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«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

D.U., Operatore 118 Campobasso. Il testimone del 5 maggio 2009: «Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

di Paolo De Chiara

«Presumo che lei abbia attivato prima i carabinieri, in ogni caso siamo stati i primi ad intervenire. La porta era chiusa, abbiamo bussato, apre Denise. Entriamo, c’è lei dietro questo tavolino di fronte, lei è con la figlia. Erano molto agitate per la concitazione ambientale. Io guardo subito questa cassetta degli attrezzi poggiata a terra, dall’ingresso era posata sulla destra. Addossata alla parete c’era questa cuccia del cane, un Alano femmina, mansueto, mite. Tant’è vero che Lea e Denise se la prendevano ripetutamente con il cane che non le aveva difese. Ovviamente parlavano in dialetto stretto calabrese, non era sempre facile capire il significato delle parole, la sostanza si».

E cosa succede dentro la casa?

«Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

E cosa accade?

«I carabinieri non vanno subito al merito della problematica, cominciano a fare delle domande: «Chi è? Chi ha chiamato? Perché è venuto questo?», addirittura ho avuto l’impressione che non fossero convinti del tentativo di omicidio, ma è umano. A un certo punto succede una cosa bizzarra».

Ce la racconti.

«Ho avuto la brillante idea, lo devo confessare con il senno di poi, di guardare sopra al frigorifero e vedo un pacchetto di sigarette, senza il cartoncino laterale…».

Sì, Lea fumava le canne

«Si, si… a un certo punto faccio un cenno al collega, che lo prende. Non ricordo bene se ci fosse hashish o marijuana. Il collega lo prende e lo passa al vicebrigadiere, questo giustizialismo eccessivo, al ché il comportamento dei carabinieri cambia».

Che significa?

«Cominciano a urlare, «di chi è questo?», imprecando contro la donna. E lei urla e dice «io lo faccio per rilassarmi, voi dovete pensare a proteggerci, no a queste cose qua. Io non sono una criminale, non ho ammazzato nessuno». Gesticolava, sbatteva i pugni sul tavolo, cercava di imporsi, di far capire le sue ragioni. Ad un certo punto il carabiniere chiede alla infermiera donna di perquisire Lea Garofalo, e la dottoressa intelligentemente impedisce questa perquisizione. Quando la dottoressa vede che il problema non è più la questione aggressione, ma c’è un conflitto tra la pattuglia e loro due “ritira le truppe”. Esaurito il nostro compito ce ne andiamo. Scrive i documenti, fa un referto che consegna come copia anche a loro, e andiamo via».

Quanto tempo è durato il vostro intervento?

«Il tutto è potuto durare, approssimativamente, non più di quaranta minuti».

Ritorniamo alla cassetta degli attrezzi. Lei cosa ricorda?

«Era aperta, era una comune cassetta da idraulico, per dissimulare. Ascoltando la vicenda e rileggendo ho fatto mente locale. La cassetta era lì, di colore celeste. Era tra il cane e il tavolino, come se qualcuno l’avesse scagliata  a terra e fosse fuggito».

In quella stanza c’era anche una lavatrice?

«C’era uno sgabuzzino, quello era un soggiorno, forse, con angolo cottura. Una casa piccolissima, potrei ipotizzare una quarantina di metri quadri, cinquanta».

Nella stanza c’erano coltelli?

«Mi sembra che lei ha tirato fuori il coltello, per dire «io mi sono dovuta difendere con questo».

In che stato avete trovato Lea Garofalo?

«Aveva dei segni non appariscenti, sul collo segni di pressione. Non c’erano ferite, escoriazioni, si vedeva che c’era stata una colluttazione».

La donna come era vestita?

«Aveva dei jeans stretti, scuri, pure la maglia credo fosse scura. Capelli raccolti, non era truccata in modo appariscente, era agitatissima. Si è cercato subito di calmarla, di far spiegare cosa fosse avvenuto, lei continuava a parlare in dialetto calabrese».

Lei ha deciso di fare questa intervista, senza rivelare il suo nome, perché?

«Per rendere onore a questa persona, perché credo di aver avuto un pregiudizio…».

Ci può spiegare il suo pregiudizio?

«Come se in realtà avevamo a che fare con una persona che faceva uso di sostanze, non credibile. L’ho scoperto dopo chi era, tutta la situazione. L’atteggiamento è stato di tutta l’equipe, lo devo dire per onor del vero e per rendere giustizia, in qualche modo, a questa donna. Siamo stati poco sensibili».

Può spiegare meglio?

«Si è fatto ciò che prevede il protocollo, redigere un referto, riempire una scheda. Non credo che siamo stati molto umani da confortare, essere più protettivi. È vero che ha rifiutato le cure, delle gocce di valium, ma lei voleva calcare la mano, tra virgolette, sull’avvenimento, come a dire «dimostrate che è successo questo», attraverso una scheda sanitaria, l’intervento delle forze dell’ordine. Con l’episodio del pacchetto le cose si confondono…».

C’è stata sensibilità da parte delle forze dell’ordine?

«No, per quello che ho visto io. Anzi hanno alzato la voce».

Quando uscite dalla casa notate qualcosa di particolare?

«Sì, quando siamo usciti lo scenario era radicalmente cambiato. Quando arriviamo non c’è nessuno, quando usciamo c’erano almeno una decina di poliziotti, tra quelli in divisa e in borghese. Avevano chiuso la strada con il nastrino. Mi ricordo la scena dell’addetto della scientifica con la valigetta che stava salendo in casa. Quella è l’ultima immagine di quella giornata».

La sua testimonianza è stata raccolta? Siete stati sentiti nel processo molisano contro Massimo Sabatino, il falso tecnico della lavatrice?

«No, mai. Ma è a discrezione del giudice, in primis viene convocato il medico, in seconda battuta l’infermiere…».

Gli altri componenti dell’equipe sono stati sentiti?

«Non mi risulta, io non ho più sentito parlare di questa storia».

fonte: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

da WordNews.it

LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

5 maggio 2009, il RACCONTO. Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea.

LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

di Paolo De Chiara

L’opera di riavvicinamento è iniziata. Carlo Cosco pare interessarsi al futuro di sua figlia e si dimostra diverso. Non è più violento come prima, sembra cambiato. Sembra. Invece, dentro di sé, cova solo la vendetta. L’intenzione illustrata anni prima ai suoi amici ‘ndranghetisti non si è affievolita. La richiesta fatta a Salvatore Cortese non è stata rimossa. Carlo Cosco non ama le persone come Lea. Lo preoccupa la sua temerarietà, il suo coraggio. Si mostra cambiato, affabile, disponibile, cortese. Ma è solo la dannata mistificazione di un dannato criminale.

Per sette anni, il Cosco cerca contatti con la madre di sua figlia. Le tenta tutte. Ma il programma di protezione è più forte delle sue intenzioni e dei suoi soldi. Il 5 marzo 2010 Denise racconta«Mio padre e mia madre si sono riavvicinati a seguito dell’uscita di mia madre dal programma di protezione, mia madre aveva rinfacciato a mio padre il fatto che questi aveva speso un sacco di soldi per sapere i luoghi segreti in cui mia madre e io di volta in volta ci spostavamo. Mia madre infatti gli diceva che, anche se aveva speso tutti questi soldi per avere informazioni su di noi, lui comunque era sempre venuto a saperlo dopo che ci eravamo già spostate».

Il programma funziona. Per sette lunghi anni ha protetto le due donne. La decisione di uscirne offre, per la prima volta, la possibilità a Cosco di inserirsi. Di portare a termine il suo piano. Il pretesto è Denise, il suo futuro. Un argomento che sta molto a cuore alla donna. Lea vuole provare di nuovo.

«Provare a vivere tutti insieme a Campobasso»dove l’uomo ha preso una casa in affitto.

È la stessa Denise che ricorda, durante il processo a Milano, di essere ritornata in Molise, con la madre, in auto. Cosco si rivolge a una agenzia immobiliare e trova una nuova abitazione. Non tutto, però, fila liscio. Lea non viene ammessa nella casa occupata anche dalla madre di Cosco, che non è disposta a lasciare l’abitazione. Per un paio di giorni, dorme in auto. Fuori, come un cane. È una situazione stressante, che la tiene sulle spine, comincia a preoccuparsi anche per la sua sicurezza personale.

In vita sua, non ha mai amato le imposizioni, le prepotenze. Anche questa volta si ribella.

Entra nell’abitazione e si scontra violentemente con la madre di Carlo, Piera Bongera, una torinese abituata ai trattamenti poco ortodossi del marito Domenico, il capostipite della famiglia Cosco. Lea cerca e ottiene il riscatto, sbatte fuori di casa la suocera. Comincia l’inferno.

L’anziana donna si sente male e viene ricoverata in ospedale.

Il giorno dopo si registra la seconda parte della contesa. Ritorna Carlo Cosco e la nonna di Denise inveisce contro Lea. Urla e parole grosse. La rabbia accumulata è tanta, Lea prende un coltello e minaccia madre e figlio. Sputa, secondo la sorella Marisa, in faccia alla mamma di Carlo. È stanca di certi atteggiamenti. Lea non vuole nulla da loro, vuole vivere felicemente con sua figlia. Cosco rimane impassibile. È stato sempre un vigliacco.

Come la sera del forte litigio tra la sua convivente e Antonio Comberiati. Nemmeno in questa occasione difende la sua donna. Sembra di rivivere la stessa scena.

La sfuriata di Lea sortisce i suoi effetti. Gli “ospiti” abbandonano la casa e ritornano in Calabria. Le due donne, finalmente libere, decidono di andare a Roma. Al concerto del 1° maggio. Denise parte con degli amici, la mamma la segue con la sua auto. Fino al rientro a Campobasso, non sentono Carlo Cosco. Il 5 maggio ritornano in Molise, intorno alle 5:00 del mattino, e raggiungono la loro abitazione.

Il tecnico della lavatrice

Denise, stanca per il viaggio e per la lunga vacanza, resta nel suo letto e non va a scuola. È una decisione presa all’improvviso. Ha spento il cellulare e non si accorge che il padre tenta più volte di mettersi in contatto con lei. Lui non sa, non può sapere, che in casa ci sono sia la madre che la figlia. È una mattina come tante altre. Alle nove bussano alla porta, è il tecnico della lavatrice.

Da qualche giorno, infatti, l’elettrodomestico è guasto. Ne è a conoscenza anche Carlo Cosco, che ha avvisato l’agenzia immobiliare«La lavatrice aveva effettivamente un guasto, di cui mio padre ne era a conoscenza e per cui aveva detto a mia madre che avrebbe chiamato un tecnico».

L’agenzia però ha programmato per il giorno dopo, il 6 maggio, l’arrivo del vero tecnico. Il mafioso Carlo Cosco anticipa i tempi. Lea fa entrare l’uomo con la valigetta degli attrezzi in mano e lo accompagna nel lavatoio. Il presunto tecnico poggia la valigetta vicino alla lavatrice e comincia a maneggiare, a premere tasti.

Non è il suo lavoro, si vede ad occhio che non sa dove mettere le mani.

Lea si insospettisce: va in cucina, prende un coltello e lo nasconde nella tasca dei pantaloni. La donna chiede di aprire la valigetta. Non si fida, è sveglia, vuole vederci chiaro. L’uomo poggia la cassetta degli attrezzi sulla lavatrice e, in un attimo, si avventa contro Lea. Le toglie il coltello dalle mani, la colpisce. È una lotta per la sopravvivenza. Il finto tecnico le conficca in gola due dita. Lea reagisce, stringe con violenza i suoi genitali. La donna è un osso duro, conosce alcune mosse di difesa personale, anche Denise lo conferma nel processo di Milano: «Era pratica di qualche mossa di arti marziali».

La colluttazione fa cadere a terra la cassetta degli attrezzi, il tonfo sveglia Denise, che accorre in soccorso della madre. Si accorge subito della gravità della situazione e comincia a colpire l’uomo con calci e pugni. Lea si divincola dalla presa. Le due donne lottano insieme, l’una per proteggere l’altra.

Un vicino di casa sente delle voci femminili e le urla di aiuto provenienti dall’appartamento occupato dalla Garofalo. Non sa cosa fare, cosa pensare. Si affaccia sul pianerottolo e vede un uomo di spalle correre per le scale e raggiungere il portone d’ingresso del palazzo. È scappato a gambe levate, ma ha lasciato la cassetta degli attrezzi in casa e le sue impronte digitali.

Nella valigetta un’amara sorpresa. Gli utensili per la riparazione sono stati sostituiti con rotoli di nastro adesivo, guanti in lattice, filo di ferro gommato, una corda, forbici, una lama a seghetto e una pallina. Il piano è chiaro. Per fortuna è sfumato. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

Il finto tecnico viene descritto dalle due donne: alto circa un metro e settanta, capelli rasati, magro, carnagione olivastra, viso lungo e tondo, senza barba o baffi, dell’età di circa 37 anni, indossa giubbotto blu, jeans e un tatuaggio sul collo, sotto l’orecchio sinistro. Questa è la descrizione che Lea fa ai carabinieri di Campobasso.

Denise rincorre l’uomo, lo segue fino all’uscio della porta. Così il 19 dicembre 2009 racconta quei momenti: «Lo sconosciuto in seguito al mio intervento e alla continua reazione di mia madre scappava via immediatamente. Voglio precisare che quando l’uomo ha raggiunto la porta di casa io l’ho bloccato chiedendogli chi lo aveva mandato e lui mi rispondeva di lasciarlo stare senza respingermi fisicamente”.

L’uomo si è impaurito. È convinto di trovare solo Lea, la presenza di Denise lo mette in fuga. Gli ordini sono chiari e non si discutono. La ragazza non si tocca.

Lea indica immediatamente il suo ex compagno come mandante di questa aggressione e di questo tentato sequestro. Il Cosco conosce il problema della lavatrice perchè ha abitato in quella abitazione con sua madre, dal 24 al 30 aprile. Lea chiama Marisa, le spiega e le racconta il grave episodio. La sorella ascolta e subito fa un’associazione di idee. Ricorda che la stessa mattina della colluttazione, ha visto Carlo Cosco fermo davanti al bar, di fronte alla scuola di sua figlia. Un alibi perfetto, costruito a tavolino. Tutto è stato studiato, tutto deve filare liscio. Ma non è stata prevista l’eventualità che Denise rimanesse a casa. Il falso tecnico ha l’ordine di tramortire e di rapire Lea e non Denise. Ecco perché scappa quando la figlia del capo lo assale. 

I carabinieri ispezionano la casa e trovano le impronte digitali dell’aggressore. Le inviano ai colleghi dei R.I.S. di Roma per gli esami dattiloscopici. Le impronte corrispondono a un soggetto fotosegnalato nel 2004 dalla questura di Brescia. Il finto tecnico si chiama Massimo Sabatino, un pregiudicato con precedenti penali. Già condannato per rapina e violenza privata, arrestato dal Gico di Reggio Calabria perché appartenente ad un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, arrestato dalla questura di Brescia per rapina.

Dalla banca dati delle forze dell’ordine emerge un dato interessante che lega il Sabatino ai Cosco. Il 16 novembre del 2008 a Milano, in via Montello, durante un controllo, si trova insieme a Carlo, Vito e Giuseppe Cosco. È il fratello di Paola, l’ex convivente di Massimiliano Floreale, amico intimo dei Cosco. È integrato bene nel gruppo malavitoso. L’altra sua sorella, Rosaria, ha avuto una relazione con Rosario Curcio. È quest’ultimo a confermarlo: «Lo conosco perché ero fidanzato con la sorella di lui, tale Rosi. Sono stato con lei circa 5 mesi fino al luglio del 2008».

È stato trovato più volte in compagnia di Rosario Curcio e Massimiliano Floreale, affiliati all’organizzazione. Sabatino è un soggetto idoneo agli studi del Lombroso. È un uomo delinquente, è portato al crimine violento ed è ben inserito nella cosca originaria di Petilia Policastro, che opera anche a Milano, e che fa capo alla famiglia di Carlo Cosco.

Anche questa volta tutto è stato preparato nei minimi dettagli. Il materiale rinvenuto nella cassetta degli attrezzi non è utile per riparare un guasto di una lavatrice. Ha un solo ed unico scopo: immobilizzare Lea, evitare le grida con la pallina da mettere in bocca, legarla con la corda, impacchettarla e sequestrarla. All’esterno dell’abitazione di via Sant’Antonio Abate a Campobasso è presente anche uno dei fratelli del Cosco. Il furgone è parcheggiato in strada, tutto è pronto per accogliere il corpo della donna. Ci sono gli scatoli di cartone e 50 litri di acido.

Una volta dentro, di Lea si sarebbero perse le tracce per sempre. Ma il piano salta per l’intervento di Denise. L’ordine non è di uccidere Lea, ma di rapirla. Altrimenti sarebbe bastata una semplice pistola con il silenziatore. Un’azione da pochi minuti. Il piano è più complesso, prevede il rapimento, l’arrivo in Puglia, l’interrogatorio e poi la morte della donna.

Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea. Per lui l’incubo non è finito. La donna è ancora viva e può di nuovo accusarlo. Cosco si preoccupa e fa bene.

Lea è una donna non adatta a lui. Se ne frega delle regole, del rispetto, del falso onore, della famiglia e della ‘ndrangheta. Lei nella mente ha solo Denise, il suo obiettivo è creare un futuro diverso alla figlia. È una donna e una madre coraggio.

Non ha paura e dichiara ai carabinieri«…ritengo che l’individuo (Massimo Sabatino, nda) che si era presentato questa mattina qualificandosi come tecnico era certamente un sicario mandato senza ombra di dubbio da Cosco Carlo, il quale ha interesse di farmi ammazzare, perché in questo periodo è venuto a conoscenza che io sono al corrente del fatto che certamente lui ha preso parte all’omicidio di mio fratello Garofalo Floriano, avvenuto nel comune di Petilia Policastro, frazione di Pagliarelle, in data 7 giugno 2005. Considerato che sono stata sotto il programma di protezione per aver rivelato particolari utili ad attività di indagini probabilmente teme che io possa riferire fatti ritenuti utili alle competenti autorità giudiziarie. Mi riservo di riferire particolari utili circa la morte di mio fratello Floriano”.

fonte: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta, 2012

da WordNews.it

UNDICI ANNI DOPO

Campobasso, 5 maggio 2009. Lea Garofalo subisce un tentativo di sequestro nel capoluogo molisano. La ‘ndangheta tenta di mettere le mani sulla donna ribelle calabrese.

UNDICI ANNI DOPO

di Paolo De Chiara

Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea.

Cosco si preoccupa e fa bene. Lea è una donna non adatta a lui. È una donna e una madre coraggio. Non ha paura e dichiara ai carabinieri: «…ritengo che l’individuo (Massimo Sabatino, nda) che si era presentato questa mattina qualificandosi come tecnico era certamente un sicario mandato senza ombra di dubbio da Cosco Carlo, il quale ha interesse di farmi ammazzare, perché in questo periodo è venuto a conoscenza che io sono al corrente del fatto che certamente lui ha preso parte all’omicidio di mio fratello Garofalo Floriano, avvenuto nel comune di Petilia Policastro, frazione di Pagliarelle, in data 7 giugno 2005. Considerato che sono stata sotto il programma di protezione per aver rivelato particolari utili ad attività di indagini probabilmente teme che io possa riferire fatti ritenuti utili alle competenti autorità giudiziarie. Mi riservo di riferire particolari utili circa la morte di mio fratello Floriano”.

da WordNews.it

#IHD in Calabria

LAMEZIA TERME, 27 gennaio 2020
Con i favolosi ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “De Fazio”
Grazie di cuore alla dirigente Simona Blandino, all’ex presidente Antonio Baudi, all’avvocato Guarnera e alla collega MT Notarianni.
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #cinemaset

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)
24 novembre 2018

– NOVE ANNI DOPO –

 
#ilcoraggiodidireno #leagarofalo 

#paolodechiara #ndrangheta #calabria #milano 

#ilsanguesilavaconilsangue

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone) 24 novembre 2018

manifesto lea petilia, nov 2018

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)
24 novembre 2018

– NOVE ANNI DOPO –

 
#ilcoraggiodidireno #leagarofalo 

#paolodechiara #ndrangheta #calabria #milano #molise #italia #tdg #ilsanguesilavaconilsangue

(TrediTre Editori, 2018)
Nuova Edizione Aggiornata

 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO al Libro Aperto, Firenze

locandina

FIRENZE LIBRO APERTO
28 settembre 2018
Presentazione del libro “Il coraggio di dire NO – Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta” con l’autore Paolo De Chiara e Salvatore Dolce, Procura nazionale Antimafia e l’editrice Rita Genovesi. 
#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo

#civuolecoraggio Lea Garofalo, anteprima nazionale

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#civuolecoraggio è il leit motiv di quest’anno, ben rappresentato dal libro inchiesta di Paolo De Chiara “Il coraggio di dire no” dedicato a Lea Garofalo ‘la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta’ edizione nuova, aggiornata fino alla sentenza di Cassazione.

“Lea Garofalo è stata uccisa più volte nell’indifferenza totale. Falcone e Borsellino sono stati ammazzati perché tutti noi abbiamo girato la testa dall’altra parte. Non bastano le commemorazioni se non cambiamo individualmente ogni giorno i nostri comportamenti.- ha concluso l’autore, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo Ilaria Rambaldi nel 2014 –  La mentalità mafiosa è quella che ci spinge a non avere rispetto per gli altri pensando di essere migliori. Prendo in prestito le parole di don Milani che si interessò dei ragazzi esclusi, giudicati miseri anche intellettualmente ‘Ogni parola che non imparerete oggi è un calcio in culo che prenderete domani.’ Quanti ancora ne stiamo prendendo? Abbiamo timore di acquistare prodotti di una determinata area del sud pensando sia lì la ‘terra dei fuochi’ e non ci rendiamo conto che tutta Italia è coinvolta dal ‘business della monnezza’, vale più dello spaccio! Hanno iniziato al Nord e pian piano sono scesi fino al Sud. Ci vogliono far credere che Ilaria Alpi  e Miran Hrovatin siano andati in vacanza a Mogadiscio! No, Ilaria Alpi viene ammazzata perchè capisce che c’è un traffico internazionale che riguarda armi e rifiuti tossici. Le mafie ci sono, anche se alla guerra oggi preferiscono gli affari.”

da FORMAT RIETI.it

Una storia coraggiosa, oscura e brutale: un libro che è anche un’inchiesta su #LeaGarofalo, la donna coraggiosa che sfidò la #ndrangheta e che, per questo, fu condannata a morte e braccata fino a che non venne tolta di mezzo. Solo dopo la morte fu possibile dare seguito alle sue denunce ignorate e alle sue richieste d’aiuto, lasciate cadere da istituzioni e forze dell’ordine. Paolo De Chiara scrive un libro difficile: #IlcoraggiodidireNo per Treditre Editori. Intervista di Tommaso Caldarelli, video di Maurizio Rossi #civuolecoraggio

https://www.facebook.com/liberisullacarta/videos/2188981868005087/

 

libro antonia garofalo

 

 

 

 

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a ROSSANO

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IL CORAGGIO DI DIRE NO con i ragazzi di ROSSANO (Calabria) 
23 maggio 2018
#stragediCapaci #GiovanniFalcone #23maggio1992 
#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #calabria #ndranghetamontagnadimerda

“E’ stata calpestata la dignità di Lea Garofalo”

panchina

Mappano, la panchina dedicata a Lea

 

Ho terminato di leggere il libro di Paolo De Chiara, “Il Coraggio di dire no”, sulla triste e tragica vicenda di Lea Garofalo. Che dire… sono felice di averlo conosciuto e sicuramente sarà qualcosa che i miei figli avranno il piacere di apprezzare fra qualche anno mentre sarà mia cura custodirlo gelosamente oggi. Il giornalista non solo fotografa perfettamente la storia, ma credo che sia riuscito nell’intento di ridare la giusta dignità a Lea e la giusta dimensione alla vicenda nella sua totale gravità e incompetenza gestionale.

Già..la dignità! Poichè a qualcuno ha fatto comodo farla passare da ignorante ma soprattutto da pentita! Lea non era una pentita ma una testimone di giustizia, la differenza è abissale!

lea-garofalo-milano-arco-della-pace-24-nov-2009

Lea e Denise, Milano, 24 novembre 2009

Questa foto che pubblico rispecchia in pieno il dramma vissuto dalla mamma e da sua figlia in questa vicenda, in questo fermo immagine di una telecamera milanese c’è immortalato il coraggio ma soprattutto la solitudine. 

Già… la solitudine! Per averne percezione del freddo morale che ha patito bisognerebbe che ognuno leggesse la lettera che inviò al Presidente della Repubblica nella quale asseriva di essere conscia di quale sarebbe stato il suo futuro… di credere ancora nella giustizia nonostante l’abbandono.. ma soprattutto… la richiesta di aiuto da parte di qualcuno!

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Lea e la ‘bestia’ Carlo Cosco

 

Già… perché se la ‘ndrangheta l’ha uccisa materialmente c’è da sottolineare che i primi fendenti astratti alla sua persona li ha ricevuti da uno Stato assente e silente rispetto alle sue urlate richieste di attenzioni. Lea non voleva soldi, compassione o pena, non voleva essere a carico di nessuno, voleva solamente che gli fosse data una possibilità… una chance per essere autonoma e indipendente… per garantire sicurezza alla figlia!

La sua Denise! Nessuno si presentò prima… tutti a fare la fila dopo… casualita’! Sempre insieme Lea e Denise, legate come le maglie di una catena, spezzate dalla violenza animalesca di Carlo Cosco e dalle altre bestie che hanno deciso di cancellarla dalla faccia del pianeta!

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Denise e Lea Garofalo

Era forte Lea… Era bella Lea… era come la sua terra! Caparbia, determinata, orgogliosa e coraggiosa! Era una grande donna! Aveva respirato da piccola l’aria di ‘ndrangheta ma i suoi polmoni la rifiutavano quella puzza e dopo la nascita della figlia si tappò la bocca e le narici tanto divenne nauseabonda! Per amore di quella creatura combatté, si ribellò alla logica ‘ndranghetistica rompendo gli schemi e questo lo pagò con la vita. Il libro è meraviglioso e da leggere d’un fiato in contrapposizione all’ambiguità pilotata del film dove forse era più comodo e funzionale esaltare altro rispetto al coraggio di una donna sola, dove quasi bisogna ringraziare il pentimento di qualcuno per il ritrovamento del corpo, dove io , che sono calabrese, inorridisco al solo pensiero di acquistare una t-shirt o una bandierina da esibire come allo stadio o da sponsor su qualche prodotto sopra un qualsiasi banchetto di una qualsiasi iniziativa. Bisogna avere rispetto… quello che ha avuto il giornalista De Chiara, che a dispetto dei molti che in vita gliela “calpestarono” la dignità, lui, con questo suo stratosferico libro, le ha fatto il regalo più grande restituendogliela!

Arturo Andrea Demetrio

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Il Coraggio di dire no

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Leini e Mappano (Torino)

panchina

LEINI & MAPPANO (Torino), 19 maggio 2016  

GRAZIE DI CUORE A TUTTI.
Siete persone eccezionali!!!

#‎insiemesipuò‬

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leini

Mappano

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO, 5 maggio 2016

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SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO:
– 5 maggio 2009, tentativo di sequestro;
– 5 maggio 2016, GIORNATA DEDICATA A LEA,

con la rappresentazione teatrale ‘La Bastarda’.


‪#‎insiemesipuò‬!!!
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lea cb 5 maggio


IL CORAGGIO DI DIRE NO a Campobasso, 5 maggio 2016

“La Bastarda”: uno spettacolo teatrale per ricordare Lea Garofalo
di Miriam Iacovantuono
Una giornata interamente dedicata a Lea Garofalo quella che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso ha organizzato per ricordare la giovane donna uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano il 24 novembre del 2009. Era proprio il 5 maggio di sette anni fa quando, nel centro storico di Campobasso, dove Lea viveva con sua figlia Denise, fu tentato il sequestro della giovane testimone di giustizia che  è stata ricordata con uno spettacolo al Teatro Savoia con la rappresentazione “La Bastarda” a cura della Compagnia Ragli. Il testo, scritto da Rosario Mastrota e interpretato da Daria Cozzolino, da Andrea Cappodona, Antonio Monsellato e dallo stesso Mastrota, ha voluto rendere omaggio a una donna che non ha abbassato la testa difronte alla mafia e che ha avuto il coraggio di dire no, non ha avuto paura e questo l’ha aiutata a opporsi al sistema ‘ndranghetista. Uno spettacolo che ha rappresentato i momenti salienti della vita di Lea e del suo coraggio, una rappresentazione che ha sottolineato al meglio la voglia di giustizia e di verità di questa donna che, per onestà e per il bene di sua figlia Denise, ha deciso di denunciare il suo convivente e per questo è stata ammazzata barbaramente e poi bruciata.
La rappresentazione è stata preceduta da un omaggio che il Sindaco Antonio Battista, a nome del Comune di Campobasso, ha voluto fare a Marisa Garofalo, consegnandole una targa e sostenendo che l’amministrazione si impegnerà nel cammino di legalità che da un anno il comune di Campobasso ha intrapreso in collaborazione con le scuole. L’Assessore alla Cultura, Emma De Capua ha voluto ricordare Lea come vittima di femminicidio oltre che vittima della ‘ndrangheta e ha detto che la giovane donna deve essere un esempio per tutte quelle donne che si trovano costrette a scegliere.
All’evento era presente anche il giornalista e scrittore Paolo De Chiara, che di Lea ha narrato nel suo libro “Il coraggio di dire no” e che ha ricordato la giovane testimone di giustizia come una donna che ha avuto il coraggio di opporsi e di denunciare, una donna forte e coraggiosa che rappresenta le 150 donne ammazzate dalla mafia, donne che vengono eliminate perché sono la chiave per entrare nei meccanismi delle cosche mafiose.
Marisa Garofalo, ringraziando emozionata il Comune di Campobasso per l’iniziativa, ha raccontato la figura di sua sorella Lea e il suo omicidio che ha definito omicidio di ‘ndrangheta, ma anche omicidio istituzionale, di uno Stato che non è stato molto presente. “Lea ha denunciato perché le mancava l’aria, si sentiva soffocare – ha detto; – ha denunciato per la figlia Denise. Lea ha lasciato un patrimonio inestimabile, il suo coraggio e la sua onestà. Facciamo in modo di essere tutti Denise, – ha concluso – di essere tutti Lea, di essere tutti testimoni di giustizia e di verità”.

Lea GAROFALO, 8 marzo 2016

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8 marzo 2016
“La DONNA”

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PIETRAMONTECORVINO (Foggia),

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SCOMPARSA DI #Lea Garofalo, Milano, 24 novembre 2009

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SCOMPARSA DI LEA, per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

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“La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta,

dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi

arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile”.

Milano, 24 novembre 2009. La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende. Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre. Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato. Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento. Morto.  

 

“Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti. Please!”.

Secondo le motivazioni della sentenza di primo grado, scritte dal presidente della I Corte d’Assise di Milano, Anna Introini (ergastoli, senza articolo 7[1], per tutti i componenti della banda: Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino) Lea è stata trasportata in un appartamento, poi in un garage e, infine, in provincia di Monza. In una zona industriale, nei pressi del cimitero (oggi c’è una targa del Comune che ricorda il coraggio di questa donna), dove è stata interrogata brutalmente, uccisa con un colpo di pistola alla nuca e sciolta nell’acido. Da sei ‘vigliacchi’, sei ‘bestie’. Parole utilizzate dal PM di Milano Marcello Tatangelo e da Salvatore Dolce, il primo magistrato che raccolse la testimonianza di Lea.

 

I resti di Lea

Nel novembre 2012 il colpo di scena. Carmine Venturino (“un soldato dei Cosco disposto a tutto”) ‘canta’, inizia a collaborare con i magistrati. Indica la tecnica utilizzata per eliminare la donna e fa ritrovare i resti di Lea: i denti, la collana che porta sempre al collo e un coltellino. La consulente della procura, l’antropologa e patologa forenze Cristina Cattaneo, indica nella sua perizia circa 2.812 frammenti ossei, ritrovati in un tombino.

Le parole del collaboratore di giustizia Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise (dopo la morte di Lea, Carlo Cosco comincia ad aver paura anche di sua figlia e le piazza il soldato Venturino alle calcagna), rimettono tutto in discussione. Cambia la strategia difensiva. Nel primo grado di giudizio gli avvocati difensori ‘giocano’ con il corpo di Lea mai ritrovato (“sognava l’Australia. È viva, cercatela in Australia”). Nel secondo grado Carlo Cosco, dalla prima udienza, si assume tutte le responsabilità. Entra in aula, ‘gioca’ a fare il boss, con la giacchetta sulle spalle. Legge in maniera stentata una lettera e, mentre abbandona l’aula, si tocca con il dito l’orecchio, la bocca, gli occhi. Non sento, non parlo, non vedo. Una nuova strategia per evitare conseguenze più gravi: “ho ucciso Lea in preda ad un raptus, mi aveva offeso. Volevo far vedere quella casa a Lea perché poi a Natale volevo fare una sorpresa e portarci mia figlia Denise. Le ho mostrato il bagno e le stanze e, mentre ho detto a Venturino di fare un caffè, non so cosa è successo… Lea mi ha detto delle brutte parole e che non mi avrebbe fatto più vedere Denise e non ci ho visto più… L’ho presa a pugni e buttata per terra con la testa…”[2]. Balle. Ancora balle. Il progetto di uccidere Lea risale ai primi anni del 2000. Quando, in carcere, cerca il consenso per uccidere la sua convivente.

            Il contributo di Venturino è fondamentale per capire, per comprendere gli ultimi attimi di vita. È lui che ripete, in aula, la frase pronunciata da Cosco: “la bastarda se n’era accorta”. Spiega: “si incontrò con Lea sotto l’Arco della Pace e la portò con una scusa in un appartamento dove attendeva Vito Cosco”[3]. Indica Carlo Cosco come il responsabile del brutale omicidio: “Abbiamo acceso la luce. Il corpo era disteso per terra nel salotto. Era a faccia in giù, in una pozza di sangue. Il viso aveva grossi lividi. Era stata strangolata, intorno al collo aveva una corda verde, che io riconobbi come quella che era a casa mia e che serviva a chiudere le tende”. Il corpo di Lea, ormai senza vita, viene spostato. “Io e Curcio – svela Venturino – abbiamo portato il cadavere prima presso il box di Floreale e la mattina successiva Vito Cosco e Curcio l’hanno portato nel terreno di Gaetano Crivaro. Qui, già dal 25 (novembre 2009, ndr), è iniziata la distruzione del cadavere che non è stato sciolto nell’acido, ma carbonizzato”. E continua: “Abbiamo preso un grosso fusto di metallo, di quelli alti dove si tiene il petrolio. Abbiamo messo il cadavere dentro spingendo il corpo in modo che non uscisse fuori, a testa in giù, dal bordo si intravedevano le scarpe. Abbiamo versato benzina e dato fuoco. A un certo punto Curcio mi ha detto che forse non bruciava perché non c’era abbastanza aria dentro, e allora con un piccone ho fatto dei buchi al fusto. Anche dopo però il cadavere si consumava lentamente”. Conclude: “Curcio lo aveva messo su dei bancali di legno che bruciavano col corpo. La testa praticamente non c’era più, erano rimasti le cosce e il busto. C’erano frammenti di ossa, con una pala li abbiamo messi insieme ai pezzi di legno, nel fusto, con altra benzina che avevo portato. Alla fine il corpo era carbonizzato, anche se si continuava a vedere una parte del bacino che non bruciava e allora abbiamo fatto un altro fusto. Mentre il corpo bruciava spaccavamo le ossa”. In questo modo muore Lea Garofalo, in questo modo viene bruciato e distrutto il suo corpo.

 

            Oggi, la testimone di giustizia Lea Garofalo (ufficialmente ancora ‘collaboratrice di giustizia’), è diventata un esempio, una speranza per tantissimi giovani. La fimmina ribelle da sola, senza l’aiuto dello Stato, senza l’aiuto di nessuno e con una figlia piccola, è riuscita a sconfiggere un intero clan di ‘ndrangheta. La I Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta da Anna Conforti, ha confermato gli ergastoli per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, ha concesso le attenuanti generiche a Carmine Venturino e ha assolto il primo dei fratelli Cosco, Giuseppe. Ancora detenuto per traffico di droga. 

[1] Articolo 7, Aggravante mafiosa, legge n. 203 del 1991. Il reato viene commesso per avvantaggiare un’associazione a delinquere di stampo mafioso. “Rafforza – secondo il procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio – nei suo componenti il sentimento soggettivo di impunità e la forza del vincolo associativo, oltre a ridurre il rischio di future collaborazioni (nell’ottica distorta e delinquenziale – propria di tutte le organizzazioni delinquenziali organizzate – del “colpirne uno per ‘educarne’ cento”.

[2] “Lea Garofalo: Venturino, spaccavamo le ossa mentre il corpo bruciava”, cn24tv, 11 aprile 2013

[3] “Ecco la corda che strangolò Lea”, Il Quotidiano della Calabria, 20 marzo 2013

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#Cultura della #Legalità con gli Studenti di Campobasso

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GRAZIE DI CUORE.

Siete una risorsa per il futuro. Con i ragazzi dell’Istituto ‘Petrone’ di Campobasso, 20 novembre 2015.

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Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie

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di Miriam Iacovantuono e Davide Vitiello

Una giornata all’insegna della legalità, attraverso il ricordo e la testimonianza di donne e uomini che hanno sfidato la “schifosa mafia”: da Paolo Borsellino a don Pino Puglisi, fino alla testimone di giustizia Lea Garofalo. Davanti alla platea dei piccoli studenti dell’istituto comprensivo Petrone di Campobasso, il giornalista Paolo De Chiara ha lanciato il monito: “la mafia la si combatte attraverso il rispetto delle regole e pensando con la propria testa”.

Parlare di legalità, partendo dalle scuole e tra i giovani, è un progetto che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso sta portando avanti da diversi mesi. Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara ha accettato di sostenere questo progetto incontrando e parlando agli studenti dell’Istituto Comprensivo “I. Petrone” del capoluogo.

L’Assessore alla Cultura, Emma De Capoa, presentando il progetto sulla legalità e introducendo il giornalista, ha rivolto un monito ai ragazzi “Studiate, crescete culturalmente, perché solo la cultura vi renderà liberi e vi farà contrastare chi vi potrà portare sulla strada dell’illegalità. Rimanete sempre fedeli a voi stessi e non abbassate mai la testa.”

Partendo proprio dalla facoltà di scelta che ogni individuo deve avere, Paolo De Chiara spiega ai ragazzi che cos’è la mafia, che un atteggiamento mafioso è anche non rispettare le semplici regole di ogni giorno, non rispettare le persone che hanno il colore della pelle diverso dal nostro o professano un’altra religione o semplicemente buttare la carta per terra, rompere un banco o scrivere su un muro.

Ha parlato di criminalità organizzata, ma soprattutto ha voluto raccontare l’esempio di tanti eroi che la mafia, supportata “dallo stato con la s minuscola”, l’hanno combattuta opponendosi ad essa e trovando la morte. De Chiara ha citato l’esempio di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, Peppino Impastato.

Ha parlato dei testimoni di giustizia, quelle persone che hanno deciso di non rimanere inermi, denunciando l’arroganza mafiosa. In particolare donne coraggiose, come Lea Garofalo, che si sono ribellate al sistema mafioso, opponendosi finanche alle loro famiglie, alle loro madri, ai loro padri, ai loro mariti, per proteggere i propri figli e portarli fuori da quel mondo.

“Quella contro la mafia è una battaglia che si può vincere ragionando, pensando con la propria testa per cambiare la mentalità mafiosa – ha detto De Chiara – . Oggi e soprattutto domani dovete scegliere con la vostra testa” e citando ancora il magistrato Borsellino ha detto: “la rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa nella cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”.

Alla fine dell’incontro il giornalista ha risposto alle tante domande che gli studenti, che lo hanno seguito attenti e incuriositi, gli hanno rivolto su un argomento così ampio e importante come quello della legalità.

Il messaggio che il giornalista e scrittore molisano ha voluto lasciare ai giovani, che sono il futuro del Paese, è quello che ognuno liberamente deve decidere da che parte stare, ragionando con la propria testa, studiando e rispettando gli altri e soprattutto che tutti insieme si può fare di più anche per rendere onore a chi è stato lasciato da solo.

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A TEATRO. La Bastarda. una vita coraggiosa (Lea Garofalo)

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la Bastarda. una vita coraggiosa

Venerdì 30 ottobre (h 21.00) al Teatro Centrale Preneste di Roma (via Alberto da Giussano 58) è in scena LA BASTARDA. UNA VITA CORAGGIOSA di Rosario Mastrota: in anteprima romana l’ultima proposta teatrale della Compagnia Ragli dedicata a Lea Garofalo, la donna che denunciò il compagno ‘ndranghetista, da lui assassinata il 24 novembre 2009.

Lo spettacolo è preceduto da un’introduzione dello scrittore Paolo De Chiara, che negli ultimi anni sta seguendo con molta passione le storie di chi dice no. Sul palcoscenico, Dalila Cozzolino, Andrea Cappadona,Francesco Figliomeni e lo stesso Rosario Mastrota, che firma anche la regia.

E’ bastato imbrattare la ‘ndrangheta per metterle paura.” – ci dice Lea – “Pensano di potersi mangiare il mondo in un solo boccone e poi si spagnanu ‘i ‘na fimmina. Hanno avuto paura. E ne hanno ancora. Bambini vigliacchi. E’ fatta così, la ‘ndrangheta. Gradassi superuomini armati, minacciano questo e quest’altro, ammazzano. Ma per che cosa? Per la paura che il gioco si interrompe. Il loro giocare ai banditi. La fimmina apre la bocca e azzoppa Golia. Ho vinto io, che vi piaccia o no. Fimmina batte masculi.”

Compagnia Ragli è stata fondata nel 2009 da Rosario Mastrota, Dalila Cozzolino e Andrea Cappadona. Il nome è stato scelto per determinare un punto di partenza: il raglio, suono evocativo di significati che si disegnano a partire dal rumore. Espressione dell’asinità astratta, prologo per volare verso la verità come fa Onorio, o come dimostra l’Asino cillenico di Giordano Bruno. In queste settimane, la compagnia – a cui si aggiungono gli attori Francesco Figliomeni e Gianni Spezzano – è impegnata a portare il suo repertorio in giro per l’Italia. FICCASOLDI è a Radicondoli (SI) il 6 novembre (ore 21.00 – Teatro dei Risorti) e a Milano l’8-9 novembre 2015 (ore 20.30 – Teatro PimOff). L’ITALIA S’È DESTA è a Verbania il 7 novembre (h 21.15 – Auditorium S.Anna).

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LA BASTARDA

30 ottobre 2015 – ore 21.00 

Biglietti: € 10.00 – € 8,00

Teatro Centrale Preneste – Via Alberto da Giussano 58 – Roma

INFO: www.compagniaragli.wix.com  – compagnia.ragli@gmail.com

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FOSSANO (Cuneo) RICORDA LEA GAROFALO, 28 marzo 2015

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A FOSSANO (Cuneo)
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO, Castello degli Acaja, 28 marzo 2015.

INAUGURAZIONE DELLA VIA CITTADINA DEDICATA A LEA… la fimmina ribelle che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta!!!

per non dimenticare LEA

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una via per lea garofalo

TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬

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TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬, dal 7 al 9 novembre 2014 @giulioperroneditore

STAND 142

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PRIVERNO (Latina), 2 agosto 2014

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PRIVERNO (Latina)

2 agosto 2014

 

La Ballata di LEA GAROFALO 

La Ballata di LEA interpretata dai CANUSIA 

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LEA GAROFALO, suicida il padre del ‘pentito’ Venturino, 7 giugno 2014

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(ANSA) – CROTONE, 7 GIU – Si è suicidato Giuseppe Venturino, il padre di Carmine, il collaboratore di giustizia che ha fatto ritrovare i resti del cadavere di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese che venne uccisa a Milano il 24 novembre del 2009 e il cui corpo fu bruciato in un magazzino a Monza.


http://www.ansa.it/legalita/rubriche/cronaca/2014/06/07/garofalo-suicida-padre-pentito-che-fece-trovare-resti-corpo_72f1cfeb-860e-4586-9760-b41761f79c25.html

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CINISELLO BALSAMO, Milano, 31 maggio 2014

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LO SGUARDO DELLE DONNE 2014.

A Cinisello Balsamo (Milano)

IL CORAGGIO DI DIRE NO. La drammatica storia di Lea GAROFALO, la fimmina calabrese che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

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AUGURI Lea GAROFALO, fimmina calabrese. Uccisa a Milano dalla ‘ndrangheta

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Per non dimenticare LEA GAROFALO

(Pagliarelle, Kr, 24 aprile 1974 – Milano, 24 novembre 2009)

La donna coraggio che sfidò la SCHIFOSA ‘ndrangheta.

BUON COMPLEANNO FIMMINA CALABRESE!!! 

Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

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ISOLA CAPO RIZZUTO (Crotone)…8 marzo 2014. Per non dimenticare Lea GAROFALO, la fimmina calabrese che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

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ISOLA CAPO RIZZUTO (Crotone)

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Per non dimenticare Lea GAROFALO,

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LEA GAROFALO… con i favolosi Ragazzi del ‘Pizzini’, PAOLA (Cosenza), 7 marzo 2014

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LEA GAROFALO

con i favolosi Ragazzi dell’ITCG ‘G.P. Pizzini’

PAOLA (Cosenza), 7 marzo 2014

 

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La storia di Lea GAROFALO in Francia, su Canal +

DVD copertina documentario CANAL + di Barbara Conforti

 

Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO… è appena arrivato il DVD della bravissima collega Barbara ConfortiSpécial Investigation.

“Mafia: la trahison des femmes”, il documentario è stato girato in Italia (Milano e Calabria) e racconta anche la storia di Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la schifosa ‘ndrangheta.

Grazie di Cuore a Barbara e a CANAL + per la bellissima esperienza lavorativa. 

http://paolodechiara.com/2014/01/28/il-coraggio-di-dire-no-lea-garofalo-in-francia/?relatedposts_exclude=3290

 

funerali milano, 19 ottobre 2013

 

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IL PIACERE DI LEGGERE… da PoliziaModerna (febbraio 2014), mensile ufficiale della Polizia di Stato.

IL PIACERE DI LEGGERE... Il Coraggio di dire no, da PoliziaModerna, febbraio 2014

 

IL PIACERE DI LEGGERE…

da PoliziaModerna (febbraio 2014), mensile ufficiale della Polizia di Stato.

GRAZIE DI CUORE!!!

COPERTINA, PoliziaModerna, febbraio 2014

IL PIACERE DI LEGGERE… Il Coraggio di dire No su Polizia Moderna, febbraio 2014

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta (Falco Editore, 2012)

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (Falco Editore, 2012)

IL PIACERE DI LEGGERE

a cura di Anacleto Flori

dalla rivista Polizia Moderna (mensile ufficiale Polizia di Stato)

– febbraio 2014 –

da PoliziaModerna, febbraio 2014

da PoliziaModerna, febbraio 2014

Paolo De Chiara
Il coraggio di dire no
Cosenza, Falco Editore,
pp. 221, € 14
Le mafie si alimentano del silenzio.
Per questo si scagliano con ferocia
contro chi infrange il dogma
dell’omertà, soprattutto se a farlo è
una donna. E Lea Garofalo ha pagato
con la vita il prezzo del coraggio di
dire “no”. I suoi familiari hanno preteso
con forza che i colpevoli subissero la
giusta condanna. De Chiara tratteggia
tutto questo senza tralasciare di
sottolineare le responsabilità di chi
avrebbe dovuto fare forse qualcosa
in più per tutelare la vita di Lea. La
dimensione critica che raggiunge
l’apice nell’elenco di tutte le donne
uccise dalle mafie si trasforma, nel
fluire del testo, in un inno alla lotta alle
mafie. Ricordare per combattere e
per impedire l’assassinio di chi rischia
la vita facendo ciò che è giusto.
Fabio David

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