#noninvano

GIANCARLO SIANI
“Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.
#giancarlosiani

Promozione e sostegno della lettura

L’Onorevole Paolo Siani (fratello di Giancarlo, ucciso dalla camorra), in occasione della presentazione del libro di Cristina Salvio (La tenacia dei colori vivaci), illustra il suo punto di vista sulla nuova legge.

I punti fondamentali della legge, approvata definitivamente dal Senato, all’unanimità, il 5 febbraio 2020: tetto sconti (5%), carta per la cultura, tax credit (librerie), Piano nazionale lettura, Capitale italiana del libro, albo librerie di qualità, biblioteche scolastiche.

Questo il link per approfondire il testo: 

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da WordNews.it

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Sanità in Molise: sulle barricate il medico che difende il sistema pubblico

Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia, rinviato a giudizio per abbandono di paziente: “È per me un’accusa offensiva”.

ISERNIACornuto e mazziato. Ecco la frase adatta per descrivere la situazione che sta vivendo in questi ultimi giorni l’attuale direttore dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso dell’ospedale “Veneziale” di Isernia. Lui si chiama Lucio Pastore, è conosciuto per le sue battaglie in difesa della sanità pubblica. Ma le sue lotte non spuntano all’improvviso, da un giorno all’altro, come quelle di qualche “fungo” che, di tanto in tanto, cavalca l’onda per una piccola e misera passerella personale. L’impegno di Pastore è decennale. Non si è mai tirato indietro, ha sempre difeso le sue idee. Ha sempre combattuto il sistema clientelare della sanità pubblica molisana. Sono passati gli sGovernatori, da Iorio a Frattura fino all’ultimo inconsistente Toma, ma lui ha sempre mostrato, con coerenza, il suo punto di vista. Senza peli sulla lingua.

Era il 2011, nove anni fa. Davanti al pronto soccorso di Isernia i medici protestano, lamentano la drammatica situazione. All’epoca Pastore era il responsabile facente funzioni della struttura pentra. «Abbiamo indetto lo stato di agitazione, non avendo avuto risposte alle nostre richieste, per segnalare anche all’opinione pubblica la problematica del servizio». L’8 febbraio dello stesso anno in una lettera, inviata al Prefetto di Isernia, scrivevano: «il nostro servizio è intasato per la presenza di pazienti da ricoverare che non hanno allocazione possibile per mancanza di posti letto disponibili nel nostro Ospedale ed in quelli vicini. Abbiamo difficoltà a visitare i pazienti che si rivolgono alla nostra struttura per mancanza di spazi disponibili». Dopo nove anni nulla è cambiato. Anzi sì, Pastore è stato rinviato a giudizio per abbandono di paziente. Deceduto a seguito di un collasso cardiocircolatorio. La prima udienza si terrà il prossimo 17 aprile 2020.

«Era prevedibile – spiega il medico -, in quanto da tempo noi andavamo denunciando all’azienda, prima di tutto, la difficoltà di gestire una situazione con carenza di personale e con carenza di posti letto. In pratica, per scelte aziendali, abbiamo avuto una riduzione di personale medico di 4 unità nello spazio degli ultimi anni. Questa riduzione si è avuta per cessione a privati convenzionati dei posti letto. Noi non abbiamo dove poter inserire, dove poter ricoverare i pazienti. Capita che in alcune situazioni c’è un flusso tale di pazienti, per cui questa struttura è completamente intasata».

Una paziente di 77 anni ha perso la vita all’interno dei locali del pronto soccorso. Cosa accadde quel 27 gennaio del 2017?

«Quel giorno c’è stata una “tempesta perfetta”ۚ».

Cosa intende?

«Sono montato verso le 14:00 in ospedale e ho trovato tutto il pronto soccorso strapieno di pazienti, fra cui c’erano due persone, di cui una intubata e un’altra in coma, c’erano ischemie cerebrali,  c’erano pazienti con fratture, c’erano delle situazioni di aritmie pericolose. Una marea di gente e, tra queste, c’era anche questa paziente che aveva questa sua patologia. Il collega della mattina aveva prescritto degli esami. È giusto ricordare che in quel momento eravamo due medici, due infermieri e un solo portantino. Questo portantino che doveva mobilitare completamente tutta questa gente e tutti gli esami del pronto soccorso. Immaginate: trenta, quaranta persone che devono essere spostate da questo portantino. In questa situazione la paziente è deceduta. Il sottoscritto l’aveva pure visitata e aveva prescritto alcune terapie, però è subentrato il decesso».

I familiari ritengono che sia stata abbandonata…

«Noi chiediamo, invece, di comprendere perché le denunce sempre fatte all’azienda di carenza di personale, del rischio connesso a questa situazione. La stessa cosa l’abbiamo fatta alla Prefettura, siamo andati dal prefetto e abbiamo denunciato una situazione che poteva diventare rischiosa. Poi con il procuratore Albano, andammo a presentare la gravità della situazione in cui ci trovavamo ad operare. Improvvisamente succede questo e chi ha denunziato sempre un problema strutturale, organizzativo di carenza viene accusato di abbandono. Per me è un’accusa offensiva. L’ultimo dei miei pensieri è abbandonare un paziente, essere accusato di aver abbandonato un paziente sembra quasi che sia una macchia, che mi dà molto fastidio. Non credo che potrò mai mantenere una simile accusa e sono disposto ad arrivare sino in fondo, anche alla Corte Europea, se dovesse essere necessario».

Chi ha risposto alle vostre denunce?

«Nessuno. Non c’è stata alcuna risposta. Il Prefetto interessò l’azienda dopo che noi passammo, però solo chiacchiere. È diminuito il personale, i posti letto mancavano e non è successo niente. Il Procuratore Albano ci disse che lui, in assenza di un reato, non poteva intervenire come Procura…»

Adesso c’è il reato…

«Il reato l’ho fatto io, possono perseguire me. Ora andiamo a vedere cosa ha determinato questo mio eventuale reato. Dobbiamo capire cosa sta succedendo. Mi sento tranquillo, non ho commesso questo reato. Non ho mai abbandonato nessuno, mi sembra un a vicenda abbastanza kafkiana. Voglio vedere, arrivati a questo punto, chi risponderà di queste carenze strutturali».

Le vostre segnalazioni sono decennali. Da tantissimi anni protestate sulle criticità, mai risolte.

«Sono tantissimi anni e c’è una documentazione infinita. Le ho fatte io queste segnalazioni, ma le hanno fatto anche i precedenti primari. Ognuno di noi ha sempre messo in evidenza la problematica strutturale. Accanto a questa problematica, legata al personale e alla mancanza dei posti letto, ci sta una problematica strutturale interna. Noi abbiamo un pronto soccorso diviso in tanti loculi, quindi con una difficoltà di gestione. Una cosa è tenere una camera unica, con pareti mobili in cui è più facile gestire anche con poco personale e una cosa è avere tanti locali separati in muratura in cui gli infermieri devono correre da un luogo all’altro. Poi c’è un altro problema.»

Sarebbe?

«L’informatizzazione. Noi perdiamo più del 50% del nostro tempo, che dovremmo dedicare all’assistenza, a digitare i dati sul computer. Questa è un’altra cosa drammatica che si vive. E in questo contesto io avrei abbandonato qualcuno».

Le vostre segnalazioni sono state accompagnate dalle numerose proteste pubbliche. Molti cittadini molisani sono scesi in piazza in difesa della sanità pubblica. La protesta popolare è rientrata?

«C’è stato un completo disinteresse».

Dovuto a cosa?

«Perché gli interessi verso la privatizzazione del sistema erano talmente forti, per cui nessuna forza politica ha mai voluto impegnarsi a raccogliere le istanze della gente. A Isernia, negli ultimi anni, abbiamo fatto due grandi manifestazioni. Poi c’è stata la manifestazione enorme di Campobasso e il rifiuto da parte dei politici di voler dare una qualsiasi risposta».

Perché?

«Perché gli interessi economici verso la privatizzazione sono talmente predominanti per cui deve diventare secondario qualsiasi aspirazione della gente».

E i Comitati che fine hanno fatto?

«La problematica dei Comitati va ad impattare contro una politica che non recepisce. E non recependo, la politica, quello che è il passaggio a livello istituzionale, a livello della struttura decisionale di quelle che sono le istanze viene annullato. Quindi è un’assenza di politica, in senso trasversale, nella capacità di recepire una volontà di fermare il degrado di sistema».

Il nodo, quindi, è politico?

«Sicuramente è politico. Il problema è di una volontà politica che vuole spostare verso la privatizzazione. Vuole privatizzare…».

Vuole o ha già iniziato questa privatizzazione?

«Già lo ha fatto in gran parte. Il 43% dei fondi e il 40% dei posti letto sono stati spostati verso i privati convenzionati. Parecchi di questi posti vengono utilizzati per un’utenza extraregionale, per cui i nostri pazienti sono qui buttati nel pronto soccorso sulle barelle, anche per giorni. Noi non sappiamo dove poterli ricoverare. Mentre con quei posti letto si accetta un’utenza extraregionale, da cui si ricava un profitto».

E dove finisce questo profitto?

«Questo profitto non va alla Regione, ma va a quelle strutture private che hanno avuto la cessione da parte della Regione di quei posti letto.

Si perde due volte. Giusto?  

«Perdiamo posti letto per i nostri pazienti e perdiamo un guadagno, perché questo va essenzialmente a quelle strutture private».

Quale potrebbe essere una soluzione per invertire la tendenza?

«Come il disastro è politico, la soluzione può essere solo politica. Ci vuole una inversione di tendenza politica, una volontà nel riequilibrare il rapporto pubblico-privato. Bisogna arrivare a non dare più del 15% del fondo sanitario regionale ai privati e non più del 20% dei posti letto ai privati, in maniera tale da recuperare mezzi e fondi per poter gestire una sanità decente. Se non si parte da qui, anche il secondo problema tremendo che noi abbiamo, ovvero la gestione clientelare della sanità, non si riesce ad affrontare».

Quali problematiche comporta questo tipo di gestione?

«Anche questa gestione clientelare comporta delle disfunzioni, ma in questo momento le disfunzioni sono aggravate dalla mancanza di mezzi e di risorse per far funzionare il pubblico».

Abbiamo detto che il problema è politico. Ma le classi dirigenti che si sono susseguite nel corso degli anni sono state scelte dai cittadini elettori. La gente ha compreso nel profondo la gravità di questa situazione? O, nella cabina elettorale, continua a scegliere alla cieca?

«Esiste un corto circuito nella dimensione politica, specialmente nel sud, in genere, e nel Molise, in particolare. Questo corto circuito nasce dal fatto che l’economia qui ha cominciato a svilupparsi nel dopoguerra con un patto. In pratica arrivavano soldi da Roma, tramite la politica. E la politica distribuiva secondo esigenze clientelari e questo creava una certa ricchezza, una certa circolazione, una certa economia. Nel momento in cui questo flusso di soldi si è notevolmente ridotto, quella che era la capacità di gestione clientelare del territorio non ha retto più. Però la mentalità della gente è rimasta sempre legata alla necessità di avere un referente per le proprie esigenze. Un referente clientelare. Non si riesce a cogliere che questa situazione è cambiata e dovrebbe cambiare anche l’atteggiamento. In assenza di questi fondi non c’è più alcuna risposta, il territorio sta morendo. Sta morendo in sanità, sta morendo sul lavoro, sta morendo come ambiente. La gente va via perché non ha più niente da fare qui e, quindi, la politica che è assente è legata anche a questa incapacità di una popolazione di passare da un modello strettamente clientelare a un modello in cui bisogna cominciare ad avere una progettualità reale sul territorio».         

Qual è il futuro della sanità pubblica in Molise?

«Se le cose continuano così noi avremo che tutto sarà riassorbito a livello delle strutture private di riferimento. I 600 milioni di euro che arrivano nella nostra Regione saranno appannaggio solo dei soggetti privati che interferiranno con il privato convenzionato. Questo processo di privatizzazione avviene in tutta Italia, ma in Molise esiste proprio una sperimentazione di come passare da un sistema pubblico ad un sistema privato. La fine di questo sistema sarà l’introduzione della seconda gamba, rappresentata dalle assicurazioni. Una medicina differenziata in rapporto al reddito».

È il sistema sanitario americano?

«Un sistema americano graduale, ma ci stiamo arrivando».    

da WordNews.it

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Voto di scambio? “Avevo già denunciato i legami con la camorra”

«Il problema sono gli anticorpi. Ma purtoppo», spiega il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, «non c’è neanche il vaccino».

di Paolo De Chiara

Era il 14 maggio del 2017. L’agenzia Ansa diffonde le dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, che anticipa gli eventi e denuncia al viceministro Bubbico una drammatica situazione: «nella mia amata città l’11 giugno 2017 si svolgeranno le elezioni comunali ma in questi ultimi giorni la democrazia ha subìto un vero e proprio attacco». Il riferimento è alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Somma Vesuviana. «Organi di stampa hanno riportato le dichiarazioni di Carmine Mocerino, presidente della commissione anticamorra della Regione Campania, che ha parlato di clima ostile e intimidazioni, tanto che ha portato a conoscenza di tutto il Prefetto di Napoli. Non possiamo permetterci di lasciare dubbi sull’espressione democratica del voto. Non possiamo non scoprire ove ci fosse un interesse della camorra ad entrare nella vita politica. Non si può accettare che un partito come il PD si arrenda (ritirato all’ultimo momento dalla competizione elettorale, nda). Somma Vesuviana non può essere abbandonata». Un allarme finito nel vuoto. Non raccolto da nessuno. L’8 settembre dell’anno successivo il testimone scrive al sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno; al segretario generale; al presidente del consiglio comunale e a tutti i consiglieri e per conoscenza alla prefettura di Napoli, chiedendo una «verifica sulle certificazioni prodotte dai consiglieri comunali in materia di eleggibilità» e l’istituzione di una «commissione interna presieduta dal segretario generale e nella quale vi siano componenti della Prefettura di Napoli». Quindici mesi dopo le elezioni amministrative Ciliberto non lascia la presa e chiede se «ci sono consiglieri comunali che abbiano precedenti penali o carichi pendenti in corso e se tali precedenti sono stati menzionati nella certificazione di eleggibilità». Anche questa volta la richiesta cade nel vuoto.

Febbraio 2020: ecco il terremoto annunciato. Arriva la notizia del voto di scambio. Denaro in cambio di voti. Pacchetti di voti. La documentazione raccolta dagli inquirenti (tra cui intercettazioni ambientali e conversazioni telefoniche) sta preoccupando, e non poco, alcuni consiglieri comunali, candidati, politici, funzionari e imprenditori. L’indagine è stata avviata nel 2017. Ed ecco la nuova testimonianza di Gennaro Ciliberto: «Abbiamo un prima e un dopo. Il prima è durante le elezioni, quando ho scritto al ministero dell’Interno e al Prefetto di Napoli Pagano. Il dopo riguarda l’attività investigativa, che è durata quasi tre anni: ci sono i nomi, ci sono i rinvii a giudizio e il capo di imputazione, tra i più gravi, è il voto di scambio che vede gruppi della camorra aver venduto pacchetti di voti». Della situazione è stato informato, con una comunicazione, anche il presidente della Commissione Antimafia. «In modo tale che il presidente Morra possa audire i diretti interessati, per fare luce. C’è un percorso della magistratura, ma c’è anche una politica che dovrebbe dare risposte ed avere degli anticorpi».

Questa politica, a cui fa riferimento, possiede gli anticorpi?

«A livello locale di Somma Vesuviana non ci sono gli anticorpi, ma purtroppo non c’è neanche il vaccino. Non c’è la volontà di scoprire, non c’è la volontà di capire. C’è un’omertà diffusa. Le persone che denunciano sono poche, vengono discriminate e chi denuncia viene isolato. Non ci dimentichiamo che durante la campagna elettorale qualcuno disse che la mia presenza sul territorio di Somma Vesuviana con la scorta era un qualcosa di dispendioso,si buttavano i soldi per la mia protezione. E questo atteggiamento venne ribaltato su Facebook, dove mi offesero e mi minacciarono».

Perché c’è questa mancanza di volontà?

«C’è una cappa criminale che, purtroppo, è presente. Lo dimostrano le ultime indagini, dove sono usciti i nomi di determinati personaggi politici. La domanda che rivolgo a tutti gli abitanti di Somma è questa: “se non ci fosse la camorra, se non ci fossero le minacce, se non ci fosse un potere criminale di cosa aver paura?”. Il problema è che a Somma non si parla. Non si parla per la strada, non si parla nei luoghi di aggregazione, non si parla in consiglio comunale. Non si parla di camorra. Il primo cittadino (Salvatore Di Sarno, nda), in più occasioni, ha sminuito la presenza della camorra sul territorio, nonostante l’Arma dei carabinieri, in particolare i militari di Castello di Cisterna, lo hanno dimostrato con le indagini, portando alla sbarra il gruppo criminale D’Avino, ancora egemone nella città, che ha condizionato il voto. E continua a farlo».

Il primo cittadino per lei, quindi, non è impegnato sul fronte anticamorra?

«Lui è un maresciallo maggiore della guardia di finanza. Una persona che dovrebbe avere il fiuto, il sentore, le capacità per poter ascoltare i primi lamenti delle persone. Anche nelle ultime indagini, a Somma Vesuviana, c’è stata la poca collaborazione degli imprenditori. Lui (Di Sarno, nda) detiene la delega alla legalità, delega che aveva promesso di dare a me, nonostante le ingerenze nella sua coalizione».

Cosa si può dire ai cittadini sommesi?

«I cittadini sommesi sono indignati e nauseati. Sono stato l’unico a denunciare e a pubblicare un video molto compromettente. Parliamo di personaggi con parenti uccisi per camorra, con parenti condannati con l’aggravante dell’articolo 7. Esiste anche una moralità, un prendere le distanze. Se una persona perbene si fa vedere in un bar con un camorrista certamente non è un bel segnale. I “santini” elettorali sono stati trovati nelle macchine dei pregiudicati, per telefono parlavano di pacchetti di voti comprati. Proprio a Somma c’è stata la cosiddetta “alzata della posta”: tu vendi il voto a me, io te lo pago 60, 70 euro e chiudiamo l’accordo».

Nella lettera inviata al presidente Morra si legge testualmente: “il voto popolare libero è stato compromesso”. Ma non emerge anche una chiara responsabilità da parte dei cittadini-elettori?

«Sicuramente c’è una responsabilità. Ma dobbiamo anche aggiungere che quando una brava persona si reca al seggio elettorale e vota, a prescindere dalle sue idee politiche, esercita il suo diritto in libertà. Il problema sorge quando si muovono le masse dietro un pagamento di soldi, con la pressione della camorra che minaccia e controlla il voto. E chi non si adegua viene punito. L’effetto è micidiale. In questo caso ci deve stare l’aggravante mafiosa. Così si perde la libertà di voto e un popolo rimane sotto ricatto. Ci sono stati dei pestaggi, ci sono state delle macchine rotte. Ma nessuno ha denunciato, perché c’è dietro un clan della camorra che spara, che colpisce. E nelle nostre zone fa ancora paura. Da una parte mi sento di condannare un popolo perché alla fine non riesce a ribellarsi, però dall’altra parte la condanna diretta va alla politica. A quella politica locale che, nemmeno in campagna elettorale, ha avuto il coraggio di dire che “la camorra è una montagna di merda”. È un segnale chiaro dire da un palco, durante un comizio, “i voti della camorra non li vogliamo”. Purtroppo queste parole non si sono udite. C’è, però, l’intenzione di mettere un’ombra su un’inchiesta giudiziaria con intercettazioni che sciolgono qualsiasi dubbio».

Sulla questione degli abusi edilizi, denunciati negli scorsi mesi, cosa possiamo aggiungere?

«La risposta del Sindaco attuale è arrivata a mezzo stampa. Ha dichiarato che avrebbe conferito l’incarico agli uffici preposti per gli accertamenti. Oltre ad inviare le denunce, ho provveduto a inviare anche le foto delle piscine, che ricadevano nella proprietà di noti politici, di noti imprenditori del vesuviano, di persone della cosiddetta Somma bene. Ma su questa cosa il Sindaco è stato distratto. Ad oggi non è dato sapere se ci sono stati dei provvedimenti contro questi abusi. Una cosa però è certa: sull’albo pretorio del Comune di Somma Vesuviana non c’è nessuna ordinanza di ripristino dei luoghi. Oggi posso dire serenamente che la denuncia che ho fatto al Sindaco non è stata accolta e non posso esprimermi su quella fatta all’autorità giudiziaria».

Ad oggi gli abusi edilizi non sono stati sanati. È corretto?

«Sono ancora esistenti. Sono nella proprietà di personaggi politici importanti, anche di qualche familiare coinvolto in questa indagine (voto di scambio, nda) e, magari, questi abusi edilizi sono stati anche una forma di ricatto».

Verso chi?

«Verso un modus operandi che vigeva. Il problema è che l’abuso edilizio diventa anche un motivo di ricatto, di scambio di voti».  

Il silenzio istituzionale si è registrato anche sulla vicenda del rinvenimento dei sette proiettili?

«Il Sindaco è un mio amico, una persona che conosco da vent’anni. Ho comunicato la notizia all’uomo delle Istituzioni e all’amico, ma non c’è stata risposta, nemmeno un “mi dispiace”. Non c’è stato un “ti saremo vicini”. Non c’è stato nulla, nulla di nulla. I sette proiettili sono stati rinvenuti con il personale di scorta presente, durante la mia permanenza a Somma Vesuviana. È vero che sono impegnato in altri procedimenti contro la criminalità organizzata, però mi sento di dire che, purtroppo, per come erano i fatti e per come sono stati rinvenuti i proiettili mi sarei aspettato una vicinanza del Sindaco e dell’intera amministrazione di Somma Vesuviana. Ma c’è stato silenzio, un silenzio che diventa ancora più ombroso, ancora più pericoloso. Perché non dimostrare vicinanza a un testimone di giustizia?  L’ostilità del Sindaco si è vista anche in altri comportamenti, negando la sala del consiglio comunale per patrocinare un evento importante sulla legalità. Siamo stati costretti a ricorrere a una sala ecclesiastica, per volontà di un parroco che non c’è più. Anche in quella occasione si è registrata la totale chiusura del Sindaco. Ma la legalità è amica di questo Sindaco? O costituisce un pericolo?»

Lei ha chiesto le dimissioni dell’amministrazione di Somma Vesuviana. Non sarebbe il caso di attendere le sentenze?  

«Sì, lo confermo. Anche un piccolo dubbio, una piccola situazione che avrebbe potuto compromettere la libertà di voto, deve portare alle dimissioni. Se attraverso le intercettazioni telefoniche è stato accertato dalla magistratura questo scambio di voti, con il massimo rispetto per l’innocenza fino al terzo grado di giudizio, il Sindaco con un bagno di umiltà dovrebbe sciogliere questo consiglio comunale, mandare a casa questa amministrazione e ritornare alle urne. Da tempo, attraverso l’ufficio protocollo, avevo richiesto che tutti i consiglieri comunali e tutti gli assessori producessero il loro certificato di carichi pendenti. La risposta è arrivata solo da tre persone. Dov’è, allora, questo principio, tanto osannato, della legalità?»

Nella mattinata del 4 febbraio 2020 è stato contattato il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Lo stesso non ha ritenuto opportuno rilasciare alcuna dichiarazione.

da WordNews.it

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Io ho denunciato in #calabria

LEGALITÀ, parla il magistrato Antonio Baudi.

Wn TV

L’ex presidente della Corte d’Appello di Catanzaro ha partecipato alla presentazione del libro IO HO DENUNCIATO di Paolo De Chiara.

L’incontro è stato organizzato a Lamezia Terme il 27 gennaio 2020, con gli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale.

Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

#IHD in Calabria

LAMEZIA TERME, 27 gennaio 2020
Con i favolosi ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “De Fazio”
Grazie di cuore alla dirigente Simona Blandino, all’ex presidente Antonio Baudi, all’avvocato Guarnera e alla collega MT Notarianni.
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #cinemaset

#IHD, successo a Catania

#iohodenunciato
Grande evento a Catania.
#cinemaset
Una sala strapiena di giovani.
#film

Un gruppo straordinario! Forza, la strada è lunga. Ma artisticamente e professionalmente piacevole e intrigante.
Cinema, Cultura, Cultura e Legalità.
Grazie di cuore a tutti!!!

Al fianco di Gratteri

La redazione di WordNews.it esprime la sua vicinanza al Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri

Il sistema masso-mafioso non riuscirà a fermare l’azione di un magistrato, dei suoi uomini e di uno Stato serio, impegnato a debellare questo cancro secolare. 

Noi faremo la nostra parte. Sosterremo uomini e donne impegnati in questa quotidiana battaglia, senza restare a guardare, con le mani in tasca. Useremo il nostro bellissimo mestieraccio per svelare i fatti, per far emergere  situazioni sapientemente nascoste. Per portarle all’attenzione dei nostri lettori. 

Questo è il modo che conosciamo per fare al meglio il nostro mestiere. Questo è il modo per “proteggere” il Procuratore Nicola Gratteri. 

E questa è la nostra sfida. Noi sfidiamo questo sistema marcio, noi sfidiamo questi piccoli uomini (massoni e mafiosi) che pensano di fare il bello e il cattivo tempo. Noi sfidiamo queste “menti raffinatissime”. In passato hanno colpito. In passato siamo stati distratti. In passato abbiamo girato la testa dall’altra parte. 

Mettetevelo nella testa (marcia di potere,  avidità e sangue). Gratteri non è solo!

Il direttore

La redazione 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/al-fianco-di-gratteri

AUGURI #AntonioGramsci

AUGURI Antonio GRAMSCI. Ales (Sardegna), 22 gennaio 1891.
“Sono Pessimista con l’intelligenza, ma Ottimista per la volontà”

#letteredalcarcere
#antoniogramsci #compagno #comunista #uccisodaifascisti

Libri #pdc

#ilcoraggiodidireno #ilvelenodelmolise #testimonidigiustizia 

#iohodenunciato
#romanziitaliani
#workinprogress

#IHD a Catania

RASSEGNA Cinema, Letteratura, Legalità
Catania, 25 gennaio 2020
#iohodenunciato


La rassegna “Da Sempre più di Prima” nasce dall’idea del produttore cinematografico Chiaramonte.
La visione di questo progetto è coniugare il Cinema, la Letteratura e la Legalità, per generare e diffondere nei più giovani la fiducia verso lo Stato.
Per denunciare non occorre essere eroi, ma cittadini normali. Un rassegna che vedrà la partecipazione dei giovani studenti, di autorità istituzionali, magistrati, funzionari ministeriali, vertici delle forze dell’ordine, autori, direttori e giornalisti di alcuni noti quotidiani locali e nazionali, associazioni antiracket, avvocati, attori, conduttori e artisti dello spettacolo e della Tv.
Durante la rassegna sarà presentato il romanzo «IO HO DENUNCIATO», scritto da Paolo De Chiara e sarà proiettato il film «IO HO DENUNCIATO», prodotto da CinemaSet con la regia di Gabriel Cash.
La Rassegna è organizzata dalla Fondazione “La Città Invisibile” di Alfia Milazzo e dall’Associazione “Antimafia e Legalità’, presieduta dal legale Enzo Guarnera.
L’evento vedrà, inoltre, la partecipazione di Beppe Convertini (conduttore RAI) e di Lisa Marzoli (giornalista RAI).
La prima tappa della Rassegna partirà da Catania il 25 gennaio 2020.

IO HO DENUNCIATO #trailer

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

scritto da Paolo De Chiara

diretto da Gabriel Cash

prodotto da CinemaSet

Con Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore G. B. Grimaldi, Federico Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti, Federico Moro, Silvia Terriaca.

Sceneggiatura di Paolo De Chiara

Aiuto regia Riccardo Trentadue

Suono di ripresa diretta Sandro Chillemi

Musiche originali Francesco Balzano e Lips Desire

Make up artist Jessica Reitano

Segretaria di edizione Michela Caprio

Produttore esecutivo Gabriel Cash

Genere: Drammatico

Procuzione: Italia, 2019

www.iohodenunciato.it   

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/io-ho-denunciato-il-trailer

AUGURI #Paolo

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA”. Paolo Borsellino
#magistrato #palermo
#nascita 19 gennaio 1940
#borsellino #ucciso #mafia #sTato #pernondimenticare #mafiamontagnadiMerda

CARTA CANTA, Le mafie in Molise

di Paolo De Chiara

«Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. Quale peso possono avere, per caratterizzare la società locale, alcuni colloqui in carcere tra ospiti di lunga durata, tutti nati e vissuti altrove? In tutte le carceri questo avviene e, con maggiore frequenza, in quelle dove albergano mafiosi e camorristi.

Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza.

Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha».               

Gianfranco Vitagliano, Assessore Regionale alla Programmazione,  13 luglio 2009

«Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.a.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. È un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione. È una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa»

Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, 12 giugno 2009

«Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate: la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la “società foggiana”, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle»

On. Lumia, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009

«La Tenenza di Mondragone ha dato esecuzione al provvedimento di sequestro di beni disposto dal Tribunale di SMC Vetere, su proposta avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Napoli, in danno di un noto imprenditore casalese, D.G. (Diana Giuseppe, n.d.a.), operante nel settore della distribuzione del gas, nei cui confronti sono stati emessi nel tempo plurimi provvedimenti giurisdizionali. Le regioni interessate all’esecuzione del provvedimento sono la Campania, il Lazio, la Calabria ed il Molise».

Comando Provinciale di Caserta della Guardia di Finanza, 13 dicembre 2009

«In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia, poi, la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento».

Nicola Magrone, Procuratore della Repubblica di Larino, il Ponte, gennaio 2010

«Il Molise è tutta una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. E dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, 30 luglio 2010

«Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci.

In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, Campobasso, agosto 2010

«Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni». 

Francesco Forgione, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, agosto 2010

«Questa regione non è l’Eldorado delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono».

Michele Iorio, presidente Regione Molise, 24 novembre 2010

«Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità».

Paolo Albano, Procuratore Capo della Repubblica di Isernia, Isernia, 26 gennaio 2011

1/continua

da WordNews.it

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Pietro Macchiarella, sindacalista, ucciso dalla mafia il 17 gennaio 1947

La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così.

di Paolo De Chiara

Ora, a Palermo, c’è anche una strada dedicata al sindacalista siciliano ucciso a Ficarazzi, nel 1947, dal capomafia dell’epoca. Questa è una storia dimenticata. Da troppi anni. Tanti sono i morti ammazzati da personaggi violenti e mafiosi che non hanno mai fatto i conti con la giustizia. Anche l’assassino del comunista Macchiarella non ha mai pagato il suo conto per l’atto arrogante e violento. Il capomafia ha strappato una vita e nessuno ha fatto giustizia. Quante sono le persone di cui, ancora oggi, non si conosce la storia? Quanti sindacalisti, quanti iscritti al partito comunista e al partito socialista, quanti difensori degli oppressi sono stati ammazzati? Perché le loro storie ancora non trovano uno spazio adeguato? Di tanto in tanto emerge qualche pezzo dal passato.  

Ecco alcuni nomi dei morti ammazzati che hanno preceduto l’assassinio di Macchiarella: Lorenzo Panepinto, insegnante, sindacalista, ucciso a Santo Stefano di Quisquina (Agrigento), 16 maggio 1911; Bernardino Verro, sindaco di Corleone (Palermo), organizzatore del movimento contadino, 3 novembre 1915; Giovanni Zagara, dirigente del movimento contadino, assessore a Corleone (Palermo), 29 gennaio 1919; Giuseppe Rumore, sindacalista e attivista per l’occupazione dei latifondi, 22 settembre 1919; Giuseppe Monticciolo, presidente Lega socialista di Trapani, 27 ottobre 1919; Alfonso Canzio, fondatore Lega per il miglioramento dei contadini di Barrafranca (Enna), 27 dicembre 1919; Nicolò Alongi, dirigente movimento contadino, 29 febbraio 1920; Paolo Mirmina, sindacalista e attivista per le lotte contadine, ucciso a Noto (Siracusa), 3 ottobre 1920; Giovanni Orcel, dirigente sindacale, segretario metalmeccanici di Palermo, 14 ottobre 1920; Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana dei Greci (Palermo), 28 aprile 1921; Antonio Scuderi, socialista, consigliere comunale e segretario cooperativa di Dattilo Paceco (Trapani), 16 febbraio 1922; Sebastiano Bonfiglio, socialista e sindacalista, primo cittadino di Erice (Trapani), 10 giugno 1922; Antonio Ciolino, dirigente lotte contadine,  30 aprile 1924; Andrea Raia, ucciso a Casteldaccia (Palermo) per il suo impegno in difesa dei diritti dei contadini, 5 agosto 1944; Nunzio Passafiume, sindacalista, promotore delle lotte per l’occupazione delle terre, 7 giugno 1945; Agostino D’Alessandro, segretario Camera del Lavoro, 11 settembre 1945; Giuseppe Scalia, segretario Camera del Lavoro di Cattolica Eraclea (Agrigento), 25 novembre 1945; Giuseppe Puntarello, dirigente Camera del Lavoro di Ventimiglia di Sicilia (Palermo), 4 dicembre 1945; Gaetano Guarino, socialista, primo cittadino di Favara (Agrigento), impegnato nelle cooperative agricole, 16 maggio 1946; Pino Camilleri, socialista, primo cittadino di Naro (Agrigento), impegnato nelle lotte contadine, 28 giugno 1946; Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione, contadini, rimasti uccisi a seguito di un attentato presso la Camera del Lavoro, 22 settembre 1946; Giovanni Severino, segretario Camera del Lavoro di Jappolo (Agrigento), 25 novembre 1946; Filippo Forno, contadino e sindacalista di Comitini (Agrigento), 29 novembre 1946; Nicolò Azoti, segretario Camera del Lavoro di Baucina (Palermo), 23 dicembre 1946; Accursio Miraglia, segretario Camera del Lavoro di Sciacca (Agrigento), 04 gennaio 1947.

Altro che codice mafioso di una volta. Altro che “la vecchia mafia era diversa”. Mica, come ancora qualcuno sostiene, “ammazzava le donne e i bambini”? La mafia dell’epoca faceva schifo come la mafia di oggi. Hanno sempre sfruttato tutto ciò che potevano sfruttare. Lo stesso ragionamento vale anche per l’epoca moderna. È cambiato il contesto. Ma lo squallore di questi piccoli uomini resta tale. Insieme al loro puzzo.

Le lotte per la libertà

Anche Pietro Macchiarella era un contadino ed un attivista del partito Comunista. Impegnato per proteggere i diritti dei contadini. La sua passione civile la trasferiva quotidianamente nella Camera del Lavoro, di cui era dirigente. Al centro delle lotte non c’era solo il contrasto alla mafia dell’epoca e, quindi, l’occupazione delle terre (controllate dai “potenti” proprietari terrieri e dai mafiosi), ma tra gli obiettivi risultava esserci anche la conquista dei diritti per i contadini: la giusta retribuzione, il rispetto dell’orario di lavoro per coloro che venivano sfruttati nei campi. Macchiarella, come tanti altri, combatteva per la libertà. Migliorare le condizioni dei lavoratori, dei contadini. Un atteggiamento che disturbava i personaggi loschi di Ficarazza (Palermo). La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così. La mafia è un’invenzione dei comunisti e dei giornalisti, ripeteva ossessivamente il sanguinario e viddano Salvatore Riina. L’altra usanza dell’epoca (abbiamo dovuto aspettare Giovanni Falcone e il Maxiprocesso per il cambio di rotta) era l’assoluzione dei mafiosi. Tutti gli imputati, a conclusione dei processi partiti per individuare i mandanti e gli esecutori dell’omicidio Macchiarella, furono prosciolti dalle accuse. Un morto e nessun colpevole.

da WordNews.it

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Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti.

di Paolo De Chiara

ROMA. È arrivato il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo di Roma, partito grazie alle dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Tutti i capi di imputazione sono stati confermati dal Gup Attura, durante l’udienza di questa mattina. Nemmeno questa volta, nelle gabbie, si sono presentati i due esponenti della famiglia Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio. Per la verità, nemmeno il loro legale si è fatto vedere. Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti. Il Gup si è ritirato in camera di consiglio per ben due volte, per rispondere alle richieste degli avvocati degli imputati. In entrambi i casi, il giudice per l’udienza preliminare, ha bocciato la richiesta di improcedibilità, confermando i capi di imputazione e la costituzione delle parti civili. È stata ammessa, infatti, quella dello stesso testimone di giustizia, dell’Associazione Caponnetto,  dell’Associazione AssoConsumatori e di Autostrade. Anche se Ciliberto ha richiesto i danni, proprio, ad Autostrade e a Pavimental, perché i dirigenti erano funzionari delle due società. Quindi, dopo snervanti rinvii, è arrivato il rinvio a giudizio per Mario Vuolo, Pasquale Vuolo, Vittorio Giovannercole, Riccardo Scorsone, Gianni Marchi, Pasquino Stati, Vincenzo Esposito, Giuseppe Pace, Agostino Cafiero, Antonino De Angelis, Giuseppina Cardone. La prossima udienza è stata fissata per mercoledì 1 aprile 2020. «Dopo circa otto anni – ha affermato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto -, dopo migliaia e migliaia di pagine, dopo le attività investigative di varie Procure, per me, questa è già una vittoria. In veste di denunciante e testimone di giustizia vedo confermate tutte le mie denunce. Senza le stesse mai nessun procedimento penale sarebbe partito».

È raggiante il testimone. «Già dal 2011 svelavo alla DIA di Milano il modus operandi, definito dalle Procure, criminale. Come dei camorristi, con la compiacenza di funzionari collusi, riuscivano a lavorare in appalti pubblici, nonostante le condanne per mafia passate in Cassazione e con una interdittiva antimafia, che vedeva coinvolta la ditta dei Vuolo e che la stessa società Autostrade nè era stata messa a conoscenza dalla Prefettura di Napoli. Interdittiva confermata dal consiglio di Stato, che diceva l’ultima parola, certificando il collegamento tra l’azienda di Vuolo e il clan sanguinario dei D’Alessandro. Il mio rammarico è che, nonostante le denunce e gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, le ditte di Vuolo hanno continuato a lavorare in Autostrade, ricevendo anche un appalto presso il carcere di Larino. Anche in questo caso le mie denunce, che vanno sino al 2015, hanno evitato che questo gruppo continuasse ad eseguire lavori».

E continua, con una punta polemica nei confronti delle istituzioni: «Non capisco come si possa abbandonare un uomo come me, che ha rotto le uova nel paniere a criminali e corrotti, facendo sequestrare milioni di euro, che sarebbero finiti nelle casse della camorra. Vengo abbandonato nella fase processuale più delicata, poiché tutte le denunce dovranno essere confermate in aula, durante il contraddittorio. In quella sede troverò quindici avvocati ed io, testimone di giustizia, sarò solo. Senza neanche lo Stato al mio fianco. Quello Stato che parla tanto di giustizia, che parla tanto di revoca della concessione autostradale. Stranamente il ministero delle Infrastrutture, insieme alla Presidenza del Consiglio, non si è costituito parte civile in questo procedimento. Sono certo di avere dato tanto alla giustizia e allo Stato italiano. In cambio ho ricevuto la condanna a morte da parte della camorra che ha memoria e vendetta nei confronti di chi denuncia».

Ciliberto ha confermato la sua presenza per la prossima udienza. «Ci sarò il prossimo 1 aprile 2020 e come non sono mai mancato a nessuna udienza anche per la prossima sarò presente. In data odierna ho inviato l’ennesima mail al Presidente della Commissione Antimafia, senatore Morra, ma come da prassi lo stesso non risponde ad un testimone di giustizia che chiede solo di poter vedere crescere i propri figli per riuscire a dimostrare che la corruzione è il vero cancro che devasta la nostra Nazione». 

da WordNews.it

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#workinprogress

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Tangenziale Craxi

«Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi», parola di Tinti. Nel Paese senza memoria è giusto ricordare anche le parole dell’ex procuratore Borrelli: «È indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante».

di Paolo De Chiara

Con il film Hammamet di Gianni Amelio ricompare prepotentemente il falso mito di Bottino Craxi. Tutto infarcito dalle vuote e insensate parole, con annessi lamenti delle persone, ideologicamente, a lui più vicine. Ovviamente si ritenta, come accade troppo spesso nel Paese senza memoria, la strada della riabilitazione dell’ex presidente del Consiglio italiano. E dopo vent’anni iniziano le vecchie litanie: un vero statista, un uomo di rispetto, l’affare Sigonella. Bisogna riabilitare Bettino.

«La riabilitazione anche se postuma e tardiva è positiva, se non si vogliono modificare i percorsi storici», affermò – in occasione del decennale – un membro della segreteria nazionale del Psi. Ma quali sono questi “percorsi storici”?

Bottino Craxi è stato condannato, in via definitiva, a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai e 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Per “morte del reo” gli altri processi sono stati estinti. Per lui tre condanne in appello (3 anni per la maxitangente Enimont, finanziamento illecito; 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel, corruzione, 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione, bancarotta fraudolenta, Banco Ambrosiano; una condanna in primo grado prescritta in appello per All-Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo). Probabilmente il riferimento è al “percorso storico” delle tangenti del condannato e fuggitivo Craxi. Resterebbe un altro percorso, quello dei soldi finiti nei conti svizzeri. 40 miliardi di lire sui conti personali. Proprio un bel Bottino.

Nel 2010, su un quotidiano molisano (ormai defunto, di ciarrapichiana memoria), appare un esplosivo (per le risate) editoriale: «Purtroppo la storia, madre di vita, ha due terribili handicap: il primo, che riabilita i suoi protagonisti solo dopo decenni e il secondo che permette a coloro che hanno tradito di essere in qualche modo protagonisti di questa azione e così sta avvenendo con quello che fu il presidente del Consiglio che si oppose all’allora presidente degli Usa Reagan per l’affaire Sigonella». Ma per questo “atto eroico”, una vergogna per il nostro Paese, non basta certo la riabilitazione o l’intitolazione di una strada o di una piazza. Molto meglio la beatificazione. Anzi, siccome parliamo di uno statista (e che statista), è d’uopo, una santificazione. Un bel biglietto da visita per il Paradiso (un termine che ritroviamo sempre nella bocca di questi falsi credenti), che potrebbe aprire a Bettino la strada per nuovi affari, tra i beati e i santi. Tangenti per le anime. Vuoi accedere nell’alto dei cieli? Ci pensa il tuo santo socialista.

È giusto. Il condannato per corruzione e finanziamento illecito deve essere ancor di più rivalutato. Anche perché in Italia è diventato un esempio. Il carisma ladruncolare è stato ampliato a dismisura, in tutti i settori della società. Oggi, se non rubi, non sei nessuno. E, quindi, da latitante e fuggitivo deve poter occupare il posto più alto. Tra i “protagonisti” della Storia. Quella di Tangentopoli. «Dove sbagliò allora, si potrebbe chiedere un ventenne di oggi?». Per la corruzione? Macchè. «Nel fidarsi di coloro – secondo l’editoriale, scritto per offrire felicità e risate gracchianti – che prima andarono in ginocchio a chiederli un passepartout e poi lo pugnalarono alle spalle, come nella migliore tradizione italiana, complice un esercito di ex sessantottini ben infiltrati strategicamente nelle istituzioni». Si legge, però, nella sentenza All-Iberian, confermata in Cassazione: «Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari. Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti». Ecco lo statista italico. «Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi», parola di Tinti. Nel Paese senza memoria è giusto ricordare anche le parole dell’ex procuratore Borrelli: «È indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante». Ma bisogna pur chiuderla questa ignobile vicenda all’italiana, è necessaria una soluzione definitiva. Intitolate una lunga “tangenziale” al condannato e latitante Craxi. A futura memoria. Una “tangenziale”, via Hammamet, per permettere il pellegrinaggio nei luoghi dove ha latitato il corrotto Bottino.

da WordNews.it

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PER AMORE DEL MIO POPOLO

Un Paese senza memoria è un paese senza storia.

Convegno con:

don Maurizio Patriciello (parroco di Caivano)

Paolo De Chiara (giornalista, scrittore, sceneggiatore)

Palmia Giannini (pres. Comitato Balestrazzi)

Per la Legalità, la la Democrazia… per un’Italia e un Molise migliore.

da WordNews.it

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Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

di Paolo De Chiara

«Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione, con sentenza emessa dal Tribunale di Agrigento il 4 marzo 2005, per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operante nei territori di Siculana, Porto Empedocle e Agrigento: la sentenza è stata confermata da quella della Corte d’appello di Palermo del 6 ottobre 2006, divenuta definitiva».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Tutta, pure le altre vicino si devono bruciare, a noialtri non ci interessa».

Progetto di danneggiamento a scopo intimidatorio, conversazione di Antonino Nicosia, 28 febbraio 2018

«Le attività investigative sul Nicosia erano state inizialmente intraprese nel 1997 nell’ambito delle indagini sui favoreggiamenti della latitanza di Salvatore Di Gangi e finalizzate alla localizzazione e cattura di quest’ultimo, poi arrestato il 20 gennaio 1999 nell’abitazione di Franco Bivona, soggetto strettamente legato ad Antonio Nicosia».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Fammi fare una fattura di 10-15 mila euro e la dividiamo, buono che ci mettiamo in tasca 3-4 mila euro l’uno?».

«Facciamo questa operazione e vediamo a cosa porta».

«Magari ci possiamo guadagnare qualche 50 mila euro».

Controllo dei lavori di ristrutturazione di un complesso alberghiero, conversazione di Antonino Nicosia

«La sentenza pronunciata nei suoi confronti (Nicosia, nda), infatti, ha accertato che egli, “ancorchè immune da precedenti penali, risulta legato a soggetti di primo piano di Cosa nostra (quali Di Gangi Salvatore, Josef Focoso, Gerlandino Messina, Liotta Calogero)” e che, nel corso delle indagini, era risultato particolarmente scaltro nell’eludere le investigazioni nei propri confronti».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ah, tu dici di levarlo di mezzo?».

Progetto di omicidio, conversazione di Antonino Nicosia, 29 gennaio 2018

«Ad alcuni degli importanti uomini d’onore citati nella sentenza, inoltre, il Nicosia è legato anche da vincoli di parentela e, infatti, è cugino di secondo grado di Josef Focoso (condannato in via definitiva quale componente della famiglia mafiosa di Siculana nonché per la commissione di diversi omicidi, attualmente detenuto al regime di cui all’art. 41 bis o.p.) e di Gerlandino Messina, succeduto nel 2010 a Giuseppe Falsone nella guida dell’intera provincia mafiosa di Agrigento e anch’egli attualmente ristretto al predetto regime penitenziario».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano… non si scherza (ride)».

Telefonata intercettata ad Antonino Nicosia, 15 febbraio 2019

«Il Nicosia è stato a più riprese detenuto e, all’atto della scarcerazione avvenuta nel 2009, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nonché alla misura di sicurezza della libertà vigilata, tutte interamente espiate».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

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#Caravaggio

C’è stata l’arte prima lui e l’arte dopo di lui, e non sono la stessa cosa.
(Robert Hughes)
#caravaggio

Rinviata l’udienza sui lavori pubblici effettuati dalla camorra

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento.

ROMA. Ci risiamo. Non sembra esserci una soluzione per l’udienza fissata davanti al Gup presso il Tribunale di Roma. Anche l’appuntamento di questa mattina ha visto vincere la strategia difensiva attuata da uno dei legali degli imputati. I Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio, entrambi detenuti, non vogliono proprio saperne di entrare nelle gabbie del tribunale romano.

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento. «Io quello che dovevo fare nella scorsa udienza l’ho fatto – ha proseguito il giudice -, con separato provvedimento. Prendo atto, siamo nei limiti delle facoltà».

In aula la presenza del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto si fa sentire, i suoi occhi parlano. Trasmettono angoscia, paura. Il testimone, che ha denunciato gli appalti e i subappalti affidati agli imprenditori vicini ai clan di camorra, non nasconde la sua angoscia. La sua frustrazione. I fatti gravissimi riportati nelle carte processuali, che vedono imputati anche dirigenti di diverse società anche quotate in borsa, come Autostrade per l’Italia, a chi fanno paura? Si vuole arrivare alla prescrizione? Si temono nuovi stralci per nuovi procedimenti giudiziari? Perché la verità non può venire fuori? Il giudice è stato chiaro. Ogni giovedì sarà fissata una nuova udienza. Il prossimo appuntamento è previsto per giovedì 16 gennaio 2020.

da WordNews.it

Link articolo https://www.wordnews.it/in-aula-il-testimone-di-giustizia-gennaro-ciliberto

Il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2019 a “IO HO DENUNCIATO” di Paolo De Chiara

IO HO DENUNCIATO è il vincitore del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti per la sezione narrativa 2019.

Davanti ad una grande cornice di pubblico, si è svolta a Seravezza, vicino Lucca, la cerimonia di premiazione del concorso internazionale di letteratura “Michelangelo Buonarroti 2019 “, uno dei più prestigiosi premi letterari d’Italia.

La manifestazione ha visto riconosciuto ancora una volta, dopo appena due mesi dalla presentazione del romanzo e del film, IO HO DENUNCIATO, che conquista il suo secondo premio.

Nella magnifica Area Medicea – Palazzo Mediceo e Teatro delle Ex Scuderie Granducali, erano presenti le massime Autorità, Stampa e Personalità della Cultura e dell’Arte.

Il libro, vantando la collaborazione dell’avvocato Enzo Guarnera sta riscuotendo ampi consensi e applausi riuscendo ad ottenere il riconoscimento come la miglior sceneggiatura del 2019 che sia basata sulla legalità .

Un progetto voluto fortemente dalla casa cinematografica CinemaSet di Antonio Chiaramonte, che ha prodotto, dall’omonimo romanzo, un film già visionato da oltre 1500 studenti,

Il film è stato prodotto senza fini di lucro, in quanto lo stesso Chiaramonte ha voluto omaggiare come elemento di sviluppo i nostri giovani nella crescita e nell’educazione alla legalità.

Da anni Paolo De Chiara, notissimo ed apprezzato giornalista e scrittore molisano, si dedica al tema dell’illegalità , non solo con i suoi scritti ma anche con la partecipazione attiva nelle scuole e in vari convegni nazionali.

Non è un caso, quindi, che il libro e il film “Io Ho Denunciato”, abbiano fatto, fin dal suo primo apparire, incetta di premi .

Lo scrittore, insieme all’avvocato Enzo Guarnera e alla produzione cinematografica CinemaSet, lo ha dedicato proprio a questo argomento, la “legalità”.

FONTE: http://www.blogpaper.it/2019/12/30/il-premio-internazionale-michelangelo-buonarroti-2019-a-io-ho-denunciato-di-paolo-de-chiara/?fbclid=IwAR15TnPmPjxkb6EACZB04QjCVfGjgD4P5dHOPnNfukgOTzKvV-2KrScAiAU

Capodanno #gramsci

SCADENZA FISSA.
“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati”.


Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, rubrica ‘Sotto la Mole’.

Ennio Flaiano #ilfascismo

Premio Internazionale “M. Buonarroti” #IHD

Premio Internazionale #pdc

GRAZIE DI CUORE
Premio Adriatico 2019
Guardiagrele, 28 dicembre 2019
#giornalismo

Premio Adriatico 2019 #pdc

Premio Adriatico 2019, il mare che unisce. Premio Giornalismo
Marilena Ferrante e Maria Teresa Antonarelli, referenti irdidestinazionearte, comunicano i vincitori molisani del premio Adriatico 2019.
Narrativa: Francesco Giampietri,
Poesia: Carlo Cappella,
Scuola: Sergio Sorella,
Imprenditoria: ModaImpresa,
Giornalismo: Paolo De Chiara,
Saggistica: Oscar De Lena,
Memoria: Domenico Pellegrino ( detto Mimmo), Politica Felice Ciccone,
Sport: Maria Josè Giorio,
Arte: Carma ,
Sociale: Mario Ianieri,
Musica: Morris Capone.

Auguri #Natale2019

«Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!
Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!
Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso).
Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante».
#ppp #pasolini

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