Categoria: TESTIMONI DI GIUSTIZIA

IO HO DENUNCIATO a MACCHIAGODENA (Is)

Grazie di Cuore a tutti.
#iohodenunciato #ihd #Macchiagodena

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

Giornalismo #lezione #ihd

GRAZIE DI CUORE ai ragazzi, alla dirigente e ai docenti del Liceo Scientifico di Isernia per il bellissimo confronto.
Isernia, 14 ottobre 2019
#lezionedigiornalismo #confronto #studenti #odg

IHD #libro #film

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

Io ho Denunciato #progettoScuole #ihd

#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #progettoscuola #ragazzi #scuole #ihd

Progetto SCUOLA #IHD

“Da SEMPRE più di PRIMA”
Letteratura-Cinema-Legalità
PROGETTO SCUOLA

www.iohodenunciato.it – www.cinemaset.it


#iohodenunciato #ihd #romanzo #film #romanziitaliani #cinemaset #pdc #scuole

Locandina IO HO DENUNCIATO
Locandina del film IO HO DENUNCIATO

LA PROTESTA #tdg

La protesta del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto davanti al Viminale (Ministero dell’Interno).

Dov’è Salvini?

Dov’è Gaetti?

Dove sono le Istituzioni?

#vergognadiStato

Roma, 5 maggio 2019

Il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto continua lo sciopero della fame davanti al Viminale.

Ma dove sono le associazioni dei testimoni di giustizia che avevano annunciato la protesta?

#roma#viminale#tdg#gennarociliberto

Roma, 7 maggio 2019

LA PROMESSA AL TESTIMONE

L’avv. Giuseppe De Salvo ha annunciato al testimone Gennaro Ciliberto che il suo caso è all’ordine del giorno.

Sarà vero?

Ma chi è De Salvo?

Ma cosa c’entra l’ex capo del centro SISDE di Messina (servizi segreti) con il presidente della Commissione Centrale?

#viminale#protesta#tdg#ciliberto

Roma, 7 maggio 2019

Salvini (ministro della Repubblica) “invita” il testimone di giustizia a Milano per un appuntamento elettorale

#ilministrodellapropaganda

#vergognadiStato

#roma

#protesta

#tdg

Roma, 7 maggio 2019

IO HO DENUNCIATO

GRAZIE DI CUORE MARCELLO.
#iohodenunciato
«Lo scrittore molisano Paolo De Chiara continua anche con questo libro ad interessarsi della lotta alla Mafia. Nel libro “Io ho denunciato” si parla di un imprenditore onesto, vessato e minacciato continuamente da clan mafiosi. 
A un certo punto trova il coraggio di denunciare gli uomini
che lo ricattano e vogliono costringerlo a pagare il pizzo. Decide di denunciare l’accaduto, entra così nel programma di protezione testimoni e diventa un bersaglio della mafia, per cui potrebbero uccidere lui o qualche elemento della famiglia. Trascorre diverso tempo in questa situazione difficile e rischiosa. Alla fine quando l’avvocato gli chiede se ne è valsa la pena di complicarsi la vita e lui risponde in modo affermativo perché bisogna far capire ai giovani che le mafie si possono sconfiggere. 
Con questo libro ci si rivolge a tutti per far capire che la criminalità organizzata è un male e si può sconfiggere anche con il coraggio di un cittadino.»

IO HO DENUNCIATO #libro

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

sito: iohodenunciato.it

mail:iohodenunciato@virgilio.it

IL SITO: http://www.iohodenunciato.it/

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A breve disponibile nelle maggiori LIBRERIE italiane.

Data di uscita: gennaio 2019

Pagine: 152

Copertina: morbida

Editore: Romanzi Italiani

ISBN: 9788827864258

“Il sistema di protezione non funziona”

Pesaro, via Bovio. Il luogo del delitto. fonte Corriere.it 

Dopo l’omicidio Bruzzese un testimone di giustizia denuncia i limiti dello Stato   

“Il sistema di protezione non funziona”

L’appello: “Immediate dimissioni del presidente Gaetti e del ministro Salvini”
di Paolo De Chiara

Un agguato nel giorno di Natale. Un messaggio per tutti i testimoni e i collaboratori di giustizia. La morte di Marcello Bruzzese, fratello di un ex appartenente alla ‘ndrangheta, dagli anni 2000 collaboratore di giustizia, non può essere interpretato solo come un chiaro messaggio al congiunto pentito, ma può diventare, anche indirettamente, un fattore destabilizzante per tutti gli altri. A Pesaro, con questo omicidio, probabilmente, si è giunti al punto di non ritorno. Bruzzese era un soggetto sottoposto a speciale programma di protezione, i due killer a volto coperto lo hanno atteso sotto casa, l’abitazione concessa dal Ministero dell’Interno. Il fatto è gravissimo. Come facevano gli assassini a conoscere i suoi movimenti? Come hanno scoperto i luoghi segreti e protetti frequentati dal fratello del collaboratore di giustizia? Il programma di protezione non funziona? Ne abbiamo parlato con un testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato appartenenti alla criminalità organizzata e colletti bianchi. Un sistema criminale ed economico che ha impiantato le sue radici in questo Paese orribilmente sporco. Per questioni di sicurezza non sveleremo le generalità del testimone, per meglio affrontare la sua personale esperienza nel programma di protezione. «Il Servizio centrale di protezione  – ha esordito – non dà i documenti di copertura. Il tutelato, nella cosiddetta località protetta, vive con il proprio nome e cognome e svolge azioni di quotidianità facilmente rintracciabili.»

Spieghi meglio cosa vuole dire.

«Ad esempio andare in farmacia e comprare un medicinale, il tutto con il codice fiscale che va a finire all’Agenzia delle Entrate dove non vi è una copertura e dove qualsiasi persona, che abbia un’amicizia con qualcuno o una qualche un’influenza, può facilmente vedere dove è stato acquistato il prodotto. Altro esempio: fare una ricarica telefonica. Se si fa una ricarica e il numero non è protetto o schermato o intestato ad altro ente o ad altra persona, basta un’amicizia nei gestori della telefonia per vedere da quale tabaccaio è stata fatta la ricarica telefonica. Lo stesso può succedere se, in un atto di ingenuità, si va a fare la revisione dell’auto presso un’officina della città. Basta un’amicizia al Pra (pubblico registro automobilistico) e con il codice fiscale si può risalire all’auto e si vede dove è stata fatta la revisione.»

Questo non è un programma di protezione.  

 «Ma, infatti, sono anni che dico che è un programma di alimentazione. L’unica cosa che questo apparato gestisce sono i circa 82 milioni di euro all’anno. Ti danno un alloggio e un mensile. Dopodiché il tutelato, nella località protetta, non ha nessun tipo di scorta, se non un referente dei carabinieri o della polizia che saltuariamente vede.»

Di chi sono le responsabilità? Della Commissione centrale o del Servizio centrale di protezione?

«Le responsabilità sono da imputare a tutto il sistema, perché sono anni che i vari governi e i vari presidenti di Commissione volevano riformare il Servizio centrale di protezione, perché carente.»

Carente in cosa?

«Carente nel sistema, carente nella protezione. Ci sono stati vari episodi in passato dove non c’è stato il morto, ma ci siamo andati molto vicini. Il problema è che i vari politici di turno, che cambiano, subiscono questo potere indiscriminato, quasi da personaggi impuniti. Non dimentichiamo che il Servizio centrale di protezione, che ha sede a Roma, è un servizio interforze, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, dove i cosiddetti referenti sono persone che sono lì da più di quarant’anni.»

Lei può fornire una testimonianza diretta?

«Sono stato varie volte presso il Servizio centrale, ho transitato nei corridoi e posso dire che non c’è la minima riservatezza e segretezza. Ho notato documenti riservati buttati sulle scrivanie o, tante volte, negli armadi aperti.»

Chiunque può entrare, senza controllo,  in quei corridoi?

«Sicuramente c’è una selezione all’ingresso, ma quei luoghi sono frequentati anche dai collaboratori che poi, alla fine, possono uscire dal programma e, poi, ci sono molti civili che ci lavorano. A me viene sempre il dubbio di come poca attenzione venga messa nella tutela dei documenti. E poi devo aggiungere una cosa gravissima…»

Prego, aggiunga…

«A me, circa tre mesi fa, mi fu consegnata da parte del Servizio centrale, in maniera erronea, una notifica di due soggetti, presenti nella mia stessa Regione di protezione e io, oggi, conosco dove vivono queste due persone. E se fosse successo pure con me?»

Lei ci vede buona fede in questi errori?

«Vedo superficialità. La vita di un testimone e di un collaboratore non viene reputata importante. Non ci dobbiamo dimenticare che a tutti gli appelli dei testimoni di giustizia, che molte volte chiedono degli aiuti, perché in località segreta si accorgono di aver visto alcune persone, loro rispondono dicendo che siamo dei rompicoglioni.»

Chi esercita il “potere indiscriminato”?

«Oggi al Ministero vi sono molte persone appartenenti ai Servizi segreti dell’epoca di La Barbera e di Contrada.»

Cosa vuole dire?

«Sono lobby che durano nel tempo. Gli stessi fanno le cosiddette carriere, sono intoccabili e sono quelli che veramente comandano. Cambia la politica, cambiano i membri della Commissione, ma le decisioni vengono prese sempre dalle stesse persone che siedono nelle stanze di comando.»

Voi testimoni state protestando contro alcuni membri di questo Governo. Non è cambiato nulla?

«Noi abbiamo una testimone di giustizia (Piera Aiello, ndr) in Parlamento che ha dichiarato più volte che non può fare nulla. A noi questo, veramente, ci fa cascare il mondo addosso. Una testimone di giustizia che ha vissuto le stesse nostre problematiche, oggi, ci dice che non può fare nulla. Ma perché non può fare nulla? Che cosa impedisce a un Governo di poter risolvere le problematiche di ottanta, novanta persone? Non vi è volontà. C’è da registrare la mancata valorizzazione e interesse affinché il testimone di giustizia possa vivere. Di chi denuncia, allo Stato, non gliene frega niente. È solamente un metodo per la magistratura, certe volte latitante, per arrivare agli arresti, per poter aprire filoni di indagine e, poi, una volta spremuti come limoni i testimoni vengono totalmente abbandonati.»

Perché non vi è volontà?

«A questo punto penso che deve arrivare un messaggio diretto a chiunque denunci, che dopo la denuncia si aprirà il girone dantesco infernale di una sofferenza fine pena mai. Parecchia gente mi ha contattato e mi ha detto che quello (Marcello Bruzzese, ndr) era il fratello di un criminale e chissà loro quanti ne hanno uccisi. Ma il punto è un altro: nel momento in cui un soggetto entra in un sistema tutorio, con protezione in località protetta, deve fidarsi dello Stato e lo Stato ha il dovere di proteggerlo. Se delle persone sono arrivate nella cosiddetta località protetta, che poi è una località super sgamata, perché si sa benissimo che tra Pesaro, Senigallia e Ancona vi sono una quantità maggiore di collaboratori e testimoni, allora a questo punto, che sia il fratello di un collaboratore o un collaboratore o un testimone, il problema è che il sistema è fallato. La cosa più grave è che io, alle 15:39 del giorno 26 dicembre 2018, non ho sentito alcun tipo di attestato di vicinanza da parte degli organi istituzionali, ma neanche da parte della deputata (Aiello, ndr), che avrebbe dovuto sposare da anni la battaglia di noi testimoni di giustizia.»

I poli fittizi sono luoghi sicuri?

«Il problema degli appartamenti è che troppo spesso vengono ruotati, per diversi testimoni e collaboratori di giustizia e, quindi, sono noti a diverse persone. Il soggetto tutelato diventa un bersaglio. Proprio in queste località alcuni testimoni dovettero andare via perché, ad esempio, a scuola i loro figli venivano discriminati. Gli stessi venivano etichettati come figli di pentiti.»

L’episodio di Pesaro potrà destabilizzare o influenzare le scelte dei testimoni e dei collaboratori?

«L’episodio di Pesaro, in una Nazione seria, dovrebbe portare a scelte nette: la prima cosa da fare sarebbe quella di sollevare dal suo compito il direttore del Servizio centrale, il generale di brigata Aceto. Dopodiché dovrebbero essere sollevati i comandanti provinciali e il questore e, dopodiché, bisognerebbe aprire immediatamente un tavolo di intesa per capire ogni singolo testimone, ogni singolo tutelato in che posizione vive, valutando tutte le rimostranze fatte. Le istanze che facciamo noi non ricevono risposta.»

Lei come ha vissuto questa notizia?

«Io vivo segregato in una casa, ho limitazioni di spostamenti e ho una paura quotidiana di morire. Anzi, mi reputo già morto. Vivo questa notizia come un messaggio devastante. ‘Quando decidiamo di venirvi a prendere lo facciamo’, questo è il messaggio.»

Conviene, a questo punto, denunciare le mafie?

«Conviene denunciare le mafie, ma non conviene entrare in un programma di protezione. Se una persona deve essere sradicata dalla propria terra, deve cambiare dodici località, ti distruggono le famiglie causando problemi ai figli, problemi psicologici, con un mancato reinserimento socio-lavorativo perenne, a questo punto, che venga smantellato questo sistema di protezione, che non fa altro che foraggiare gli interessi economici di determinate lobby, per mantenere un sistema che costa circa 82 milioni di euro. Nessuno si assuma più le sue responsabilità e il testimone si fa vivere a casa sua. Ma il problema di farlo vivere a casa sua lo abbiamo con le Prefetture, che non danno le tutele e sono, completamente, contro ogni tipo di testimone di giustizia.»

Lei ha vissuto delle situazioni al limite, che si possono avvicinare all’episodio di Pesaro?

«Certamente. Da testimone ho dovuto cambiare nove località, perché in due occasioni siamo stati scovati e non per colpa nostra. Fortunatamente, in quei momenti, la mia abilità nel capire un pericolo è stato l’elemento che ci ha salvati. Non dimenticherò mai, all’epoca vivevo in una località del centro Italia non lontano da dove è successo l’omicidio, che quando telefonai a questo luogotenente riferendo della presenza di persone con tuta ginnica e con le scarpette da ginnastica, con tipici volti dell’area napoletana, lui mi disse ‘chiudetevi in stanza’, aggiungendo che noi ci stavamo impressionando. Dopo due ore accertarono che queste persone fermate e identificate, avevano precedenti penali, erano delle mie zone di origine e non seppero giustificare la loro presenza in quella Regione. Noi restammo chiusi per nove ore in una stanza di albergo, con un mobile dietro alla porta e fummo sbattuti in un’altra Regione. Anche in quell’altra Regione ci fu un errore madornale: ci condussero in una città dove viveva il commercialista dei criminali che io avevo denunciato. E anche in questa occasione mi dissero: ‘come fai saperlo che quello è il commercialista dell’organizzazione criminale?’. Poi quando andarono a controllare mi dissero di non far uscire fuori questa notizia. Ma io lo scrissi al mio magistrato.»

Che fine fecero i soggetti individuati?

«Dopo poco furono rilasciati perché non avevano alcun tipo di limitazione, ma la cosa strana è che soggiornavano nell’albergo dove noi dormivamo. Persone con precedenti di reati per camorra.»

Vuole fare un appello?

«A tutti i testimoni di giustizia dico di unirci e di chiedere le immediate dimissioni del presidente della Commissione centrale, il dott. Gaetti, e del Ministro dell’Interno. Voglio ribadire un’altra cosa: anche se fosse vero ciò che ha detto Salvini, allora, io sono libero di poter tornare nella mia città. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che lui, in un anno, sconfiggerà le mafie e se veramente ci riuscirà, una cosa che è soltanto una grande fesseria, noi saremo tutti liberi di tornare nelle nostre terre.»             

Il ministro dell’Interno, Salvini
Il presidente della Commissione Centrale, Gaetti

L’Italia che crolla. Il testimone di giustizia lancia l’allarme

Parla il testimone: «Le opere sono pericolose, ci saranno altri disastri»

“Sull’A1 è sparita la cartellonistica. Una cosa gravissima”

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di Paolo De Chiara

Non è stata colpa del forte vento. Ne è convinto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Il portale è crollato, il caso non è isolato. È già successo in passato, nonostante le denunce e i vari esposti fatti presso le DDA, gli organi preposti e il Ministero delle Infrastrutture. Nulla è cambiato, nulla è successo. “Ho denunciato la criminalità, la corruzione e le infiltrazioni in appalti pubblici. La criminalità che si mescola con i colletti bianchi, che viaggia sulla linea occulta delle coperture e delle tante convivenze che la rendono sempre più invisibile. Oggi il risultato è stato quello di perdere tutto”. Ciliberto, testimone attendibile secondo le Procure, da anni denuncia i lavori e gli appalti gestiti dalle mafie. Ma non solo: nelle sue denunce indica i lavori pericolosi: “Tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”; “L’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione”, nella perizia del settembre 2011 gli esperti scrivono di “saldature mal eseguite”; “intervento criminale”; “certificati falsi”; “porcherie che si celavano all’interno della struttura”. E ancora: “Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, gemello di quello di Ferentino sull’A1, è un ponte molto pericoloso con diverse anomalie”. Nel 2008 crolla il casello di Cherasco (Cuneo), nel 2013 viene posto sotto sequestro il ponte di Ferentino, due anni prima, il 25 dicembre del 2011, sull’autostrada Napoli-Roma, collassa la segnaletica sulla carreggiata. Ed è successo di nuovo qualche giorno fa. Il pesante portale con le indicazioni stradali è crollato sulla Nola-Villa Literno. “E non è stato il forte vento”. La tragedia del ponte Morandi non ha insegnato nulla, i controlli sono un optional in questo Paese orribilmente sporco. E proprio sul nuovo crollo abbiamo intervistato il testimone Ciliberto per raccogliere il suo punto di vista. Siamo partiti dalle sue osservazioni.

“La prima cosa che ho fatto, appena mi hanno girato le fotografie, è stato ingrandire l’angolo retto e ho avuto di nuovo la conferma che la saldatura, oggetto dei tanti crolli, era collassata. Inoltre mi sono opposto al fatto, tesi sostenuta da alcuni organi di informazione, che fosse stato il vento. Io ribadisco con forza che se anche ci fosse stato il vento quel portale a bandiera non sarebbe dovuto crollare in maniera verticale, ma si sarebbe dovuto piegare verso l’alto”.

Ecco, soffermiamoci sull’oggetto dei tanti crolli: le saldature.

Da molti anni denuncio non solo un modus operandi delle saldature ma la mancanza di certificazioni e di verifiche. Bisogna stabilire con forza e con serietà che anche una saldatura fatta male, e l’ho sempre detto in questi anni, se accertata non idonea può essere recuperata prima che il portale o qualche altro elemento venga montato. Il vero problema è che i controlli non ci sono e chi esegue queste opere spesso ha delle certificazioni fasulle e della manodopera non idonea.

Ritorniamo al 25 dicembre del 2011: sull’autostrada Napoli-Roma collassa, sulla carreggiata, la segnaletica. Lei ci vede delle analogie con l’ultimo crollo?

È proprio un doppione, anche se le dimensioni dei portali sono differenti perché quello autostradale era più grande, ma si può dire che l’episodio è simile, perché dopo le mie denunce in molti portali è stato aggiunto un angolo di acciaio che va a sostegno di questi elementi. In molte vicende che si sono registrate, spesso, sia Anas che Autostrade quasi hanno vergogna ad ammettere che ci sono delle anomalie. Anche sul ponte Morandi di Genova stanno uscendo documentazioni in cui si evidenzia che Autostrade era a conoscenza di anomalie critiche della struttura.

Lei ha sempre dichiarato che «i lavori, in regime di monopolio per tutte le strutture metalliche delle autostrade, sono stati fatti in fretta e male». Cosa è successo dopo le sue innumerevoli denunce?

Abbiamo una rete autostradale che può sembrare nuova, ma è datata. La mia rabbia è che tuttora, nonostante i solleciti, le verifiche non sono state fatte. Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, fatto dai Vuolo, gemello di quello di Ferentino sull’A1, già sequestrato da Pignatone e riscontrato con anomalie, è molto pericoloso. Perché questo ponte non viene verificato? Perché i pannelli fonoassorbenti sulla tangenziale di Napoli non vengono verificati? Perché i cavalcavia dal tratto di San Giorgio a Cremano fino a Castellammare non vengono verificati? Ci sta un doppio problema: non solo il lucro e il modo criminale di chi ha seguito queste opere, ma anche la mancanza di volere intervenire. Il portale che è caduto è l’ennesimo miracolo.

Perchè?

Perché non ci sono state vittime. Guardando le foto non si ha la percezione di quanto può essere pesante tutto l’assemblaggio del cartello e del portale. In questo Paese industrializzato possiamo sempre sperare nei miracoli? Il portale si è spezzato nell’angolo dove la saldatura deve essere fatta a regola d’arte e, anche in questo caso, la saldatura non è stata eseguita a regola d’arte.

Adesso cosa succederà?

La ditta che ha eseguito questo benedetto portale dichiarerà che lo ha dato in subappalto e, sicuramente, la ditta in subappalto risulterà chiusa e tutto finirà nell’ennesima bolla di sapone. E dopo qualche giorno la vicenda sarà dimenticata. Ma quanti portali ci sono in queste condizioni, quante pensiline, quanti cavalcavia? Il sottoscritto, ritenuto attendibile perché tutto ciò che ha denunciato è stato riscontrato, perché deve ancora sgolarsi con l’Anac, con il Ministero, con le Procure? Perché deve passare per un ossessionato giustizialista? Assumendomi la piena responsabilità, posso aggiungere che non sarà l’ultimo a cadere. Ed è successa una cosa gravissima nelle ultime ore.

A cosa si riferisce?

I cartelloni sull’A1, con l’indicazione uscita Santa Maria Capua Vetere-Roma, lato Nord e uscita Santa Maria Capua Vetere-Napoli, lato Sud, prodotti dalla Carpenfer Roma (ditta legata ai Vuolo, nda), in subappalto Piccolo Costruzioni Srl, già oggetto di crollo, sono spariti. La cartellonistica è sparita, una cosa gravissima.

Lei ha denunciato la famiglia Vuolo, legata ad un clan di camorra, dirigenti Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia. A cosa hanno portato le sue denunce?

Ci sono due processi molto importanti, dove sono state riscontrate le anomalie. Ma tutta questa situazione ha portato alla distruzione e all’esclusione di Ciliberto Gennaro. Io vengo visto, nell’ambito dei lavori e appalti pubblici, come un nemico. Sono necessarie delle persone incorruttibili all’interno delle strutture. La camorra e la corruzione sono il collante, se non vi fosse stata la partecipazione e la benevolenza di funzionari, i camorristi non avrebbero mai avuto i lavori. Questo è il vero problema, la predisposizione di certi esseri umani che permettono che tutto questo avvenga.

Vogliamo spendere qualche parola sui processi..

Purtroppo non posso approfondire, posso però dire che tra gli imputati, oltre ad elementi della criminalità organizzata, ci sono alti funzionari che tuttora ricoprono ruoli importanti. La mia preoccupazione è che questi processi che tardano a partire, e non capisco il motivo, possano finire in una bolla di sapone, come spesso succede. Un uomo solo ha sfidato l’impero Autostrade, non dimentichiamo che in un’intercettazione del processo di Monza viene detto “dobbiamo farlo passare per pazzo, nessuno lo crederà” e quella frase grave di quel dirigente di Autostrade che dice: “anche se cade un ponte, quanti morti può fare?”. Il ponte è caduto e ha fatto 45 vittime. Ci saranno altri crolli, perché le opere sono pericolose. Spero tanto che il ministro Toninelli mantenga le promesse: gli esperti devono intervenire subito sulle opere, ma il problema è a monte, molte opere che vengono consegnate non sono collaudate e, troppo spesso, le carte sono fasulle. I Governi cambiano, ma i funzionari e i dirigenti restano. Serve una vera e propria rigenerazione della classe dirigenziale o dei manager all’interno di queste società partecipate o che hanno la gestione pubblica. Stiamo parlando di persone che hanno fatto la loro carriera su una spinta politica.

Perché le opere non vengono verificate?

Oggi le persone imputate nei miei processi ricoprono ancora ruoli di vertice, qualcuno è imputato nel crollo del ponte Morandi. Questi sono i personaggi di cui parliamo. Con le verifiche uscirebbero molte anomalie e le posizioni di queste persone, che occupano ruoli di comando, andrebbero a peggiorarsi. Autostrade, Arpi e Anas vogliono quotidianamente tranquillizzare l’utenza che è tutto a posto, ma non è vero. I controlli innesterebbero nell’opinione pubblica quel dubbio, perché i controlli delle opere che ho denunciato non si possono fare di nascosto, bisogna interrompere i tratti autostradali, vanno fatte le prove invasive. Non si fanno i controlli perché loro sanno che c’è stato il dolo, perché affidare in monopolio i lavori ai Vuolo o ad altre persone, significava dare del lavoro, con manodopera non specializzata, a delle ditte in odore di camorra, già interdette per camorra, ditte con certificazioni fasulle. Come può nascere un qualcosa di buono se a priori le SOA erano taroccate, se il ferro non era di prima qualità. I funzionari sanno, Autostrade sa, Anas sa, tutti sanno, ma tutti mentono.       

Secondo lei cosa bisognerebbe fare?

Bisogna iniziare dal basso, cambiare tutte le procedure di accertamento. Iniziare dalle SOA, una certificazione importante che permette alla ditta di poter partecipare agli appalti pubblici. Se le SOA sono false, come dichiarato e accertato nel mio processo di Monza, dove è stato anche condannato uno della ItalSoa, quante SOA false ci sono ancora in giro? Queste ditte, che non potrebbero lavorare perché non hanno i requisiti, come fanno a lavorare?

Oggi come vive il testimone di giustizia Ciliberto?

Mi sono dovuto rivalutare lavorativamente, ma vivo con un dolore interno. Questo dolore mi rende quasi inutile. Oggi vivo con una scorta in località protetta, però mi sento impotente. Le mie denunce, fatte di spontanea volontà all’apice della mia carriera, sono state inutili. Perché ho dovuto sacrificare la mia vita, quella della mia famiglia, il mio lavoro, la mia carriera? Per quale motivo? Per ricevere continue minacce, come i sette proiettili che mi hanno fatto ritrovare sulla macchina? Per vedere ancora crollare delle opere e vedere gli imputati o i condannati fare carriera? Io a questo non ci sto e lo griderò sino alla fine. Il testimone di giustizia deve essere tutelato, deve essere protetto. Invece ancora stiamo a lesinare sulla protezione. Il sottoscritto ha denunciato la camorra, ha bloccato appalti per milioni di euro. Ma uno che rompe le uova nel paniere alla camorra e ai colletti bianchi è un uomo che può vivere senza protezione? Può vivere una vita tranquilla? Se allora è così me lo scrivessero su un pezzo di carta, così me ne farò una ragione.    

 

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

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È successo di nuovo.

Lo aveva denunciato il tdg Gennaro Ciliberto. 

Nessuno ha mai controllato nulla dopo gli altri crolli e le numerose denunce.

 
#tdg #testimonidigiustizia #gennaroC #paeseorribilmentesporco #pdc #crolli#informazione #nonècolpadelvento
Ciliberto Testimone Giustizia

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“Lo Stato mi ha abbandonato, la camorra mi ucciderà”

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L’aggressore che si è scagliato contro il tdg

Dopo il tentativo di aggressione parla il testimone di giustizia Ciliberto

di Paolo De Chiara

Ha denunciato la camorra, quella imprenditoriale, quella che fa affari attraverso gli appalti pubblici. Si è rivolto alle Procure italiane per smascherare le anomalie, il business milionario, i legami tra le organizzazioni criminali e i dirigenti di Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia, senza dimenticare grosse figure di vertice a livello istituzionale. Lui si chiama Gennaro Ciliberto, ci ha messo la faccia diventando, dopo innumerevoli disavventure, un testimone di giustizia. Ieri, nella località segreta dove vive con la sua famiglia, ha subìto un nuovo tentativo di aggressione, dopo una serie di avvertimenti. Nel silenzio generale. “È stato molto, molto brutto”, spiega il testimone, “da dicembre che abbiamo cambiato casa abbiamo subìto una serie di atti vandalici alle nostre auto, tutto denunciato. In più abbiamo trovato un pezzo di deiezione animale appoggiato sopra al tergicristallo posteriore, anche questo episodio è stato denunciato. Esasperati da questi atti vandalici siamo in attesa di un nuovo trasferimento”.

Partiamo dall’episodio di ieri.

Stavo passando sotto casa, nel girare la strada all’improvviso mi sono sentito chiamare “omm ’e merda”. Ho abbassato il finestrino per chiedere se ce l’avesse con me e questo personaggio è partito con tutta la sua forza scagliandosi contro la macchina. La mia auto è blindata ed ha resistito e io mi sono allontanato. Questo soggetto ha continuato a correre e ha inveito delle parole verso di me, nello scappare ho urtato pure un marciapiede. Ho chiamato il 112, sono stati attimi di terrore sino a quando non ho intercettato una macchina dei carabinieri e mi hanno accompagnato in caserma. A prescindere da tutto, ciò che mi fa più paura è la gestione della nostra sicurezza. Quel tizio mi avrebbe potuto uccidere, non c’è sicurezza, non c’è monitoraggio. Ho dovuto spendere migliaia e migliaia di euro per installare un impianto di videosorveglianza, pagarmi le guardie giurate e comprarmi una macchina blindata. Tutto per restare in vita. C’è una cattiva gestione, ci difendiamo da soli.

In caserma cosa è successo?

Ho avuto paura, ho chiesto di essere accompagnato a casa e loro mi hanno risposto che potevo tornarmene da solo.

Il tizio dell’aggressione come parlava?

Parlava in napoletano, anche se loro dicono (gli inquirenti, nda) che da accertamenti fatti questa persona è originaria di qui (località segreta, nda), ma parlava in dialetto napoletano. Ha usato delle parole troppo comuni a un modus operandi, ovvero «omm ’e merd», «quaquaraqua». Fatti del genere al Nord non succedono nemmeno se ti urtano con la macchina, questa situazione è successa a freddo. Il fatto che lui mi abbia rincorso per centinaia e centinaia di metri mentre io scappavo con la macchina fa capire che se mi fossi fermato, se fossi sceso, se non avessi avuto la macchina protetta e mi avrebbe spaccato il vetro io oggi starei in ospedale. Io sono invalido al 75% e non sono una persona che riesce a reagire, non ce la faccio più. Qualcuno mi ha rinfacciato che ho avuto il tempo di fotografare e registrare, questi non credono più a nulla. Io ho dovuto dormire varie notti in macchina per capire chi ci faceva gli atti vandalici e nessuno si è interessato, in cinque mesi non hanno capito chi mi ha causato migliaia e migliaia di euro di danni. Ma come vogliono proteggere una persona?

Tutti questi episodi si possono legare alle denunce fatte in passato?

Il mio dubbio sorge quando quel soggetto mi urla «napoletano ’e merd», se io qui non frequento nessuno, non ho amicizie e le mie origini sono sconosciute a tante persone questo tizio perché mi dice queste parole? Siamo un pezzo di carta e a nessuno interessa nulla. A che serve lo show della scorta blindata in Tribunale se poi il testimone viene lasciato da solo?

Ed ora, dopo quest’ultimo episodio, sono stati aumentati i controlli?

Zero, zero. Ci stiamo difendendo da soli. È una presa per il culo, siamo abbandonati a noi stessi. L’unica cosa da fare è scappare e potersi proteggere. Io con la mia macchina mi sento protetto, ma quanti testimoni si possono comprare una macchina blindata?  

Il procuratore della DNA de Raho, dopo l’episodio del collaboratore aggredito, ha rilasciato questo commento: “lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia”.

Io stimo il procuratore antimafia, ma c’è un netto scollamento tra la magistratura, la Commissione centrale e il Ministero dell’Interno. Le parole di de Raho restano parole, ben vengano le sue parole, ma sono parole al vento.

L’episodio di ieri è rimasto avvolto nel silenzio…

Nessuno ha speso una parola, nessuno. Tranne qualche testimone di giustizia, nessuno ha espresso solidarietà. Lo stesso ragionamento vale per gli organi antimafia. Anche la stessa politica: Mattiello è scomparso, il presidente Fico è scomparso, Di Maio è scomparso. Nessuno parla più di noi, siamo abbandonati alla mercé delle mafie e loro lo sanno. Le mafie stanno tastando il polso, oggi noi non siamo protetti.

Dopo tutti questi anni, dopo le denunce, dopo questi episodi…

Ti interrompo, ho capito la domanda. Non ce la faccio più, io non denuncerei più, mi sono stancato. Non denuncerei più, basta. Lo Stato a me cosa mi ha dato? Ho fatto bloccare milioni di euro di appalti pubblici e lo Stato non mi offre nemmeno la sicurezza. Ma come si vive così? Cosa lascio ai miei figli? E se ci fosse stato mio figlio ieri in macchina? Ho chiamato gli inquirenti e non sono venuti nemmeno sul posto, sono dovuto andare io in caserma.

Tutte le persone denunciate che fine hanno fatto?

Il livello criminale sta in galera, stanno scontando la pena. Diversi sono scappati all’estero e molte altre persone continuano a fare attività in ambito autostradale. Ci sono procedimenti aperti, dove devo andare a testimoniare. Questa è la situazione, questo è il risultato. Ho bloccato milioni e milioni di euro di appalti pubblici, il bersaglio sono io, sono consapevole. Lo Stato mi ha abbandonato.

A cosa serve la nuova legge sui testimoni di giustizia?

Non serve a niente, è una legge che rimane inapplicata. Il lavoro non viene dato, la considerazione morale non c’è, non esiste perché ci continuano a chiamare «rompicoglioni». Al Servizio centrale di protezione hanno continuato ad arrestare gente che ha rubato. La legge non serve a niente. I testimoni di giustizia sono ridotti alla fame, impazziti, distrutti. L’operatore di polizia non ha rispetto e considerazione dell’essere umano, perché il testimone non porta nulla. Invece la politica può aiutare. Poi c’è un’altra cosa…

Cosa?

Abbiamo un ex presidente della Commissione centrale, il senatore Bubbico, indagato per falsa testimonianza. La gente preferisce prendere le denunce per falsa testimonianza e non essere testimone chiave, questo è gravissimo. Ma dov’è finita la moralità? Al Servizio centrale di protezione deve esserci il turnover, lì c’è gente da trent’anni e sono i responsabili della morte di Lea Garofalo, di Domenico Noviello. Questa gente non hai mai pagato.        

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Gennaro Ciliberto

 

LO SCHIAFFO AL TESTIMONE

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LE CONTINUE DISAVVENTURE DEL TDG 

Dopo la plateale protesta di ieri, davanti alla Prefettura di Napoli, non sono terminate le disavventure per il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, vicepresidente nazionale dell’Associazione TdG. L’incatenamento non è servito a nulla. Le accuse contro il sistema insensibile alle problematiche denunciate dai cittadini onesti, che hanno sfidato le mafie, non sono servite a nulla. Per la verità, la questione sembrava risolta con il ripristino del dispositivo di scorta. Proprio la tutela (inspiegabilmente revocata al testimone) è stato l’oggetto del contendere. La mediazione con l’unico funzionario presente presso la Prefettura di Napoli aveva portato buoni frutti. Solo per poche ore. Una mera illusione. Questa mattina, vigilia di Natale, sono ritornate – ampiamente prevedibili – le problematiche denunciate dal Ciliberto. La Prefettura di Napoli (una decisione notturna?) ha cambiato nuovamente idea. Il dispositivo di scorta è sceso da terzo a quarto livello. Che significa? Semplice, i familiari del testimone, che ha denunciato e fatto arrestare esponenti della camorra imprenditrice (ma anche funzionari corrotti dello Stato), in località di origine, non avranno alcun tipo di tutela. “E’ una questione di giustizia e di umanità – piange il testimone – ho un bambino autistico e una bimba di pochi mesi. Mi hanno promesso la scorta, ma non c’è nessuno. Questa mattina mi hanno revocato il livello di scorta. Non ce la faccio più, lo Stato non può trattarmi così”. I familiari di Ciliberto sono in viaggio, al loro arrivo non troveranno nessuno ad attenderli, e il testimone di giustizia è ricoverato in Ospedale per un principio di infarto.

A questo serve la nuova legge tanto sbandierata sui testimoni di giustizia?

#vergognadistato

pdc

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“Sono una vittima di camorra”: parla Augusto Di Meo, testimone dell’omicidio di don Peppe Diana

agusto di meo

“Abbiamo superato le 4mila adesioni, pare che anche la Chiesa si stia cominciando a muovere per promuovere questa petizione. Potrebbe essere la volta buona, il percorso è lungo, la ferita è ancora aperta, io sono rimasto nel mio territorio, dove faccio la sentinella. Però sono scontento, è negativo non riconoscere un testimone per un territorio così ancora in fase di cambiamento”. È un fiume in piena Augusto Di Meo, il fotografo-amico e testimone oculare dell’omicidio del prete di Casal di Principe don Peppino Diana. L’unico a presentarsi, qualche minuto dopo il fatto delittuoso, in caserma per denunciare l’assassino del giovane parroco, impegnato contro la criminalità. In quegli anni imperversavano impunemente i sanguinari esponenti del clan dei casalesi. Sono passati 23 anni da quel maledetto 19 marzo del 1994, quando la camorra – schiaffeggiata quotidianamente dalle parole e dalle azioni di don Peppe – decise di entrare in sacrestia e sparare cinque colpi di arma da fuoco.

Di Meo non è mai diventato un testimone di giustizia, per il Tar Lazio e per il Consiglio di Stato, non rientra nella legge 45 del 2001 (la norma sui collaboratori e sui testimoni), ma sta combattendo la sua battaglia personale in un territorio ancora difficile. La raccolta delle firme – iniziativa promossa dal Comitato don Peppe Diana, da Libera e dall’amministrazione di Casal di Principe – è una spinta per far ottenere ad Augusto Di Meo il riconoscimento di vittima della criminalità organizzata (legge 302 del 1990). “C’è un processo di beatificazione in corso per don Peppino e non lo so come fanno ad avere un testimone non riconosciuto, con tutte le problematiche che ci stanno sotto. Per me rimane ancora aperta questa ferita, sono coinvolto in prima persona”.

Partiamo dalle condanne degli assassini di don Peppe.
Nel 2004 finisce il processo in Cassazione, mi attivo per i benefici di legge, ma la legge del 2001 non è retroattiva. Io lasciai il territorio nel 1994, non mi permettevano di stare tranquillo, avevo coinvolto anche i miei familiari, e lo lasciai a mie spese. Sono stato in Umbria per quattro anni, aprii un’attività, chiusi la mia e mi convinsi che dovevo ritornare. Non sono io il problema, io dovrei essere una risorsa per il territorio. Per non parlare del chiacchiericcio, della delegittimazione, “lo sbirro”, “l’infamone”, “lo spione”, queste parole ancora mi fanno male e mi hanno fatto perdere tanto anche professionalmente. Ma io resisto, ed è giusto che sia così.

C’è stata anche una causa presso il Tribunale civile di Napoli per questo riconoscimento.
Nel 2004, dopo la fine del processo in Cassazione. Il giudice del Tribunale di Napoli dice che sono un testimone di giustizia, però non è competenza del Tribunale civile, ma del Tar di Roma.

E cosa succede?
Spendo altri soldi, mi rivolgo al Tar, poi al Consiglio di Stato che aveva già sentenziato che la legge non era retroattiva, quindi mi fermo. Faccio fare l’interrogazione parlamentare e altre azioni in questi anni. Ora c’è questa petizione che sta dando buoni frutti, la gente si sta dimostrando abbastanza sensibile. Mi ritrovo con questa patologia, ma vado avanti e faccio resistenza tutti i giorni.

Lei ha denunciato spontaneamente un omicidio di camorra. Rifarebbe questa scelta?
Rifarei tutto da capo senza ‘se’ e senza ‘ma’. La scelta è stata giusta e io non ho fatto questa scelta per diventare un testimone di giustizia. A volte mi chiedo perché io, perché io stavo là in quel momento, evidentemente c’era un disegno. Quella mattina in quella chiesa c’era un sacco di gente, non dimentichiamo che era il giorno di San Giuseppe, tutti quanti erano lì per fare gli auguri a don Peppe e per ascoltare la messa che doveva celebrare alle sette e mezza. Mi ci trovo vicino, e vedo che quello lo spara. Ho fatto una cosa giusta, ho scelto di andare in caserma a denunciare.

Alle 7:20 del 19 marzo 1994 don Peppe Diana viene colpito con cinque colpi di pistola: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Qual è il suo ricordo?
Arrivo alle 7:00 in parrocchia e incontro il sacrestano e lui mi disse che don Peppe stava nello studio, lo raggiungo e ci abbracciammo. Commentammo le varie situazioni del tempo, niente lasciava presagire il peggio. Lui doveva dire messa. Io vidi una persona con i capelli lunghi e sentii quando questo disse chiaramente “chi è don Peppe?”, aveva visto due persone. Don Peppe fece un cenno con la testa e questo tizio tranquillamente sparò cinque colpi. Non ebbi la consapevolezza, non potevo mai immaginare, stavo in una Chiesa. Vivevo queste dinamiche, fotografavo i morti ammazzati, ma non si poteva arrivare a tanto. Don Peppe cade all’indietro, in una pozza di sangue. Cominciai a chiamarlo, ma non rispondeva, evidentemente morì sul colpo. Alzai gli occhi per guardare verso la luce e vidi l’assassino che si metteva la pistola dentro la cintura e sentii la sgommata della macchina, insieme al trambusto generale.

E lei va subito in caserma.
Ricordo la faccia del piantone che rimase gelido. Andai a casa e avvisai mia moglie, poi ritornai in parrocchia. Personalmente non mi ricordavo nemmeno che era morto, ebbi un blocco mentale. Dopo dieci giorni, al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, conobbi Cafiero de Raho (oggi Procuratore nazionale della DNA, ndr), il magistrato che mi interrogò. Non riuscivo a stare tranquillo. Mi convinsi che dovevo lasciare il territorio, a spese mie. Trovai questo negozietto in Umbria e mi trasferii con la famiglia. Ho riscoperto dopo che sono stato definito un soggetto adamantino, ma io non ho fatto niente, non mi sento di essere un eroe. Ho fatto solo il mio dovere e questo ha portato a fare giustizia, dopo tutto quel fango che la camorra ha gettato su don Diana.

 

Con la morte di don Peppe si sveglia anche lo Stato?
Da quel momento arriva lo Stato e fa piazza pulita, con le varie operazioni. A volte dispiace dirlo, ma quella morte ha portato, con la mia testimonianza…

L’unica testimonianza?
Il sacrestano che arriva al processo dice che non sapeva niente e che non voleva sapere niente, esce di scena e rimango solo.

Una solitudine soltanto processuale?
Quello che mi fa soffrire è proprio la solitudine, mi sento solo. Sono passati 23 anni, ma la ferita non si è mai rimarginata. Ci sono delle situazioni interiori, dei malesseri, non faccio più vita sociale.

E i cittadini del suo territorio?
Faccio una mia riflessione, ed è la mia chiave di lettura: non ti ammazzano materialmente, perché non conviene e l’ala militare sta in galera e, quindi, c’è una parte della società civile che reagisce bene. E sotto questo aspetto si è registrato un cambiamento, però se qualcuno deve dire la parolina non perde occasione.

Che parolina?
Ad esempio “non andare a fare le fotografie dallo sbirro”. La battaglia io l’ho vinta, insieme alla mia famiglia, però professionalmente….

Ancora oggi accade, dopo 23 anni dall’omicidio?
È una mentalità, ma non è più possibile subire questi comportamenti. Sembra che stanno tutti vicini a te, ma nei miei confronti non è mai stato fatto un progetto.

Chi era don Peppe Diana?
Una grande persona, un giovane sacerdote che aveva rotto gli schemi di quella Chiesa assuefatta. Arriva con questo documento (“Per amore del mio popolo”, ndr), la sua vulcanicità ti coinvolgeva. Il segnale era fortissimo, scuoteva gli animi, le coscienze. Don Peppe è un martire di Dio.

E come si è comportata “quella Chiesa” dopo la sua morte?
Dopo l’omicidio abbiamo avuto un periodo buio, anche nel ricordo. La vera freschezza è stata con l’arrivo di questo vescovo che abbiamo adesso ad Aversa.

da Restoalsud.it

don peppe

TESTIMONI DI GIUSTIZIA a MODENA

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA… a MODENA
venerdì 17 marzo 2017, dalle ore 21:00 – 
Organizzato da Associazione culturale L’Asino che vola
presso La Tenda
viale Monza, angolo viale Monte Kosica

 

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA al MARTINBOOKFESTIVAL 2017

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GLI OSPITI DEL MARTINBOOKFESTIVAL 2017:
Sabato 29 luglio, Torrione Carlo V, ore 21.00

L’AUTORE:
Paolo De Chiara (Isernia, 8 maggio 1979) è un giornalista e scrittore molisano.
La sua attività di scrittore ha inizio nel 2012, quando decide di pubblicare le risultanze di ricerche effettuate sul caso mafioso della testimone di giustizia Lea Garofalo, la donna che si ribellò alla mafia intitolato “Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.” Attivista nella diffusione della cultura della legalità soprattutto all’interno delle scuole, si occupa di infiltrazioni criminali. Nel 2013 ha pubblicato “Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici”.
Come giornalista, De Chiara collabora con il quotidiano online Resto al Sud e con la testata nazionale online contro le mafie Malitalia. Nel Molise ha svolto collaborazioni con alcuni organi di informazione regionale, lavorando per il quotidiano Nuovo Molise Oggi, Il Quotidiano del Molise, La Gazzetta del Molise, TeleRegione e la Voce del Molise.
Ha collaborato con CANAL + alla realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, dal 16 luglio al 25 luglio 2013, con la collega di Special Investigation (MagnetoPresse) Barbara Conforti. Il film è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. 
Con la Giulio Perrone editore, nel 2014 ha pubblicato “Testimoni di giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.”

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IL LIBRO:
“Testimoni di giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.”
In un Paese ben lontano dall’aver sconfitto le mafie esistono ancora cittadini che hanno il coraggio di diffondere la voce della legalità e credono che denunciare sia segno di civiltà e premessa di libertà. Sono i testimoni di giustizia, figura introdotta legalmente nel 2001 per permetterne una coerente giurisdizione e soprattutto per differenziarne la natura e la disciplina rispetto ai collaboratori di giustizia, meglio noti come “pentiti”.
Il testimone di giustizia sceglie, per dovere civico, di non abbassare la testa di fronte alle prepotenze, è un testimone oculare, un imprenditore piegato dagli estorsori o, in alcuni casi, un cittadino che rivendica la propria onestà pur appartenendo a contesti mafiosi, come Lea Garofalo e Maria Concetta Cacciola.
Lo stato opera un’azione di ascolto e utilizzo delle informazioni fornite dai testimoni di giustizia e garantisce loro misure speciali di protezione: allontanamento dal paese di origine, trasferimento in località protette, identità false e sussidi che dovrebbero assicurare una vita dignitosa. Ma molti testimoni lamentano l’inadeguatezza di queste misure, il peggioramento del loro tenore di vita e l’abbandono in cui versano. isolati, privi di un sostegno psicologico adeguato, costantemente alle prese con i limiti dei servizi assistenziali e sanitari, e con i problemi legati ai numerosi trasferimenti: solitudine, spaesamento, distacco dagli affetti e impossibilità di trovare un lavoro.
Paolo De Chiara ripercorre alcune di queste storie attraverso una ricostruzione puntuale dei fatti, grazie a dichiarazioni, atti processuali, intercettazioni rese pubbliche, interviste e testimonianze, creando uno spettro il più possibile esaustivo di una realtà – quella del testimone di giustizia – che ancora vive, invece, in uno stato di ingiustizia.

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA a SANREMO, 28 marzo 2017

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA a SANREMO

28 marzo 2017

Presentazioni IL CORAGGIO DI DIRE NO & TESTIMONI DI GIUSTIZIA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017 – rappresentazione teatrale Compagnia Ragli;

#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #tdg #testimonidigiustizia
#ndranghetamontagnadimerda
#mafiemontagnadimerda 

— con Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie e Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

VIGARANO, Ferrara, 21 e 22 marzo 2017

 

LEINI, Torino, 23 marzo 2017

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RHO, Milano, 24 marzo 2017

lea rosa rossa

 

Il CALVARIO dei Testimoni di Giustizia

Gennaro C.

Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

LA LETTERA APERTA DEL TESTIMONE 

 

Siamo trattati malissimo dal Servizio Centrale Protezioni del Ministero dell’Interno, ci trattano come un numero di matricola.

 

“Continua l’accanimento del Servizio Centrale di Protezione nei confronti dei Testimoni di Giustizia, ci trattano peggio di criminali.

Ora basta!

Da persone perbene e rispettose delle regole osservate alla lettera ci sentiamo costantemente umiliati e “minacciati” da questi individui che dovrebbero garantirci serenità e sicurezza. Invece ci ricattano ogni volta che chiediamo un nostro diritto con il motto: “VI BUTTIAMO FUORI DAL PROGRAMMA”.

Non c’è alcuna professionalità e umanità nel gestire le nostre vite e i nostri impegni di salute.

Ci trattano come un numero di matricola che ci hanno attribuito.

Comunico che darò vita ad una eclatante protesta per difendere il mio diritto alla libertà, costi quel che costi.

Non temo solo la camorra a questo punto…

Ho dato un altissimo contributo alla magistratura, ho salvato migliaia di vite umane, ho contribuito con le mie denunce a svelare il più grande sistema di corruzione in ambito appalti autostradali, a far mettere in sicurezza centinaia di opere decretate a rischio crollo.

Guadagnavo 60mila euro all’anno, ora mi danno 1600 euro di contributo al mese e me lo fanno anche pesare, perchè spesso mi hanno detto che sono un “rompicoglioni”…

Risultato: ho perso tutto, ma non voglio perdere la libertà di uomo per bene e incensurato.

In 7 anni ho lottato contro il sistema, credevo di riuscire a resistere, di poter iniziare una nuova vita, ma oggi mi rendo conto che nessuno può resistere.

Mi sento morto dentro, umiliato.

Ho cercato sempre un confronto civile e rispettoso, ho sempre atteso i tempi della burocrazia, ad ogni chiamata della giustizia ho risposto. Ho messo in prima linea i miei doveri di cittadino e testimone. Ho cercato di capire le strutture della macchina di protezione, le loro contorte deduzioni. Ho cercato di stare sempre calmo, perchè chi è al potere mi ha sempre detto che “non bisogna farsi la guerra”, ma cercare un punto di incontro. Ma oggi non trovo più una risposta e mi tormento nel mio essere.

Perchè il Servizio Centrale di Protezione deve comportarsi in questo modo? Basterebbe solo applicare la legge e non interpretarla. Ma forse chiedo troppo.

Forse noi testimoni di giustizia dobbiamo scomparire? A che serve una nuova legge? A cosa servono i tanti convegni se poi ci si trova ad essere isolati umanamente. Forse qualcuno vuole farci passare per pazzi, per instabili?

Ma dopo 7 anni chiunque cede, chiunque molla la presa. Ho tanto da perdere, ma la libertà già è andata, insieme alla salute. Ho molti rimpianti, molti dubbi che mi portano ad uno stato di confusione. Questa è l‘impotenza di un uomo di fronte a quella prassi applicativa segreta e che, ogni volta, viene costruita ad hoc, per rendere un inferno un programma di protezione che dovrebbe garantire la serenità di chi è sotto protezione”.


Ciliberto Gennaro
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La gestione del POTERE

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Testimone di giustizia pericoloso per Anas e Ministero delle infrastrutture?

“Dopo aver denunciato anomalie costruttive e infiltrazioni della camorra in appalti pubblici autostradali mi sono meritato l’esilio e l’esclusione dal mondo del lavoro nelle grandi opere.

Dopo aver inoltrato varie domande di lavoro, mi sono visto rispondere “Ma lei e quello dei ponti dell’autostrada?Quello della denuncia?”

Quasi come se il colpevole dei crolli e della corruzzione fossi io?

Da circa un anno chiedo un incontro con il ministro delle infrastrutture Del Rio ma nulla.

Un dato e’ certo: nella P.A. e nei lavori pubblici nessuno vuole Ciliberto, troppo peticoloso o forse altro?

Nemmeno l’Anac ha risposto alle mie istanze.

E dire che lavorerei anche a titolo gratuito.

Una legge assunzione tdg che resta ferma tra la burocrazia e l’ineffivacia della stessa.

Purtroppo non essendo ne’ amico dei politici ne’ marito di qualche segretaria o di qualche mafioso restero’ disoccupato a vita.

Che brutto esempio dott Ministro Del Rio che diamo al popolo italiano”.

Ciliberto Gennaro

Testimone di giustizia

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VERGOGNA DI STATO!

Lo sciopero della fame del testimone di giustizia

“LO STATO MI ISOLA E MI IGNORA”

Lo sfogo di Gennaro Ciliberto: “l’ultimo gesto di umiliazione”

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Filippo Bubbico

Mesi e mesi per ricevere una risposta dalla commissione centrale, dal presidente Bubbico… ma nulla!!!
Poi c’è l’umiliazione di vedersi attaccare il telefono dalla segreteria del Vice Ministro, basta dire sono un testimone di giustizia che ti staccano la linea.
Un vice ministro che promette di persona che poi scompare nel nulla.

Un sistema che ti reputa un peso, un rompi palle.

“Con enorme dolore devo annunciare che venerdì 3 dicembre sarò dinnanzi a Palazzo Chigi per iniziare lo sciopero della fame, in protesta per la mancata attuazione del ‘programma di protezione’ e il non rispetto della legge 45/2001.
Questa è l’ultima mia possibilità, nonostante sia invalido e ammalato sono costretto a questo ultimo gesto di umiliazione.

Mi sono sempre attenuto alle regole comportamentali del programma di protezione, mi sono ricotruito da solo una vita, una nuova identità, un lavoro… tutto da solo, ma non mi sarei mai aspettato che dallo Stato ci fosse quel silenzio che ti uccide e ti rende vittima a vita.

Sono un Testimone di giustizia, attualmente a programma ‘speciale di protezione’ per imminente pericolo di vita e venire a Roma a scioperare mi espone a rischio ma non ho altra possibilità.

Dopo aver inoltrato tante istanze dopo due anni solo silenzio.
Quindi da una parte lo Stato mi difende dalla camorra e dall’altra parte mi isola ed ignora.

Mesi e mesi per ricevere una risposta dalla commissione centrale ex art.10, dal presidente Bubbico… ma nulla!!!
Poi c’è l’umiliazione di vedersi attaccare il telefono dalla segreteria del Vice Ministro, basta dire sono un testimone di giustizia che ti staccano la linea.
Un vice ministro che promette di persona che poi scompare nel nulla.

Un sistema che ti reputa un peso, un rompi palle.

Basta… il 3 Dicembre io sarò lì a dire al popolo onesto e a chi non mi ha mai abbandonato che lo Stato siamo noi e che un Testimone di giustizia pretende rispetto e che il governo deve rispettare la legge.

Sappiate che un Testimone di giustizia per poter votare deve recarsi da solo, per correre migliaia di km e anticipare centinaia di euro e non tutti i Testimoni potranno permettersi di votare…

Ho dalla mia 45 mila persone che mi seguono a loro chiedo di essermi vicino”.

CILIBERTO GENNARO
TESTIMONE DI GIUSTIZIA
CONTRO LA CAMORRA SPA

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Gennaro C.

TESTIMONI DI GIUSTIZIA… a CENTO (Ferrara), 25 novembre 2016

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CON I FAVOLOSI RAGAZZI DELL’I.I.S. Fratelli Taddia di CENTO (Ferrara), 25 novembre 2016

Grazie di Cuore a tutti (alunni, docenti, dirigenti e personale amministrativo), siete eccezionali.

#insiemesipuò

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Il testimone: “Quel mondo degli appalti che mi ha ‘ucciso'”

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Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra. 

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.

 

La storia si ripete ogni volta ed il mio sacrificio resta inutile. Quando decisi di denunciare la corruzione e le infiltrazioni della camorra nelle grandi opere autostradali, credevo che qualcosa potesse cambiare che quel modus operandi non era la regola.

Ma invece mi sbagliavo: alla fine ho salvato molte vite umane, ho fatto annullare appalti milionari, ho fatto scoprire anomalie costruttive che mai sarebbero venute alla luce senza le mie denunce, ma il prezzo che ho pagato non ha limite. Escluso a vita dal mondo dei lavori pubblici, marchiato come infame e traditore, isolato e costretto a vivere lontano per sempre dalla mia terra. Nascosto per ragioni di sicurezza e per poter continuare a vivere una vita non mia.

Erano gli anni in cui un ragazzo di 37 anni viveva come una favola una carriera manageriale da fare invidia. Lavori per milioni di euro e quell’ambizione che mi faceva lavorare quindici ore al giorno: giornate in cui si viaggiava per tutta l’Italia dove l’unico obiettivo era conquistare un’altra commessa. 

Ma furono anche gli anni in cui ho visto come la corruzione e la camorra comandava in Autostrada e a conti fatti sembra che sia stato il solo a vedere e a denunciare.

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.
Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra.

Quei colletti bianchi che in tutti i modi hanno cercato di sviare le indagini, di offuscare la mia figura di testimone, di screditare il mio essere uomo onesto.
Oggi credo, con molta certezza, che in molti sanno ma nessuno denuncia. Tutto ciò è linfa per la camorra ed i corrotti: rolex, soldi, escort sono parte di quel maledetto mondo degli appalti che troppo spesso rivaluta i corrotti.

Oggi il mio cuore è spezzato nel vedere l’ultima inchiesta sulle mazzette e putroppo non finirà qui perché se si punisce gente come me allora la legalità non farà mai parte di quel mondo.


Ciliberto Gennaro
testimone di giustizia

Gennaro C.

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

Il Testimone di Giustizia abbandonato anche dalla scorta

Gennaro C.

Gennaro C.

“Sono da ore chiuso in aeroporto, la scorta non si trova. Sto chiamando in continuazione al Ministero, alla Prefettura, al Servizio Centrale. È una situazione paradossale. La gente mi guarda, ho paura. Non è possibile vivere continuamente in questo modo”. Questa è la breve, ma drammatica, conversazione telefonica con il testimone di giustizia Gennaro C., l’uomo che ha denunciato la camorra (famiglia Vuolo, clan D’Alessandro) e la corruzione negli appalti pubblici. L’ex carabiniere ausiliario che, con le sue denunce, ha mandato sotto processo, a Monza, i soggetti implicati nella costruzione della passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Una struttura chiusa al pubblico per la sua pericolosità. Non è la prima volta che Gennaro denuncia queste assurde situazioni. Vere e proprie vergogne di Stato. I testimoni, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori, in questo Paese vengono trattati come dei limoni: utilizzati, spremuti e, poi, abbandonati al loro destino. Questo l’amaro sfogo di uno di loro: “Le mafie e i mafiosi ridono nel vedere come vengono trattati i testimoni, di come la loro sofferenza non trovi pace. Ed è per questo che attendono la loro vendetta. Vendetta che viene consumata nel tempo. Non posso più resistere, la mia mente abbandona l’idea di lottare. Il vaso è colmo e la colpa è unica: ha nomi e cognomi. Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza”. Nessuno sente l’esigenza di rispondere. Come Carmine Mocerino, onorevole, presidente della Commissione anticamorra della Regione Campania. Ecco il testo di una mail scritta da un testimone: “sono giorni che le ho scritto e più volte ho telefonato alla sua segretaria, attendevo un suo gentile contatto ma mi rattrista costatare che ad oggi Lei non abbia trovato cinque minuti per contattarmi. Gradirei incontrarla sia come cittadino ma anche da testimone di giustizia”. Ma cosa hanno fatto i testimoni di giustizia in Italia per ricevere questo trattamento?

Gennaro è arrivato in aeroporto alle 16:30, si è rifugiato all’interno del gabbiotto della Guardia di Finanza. In Prefettura, dopo due ore dall’arrivo del testimone, il funzionario di turno non è a conoscenza della situazione: “non ho ricevuto nessuna telefonata dalla Guardia di Finanza. Mi serve il tempo per capire cosa è successo. Sono soltanto un funzionario di turno, ora provvediamo a risolvere la situazione”. Alle 18:27 una nuova telefonata di Gennaro: “Stanno arrivando. Ma scrivi, la gente deve sapere come veniamo trattati”.

FESTIVAL DELLA LEGALITA’, Foligno

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FOLIGNO, 5 marzo 2016

con gli Studenti per dire NO alle Schifose mafie.

Con IL CORAGGIO DI DIRE NO e TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
GRAZIE di CUORE, siete un gruppo eccezionale!!!
Forza, #‎insiemesipuò‬.

L’ATTO DI ACCUSA del Testimone di Giustizia

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DA UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA.
“Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza”.

L’ATTO DI ACCUSA: “Ogni giorno è una continua umiliazione, una sofferenza: diritti fatti passare per piaceri, ricatti silenziosi che sono vergognosamente consumati sulla pelle di un uomo onesto, che ha un’unica colpa: aver creduto nella giustizia e nelle promesse di uno Stato che per legge dovrebbe tutelare i testimoni.
Nessuno che ha vissuto “l’esilio di stato”, inserito in un programma, potrà mai dire che questo è un programma di protezione.
La mente del tutelato viene distrutta quotidianamente, si vive di frustrazioni e negazioni. Non c’è giorno in cui le “regole” non cambino all’improvviso, come un walzer. I ‘passa carte’ giocano con la tua vita e con quella dei tuoi cari, ponendosi con quell’aria di saccenti e sfidando la tua resistenza mentale.
Forse vi è un unico scopo ed è quello della resa.

Poi c’è quel logorante pensiero che ti mette faccia allo specchio e ti fa dire “perché l’ho fatto?…perché? …perchè?. ..perché?”.
Forse il messaggio è incitare un uomo onesto a dire “Non denunciate”?. Lasciando campo libero alle mafie.
C’è altra spiegazione?

Chi dovrebbe tutelarti, chi dovrebbe applicare la legge, chi dovrebbe rendere la tua vita serena si impegna affinché sia un inferno. Affinché la tua mente crolli.
Come Don Chisciotte si combatte una battaglia impari, con una burocrazia che è l’arma vincente del sistema.
Corpo e mente non reggono più e l’idea di farla finita aumenta sempre, giorno dopo giorno. Cancellare la sofferenza perpetua in un istante, per molti, è atto di vigliaccheria.
Ma come si può resistere?
Lo chiedo a Voi uomini Onesti. Come si può vivere sapendo di essere un bersaglio, dato in pasto a chi ti vuole morto? Con la consapevolezza che la tua vita non vale nulla.
Le mafie e i mafiosi ridono nel vedere come vengono trattati i testimoni, di come la loro sofferenza non trovi pace.
Ed è per questo che attendono la loro vendetta.
Vendetta che viene consumata nel tempo.

Non posso più resistere, la mia mente abbandona l’idea di lottare. Il vaso è colmo e la colpa è unica: ha nomi e cognomi.

Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza“.

2 febbraio 2016

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