Tag: assassini

Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – La LETTERA della TESTIMONE DI GIUSTIZIA. «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile…»

Il grido d'aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo
La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimminaA 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. 

Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzione. Ma con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo. Al carcere a vita. Il clan Cosco è stato distrutto da due donne, che hanno avuto la forza e il coraggio di dire No.

Lea in vita si è sentita «una giovane madre disperata», stanca di chiedere aiuto, di chiedere protezione. Nessuno, come in tante altre occasioni, ha mai chiesto scusa. Nessuno ha mai telefonato alla madre di Lea, la signora Santina. Il suo memoriale è stato pubblicato solo dopo la sua morte. In questo strano Paese succede sempre tutto dopo.  

LA LETTERA DI LEA GAROFALO:

«Ho bisogno d’aiuto, qualcuno ci aiuti»

Signor Presidente della Repubblica,chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.

Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente. Cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti. Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città per ovvie paure e con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di C.(Catanzaro, nda) e lì fui sentita in presenza di un avvocato assegnatomi dalla stessa procura.

Questi mi comunicarono di figurare come collaboratore, premetto di non aver nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di arrestare dei criminali mafiosi. Dopo circa tre anni il mio caso passa ad un altro magistrato e da lui appresi di essere stata mal tutelata dal mio legale. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava, per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro!

Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. 

Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripentendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile e soprattutto senza la soddisfazione per qualche mio familiare è stato anche abbastanza naturale se così si può dire, di una persona che muore perché annega i propri dolori nell’alcol per dimenticare un figlio che è stato ucciso per essersi rifiutato di sottostare ai ricatti di qualche mafioso di turno. Per qualcun altro è stato certamente più atroce di quanto si possa immaginare lentamente, perché questo visti i risultati precedenti negativi si è fatto giustizia da solo e, si sa, quando si entra in certi vincoli viziosi difficilmente se ne esce indenni tutto questo perché le istituzioni hanno fatto orecchie da mercante! Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.

Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei mi rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione.

Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può nonostante tutto! La prego signor Presidente ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello, e a chi si intende di diritto civile e penale, anche voi aiutate chi è in difficoltà ingiustamente! Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti.

Please!

Una giovane madre disperata

aprile 2009

La risposta del Quirinale del 2 dicembre 2010

«A proposito del dispaccio “Sciolta nell’acido: Lea Garofalo a capo Stato, mi uccideranno”, che rilancia un testo pubblicato da un quotidiano calabrese, dalle accurate ricerche compiute al Quirinale non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell’allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una “lettera aperta” ma – stando a quanto si “rivela” – “mai pubblicata” su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente”».

Pasquale Cascella,

consigliere del Presidente della Repubblica

per la Stampa e la Comunicazione

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO (WordNews.it)

– Le TESTIMONIANZE, domani 23 novembre 2020: «Lea Garofalo è una testimone di giustizia».

– IL RICORDO di Lea, martedì 24 novembre 2020: Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.

  

Leggi anche: 

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬

libri con tdg

TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬, dal 7 al 9 novembre 2014 @giulioperroneditore

STAND 142

‪#‎pbf2014‬ ‪#‎pisa‬ ‪#‎tdg‬ ‪#‎testimonidigiustizia ‬‪#‎perroneeditore‬ ‪#‎novembre2014‬

FOTO inst perrone

cop giulio perrone inst

IL CORAGGIO DI DIRE NO a… MACCHIA DI ISERNIA, 14 giugno 2014

1

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

La drammatica storia di LEA, la donna che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

a… MACCHIA DI ISERNIA (Isernia)

14 giugno 2014

 

2

3

4

5

7

8

lea

manifesto

 

 

 

LEA GAROFALO, suicida il padre del ‘pentito’ Venturino, 7 giugno 2014

il coraggio

 

(ANSA) – CROTONE, 7 GIU – Si è suicidato Giuseppe Venturino, il padre di Carmine, il collaboratore di giustizia che ha fatto ritrovare i resti del cadavere di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese che venne uccisa a Milano il 24 novembre del 2009 e il cui corpo fu bruciato in un magazzino a Monza.


http://www.ansa.it/legalita/rubriche/cronaca/2014/06/07/garofalo-suicida-padre-pentito-che-fece-trovare-resti-corpo_72f1cfeb-860e-4586-9760-b41761f79c25.html

venturino suicidio padre

IL PIACERE DI LEGGERE… Il Coraggio di dire No su Polizia Moderna, febbraio 2014

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta (Falco Editore, 2012)

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (Falco Editore, 2012)

IL PIACERE DI LEGGERE

a cura di Anacleto Flori

dalla rivista Polizia Moderna (mensile ufficiale Polizia di Stato)

– febbraio 2014 –

da PoliziaModerna, febbraio 2014

da PoliziaModerna, febbraio 2014

Paolo De Chiara
Il coraggio di dire no
Cosenza, Falco Editore,
pp. 221, € 14
Le mafie si alimentano del silenzio.
Per questo si scagliano con ferocia
contro chi infrange il dogma
dell’omertà, soprattutto se a farlo è
una donna. E Lea Garofalo ha pagato
con la vita il prezzo del coraggio di
dire “no”. I suoi familiari hanno preteso
con forza che i colpevoli subissero la
giusta condanna. De Chiara tratteggia
tutto questo senza tralasciare di
sottolineare le responsabilità di chi
avrebbe dovuto fare forse qualcosa
in più per tutelare la vita di Lea. La
dimensione critica che raggiunge
l’apice nell’elenco di tutte le donne
uccise dalle mafie si trasforma, nel
fluire del testo, in un inno alla lotta alle
mafie. Ricordare per combattere e
per impedire l’assassinio di chi rischia
la vita facendo ciò che è giusto.
Fabio David

21

IL CORAGGIO DI DIRE NO. La storia di Lea Garofalo… a NETTUNO, 22 maggio 2013

paolo de chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO. La storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (Falco Editore)… a NETTUNO, 22 maggio 2013.

Per ORDINI:www.falcoeditore.com

12

 

10 9

 

8 1 2 3 4 5 6 7

 

11

 

13

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FIRENZE

8

Sabato 11 maggio 2013, ore 18:30

“Il coraggio di dire no”
Circolo Colli Alti, Via Indicatorio 41 – Signa
Introduzione: 
Maria Grazia Pugliese (Portavoce Donne PD FI Metropolitno)
 
Interventi:
Silvia Della Monica (Magistrato, già componente della Commissione Antimafia)
Marisa Garofalo (sorella di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘Ndrangheta)
Paolo De Chiara (Autore del Libro “Il coraggio di dire No”)
 
Moderatore: 
Costanza Tortù (Forum Sicurezza e Legalità PD Metropolitano Firenze)
13 1 2 3 4 5 6 7 9 10 11 12

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Ercolano, 6 maggio 2013

12

Grazie di Cuore ai favolosi ragazzi di RadioSiani Webradio della Legalità. Il vostro grande lavoro è fondamentale e necessario.

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

13

14

15

paolo de chiara1

paolo de chiara2

Caso Lea Garofalo, il ‘pentito’: “Delitto di ‘Ndrangheta”

BONAVENTURA: “Carlo Cosco è diventato un boss di altissimo spessore”

di  | aprile 29, 2013
328 4175523
“Mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo”. A Milano la musica è cambiata. La ‘strategia’ utilizzata per il primo grado di giudizio (la I Corte d’Assise di Milano, lo scorso 30 marzo, ha condannato all’ergastolo Cosco Carlo, Cosco Giuseppe detto ‘Smith’, Cosco Vito detto ‘Sergio’, Curcio Rosario, Venturino Carmine e Sabatino Massimo) è stata completamente stravolta. I resti del corpo, della giovane Lea, sono stati ritrovati.
Nell’aula della I Corte d’Assise d’Appello non si può continuare a parlare di fuga d’amore, di Australia, di una donna fuggita all’estero. Ci sono delle responsabilità chiare, precise. Per gli ergastolani è iniziata una nuova partita. Decisiva. Vogliono giocare le loro carte. Ha iniziato Carlo Cosco, l’ex convivente di Lea. Il padre di Denise. Parla di un omicidio “non ordinato dal clan”. Un paio di pugni mortali per un ‘raptus’ improvviso (“Non l’ho strangolata, dopo che le ho dato due pugni aveva già perso conoscenza, quando ha picchiato la testa per terra, secondo me, era già morta e ha iniziato a perdere sangue”). Nessuna pianificazione, secondo la strategia dell’uomo. Solo un ‘raptus’. Come il tentativo di sequestro di Campobasso del 5 maggio 2009. I pedinamenti, gli appostamenti, le pressioni, le ricerche, le minacce. Tutto organizzato nel tempo, con lucida freddezza. Il piano criminale nasce agli inizi degli anni 2000.
È lo stesso Carlo Cosco che, in carcere, chiede aiuto ai suoi amici ‘ndranghetisti. Per colpire una giovane donna, una madre coraggio, che non aveva abbassato la testa, che aveva denunciato e collaborato con i magistrati dal 2002 al 2009. Una fimmina ribelle, Lea Garofalo, che ha avuto la forza e il coraggio di dire ‘no’. Ad alta voce. Nel suo ambiente criminale, nella sua famiglia di ‘ndrangheta. Nella prima udienza (9 aprile 2013), il boss vigliacco ha letto una lettera, ha ostentato la sua prepotenza, la sua arroganza (“Mi assumo la responsabilità dell’omicidio. Guai a chi sfiora mia figlia”). Ha lanciato gesti e messaggi verso qualcuno, verso l’esterno.
Nei mesi scorsi ha ‘avvertito’, con una lettera, anche il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, detto ‘gnegnè’. L’ex ‘ndranghetista legato alla cosca Vrenna-Bonaventura. Per il pentito calabrese, che a Termoli denuncia la scarsa protezione dello Stato (“subisco molte pressioni malavitose. Ci sono talpe nel servizio centrale di protezione, ma voglio continuare a collaborare”), il cambio di strategia dei Cosco è chiaro e sulla natura dell’omicidio non ha dubbi: “uno dei più atroci e più vigliacchi che viene attribuito alla ‘ndrangheta. Carlo Cosco è diventato un boss di altissimo spessore”.
Nell’ottobre scorso Carlo Cosco (‘ndranghetista, condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua ex compagna), con una lettera, fa sapere che deve smetterla di ‘sciacallare’ sulla sua vicenda, sulla drammatica storia di Lea Garofalo.
Lui prende lo spunto, per quanto riguarda la sua vicenda, per lanciarmi dei messaggi.
Che tipo di messaggi?
Sono quelli di smetterla di arrampicarmi sugli specchi verso lo Stato. Gli stessi messaggi che mi dette all’inizio, quando mi hanno abbordato la prima volta, il finto pentito Francesco Amodio, dopo otto mesi che ero a Termoli. Stava cercando di portarmi in una trappola. La stessa musica, è quello il nastro. Mi ha minacciato lui (Carlo Cosco, ndr) perché ha fatto il gioco della ‘ndrangheta. Mi ha minacciato lui perché era già un ergastolano. Mi ha minacciato lui perché era l’emblema, questa è la mia interpretazione e ci metterei la mano sul fuoco, di cosa la ‘ndrangheta fa a un pentito. Non è stato scelto a caso Carlo Cosco. Il discorso di Lea Garofalo è stato soltanto un pretesto. È normale che lui abbia trovato interesse per cercare di fare spegnere il più possibile i riflettori sul suo caso.
Da chi è stato mandato?
Dalla ‘ndrangheta. Per farmi capire di smettere di arrampicarmi sugli specchi e di ritornare a quella che la ‘mamma’ mi ha proposto, di ritornare con loro, di lasciarmi corrompere. Di non andare oltre. Il messaggio era quello, un ulteriore avvertimento.
Come il proiettile nella cassetta postale dell’attuale ‘abitazione protetta’ di Termoli?
A giugno del 2012 arriva un altro messaggio intimidatorio, il proiettile che mi fanno ritrovare nella cassetta della posta con un’immagine della Madonna.
Il significato?
Non ti resta che pregare. Quando noi mandavamo il rosario con dei proiettili il significato era: ‘non ti resta altro che pregare’. Sanno dove sono.
L’ergastolano Cosco, nella missiva, scrive: “Non ho mai conosciuto Bonaventura e ritengo ingiusto che lui, non conoscendomi, debba sciacallare sulla mia vicenda. Inoltre deve smetterla di succhiare il sangue allo Stato arrampicandosi sugli specchi”.
Lei ha conosciuto Carlo Cosco?
No, non credo. Non sono certo di aver conosciuto Carlo Cosco. Però potrebbe anche essere.
Ha conosciuto la famiglia ‘ndranghetista dei Cosco?
Sì, certo. In particolar modo Giuseppe Cosco (detto Smith, ndr), l’ho conosciuto nel ‘91/’92 in un’occasione.
Quale?
Mio zio (Gianni Bonaventura, ndr) era latitante, all’epoca reggente della famiglia Vrenna-Bonaventura, e venivamo ospitati dalla cosca Nicoscia-Papaleo, un braccio armato della famiglia Arena. C’è stato un periodo in cui i petilini si sono occupati della latitanza di mio zio, sempre per conto della famiglia Nicoscia-Papaleo. Non c’erano solo legami di affiliazione, ma c’era pure una parentela con Cecè Corda, il destro di Pasquale Nicoscia.
Chi è Giuseppe Cosco, detto Smith?
Come lo conosco io, un affiliato in tutto e per tutto alla ‘ndrangheta. All’epoca c’era Vincenzo Comberiati, il capo di Petilia Policastro (Crotone), c’era il Castagnino, se non ricordo male c’era pure un certo Curcio. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale del tipo ‘ndranghetistica e della più feroce e agguerrita, come ne parlano le storie. Della vicenda di mio zio non si sarebbe occupato uno Smith qualsiasi, ma una persona di considerevole spessore ‘ndranghetistico.
La sua ‘famiglia’ ha fatto affari con i Cosco?
Con la famiglia Cosco sono stati questi i rapporti. Oltre alla latitanza di mio zio ci sono state altre situazioni con Vincenzo Comberiati e, all’epoca, Smith era con Vincenzo Comberiati.
Vincenzo Comberiati, cugino di Antonio Comberiati (detto il ‘lupo’), ucciso in viale Montello a Milano. 
So benissimo chi è Antonio Comberiati, il ‘lupo’ e so dell’astio feroce che c’era anche con Vincenzo Comberiati. Per la leadership. So che chi voleva morto Antonio Comberiati era il cugino Vincenzo. E guarda caso i Cosco si trovano ad essere affiliati di Vincenzo. Credo che l’omicidio di via Montello sia stata opera pure dei Cosco.
Lei ha conosciuto la famiglia di ‘ndrangheta Garofalo?
La famiglia di ‘ndrangheta Garofalo la conosco da quando ero un ragazzino. Con questa famiglia cominciammo ad essere in faida, loro si trovavano in una feroce e terribile faida con i Mirabelli, che sono sotto la nostra ala. Noi fiancheggiammo i Mirabelli contro i Garofalo, fino a quando questa faida si attenua. Con Floriano Garofalo mi trovo di nuovo ad avere buoni rapporti. Rimango in legami forti perché lui era strettamente legato a uno che non solo era un mio alleato ma era pure come un fratello, Luca Megna.
Chi era Floriano Garofalo, detto ‘fifì’?
Un uomo di spessore, appartiene ad una delle famiglie più storiche a Petilia. Per me era un capo. Non era meno di Vincenzo Comberiati.
Quali affari ha fatto con Floriano Garofalo?
Sempre curati da Luca Megna. C’erano dei rifornimenti di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, pure eroina, marijuana. Questo era il legame. Quando ammazzarono Floriano la batteria di Luca Megna partì per la frazione Pagliarelle e Petilia, scendendo nei bar con un passamontagna in testa e Ak47 nelle mani. Pronti ad ammazzare chiunque si fosse trovato dalla parte opposta per vendicare Floriano. Da questa posizione di vendetta mi defilai perché in certe faide non volevo entrarci. Avevo dei buoni rapporti sia con la famiglia Megna-Dragone-Arena e sia con i Grandi Aracri.
Nel processo di appello Carlo Cosco si è assunto la responsabilità dell’omicidio. Si vede spacciato, non ha più alternative. Cerca di fare passare questo omicidio per un omicidio passionale. Soprattutto per scagionare i fratelli e gli altri. Discolpa pure la stessa ‘ndrangheta, per un omicidio ormai considerato uno dei più atroci e più vigliacchi che viene attribuito alla ‘ndrangheta.
Che peso ha oggi nella ‘ndrangheta Carlo Cosco?
Di altissimo spessore. Al ‘tavolo formato’, senz’altro, nessuno può dirgli nulla. Ha dimostrato una delle prove più ardue che un uomo di ‘ndrangheta può dimostrare. Recuperare l’onore, ammazzare la moglie, la mamma di sua figlia. Lo sta facendo anche per salvare Denise. Lui si assume la responsabilità, dice in pubblico ‘guai chi tocca mia figlia’.
Lui dice: “io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia…”
Non è in pericolo dal padre, per gli altri dell’organizzazione criminale si. Sta facendo prendere gli ergastoli. Potrebbe essere. Ha lanciato un messaggio all’organizzazione ‘guai a chi sfiora mia figlia’, in cambio di tutto quello che abbiamo visto nei giorni seguenti.
In cambio di cosa?
Dell’accettazione dei patti. Per una situazione che a lui serve per prepararsi il processo e per discolpare gli altri. Porta la giacca sulla spalla per fare capire che ha le spalle coperte, sta a rappresentare il manto dell’onore o il manto di misericordia per la figlia. Fa altri gesti emblematici: si tocca l’orecchio, l’occhio e la bocca.
Per dire cosa?
Il messaggio che ha voluto lanciare fuori è ‘non sento, non vedo, non parlo. State tranquilli’.
Lea ha subito un tentativo di sequestro a Campobasso. Nella stessa Regione dove lei è sotto protezione. In alcune interviste ha parlato di ‘mandamento occulto’ della ‘ndrangheta in Molise, che significa?
Un mandamento invisibile in mano alla ‘ndrangheta, dove c’è una ‘ndrina. Composta dai Ferrazzo, Francesco Amodio e altri soggetti che sono a due passi (dalla sua abitazione, ndr). Sempre agli ordini della ‘mamma’. Il Molise è un territorio franco, dove tante cose possono accadere, sono accadute. Girano tanti affari. Aniello Bidognetti (esponente della camorra, ndr) viene catturato a Termoli, si sfiora la cattura di Setola (killer dei casalesi, ndr). Traffico di droga, di armi. La Daewoo piena di armi trovata nel magazzino a duecento metri da casa mia, l’eolico, le slot machine, l’usura. Non a caso il Molise è ai primi posti come tasso di usura.

IL CORAGGIO DI DIRE NO…a FORMIA

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FORMIA 

Giovedì 18 aprile 2013, ore 17.00

Stampa
MANIFESTO2
MANIFESTO1

CASO GAROFALO – L’eco di un no, Lea e la sua lotta alla ‘ndrangheta

lea per milano

 

“Cominciamo dalle piccole cose, dal non gettare la carta per terra , dal non danneggiare ciò che ci circonda per esempio, interessiamoci della quotidianità, non deleghiamo tutto ai politici, ognuno faccia il proprio dovere: anche questa è politica.”
Con queste parole si è conclusa la presentazione del libro“Il coraggio di dire no” di Paolo De Chiara.
I fatti di cronaca narrati nel libro riguardano la nota vicenda di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco il 24 novembre 2009 e della sua personale lotta alla ‘ndrangheta, personale perché Lea ha sempre lottato da sola, nessuno mai le ha davvero teso la mano, nemmeno chi aveva tutte le carte in regola per farlo.
“Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia…”. Scriveva così, sei mesi prima di morire. Della vita, della mafia, delle ingiustizie Lea aveva solo da insegnare, sapeva tutto perché agli occhi vigili di una donna non sfugge mai nulla, soprattutto quando è ferma, immobile ad osservare. Lea ha passato la sua vita a scrutare quello che la circondava, Lea era esausta del “puzzo della ‘ndrangheta”che non le lasciava respirare aria sana, Lea non poteva permettere che sua figlia crescesse in un ambiente così inquinato. Lea voleva parlare. Una donna con la d maiuscola è come la verità, prima o poi deve emergere. Lea parla, con la coscienza pulita, svuota quell’accumulo di marciume che ha raccolto negli anni. Lea rifiuta le catene. Lea diventa una testimone di giustizia.
De Chiara insiste sul termine ‘testimone’. Nel suo discorrere tra le principali tappe della triste vicenda, si sofferma a spiegare le imprecisioni di tanti che si accontentano di informazioni approssimate e che scambiano la donna per una collaboratrice di giustizia, definizione del tutto fallace data la completa estraneità della stessa da qualsiasi affare gestito dai Cosco. Lea non si è mai sporcata le mani.
Quelle“bestie”, essenza di quel sangue che è solo freddo, la seguono, la controllano, le rendono la vita impossibile, la costringono a scappare in continuazione e Denise, nume di Lea, le tiene salda la mano e le dà la forza di andare avanti nella sua gloriosa impresa: denunciare quei “vigliacchi”. Ma chi è la preda, chi il predatore?
Una donna che sa, incute più terrore di uomini armati di minacce e regole d’onore da rispettare. Lea conosceva il lieto fine delle fiabe di mafia, è sempre lo stesso e i suoi persecutori non desideravo che scriverlo, sentiva che sarebbe morta per mano loro, a caratteri di fuoco scriveva al presidente della Repubblica che “arriverà la morte”. Viveva in attesa di quel momento perché aveva capito che coloro ai quali si era rivolta ‘hanno orecchi ma non odono’.
In questa prospettiva il suo femminicidio, è una storia di mafia quanto di inadempienza da parte dello stato. Questa è una storia politica oltre che umana. Ma che tipo di politica? Con una p maiuscola o minuscola? È questo il punto di arrivo di De Chiara. Quale politica di stato doveva aiutare Lea? Chi ha fatto troppo poco? Chi, ancora oggi, si rifiuta di dare risposte alle innumerevoli domande rimaste in sospese? Con quale coraggio non si è riconosciuta l’aggravante mafiosa almeno agli esecutori materiali del delitto? Indignatevi, scriveva Hessel.
Borsellino diceva che politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. Supponiamo che si mettano d’accordo. In troppe circostanze gli accordi si rivelano tutt’altro che taciti, questo caso è uno di questi? Ai posteri ardua sentenza. Di certo c’è che il coraggio di uno su un milione non basta a cambiare le cose e che in molti si limitano a parlare per riempire i vuoti incolmabili che tutti i martiri lasciano in terra. Le parole però non bastano, i vuoti che restano si riempiono con il buon esempio. Paolo De Chiara, uno tra questi. Riempe le parole di valore, il prediletto: legalità. Dialoga con ragazzi di ogni età, gira per l’Italia per combattere il silenzio assordante che la mafia osanna e per diffondere ventate di informazione necessaria.
E allora: parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.
Di una cosa si può esser pur certi: quando persino i romantici non avran più voglia di lottare, Lea tornerà per consolar loro, come tornò, seppure per una breve passeggiata tra le strade di Napoli, la Francesca di Ermanno Rea . Il suo fantasma tornerà per dire tutto ciò che una giovane madre direbbe ai suoi figli sconsolati, guidata dal suo inconfondibile amore materno che le ha colorato la grigia esistenza dirà che serve ancora pazienza, tanta tenacia per sradicare radici profonde e che serve ancora tanto coraggio, soprattutto il coraggio di compiere l’impossibile.

Lella Lombardi

15 aprile 2013

dal blog arcilella – http://arcilella.wordpress.com/2013/04/15/leco-di-un-no-lea-e-la-sua-lotta-alla-ndrangheta/

OMICIDIO LEA GAROFALO, parla Carmine Venturino (II Udienza, 11 aprile 2013)

CASO LEA GAROFALO
II Udienza, Corte d’Assise d’Appello di Milano, giovedì 11 aprile 2013

 

PARLA L’EX FIDANZATINO DI DENISE (figlia di Lea), Carmine Venturino


IL CORPO BRUCIATO. “Mentre il corpo bruciava, spaccavamo le ossa con una pala”.
L’ARMA DEL DELITTO, LA CORDA.  …”le era entrata nella carne e lei aveva molti colpi in faccia, una parte della faccia era schiacciata”. 
IL CADAVERE. “Aveva dei colpi in faccia, i vestiti strappati sul petto e un laccio verde sul collo con cui era stata strangolata, c’era del sangue, aveva preso molti colpi in faccia, e la corda aveva lacerato la carne”.

Video tratto da TelenovaMSP

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Venafro

locandina VENAFRO

Venerdì 22 febbraio 2013, ore 17.00

Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.
di Paolo DE CHIARA

INTERVENTI:

Lorenzo DIANA (Presidente Nazionale RETE DELLA LEGALITA’, Associazione Antiracket e Antiusura; Presidente CAAN – Centro Agro Alimentare Napoli); 
Nicola MAGRONE (già Procuratore della Repubblica di Larino); 

MODERA: Donata CAGGIANO


La Manifestazione è organizzata dall’Associazione Culturale ‘Movimento Giovanile Venafro’ e dal Movimento AGENDE ROSSE ‘Molise’.

Centro ‘don Luigi Orione’, via Pedemontana

(Video) IL CORAGGIO DI DIRE NO. L’Intervento di Nicola MAGRONE

 

L’INTERVENTO di Nicola MAGRONE, già Procuratore della Repubblica di Larino (Cb)


…dalla drammatica storia di Palmina MARTINELLI (la ragazza di 14anni, bruciata viva con alcol e fiammiferi perchè si rifiutava di prostituirsi) ai bambini di San Giuliano (morti sotto la scuola, costruita male).


– Intervento integrale –

ISERNIA. Venerdì 8 febbraio 2013, ore 17.30
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con:
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Proc. della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Comp. Commissione Parlamentare Antimafia).

Vincenzo CIMINO (Cons. naz. Ordine dei Giornalisti);
Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

AULA MAGNA, ITIS ‘E. MATTEI’, viale dei Pentri (già S.S. 17)

RadioSIANI. La storia di LEA GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta, 25 gennaio 2013

 

Radio SIANI, 25 gennaio 2013
VIOLENZA SULLE DONNE

ERRATA CORRIGE: il 24 novembre 2009 è l’ultimo giorno in vita documentato di Lea…

Puntata di Sex on the Radio – Radio Siani, il salottino di Radio Siani la Radio della Legalità dedicata alla violenza sulle donne…

In studio la dottoressa Beatrice Coletti psicoterapeuta, con i contributi di Valentina Porcaro (referente dello Sportello Lilith) e del giornalista Paolo De Chiara, autore del libro (IL CORAGGIO DI DIRE NO, Falco Editore) sulla storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta. 

www.radiosiani.com 
Conduttrici: Tonia Formisano, Adele Patitucci e Raffaella De Simone

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Presentazione in CALABRIA, dicembre 2012 (Crotone, Cosenza, Catanzaro)

13, 14 e 15 dicembre 2012 — CALABRIA

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta di Paolo De Chiara (Falco Editore – http://www.falcoeditore.com)

giovedì 13 dicembre (CROTONE), ore 17.30
SALUTI: Peppino VALLONE (Sindaco di Crotone).
INTERVENTI: Teresa CORTESE, vicesindaco di Crotone; Michele FALCO, editore; Marisa GAROFALO, sorella di Lea Garofalo; Antonio TATA, responsabile Ass. Libera Crotone.
MODERA: Riccardo GIACOIA, giornalista Rai.
SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI CROTONE.

venerdì 14 dicembre (COSENZA), ore 10.30-13.00
RENDE — Scuola ‘Giovanni FALCONE’
INCONTRO CON GLI STUDENTI

ore 18.00
INTERVENTI: On. Angela NAPOLI (componente commissione Antimafia); Paolo POLLICHIENI (direttore del Corriere della Calabria); Michele FALCO (editore).
CONCLUDE: Francesca PRESTIA (cantastorie, autrice de La ballata di Lea).
MODERA: Emanuele GIACOIA, direttore responsabile de il Quotidiano della Calabria.
LIBRERIA UBIK COSENZA

sabato 15 dicembre (CATANZARO), ore 19.00
SALUTI: Rosanna DE FINA (Presidente Leo Club Catanzaro Host)
INTERVENTI: Lucio MUSOLINO (giornalista Corriere della Calabria, Il Fatto Quotidiano); Maria CAPOCASALE (segretaria Leo Club Catanzaro Host); Michele FALCO (editore); Francesca PRESTIA (cantastorie, autrice de La ballata di Lea).
MODERA: Clara VARANO (direttore InfoOggi.it e redattore capo WebOggi)
SALA CONSILIARE PROVINCIA DI CATANZARO

PER NON DIMENTICARE UNA DONNA E UNA MADRE CORAGGIO

Il Coraggio di dire NO, libreria Ubik, Cosenza

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

Per non dimenticare una Donna e una Madre coraggio: Lea GAROFALO.

Con Prefazione di Enrico FIERRO e Introduzione di Giulio CAVALLI.

Per ORDINARE IL LIBRO clicca su www.falcoeditore.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: