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Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Armando D’Alterio, già Procuratore della DDA di Campobasso e PM del caso Siani (un “magistrato tenace” secondo Paolo, il fratello di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra), ricorda la sua esperienza professionale: «Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività».

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

di Paolo De Chiara

L’operazione «Piazza Pulita», condotta dalla DDA di Campobasso, ha portato allo scoperto l’attività criminale “impiantata”, soprattutto, in Molise. Il lavoro dei carabinieri e dei finanzieri ha permesso di smantellare le attività illecite, legate anche alle condotte criminose di affiliati campani residenti sul posto (e imparentati con questi delinquenti). Hanno tentato, come in passato, di stabilire una “base” per i loro sporchi affari. L’indagine è durata più di due anni. Diversi soggetti erano già stati coinvolti in altre operazioni, in altri arresti. Già schedati e conosciuti per il loro “vizietto”.

Un gruppo di delinquenti organizzati e coordinati da una mente criminale (residente a Bojano), accusati di associazione a delinquere (finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti), detenzione e spaccio di drogaautoriciclaggioporto abusivo di armitrasferimento fraudolento di valoriestorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso.

Un “giocattolo” costruito per fare soldi e per acquisire “potere”. Ma si sono dimostrati dei dilettanti. Anche sul territorio dove operavano. «Questa gente – ha affermato un cittadino bojanese – la conosciamo bene. Sono delinquenti nel DNA. Anche l’ex assessore, già in passato, ha dato prova delle sue abilità delinquenziali. La mente criminale abitava a pochi passi da casa mia, è il cugino di un napoletano che da diversi anni è residente in paese. Finalmente è arrivata questa operazione che ha fatto piazza pulita di questi guappi di cartone. Già in passato, a Bojano, ci sono stati episodi di richiesta di pizzo. Ora dovrebbero buttare le chiavi».

Numeri da capogiro. Sia da una parte, per smantellare un sistema che coinvolgeva non solo il Molise, e sia dalla parte dei criminali, con misure cautelari, arresti, custodie in carcere, divieti di dimora.

È stata fatta, appunto, «Piazza Pulita» di un sistema criminale organizzato in forma embrionale, con i complimenti arrivati anche dal ministro dell’Interno Lamorgese e dal Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Ma non è la prima operazione di questa portata in Molise e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultima.

In questa Regione si continua a difendere l’indifendibile (“Il Molise è un’isola felice”, dicono) e si assiste, frequentemente, ad azioni di contrasto di questo tipo. E si continua a delegare alle forze dell’ordine e ai magistrati.   

Anche in passato, altre operazioni, hanno tentato di accendere i riflettori su un problema che si trascina da anni.

Abbiamo contattato Armando D’Alterio, già Procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi Pg a Potenza (il PM del caso Siani) per raccogliere la sua testimonianza, legata alla sua esperienza professionale passata. «Anche noi, all’epoca, facemmo un’operazione che univa personaggi del Molise con altri soggetti criminali di maggiore spessore della Campania che facevano capo ad organizzazioni criminali, che utilizzavano anche personaggi extracomunitari, per il trasporto di stupefacenti di vario genere, eroina e cocaina, dalla Campania al Molise per la vendita al dettaglio».

Ci sono state altre operazioni durante la sua permanenza in Molise.  

«Organizzammo l’arresto in flagranza sulla direttrice stradale Campania-Molise, ovviamente ancor prima di procedere al deposito delle intercettazioni, con l’operazione di pedinamento e di intervento in flagranza e il sequestro dello stupefacente e l’arresto in flagranza dei responsabili, continuando le intercettazioni onde cogliere le reazioni e i commenti da parte dei due referenti, uno campano e l’altro molisano, dell’organizzazione. Dopo gli arresti in flagranza è sempre emerso che il centro del comando gravitava in Campania».

Ed ancora il coinvolgimento della Comunità Rom.

«Abbiamo proceduto con il dibattimento, prima con le indagini poi con gli arresti di appartenenti al clan Di Silvio e altre due famiglie di Rom che lavoravano in Molise, nell’ambito della droga. Addirittura tre organizzazioni, tra loro collegate, che avevano in comune il luogo di deposito. Era tutto gravitante nell’ambiente dei Rom, anche qui ci furono arresti e condanne confermate in larga parte».

La droga è sempre stato un serio problema per il Molise?

«Il problema della droga in Molise è endemico, spesso coinvolge cittadini extracomunitari, spesso coinvolge una parte minima della comunità Rom che si dedica al traffico di sostanze stupefacenti. Ancora un’altra organizzazione trafficava con la Spagna. C’era un asse con il Sud America, Spagna, Emilia Romagna e Molise».

In Molise ci sono raffinerie?      

«Non risultano in Molise centrali di raffinamento della droga, quindi è un terminale ultimo che prelude, poi, alla vendita al dettaglio».

Bojano, il piccolo paese in provincia di Campobasso, è ritornato al centro delle cronache. In passato lei stroncò un’associazione a delinquere con collegamenti con la camorra e la ‘ndrangheta.

«In questo caso parliamo di estorsioni con il 513 bis, illecita concorrenza con violenza o minaccia collegata alle macchinette mangiasoldi. C’erano collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta della Locride».

Perché questi collegamenti? Per essere autorizzati ad operare in questo settore?

«È un’attività che richiede, forse, anche associazione per procurarsi un numero adeguato di macchinari da imporre e un minimo di capitali da investire. Procedemmo anche al sequestro delle macchinette, dei locali destinati al deposito».

Gli altri settori attenzionati?

«All’epoca, ricordo, c’era la consapevolezza nei pregiudicati di una grossa difficoltà ad agire con violenza e minaccia estorsiva nei confronti della cittadinanza molisana».

Perché?

«Perché c’era la consapevolezza che, diversamente da altri popoli del meridione, purtroppo tragicamente assoggettati all’omertà, la personalità del soggetto molisano è, invece, più incline alla denuncia. Cominciarono con minacce velate, con riferimento ai pregiudicati che erano alle spalle. Perché una minaccia più espressa avrebbe potuto provocare un’immediata denuncia. In realtà, anche con queste minacce velate, si è proceduto agli arresti».

Ci fu un altro tentativo a Campobasso.

«Proprio quando presi possesso a Potenza ci fu l’esplosione di un dispositivo artigianale dinamitardo davanti a un negozio. Fu arrestato un minorenne. Sembrava finita lì».

E invece?

«Convocai, presso il comando provinciale dei carabinieri, tutti i commercianti della zona di Campobasso vecchia. Sentimmo svariati negozianti, finché tre di loro riferirono che questo stesso ragazzo, insieme a un altro pregiudicato, di estrazione napoletana, tentavano di imporre la protezione. Quella che era sembrata una ragazzata, con l’arresto in flagranza del ragazzo, in realtà, si è rivelata come l’ultima goccia di una progressione criminale che in precedenza si era svolta con atteggiamenti spavaldi, richieste di consumazioni non pagate, velate minacce di essere pagati per garantire la tranquillità degli esercizi commerciali. Non essendo riusciti ad ottenere ciò che si pretendeva si era passato all’attentato dinamitardo. Furono condannati il minorenne e il soggetto che costituiva il deus ex machina della situazione».

La presenza dei collaboratori di giustizia sul territorio può influire su determinate situazioni?

«Proprio nel caso delle macchinette videopoker abbiamo avuto due collaboratori che erano stati avvicinati da questi personaggi camorristici, con la ‘ndrangheta alle spalle. Perché costituissero i loro referenti in zona. Ma si rifiutarono e ci dettero lo spunto le indagini, o meglio per inquadrare la fattispecie in ambiti associativi».

Lei come ricorda il Molise? Per lei è un’isola felice?

«Non penso che sia un’isola felice. Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività. Mi esprimo in termini molto generali e con una visione che si riferisce a quegli anni. Senza far riferimento a nessun caso concreto. Però c’è una struttura che, dal punto di vista istituzionale, è complessa perché ci sono tutti gli enti locali, dalle circoscrizioni al Comune, dalla Provincia alla Regione, che non favoriscono quel distacco che sarebbe necessario. In relazione alle dimensioni del territorio».

Questo modus operandi avvantaggia l’ingresso di personaggi legati alla criminalità?

«Non posso aggiungere nient’altro».

Tra poche ore ricorderemo la strage di Capaci. Come si può seguire l’esempio di un magistrato come Giovanni Falcone?

«Con quella frase che accomunava Falcone con Paolo Borsellino: “bisogna fare il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Se lo facessero tutti non ci sarebbe bisogno né di martiri e né di eroi. Quando si compie il proprio dovere si è pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Oggi abbiamo un altro magistrato, il PM della Trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo. Vogliamo aggiungere qualcosa?

«C’è un procedimento in corso, i magistrati non fanno dichiarazioni su processi in corso».                     

Per approfondimenti:

da WordNews.it

“E’ stata calpestata la dignità di Lea Garofalo”

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Mappano, la panchina dedicata a Lea

 

Ho terminato di leggere il libro di Paolo De Chiara, “Il Coraggio di dire no”, sulla triste e tragica vicenda di Lea Garofalo. Che dire… sono felice di averlo conosciuto e sicuramente sarà qualcosa che i miei figli avranno il piacere di apprezzare fra qualche anno mentre sarà mia cura custodirlo gelosamente oggi. Il giornalista non solo fotografa perfettamente la storia, ma credo che sia riuscito nell’intento di ridare la giusta dignità a Lea e la giusta dimensione alla vicenda nella sua totale gravità e incompetenza gestionale.

Già..la dignità! Poichè a qualcuno ha fatto comodo farla passare da ignorante ma soprattutto da pentita! Lea non era una pentita ma una testimone di giustizia, la differenza è abissale!

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Lea e Denise, Milano, 24 novembre 2009

Questa foto che pubblico rispecchia in pieno il dramma vissuto dalla mamma e da sua figlia in questa vicenda, in questo fermo immagine di una telecamera milanese c’è immortalato il coraggio ma soprattutto la solitudine. 

Già… la solitudine! Per averne percezione del freddo morale che ha patito bisognerebbe che ognuno leggesse la lettera che inviò al Presidente della Repubblica nella quale asseriva di essere conscia di quale sarebbe stato il suo futuro… di credere ancora nella giustizia nonostante l’abbandono.. ma soprattutto… la richiesta di aiuto da parte di qualcuno!

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Lea e la ‘bestia’ Carlo Cosco

 

Già… perché se la ‘ndrangheta l’ha uccisa materialmente c’è da sottolineare che i primi fendenti astratti alla sua persona li ha ricevuti da uno Stato assente e silente rispetto alle sue urlate richieste di attenzioni. Lea non voleva soldi, compassione o pena, non voleva essere a carico di nessuno, voleva solamente che gli fosse data una possibilità… una chance per essere autonoma e indipendente… per garantire sicurezza alla figlia!

La sua Denise! Nessuno si presentò prima… tutti a fare la fila dopo… casualita’! Sempre insieme Lea e Denise, legate come le maglie di una catena, spezzate dalla violenza animalesca di Carlo Cosco e dalle altre bestie che hanno deciso di cancellarla dalla faccia del pianeta!

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Denise e Lea Garofalo

Era forte Lea… Era bella Lea… era come la sua terra! Caparbia, determinata, orgogliosa e coraggiosa! Era una grande donna! Aveva respirato da piccola l’aria di ‘ndrangheta ma i suoi polmoni la rifiutavano quella puzza e dopo la nascita della figlia si tappò la bocca e le narici tanto divenne nauseabonda! Per amore di quella creatura combatté, si ribellò alla logica ‘ndranghetistica rompendo gli schemi e questo lo pagò con la vita. Il libro è meraviglioso e da leggere d’un fiato in contrapposizione all’ambiguità pilotata del film dove forse era più comodo e funzionale esaltare altro rispetto al coraggio di una donna sola, dove quasi bisogna ringraziare il pentimento di qualcuno per il ritrovamento del corpo, dove io , che sono calabrese, inorridisco al solo pensiero di acquistare una t-shirt o una bandierina da esibire come allo stadio o da sponsor su qualche prodotto sopra un qualsiasi banchetto di una qualsiasi iniziativa. Bisogna avere rispetto… quello che ha avuto il giornalista De Chiara, che a dispetto dei molti che in vita gliela “calpestarono” la dignità, lui, con questo suo stratosferico libro, le ha fatto il regalo più grande restituendogliela!

Arturo Andrea Demetrio

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Il Coraggio di dire no

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

GIANCARLO SIANI, TRENT’ANNI DOPO. PARLA IL MAGISTRATO D’ALTERIO

“Indagammo anche un esponente di massimo spicco di Cosa nostra come mandante, insieme ai Nuvoletta”

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Giancarlo Siani, giornalista

di Paolo De Chiara

“Questi trent’anni non sono passati inutilmente. Il messaggio di Giancarlo è stato recepito. Le commemorazioni che vengono effettuate in suo onore e il ricordo della sua figura costituiscono il lascito più importante dell’azione di Giancarlo Siani. Tanti giovani sono stati avvicinati all’etica e al perseguimento della legalità, attraverso il suo esempio. Movimenti di opinione, giornalisti che ne seguono le tracce, che parlano di lui e che operano come lui, costituiscono uno dei lasciti di questo martirio che si è rilevato, pur quanto efferato, crudele e gravissimo, non privo di ricadute positive. Come spesso accade la società trae da un fatto grave impegno e istinto di rivalsa nella legalità e nella trasparenza”. Queste le parole pronunciate dall’attuale procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio, il “magistrato tenace” (parole utilizzate da Paolo Siani, fratello di Giancarlo), l’allora PM della procura di Napoli che fece luce, con un’inchiesta giudiziaria, sull’assassinio del giovane cronista precario de «Il Mattino». Dopo quasi dieci anni da quel maledetto lunedì 23 settembre 1985, quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero, a Napoli, la camorra pose fine all’esistenza di un giornalista con la schiena dritta.

Procuratore D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

Un giovane coraggioso, appassionato non soltanto al giornalismo, ma alla verità e all’onestà nella vita quotidiana. Portava dentro di sé un rigore notevole. Non era soltanto uno studioso, ma un ragazzo pieno di interessi, di affetti e di amicizie. Portava la sua passione, il suo esser vivo e i suoi sentimenti anche nella professione giornalistica, che esercitava con disciplina, ma con la passione di un giovane ragazzo e di un professionista già in fieri.

Il “giornalista-giornalista” Siani, 26 anni, precario presso il quotidiano «Il Mattino» è stato giustiziato dalla camorra per aver svelato legami segreti e criminali. Il 10 giugno 1985, in un articolo, che Lei definisce la “causale scatenante”, descrive il tradimento del clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa nostra, nei confronti dell’alleato Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata. Questo è stato l’unico motivo che ha portato alla sua condanna a morte?

Come è scritto nel capo di imputazione, questa era stata la causale ultima e scatenante. Giancarlo Siani aveva già posto sotto la propria attenzione, attraverso gli articoli, ben più ampi scenari, cui si riferivano le domande che faceva e le risposte che cercava. Sono buona prova i numeri di telefono, trovati nella sua agenda, relativi a persone che costituivano fonte di informazione, perché fonte di quelle notizie che egli cercava con riferimento ai clan e, soprattutto, alle collusioni con l’imprenditoria e la pubblica amministrazione, creando disagio e difficoltà per le organizzazioni torresi e non solo. Già era stato, quindi, pedinato, osservato e, con altissima probabilità, anche destinatario di messaggi indiretti volti ad avvertirlo che stava seguendo percorsi pericolosi. Ciò nonostante andò in fondo, fino alla fine, non mancando di manifestare, con toni di forte condanna, anche in pubbliche occasioni, la sua avversione per la criminalità, ma soprattutto per la collusione tra criminalità e mondo dei colletti bianchi. Gli appalti di Torre Annunziata erano oggetto di un accordo che veniva stipulato tra imprenditori, camorristi e amministratori. Accordo che costituisce oggetto di sentenza passata in giudicato. Parliamo di sentenze che hanno affermato l’esistenza di quell’accordo, per la spartizione delle estorsioni, delle tangenti pagate dagli imprenditori anche ai politici, oltre che ai camorristi.

Dopo quattro giorni dall’assassinio viene arrestato Alfondo Agnello, detto Chiocchiò. È il procuratore capo Francesco Cedrangolo che annuncia l’arresto. Nel 1988 arriva il proscioglimento. Sembra un film già visto: strage di via D’Amelio, con il falso pentito Scarantino. L’individuazione dei mandanti e degli esecutori non è stata semplice, tra depistaggi, silenzi e contraddizioni. Lei ha affermato che è stato “tradito anche da morto”. Che significa?

Nell’immediatezza dei fatti non cadde il muro di omertà. Più di una persona avrebbe potuto dare delle indicazioni, che non furono date. Ci fu anche un depistaggio fortissimo, volto ad infangare la figura di Giancarlo Siani e soltanto pochi, fra cui un’amica di Giancarlo (Chiara Grattoni, nda), aiutarono a tracciarne incisivamente la figura limpida. Quella figura che noi abbiamo compiutamente accertato a distanza di anni.

Prima della svolta del 1993 si registrano diverse piste, nuovi responsabili, nuove ipotesi. Per Amato Lamberti, direttore dell’«Osservatorio sulla camorra», Siani si stava occupando della ricostruzione post-terremoto, dell’intreccio camorra-affari-politica.

Gli interessi politico criminali che ruotavano intorno alla famiglia Nuvoletta non escludono affatto che nei giorni precedenti la genesi della causale scatenante, ovvero nell’intervallo tra quell’articolo e l’omicidio, ma anche in precedenza, ulteriori alleanze o mere adesioni possano essere state raccolte. Addirittura si raccolse l’adesione di Valentino Gionta che era in carcere. Niente di più facile che altre adesioni, visto anche l’impatto in termini di reazione da parte delle forze dell’ordine, che si prevedeva sul territorio, ed ulteriori alleanze, anche in funzione della molteplicità delle tematiche criminali affrontate da Siani, si siano coagulate intorno all’omicidio, anche rafforzando la fase esecutiva tramite appoggi logistici e/o diretti.

Agosto 1993: il camorrista affiliato a Cosa nostra Salvatore Migliorino, il trait d’union tra il clan Gionta e i colletti bianchi, decide di collaborare con la giustizia. Da quel momento Lei si occupa anche del caso Siani, dopo quasi otto anni riparte l’inchiesta.

Migliorino Salvatore non fu decisivo per l’accertamento delle responsabilità, ma indispensabile per la riapertura delle indagini, oltre che per l’accertamento delle collusioni politico criminali e per gli omicidi, perché delinea lo scenario che porta a Torre Annunziata, agli interessi politico-criminali del clan Gionta. Per quanto riguarda l’accertamento dei fatti, Migliorino riferisce de relato, rispetto a quanto appreso da Di Ronza Eduardo,  deceduto quando Migliorino parla. Addirittura era detenuto quando si verifica l’omicidio di Giancarlo Siani, così come era detenuto Gionta. Notizie di seconda mano, abbastanza generiche, che costituiscono il primo passo per approfondire l’indagine.

Qual è il secondo passo?

Continuare nelle indagini già in corso sul clan Gionta-Limelli-Gallo, procedere ad ulteriori arresti, esercitare pressioni investigative per ottenere ulteriori collaborazioni, intercettare, convincere le vittime a collaborare, effettuare sequestri di armi e catturare i latitanti. Decisivo fu l’arresto di alcuni latitanti, operato dal commissariato di Torre Annunziata e dalla sezione di P.S. presso la Procura di Napoli, nell’hinterland milanese.

Cosa accadde?

In una notte  raggiungemmo, in auto,  Milano, sulla base delle dichiarazioni di Graziano Matteo resemi ventiquattro ore prima. Procedemmo agli arresti dei latitanti, il cui covo, nel milanese, fu  indicato da Graziano Matteo. Arrestammo pericolosi esponenti del clan Gionta, che attraverso il traffico di droga rifornivano le famiglie dei detenuti: Sperandeo Alfredo, Pisacane Vincenzo e altri due personaggi di spicco del clan. Stiamo parlando del 14 ottobre 1994; nel dicembre successivo questa azione portò alla decisione di Donnarumma Gabriele di collaborare, nella consapevolezza che il clan era alla strette e seguendo l’espresso invito che gli rivolsi quando era nelle gabbie di udienza nel corso del processo per 416 bis presso la prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Siani, con i suoi articoli, dava fastidio alla camorra o alla politica, vicina all’organizzazione criminale?

Lui è stato uno dei primi a mettere l’accento su questo tema, a livello preventivo, rispetto all’indagine. Uno dei primi a martellare su questo argomento.

Il 14 aprile 1997 arrivano le sentenze di primo grado, la seconda sezione della Corte di Assise (presieduta da Pietro Lignola) approva il suo lavoro. Ergastolo per Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta, Maurizio Baccante (i mandanti); per gli esecutori Ciro Cappuccio e Armando Del Core e per il pentito Ferdinando Cataldo; 28 anni per Gabriele Donnarumma, assoluzioni per Alfredo Sperandeo e Gaetano Iacolare. Per quest’ultimo Lei aveva chiesto l’ergastolo, arrivato durante il secondo grado. Che fine fanno gli altri responsabili, i colletti bianchi?

Sono stati condannati numerosissimi amministratori, fra cui tre sindaci di Torre Annunziata per gravi reati contro la pubblica amministrazione, in alcuni casi anche con l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203 del ‘91, cioè l’aggravante della finalità mafioso-camorristica. Condannato anche  un assessore per corruzione. Tutti coinvolti nel sistema delle tangenti torresi.

Il 7 luglio 1999 arriva la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presieduta da Corrado Colangelo), che conferma la sentenza di primo grado. Il 13 ottobre del 2000 la prima sezione penale della Cassazione annulla, con rinvio, l’ergastolo di Valentino Gionta. Nel processo di Appello l’assoluzione. Lei ha condiviso questa scelta?

Ho preso atto delle motivazioni della Corte di Cassazione. Queste motivazioni sono, essenzialmente, in diritto. Non pongono in dubbio che il comportamento ascritto a Gionta fosse idoneo ad integrare concorso, nonostante avesse in un primo momento dichiarato la propria opposizione al delitto e, successivamente, dato il suo avallo con il solo limite che non venisse commesso in Torre Annunziata, né sollevano dubbi sulla  collaborazione di Donnarumma Gabriele, bensì sull’effettivo carattere individualizzante dei riscontri, ritenuti generici nei confronti di Gionta.

Essere il capo dell’organizzazione i cui esponenti, Ferdinando Cataldo in particolare, erano coinvolti nel delitto  non è stato ritenuto sufficiente riscontro alle dichiarazioni di Donnarumma, che a Gionta aveva attribuito la finale adesione al delitto.

Per Amato Lamberti è stato un delitto politico. Bisognava indagare sulle cooperative degli ex detenuti, volute e gestite dai clan.

L’indagine sulle cooperative condusse alla sentenza di proscioglimento del giudice Palmeri, nei confronti di diversi imputati. Quella fu la pista originariamente intrapresa dalle indagini e notevolmente approfondita. Anche la causale che porta alle cooperative è pienamente compatibile con quanto accertato, che ricollega l’ostilità verso Siani alla sua complessiva attività di ricerca e cronaca sugli interessi delle organizzazioni criminali.

Pietro Gargano, già caporedattore de «Il Mattino» e l’avvocato penalista Bruno Larosa hanno sottolineato diverse volte che la verità non è emersa dal processo e dalle sentenze.

All’interno del clan Nuvoletta  quell’articolo (Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, «Il Mattino», 10 giugno 1985, nda) fu la causa ultima, spesa per motivare, all’interno, l’omicidio del giornalista. Altri livelli sono stati da noi comunque sempre tenuti presenti e percorsi. Non dimentichiamo che Donnarumma Gabriele affermò che,  di fronte alle titubanze di Gionta, i Nuvoletta non mancarono di premere, comunicando che la decisione di procedere al delitto era condivisa, alla fine quasi imposta, da parte di Cosa nostra, tramite persona che Donnarumma apprese essere lo “zio della Sicilia” e che noi identificammo nel massimo rappresentante di vertice di  Cosa nostra. In un delitto così grave, così come sono stratificate le causali, così anche le compartecipazioni possono essere attinte da diversi livelli di conoscenza, in un rapporto di proporzionalità inversa rispetto ai riscontri.

Intendo dire che, quanto più alti, e quindi meno noti ai compartecipi materiali, sono i livelli di responsabilità dei mandanti, tanto più limitata è la possibilità di reperire riscontri in merito.

Il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex luogotenente di Riina, è stato sentito dai magistrati sull’omicidio Siani. 

Sul punto prendo atto di quanto lei mi comunica. Per quanto riguarda la mia indagine, posso solo dire che, nell’ambito della stessa, un esponente di massimo spicco di Cosa nostra fu iscritto come mandante, insieme ai Nuvoletta. Questa pista parve attendibile e affidabile. La posizione fu archiviata nella fase delle indagini preliminari, anche perché Donnarumma parlò dello “zio” della Sicilia, ma non disse mai chi fosse con certezza, rendendo solo la sua opinione circa chi potesse essere. Ulteriori approfondimenti non hanno consentito di consolidare tale elemento di prova, sulla cui attendibilità il Donnarumma non può spendere altro che la sua testimonianza di averne appreso dai Nuvoletta. La scelta fu dunque di evitare il rinvio a giudizio di persona che sarebbe stata assolta, con la parola fine sulle sue responsabilità, mentre un’archiviazione nella fase d’indagine consente di  procedere ex novo nei confronti dello stesso soggetto, sulla base di nuovi elementi. Non bisogna peraltro dimenticare che era quella l’epoca in cui Cosa nostra era interessata a una strategia dello stragismo, volta a distrarre l’attenzione da Cosa nostra e dalla Sicilia verso altre regioni d’Italia. Ricordiamo quello che è emerso sulla strage del treno rapido 904, dove sono stati ipotizzati concreti  interessi ed attivazioni di Cosa nostra siciliana intese a deviare gli inquirenti verso altri scenari geo-politici.

La persona iscritta come mandante fu Totò Riina?

Non entro nel dettaglio, si trattò di persona all’epoca posta ai vertici di Cosa nostra.

21 settembre 2015

da Resto al Sud:

“Anche la #mafia voleva la morte di #GiancarloSiani”

Giancarlo SIANI - Il Mattino

«il Mattino», 24 settembre 1985

IL CORAGGIO DI DIRE NO. L’intervento del Procuratore Capo della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO

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Formia, 18 aprile 2013
L’intervento del Procuratore Capo della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FORMIA

“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”
Sala consiliare “Ribaud” del Comune – Piazza Municipio, 1
SALUTI:
Elvio Di Cesare (Segr. Naz. Ass. Caponnetto); Antonio Turri (Pres. Ass. “I cittadini contro le mafie”): Michele Falco (Editore)
INTERVENTI:
Paolo De Chiara (Autore del libro);

Patrizia Menanno (Ass. Caponnetto), Paola Primicerj (Coord. Ufficio Giudice di pace Cassino);

Enrico Fierro (“Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione);

Marilena Natale (“La Gazzetta di Caserta”);

in collegamento skype Giulio Cavalli (Attore e scrittore, autore dell’Introduzione);

Armando D’Alterio (Proc. DDA Campobasso)
 
MODERATORE:
Luca Teolato (“Il Fatto Quotidiano”)

FORMIA, presentato Il Coraggio di dire No (18 aprile 2013)

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“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”

Bellissima e interessante iniziativa a Formia, per ricordare Lea Garofalo… ma anche TUTTI i Testimoni di Giustizia. Loro hanno bisogno del nostro aiuto.

GRAZIE DI CUORE all’Ass. “A.Caponnetto” e ai  “I Cittadini contro le mafie”.

A Elvio Di Cesare (Segr. Naz. Ass. “Caponnetto”) ad Antonio Turri (Pres. “I cittadini contro le mafie”), a Michele Falco (Editore)

A Patrizia Menanno e Letizia Giancola (Ass. “Caponnetto”), Paola Primicerj (Coord. Ufficio Giudice di pace Cassino); Enrico Fierro (“Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione); Marilena Natale (“La Gazzetta di Caserta”); Giulio Cavalli (Attore e scrittore, autore dell’Introduzione); Armando D’Alterio (Proc. DDA Campobasso), Luca Teolato (“Il Fatto Quotidiano”)

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Armando D’ALTERIO (Proc. DDA Campobasso), con Marilena Natale de la Gazzetta di Caserta e Luca Teolato de Il Fatto Quotidiano

 

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'Follie notturne', scatto di Marilena Natale

‘Follie notturne’, scatto di Marilena Natale

IL CORAGGIO DI DIRE NO…a FORMIA

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FORMIA 

Giovedì 18 aprile 2013, ore 17.00

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MANIFESTO1

CASSINO, Il Coraggio di dire No, 22 marzo 2013

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta. 

CASSINO, 22 marzo 2013 – ore 16

Evento organizzato dall’Associazione contro le illegalità e le mafie “Antonino Caponnetto” e “I Cittadini contro le mafie e la corruzione”, con il patrocinio del Comune di Cassino

“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”

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SALUTI:

Giuseppe Gollini Petrarcone (Sindaco di Cassino)

Igor Fonte (Associazione “Peppino Impastato” di Cassino)

Elvio Di Cesare (Segretario nazionale “Associazione Caponnetto”)

Antonio Turri (Presidente Associazione “I cittadini contro le mafie”)

Michele Falco (Editore)

INTERVENTI:

Patrizia Menanno e Letizia Giancola (“Associazione Caponnetto”) con Paola Primicerj (Coordinatore  dell’Ufficio del Giudice di pace di Cassino)

Enrico Fierro (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione)

Armando D’Alterio (Proc. D.D.A. di Campobasso)

Federico Cafiero De Raho (Procuratore aggiunto e Coordinatore D.D.A. di Napoli)

Paolo De Chiara (Autore del libro)

MODERA: Nello Trocchia (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e “L’Espresso”)

La presentazione si è svolta a Cassino (FR) venerdì 22 marzo 2013 alle ore 16,00 presso la Biblioteca Comunale “Pietro Malatesta” – Centro “Arcobaleno” – Tribunale di Cassino in Via del Carmine

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Cassino, 22 marzo 2013

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CASSINO, 22 marzo 2013 – ore 16

L’Associazione contro le illegalità e le mafie“Antonino Caponnetto” e “I Cittadini contro le mafie e la corruzione”, con il patrocinio del Comune di Cassino, presentano

“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”

SALUTI:

Giuseppe Gollini Petrarcone (Sindaco di Cassino)

Igor Fonte (Associazione “Peppino Impastato” di Cassino)

Elvio Di Cesare (Segretario nazionale “Associazione Caponnetto”)

Antonio Turri (Presidente Associazione “I cittadini contro le mafie”)

Michele Falco (Editore)

INTERVENTI:

Patrizia Menanno e Letizia Giancola (“Associazione Caponnetto”) con Paola Primicerj (Coordinatore  dell’Ufficio del Giudice di pace di Cassino)

Enrico Fierro (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione)

Armando D’Alterio (Proc. D.D.A. di Campobasso)

Federico Cafiero De Raho (Procuratore aggiunto e Coordinatore D.D.A. di Napoli)

Paolo De Chiara (Autore del libro)

MODERA: Nello Trocchia (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e “L’Espresso”)

La presentazione si svolgerà a Cassino (FR) venerdì 22 marzo 2013 alle ore 16,00 presso la Biblioteca Comunale “Pietro Malatesta” – Centro “Arcobaleno” – Tribunale di Cassino in Via del Carmine

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Presentazione ‘IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta a ISERNIA

18 gennaio 2013 – ISERNIA, ore 17.30
Presentazione del libro

‘IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

INTERVENTI: Armando D’ALTERIO (Procuratore Capo DDA Campobasso);
Michele FALCO (Falco Editore);
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Procuratore della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Componente Commissione Parlamentare Antimafia).

SALUTI: Paolo ALBANO (Proc. della Repubblica di Isernia); Vincenzo CIMINO (Cons. nazionale Ordine dei Giornalisti); Michele PETRAROIA (vice presidente Commissione Lavoro Regione Molise); Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

Sarà presente l’Autore

MODERA: Giovanni MANCINONE (giornalista RAI, vice presidente AssoStampaMolise).

Aula Magna, ITIS ‘E. Mattei’, viale dei Pentri (già S.S.17)

Manifesto Iniziativa IL CORAGGIO DI DIRE NO, Paolo De Chiara, 18 gennaio 2013, Isernia

(VIDEO) Giancarlo SIANI – Parla il Procuratore Armando D’ALTERIO

Giancarlo SIANI

Parla il Procuratore Armando D’ALTERIO

Isernia, 19 aprile 2012
PRIMO Video 

IV Lezione CULTURA della LEGALITÀ con gli studenti dell’Itis.
“LO SGUARDO SEVERO DEL GIORNALISTA”

LA TENACIA.

Lezione dedicata al giornalista precario de ‘IL MATTINO’, Giancarlo SIANI (ucciso dalla camorra la sera del 23 settembre 1985), con la presenza del Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO. 
Il ‘pm tenace’ (come lo ha definito Paolo Siani, il fratello del giornalista napoletano) del caso Siani.

Fu grazie all’intuito e alla tenacia di D’Alterio che l’inchiesta approdò finalmente alla identificazione e alla condanna dei responsabili.

A cura di Paolo De Chiara

 

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

LEGALITA’ a Giugliano. Grazie di cuore a LIBERA GIUGLIANO

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

 

LA CAMORRA E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

 

GRAZIE ai ragazzi di Libera GIUGLIANO,

a Eliana Iuorio,

a Paola Cipolletta,

a Ada Palma,

a Ilaria Ascione,

a TUTTI per la bellissima giornata passata Giugliano

nel ricordo del giornalista-giornalista Giancarlo SIANI

Ora che ci siamo ritrovati non perdiamoci di vista!!!

GRAZIE!!!

 

Paolo De Chiara

Siani, Presidio Giugliano

GIUGLIANO (NA): per non dimenticare GIANCARLO SIANI

Siani, Presidio Giugliano

Siani, Presidio Giugliano

 

GIANCARLO SIANI:

la sua vita, il suo impegno, la sua Voce libera.

Insieme agli autori del fumetto “Giancarlo Siani (..e lui che mi sorride)”, vincitori del Premio Siani 2011: Alessandro DI VIRGILIO ed Emilio LECCE;

al Procuratore della Repubblica di Campobasso (già pubblico ministero nel caso Siani), Armando D’ALTERIO;

al Segretario generale della Fondazione Pol.i.s., Enrico TEDESCO

ricorderemo Giancarlo

interrogandoci sul ruolo dell’informazione corretta e dell’importanza dell’inchiesta, della denuncia, nel contrasto alle mafie.

Modera e coordina l’incontro, il Giornalista d’inchiesta Paolo DE CHIARA.

Saluti del Preside dell’Istituto ‘Fratelli Maristi’, Giorgio BANAUDI e presentazione di Alessandro BEVILACQUA, per LIBERA GIUGLIANO, Presidio “Mena Morlando”.

SABATO 19 maggio 2012, ore 16.30, AULA MAGNA ISTITUTO FRATELLI MARISTI (SEDE DEL PRESIDIO)

 —
Giancarlo SIANI - Il Mattino

CULTURA DELLA LEGALITA’ – IV Lezione, ITIS Isernia

L’ESEMPIO

IV Lezione sulla CULTURA DELLA LEGALITA’ con i ragazzi dell’I.T.I.S. ‘E. Mattei’.

Si parlerà del giornalista precario de IL MATTINO, Giancarlo SIANI (26anni), ucciso dalla Camorra.

Interverrà il Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO (il pm del caso Siani).

Isernia, 19 aprile 2012 – ore 11.30

Giancarlo SIANI - Il Mattino

(VIDEO) – Cultura della LEGALITA’, con Pino MANIACI (TeleJato) e IMD (Catturandi)

Cultura della LEGALITA’

con Pino MANIACI (TeleJato) e IMD (Catturandi)

con gli interventi di:
Pino MANIACI (direttore TeleJato);
IMD (poliziotto CATTURANDI di Palermo);
Armando D’ALTERIO (DDA Campobasso)

Luigi MAZZUTO (Presidente Provincia di Isernia): “le mafie non ci sono in Molise”;

Paolo ALBANO (Procuratore della Repubblica di Isernia): “il Molise non è più un’isola felice”.

Isernia, 18 ottobre 2010

A cura di Paolo De Chiara

VIDEO – La LEGALITA’. Interviste a Giovandomenico LEPORE e Lorenzo DIANA.

La LEGALITA’. 


Interviste all’ex Procuratore della Repubblica di Napoli Giovandomenico LEPORE

e al Coordinatore Nazionale RETE per la LEGALITA’ Lorenzo DIANA.

Isernia, 17 novembre 2011


dall’Iniziativa Pubblica: SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO… Cosa fare per riaffermare la Legalità.

VIDEO – “Alzare la guardia” in Molise!

di Paolo De Chiara, dechiarapaolo@gmail.com

Il Molise non è più un’isola Felice. Da troppi anni si continuano a sentire queste parole utilizzate, soprattutto, dalla classe politica (formata da imputati, indagati e condannati) per mettere sotto al tappeto i tanti problemi della seconda Regione più piccola d’Italia. E problemi si riscontrano anche per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni criminali. E’ proprio in un passaggio della relazione della Direzione Nazionale Antimafia del dicembre 2010 si legge: “si registrano da tempo tentativi di infiltrazione da parte di appartenenti a qualificati sodalizi attivi nelle Regioni limitrofe ed interessi al settore dell’illecito smaltimento dei rifiuti, al reimpiego dei proventi in immobili ed attività commerciali nelle località della costa, nonchè al controllo degli appalti pubblici”. E su questi temi sono intervenuti il Procuratore della DDA di Campobasso Armando D’Alterio e il Sostituto Procuratore Rossana Venditti. Per D’Alterio in Molise ci sono persone che hanno collegamenti con la ‘ndrangheta e con i casalesi. “Questo sta a significare due cose: uno, l’attenzione che dobbiamo avere per le infiltrazioni criminali nell’ambito del territorio e dell’Impresa; e l’altro, il fatto che conferma ancora una volta la necessità di alzare la guardia, perchè il Molise è terra che è già oggetto degli intenti predatori delle altre criminalità”. Il pm Venditti contesta in ogni apparizione pubblica l’affermazione “Isola Felice”. In Italia non ci sono. Le realtà locali sono invase dagli interessi criminali. “Questa affermazione non voglio più sentirla. Mi sembra un’espressione che ci ha già danneggiati abbastanza”.

 

“Alzare la Guardia in Molise”

Che cos’è la Legalità?
Cosa fare per contrastare le Infiltrazioni Criminali?

Interviste al Procuratore della DDA di Campobasso Armando D’ALTERIO e al Sostituto Procuratore della Repubblica Rossana VENDITTI.

Isernia, 17 novembre 2011
dall’Iniziativa Pubblica: SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…

Il VIDEO – LIBERA STAMPA con il Procuratore DDA Armando D’ALTERIO

LIBERA STAMPA IN MOLISE

Il Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO (il pubblico ministero del caso Siani, il giornalista de Il Mattino ucciso dalla camorra) interviene a Isernia (17 novembre 2011) sulla Libera Stampa… che in Molise ancora non esiste!!!

dall’Iniziativa Pubblica:

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Come fare per riaffermare la cultura della Legalità. 

con Enrico TEDESCO (Fondazione POLIS);
Vincenzo SINISCALCHI (Avvocato Penalista, già componente CSM);
Lorenzo DIANA (Coordinatore Nazionale RETE PER LA LEGALITA’);
Rossana VENDITTI (Sostituto Procuratore Campobasso);
Armando D’ALTERIO (Procuratore DDA Campobasso);
Giovandomenico LEPORE (Procuratore della Repubblica di Napoli).

Isernia, 17 novembre 2011

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il Procuratore della Repubblica di Napoli a Isernia, per parlare della cultura della legalità

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il magistrato vicino alla pensione dopo diverse indagini su nomi importanti. “La vecchiaia ti dà libertà”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ un Paese dove molto è illegale, quindi meglio parlare di legalità. Una legalità che deve nascere dal basso, da quando si è bambini perché altrimenti non si riesce a capire di cosa stiamo parlando. Non è soltanto l’osservanza delle norme penali. Ma l’osservanza delle norme del vivere civile. Se si riesce a vivere civilmente diventa molto naturale rispettare anche le norme legali”.

Con queste parole il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, è intervenuto a Isernia (Molise), insieme a Vincenzo Siniscalchi, Armando D’Alterio, Enrico Tedesco, Rossana Venditti e Lorenzo Diana, alla manifestazione pubblica ’Se non fossimo il Paese che siamo… come fare per riaffermare la cultura della legalità’.

Il magistrato napoletano, da otto anni alla guida della Procura più grande e difficile d’Italia, ha seguito le inchieste più bollenti degli ultimi anni: dalla camorra a Calciopoli, dai rifiuti alle indagini sull’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella fino a quella su Nicola Cosentino (sottosegretario del governo Berlusconi) e le collusioni con il crimine organizzato. Senza dimenticare le inchieste su Giampaolo Tarantini e Walter Lavitola e lo scambio di battute con l’ex premier.

A dicembre andrà in pensione. “Ho avuto la fortuna o la sfortuna di imbattermi con alcune personalità e, naturalmente, sono stato subito attaccato. Così come sono stati attaccati i colleghi milanesi. La mia toga è passata da grigia, rossa, gialla. Ma non mi interessava proprio, anche perché sto per finire. Tra un po’ me ne vado in pensione, avevo la libertà di dire tutto. Perché la vecchiaia dà la possibilità di dire tutto quello che si pensa. Sono totalmente libero nel parlare. Ho sempre reagito”.

Il giudice Giovanni Falcone confidandosi con il suo amico fraterno e collega Paolo Borsellino disse: “la gente fa il tifo per noi”. E’ cambiato qualcosa da allora?
Nell’attività che ho svolto come titolare della Procura più grande d’Italia ho ricevuto dalla gente per strada tantissima solidarietà, soprattutto per il processo al noto personaggio. In questa lotta che c’è stata è una questione soltanto di principio perchè ci si voleva sottrarre all’esame da parte dei magistrati. Su questo non abbiamo ceduto, però ci hanno fatto cedere successivamente perché le competenze le abbiamo dovute trasmettere all’autorità competente.

Cosa bisogna fare per riaffermare la cultura della legalità?
Dobbiamo partire dalle cose più ovvie. Le cose che dovrebbero essere naturali per noi italiani, ma soprattutto per noi napoletani. Abbiamo nel dna il fatto di violare le norme. Quando è necessario fare fronte comune per far ammettere una determinata cosa lo facciamo. Se ci sta il passaggio pedonale siamo portati a passare fuori dal passaggio pedonale, il rosso diventa verde e il verde diventa rosso. Sono cose un po’ strane che si vedono soprattutto a Napoli.

Che importanza hanno la famiglia e la scuola?
Si deve partire soprattutto dalla famiglia e poi dalla scuola. Oggi c’è un filo di speranza concreto: la possibilità per i ragazzi di andare negli Stati esteri dove la cultura della legalità è maggiore rispetto a quella italiana. Ne ho l’esempio classico con mio figlio che è stato molto all’estero e quindi, naturalmente, quando viene a Napoli soffre vedendo queste violazioni. Riprende molte volte anche me, lo confesso, per qualche violazione lieve che riesco a fare.

Secondo l’ex presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia: “nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Cosa rischia il Molise?
Il Molise è ancora un’isola felice. Per evitare di dovere combattere la criminalità organizzata bisogna stare attenti. I cittadini devono stare attenti, perché la criminalità organizzata è insidiosa. Quando cerca di penetrare nella società sana, acquisendo imprese che hanno bisogno di denaro fresco, come sta avvenendo in Emilia Romagna e nel Veneto abbiamo l’infiltrazione della camorra. In Molise non c’è paragone con i guai che abbiamo a Napoli, però questo vi deve servire da lezione.

La legalità è un grande parolone a cui spesso non segue niente nel concreto. L’esempio che dovrebbe venire da noi, da questa generazione, è già traballante rispetto ai ragazzi piccoli. Bisogna partire dall’osservanza delle regole più banali per poi avere la cultura della legalità. Un occhio di riguardo per le giovani generazioni? 
Bisogna educare i ragazzi a osservare le regole del vivere civile. Poi, un domani, dovranno osservare anche quelle penali e le disposizioni vigenti. Altrimenti non arriveremo a niente. Avremo soltanto gli stereotipi del mafioso che va girando con la macchina potente e compra vestiti firmati. E’ una cosa effimera questa ricchezza, perché loro devono mettere in conto due cose: morte violenta oppure il carcere a vita. La giustizia è lenta, ma arriva sempre.

A che punto siamo con la ’caccia’ a Michele Zagaria, il boss latitante della camorra?
Fino ad oggi purtroppo, nonostante che tutte le forze dell’ordine gli siano addosso, non siamo riusciti. Ci siamo andati molto vicini, abbiamo anche utilizzato aerei, elicotteri e altre tecniche speciali. Ma secondo me la tecnica vecchia, quella delle investigazioni, un confidente e la notizia buona al momento buono risolverà il problema. Spero che la latitanza termini prima che me ne vada in pensione. E’ una promessa che le forze dell’ordine mi avevano fatto. Se non ci riescono non è per cattiva volontà, ma perché veramente non ci sono riusciti.

Lui sente il fiato sul collo?
Sicuramente si, basta qualche telefonata che scappa.

da lindro.it di venerdì 18 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Lepore-qui-molto-e-illegale,4532#.TuZFPLKXvq4

Giovandomenico Lepore

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO… con il Procuratore di Napoli LEPORE

Giovandomenico Lepore

Giovandomenico Lepore


Per la Legalità, per la Democrazia…

… per un’Italia e un MOLISE migliore

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…

Cosa fare per riaffermare la Cultura della Legalità

 

Il giornalista Paolo DE CHIARA incontra:

Lorenzo DIANA

(Coord. Nazionale RETE PER LA LEGALITA’ – Ass. Antiracket e Antiusura)

Enrico TEDESCO

(Segretario generale Fondazione POL.I.S.)

 Rossana VENDITTI

(Sostituto procuratore della Repubblica di Campobasso)

Vincenzo SINISCALCHI

(Avvocato, già parlamentare e componente CSM)


Armando D’ALTERIO

(Procuratore capo Dda Campobasso)

 Giovandomenico

LEPORE

(Procuratore della Repubblica di Napoli)

 

SALUTI: Paolo ALBANO (Proc. della Repubblica di Isernia);  Guido GHIONNI (Pres. Tribunale Isernia)

 ISERNIA giovedì 17 novembre 2011 – ore 18.00

Aula Magna ITIS “E. Mattei”, viale dei Pentri

 

Per info: dechiarapaolo@gmail.comhttp://paolodechiaraisernia.splinder.com/

Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

Massimo Sabatino

Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

9 luglio 2011 (malitalia.it)

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“E’ la prima volta che l’Autorità giudiziaria di Campobasso afferma con una sentenza definitiva l’aggravante di un reato con la finalità mafiosa commesso in Campobasso. Abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo”. E’ soddisfatto il Procuratore della Dda di Campobasso Armando D’Alterio. Il magistrato tenace del caso Siani. Nella sentenza del 5 maggio scorso si parla chiaramente di “carattere mafioso del movente che spinse il Sabatino”, su mandato di Carlo Cosco (ex convivente di Lea Garofalo) ad introdursi nell’abitazione della donna a Campobasso. Lea Garofalo andava punita per la sua collaborazione. Era il 5 maggio 2009. L’ex convivente di Carlo Cosco, residente in una casa in affitto in via S. Antonio Abate a Campobasso, (dove viveva con la figlia Denise) riceve la visita di un pluripregiudicato di Pagani (Massimo Sabatino) mandato dal suo ex compagno, il padre di Denise. Il piano era stato studiato nei minimi particolari. Nella casa c’era bisogno di un idraulico. Il Cosco era a conoscenza del guasto alla lavatrice delle due donne. Quale momento migliore per attuare il suo piano criminale? Il Cosco era impegnato nella scalata ai vertici del clan. “Doveva essere considerato estremamente pericoloso – si legge nella sentenza – poichè determinato ad eliminare ogni ostacolo materiale si frapponesse a tale ascesa, e, primo fra tutti, la presenza, ai vertici del clan, proprio di quei Garofalo, che dovevano cadere sotto i suoi colpi”. Erano un serio ostacolo le rivelazioni di Lea nei due processi contro la ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Kr). Uno relativo all’uccisione di suo fratello Floriano. L’altro per l’uccisione di Antonio Comberiati. Fatto di cronaca consumato a Milano nel 1995. (“Omicidi nei quali il Cosco aveva svolto un ruolo di primo piano, nell’ottica di conquista dei vertici del clan, e della egemonia del territorio”).Proprio a Milano fanno affari e risiedono molti esponenti della famiglia Cosco. A Milano Lea Garofalo è stata rapita, interrogata e sciolta nell’acido. A Milano è iniziato il processo che vede alla sbarra sei imputati. Il padre di Denise (Carlo Cosco), gli zii Vito (il protagonista della strage di Rozzano) e Giuseppe (detto Smith, ha gestito il traffico di droga a Milano e “sembra essere il responsabile dell’omicidio Comberiati”), Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Sempre a Milano la piccola Denise ha deciso di testimoniare, costituendosi parte civile. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”. Il primo tentativo di sequestro, organizzato per costringere la vittima a riferire i contenuti, segreti, della collaborazione e per punirla, non va a buon fine. Il Sabatino, condannato definitivamente a sei anni di carcere (con rito abbreviato), non porta a termine la missione. Viene incalzato dalla coraggiosa Lea. Che non ci vede chiaro. Inizia a fare domande, scoprendo l’inganno. Il falso elettrotecnico Sabatino aggredisce la donna tentando di immobilizzarla e di soffocarla. Ma non ci riesce. “Non solo per la pronta reazione della vittima, ma anche per l’intervento della figlia Denise”. Il piano salta. Viene rinviato. Carlo Cosco e Massimo Sabatino (uno dei luoghi tenenti della famiglia) verranno arrestati il 4 febbraio del 2010 dai militari del Nor della compagnia carabinieri di Campobasso. Il primo a Petilia Policastro e il secondo a Milano. “Avevano messo in atto – queste le parole utilizzate durante la conferenza stampa del febbraio 2010 – un reato tipicamente mafioso, cercando di restare nell’anonimato. Ma non ci sono riusciti”.

Dopo due anni esatti dal fatto è arrivata la condanna definitiva per Massimo Sabatino. Sei anni di reclusione con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e legale per la durata della pena. Per tentato sequestro di persona e lesioni volontarie. Reati commessi su mandato di Carlo Cosco. Una sentenza arrivata grazie all’importante lavoro dei magistrati della Procura di Campobasso, coordinati e diretti dal capo della Dda Armando D’Alterio. Che, dal primo momento, ha cercato di capire quale fosse il senso di quella aggressione misteriosa verificatasi nel maggio 2009 nel capoluogo di Regione. Il lavoro è stato svolto, ha tenuto a sottolinearlo D’Alterio, “in coordinamento con la Procura nazionale nella persona del Procuratore Pietro Grasso e della dottoressa Vittoria De Simone. Abbiamo chiesto e ottenuto riunioni di coordinamento con i colleghi milanesi, con i colleghi della Dda calabrese per uno scambio di informazioni e di supporto investigativo, ma anche ideativo, che secondo noi è alla base di questo primo risultato definitivo che abbiamo ottenuto”. La prima sentenza non definitiva era già stata trasmessa alla Procura di Milano. “Ci apprestiamo a trasmettere – ha continuato il Procuratore Armando D’Alterio – anche quella definitiva che sicuramente potrà essere acquisita a quel dibattimento. Riteniamo che questa sia una pietra miliare anche per quel processo”. In Molise, con l’arrivo di Armando D’Alterio, si respira una nuova aria. Si comincia a fare sul serio.

malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/07/finalita-mafiosa/

il-volto-di-gomorra

IL VOLTO DI GOMORRA – Da Casal di Principe al Molise. Cosa fare per riaffermare la Legalità?

il-volto-di-gomorra

Copertina Il volto di gomorra

Per la Legalità, per la Democrazia…

… per un’Italia e un MOLISE migliore

 IL VOLTO DI GOMORRA

Da Casal di Principe al Molise. Cosa fare per riaffermare la Legalità?

 

Il giornalista Paolo DE CHIARA intervista:

 

Michele MIGNOGNA (giornalista)

Paolo ALBANO (procuratore capo Procura della Repubblica di Isernia)

Armando D’ALTERIO (procuratore capo Dda Campobasso)

 

Nicola BALDIERI

(giornalista e autore “Il volto di Gomorra”)

 

 

SALUTI: Salvatore TORRE (questore di Isernia)

ISERNIA venerdì 15 luglio  2011- ore 18.00

piazza San Pietro Celestino V (Fontana Fraterna)

 


Sciascia diceva: “I mafiosi odiano i magistrati che ricordano”. I Casalesi odiano anche gli scrittori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto.
Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli

Il volto della camorra. In questo volume che mescola sapientemente la crudezza e la realtà delle immagini a commenti pertinenti, torniamo a parlare dell’agro aversano, reso famoso, per l’appunto, dal coraggio di scrittori e magistrati che hanno mostrato il vero volto di queste zone, un tempo conosciute dal grande pubblico solo ed esclusivamente per la produzione della famigerata mozzarella di bufala campana. Casal di Principe è oggi riconosciuta come il centro delle attività criminali della camorra. […]. Il lavoro si sviluppa su 12 capitoli che si chiudono con uno sguardo di speranza grazie alle testimonianze dell’associazionismo per la riaffermazione della legalità. Con Il volto della camorra, Baldieri e Franzinelli hanno consegnato alla società un’altra dimostrazione del coraggio di coloro che credono nella giustizia.

Il volto di Gomorra di Mimmo Franzinelli e Nicola Baldieri, Mondadori Electa

 

 

Saranno presenti: le MAMME PER LA SALUTE (Venafro), ARCI Isernia e le AGENDE ROSSE di PAOLO BORSELLINO.

 

 

Per info: dechiarapaolo@gmail.com - http://paolodechiaraisernia.splinder.com/
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