.

La norma che ha permesso di ampliare le funzioni, confermando i compiti e affidandone di nuovi. Una legge che ha ‘rivoluzionato’ l’attività dei patronati. L’anniversario è stato celebrato questa mattina dalle quattro sigle (Cepa, Cipas, Cipla, Copas) con una manifestazione organizzata al Cnel. Per una riflessione sulle sfide future. Per il presidente del raggruppamento Cipla, Leo Fiorito: “sono stati dieci anni che hanno modificato la nostra vita, hanno cambiato le persone, le famiglie, i lavoratori. Tutti, in questi anni, sono impegnati nella ricerca di nuovi equilibri. Questo decennale è di fondamentale importanza e i patronati, come corpo intermedio di servizio, devono offrirsi alla riflessione. Il sistema dei patronati sarà all’altezza del suo compito se guarderà per tempo e interverrà rispetto alle modificazioni in campo, se riuscirà a guardare alla rete di orientamento sociale e a definire e posizionare al centro beni e servizi di pubblica utilità, per dei bisogni che continuano ad investire salute, famiglia, immigrazione, nuove forme di società”.

All’incontro, che ha visto per la prima volta insieme i quattro raggruppamenti sindacali, ha preso parte anche il consigliere del Cnel Bosco: “il patronato costituisce dal 1947 un punto di riferimento e un partner sociale per tutti coloro che hanno diritto a prestazioni del nostro welfare e bisogno di una assistenza a misura di persona”. Per il presidente dell’Inca-Cgil,Morena Piccinini: “abbiamo bisogno di allargare il nostro ambito di azione verso grandi terreni, come quello della previdenza complementare e dei rapporti con la pubblica amministrazione a livello locale. La funzione nuova del patronato è proprio questa: rivolgersi alla persona per l’insieme dei diritti di cittadinanza, da quelli previdenziali alla tutela della salute sul luogo di lavoro, alla gestione del rapporto verso i lavoratori immigrati”.

I patronati nascono con l’esperienza del mutuo soccorso, sino ad arrivare al sostegno per i soggetti più in difficoltà. La legge del 2001, che “detta i principi e le norme per la costituzione, il riconoscimento e la valorizzazione degli istituti di patronato e di assistenza sociale quali persone giuridiche di diritto privato che svolgono un servizio di pubblica utilità”, ha permesso ai patronati di attivare le convenzioni con i soggetti istituzionali.

Per collaborare con strutture pubbliche e private e per coprire le richieste e i bisogni sociali. Ma quali sono le funzioni dei patronati? Basta sfogliare la legge del 2001: “Gli istituti dipatronato e di assistenza sociale esercitano l’attività di informazione, di assistenza e di tutela, anche con poteri di rappresentanza, a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi, dei pensionati, dei singoli cittadini italiani, stranieri e apolidi presenti nel territorio dello Stato, per il conseguimento in Italia e all’estero delle prestazioni di qualsiasi genere in materia di sicurezza sociale, di immigrazione e emigrazione”.

L’attività del patronato è sottoposta al controllo del Ministero del Lavoro che rileva, annualmente, la quantità e la qualità dell’operato di ciascuno. 11 milioni e 400mila pratiche lavorate nel 2010, 22mila uffici e recapiti aperti al pubblico sei giorni a settimana, 6 milioni e 900mila ore di servizio offerte ai cittadini in un anno. Questi i numeri dei patronati in Italia, resi noti questa mattina nel corso dell’appuntamento a Roma. Secondo l’Istituto Ispo di Milano tra la popolazione italiana il servizio più conosciuto tra i cittadini è quello riferito alle pensioni (78%), per gli assegni familiari (74%) e per l’indennità di disoccupazione (71%).

Per la ricerca, realizzata tramite interviste telefoniche, con il sistema CATI, (su un campione di 1007 individui) nove italiani su dieci (il 93%) affermano di averne sentito parlare. Il 47% afferma di saper indicare ed indica una sigla di patronato (mentre il 46% dice di non essere in grado di citare alcun nome specifico di patronato). Il 39% manifesta un’ottima o discreta conoscenza dei patronati. Il 44% degli intervistati sostiene di essersi rivolti ad un patronato, mentre il 28% dichiara che potrebbe farlo in futuro. Un’esperienza di oltre sessant’anni di attività di assistenza e di tutela per i cittadini e i migranti che “dalla pubblica amministrazione esigono i loro diritti previdenziali e assistenziali, secondo la legislazione vigente”.

Quali sfide attendono il patronato? Che peso ha in questo particolare momento? Lo abbiamo chiesto al professor Mario Napoli, docente di diritto del lavoro e direttore del Dipartimento di Diritto privato e pubblico dell’economia dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. “E’ una norma molto positiva, innovativa e interessante. Lo Stato pensa alla protezione dei cittadini. Una grande occasione di presenza sociale per le persone. L’impianto è esatto. Ne parlo positivamente, anche se è costosa per le tasche dello Stato. Ma è necessaria”. Il vicedirettore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale non ha dubbi: “non si mettono in discussione i diritti acquisiti nel corso del tempo. In questa drammatica situazione, almeno, si lasciano le forme di tutela. Quando c’è incertezza e instabilità tra i cittadini meglio non mettere in discussione certi diritti fondamentali”. Ma qual è la situazione del mercato del lavoro in Italia? Secondo lo studio Cgil-Ires e i dati che verranno presentati domani dalla Cgil nel corso di una conferenza stampa, in tre anni di governo sono stati bruciati quasi un milione di posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano è stato caratterizzato da profondi mutamenti economici e sociali. Le debolezze dell’economia italiana si sono rivelate grazie alla crisi economica mondiale. La crisi ha peggiorato la situazione e ha inciso anche sull’andamento dei contratti interinali e atipici.

da lindro.it di martedì 15 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Santi-Patronati,4452#.TuY_grKXvq4

SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti italiani

SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Deciso lo spostamento della sede di Origgio. I sindacati: “solo per favorire gli azionisti”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un piano inaccettabile”. Non usa mezze misure Marco Falcinelli della segreteria nazionaleFilctem-Cgil sulla vicenda Sanofi Aventisl’azienda farmaceutica che produce il Maalox(commercializzato in 55 Paesi).

La multinazionale ha deciso di ridimensionare e di spostare la produzione del farmaco a L’Aquila, in Abruzzo. Il sindacalista fa riferimento alle gravi conseguenze occupazionali e alle scelte strategiche improntate ad interessi finanziari. Sono 140 i lavoratori che rischiano il posto di lavoro, perché l’azienda ha deciso la riduzione dell’organico e lo spostamento dalla sede di Origgio (Varese). Il sito, fondato nel 1971, si trova a circa venti chilometri da Milano e si estende su una superficie di 160mila mq. Nel 2006 il sito di Origgio è stato coinvolto nello sviluppo di un importante progetto relativo alla costruzione di un nuovo reparto per la produzione di Enterogermina. La decisione del gruppo francese, che in Italia è una delle prime realtà industriali, comporterà il trasferimento di 140 lavoratori nel capoluogo abruzzese. Una scelta molto difficile per i lavoratori interessati. In Italia la Sanofi Aventis ha sei stabilimenti produttivi: Varese, Cuneo, Padova, L’Aquila, Frosinone e Brindisi.

Per queste ragioni, questa mattina, è stato indetto uno sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti. Circa 250 dipendenti hanno incrociato le braccia e bloccato l’ingresso dell’azienda. Per molti è impossibile accettare le richieste avanzate. Non tutti possono trasferirsi con le proprie famiglie in un’altra Regione del centro Italia. Chi non può abbandonare il proprio territorio rischia di ritrovarsi senza lavoro, nel periodo meno opportuno per la crisi che sta colpendo l’intero tessuto industriale. Sindacati e lavoratori non capiscono la scelta strategica della proprietà, che conta in tutti gli stabilimenti italiani circa 3.500 dipendenti. Per il sindacalista Maurizio Ferrari della Femca-Cisl “l’azienda non è in crisi. La scelta è solo per questioni di utili. Abbiamo anche chiesto alla Provincia di intervenire perchè la situazione varesina è a rischio e questa situazione alla Sanofi può essere evitata, le ricadute sul territorio sarebbero drammatiche, anche per l’indotto”. Anche la nota congiunta dei tre sindacati ribadisce lo stesso concetto: “tale piano è inaccettabile per le scelte strategiche in esso contenute e per le gravi conseguenze occupazionali che produce. E’ del tutto evidente che la scelta strategica del Gruppo è quella di far prevalere gli interessi di origine finanziaria a beneficio degli azionisti e di far venire meno l’impegno industriale e scientifico in Italia. Il modello di azienda che si vuole perseguire è quello che prevede una forte presenza commerciale, ancorché ridotta, con la Ricerca fatta e sviluppata altrove e temiamo, nel tempo, la potenziale dislocazione delle attività produttive in altri Paesi”.

L’iniziativa è stata appoggiata dai sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, che hanno chiesto un incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico (“per affrontare la discussione specifica e per sollecitare rapidamente la convocazione del tavolo nazionale sulla Farmaceutica”). Informando anche Farmindustria “per far sentire la sua voce nella difesa degli interessi industriali e occupazionali del settore”.

Nel 2010 sono stati 23,2 i milioni di fatturato del sito di Varese. 50 milioni sono i pezzi dellespecialità farmaceutiche prodotte e confezionate presso lo stabilimento e 4 i continenti che ricevono i prodotti del sito di Origgio. Oltre alla produzione destinata all’Europa, lo stabilimento produce farmaci per 21 Paesi: in Africa, SudAmerica, Asia, India e Indonesia. La riorganizzazione “lacrime e sangue” (definita in questo modo dalle sigle sindacali) ha colpito i lavoratori come un fulmine a ciel sereno. Nel 2010 i sindacati con queste parole giudicavano i dati relativi all’andamento economico della società: “il quadro di insieme restituiscel’immagine di una azienda solida ed economicamente in utile, che occupa la seconda posizione di mercato in Italia e la terza in Europa e che, nonostante la profonda fase di riorganizzazione che sta caratterizzando il settore a livello globale, riesce ad essere competitiva sui mercati anche grazie alla numerosità dei prodotti in portafoglio. La pipeline dei nuovi prodotti frutto delle attività di Ricerca e Sviluppo del Gruppo ma anche di numerose operazioni di acquisizione effettuate sul mercato garantiranno l’immissione in commercio di nuove specialità nei prossimi cinque anni tali da non far prevedere problemi per l’azienda nel mantenere o migliorare le posizioni di mercato”.

Ora i lavoratori pretendono risposte certe. Non vogliono aspettare la chiusura dei reparti. PerErmanno Donghi della Cgil: “la proprietà ha fatto questa scelta solo per motivi economici, non ha senso questo spostamento. Nella presentazione del piano industriale hanno deciso di investire a Origgio nove milioni di euro per la produzione di Enterogermina. Tutti i milioni investiti negli anni scorsi per far diventare questa azienda il polo centrale della produzione di Maalox, sono quindi stati buttati?”.

Ma qual è la situazione del settore farmaceutico italiano? Secondo l’indagine del 2011 diR&S Mediobanca su ’Le principali società italiane’ risulta prima per fatturato la Menariniche supera la soglia dei 3 miliardi Gli altri grandi nomi dell’industria farmaceutica italiana, tutti in progresso di fatturato sul 2009, sono la Sanofi-Aventis (+1,5%), la Novartis Pharma(+12%) e la Merck Serono (+9,4%). Secondo l’analisi di Meridiano Sanità (l’organismo sul tema della sanità in Italia) “il settore farmaceutico costituisce, insieme alla moda e alla meccanica strumentale, un ambito nel quale è ancora possibile ambire a posizioni di leadership a livello globale. Per far crescere l’intero sistema occorre far leva sulle imprese che investono, concentrando le risorse con meccanismi di incentivo”. Qualche esempio? “Il lancio del Fondo nazionale per l’innovazione, che finanzia progetti innovativi legati ai brevetti, le misure per il rientro dei talenti, il rinnovamento nel settore della Pubblica Amministrazione. Tuttavia il nostro Paese può e deve fare di più”. Resta da capire, come in questo “di più”, vengano contemplati i rapporti con i lavoratori.

da lindro.it di venerdì 11 Novembre 2011

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ALENIA, il gioco politico

Tre mozioni in parlamento per evitare il trasferimento al Nord. Ieri l’accordo

ALENIA RESTA AL SUD

Nel 2009 un prestito di 500 milioni di euro dalla Banca Mondiale. Per molti l’azienda al centro di un ’gioco politico’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’azienda ha annunciato un piano industriale che penalizza decisamente i propri siti nelle regioni meridionali a vantaggio degli insediamenti nelle regioni del nord”, “ingiustificato depauperamento dell’economia meridionale”, “è stato previsto lo spostamento della storica sede legale di Alenia da Pomigliano d’Arco (Napoli) a Venegono (Varese)”, “adottare ogni iniziativa di competenza tesa a garantire che nella riorganizzazione del gruppo Alenia non vi sia alcuno spazio per il trasferimento del centro decisionale, della sede legale del gruppo e delle attività produttive dalla Campania verso il Nord del Paese”.

Questi alcuni passaggi delle tre mozioni presentate a Montecitorio. La politica del Palazzo non sta a guardare e interviene sulla vicenda Alenia, per scongiurare e dire ’no’ al piano industriale di Alenia Aeronautica. Un testo (primo firmatario Francesco Nunzio Testa, Udc) èbipartisan, firmato da tutti i gruppi parlamentari (tranne la Lega, per i suoi obiettivi politici al Nord), il secondo dell’Italia dei Valori (firmato da Antonio Di Pietro) e l’altro del Pd (primo firmatario Andrea Lulli). Alenia Aeronautica è una società controllata dal colosso pubblicoFinmeccanica. La maggiore realtà industriale italiana in campo aeronautico, il complesso mondiale più avanzato nel suo settore.

Finmeccanica è il quinto colosso mondiale degli armamenti, controllata dal Governo tramite il Ministero del Tesoro, utilizzata, in questi ultimi anni dalla politica, come una vera e propria mucca da mungere. E’ Aldo Di Biagio, eletto nel Pdl alla Camera dei Deputati e iscritto dal 30 luglio 2010 al gruppo Fli, a raccontare ai microfoni del programma ’Servizio Pubblico’ diMichele Santoro il modus operandi della partecipata statale: “mi ha contattato una persona con cui avevo un rapporto di amicizia, una mia collega del Pdl. Mi ha detto: ‘ci aspettiamo da te che tu ci sostenga, devi guardare al tuo futuro, noi siamo in grado di garantirtelo. Costruisci una fondazione e ti faremo avere i fondi necessari per le tue attività, un milione e mezzo di euro ti vanno bene?’” Da dove sarebbero arrivati? “In questo caso – risponde Di Biagio – da Finmeccanica, che sembra diventato il marchettatoio di questo Governo”.

Il ’marchettatoio’, come lo definisce l’onorevole, controlla l’Alenia Aeronautica, l’azienda che opera nel campo dei veivoli civili e militari. Uno dei suoi poli di eccellenza è a Napoli e nei quattro stabilimenti di Pomigliano d’Arco, Casoria, Capodichino e Nola impiega 5milapersone. Un esercito di lavoratori che si vedono penalizzati per la decisione del piano industriale di trasferire gli insediamenti industriali nel Nord del Paese. Solo due anni fa la BEI (Banca Europa per gli investimenti) ha accordato un prestito di 500milioni di euro al gruppo Finmeccanica, in particolare all’Alenia Aeronautica, per supportare il ruolo industriale nelle regioni meridionali. “Il finanziamento – si legge in una delle tre mozioni –come spiegato dalla BEI, è stato concesso sulla base di due criteri di attività della Banca stessa: il finanziamento di attività di ricerca e sviluppo e la destinazione di risorse all’ampliamento dei siti produttivi localizzati in Campania (Pomigliano d’Arco) e Puglia (Foggia e Grottaglie), regioni italiane entrambe localizzate in zona di convergenza secondo i parametri comunitari”.

C’è chi parla di ricatto politico. “I vertici di Finmeccanica – secondo un lavoratore di Alenia –sono vicini alla Lega Nord. Questo è un ricatto della Lega a Berlusconi. E’ un dato di fatto”. Si sono registrate diverse proteste degli operai Alenia a Napoli e a Roma nei mesi scorsi. Proprio da Roma una testimonianza sul gruppo dirigente di Finmeccanica: “puntano su un ridimensionamento di circa mille unità. Così diminuisce la capacità competitiva, diminuisce la capacità produttiva”.

Ecco altre testimonianze di alcuni operai e impiegati di Casoria per la difesa del sito ad alta produttività: “non sappiamo da dove sia derivata questa scelta, se non per un fatto politico, nonostante che l’anno scorso abbiamo avuto assicurazioni. Siamo preoccupati perché lo scontro non è dal punto di vista industriale, ma è uno scontro politico”. Per un altro operaio: “la questione non riguarda soltanto Casoria, dove siamo in lotta per non far chiudere lo stabilimento, ma riguarda anche l’indotto. La vergogna maggiore è quella di voler portare la direzione al Nord. Questa è una manovra prettamente politica che noi non siamo disposti a far passare. Non possiamo farci calpestare e perdere il pane quotidiano per noi anziani e per i ragazzi che oltre al lavoro non avrebbero nessun tipo di futuro. I lavoratori non ce la fanno più a essere presi in giro da coloro che avevano promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani. Le hanno sfondate le tasche, non ce la facciamo più”.

Cosa chiedono i lavoratori? “Dobbiamo fare in modo – afferma un impiegato dell’Alenia – che le quattro sedi in Campania restino nei nostri territori, insieme alla sede legale. Quando è stato presentato il piano industriale a Roma, con i vertici di Finmeccanica, in cui è emersa la volontà di chiudere lo stabilimento di Casoria e trasferire la sede legale al Nord per noi è stato un fulmine a ciel sereno, non capendo le ragioni che ci stanno dietro la richiesta di chiusura. Casoria è lo stabilimento più efficace, più produttivo dell’intero gruppo industriale di Alenia Aeronautica”.

Ma cos’è Alenia Aeronautica? Alenia Aeronautica è l’erede di un secolo di aviazione in Italia. Creata nel 1990 dalla fusione di Aeritalia e Selenia, le aziende aerospaziali e della difesa diFinmeccanica. Alenia è la discendente di una ricca tradizione di oltre 12mila aerei progettati, costruiti e mantenuti dalle aziende che l’hanno preceduta. Legò il proprio nome aEurofighter e ad altri programmi avanzati. L’odierna Alenia Aeronautica è nata nel 2002 dallasocietarizzazione delle divisioni di Finmeccanica. Da allora intorno ad Alenia sono stati commessi diversi errori. Economici e politici. Come la decisione di partecipare al programma di collaborazione con i russi di Sukhoi, imposto da Palazzo Chigi. Ma cosa dice il piano industriale? Secondo il responsabile comunicazione del Partito del Sud Emiddio deFranciscis: “mira alla riduzione del personale al sud e allo spostamento della sede legale dal sud al nord. L’Aermacchi e Alenia Aeronautica saranno fusi in un’unica società che prenderà il nome di Alenia Aermacchi e la sede legale sarà trasferita da Pomigliano d’Arco a Venegono, Varese. Il piano di ristrutturazione prevede fra l’altro la totale chiusura del sito di Casoriacon almeno 1.200 esuberi. I sindacati hanno già espresso le loro perplessità sul piano perché mentre la riduzione del personale è lampante, non si conosce qual è il piano di rilancio del gruppo”. Ed insieme all’assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito è convinto che la Lega punti al “controllo di un gruppo industriale pubblico, Finmeccanica, e opera per trasferire le eccellenze industriali dall’area di Napoli a quella di Varese, con la fusione di Alenia (la controllante, ndr) e Aermacchi”.

Ieri (8 ottobre) è stato raggiunto l’accordo tra Alenia e i sindacati sul piano della riorganizzazione. Per Giovanni Sgambati, della Uilm Campania “è un risultato molto importante che garantisce i lavoratori e crea le condizioni di un futuro industriale per AleniaAeronautica in Italia e nel Mezzogiorno”. Previste anche assunzioni, come dichiarato quest’oggi da Ludovico Vico, deputato Pd in commissione Attività produttive della Camera: “Il protocollo d’intesa prevede anche 500 nuove assunzioni, 300 delle quali nel corso del 2012. Alenia Aeronautica si impegna ad effettuare investimenti per 2 miliardi e mezzo di euro entro il 2020, con nuovi programmi e nuovi prodotti. Si tratta di un importante risultato dei sindacati metalmeccanici e delle lotte dei lavoratori. Da parte nostra continueremo a sostenere i lavoratori di Alenia come abbiamo fatto in occasione della presentazione di una mozione parlamentare. Adesso vigileremo perché questi accordi vengano effettivamente rispettati a tutela dei lavoratori”.

L’accordo – ha spiegato Giuseppe Terracciano, segretario Fim Cisl di Napoli – definisce i siti di produzione, assegna a ciascuno una missione produttiva, delinea il nuovo assetto del settore Aeronautica nell’area partenopea, come il centro operativo dei velivoli commerciali aPomigliano. Il tutto accompagnato da certezze di investimenti previsti per circa 950milionidi euro“. Per Antonio Marciano, segretario della commissione regionale attività produttive:“l’intesa raggiunta accoglie molte delle richieste dei sindacati e dei lavoratori, sventando il rischio di un drastico ridimensionamento di una eccellenza industriale della nostra regione e di tutto il Sud. Ci sono tutte le condizioni perchè un fiore all’occhiello dell’industria aerospaziale possa continuare a dare una spinta all’economia meridionale e nazionale, investendo ancora di più in innovazione, ricerca, futuro. Alle lavoratrici e ai lavoratori diAlenia il merito di aver raggiunto un traguardo importante, conducendo in queste settimane una lotta con grande determinazione i cui benefici ricadranno sull’intera regione”.

da lindro.it di mercoledì 9 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Alenia-resta-al-Sud,4329#.TuY5xrKXvq4

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