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«Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

INTERVISTA. Dopo aver raccolto le voci che davano per certa la presenza del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, abbiamo contattato il suo legale, l’avvocato Antonio Bucci: «Sono più preoccupato che sul territorio di Somma Vesuviana girino dei millantatori e degli spargitori di false notizie, piuttosto che un cittadino che sta scontando una condanna passata in giudicato, per giunta notevolmente controllato». Nel post scriptum la replica dell’assessore alla Cultura, Rosalinda Perna.

«Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

(Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«La notizia è totalmente falsa. Fiore D’Avino non è sul territorio di Somma Vesuviana». Dopo aver raccolto alcune testimonianze sul chiacchierato ritorno a Somma Vesuviana del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, abbiamo voluto sentire direttamente il suo avvocato, Antonio Bucci. Il quale ha categoricamente smentito questo ritorno. «Io sono il suo avvocato da circa quattro anni. Fiore D’Avino, negli ultimi quattro anni, né prima è mai tornato a Somma Vesuviana. Non ha interessi a Somma Vesuviana, le uniche vicende che lo hanno visto coinvolto e ne hanno costretto il rientro a Somma Vesuviana sono convocazioni davanti al Tribunale di Nola per una denuncia relativa a una falsa residenza, denuncia che ha portato a una indagine della Procura di Nola e che si è conclusa con un non luogo a procedere ai danni del mio assistito. Questo è stato il primo episodio in cui è tornato».

Mi scusi avvocato, può contestualizzare. In quale anno ci troviamo?

«Quattro anni fa. Questo è stato uno degli episodi che lo ha visto rientrare. Dopodiché è rientrato a Somma Vesuviana in quanto autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza che lo aveva in custodia, purtroppo devo serbare segreto sulla località. Quindi è rientrato, è stato per un breve periodo, in quanto doveva essere vicino alla figlia».

Per quanto tempo?

«Per un paio di settimane, non di più. Dopodiché la sua condotta in Somma Vesuviana, per quelle due settimane, è stata esemplare, ha sempre rispettato gli obblighi imposti dal Tribunale di Sorveglianza che lo ha autorizzato. Dopodiché non è mai più tornato. È tornato soltanto in quanto convocato per colloqui presso il mio studio, quindi a Napoli. Tutte le volte che è tornato, è tornato sempre autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza».

Mi faccia capire bene, sono quattro anni che Fiore D’Avino non rientra a Somma?   

«L’ultima volta è tornato a Napoli…»

Ma l’ultima volta che è tornato sul territorio sommese?

«L’ultima volta che è tornato sul territorio di Somma, se non erro, è stato tre anni fa. Pochi giorni, ha rispettato gli obblighi, non ha avuto frequentazioni. Non ha mai ricevuto diffide. Non ha avuto contatti con nessuno. Ha avuto contatti con l’avvocato e con i familiari più stretti. Iniziamo a sfatare un mito di un suo interesse. Non ha alcun interesse a ritornare a Somma Vesuviana, anche perché Somma non è un contesto culturale che consente a un cittadino normale una serena gestione della vita di relazione, figuriamoci a una persona che, al momento, vive uno status di soggetto che sta espiando una condanna passata in giudicato agli arresti domiciliari con i relativi permessi necessari per lo stato di salute, sempre però nella zona protetta».

Quanti anni ancora restano da scontare?

«Su questo intendo non rispondere in quanto si tratta di dati sensibili relativi al mio assistito».

Parliamo di anni, mesi, giorni?

«No, non le dico niente su questo».

Qual è lo status del suo assistito?

«Lo status è di un cittadino che sta espiando una condanna definitiva e la sta espiando in maniera eccellente, senza mai aver ricevuto né diffide né aver mai contravvenuto agli obblighi di legge».

Conferma che il suo assistito non è più nel programma di protezione?

«È sempre nel programma di protezione».

Fiore D’Avino è un collaboratore di giustizia?

«Lo status di collaboratore di giustizia è uno status perenne. Non esiste l’ex collaboratore di giustizia. Le faccio un esempio: se domani mattina nasce un’indagine per fatti di trent’anni fa nei quali lui potrebbe essere convocato come testimone deve collaborare. Quindi quando si aderisce a un programma di collaborazione si aderisce tutta la vita, perché è una scelta di vita. Questa è la ratio della norma».

Certo. Una differenza sostanziale, ad esempio, con i testimoni di giustizia…

«No, attenzione. I testimoni di giustizia sono questa zona grigia, dove ci sono questi soggetti che, diciamo, assistono a un solo fatto e spontaneamente decidono di testimoniare alle autorità inquirenti quel singolo fatto. Ma non sono soggetti innestati all’interno delle dinamiche per le quali la loro attendibilità e credibilità è sottoposta al vaglio, non solo della Procura, ma anche delle difese dei soggetti sui quali loro emettono dichiarazioni. Il testimone di giustizia, è meglio che chiariamo questo aspetto, è un soggetto la cui attendibilità non è certa né accertata, perché non viene mai trasfusa in sentenze. Il collaboratore di giustizia è un soggetto la cui attendibilità viene certificata dalle sentenze relative alle indagini alle quali ha partecipato. È ben diverso».

Quindi quando lei parla di «zona grigia» si riferisce a questo ragionamento?

«Sì, il testimone di giustizia è una zona grigia. È una zona di comodo, diciamo, che viene utilizzata dalle Procure, perché spesso questi sono soggetti completamente esterni a delle dinamiche, sono semplici testimoni oculari. Non so lei vede i film americani, si parla di testimoni oculari. Questi sono i testimoni di giustizia, soggetti che vedono e dicono quello che hanno visto. La loro attendibilità è sottoposta al vaglio del dibattimento, mentre per il collaboratore ci sono molti più filtri, la dichiarazione del collaboratore supera una serie di vagli di attendibilità per diventare prova in un processo. La dichiarazione di un testimone non viene sottoposta ad alcun vaglio di attendibilità».

Ma il suo assistito è all’interno di un programma di protezione?

«Questo non posso rispondere per la tutela personale del mio assistito».

Lei prima ha parlato di Somma Vesuviana. Potrebbe essere pericoloso, per la incolumità, un eventuale rientro del suo cliente su quel territorio?

«Non lo so. Non sono un appartenente alle forze dell’ordine che controlla il territorio e che conosce le dinamiche del territorio. È ovvio che posso andare per un ragionamento logico, come lo può fare pure lei. È normale che un collaboratore di giustizia, a differenza di un testimone di giustizia, difatti lo Stato spende soldi e scorte per i testimoni di giustizia, che non servono a niente, mentre i collaboratori di giustizia, purtroppo, sono perennemente a rischio.»

Mi scusi, non ho capito. Che significa «lo Stato spende i soldi…»

«Lo Stato tende a tutelare i testimoni di giustizia, per il discorso che le facevo prima. I testimoni di giustizia sono soggetti la cui attendibilità è molto meno vagliata, è molto meno importante dal punto di vista processuale, salvo che non ci siano casi eclatanti. Usufruiscono di scorte…».

Secondo il suo punto di vista sono soldi spesi male?

«Secondo me per il testimone di giustizia sì. Perché il collaboratore di giustizia può essere molto più utile, essendo stato un soggetto che è passato per le dinamiche interne di sistemi che sono stati poi debellati dall’intervento delle Procure. Il testimone serve per un solo processo, il collaboratore passa per tutti i processi».

Chi è oggi Fiore D’Avino?

«Un cittadino italiano che sta espiando una condanna, come tutti i cittadini italiani sottoposti al vaglio della magistratura, che hanno accettato serenamente le condanne per i delitti, per i fatti per i quali sono stati sottoposti a processo. Fiore D’Avino è un soggetto che ha una condanna passata in giudicato e la sta espiando nel totale rispetto delle leggi».

Chi è stato Fiore D’Avino?

«Data la mia età anagrafica, fortunatamente, non lo so…».

Lei conosce le carte…

«Siccome sono carte processuali subentra la deontologia professionale».

Un mio collaboratore ha raccolto diverse testimonianze di cittadini di Somma Vesuviana che hanno confermato, esprimendo la loro preoccupazione, di aver visto su quel territorio il suo assistito Fiore D’Avino. Lei conferma la sua versione?

«Sono più preoccupato che sul territorio di Somma Vesuviana girino dei millantatori e degli spargitori di false notizie, piuttosto che un cittadino che sta scontando una condanna passata in giudicato, per giunta notevolmente controllato. A me, come avvocato e come cittadino, preoccupano molto di più i soggetti che spargono false notizie e possono innescare delle mine attraverso le falsità e le bugie che propinano continuamente nel pettegolezzo e sui social, rispetto a un soggetto che sta espiando una condanna. È molto più pericoloso un soggetto che dietro dei profili social, o con un perverso utilizzo dei social, sparge false notizie in giro. Per me è molto meno pericoloso un soggetto che sta espiando una condanna, sottoposto a dei controlli rigorosi in tutti i suoi spostamenti ovunque lui possa essere, rispetto a un soggetto che è a piede libero può creare una ghettizzazione o una discriminazione sociale ai danni, in questo caso, di un soggetto che non merita tale discriminazione. Fiore D’Avino se ha fatto del male lo sta pagando, se ne è assunto da solo le conseguenze. L’adesione al programma di collaborazione è soltanto uno slancio morale, anche giuridico, che ha consentito al Fiore D’Avino di espiare le sue colpe. Fiore D’Avino è un cittadino che sta espiando le sue colpe, mentre non espieranno mai le loro colpe coloro che spargono falsità e notizie false».   

P.S.:

Per approfondire un’affermazione dell’avvocato Antonio Bucci (“Non ha alcun interesse a ritornare a Somma Vesuviana, anche perché Somma non è un contesto culturale che consente a un cittadino normale una serena gestione della vita di relazione, figuriamoci a una persona che, al momento, vive uno status di soggetto che sta espiando una condanna passata in giudicato agli arresti domiciliari con i relativi permessi necessari per lo stato di salute, sempre nella zona protetta”) abbiamo provato a contattare il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Ma non siamo stati fortunati.

E allora abbiamo contattato il vice-sindaco di Somma Vesuviana, Sergio D’Avino, poco entusiasta della nostra telefonata. Ecco la sua risposta: «Io non lo conosco nemmeno l’avvocato Antonio Bucci. Che parere devo dare. Ma che state dicendo? Io non so niente della questione di cosa state parlando… ma non dipende da me. Dovete parlare con gli avvocati, non con me». La conversazione telefonica si è interrotta improvvisamente e drasticamente.

Il parere dell’amministrazione è arrivato grazie alla dottoressa Rosalinda Perna, assessore alla Cultura (nella foto in alto), che ha gentilmente esposto il suo punto di vista: «Non condivido questa affermazione, perché Somma, essendo un territorio molto vasto, ha anche tanti problemi rapportati alla grandezza del territorio. Però ha anche tante associazioni, tante persone volenterose, ha anche tanta storia. Anche solo il camminare per Somma è fare cultura. Dissento da questa affermazione. I problemi, ovviamente, come sono a Somma sono in ogni altro paese e città. Bisogna essere uno spirito sensibile per poter vedere la cultura. Guardare le mura Aragonesi o anche entrare in una chiesa di Somma Vesuviana è fare cultura. È vivere la cultura. Invito l’avvocato a farsi una passeggiata per Somma, al di là magari dei problemi contingenti e quotidiani che ogni paese può avere. E lo invito a respirare la cultura che c’è a Somma. Sarò ben contenta di fargli respirare la cultura che c’è a Somma». Abbiamo approfittato della gentilezza dell’assessore Perna per chiedere se lei è a conoscenza della presenza del collaboratore nel suo territorio (presenza avvistata nelle scorse settimane): «Non l’ho visto. Ho avuto notizia, ma giusto come gossip. È stato detto come gossip, come notizia che si sapeva. Ma assolutamente, niente di certo. Si diceva. Ma a questa cosa non ho dato seguito, perché non essendo notizia certa. Voglio dire, di pettegolezzi se ne fanno tanti in paese». Ma cosa si diceva? «Che c’era. Ma non gliela confermo come notizia. È stata una cosa detta così, come chiacchiera di paese. Non mi sento di riferire una cosa del genere».        

FOTO OSCURATA. La foto originale, che ritraeva il collaboratore di giustizia, è stata sostituita, a seguito della richiesta esplicita (arrivata con una pec il giorno 1 agosto 2020, alle ore 09:58) da parte dell’ex boss Fiore D’Avino.  

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Per approfondimenti:

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA. “Vittima di una estorsione, con encomiabile coraggio, denunciava alcuni esponenti della criminalità organizzata, consentendone l’arresto e la successiva condanna. A distanza di alcuni anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Chiarissimo esempio di impegno civile e rigore morale fondato sui più alti valori di libertà e di legalità. 16 maggio 2008, Castel Volturno (Caserta)”. Medaglia d’oro al valor civile, 17 marzo 2009.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

di Paolo De Chiara

“Letti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara Alfiero Massimo, Bartolucci Giovanni e Granato Davide colpevoli dei reati loro ascritti e, riuniti i medesimi sotto il vincolo della continuazione […], condanna ciascuno alla pena dell’ergastolo. Dichiara gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici nonché in stato di interdizione legale e interdetti in perpetuo dall’esercizio della potestà genitoriale”.

Ergastolo, fine pena mai per gli assassini di Domenico Noviello, un imprenditore casertano ucciso dalla camorra, dal gruppo Setola. Per dare l’esempio, per il controllo del territorio. Perché le persone perbene come Domenico sono fastidiose. Denunciano, non si fanno intimidire, mettono i bastoni tra le ruote. Rompono la minchia. È il giudice delle indagini preliminari, Isabella Iaselli, a pronunciare la sentenza il 4 dicembre del 2012.

Noviello ha fatto il suo dovere, fino in fondo. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare gli estorsori“Si, abbiamo paura – è la moglie di Domenico che risponde a una domanda durante una puntata de ‘La storia siamo noi’, registrata prima del brutale omicidio, – ma non ci pentiamo di aver denunciato i nostri estorsori. Qualcuno deve pur cominciare se si vuole che la realtà del Sud cambi”. Basta rivedere la puntata della trasmissione per risentire, in sottofondo, la voce di Domenico: “digli che ci sentiamo soli. Diglielo che lo Stato ci ha sostenuto solo all’inizio”. La sentenza del 2012 è stata emessa nei confronti di Massimo Alfiero, alias ‘Capritto’, di Casal di Principe (Caserta), classe ‘72; Giovanni Bartolucci di San Marcellino (Caserta), classe ’80 e Davide Granato di Napoli, classe ‘75. I tre camorristi che hanno chiesto il rito abbreviato. Per l’omicidio Noviello gli imputati, in totale, sono dieci.

Per gli altri sette (Alessandro Cirillo, Francesco Cirillo, Metello Di Bona, Giovanni Letizia, Massimiliano Napolano, Giuseppe Setola e Luigi Tartarone) si è concluso il rito ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Il 7 luglio 2014 il PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita, nella sua requisitoria ha chiesto sei ergastoli per gli assassini di Domenico. Quattordici per il collaboratore di giustizia Tartarone. Il 19 novembre 2014 la sentenza, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: (CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO; CIRILLO Francesco, ERGASTOLO; DI BONA Metello, 43 anni di reclusione; LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO; NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO; il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO; TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione).

L’omicidio di una persona perbene   

Venerdì 16 maggio 2008. Una giornata particolare. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano d’Aversa, padre di tre figli, imprenditore di Castel Volturno, titolare di una autoscuola che gestisce insieme ai figli, sta uscendo presto di casa per raggiungere la sua attività. “Alle ore 7:30  – scrive il GIP Iaselli – viene segnalata la presenza di un corpo privo di vita in Castel Volturno, località Baia Verde, all’altezza della rotonda di viale Lenin”C’è una Fiat Panda multijet nera ferma, con motore acceso e crivellata di colpi.

C’è anche un morto-ammazzato, sangue ovunque e tanti, troppi bossoli di pistola. Di due pistole. “L’auto era ferma lungo la strada che la vittima percorreva per raggiungere l’agenzia di pratiche automobilistiche e scuola guida di cui il Noviello era titolare”.      

“Quella mattina – spiega il figlio Massimiliano – mi svegliai prima di mio padre, con mio cognato eravamo stati a correre sulla spiaggia. Dopo la corsa ci lasciamo, mi richiama e mi comincia a dire ‘tuo padre dove sta? Mica ha fatto un incidente? Dove sta, è uscito?’. Era molto vago, lui già sapeva qualcosa, ma tentennava nel dirmelo. Non ha avuto il coraggio di dirmelo. Inizio a chiamare mio padre sul cellulare e vedo che suona, squilla ripetutamente senza risposta. Mi inizio ad agitare, mi innervosisco, mi metto in macchina e mi reco in località Baia Verde. Ci metto cinque minuti per arrivare sul posto. Vedo la macchina, scendo, mi avvicino e vedo il corpo di mio padre, con il viso rivolto verso terra. Subito prendo coscienza di quello che è accaduto, in quel momento mi è cascato il mondo addosso”.

La scena del crimine viene perlustrata dalla polizia. Sembra tutto chiaro. Mettono tutto per iscritto. La vittima, Domenico Noviello, prima di morire, ha cercato di sottrarsi all’agguato. Ha tentato, con tutte le sue forze, di uscire dalla sua macchina, dalla portiera laterale. Stramazza al suolo per i “colpi all’addome, alla spalla ed alla gamba sinistra nonché alla testa”. Lo sportello anteriore destro, scrivono gli uomini della squadra mobile, era aperto e “presso il medesimo era il cadavere del Noviello”.

Nella tasca destra della tuta della vittima viene ritrovata una pistola Beretta, legalmente dichiarata. Domenico, immune da precedenti penali, è stato preso alla sprovvista dalla fulminea, ma preparata nei minimi dettagli, azione criminale. Violenta, barbara, animalesca. Sul posto vengono trovati 25 bossoli, cinque proiettili e un frammento di proiettile. Nella Fiat Panda, nel sedile anteriore destro e nel cruscotto, tre ogive e tre frammenti di ogiva.

Dagli accertamenti del Racis di Roma, fondati sulla traiettoria dei proiettili, è possibile ricostruire gli ultimi attimi in vita di Domenico Noviello“Poco prima del civico 327 era stato affiancato e parzialmente superato da un altro veicolo, moto o auto, che verosimilmente si bloccava trasversalmente all’asse stradale. Sceso dal veicolo uno sparatore apriva il fuoco all’indirizzo del lato guida della Panda, impiegando una pistola cal. 380”Per i verbalizzanti sulla scena del crimine era presente un altro killer che ha bersagliato l’uomo “con una nuova scarica di colpi, almeno altri 12”, con una seconda arma. “La vittima finiva con l’accasciarsi al suolo mentre il killer, continuando a fare fuoco, la raggiungeva fino al punto in cui si era adagiata, tra la ruota posteriore ed il marciapiedi, e lì completava l’azione esplodendo ancora ulteriori colpi al suo indirizzo”.

La relazione autoptica e gli altri omicidi

Il documento è firmato dal dottor Luigi Barbato. L’autopsia indica che “la vittima è stata attinta da tredici colpi d’arma da fuoco”, due “a livello della guancia sinistra e del braccio destro”, uno “alla regione frontale destra”, uno “alla regione fronto-zigomatica sinistra”, uno “al livello dell’orecchio sinistro”, uno “trapassante che parte dalla fascia laterale del braccio sinistro, trapassa lo sterno rientra sottocutaneamente a livello del torace e fuoriesce con altro foro a 10 cm dal primo ingresso”, uno “a livello della spalla sinistra”, uno “trapassante a livello emitoracico superiore destro”, uno “al fianco sinistro”, uno “a livello inguinale sinistro”, uno “al fianco destro”, uno “a livello scapolare sinistro”.

Dalla relazione dell’esperto emerge un altro interessante dato“sulla base della ricostruzione dei tramiti intracorporei, si può affermare che i colpi sono stati esplosi da una persona che si trovava prima di fianco e poi posteriormente alla vittima”.

I carabinieri del Racis di Roma evidenziano altri dati, altrettanto interessanti. Dal confronto dei bossoli recuperati con quelli ritrovati sul luogo di altri omicidi è emerso che la pistola semiautomatica è stata già impiegata nel duplice omicidio Kazani-Dani del 4 agosto 2008, nell’omicidio di Ramis Doda del 21 agosto 2008, nell’omicidio di Antonio Celiento del 18 settembre 2008, nella strage degli extracomunitari del 18 settembre 2008. Mentre la pistola calibro 380 è stata impiegata il 2 maggio del 2008 per l’omicidio di Umberto Bidognetti e il 1 giugno dello stesso anno per l’omicidio di Michele Orsi.

Il 30 settembre 2008 il Roni di Caserta arresta nel territorio di Giugliano in Campania Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, i primi due coinvolti anche nell’assassinio di Noviello. Vengono sequestrate numerose armi, “tra cui sei positive ai confronti balistici”. Una pistola, la Pietro Beretta, un’arma da guerra con matricola abrasa, è stata usata, “con elevato grado di probabilità, negli omicidi Noviello, Kazani-Dani e Celiento”.   

“Quando vedo – aggiunge Massimiliano – il corpo di mio padre sbatto per terra, subito dopo mi prendono e mi portano in commissariato. Cercano di capire e inizio a ricordare che mio padre mi diceva ‘se mi capita qualcosa ho un’agenda, la devi consegnare alla polizia’. Su questa agenda c’è scritto che mio padre elogia le forze dell’ordine e le Istituzioni e scrive che era stato avvicinato da un certo Cipriani o Cipriano, non ricordo, che lui aveva allontanato. Si scusa con l’autorità perché aveva scritto questa cosa senza avvisare dell’episodio”.

Le testimonianze

Subito dopo l’omicidio di Noviello gli investigatori cercano i testimoni. Cominciano dai presenti in zona al momento dell’omicidio. Solo due: l’uomo che ha chiamato il 113 e un dipendente di una pasticceria attiva nei pressi del luogo del delitto. “Nulla di significativo è stato riferito da Manfredino e Ferrillo i quali evidenziavano di essere giunti dopo che gli sparatori erano andati via”. Nessuno ha visto nulla, nessuno era presente in quel preciso momento. Ancora deserto intorno al coraggioso Domenico Noviello, il testimone che ha denunciato il racket della camorra. Anche al suo funerale pochissime persone.

È Massimiliano che rende “dichiarazioni più significative”. Parla dell’attività del padre, ubicata nei pressi del commissariato di Castel Volturno. “Alcuni anni prima – è possibile leggere dalle motivazioni della sentenza di condanna – il padre aveva denunziato un tentativo di estorsione da parte di alcuni esponenti del clan dei casalesi, arrestati a seguito della denuncia. Il padre viveva con il timore di subire ritorsioni”Massimiliano ricorda “il calo degli iscritti, forse dovuto a timori da parte dei cittadini locali”, l’episodio raccontato dal padre legato ai locali dell’autoscuola, “perché l’intero Parco Sementini era stato messo all’asta”.  Domenico si dimostra interessato, vuole comprare quei locali. Ma deve rinunciare, un emissario porta un messaggio preciso. “Il giovedì precedente – scrive il giudice Iaselli – il padre gli aveva confidato che tale Addattilo di Castel Volturno, recandosi presso l’agenzia per motivi di lavoro, gli aveva detto testualmente ‘i locali sono stati venduti ed ora te ne mandano pure”.

Il padre aveva risposto ‘voglio vedere come me ne cacciano’. Addattilo viene riconosciuto da Massimiliano. È un cliente dell’agenzia, il suo nome è Giovanni, già con diversi precedenti legati all’estorsione, allo spaccio di stupefacenti, alle armi. Massimiliano Noviello parla della decisione del padre, un’azione legale. Il giovane Noviello parla anche delle ‘pressioni’ del padre, “affinché evitasse di ‘calcare troppo la mano’ nei confronti dei soggetti arrestati, e sul punto testualmente dichiara: “mentre chiacchieravo con mio padre, questi intavolò l’argomento e mi disse che, a suo parere, sarebbe stato opportuno non infierire troppo nei confronti degli estorsori. Questo perché, tutto sommato, avevamo raggiunto il nostro obiettivo – facendoli arrestare – e dovevamo pensare a difenderci, non ad attaccare. Di certo non potevamo essere noi a sconfiggere la criminalità locale, pertanto non era opportuno esporsi più di tanto. Ormai avevamo fatto capire da che parte stavamo”.      

È l’episodio della denuncia, rafforzato dalla collaborazione attiva, dagli arresti e dalle condanne, a scatenare la rabbia animalesca e sanguinaria dei camorristi. Vogliono lanciare un segnale, compilano una lista degli obiettivi da eliminare per dare l’esempio.

Maria Rosaria, l’altra figlia di Domenico, conferma esplicitamente “che dopo la denuncia del padre per la estorsione commessa da alcuni componenti del clan dei casalesi tratti in arresto per tale vicenda, la famiglia aveva subito un forte stress emotivo e tensioni giornaliere prevedendo ritorsioni della camorra”.

Racconta degli incontri del padre con esponenti di associazioni antiracket, delle sue preoccupazioni per l’asta dei locali. La moglie di Domenico, Giuseppina, racconta un episodio che non ha dimenticato, che gli è rimasto impresso nella mente. Sei giorni prima dell’omicidio, intorno alle 16:00, nota tre uomini in una Fiat Punto di colore grigio.

Il 16 maggio l’altra figlia Maria Antonietta, insieme al marito, consegna a un ispettore capo due fogli manoscritti, con chiari riferimenti alla vicenda estorsiva del 2001.

“Meglio un giorno da leone che cento da conigli”

“Tutto ha inizio – ricorda, oggi, Massimiliano –  nell’anno 2001, precisamente nel periodo di Pasqua. Vennero da noi dei personaggi del posto, personaggi loschi, e ci fecero una richiesta estorsiva. Inizialmente venne un certo Pasqualino Cirillo e mi chiese di parlare con mio padre, il titolare dell’autoscuola. Un suo cugino latitante, stiamo parlando di Alessandro Cirillo ‘o sergente, doveva parlare con mio padre. Subito capii le loro intenzioni e dissi che avrei riferito. Comunico questa cosa, ne iniziammo a parlare a casa. Mio padre mi disse ‘Massimo, è meglio un giorno da leone che cento da conigli. La storia ci insegna che le persone hanno combattuto per la propria libertà’.

Mio padre amava leggere, leggeva molti libri di storia e per lui non era possibile che queste persone, attraverso la forza, la violenza, potessero dettare legge. Era un’offesa per lui”.

Nella famiglia Noviello ritorna con forza il passato, mai dimenticato“Mia madre già aveva perso un fratello. Fu ammazzato all’età di 33 anni, si chiamava Pasquale De Angelis. Pretendevano soldi, una richiesta estorsiva, all’epoca erano ladri di galline, sempre di Casale. Anche il fratello di mia madre disse di no e venne ammazzato. Non è stata ritenuta una vittima di mafia. La decisione di mio padre fu presa con sofferenza, mia madre si ritrovava a rivivere una situazione drammatica, una piaga che si riapriva. Decidemmo di denunciare”.

Precisamente il 19 marzo del 2001. Domenico Noviello si presenta davanti agli investigatori (“siamo andati insieme a Caserta”, precisa il figlio Massimiliano) e denuncia le richieste estorsive. È chiaro, preciso. Indica le date, fa nomi e cognomi. Non dimentica l’episodio del 15 marzo, quando due uomini, due ambasciatori del clan, lo invitano da certi “compagni di Castel Volturno”.

Non certo comunisti, ma camorristi. Della peggiore specie. Nella stessa giornata presso l’auotoscuola si presenta un uomo (poi riconosciuto e individuato in Francesco Cirillo) che parla del cugino latitante interessato ad incontrare il padre. Erano tutti interessati a Domenico Noviello, la richiesta dello schifoso clan non può rimanere inevasa. Due giorni dopo, racconta Domenico agli investigatori, si registra l’incontro con Lisandro ‘o giudice, che chiede di preparare 30 milioni di lire per gli amici di Casale. Anche questo esattore viene riconosciuto, si tratta di Alessandro Gravante. Riconosce anche un certo Aldo Russo, si era già presentato in agenzia per invitare Domenico a incontrare i ‘compagni’ e gli ‘amici’.

“Iniziarono a venire diversi personaggi con atteggiamenti arroganti – ricorda Massimiliano – e in quell’occasione capii le parole di mio padre: ‘questi una volta che entrano, si impossessano dell’attività’. Insieme andiamo alla questura di Caserta a fare la denuncia. Con loro iniziammo a temporeggiare. Abbiamo denunciato questa tentata estorsione, io ho denunciato alcuni esponenti, mio padre altri, alcuni parlarono con me e altri con mio padre in mia assenza. Dopo la denuncia la squadra mobile di Caserta si attivò e mise cimici all’interno dell’attività, partirono le indagini e ci chiesero di farli parlare. Abbiamo denunciato e partecipato attivamente agli arresti”.

L’appuntamento con gli estorsori

Cominciano ad arrivare le prime conferme, ma non basta. Serve lo scambio, bisogna pizzicarli in flagranza di reato. Il 9 aprile del 2001 si materializza l’incontro tra Domenico Noviello e gli estorsori. L’appuntamento è stato programmato nei pressi di un bar per la consegna della borsa con 10 milioni di lire, in contanti. Cento banconote da 100 mila, tutte fotocopiate. È pronto anche un decreto di fermo emesso dal pubblico ministero nei confronti di Gravante e Vitolo (“colti sul fatto”), nei confronti di Aldo Russo e dei due cugini Cirillo (latitanti).

“Nella motivazione della sentenza è resa palese l’importanza della denuncia del Noviello Domenico e della successiva attività di collaborazione offerta alle forze di Polizia in una importante operazione a carico di soggetti legati alla criminalità organizzata di Castel Volturno”.

Durante l’incontro c’è uno scambio di battute tra Domenico e gli estorsori, l’episodio lo ricorda Massimiliano“Alla consegna mio padre ha dovuto svincolare i propri soldi, perché il Ministero non svincolò i soldi in tempo. Dovemmo fotocopiarli e portali alla polizia. Mio padre consegna la borsa con i soldi e uno di loro gli disse ‘hai visto come ti abbiamo trattato’. E mio padre rispose ‘devi vedere io come ti ho trattato’. Gli consegna i soldi, si allontana, il segno era mettersi la mano in testa, irrompono le forze dell’ordine”.

Dal 2001 scatta la protezione. Il 12 aprile vengono disposte le misure di vigilanza “aventi ad oggetto la famiglia” Noviello, fino all’estate del 2003, quando il Ministero decide di sospendere la vigilanza. Il 24 giugno arriva una nota con la decisione presa alla segreteria di sicurezza della questura di Caserta. Il 16 maggio 2001, insieme a sua figlia Rosaria, si presenta in commissariato. Riferisce puntualmente degli inviti rivolti dai suoi conoscenti, da alcuni professionisti che si erano occupati della gestione contabile e dell’assistenza legale della sua impresa. Domenico Noviello non si fa intimidire dalle parole, dai chiari inviti. “Non aderisce a tali sollecitazioni”. Va avanti, a testa alta.

“Dal momento in cui subiamo la tentata estorsione  – chiarisce Massimiliano – non abbiamo mai pagato, perdiamo la serenità. Ero fidanzato con la mia attuale moglie, non avevamo alcun tipo di tutela. Cominciai a mentire anche a mia moglie, avevo un atteggiamento strano, un comportamento poliziesco. Dal 2001 ho il porto d’armi di pistola per difesa personale”.

Il Gup del Tribunale di Napoli, in sede di abbreviato, condanna Francesco Cirillo, Aldo Russo, Alessandro Gravante, Tommaso Vitolo e Alessandro Cirillo, il cugino di Francesco il latitante.

Il ‘cecato’ Setola e i collaboratori di giustizia

‘Spietato’ e ‘determinato’, queste le parole dei collaboratori di giustizia per descrivere Giuseppe Setola ‘o cecato, il killer della camorra che ha terrorizzato il territorio campano. È lui che approva e condivide la scelta di eliminare Domenico Noviello. Presente nella lunga lista compilata per affermare il dominio. Omicidio su omicidio. Un animale che ama l’odore del sangue. Nasce il 5 novembre del 1971 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Viene soprannominato ‘a puttana, è un cane sciolto, non ama le regole. “Costituisce il suo gruppo di fuoco – si legge su La Repubblica del 14 gennaio 2009 – formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito ‘cornuti’ e ‘bastardi’”. Conosce il carcere, ci passa sei anni. Poi arriva una grave patologia agli occhi. Diventa semicieco, perde l’uso della vista. Ma è solo un bluff, una sceneggiata. Setola è diventato ‘o cecato. Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica di Pavia, dove era stato ricoverato per il ‘problema’ agli occhi. Inizia l’inferno. Il gruppo di fuoco viene ricostituito. Iniziano le vendette, i regolamenti di conto. La strategia stragista. “Occorreva – racconta un ‘pentito’ – terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti, colpire quanti commettevano reati senza il permesso del clan e senza versare allo stesso una parte dei proventi illeciti”. Viene arrestato dopo una rocambolesca fuga nelle fogne (il suo vero habitat) di Trentola Ducente, in provincia di Caserta.

“Mio padre mi disse: ‘Massimo, noi ci siamo difesi da un clan ma non credere che abbiamo sconfitto la criminalità’. Con queste parole voleva dire ‘tieni i toni bassi, evita di sfidarli. Tu hai da perdere’. Era ritenuto l’infame, una persona che aveva fatto una cosa controcorrente. Lui non accettava di essere calpestatoColpiscono mio padre per dare un segnale, avevano avuto questo affronto, non aveva pagato, aveva denunciato”.

“cornuti” e i “bastardi” parlano“Con riguardo ai collaboratori Spagnuolo Oreste, Di Caterino Emilio, Amatrudi Massimo e Iovane Massimo va sottolineato che i primi e principali collaboratori di giustizia provenienti del gruppo facente capo a Setola Giuseppe (nell’ambito della fazione della famiglia Bidognetti), sono stati Di Caterino Emilio e Spagnuolo Oreste che non hanno certo concordato le loro dichiarazioni”.

Oreste Spagnuolo viene arrestato il 30 settembre del 2008 dai carabinieri di Caserta, insieme ad Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Durante l’operazione Antimafia effettuata a Giugliano viene ritrovato e sequestrato un “vero e proprio arsenale”.

Emilio Di Caterino, soprannominato Emiliotto, dopo l’arresto di Luigi Guida diventa il reggente del clan Bidognetti. Con l’arresto, dopo la latitanza, comincia la collaborazione con lo Stato. La stessa scelta di Massimo Amatrudi, gruppo Setola, già condannato per associazione con Massimo Alfiero, Oreste Spagnuolo e Luigi Tartarone (17 dicembre 2009).

Anche Massimo Iovine decide di ‘cambiare vita’“La scelta di collaborare – scrive il gip Isabella Iaselli – per chi ha fatto parte del gruppo Setola non può dirsi certamente presa a cuor leggero, dal momento che, come sottolineato dall’accusa, si è dovuto fare luce su una serie di delitti efferati ammettendo in molti casi gravi responsabilità personali”.

Questo è l’elenco impressionante dei delitti commessi dal gruppo Setola, nel 2008. Una violenza brutale concentrata in pochi mesi.

  • 2 maggio, omicidio di Umberto Bidognetti, condannato a morte perché padre del ‘pentito’ Domenico;
  • 16 maggio, omicidio di Domenico Noviello;
  • 30 maggio, tentativo di omicidio per Francesca Carrino, la sorella di Anna, collaboratrice di giustizia, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e’ Mezzanotte, capo storico;
  • 1 giugno, omicidio di Michele Orsi, imprenditore operante nel settore dei rifiuti solidi urbani, per aver reso dichiarazioni compromettenti per il clan;
  • 11 luglio, omicidio di Raffaele Granato, per aver denunciato richieste estorsive;
  • 4 agosto, omicidio di Dani e Kazani, due cittadini albanesi non autorizzati ad operare nella zona;
  • 18 agosto, ferimento di alcuni cittadini nigeriani, la loro presenza non era gradita;
  • 21 agosto, omicidio di Ramis Doda, cittadino albanese non gradito al clan;
  • 18 settembre, omicidio di Antonio Celiento e degli extracomunitari colpiti nella strage di Castel Volturno;
  • 2 ottobre, omicidio di Lorenzo Riccio, impiegato presso l’agenzia funebre Russo. Il titolare aveva denunciato Francesco Bidognetti;
  • 5 ottobre, omicidio di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.

“Il gruppo facente capo al Setola operava con modalità particolarmente cruente, tanto che gli stessi affiliati non potevano mai dirsi al sicuro da una condanna a morte basata anche sul sospetto di un tradimento. Il clima non era mai rilassato”. È il collaboratore Spagnuolo che racconta il comportamento di Setola. Decideva chi doveva eseguire gli omicidi per testare l’affidabilità e la lealtà dei suoi uomini.          

Nell’interrogatorio del 6 ottobre del 2008 Oreste Spagnuolo indica gli esecutori dell’omicidio NovielloMassimo Alfiero, Davide Granato, Gino Natale detto Marano, Napoleano Massimo. Il mandante lo indica in Setola “che voleva punirlo per avere denunziato gli autori della estorsione ai suoi danni”.

Si esprime meglio nell’interrogatorio del 7 ottobre 2008“quanto alla causale, per come fu riferita da Peppe Setola rappresento che il Noviello molti anni fa aveva denunziato Cirillo Francesco detto Pasqualino, Gravante Alessandro e Russo Aldo nonché Cirillo Alessandro, quest’ultimo venne poi assolto. Questa ragione insieme alla necessità di intimorire chiunque volesse denunziare il gruppo Setola costituì la ragione per cui il Setola Giuseppe e Cirillo Alessandro decisero di uccidere il Noviello, almeno per quanto mi fu detto”.

Il collaboratore racconta l’esecuzione, l’episodio lo apprende dal racconto di Massimo Napolano. Quella mattina, il 16 maggio 2008, Massimo Alfiero, Massimo Granato e Gino Tartarone sono alla guida di una Yaris blu rubata. Raggiungono Baia Verde, dopo aver fatto sosta nel cortile della casa di un amico, (“ignaro di tutto”), dove attendono la telefonata di Massimo Napolano. Secondo quel racconto a sparare fu Massimo Alfiero con la pistola calibro 9 (nascosta da Gianluca Bidognetti, ricevuta da Massimo Alfiero)  e Davide Granato con la revolver calibro 38.

Nell’interrogatorio del 16 ottobre 2008, il collaboratore Emilio Di Caterino parla di una riunione con Setola e Cirillo, dove si parlò dell’omicidio dell’imprenditore coraggio di Castel Volturno. Il collaboratore Massimo Iovane ribadisce un concetto semplice, ma chiaro: “Il clan dei casalesi è molto vendicativo, non dimentica le azioni commesse in danno del gruppo, decidendo di reagire anche a distanza di svariati anni”.       

Decisive sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Tartarone (già condannato per 416bis, nel dicembre 2009) e Massimo Alfiero. Ammettono la loro partecipazione e spiegano nei dettagli tutti gli spostamenti, il piano, gli appostamenti, le autovetture utilizzate, le armi, le schede telefoniche, le attese, la dinamica. “Ci siamo incontrati di fronte all’ingresso di Baia Verde – racconta Tartarone nel corso dell’interrogatorio del 14 settembre 2010 – e da lì siamo partiti immediatamente dopo aver ricevuto una telefonata che ci avvisava della presenza del Noviello… ho visto materialmente Alfiero sparare molti colpi d’arma da fuoco all’indirizzo del Noviello dopo essersi affiancato alla sua autovettura colpendolo al viso e tronco e, successivamente, scendere dall’autovettura, prendere l’altra pistola e raggiungere il Noviello nel frattempo sceso dall’autovettura nel tentativo di sottrarsi ai colpi d’arma da fuoco e sparare ulteriori colpi d’arma da fuoco per finirlo di cui almeno due in testa”.

Il gruppo di fuoco, subito dopo l’omicidio poteva essere bloccato“Ricordo che le due autovetture con a bordo Di Bona, Alfiero ed io hanno incrociato una pattuglia di carabinieri nei pressi di una pompa di benzina subito dopo Casal di Principe. Credo che ci abbiano notati anche se non ci hanno inseguito nonostante l’elevatissima velocità di viaggio di entrambe le autovetture”. Dopo l’omicidio Tartarone e Alfiero si nascondono in una casa a San Marcellino, in provincia di Caserta, presa in affitto da Giovanni Bartolucci.  .

È fondamentale la collaborazione di Massimo Alfiero, il killer. L’esecutore materiale che scaricò “13 botte” su Noviello solo con una pistola, mentre con l’altra gli sparò altri colpi, “finendolo poi con un colpo alla testa”.

Il 15 ottobre del 2010, dopo la sua richiesta di essere ascoltato, viene portato in Procura dove spontaneamente ammette la sua appartenenza al clan Bidognetti, denuncia le sue azioni criminali, racconta di aver partecipato agli omicidi di Domenico Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi. Vuole passare dall’altra parte, soffre per la ‘lontananza’ della famiglia. “Precisa di aver fatto parte del clan da epoca risalente e di poter riferire su molte vicende”.     

Il ripensamento

Il camorrista quasi pentito Alfiero è al 41 bis. Ci sono due ordinanze che lo inchiodano, per associazione e omicidio. Ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Oreste Spagnuolo, Massimo Iovine, Antonio De Martino ed Emilio Di Caterino), che parlano della sua ‘posizione di rilievo’ nel gruppo Setola. Ha sulle spalle “numerosi e gravissimi delitti”La sua collaborazione è preziosa. Ma Alfiero ad un certo punto si blocca e si chiude nel totale silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Non per le pressioni del clan, non per le voci che cominciano a girare e che vengono raccolte da sua moglie.

Il killer del clan Bidognetti, Massimo Alfiero, dopo aver espresso la decisione di parlare, di vuotare il sacco, di raccontare il suo interessante punto di vista viene bloccato dalla sua donna. Da sua moglie, dalla madre dei suoi figli. Tutto è stato registrato dagli inquirenti grazie alle intercettazioni ambientali, le ‘cimici’ azionate durante i colloqui in carcere. La signora Alfiero decide di rinunciare al programma di protezione, anche per sua figlia. È decisa, suo marito non deve parlare. Non deve mettere in pericolo la famiglia. Il ‘sistema’.

I due si incontrano in carcere per il colloquio. La Corvino lo smonta“Adesso ti stanno facendo vedere solo rose e fiori… è vero o no? […]“tu sei un uomo… prima hai parlato… poi non hai detto niente”. […] “tanto tu esci… esci e stai insieme a noi… passeranno per dirti sei… sette anni quanto ci manca”. Fine pena mai, ergastolo per il killer che voleva diventare collaboratore.

Tre ergastoli nel rito abbreviato. Rispettivamente per Massimo Alfiero (il killer), per Giovanni Bartolucci (componente del commando e organizzatore) e per Davide Granato (ha partecipato all’organizzazione, assumendo il ruolo di ‘specchiettista’). Proprio quest’ultimo, nell’udienza del 4 dicembre del 2012, rende delle spontanee dichiarazioni. Ammette le sue responsabilità e consegna un appunto: “prima di tutto chiedo scusa a Dio per aver fatto male a una sua creatura, poi chiedo scusa alla famiglia intera della vittima per avergli arrecato tantissimo dolore. So benissimo che non sarà facile essere perdonato per l’ignobile azione, però da parte mia con un atto di coraggio mi assumo la mia responsabilità per aver partecipato a questo efferato delitto ed essere sottoposto al giudizio di questo tribunale per non sfuggire alle mie colpe. Ancora chiedo scusa alla famiglia Noviello e all’intera società e mi dissocio da qualsiasi contesto mafioso ed in particolare dal clan dei casalesi”.

Parole sprecate, inutili.

“Quanto al motivo abietto così come contestato deve ritenersi spregevole che una vita umana sia stata soppressa per una vicenda risalente nel tempo e peraltro ormai definita al fine di dare un segno della forza della criminalità. Con l’omicidio del Noviello si è voluto inviare un messaggio terribile alla collettività: i soggetti colpiti da misure cautelari e condanne, anche a distanza di tempo, si vendicano contro di coloro che, rispettosi della legge, hanno denunciato alle Istituzioni i torti subiti”. Il rito ordinario, per gli altri sette imputati, è arrivato alle battute conclusive.

Nell’udienza del 3 aprile, per la prima volta il killer sanguinario Setola risponde alle domande del PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita. A modo suo. Definendosi, scrive Il Mattino, un capro espiatorio “messo in mezzo dagli infami che hanno fatto il mio nome per avere protezioni e soldi, facendomi ottenere condanne ingiuste. Per lei e il PM Sirignano ho fatto tutto io, ma con la coscienza sono a posto”‘O cecato è stato condannato, sino ad oggi, a otto ergastoli per 15 omicidi. Una coscienza impregnata di sangue.

“Sono loro che devono andare via!”

“Quante volte, in famiglia, abbiamo parlato e discusso di lasciare il territorio. Mio padre era sempre contrario, ‘non devo andare via io, solo loro che devono andare via’. Questa scelta la vedeva come una sconfitta. Lui non ha offeso nessuno, si è difeso da un attacco. Cosa prevede la legge? La denuncia? Questo ha fatto mio padre, ha rispettato la legge”.

Ma lo Stato come si è comportato con Domenico Noviello? È stato fatto tutto il possibile? Poteva essere ancora protetto? “Il Noviello – si legge nelle motivazioni – è stato sottoposto a misure di sicurezza sino all’estate del 2003 e tuttavia aveva continuato a temere per sé e per i familiari, oltre a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito ad andare oltre, come testimoniato dal rinvenimento di fogli manoscritti da consegnare alla polizia in caso di morte violenta”.

Si poteva fare di più?

“Siamo stati abbandonati dallo Stato”, risponde Massimiliano, “mio padre incontra le associazioni, inizia a capire che l’isolamento lo porta in uno stato di abbandono. In un’intervista a mia madre si sente la voce di mio padre: ‘diglielo che lo Stato ci ha abbandonati, che ci sentiamo soli’. Mio padre lo ha sempre dichiarato. Non ha fatto questa scelta per lo Stato, ha fatto questa scelta perché amava essere libero. Ci facevano pesare anche il rinnovo del porto d’armi, a volte mio padre chiedeva di essere accompagnato e spesso e volentieri si trovava senza protezione. Soffriva questa cosa, tutti gli altri pagavano, lui era visto come la mosca bianca, il marziano del posto”. Ma Massimiliano non si sente abbandonato dallo Stato, lo dice chiaramente: “a seguito della morte di papà, tutto posso dire, ma non di essere stato abbandonato dallo Stato. Forse si sono accorti della ‘gaffe’ che hanno fatto, infatti hanno conferito la Medaglia d’oro al valor civile prima della sentenza. Mio padre è stato abbandonato, è stato utilizzato, abbiamo partecipato attivamente agli arresti. Invece io no, io ho avuto tutto e subito. Non posso lamentarmi e attaccare lo Stato”.

Il 17 marzo del 2009 il presidente della Repubblica ha  conferito alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile. A Castel Volturno è stata intitolata una piazza, per non dimenticare una vittima di camorra, un cittadino onesto.

Morto per il rispetto della legalità.

Tratto da «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» di Paolo De Chiara, Perrone Editore, Roma, 2014

da WordNews.it

Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti.

di Paolo De Chiara

ROMA. È arrivato il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo di Roma, partito grazie alle dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Tutti i capi di imputazione sono stati confermati dal Gup Attura, durante l’udienza di questa mattina. Nemmeno questa volta, nelle gabbie, si sono presentati i due esponenti della famiglia Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio. Per la verità, nemmeno il loro legale si è fatto vedere. Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti. Il Gup si è ritirato in camera di consiglio per ben due volte, per rispondere alle richieste degli avvocati degli imputati. In entrambi i casi, il giudice per l’udienza preliminare, ha bocciato la richiesta di improcedibilità, confermando i capi di imputazione e la costituzione delle parti civili. È stata ammessa, infatti, quella dello stesso testimone di giustizia, dell’Associazione Caponnetto,  dell’Associazione AssoConsumatori e di Autostrade. Anche se Ciliberto ha richiesto i danni, proprio, ad Autostrade e a Pavimental, perché i dirigenti erano funzionari delle due società. Quindi, dopo snervanti rinvii, è arrivato il rinvio a giudizio per Mario Vuolo, Pasquale Vuolo, Vittorio Giovannercole, Riccardo Scorsone, Gianni Marchi, Pasquino Stati, Vincenzo Esposito, Giuseppe Pace, Agostino Cafiero, Antonino De Angelis, Giuseppina Cardone. La prossima udienza è stata fissata per mercoledì 1 aprile 2020. «Dopo circa otto anni – ha affermato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto -, dopo migliaia e migliaia di pagine, dopo le attività investigative di varie Procure, per me, questa è già una vittoria. In veste di denunciante e testimone di giustizia vedo confermate tutte le mie denunce. Senza le stesse mai nessun procedimento penale sarebbe partito».

È raggiante il testimone. «Già dal 2011 svelavo alla DIA di Milano il modus operandi, definito dalle Procure, criminale. Come dei camorristi, con la compiacenza di funzionari collusi, riuscivano a lavorare in appalti pubblici, nonostante le condanne per mafia passate in Cassazione e con una interdittiva antimafia, che vedeva coinvolta la ditta dei Vuolo e che la stessa società Autostrade nè era stata messa a conoscenza dalla Prefettura di Napoli. Interdittiva confermata dal consiglio di Stato, che diceva l’ultima parola, certificando il collegamento tra l’azienda di Vuolo e il clan sanguinario dei D’Alessandro. Il mio rammarico è che, nonostante le denunce e gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, le ditte di Vuolo hanno continuato a lavorare in Autostrade, ricevendo anche un appalto presso il carcere di Larino. Anche in questo caso le mie denunce, che vanno sino al 2015, hanno evitato che questo gruppo continuasse ad eseguire lavori».

E continua, con una punta polemica nei confronti delle istituzioni: «Non capisco come si possa abbandonare un uomo come me, che ha rotto le uova nel paniere a criminali e corrotti, facendo sequestrare milioni di euro, che sarebbero finiti nelle casse della camorra. Vengo abbandonato nella fase processuale più delicata, poiché tutte le denunce dovranno essere confermate in aula, durante il contraddittorio. In quella sede troverò quindici avvocati ed io, testimone di giustizia, sarò solo. Senza neanche lo Stato al mio fianco. Quello Stato che parla tanto di giustizia, che parla tanto di revoca della concessione autostradale. Stranamente il ministero delle Infrastrutture, insieme alla Presidenza del Consiglio, non si è costituito parte civile in questo procedimento. Sono certo di avere dato tanto alla giustizia e allo Stato italiano. In cambio ho ricevuto la condanna a morte da parte della camorra che ha memoria e vendetta nei confronti di chi denuncia».

Ciliberto ha confermato la sua presenza per la prossima udienza. «Ci sarò il prossimo 1 aprile 2020 e come non sono mai mancato a nessuna udienza anche per la prossima sarò presente. In data odierna ho inviato l’ennesima mail al Presidente della Commissione Antimafia, senatore Morra, ma come da prassi lo stesso non risponde ad un testimone di giustizia che chiede solo di poter vedere crescere i propri figli per riuscire a dimostrare che la corruzione è il vero cancro che devasta la nostra Nazione». 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/appalti-e-camorra-tutti-rinviati-a-giudizio

Rinviata l’udienza sui lavori pubblici effettuati dalla camorra

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento.

ROMA. Ci risiamo. Non sembra esserci una soluzione per l’udienza fissata davanti al Gup presso il Tribunale di Roma. Anche l’appuntamento di questa mattina ha visto vincere la strategia difensiva attuata da uno dei legali degli imputati. I Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio, entrambi detenuti, non vogliono proprio saperne di entrare nelle gabbie del tribunale romano.

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento. «Io quello che dovevo fare nella scorsa udienza l’ho fatto – ha proseguito il giudice -, con separato provvedimento. Prendo atto, siamo nei limiti delle facoltà».

In aula la presenza del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto si fa sentire, i suoi occhi parlano. Trasmettono angoscia, paura. Il testimone, che ha denunciato gli appalti e i subappalti affidati agli imprenditori vicini ai clan di camorra, non nasconde la sua angoscia. La sua frustrazione. I fatti gravissimi riportati nelle carte processuali, che vedono imputati anche dirigenti di diverse società anche quotate in borsa, come Autostrade per l’Italia, a chi fanno paura? Si vuole arrivare alla prescrizione? Si temono nuovi stralci per nuovi procedimenti giudiziari? Perché la verità non può venire fuori? Il giudice è stato chiaro. Ogni giovedì sarà fissata una nuova udienza. Il prossimo appuntamento è previsto per giovedì 16 gennaio 2020.

da WordNews.it

Link articolo https://www.wordnews.it/in-aula-il-testimone-di-giustizia-gennaro-ciliberto

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

Il Veleno del Molise #campomarino

Grazie di cuore.
Una bellissima iniziativa sui problemi del #molise.
#insiemesipuò

MAFIE IN MOLISE #tuttimuti

#tuttimuti
“Nel circondario di Isernia sono domiciliati alcuni soggetti contigui al clan dei CASALESI ed ai MALLARDO. Il 23 febbraio 2017, uno dei figli del capo del clan SCHIAVONE, dopo un periodo di detenzione è stato sottoposto al regime degli arresti domiciliari a Macchia d’Isernia (IS), presso l’abitazione della convivente”.
#dia #relazioni
DIA, Ministero dell’Interno, relazione semestrale, volume secondo, dicembre 2018

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

cartellone
È successo di nuovo.

Lo aveva denunciato il tdg Gennaro Ciliberto. 

Nessuno ha mai controllato nulla dopo gli altri crolli e le numerose denunce.

 
#tdg #testimonidigiustizia #gennaroC #paeseorribilmentesporco #pdc #crolli#informazione #nonècolpadelvento
Ciliberto Testimone Giustizia

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“Lo Stato mi ha abbandonato, la camorra mi ucciderà”

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L’aggressore che si è scagliato contro il tdg

Dopo il tentativo di aggressione parla il testimone di giustizia Ciliberto

di Paolo De Chiara

Ha denunciato la camorra, quella imprenditoriale, quella che fa affari attraverso gli appalti pubblici. Si è rivolto alle Procure italiane per smascherare le anomalie, il business milionario, i legami tra le organizzazioni criminali e i dirigenti di Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia, senza dimenticare grosse figure di vertice a livello istituzionale. Lui si chiama Gennaro Ciliberto, ci ha messo la faccia diventando, dopo innumerevoli disavventure, un testimone di giustizia. Ieri, nella località segreta dove vive con la sua famiglia, ha subìto un nuovo tentativo di aggressione, dopo una serie di avvertimenti. Nel silenzio generale. “È stato molto, molto brutto”, spiega il testimone, “da dicembre che abbiamo cambiato casa abbiamo subìto una serie di atti vandalici alle nostre auto, tutto denunciato. In più abbiamo trovato un pezzo di deiezione animale appoggiato sopra al tergicristallo posteriore, anche questo episodio è stato denunciato. Esasperati da questi atti vandalici siamo in attesa di un nuovo trasferimento”.

Partiamo dall’episodio di ieri.

Stavo passando sotto casa, nel girare la strada all’improvviso mi sono sentito chiamare “omm ’e merda”. Ho abbassato il finestrino per chiedere se ce l’avesse con me e questo personaggio è partito con tutta la sua forza scagliandosi contro la macchina. La mia auto è blindata ed ha resistito e io mi sono allontanato. Questo soggetto ha continuato a correre e ha inveito delle parole verso di me, nello scappare ho urtato pure un marciapiede. Ho chiamato il 112, sono stati attimi di terrore sino a quando non ho intercettato una macchina dei carabinieri e mi hanno accompagnato in caserma. A prescindere da tutto, ciò che mi fa più paura è la gestione della nostra sicurezza. Quel tizio mi avrebbe potuto uccidere, non c’è sicurezza, non c’è monitoraggio. Ho dovuto spendere migliaia e migliaia di euro per installare un impianto di videosorveglianza, pagarmi le guardie giurate e comprarmi una macchina blindata. Tutto per restare in vita. C’è una cattiva gestione, ci difendiamo da soli.

In caserma cosa è successo?

Ho avuto paura, ho chiesto di essere accompagnato a casa e loro mi hanno risposto che potevo tornarmene da solo.

Il tizio dell’aggressione come parlava?

Parlava in napoletano, anche se loro dicono (gli inquirenti, nda) che da accertamenti fatti questa persona è originaria di qui (località segreta, nda), ma parlava in dialetto napoletano. Ha usato delle parole troppo comuni a un modus operandi, ovvero «omm ’e merd», «quaquaraqua». Fatti del genere al Nord non succedono nemmeno se ti urtano con la macchina, questa situazione è successa a freddo. Il fatto che lui mi abbia rincorso per centinaia e centinaia di metri mentre io scappavo con la macchina fa capire che se mi fossi fermato, se fossi sceso, se non avessi avuto la macchina protetta e mi avrebbe spaccato il vetro io oggi starei in ospedale. Io sono invalido al 75% e non sono una persona che riesce a reagire, non ce la faccio più. Qualcuno mi ha rinfacciato che ho avuto il tempo di fotografare e registrare, questi non credono più a nulla. Io ho dovuto dormire varie notti in macchina per capire chi ci faceva gli atti vandalici e nessuno si è interessato, in cinque mesi non hanno capito chi mi ha causato migliaia e migliaia di euro di danni. Ma come vogliono proteggere una persona?

Tutti questi episodi si possono legare alle denunce fatte in passato?

Il mio dubbio sorge quando quel soggetto mi urla «napoletano ’e merd», se io qui non frequento nessuno, non ho amicizie e le mie origini sono sconosciute a tante persone questo tizio perché mi dice queste parole? Siamo un pezzo di carta e a nessuno interessa nulla. A che serve lo show della scorta blindata in Tribunale se poi il testimone viene lasciato da solo?

Ed ora, dopo quest’ultimo episodio, sono stati aumentati i controlli?

Zero, zero. Ci stiamo difendendo da soli. È una presa per il culo, siamo abbandonati a noi stessi. L’unica cosa da fare è scappare e potersi proteggere. Io con la mia macchina mi sento protetto, ma quanti testimoni si possono comprare una macchina blindata?  

Il procuratore della DNA de Raho, dopo l’episodio del collaboratore aggredito, ha rilasciato questo commento: “lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia”.

Io stimo il procuratore antimafia, ma c’è un netto scollamento tra la magistratura, la Commissione centrale e il Ministero dell’Interno. Le parole di de Raho restano parole, ben vengano le sue parole, ma sono parole al vento.

L’episodio di ieri è rimasto avvolto nel silenzio…

Nessuno ha speso una parola, nessuno. Tranne qualche testimone di giustizia, nessuno ha espresso solidarietà. Lo stesso ragionamento vale per gli organi antimafia. Anche la stessa politica: Mattiello è scomparso, il presidente Fico è scomparso, Di Maio è scomparso. Nessuno parla più di noi, siamo abbandonati alla mercé delle mafie e loro lo sanno. Le mafie stanno tastando il polso, oggi noi non siamo protetti.

Dopo tutti questi anni, dopo le denunce, dopo questi episodi…

Ti interrompo, ho capito la domanda. Non ce la faccio più, io non denuncerei più, mi sono stancato. Non denuncerei più, basta. Lo Stato a me cosa mi ha dato? Ho fatto bloccare milioni di euro di appalti pubblici e lo Stato non mi offre nemmeno la sicurezza. Ma come si vive così? Cosa lascio ai miei figli? E se ci fosse stato mio figlio ieri in macchina? Ho chiamato gli inquirenti e non sono venuti nemmeno sul posto, sono dovuto andare io in caserma.

Tutte le persone denunciate che fine hanno fatto?

Il livello criminale sta in galera, stanno scontando la pena. Diversi sono scappati all’estero e molte altre persone continuano a fare attività in ambito autostradale. Ci sono procedimenti aperti, dove devo andare a testimoniare. Questa è la situazione, questo è il risultato. Ho bloccato milioni e milioni di euro di appalti pubblici, il bersaglio sono io, sono consapevole. Lo Stato mi ha abbandonato.

A cosa serve la nuova legge sui testimoni di giustizia?

Non serve a niente, è una legge che rimane inapplicata. Il lavoro non viene dato, la considerazione morale non c’è, non esiste perché ci continuano a chiamare «rompicoglioni». Al Servizio centrale di protezione hanno continuato ad arrestare gente che ha rubato. La legge non serve a niente. I testimoni di giustizia sono ridotti alla fame, impazziti, distrutti. L’operatore di polizia non ha rispetto e considerazione dell’essere umano, perché il testimone non porta nulla. Invece la politica può aiutare. Poi c’è un’altra cosa…

Cosa?

Abbiamo un ex presidente della Commissione centrale, il senatore Bubbico, indagato per falsa testimonianza. La gente preferisce prendere le denunce per falsa testimonianza e non essere testimone chiave, questo è gravissimo. Ma dov’è finita la moralità? Al Servizio centrale di protezione deve esserci il turnover, lì c’è gente da trent’anni e sono i responsabili della morte di Lea Garofalo, di Domenico Noviello. Questa gente non hai mai pagato.        

genny

Gennaro Ciliberto

 

Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!! #scuole

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CULTURA & LEGALITA’
Percorso formativo per gli studenti di Campobasso 

#insiemesipuò

 

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!!
15 dicembre 2017, ore 10:30
2° appuntamento con gli STUDENTI del Liceo Scientifico “A. Romita”

 

“La mafia teme la scuola più della giustizia,
l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”
Antonino CAPONNETTO

Cultura&Legalità secondo appuntamento al Liceo Romita di Campobasso

Secondo appuntamento con l’iniziativa ‘Cultura&Legalità‘, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso in collaborazione con il giornalista e scrittore Paolo De Chiara e l’Associazione ‘I Care‘. L’evento, dal titolo ‘Le mafie in Italia e in Molise… nessuno è escluso’, questa volta ha coinvolto gli alunni  delle classi quarte del liceo scientifico ‘Romita’ del capoluogo che, attenti, hanno ascoltato e interagito con gli ospiti che sono intervenuti.

A moderare l’incontro la giornalista Manuela Garofalo che ha subito dato la parola alla Preside dell’Istituto, la professoressa Anna Gloria Carlini che, ringraziando l’amministrazione per aver coinvolto la scuola in questa iniziativa, ha sottolineato che questi momenti si incarnano in quella che è l’offerta formativa del liceo.

L’Assessore alla Cultura al Comune di Campobasso, Emma de Capoa ha commentato che promuovere queste iniziative nelle scuole significa sottolineare sempre di più il ruolo della cultura e della legalità, aspetti fondamentali per lo sviluppo della persona e poi rivolgendosi ai ragazzi ha detto che “lo spirito critico e la libertà di pensiero sono fondamentali per analizzare la società in cui viviamo”.

Tra gli ospiti è intervenuta Palmina Giannino, testimone oculare e parente di vittime dei disastri ambientali di Venafro, che ha raccontato come si è trovata coinvolta, da testimone, nella questione dei rifiuti ambientali che da tempo coinvolge il territorio venafrano e che nel silenzio di tutti, comprese le istituzioni, ha trovato il coraggio per denunciare. “Ho visto e ho voluto raccontare e quando tutti mi dicevano che ero un eroe per quello che ho fatto ho detto che tutti averebbero dovuto farlo”. Rivolgendosi ai giovani studenti poi ha continuato che mafia, legalità ed ecologia sono tre parole che vanno insieme, se si vedono cose illegali  ha detto – si devono denunciare, io ho avuto il coraggio di farlo e se vedete qualcosa di illegale dovete dirlo”.

In merito a questa situazione la signora Palmina ha spiegato che il comune di Venafro ha fatto molto poco e ancora si sta aspettando il registro dei tumori e delle malattie rare e ha concluso categorica “chi ha rubato la nostra aria deve pagare”.

Tre anni fa dunque la testimone venafrana ha avuto il coraggio di smuovere una situazione che però dura da 30 anni e che coinvolge un territorio completamente inquinato, “un Molise nella mani della criminalità organizzata”, queste le parole del giornalista e scrittore Paolo De Chiara che nel suo libro ‘Il veleno del Molise – trent’anni di omertà sui rifiuti tossici’ racconta come sono andati i fatti e parlando quindi della nostra regione dice che chi la definisce isola felice “vuole nascondere sotto il tappeto problematiche che non si vogliono risolvere. Ancora oggi si parla di ipotetico traffico di rifiuti tra Pozzilli e Sesto Campano, ma ci sono fatti concreti e non ipotesi e già nel 2010  un’interrogazione parlamentare parlava di vero cimitero di veleni e ancora prima nel 2004 in un’altra  si parlava dell’arresto di Antonio Caturano che scaricava rifiuti tossici in quella zona. Dobbiamo sempre tenere i riflettori accesi, – ha continuato – solo così andiamo a risolvere il problema”.

Il giornalista ha sottolineato che è importante conoscere i fatti anche se molte volte su alcuni organi di informazione si leggono solo opinioni e i cittadini devono avere il coraggio di testimoniare ciò che di illegale vedono. I giovani – ha continuato De Chiara – devono invertire la rotta, tutti devono decidere da che parte stare, se essere schivi o uomini liberi e per essere uomini liberi bisogna sapere, avere la conoscenza e avere sempre la testa alta, per cambiare lo stato delle cose non dobbiamo girare la testa dall’altra parte, ma dobbiamo entrare in campo e fare il cittadino”. 

Il Tenente Colonnello dei Carabinieri Forestali di Isernia, Gianluca Grossi si è sempre occupato di ambiente e continua a occuparsi del problema delle ecomafie,“siamo una  specialità dell’Arma e ci occupiamo di proteggere l’ambiente e il nostro compito è quello, in caso di reati, di riferirlo alla magistratura. L’inquinamento ambientale – ha continuato – è qualcosa che riguarda ognuno di noi e nessuno può e deve sentirsi estraneo da questo. Ci vuole consapevolezza, l’inquinatore è un criminale e un ladro di futuro che compromette le generazioni future” e poi concludendo ha invitato i giovani a essere sempre impegnati e ha detto “ricordatevi che le strade corte non portano da nessuna parte, ma abbiate sempre fiducia,  coraggio e la forza di rialzarvi”.

Un incontro dunque formativo e pieno di riflessioni per i giovani studenti che hanno seguito con attenzione e interesse i diversi interventi e racconti che riguardano il nostro territorio, una terra non immune da situazioni che a volte ci sembrano troppo lontane.

MI

da Moliseweb.it

 

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

genny

Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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Il CALVARIO dei Testimoni di Giustizia

Gennaro C.

Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

LA LETTERA APERTA DEL TESTIMONE 

 

Siamo trattati malissimo dal Servizio Centrale Protezioni del Ministero dell’Interno, ci trattano come un numero di matricola.

 

“Continua l’accanimento del Servizio Centrale di Protezione nei confronti dei Testimoni di Giustizia, ci trattano peggio di criminali.

Ora basta!

Da persone perbene e rispettose delle regole osservate alla lettera ci sentiamo costantemente umiliati e “minacciati” da questi individui che dovrebbero garantirci serenità e sicurezza. Invece ci ricattano ogni volta che chiediamo un nostro diritto con il motto: “VI BUTTIAMO FUORI DAL PROGRAMMA”.

Non c’è alcuna professionalità e umanità nel gestire le nostre vite e i nostri impegni di salute.

Ci trattano come un numero di matricola che ci hanno attribuito.

Comunico che darò vita ad una eclatante protesta per difendere il mio diritto alla libertà, costi quel che costi.

Non temo solo la camorra a questo punto…

Ho dato un altissimo contributo alla magistratura, ho salvato migliaia di vite umane, ho contribuito con le mie denunce a svelare il più grande sistema di corruzione in ambito appalti autostradali, a far mettere in sicurezza centinaia di opere decretate a rischio crollo.

Guadagnavo 60mila euro all’anno, ora mi danno 1600 euro di contributo al mese e me lo fanno anche pesare, perchè spesso mi hanno detto che sono un “rompicoglioni”…

Risultato: ho perso tutto, ma non voglio perdere la libertà di uomo per bene e incensurato.

In 7 anni ho lottato contro il sistema, credevo di riuscire a resistere, di poter iniziare una nuova vita, ma oggi mi rendo conto che nessuno può resistere.

Mi sento morto dentro, umiliato.

Ho cercato sempre un confronto civile e rispettoso, ho sempre atteso i tempi della burocrazia, ad ogni chiamata della giustizia ho risposto. Ho messo in prima linea i miei doveri di cittadino e testimone. Ho cercato di capire le strutture della macchina di protezione, le loro contorte deduzioni. Ho cercato di stare sempre calmo, perchè chi è al potere mi ha sempre detto che “non bisogna farsi la guerra”, ma cercare un punto di incontro. Ma oggi non trovo più una risposta e mi tormento nel mio essere.

Perchè il Servizio Centrale di Protezione deve comportarsi in questo modo? Basterebbe solo applicare la legge e non interpretarla. Ma forse chiedo troppo.

Forse noi testimoni di giustizia dobbiamo scomparire? A che serve una nuova legge? A cosa servono i tanti convegni se poi ci si trova ad essere isolati umanamente. Forse qualcuno vuole farci passare per pazzi, per instabili?

Ma dopo 7 anni chiunque cede, chiunque molla la presa. Ho tanto da perdere, ma la libertà già è andata, insieme alla salute. Ho molti rimpianti, molti dubbi che mi portano ad uno stato di confusione. Questa è l‘impotenza di un uomo di fronte a quella prassi applicativa segreta e che, ogni volta, viene costruita ad hoc, per rendere un inferno un programma di protezione che dovrebbe garantire la serenità di chi è sotto protezione”.


Ciliberto Gennaro
Tdg

TDG SHERE KAN

 

Il testimone: “Quel mondo degli appalti che mi ha ‘ucciso'”

crollo-ponte

Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra. 

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.

 

La storia si ripete ogni volta ed il mio sacrificio resta inutile. Quando decisi di denunciare la corruzione e le infiltrazioni della camorra nelle grandi opere autostradali, credevo che qualcosa potesse cambiare che quel modus operandi non era la regola.

Ma invece mi sbagliavo: alla fine ho salvato molte vite umane, ho fatto annullare appalti milionari, ho fatto scoprire anomalie costruttive che mai sarebbero venute alla luce senza le mie denunce, ma il prezzo che ho pagato non ha limite. Escluso a vita dal mondo dei lavori pubblici, marchiato come infame e traditore, isolato e costretto a vivere lontano per sempre dalla mia terra. Nascosto per ragioni di sicurezza e per poter continuare a vivere una vita non mia.

Erano gli anni in cui un ragazzo di 37 anni viveva come una favola una carriera manageriale da fare invidia. Lavori per milioni di euro e quell’ambizione che mi faceva lavorare quindici ore al giorno: giornate in cui si viaggiava per tutta l’Italia dove l’unico obiettivo era conquistare un’altra commessa. 

Ma furono anche gli anni in cui ho visto come la corruzione e la camorra comandava in Autostrada e a conti fatti sembra che sia stato il solo a vedere e a denunciare.

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.
Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra.

Quei colletti bianchi che in tutti i modi hanno cercato di sviare le indagini, di offuscare la mia figura di testimone, di screditare il mio essere uomo onesto.
Oggi credo, con molta certezza, che in molti sanno ma nessuno denuncia. Tutto ciò è linfa per la camorra ed i corrotti: rolex, soldi, escort sono parte di quel maledetto mondo degli appalti che troppo spesso rivaluta i corrotti.

Oggi il mio cuore è spezzato nel vedere l’ultima inchiesta sulle mazzette e putroppo non finirà qui perché se si punisce gente come me allora la legalità non farà mai parte di quel mondo.


Ciliberto Gennaro
testimone di giustizia

Gennaro C.

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

Il Testimone di Giustizia abbandonato anche dalla scorta

Gennaro C.

Gennaro C.

“Sono da ore chiuso in aeroporto, la scorta non si trova. Sto chiamando in continuazione al Ministero, alla Prefettura, al Servizio Centrale. È una situazione paradossale. La gente mi guarda, ho paura. Non è possibile vivere continuamente in questo modo”. Questa è la breve, ma drammatica, conversazione telefonica con il testimone di giustizia Gennaro C., l’uomo che ha denunciato la camorra (famiglia Vuolo, clan D’Alessandro) e la corruzione negli appalti pubblici. L’ex carabiniere ausiliario che, con le sue denunce, ha mandato sotto processo, a Monza, i soggetti implicati nella costruzione della passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Una struttura chiusa al pubblico per la sua pericolosità. Non è la prima volta che Gennaro denuncia queste assurde situazioni. Vere e proprie vergogne di Stato. I testimoni, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori, in questo Paese vengono trattati come dei limoni: utilizzati, spremuti e, poi, abbandonati al loro destino. Questo l’amaro sfogo di uno di loro: “Le mafie e i mafiosi ridono nel vedere come vengono trattati i testimoni, di come la loro sofferenza non trovi pace. Ed è per questo che attendono la loro vendetta. Vendetta che viene consumata nel tempo. Non posso più resistere, la mia mente abbandona l’idea di lottare. Il vaso è colmo e la colpa è unica: ha nomi e cognomi. Se dovessero accadere atti di violenza nei miei confronti e dei miei familiari la responsabilità è del Servizio Centrale di Protezione e di coloro preposti alla sicurezza”. Nessuno sente l’esigenza di rispondere. Come Carmine Mocerino, onorevole, presidente della Commissione anticamorra della Regione Campania. Ecco il testo di una mail scritta da un testimone: “sono giorni che le ho scritto e più volte ho telefonato alla sua segretaria, attendevo un suo gentile contatto ma mi rattrista costatare che ad oggi Lei non abbia trovato cinque minuti per contattarmi. Gradirei incontrarla sia come cittadino ma anche da testimone di giustizia”. Ma cosa hanno fatto i testimoni di giustizia in Italia per ricevere questo trattamento?

Gennaro è arrivato in aeroporto alle 16:30, si è rifugiato all’interno del gabbiotto della Guardia di Finanza. In Prefettura, dopo due ore dall’arrivo del testimone, il funzionario di turno non è a conoscenza della situazione: “non ho ricevuto nessuna telefonata dalla Guardia di Finanza. Mi serve il tempo per capire cosa è successo. Sono soltanto un funzionario di turno, ora provvediamo a risolvere la situazione”. Alle 18:27 una nuova telefonata di Gennaro: “Stanno arrivando. Ma scrivi, la gente deve sapere come veniamo trattati”.

#Cultura della #Legalità con gli Studenti di Campobasso

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GRAZIE DI CUORE.

Siete una risorsa per il futuro. Con i ragazzi dell’Istituto ‘Petrone’ di Campobasso, 20 novembre 2015.

#‎insiemesipuò‬

Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie

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di Miriam Iacovantuono e Davide Vitiello

Una giornata all’insegna della legalità, attraverso il ricordo e la testimonianza di donne e uomini che hanno sfidato la “schifosa mafia”: da Paolo Borsellino a don Pino Puglisi, fino alla testimone di giustizia Lea Garofalo. Davanti alla platea dei piccoli studenti dell’istituto comprensivo Petrone di Campobasso, il giornalista Paolo De Chiara ha lanciato il monito: “la mafia la si combatte attraverso il rispetto delle regole e pensando con la propria testa”.

Parlare di legalità, partendo dalle scuole e tra i giovani, è un progetto che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso sta portando avanti da diversi mesi. Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara ha accettato di sostenere questo progetto incontrando e parlando agli studenti dell’Istituto Comprensivo “I. Petrone” del capoluogo.

L’Assessore alla Cultura, Emma De Capoa, presentando il progetto sulla legalità e introducendo il giornalista, ha rivolto un monito ai ragazzi “Studiate, crescete culturalmente, perché solo la cultura vi renderà liberi e vi farà contrastare chi vi potrà portare sulla strada dell’illegalità. Rimanete sempre fedeli a voi stessi e non abbassate mai la testa.”

Partendo proprio dalla facoltà di scelta che ogni individuo deve avere, Paolo De Chiara spiega ai ragazzi che cos’è la mafia, che un atteggiamento mafioso è anche non rispettare le semplici regole di ogni giorno, non rispettare le persone che hanno il colore della pelle diverso dal nostro o professano un’altra religione o semplicemente buttare la carta per terra, rompere un banco o scrivere su un muro.

Ha parlato di criminalità organizzata, ma soprattutto ha voluto raccontare l’esempio di tanti eroi che la mafia, supportata “dallo stato con la s minuscola”, l’hanno combattuta opponendosi ad essa e trovando la morte. De Chiara ha citato l’esempio di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, Peppino Impastato.

Ha parlato dei testimoni di giustizia, quelle persone che hanno deciso di non rimanere inermi, denunciando l’arroganza mafiosa. In particolare donne coraggiose, come Lea Garofalo, che si sono ribellate al sistema mafioso, opponendosi finanche alle loro famiglie, alle loro madri, ai loro padri, ai loro mariti, per proteggere i propri figli e portarli fuori da quel mondo.

“Quella contro la mafia è una battaglia che si può vincere ragionando, pensando con la propria testa per cambiare la mentalità mafiosa – ha detto De Chiara – . Oggi e soprattutto domani dovete scegliere con la vostra testa” e citando ancora il magistrato Borsellino ha detto: “la rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa nella cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”.

Alla fine dell’incontro il giornalista ha risposto alle tante domande che gli studenti, che lo hanno seguito attenti e incuriositi, gli hanno rivolto su un argomento così ampio e importante come quello della legalità.

Il messaggio che il giornalista e scrittore molisano ha voluto lasciare ai giovani, che sono il futuro del Paese, è quello che ognuno liberamente deve decidere da che parte stare, ragionando con la propria testa, studiando e rispettando gli altri e soprattutto che tutti insieme si può fare di più anche per rendere onore a chi è stato lasciato da solo.

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA. “Ho denunciato il clan e ora sono costretto a combattere anche contro lo Stato”. #tdg

francesco paolo

Il tdg Francesco Paolo

“Non rispondono alle nostre istanze. Ci sentiamo totalmente abbandonati. All’inizio promettono e alla fine ci scaricano”. Queste le amare parole utilizzate da un testimone di giustizia campano, rassegnato e stanco dopo anni di battaglie e privazioni.

Non è l’unico a lamentare e a denunciare il trattamento subito. I problemi, mai risolti, riguardano tutti i testimoni italiani. “Ho fatto il mio dovere e ho perso tutto”. Francesco Paolo è una persona perbene. È originario di Cancello Arnone, in provincia di Caserta, ed è un imprenditore nel settore lattiero-caseario. La sua azienda si chiamava ‘Antico caseificio dei Mazzoni’ ed operava sul territorio diMondragone.

Francesco è un cittadino che ha fatto semplicemente il suo dovere, non ha abbassato la testa di fronte all’arroganza mafiosa. È stato avvicinato e minacciato. Ma non è sceso a compromessi con i criminali del clan La Torre. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare il suo estorsore. Ha resistito. Si è affidato allo Stato entrando, con tutta la sua famiglia, nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

“In questo modo è iniziato il mio calvario. Oltre a fronteggiare gli attacchi dei criminali ho dovuto subire l’abbandono da parte dello Stato”. La storia di Francesco è poco conosciuta, come quella di molti testimoni di giustizia. Utilizzati come dei limoni: spremuti e poi abbandonati. Perché non hanno lo stesso ‘potere’ dei collaboratori, ex delinquenti legati alla criminalità organizzata. Perché sono ritenuti un peso e non una risorsa. Si sono trovati e si trovano, ancora oggi, di fronte ad uno Stato assente, silente. Bravo a parole, ma fallimentare nei fatti. “Ho sempre svolto – spiega il testimone di giustizia – questo tipo di attività. Dopo anni di sacrifici ho preso in mano il caseificio a Mondragone, che già esisteva da diversi anni. Dopo sei anni dall’apertura sono cominciate le pressioni della criminalità organizzata. Nei primi tempi ti lasciano stare, poi quando inizia a funzionare ti vengono a cercare”.

I fatti risalgono agli anni 2000. “Stavo guardando la finale dei campionati europei, la partita dell’Italia con la Francia. Arriva mia moglie e mi dice di aver ricevuto una telefonata. Una voce maschile, un messaggero del clan La Torre di Mondragone, comunica che dobbiamo dare 200 milioni, con la minaccia di farci saltare in aria”.

Cosa succede dopo la telefonata?

Siamo andati subito in caserma a denunciare. Per tre o quattro mesi non si sono fatti sentire più. Ho cominciato a collaborare con i carabinieri. Quando sono ricomparsi sono ripartiti con le minacce, con gli spari, con le intimidazioni.

L’anno successivo, nel 2001, arriva l’appuntamento con l’estorsore.  

Sempre in collaborazione con i carabinieri sono andato all’appuntamento, in un bar. Abbiamo preso degli accordi, “se tu vuoi stare tranquillo, devi pagare. Se vuoi il tuo bene e quello della tua famiglia devi stare tranquillo e pagare”. Mi seguivano ovunque, più di una volta ho dovuto allertare le forze dell’ordine.

Qual è la richiesta dei camorristi?

Tre milioni e mezzo di lire ogni tre mesi e, poi, una richiesta di 200 milioni, una tantum. Non ho mai avuto l’intenzione di pagare, per una questione di valori. Non ho mai ritenuto giusto pagare questa gente. Abbiamo fatto le fotocopie dei soldi, la mattina del 26 luglio (2001, ndr) i carabinieri lo hanno fermato e trovato con i soldi fotocopiati. L’esattore, Michele Persichino, viene arrestato in flagranza di reato. È stato il primo pentito del clan La Torre e dal suo pentimento sono scaturiti una serie di arresti.

Come si comporta il clan dopo l’arresto?

Nonostante la protezione continuavano a telefonare e a minacciare “tu puoi mettere anche l’esercito, ma devi saltare in aria”. Una condanna a morte. Ci hanno provato in tutti i modi.

Ad esempio?

Una notte, dieci giorni dopo l’operazione, a trecento metri da casa, i carabinieri hanno intercettato, avendo anche un conflitto a fuoco, un latitante. Un killer chiamato per eseguire la condanna a morte. Un certo Ernesto Cornacchia, uno dei killer più spietati della camorra. Viaggiava su una macchina blindata, piena di armi. Dopo il mancato attentato mi manda a chiamare il magistrato Raffaele Cantone (oggi presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione,ndr) e mi dice: “Questa volta, tramite delle intercettazioni, abbiamo capito e siamo riusciti a fermarli. Non sappiamo se la prossima volta ci riusciremo”. Mi cominciano a parlare del programma di protezione, della drastica soluzione di abbandonare la mia terra, la mia azienda e la mia casa. Chiesi un po’ di tempo per riflettere, ci convinsero ad accettare il programma.

Comincia il calvario?

Si, un vero calvario. Vengo spostato subito e inviato in un albergo, come un pacco postale. Mi spostano da una struttura ad un’altra, in attesa della mia famiglia: mia moglie e tre figli, all’epoca, di 18,16 e 5 anni. A fine ottobre 2001 arriva una comunicazione, una delibera della Commissione dove ci informano dell’ingresso nel programma di tutti i componenti del nucleo familiare, con partenza immediata.

Che significa?

Un paio di giorni dopo, il 2 novembre, ci spostano in una località protetta. Ci hanno fatto girare in diverse località. La cosa che non riusciamo ancora a spiegarci è l’episodio registrato la mattina del trasferimento.

Cosa succede la mattina del trasferimento?

Davanti al caseificio abbiamo trovato cinque mazzi di garofani.

Una talpa?

Come facevano a sapere del nostro spostamento? Un segno per dire che lì eravamo morti e non dovevamo tornarci più. Giriamo tutta l’Italia. Non solo per fronteggiare la camorra.

Cioè?

Come per tutti gli altri testimoni, inizia il calvario con lo Stato. Quando cominci ad avere contatti con quelli di Roma iniziano nuovi problemi: non pensano ai traumi, alle necessità.

Che fine fa il camorrista denunciato per l’estorsione subita?

I miei interventi sono in videoconferenza. Un processo brevissimo. Michele Persichino, arrestato in flagranza, decide di patteggiare e sceglie di diventare collaboratore di giustizia. Le sue denunce portano a diversi arresti, facendo crollare tutto. Grazie alla mia decisione di denunciare.

E l’Antico caseificio dei Mazzoni?

Decidono di nominare un amministratore. La mia azienda, nel giugno del 2001 allo Slow Food di Torino, è stata considerata una delle migliori per qualità dell’area Doc della mozzarella di bufala campana. Potete immaginare il valore commerciale che avrebbe potuto avere la mia azienda. Nelle delibere prima hanno nominato un amministratore che si prendeva cura dei miei beni, stiamo parlando di un’azienda in attivo, dopo un mese mi mandano a chiamare a Roma e mi dicono che loro non possono gestire la mia azienda. Mi chiedono di trovare qualcuno che possa gestirla. Trovo un mio ex operaio che decide di fittarla. Per un anno non ho visto una lira, ho perso i soldi dell’Iva, dell’affitto. Sono stato costretto a chiudere la mia azienda. Anche lui è stato minacciato ed è scappato dal caseificio. Tutto è andato a rotoli, problematiche che ancora oggi ci perseguitano. La mia azienda si ferma, la chiudo. Pago tutti i miei fornitori, ho sempre pagato tutti. Ho continuato a pagare anche senza lavorare. Lo Stato è venuto meno a tutte le promesse che ha fatto.

E il programma di protezione?

Dopo un anno e mezzo sono uscito. Dopo la mia decisione mi hanno semplicemente sconsigliato di tornare a Mondragone. Nella mia terra. Viene nominato un amministratore per l’acquisizione dei mie beni e con una perizia quantifica il valore: quasi un milione di euro. È tutto indicato nella delibera. Prendo la capitalizzazione, firmo la rinuncia e l’acquisizione dei beni da parte dello Stato. Trovo un’azienda agricola e avviso del mio interesse. Passa del tempo, ma i soldi non arrivano. Mi mandano a chiamare e mi comunicano che esistono problemi sull’acquisizione. Sbagliano la procedura.

Accade tutto dopo gli accordi già presi?

Si, dopo le firme. Con la nuova procedura da parte dell’agenzia del demanio i miei beni vengono stimati intorno ai 280mila euro. I patti non vengono rispettati, firmo la rinuncia per una cifra e mi trovo con una negoziazione sfavorevole. Ogni volta che presento un’istanza mi rispondono che ho firmato la rinuncia. Ma io ho firmato una rinuncia per una cifra diversa, inserita in una delibera. In un documento ufficiale.

Oggi l’azienda è dello Stato?

La mia azienda non è stata più acquisita. È chiusa e smantellata. Il capannone è venduto, la mia casa è occupata da un signore che voleva comprarla. Mi ha dato un piccolo acconto e ha occupato la mia abitazione. Ho chiesto l’intervento del Servizio centrale di protezione, puntualmente mi rispondono che me la devo rivedere da solo perché sono fuori dal programma. Ho presentato denunce alla Procura, siamo in causa da dieci anni. Io vivo a chilometri di distanza, come posso seguire queste cose? Ho una serie di cartelle esattoriali, del periodo in cui era chiusa, per un’azienda che non esiste più.

È stato riconosciuto il danno biologico?

Non hanno riconosciuto nemmeno il danno biologico. Sono venuto a conoscenza di testimoni fuori dal programma da venti anni che nel 2012 hanno ottenuto il danno biologico. Sono vere e proprie ingiustizie.

“Non mi pento di aver denunciato un atto criminoso, ma mi pento di essermi fidato dello Stato”. È ancora valida questa affermazione?

Hanno creato testimoni di serie A e testimoni di giustizia di serie B. Dobbiamo essere tutti uguali. Perché c’è chi sguazza nell’oro e chi non riesce nemmeno a mangiare? Chi ha i santi va in paradiso, chi non ha nessuno viene lasciato alla deriva. Come la legge per l’assunzione nella pubblica amministrazione. Le leggi devono valere per tutti, invece non accade così. Perché solo per pochi e non per tutti? Da parte delle Istituzioni non c’è la reale volontà di combattere i fenomeni mafiosi. Lo Stato non c’è. Noi testimoni siamo niente, non portiamo voti, non portiamo favori alla politica.

Vi sentite un peso?

Siamo un peso, sempre se non si ha il santo in paradiso. Devono usare più giustizia ed equità per tutti. La Commissione centrale dovrebbe aiutare a ricostruire la vita dei testimoni, senza fare assistenzialismo e favoritismi. Non è giusto

Oggi come vive la famiglia Paolo?

Stiamo cercando di rialzarci, siamo riusciti a creare una piccola attività, anche se le problematiche legate al passato ci penalizzano. Le cartelle esattoriali, parlo di quelle relative al periodo di protezione, continuano ad aumentare. Riusciamo, a fatica, ad andare avanti. Abbiamo un piccolo allevamento di bufale, io solo questo so fare. Senza l’aiuto dello Stato.

Le organizzazioni criminali non dimenticano, avete ancora paura?

Bisogna convivere con la paura, abbiamo sempre il timore che possa accadere qualcosa. Il Servizio centrale non funziona, ci sono funzionari e burocrati che non conoscono i nostri problemi. Non basta spostarci come pacchi. Abbiamo l’esempio di tanta gente che è stata ammazzata, che continua a subire attentati. Si è testimoni di giustizia per sempre, non solo nel periodo di protezione.

Voi siete tutelati?

Noi siamo abbandonati. Una volta che esci dal programma nessuno ti pensa. Con i processi ti sfruttano, poi diventi un peso. Continuo a produrre istanze, ho chiamato Bubbico (vice ministro dell’Interno, ndr), il Servizio centrale. Non so più chi chiamare. Nessuno risponde. Solo dopo la morte riacquistano la memoria, è già successo con Domenico Noviello. Dopo tutti sono bravi a ricordare le persone che avevano bisogno di protezione e di aiuto. Ho ricevuto dei messaggi da parte di soggetti legati alla criminalità organizzata della mia zona, io e la mia famiglia non possiamo tornare nei nostri territori di origine. Non è giusto.

In questi giorni sulle reti nazionali sta andando in onda uno spot pubblicitario del ministero dell’Interno: “Lo Stato sostiene le vittime di estorsione ed usura che denunciano i loro aguzzini, dando loro la possibilità di reinserirsi nell’economia legale grazie al ristoro dei danni subiti”.

Uno spot inutile, creato per gli amici degli amici. Per regalare soldi agli amici. Lo stesso ragionamento vale per la Carta dei diritti del testimone di giustizia. Stiamo parlando di un carrozzone creato ad arte.

da restoalsud.it

da FANPAGE.IT – Omertà e rifiuti tossici in Molise

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“La mafia è una montagna di merda” così il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara, parafrasando Peppino Impastato, rende sua questa citazione. È stato uno dei primi giornalisti a denunciare l’ecomafia in Molise ed ancora oggi continua a dare voce a coloro che, senza paura, lottano contro le criminalità. Il suo giornalismo viene fatto nelle scuole, parlando ai giovani perché “Per contrastare la mafia serve l’istruzione” così si racconta De Chiara.

‘Il veleno del Molise’, ‘Testimoni di Giustizia’, ‘Il coraggio di dire no’ sono tutte storie di denuncia a cui il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara ha dato voce. Filo comune per tutte, è quello di contrastare l’omertà e lottare contro le criminalità perché ‘La mafia è una montagna di merda’. Così il giornalista De Chiara denuncia i trent’anni di omertà molisana sui rifiuti tossici e rende giustizie a donne come Lea Garofalo che hanno rischiato la vita per opporsi alla ‘ndrangheta.
‘Per contrastare la mafia, oltre alla coerenza e i fatti, serve l’istruzione’ ci dice De Chiara e non è un caso che il suo giornalismo viene fatto nelle aule delle scuole, parlando ai giovani studenti. Così il giornalista ci spiega il filo sottile ma fondamentale che distingue lo Stato dalla Mafia.

Quando si parla di mafia, qual è la linea sottile che distingue la vittima dal carnefice?

«Non bisogna solo utilizzare le parole per contrastare le mafie e la mentalità mafiosa. E’ necessario contrastare attraverso i fatti, quotidianamente, le azioni della criminalità organizzata. Bisogna partire dalle piccole cose per cominciare a mettere i bastoni tra le ruote a questi criminali e a questa diffusa mentalità criminale. Le parole devono essere sostituite dai fatti. “Nemmeno un caffè”, diceva Borsellino ai suoi sostituti. Con certe persone, vicini a certi ambienti, non ci si può scambiare nemmeno un saluto. Su questi temi bisogna essere chiari e netti. Senza attendere le famose sentenze definitive, certi fatti vanno denunciati e certe persone vanno allontanate. La coerenza è necessaria per cambiare registro. Definitivamente».

“Sto vedendo la mafia in diretta” così Borsellino commentava la trattativa. Quant’ è difficile capire, allora, chi è la vittima di mafia e chi il carnefice?

«Siamo un Paese che si fonda sulle trattative tra le schifose organizzazioni criminali e gli apparati dello Stato, in questo caso con la ‘s’ minuscola. Da Portella della Ginestra al sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, sino alla vergognosa trattativa Stato-mafia, che ha saldato ulteriormente i legami tra mafiosi e personaggi delle istituzioni. Troppi silenzi si sono registrati, troppe manovre sono state utilizzate per coprire questa vigliaccata. Non si stringono patti, le mafie devono essere sconfitte definitivamente. I magistrati e le persone che lottano quotidianamente, facendo semplicemente il proprio dovere, vanno sostenuti e protetti in vita. E non ricordati dopo la morte. Vittima e carnefice? Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato una vittima o un carnefice? Non bisogna mai fermarsi alle comunicazioni ufficiali, alle assoluzioni mediatiche. La conoscenza è il primo passo per cambiare. Vittima o carnefice? Scrive la Corte d’Appello di Palermo, 2 maggio 2003: “I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; […] una vera e propria partecipazione all’ associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […]. Non resta, allora, da confermare il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estinto per prescrizione”. Una prescrizione che è passata per assoluzione. Ecco la differenza tra vittima e carnefice. Don Lorenzo Milani diceva ai suoi ragazzi: “Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”. Bisogna informarsi, sempre. Per capire cosa ci accade intorno».

Qual è invece la linea che differenza lo Stato dalla Mafia?

«Lo Stato siamo tutti noi, le mafie sono organizzazioni criminali opprimenti, rappresentate da squallidi personaggi, presenti sul nostro bellissimo territorio. Gruppi criminali che risalgono all’ Unità d’Italia. Ecco che ritornano le trattative tra uomini delle istituzioni e le organizzazioni criminali: come la scelta del prefetto di polizia Liborio Romano, fatti che risalgono al 1860, di accordarsi con i camorristi dell’epoca per la gestione dell’ordine pubblico per l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Secondo Di Matteo, il magistrato che si sta occupando della trattativa tra cosa nostra e gli uomini dello Stato, definita “presunta” ancora da qualcuno, per “sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero dentro di sé”. Nino Di Matteo è continuamente minacciato di morte per il suo lavoro. Stiamo rivivendo la stessa situazione degli anni ’90, con Falcone e Borsellino: le lettere del corvo, il tritolo arrivato a Palermo, le continue minacce, il silenzio dei rappresentanti istituzionali, gli attacchi e le difficoltà per evitare di arrivare alla verità. Lo Stato siamo noi e tocca a noi tutti fare la nostra parte. “La rivoluzione – diceva Paolo Borsellino – si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”».

Tornando alla sua professione, quando decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare la mafia?

«Non si decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare le mafie. Si fa questo mestiere per informare semplicemente i lettori, con la schiena dritta. Senza guardare in faccia a nessuno. Bisogna raccontare i fatti ed è necessario dare voce a chi non ha voce. Non sono d’accordo a legare le persone e le professioni con inutili etichette, tipo “giornalista antimafia”. Il giornalista, ma il ragionamento vale per tutte le altre professioni, deve semplicemente fare il proprio dovere. Fare il cane da guardia del potere».

Moltissimi gli incontri che tiene soprattutto nelle scuole. Come spiega ai giovanissimi la mafia? E quanto è difficile farlo?

«È necessario incontrare e confrontarsi con le giovani generazioni, che sentono sin da subito il “fresco profumo di libertà”. La cultura della legalità deve partire dalle scuole, in ogni ordine e grado, perché, come diceva Caponetto, “la mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Su questo terreno bisogna continuare a battere. Per raccontare ai ragazzi i fatti che accadono, per crescere insieme. Per il necessario confronto su queste tematiche di vitale importanza. Loro sono pronti ad accettare la sfida”».

‘Testimoni di giustizia’ è il racconto di chi?

«Cittadini italiani onesti, che hanno visto, subito e toccato con mano l’arroganza mafiosa. Sono persone che hanno denunciato e che, oggi, si trovano tra l’incudine e il martello. Da una parte le mafie vendicative e dall’altra uno Stato poco attento. Assente. Sono degli esempi, hanno messo in discussione la loro esistenza per il rispetto delle regole e della legalità. Hanno subito minacce, richieste di estorsioni, attacchi violenti, incendi, percosse. Ma non hanno ceduto, non si sono piegati di fronte ai mafiosi vigliacchi. Che poggiano la loro forza sulla paura delle persone. È doveroso ribaltare anche il concetto di “paura”: non devono aver paura i cittadini onesti, ma sono i mafiosi ad aver paura delle persone perbene. Per fare questo serve uno Stato presente e disponibile. Nel libro Testimoni di Giustizia (Perrone Editore, Roma, 2014) racconto dieci storie: sei testimoni vivi (Gennaro C., Giuseppe e Domenico Verbaro, Rocco Mangiardi, Luigi Coppola, Valeria Grasso, Carmelina Prisco) e quattro testimoni uccisi dalle mafie (Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Domenico Noviello, Ignazio Aloisi), perché lasciati soli dallo Stato. Non si possono abbandonare al proprio destino cittadini che hanno dimostrato che è possibile denunciare e far arrestare i mafiosi. I testimoni di giustizia, nel nostro Paese, sono trattati come un peso e non come una risorsa. Necessaria».

Uno dei suoi maggiori successi è espresso nel libro dedicato a Lea Garofalo, perché sceglie proprio la sua storia?

«Perché è la storia di una donna che non si è piegata, non ha girato la testa dall’altra parte. Non si è fatta mettere i piedi in testa da squallidi ‘ndranghetisti. Sei vigliacchi che hanno ucciso una donna indifesa. Lea è una fimmina calabrese, figlia e sorella di boss ‘ndranghetisti. Ha sentito la puzza della ‘ndrangheta sin dalla culla. Per proteggere sua figlia Denise è andata incontro alla morte. Con Il Coraggio di dire No (Falco Editore, Cosenza, 2012) ho voluto semplicemente raccontare la storia di questa donna. Far conoscere la sua esistenza, perché la memoria è importante. Lea ha subito, il 5 maggio 2009, un tentativo di sequestro nella mia Regione. In vita nessuno ha mosso un dito per proteggere e aiutare Lea. Viviamo in un Paese strano. Accade sempre tutto dopo. Perciò è fondamentale conoscere la storia di Lea Garofalo. Nemmeno in Molise ha trovato aiuto. È stata abbandonata e lasciata nelle mani di questi vigliacchi ‘ndranghetisti, condannati definitivamente all’ergastolo. Lea, una donna sola, ha sconfitto, anche grazie alla figlia Denise, un intero clan di ‘ndrangheta. Insieme possiamo fare molto. Ecco cosa insegna la storia di Lea, questo è l’esempio che ha lasciato a sua figlia. La dignità e la consapevolezza che è possibile colpire questi schifosi criminali».

In Molise c’è la mafia? E di che tipo?

«In Molise ci sono le mafie, che fanno i loro sporchi affari. Non lo dico io, ma i rapporti, le relazioni, le indagini, le sentenze della magistratura. A Campobasso i magistrati hanno condannato dei cittadini residenti a Bojano perché imponevano le loro macchinette mangiasoldi in tantissime attività commerciali, attraverso il metodo mafioso. Addirittura scendono in Calabria per ottenere l’autorizzazione della ‘ndrangheta. Per non parlare del riciclaggio del denaro sporco, delle opere pubbliche, del cemento, dei rifiuti, della corruzione. Uno degli ultimi episodi risale all’inizio dell’anno:  un’operazione effettuata dalle forze dell’ordine. Un sequestro di un’impresa individuale di distribuzione di carburanti, con sede a Vinchiaturo (Campobasso), intestata ad un prestanome dei Contini, un clan di camorra. L’operazione è contenuta nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, del I semestre 2014. In Molise, però, si fa finta di non vedere. Nessuno parla, nessuno denuncia. Tutto tace».

È stato uno dei primi giornalisti molisani a parlare di ecomafia molisana. Cosa l’ha più sconvolta nello scoprire l’altra faccia della sua tranquilla regione?

«Non è una regione tranquilla. Non esistono ‘isole felici’, da nessuna parte. Il Molise, come molte altre realtà, è stata utilizzata come una pattumiera. Non dimentichiamo le operazioni fatte dalle forze dell’ordine, come quella realizzata nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro. Due aziende, la Fonderghisa e la Rer, sono state gestiste dai Ragosta. In questi due stabilimenti, dove erano presenti degli altiforni, venivano sciolte sostanze pericolose. Ad esempio i carri armati provenienti dall’ex Jugoslavia pieni di uranio impoverito. Ma non solo: traffici di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco, rifiuti pericolosi e dannosi per la salute umana. In quel territorio si sono costituite le Mamme per la salute e l’ambiente, perché si muore di malattie strane. Nascono bambini malati. Il problema non riguarda solo il venafrano, ma l’intera Regione. Ma non c’è dibattito su questi temi. Dopo innumerevoli finanziamenti, dov’è il registro dei tumori? Perché la politica regionale non si occupa di questi problemi? Perché il Molise deve essere rappresentato istituzionalmente da un soggetto, l’attuale presidente del consiglio regionale (Vincenzo Niro), che negli anni ’80 è stato condannato in via definitiva per aver fatto entrare, insieme ad altri colleghi agenti penitenziari, delle armi nel carcere di Campobasso dove era detenuto un certo Cutolo (capo della NCO)? Di questi temi nessuno parla. Si utilizzano frasi inutili, per difendere l’indifendibile: “errori di gioventù” o “esiste una sentenza di riabilitazione”. Parole vuote e dannose. Errore di gioventù? Il giornalista precario de Il Mattino, Giancarlo Siani, è stato ammazzato a 26 anni dalla camorra perché faceva il proprio dovere. Le sentenze di riabilitazione non cancellano i gravi reati commessi e non servono alla politica. La politica con la ‘p’ maiuscola non ha bisogno di sentenze di riabilitazione, ma di persone con le mani pulite”.

Cos’è per lei la mafia?

«Un sistema di potere illegale utilizzato dal sistema di potere legale. Quanti politici, anche di livello nazionale, sono andati in galera perché eletti e legati alle organizzazioni criminali? Andreotti non è l’unico esempio negativo. Come possiamo dimenticare Dell’Utri (il fondatore di Forza Italia, definito “eroe” da Berlusconi), Nicola Cosentino (già sottosegretario durante il governo Berlusconi), Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Sicilia) e tanti altri. Bisogna rompere questo legame con la politica, dobbiamo affidarci a persone oneste. Dobbiamo sostenere le persone perbene, non lasciare soli i veri eroi come Nino Di Matteo. Il prossimo 14 novembre, a Roma, ci sarà una manifestazione per sostenere il magistrato siciliano. Dobbiamo cominciare a scendere in piazza, metterci la faccia. Se vogliamo, con i fatti, sconfiggere questi criminali. Bisogna fare il proprio dovere, costi quel che costi. Solo la schifosa ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno. Dobbiamo capire che ci troviamo di fronte a forti poteri economici, a vere e proprie industrie del crimine. Che bloccano il futuro del nostro territorio».

Gli uomini riusciranno a mettere fine alla malavita o è solo un’utopia?

«Ma quale utopia. Si può e si deve. Tutti insieme, fino alla fine. Senza tentennamenti. Non si può restare con le mani in mano e attendere gli eventi. Siamo noi tutti i protagonisti del nostro futuro. Insieme si può».
da FANPAGE.IT
14 OTTOBRE 2015, 11:43
di Maria Cristina Giovannitti

GIANCARLO SIANI, TRENT’ANNI DOPO. PARLA IL MAGISTRATO D’ALTERIO

“Indagammo anche un esponente di massimo spicco di Cosa nostra come mandante, insieme ai Nuvoletta”

siani

Giancarlo Siani, giornalista

di Paolo De Chiara

“Questi trent’anni non sono passati inutilmente. Il messaggio di Giancarlo è stato recepito. Le commemorazioni che vengono effettuate in suo onore e il ricordo della sua figura costituiscono il lascito più importante dell’azione di Giancarlo Siani. Tanti giovani sono stati avvicinati all’etica e al perseguimento della legalità, attraverso il suo esempio. Movimenti di opinione, giornalisti che ne seguono le tracce, che parlano di lui e che operano come lui, costituiscono uno dei lasciti di questo martirio che si è rilevato, pur quanto efferato, crudele e gravissimo, non privo di ricadute positive. Come spesso accade la società trae da un fatto grave impegno e istinto di rivalsa nella legalità e nella trasparenza”. Queste le parole pronunciate dall’attuale procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio, il “magistrato tenace” (parole utilizzate da Paolo Siani, fratello di Giancarlo), l’allora PM della procura di Napoli che fece luce, con un’inchiesta giudiziaria, sull’assassinio del giovane cronista precario de «Il Mattino». Dopo quasi dieci anni da quel maledetto lunedì 23 settembre 1985, quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero, a Napoli, la camorra pose fine all’esistenza di un giornalista con la schiena dritta.

Procuratore D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

Un giovane coraggioso, appassionato non soltanto al giornalismo, ma alla verità e all’onestà nella vita quotidiana. Portava dentro di sé un rigore notevole. Non era soltanto uno studioso, ma un ragazzo pieno di interessi, di affetti e di amicizie. Portava la sua passione, il suo esser vivo e i suoi sentimenti anche nella professione giornalistica, che esercitava con disciplina, ma con la passione di un giovane ragazzo e di un professionista già in fieri.

Il “giornalista-giornalista” Siani, 26 anni, precario presso il quotidiano «Il Mattino» è stato giustiziato dalla camorra per aver svelato legami segreti e criminali. Il 10 giugno 1985, in un articolo, che Lei definisce la “causale scatenante”, descrive il tradimento del clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa nostra, nei confronti dell’alleato Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata. Questo è stato l’unico motivo che ha portato alla sua condanna a morte?

Come è scritto nel capo di imputazione, questa era stata la causale ultima e scatenante. Giancarlo Siani aveva già posto sotto la propria attenzione, attraverso gli articoli, ben più ampi scenari, cui si riferivano le domande che faceva e le risposte che cercava. Sono buona prova i numeri di telefono, trovati nella sua agenda, relativi a persone che costituivano fonte di informazione, perché fonte di quelle notizie che egli cercava con riferimento ai clan e, soprattutto, alle collusioni con l’imprenditoria e la pubblica amministrazione, creando disagio e difficoltà per le organizzazioni torresi e non solo. Già era stato, quindi, pedinato, osservato e, con altissima probabilità, anche destinatario di messaggi indiretti volti ad avvertirlo che stava seguendo percorsi pericolosi. Ciò nonostante andò in fondo, fino alla fine, non mancando di manifestare, con toni di forte condanna, anche in pubbliche occasioni, la sua avversione per la criminalità, ma soprattutto per la collusione tra criminalità e mondo dei colletti bianchi. Gli appalti di Torre Annunziata erano oggetto di un accordo che veniva stipulato tra imprenditori, camorristi e amministratori. Accordo che costituisce oggetto di sentenza passata in giudicato. Parliamo di sentenze che hanno affermato l’esistenza di quell’accordo, per la spartizione delle estorsioni, delle tangenti pagate dagli imprenditori anche ai politici, oltre che ai camorristi.

Dopo quattro giorni dall’assassinio viene arrestato Alfondo Agnello, detto Chiocchiò. È il procuratore capo Francesco Cedrangolo che annuncia l’arresto. Nel 1988 arriva il proscioglimento. Sembra un film già visto: strage di via D’Amelio, con il falso pentito Scarantino. L’individuazione dei mandanti e degli esecutori non è stata semplice, tra depistaggi, silenzi e contraddizioni. Lei ha affermato che è stato “tradito anche da morto”. Che significa?

Nell’immediatezza dei fatti non cadde il muro di omertà. Più di una persona avrebbe potuto dare delle indicazioni, che non furono date. Ci fu anche un depistaggio fortissimo, volto ad infangare la figura di Giancarlo Siani e soltanto pochi, fra cui un’amica di Giancarlo (Chiara Grattoni, nda), aiutarono a tracciarne incisivamente la figura limpida. Quella figura che noi abbiamo compiutamente accertato a distanza di anni.

Prima della svolta del 1993 si registrano diverse piste, nuovi responsabili, nuove ipotesi. Per Amato Lamberti, direttore dell’«Osservatorio sulla camorra», Siani si stava occupando della ricostruzione post-terremoto, dell’intreccio camorra-affari-politica.

Gli interessi politico criminali che ruotavano intorno alla famiglia Nuvoletta non escludono affatto che nei giorni precedenti la genesi della causale scatenante, ovvero nell’intervallo tra quell’articolo e l’omicidio, ma anche in precedenza, ulteriori alleanze o mere adesioni possano essere state raccolte. Addirittura si raccolse l’adesione di Valentino Gionta che era in carcere. Niente di più facile che altre adesioni, visto anche l’impatto in termini di reazione da parte delle forze dell’ordine, che si prevedeva sul territorio, ed ulteriori alleanze, anche in funzione della molteplicità delle tematiche criminali affrontate da Siani, si siano coagulate intorno all’omicidio, anche rafforzando la fase esecutiva tramite appoggi logistici e/o diretti.

Agosto 1993: il camorrista affiliato a Cosa nostra Salvatore Migliorino, il trait d’union tra il clan Gionta e i colletti bianchi, decide di collaborare con la giustizia. Da quel momento Lei si occupa anche del caso Siani, dopo quasi otto anni riparte l’inchiesta.

Migliorino Salvatore non fu decisivo per l’accertamento delle responsabilità, ma indispensabile per la riapertura delle indagini, oltre che per l’accertamento delle collusioni politico criminali e per gli omicidi, perché delinea lo scenario che porta a Torre Annunziata, agli interessi politico-criminali del clan Gionta. Per quanto riguarda l’accertamento dei fatti, Migliorino riferisce de relato, rispetto a quanto appreso da Di Ronza Eduardo,  deceduto quando Migliorino parla. Addirittura era detenuto quando si verifica l’omicidio di Giancarlo Siani, così come era detenuto Gionta. Notizie di seconda mano, abbastanza generiche, che costituiscono il primo passo per approfondire l’indagine.

Qual è il secondo passo?

Continuare nelle indagini già in corso sul clan Gionta-Limelli-Gallo, procedere ad ulteriori arresti, esercitare pressioni investigative per ottenere ulteriori collaborazioni, intercettare, convincere le vittime a collaborare, effettuare sequestri di armi e catturare i latitanti. Decisivo fu l’arresto di alcuni latitanti, operato dal commissariato di Torre Annunziata e dalla sezione di P.S. presso la Procura di Napoli, nell’hinterland milanese.

Cosa accadde?

In una notte  raggiungemmo, in auto,  Milano, sulla base delle dichiarazioni di Graziano Matteo resemi ventiquattro ore prima. Procedemmo agli arresti dei latitanti, il cui covo, nel milanese, fu  indicato da Graziano Matteo. Arrestammo pericolosi esponenti del clan Gionta, che attraverso il traffico di droga rifornivano le famiglie dei detenuti: Sperandeo Alfredo, Pisacane Vincenzo e altri due personaggi di spicco del clan. Stiamo parlando del 14 ottobre 1994; nel dicembre successivo questa azione portò alla decisione di Donnarumma Gabriele di collaborare, nella consapevolezza che il clan era alla strette e seguendo l’espresso invito che gli rivolsi quando era nelle gabbie di udienza nel corso del processo per 416 bis presso la prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Siani, con i suoi articoli, dava fastidio alla camorra o alla politica, vicina all’organizzazione criminale?

Lui è stato uno dei primi a mettere l’accento su questo tema, a livello preventivo, rispetto all’indagine. Uno dei primi a martellare su questo argomento.

Il 14 aprile 1997 arrivano le sentenze di primo grado, la seconda sezione della Corte di Assise (presieduta da Pietro Lignola) approva il suo lavoro. Ergastolo per Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta, Maurizio Baccante (i mandanti); per gli esecutori Ciro Cappuccio e Armando Del Core e per il pentito Ferdinando Cataldo; 28 anni per Gabriele Donnarumma, assoluzioni per Alfredo Sperandeo e Gaetano Iacolare. Per quest’ultimo Lei aveva chiesto l’ergastolo, arrivato durante il secondo grado. Che fine fanno gli altri responsabili, i colletti bianchi?

Sono stati condannati numerosissimi amministratori, fra cui tre sindaci di Torre Annunziata per gravi reati contro la pubblica amministrazione, in alcuni casi anche con l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203 del ‘91, cioè l’aggravante della finalità mafioso-camorristica. Condannato anche  un assessore per corruzione. Tutti coinvolti nel sistema delle tangenti torresi.

Il 7 luglio 1999 arriva la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presieduta da Corrado Colangelo), che conferma la sentenza di primo grado. Il 13 ottobre del 2000 la prima sezione penale della Cassazione annulla, con rinvio, l’ergastolo di Valentino Gionta. Nel processo di Appello l’assoluzione. Lei ha condiviso questa scelta?

Ho preso atto delle motivazioni della Corte di Cassazione. Queste motivazioni sono, essenzialmente, in diritto. Non pongono in dubbio che il comportamento ascritto a Gionta fosse idoneo ad integrare concorso, nonostante avesse in un primo momento dichiarato la propria opposizione al delitto e, successivamente, dato il suo avallo con il solo limite che non venisse commesso in Torre Annunziata, né sollevano dubbi sulla  collaborazione di Donnarumma Gabriele, bensì sull’effettivo carattere individualizzante dei riscontri, ritenuti generici nei confronti di Gionta.

Essere il capo dell’organizzazione i cui esponenti, Ferdinando Cataldo in particolare, erano coinvolti nel delitto  non è stato ritenuto sufficiente riscontro alle dichiarazioni di Donnarumma, che a Gionta aveva attribuito la finale adesione al delitto.

Per Amato Lamberti è stato un delitto politico. Bisognava indagare sulle cooperative degli ex detenuti, volute e gestite dai clan.

L’indagine sulle cooperative condusse alla sentenza di proscioglimento del giudice Palmeri, nei confronti di diversi imputati. Quella fu la pista originariamente intrapresa dalle indagini e notevolmente approfondita. Anche la causale che porta alle cooperative è pienamente compatibile con quanto accertato, che ricollega l’ostilità verso Siani alla sua complessiva attività di ricerca e cronaca sugli interessi delle organizzazioni criminali.

Pietro Gargano, già caporedattore de «Il Mattino» e l’avvocato penalista Bruno Larosa hanno sottolineato diverse volte che la verità non è emersa dal processo e dalle sentenze.

All’interno del clan Nuvoletta  quell’articolo (Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, «Il Mattino», 10 giugno 1985, nda) fu la causa ultima, spesa per motivare, all’interno, l’omicidio del giornalista. Altri livelli sono stati da noi comunque sempre tenuti presenti e percorsi. Non dimentichiamo che Donnarumma Gabriele affermò che,  di fronte alle titubanze di Gionta, i Nuvoletta non mancarono di premere, comunicando che la decisione di procedere al delitto era condivisa, alla fine quasi imposta, da parte di Cosa nostra, tramite persona che Donnarumma apprese essere lo “zio della Sicilia” e che noi identificammo nel massimo rappresentante di vertice di  Cosa nostra. In un delitto così grave, così come sono stratificate le causali, così anche le compartecipazioni possono essere attinte da diversi livelli di conoscenza, in un rapporto di proporzionalità inversa rispetto ai riscontri.

Intendo dire che, quanto più alti, e quindi meno noti ai compartecipi materiali, sono i livelli di responsabilità dei mandanti, tanto più limitata è la possibilità di reperire riscontri in merito.

Il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex luogotenente di Riina, è stato sentito dai magistrati sull’omicidio Siani. 

Sul punto prendo atto di quanto lei mi comunica. Per quanto riguarda la mia indagine, posso solo dire che, nell’ambito della stessa, un esponente di massimo spicco di Cosa nostra fu iscritto come mandante, insieme ai Nuvoletta. Questa pista parve attendibile e affidabile. La posizione fu archiviata nella fase delle indagini preliminari, anche perché Donnarumma parlò dello “zio” della Sicilia, ma non disse mai chi fosse con certezza, rendendo solo la sua opinione circa chi potesse essere. Ulteriori approfondimenti non hanno consentito di consolidare tale elemento di prova, sulla cui attendibilità il Donnarumma non può spendere altro che la sua testimonianza di averne appreso dai Nuvoletta. La scelta fu dunque di evitare il rinvio a giudizio di persona che sarebbe stata assolta, con la parola fine sulle sue responsabilità, mentre un’archiviazione nella fase d’indagine consente di  procedere ex novo nei confronti dello stesso soggetto, sulla base di nuovi elementi. Non bisogna peraltro dimenticare che era quella l’epoca in cui Cosa nostra era interessata a una strategia dello stragismo, volta a distrarre l’attenzione da Cosa nostra e dalla Sicilia verso altre regioni d’Italia. Ricordiamo quello che è emerso sulla strage del treno rapido 904, dove sono stati ipotizzati concreti  interessi ed attivazioni di Cosa nostra siciliana intese a deviare gli inquirenti verso altri scenari geo-politici.

La persona iscritta come mandante fu Totò Riina?

Non entro nel dettaglio, si trattò di persona all’epoca posta ai vertici di Cosa nostra.

21 settembre 2015

da Resto al Sud:

“Anche la #mafia voleva la morte di #GiancarloSiani”

Giancarlo SIANI - Il Mattino

«il Mattino», 24 settembre 1985

LA LETTERA del Testimone: “Non ho mollato”

Gennaro C.

“Ho denunciato la criminalità, la corruzione e le infiltrazioni in appalti pubblici. La criminalità che si mescola con i colletti bianchi, che viaggia sulla linea occulta delle coperture e delle tante convivenze che la rendono sempre più invisibile. Oggi il risultato è stato quello di perdere tutto” (Testimoni di Giustizia, Giulio Perrone Editore, 2014, Gennaro C., pagg. 34-68).

“Ho subito l’infamia del potere criminale”

Scappavo lontano dalla mia terra, dai miei affetti, dalle miei gioie, lasciando tutto in un attimo. Percorrevo quella strada in direzione nord con la consapevolezza che mai più sarei potuto rientrare a vivere nella mia terra, quella terra dove avevo costruito la mia vita, dove avevo una famiglia e forse qualche amico sincero.
Ero solo a scappare, nella mia mente passavano indelebili le scene di una vita che ormai avevo perso.
Ho cambiato tante regioni, tanti luoghi. Vivendo da fuggiasco, da emarginato, con una ferita nel cuore che mai potrà essere rimarginata. Avevo il mio cuore spezzato dal dolore, ma in me c’era tanta forza. Quella forza che mi ha fatto sopravvivere.

Non ho mollato, anche quando da testimone mi sono trovato a lottare contro una burocrazia che mi stritolava, ero lì a lottare contro un nemico spietato e criminale: le minacce, le pallottole, la paura, la consapevolezza di poter essere ucciso. Di non potercela fare.

Ma non ho mollato mai.

Ho subito l’infamia del potere criminale che quando non riesce ad ucciderti ti annienta facendoti il vuoto intorno.  Un silenzio atroce.

Ma oggi io sono vivo e alcuni dei miei nemici in galera. Ed altri a darmi battaglia…
La differenza tra il bene ed il male.

Che Dio possa darmi la forza di poter vedere un giorno la parola fine.

Gennaro  C.Testimone di Giustizia

Gennaro C.

Gennaro C.

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APPALTO ALLA CAMORRA. Parla il perito: “Mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”

APPALTI ALLA CAMORRA. CONTINUA IL PROCESSO DI MONZA. 

LA PASSERELLA DI CINISELLO BALSAMO, LA NUOVA UDIENZA DI MONZA.

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza 

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE 

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza 

LA SPINA NEL CUORE. Il tdg: “Del Rio non può stringere la mano a un cittadino onesto?”

la spina nel fianco

Il ministro Del Rio con l’ex senatore Barbato (arrestato)

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LO SFOGO DI GENNARO C., il testimone di giustizia che ha denunciato gli affari della camorra (clan D’Alessandro, Castellammare di Stabia) e della famiglia di Mario VUOLO (“Il re delle autostrade”).

Appalti pubblici, opere realizzate male, milioni di euro regalati alla camorra, collegamenti, legami, connivenze, falsi certificati antimafia, corruzione, dirigenti pubblici corrotti… un generale dei carabinieri in rapporti di amicizia e di affari con i Vuolo. Tutto è emerso grazie alle denunce di Gennaro, una persona perbene. Un ex carabiniere ausiliario…

Riuscirà il nostro eroe ad incontrare Del Rio, a stringere la mano al ministro delle Infrastrutture?

 (nella foto il membro del governo con Tommaso Barbato, “l’uomo chiave” – secondo i magistrati -, coinvolto nell’inchiesta di Caserta: appalti e camorra, per i lavori alla rete idrica. Per approfondimenti: In manette l’ex consigliere Udeur Barbato, quello che sputò in aula).

“Sono mesi che chiedo un incontro con il ministro delle Infrastrutture Del Rio, per riferire di fatti inerenti false certificazioni rilasciate da un ufficio  del dicastero da lui presieduto.

Ho inviato varie email, ma nulla…

Forse un cittadino onesto, un testimone di giustizia non può stringere la mano al Ministro? Forse è pericoloso?

Oppure bisogna essere sponsorizzato da qualche carrozzone politico?

Illustre Ministro Del Rio attendo fiducioso una sua risposta, ma la foto che la ritrae con l’ex senatore Barbato, oggi arrestato e al centro di vicende che se confermate sarebbero di una gravità assoluta, è una spina nel cuore per un cittadino onesto.

Per  la giustizia, per la  legalità.

Io ho  perso tutto e vivo da esiliato, per aver denunciato un modus operandi criminale”.

Gennaro C.

Testimone di giustizia

Gennaro C.

Gennaro C.

APPALTO ALLA CAMORRA. Parla il perito: “Mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”

Aula Udienze Tribunale di Monza

Aula Udienze Tribunale di Monza

“A Monza si sta svolgendo un processo nel processo, stanno uscendo fuori tante altre cose. Voglio fare il mio dovere, fino alla fine. La Dia ritiene di aver trovato conferme a molte delle anomalie segnalate, sia riguardo al modus operandi del gruppo imprenditoriale che, si legge in un comunicato, ‘dispone di ingenti capitali di dubbia provenienza e tenta sistematicamente di corrompere i rappresentanti degli enti committenti’, sia riguardo a ‘fraudolente modifiche di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline, da parte degli imprenditori indagati e di alcuni tecnici collusi’”.

MONZA. Nuova udienza per il processo sulla passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano). L’opera faraonica, costata 13 milioni di euro. Questa mattina si è registrata la testimonianza del consulente tecnico, l’ingegner Massimo Maria Bardazza, l’autore della perizia chiesta dal PM Macchia nel settembre del 2011. “Non ho mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”. La perizia dimostra che le denunce del super testimone Gennaro C. si poggiano su dati reali. Dati di fatto. Incontrovertibili. Ma cosa scrisse, quattro anni fa, l’ingegnere iscritto all’Albo dei collaudatori della Regione Lombardia? Questi i termini utilizzati all’interno del documento: “saldature mal eseguite”, “intervento criminale” , “certificati falsi”. “Si è inoltre constata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. E ancora: “si tenga conto anche del fatto che l’operazione è riuscita perché fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo, il quale, in posizione gerarchica superiore alla posizione del direttore di cantiere e avvalendosi del fatto che i lavori sono stati eseguiti in un ambito difficile e accessibile con estrema difficoltà”. Un’opera, appalto Anas-Impregilo, affidata alla Carpenfer Roma srl di Mario Vuolo, famiglia vicina al clan camorristico D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Sequestrata il 17 giugno del 2011 dalla Procura della Repubblica di Monza e mai aperta al pubblico. Soldi pubblici buttati nel cesso. Anche Bardazza, nel corso del suo interrogatorio, ha tenuto a precisare l’importanza della denuncia del testimone di giustizia. Per Gennaro C. “l’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione, è la mamma di tutte le loro tangenti. Il capitolato della passerella era di quattro milioni di euro e il costo era molto irrisorio in confronto all’opera. L’unico che avrebbe potuto mascherare e fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci era Mario Vuolo. Firma per quattro milioni, ma ne riceve sette”.  Anomalie accertate. “Tutte le saldature sono state controllate dall’Istituto Saldature che ha presieduto  con i suoi tecnici a tutte le operazioni effettuate e strumentalmente verificato le saldature fatte con il metodo degli ultrasuoni”. “Porcherie” per Bardazza, “porcherie” nascoste all’interno della struttura “dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Certificato SOA rilasciato alla Carpenfer dalla ItalSoa di Afragola. Sul banco degli imputati, oltre a Mario Vuolo, suo figlio Pasquale, Edmondo Troisi e Alfio Cirami, anche Ernesto Valiante, l’amministratore della ditta di Afragola. Per il PM le certificazioni sono false, dato confermato anche dall’attività della polizia giudiziaria. Anomalie che hanno permesso ai Vuolo e alle sue aziende di accaparrarsi appalti pubblici per milioni di euro.

      È intervenuta anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Con un’istruttoria ha sospeso i certificati SOA delle ditte dei Vuolo, anche per accertare le responsabilità legate al rilascio delle certificazioni. “Resta un aspetto inquietanteper il testimone di giustizia Gennaro C. –, certe storie si ripetono con frequenza. Come per il viadotto siciliano, crollato poco dopo l’inaugurazione, anche la Passerella di Cinisello aveva superato il collaudo della commissione Anas, con esito positivo. Tutte le opere realizzate dai Vuolo, con le varie ditte a loro riconducibili, devono essere controllate e poste in sicurezza. Ci troviamo davanti ad un modus operandi e di complicità di alcuni soggetti che avrebbero dovuto verificare la buona esecuzione dei lavori, ma che invece erano sul libro paga dei Vuolo”.

La prossima udienza: venerdì 24 settembre 2015, ore 9:30

8 giugno 2015

ciclopedonale

La passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano)

IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

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APPALTI ALLA CAMORRA. CONTINUA IL PROCESSO DI MONZA

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Tribunale di Monza

“Molte sono le opere costruite dai Vuolo che ancora non sono state verificate. Opere pubbliche che potrebbero crollare”.

di Paolo De Chiara

MONZA. Quinta udienza per il processo sulla Passerella Ciclopedonale ss 36 di Cinisello Balsamo (Milano). L’opera, appalto Anas-Impregilo, è costata oltre 13 milioni di euro ed è ancora chiusa al pubblico. Presente in aula anche il supertestimone Gennaro C., nonostante il malore e il ricovero ospedaliero, per coma diabetico, di qualche giorno fa. “Seguirò sino alla fine questo processo”, ha affermato il testimone di giustizia, ex dipendente della ditta dei Vuolo di Castellammare di Stabia, famiglia legata al clan della camorra D’Alessandro. Tutto è partito grazie alle puntuali denunce dell’ex responsabile sicurezza del cantiere di Cinisello Balsamo. Nell’udienza di questa mattina sono stati sentiti, come testimoni, il direttore dei lavori, l’ingegner Marzi e l’ex colonnello dei Carabinieri della Dia di Milano, Roberto Masi. Il primo ha ricostruito il rapporto tra i due imputati, Mario Vuolo (il ‘re delle autostrade’, legato alla criminalità organizzata) e Alfio Cirami (il contract manager dell’Impregilo), classe 1951 di Cesarò (Messina). “Il punto di riferimento – secondo Gennaro C. – per le aziende dei Vuolo, il trait d’union”. Il 9 novembre del 1985 la Corte di Appello di Roma lo ha condannato, con sentenza irrevocabile, a sei mesi di reclusione per ricettazione. “Va in cerca dei vari Vuolo, il suo potere è immenso, dettava legge. Lui indirizzava Vuolo su cosa e come chiedere altri soldi. Gestiva un lotto sulla Salerno-Reggio Calabria di un miliardo e 700 mila euro, io ho denunciato le infiltrazioni dei Vuolo nel tratto di Palmi”. La testimonianza dell’ingegner Marzi è stata fondamentale. Davanti al giudice Barbara del Tribunale di Monza ha parlato del collaudo statico, con esito positivo, effettuato dall’Anas e della successiva ispezione delle saldature con il consulente tecnico: “non potevo credere ai miei occhi”. Errori progettuali, anomalie delle saldature. Anche Marzi ha parlato di rischio cedimento per la struttura. Nel corso dell’udienza è stato sentito anche l’altro testimone, l’ex colonnello della Dia. Masi, oggi in congedo, ha tenuto a sottolineare l’importanza della testimonianza di Gennaro C. (concetto espresso anche dal pubblico ministero Macchia), senza dimenticare le preoccupazioni legate allo spessore criminale della famiglia Vuolo. Ero preoccupato  dal primo momento, fui io a dirgli di andare via da Napoli, proposi subito il piano di protezione, ma la procura di Milano non diede corso alla richiesta”. Solo nel 2014 il testimone è riuscito ad entrare nel programma di protezione. Quattro anni dopo la prima denuncia. Anni vissuti tra stenti, minacce ed isolamenti. “Molte sono le opere costruite dai Vuolo – continua a denunciare Gennaro C. – che ancora non sono state verificate. Opere pubbliche che potrebbero crollare”. Un altro tassello si aggiunge alla storia infinita dei Vuolo. Dalla banca dati della Dia di Roma è emerso che il ‘re delle autostrade’ ha prelevato, dalla filiale di una Banca di Gragnano (Napoli), 2 milioni e 700 mila euro in contanti. Da un conto intestato alla Carpenfer Roma srl, la ditta che ha eseguito diversi cavalcavia autostradali, “falsificando le schede materiali, le prove dei collaudi”. La prossima udienza è stata fissata per l’8 giugno.

 11 maggio 2015

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IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

LA PASSERELLA DI CINISELLO BALSAMO, LA NUOVA UDIENZA DI MONZA. http://paolodechiara.com/2015/04/20/la-passerella-dei-vuolo-la-terza-udienza-di-monza/

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza http://paolodechiara.com/2015/03/24/appalti-camorra-il-processo-di-monza/

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TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza http://paolodechiara.com/2015/01/29/tdg-gennaro-c-e-il-processo-contro-la-camorra-la-prima-udienza-di-monza/

Gennaro C.

Gennaro C.

Il testimone al ministro Delrio: “Accertate le ditte dei Vuolo”

Il Ministro Delrio, foto ecodibergamo.it

Il Ministro Delrio, foto ecodibergamo.it

di Paolo De Chiara

“Avviate gli accertamenti e appurate come la ditta PTAM Costruzioni possa avere certificazioni SOA e il certificato per la trasformazione acciai se la stessa è coinvolta in più vicende giudiziarie che vedono cedimenti e crolli di strutture di carpenteria sulle autostrade italiane”. Non si ferma davanti a nulla il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Dopo le denunce, dopo le segnalazioni alle Procure e alle DDA italiane, continua la sua ‘battaglia’ contro la famiglia Vuolo, legata al clan camorristico D’Alessandro di Castellammare di Stabia. “I Vuolo – ripete spesso Ciliberto – vincono, con affidamento diretto, i lavori per la realizzazione di tutti i Punti Blu d’Italia. Appalto di quattro milioni di euro, eseguito in parte dalla Falegnameria Elefante di Gragnano (Napoli), il titolare Francesco, detto Ciccio, è il marito di Antonietta, la figlia di Mario Vuolo”. Il ‘re delle autostrade’. Il testimone di giustizia ha fatto emergere gli affari, i legami con la camorra, gli appalti. La corruzione. Ha parlato dei lavori per il casello di Cherasco (crollato nel 2008), della Passerella sequestrata di Cinisello Balsamo (Milano), dei ponti e dei caselli di Rosignano, Sinigallia, Settebagni, del casello di Firenze, dei lavori sull’autostrada A11 e A12 (“gravi cedimenti strutturali – scrivono i periti – grave pericolo”), dell’appalto per le barriere fonoassorbenti sull’A22 (bando europeo), della gara pubblica di Locate Triulzi (Milano), dell’appalto vinto presso il carcere di Larino, del portale crollato sull’autostrada (svincolo Santa Maria Capua Vetere, Caserta) nel dicembre del 2012. “Tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”.

Ciliberto ha chiesto un incontro con il neo Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Ha inviato la richiesta, via mail, anche al capo della segreteria del Ministro. “Lo scrivente chiede se avete opportunamente valutato la mia richiesta”. Gennaro è impegnato come testimone nel processo di Monza per la costruzione della Passerella Ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano), ma vuole smascherare completamente il modus operandi dei Vuolo. “Nonostante tutto tale ditta (Ptam Costruzioni, ndr) ha continuato a partecipare a gare pubbliche e a vincere con ribassi di oltre 40%. Le mie numerose testimonianze e denunce hanno permesso che tali soggetti venissero processati, ma hanno già costituito un’altra ditta denominata APR srl”. Si attende la risposta del Ministro Delrio. Incontrerà il testimone di giustizia che ha smascherato la corruzione sulle autostrade italiane?

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La Passerella di Cinisello Balsamo, la nuova Udienza di Monza.

MONZA. È la terza volta che il testimone di giustizia Gennaro C. si trova  ad affrontare  il controesame a Monza, nel processo  per la Passarella Ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano), che vede 5 imputati per vari reati: tra cui Mario Vuolo (dominus della Carpenfer Roma) ed il figlio Pasquale, già condannato per reati di mafia.

Secondo l’accusa avrebbero minacciato, in concorso con Cirami (manager della Impregilo), il super testimone, per far ritrattare le sue dichiarazioni, messe nero su bianco dalla Dia di Milano. Tutte, ad oggi, confermate  dal pubblico ministero Franca Macchia.

I quattro avvocati degli imputati non hanno dato tregua al testimone, in tutti i modi hanno tentato di far cadere l’ex carabiniere in contraddizione. Quattro ore é durato il controesame, interrotto solo per il malore che ha colpito Gennaro C., legato alla patologia causata dalla sua lunga ‘latitanza’, durata più di tre anni. Una continua fuga per vivere, per riuscire ad arrivare a questo fondamentale processo.

Una trentina i testi citati, tra cui il presidente dimissionario di ANAS, Ciucci.

La prossima udienza è stata fissata l’11 maggio. Un processo molto lungo e pieno di colpi di scena. La passerella di Cinisello, costata oltre 13 milioni di euro, resta chiusa ed il testimone di giustizia ha chiesto di incontrare  l’attuale Ministro delle Infrastrutture Delrio.

 

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APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza

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da Corriere.it

 di Paolo De Chiara

MONZA. Il processo sulla passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano) sta entrando nel vivo. Le denunce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto stanno riportando alla luce gli affari, i legami, le anomalie, le tangenti, le collusioni. I rapporti con la Camorra, quella che fa gli affari negli appalti pubblici. La famosa passerella è costata “oltre 13 milioni di euro”, e dopo sette anni è ancora chiusa. Tutto sta emergendo grazie alle dichiarazioni dell’ex carabiniere ausiliario, già responsabile sicurezza del cantiere di Cinisello. La sua testimonianza ha aperto uno squarcio sui rapporti tra alcuni dirigenti Anas, Imprengilo, Autostrade per l’Italia e aziende legate alla criminalità organizzata. Nelle sue dichiarazioni parla anche di un generale dell’Arma dei Carabinieri in rapporti di amicizia e di affari (una società di maneggio a Sorrento) con la famiglia Vuolo di Castellammare di Stabia. Già in una sentenza del Consiglio di Stato, del 29 febbraio 2008, è possibile ricostruire i rapporti e gli affari con il clan D’Alessandro. A partire da Lucia Coppola, socia accomandante della ditta C.M. sas (Carpenteria Metallica), “in rapporto parentale con persone ritenute affiliate ad un potente sodalizio criminale operante nell’area stabile”. Lucia è la figlia di Gaetano Coppola “noto pregiudicato ritenuto affiliato al clan D’Alessandro”, ma è anche la moglie di Pasquale Vuolo, detto Capa storta, “elemento emergente dello stesso clan, già arrestato e segnalato per l’applicazione di misure di prevenzione, frequentatore di diversi pregiudicati e già amministratore di società dichiarata fallita”. Lo stesso soggetto che ha minacciato il testimone: “Sono un criminale, le schifo le guardie. Ti vengo a prendere sino a Milano”. Affermazioni rilette durante il processo di Monza, dall’avvocato Inzillo. Insieme alla minaccia più infamante: “Passeremo a prendere tua figlia a scuola”. Nelle motivazioni del Consiglio di Stato appare un altro nominativo, quello di Davide Cardone, il socio accomandatario della ditta C.M. sas, “segnalato per i reati di detenzione e porto di arma illegale, minaccia e ingiuria e violazione di sigilli”, fratello di Giuseppina, “socio accomandante della società Taddeo e Vuolo, dichiarata fallita”. Tutte società riconducibili alla famiglia Vuolo. Tutte denunciate dal supertestimone Ciliberto. Nell’ultima udienza, lunedì 23 marzo, c’è stato il controesame. Il faccia a faccia con gli avvocati difensori dei Vuolo. Toni alti, parole grosse. Il giudice è dovuta intervenire in più occasioni. “Non ho paura dei Vuolo, non ho paura dei loro avvocati” aveva annunciato Gennaro. Lo sta dimostrando. Sta ricostruendo il suo ruolo in quelle ditte, il suo incarico nell’appalto milionario Anas-Impregilo per la realizzazione dell’opera di Cinisello. Ha ricostruito i vari passaggi tra i Vuolo e Cirami, il contract manager dell’Impregilo. Il punto di riferimento per le aziende dei Vuolo, il trait d’union. “Va in cerca dei vari Vuolo – ha dichiarato il testimone – il suo potere è immenso, dettava legge. Lui indirizzava Vuolo su cosa e come chiedere altri soldi. Gestiva un lotto sulla Salerno-Reggio Calabria di un miliardo e 700mila euro, io ho denunciato le infiltrazioni dei Vuolo nel tratto di Palmi. Lui diceva sempre a Vuolo: ‘non mi piace Ciliberto, è sempre un ex carabiniere, possiamo fidarci?’. Nella telefonata con Mario Vuolo del 19 maggio 2011, ore 20:06, Cirami parla di “una cosa pesantissima”, riferendosi alla denuncia del testimone Ciliberto. Una cosa pesantissima anche per il perito Massimo Maria Bardazza. La perizia del 28 settembre 2011, chiesta dal pm Franca Macchia, parla di saldature “mal eseguite”, di “intervento criminale”, di “certificati falsi”. La decisione dell’ex responsabile sicurezza ha lasciato il segno. Anche il giorno del sequestro, 17 giugno 2011, i due (Alfio Cirami e Mario Vuolo) si sentono telefonicamente. È Cirami che indica la ‘via d’uscita’: “bisognerà dimostrare che questo è un pazzo scatenato, che ti ha chiesto i soldi. Che non so dove cazzo è… e comunque lui ha consegnato delle foto, come ti dicevo, dove dimostra che è saldato male, che i ferri sono tagliati. Adesso, lunedì, il nostro avvocato penale, qui ci vuole un penalista con le palle, non so se ce l’hai, cercatelo già, bisogna andare a dimostrare che quelle foto non c’entrano niente e che comunque si può fare un altro collaudo, comunque vieni domani che ti spiego tutto quanto, che la situazione non è drammatica, è più che drammatica…”. Una storia corruttiva di attualità, che dimostra che i controlli antimafia in questo Paese “sono spesso elusi – spiega Ciliberto – e che gli appalti vengono divisi a tavolino in cambio di rolex, soldi, case e auto. Questo processo deve far luce non solo sulle anomalie strutturali, che avrebbero causato il crollo della passerella, ma anche sul giro di tangenti e collusioni”. La prossima udienza si terrà lunedì 20 aprile 2015.

Gennaro C.

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE

Gennaro C.

di Paolo De Chiara

“Sono carico, non ho paura di questa gente e dei loro avvocati”. È Gennaro Ciliberto che parla, che urla la sua rabbia. Il Testimone di Giustizia che ha denunciato la criminalità organizzata, la corruzione e le infiltrazioni negli appalti pubblici. L’ex carabiniere ausiliario che non ha dato tregua ai suoi datori di lavoro: la famiglia Vuolo, ‘imprenditori’ di Castellammare di Stabia “con precedenti penali alle spalle – scrive nell’interrogazione parlamentare del 2013 Luca Frusone del M5Stelle – e sospetti legami con il clan camorristico D’Alessandro. Il figlio di Mario Vuolo, Pasquale detto ‘Capa storta’ viene definito figura emergente del clan e la nuora è figlia di un affiliato di spicco della cosca D’Alessandro”. Un bel quadro criminale. Gennaro ha lavorato per questa gente, per il “re delle autostrade” Mario Vuolo. Doveva diventare il ‘garante’, la testa di legno. Nel 2008, anno del crollo del casello di Cherasco (Cuneo), viene nominato responsabile della sicurezza, con un appalto Anas-Impregilo (“Anas gira l’appalto a Impregilo e quest’ultima gira l’appalto a Mario Vuolo, qui c’è la corruzione”), per la realizzazione della passerella ciclopedonale ss36 di Cinisello Balsamo (Milano). Un’opera pubblica mai aperta al pubblico, sotto sequestro e costata diversi milioni di euro. “Incomincio a lavorare e c’è il crollo del casello di Cherasco”. Il casello è stato costruito dalla Carpenfer Roma srl, una delle tante aziende di Mario Vuolo, “un appalto preso da una ditta di Agrigento, poi dato a Vuolo dietro pressioni di un funzionario di Autostrade”. La pensilina di Cherasco, come precisa e denuncia Ciliberto, non è un caso isolato. L’ex carabiniere si accorge della situazione, comincia ad indagare. Fotocopia i documenti, fotografa, registra le conversazioni. “L’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione, è la mamma di tutte le loro tangenti”. I rapporti tra Gennaro e i Vuolo cominciano a deteriorarsi, troppi problemi. Troppi pericoli. Il 14 settembre 2010 subisce una strana rapina. Un tizio si avvicina e urla “dammi l’orologio”. Non finisce nemmeno la frase e scarrella la pistola. Ma commette un errore. “C’è già un colpo in canna, il proiettile cade a terra. Ho il tempo per colpirlo con due calci. Mi spara e mi colpisce di striscio alla tibia destra. Mi mette la pistola in testa e preme il grilletto, il colpo non parte. Comincia a colpirmi con il calcio della pistola. Mi portano in ospedale, il medico non chiama la polizia”. Dopo la sparatoria si interrompono definitivamente i rapporti con i Vuolo. Il 4 febbraio 2011 la prima denuncia alla DIA di Milano. Racconta tutto quello che ha visto, consegna i documenti, scoperchia la pentola. Parla degli affari, dell’attività criminale, della famiglia Vuolo, del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Presenta denunce in tutta Italia. Parla dei Punti Blu sulle autostrade (“i Vuolo vincono, con affidamento diretto, i lavori per la realizzazione di tutti i Punti Blu d’Italia. Appalto di quattro milioni di euro”), del tratto autostradale Salerno-Reggio Calabria, del ponte sullo stretto di Messina, di ponti, caselli (Rosignano, Senigallia, Settebagni), del casello di Firenze, dei lavori sull’autostrada A11 e A12 (scrivono i periti: “gravi cedimenti strutturali, grave pericolo”), dell’appalto sull’A22 (bando europeo, società Brennero, per le barriere fonoassorbenti), di una gara pubblica a Locate Triulzi (Milano), di un appalto al carcere di Larino (barriere fonoassorbenti, per un valore di un milione di euro). Parla, un anno prima, dei lavori realizzati sul tratto autostradale nei pressi di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), dove nel dicembre del 2012 crollerà la segnaletica. Non si è mai arreso Gennaro: “tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”. La sua storia è contenuta nel libro Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie, Giulio Perrone Editore.

MONZA: Il Processo nel Processo. Il primo atto è iniziato il 26 gennaio di quest’anno. Tutto ruota intorno alla costruzione della passerella di Cinisello Balsamo (Milano), sequestrata dalla Procura il 17 giugno del 2011.“Si sono accertate le anomalie – spiega il testimone di giustizia – ma nessuno la vuole. Mi fanno vedere le foto e si vedono gli errori progettuali, le anomalie delle saldature. Se fosse crollata quell’opera avrebbe fatto una strage, è una strada trafficata”. Molte dichiarazioni sono state confermate dalla DIA di Firenze e dalla Procura Generale di Monza. “Ma i difensori dei Vuolo e degli altri imputati puntano a delegittimarmi”, per far ‘cadere’ il testimone di giustizia. L’unico a confermare in aula le accuse. Lo avevano già avvisato. “Il manager Impregilo, Alfio Cirami, oggi imputato nel processo di Monza per la passerella mi disse: ‘Tu non lavorerai mai più in nessun appalto, tu non sai noi chi siamo. Ti prenderanno per un folle’”. Gennaro, invece, è ritenuto credibile, ha squarciato il muro di omertà. “A Monza si sta svolgendo un processo nel processo, stanno uscendo fuori tante altre cose. Voglio fare il mio dovere, fino alla fine. La Dia ritiene di aver trovato conferme a molte delle anomalie segnalate, sia riguardo al modus operandi del gruppo imprenditoriale che, si legge in un comunicato, ‘dispone di ingenti capitali di dubbia provenienza e tenta sistematicamente di corrompere i rappresentanti degli enti committenti’, sia riguardo a ‘fraudolente modifiche di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline, da parte degli imprenditori indagati e di alcuni tecnici collusi’”. Gli otto avvocati degli imputati, per la prossima udienza fissata lunedì 23 marzo a Monza, “hanno chiesto più di sette ore di controesame. Sono pronto”. Gennaro è assistito (“quasi gratis”) dall’avvocato Giacinto Inzillo, “mentre loro hanno avvocati che pagano con fior di quattrini. Perché lo Stato non tutela legalmente i testimoni di giustizia? Dov’è lo Stato?” Dov’era lo Stato quando sono stati affidati gli appalti alle aziende in odor di camorra? Chi effettua i controlli antimafia in questo Paese? “Sarà un processo difficile – ha dichiarato dopo la prima udienza il testimone – ma io ci sarò sempre. Avrei potuto non vedere né parlare e godermi una vita di lusso e di potere. Avrei potuto cedere alle minacce e ritrattare, ho solo fatto il mio dovere di uomo onesto. Ma ora pretendo la verità”. La prima udienza ha lasciato Gennaro con l’amaro in bocca: “non c’era nessun cittadino di Cinisello Balsamo, nessuno della società civile, nessuna associazione. Dopo quattro anni di isolamento mi aspettavo il calore e la vicinanza del popolo onesto. Questo mi ha fatto male, molto male”. Cosa accadrà il prossimo 23 marzo? Il testimone sarà nuovamente lasciato solo? Le persone perbene vanno difese in vita.

da RESTO AL SUD

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GENNARO CILIBERTO – TESTIMONE DI GIUSTIZIA

Ex carabiniere ausiliario, già dirigente di una ditta legata alla camorra di Castellammare di Stabia. Ha denunciato i lavori sulle autostrade italiane, da Nord a Sud; nei carceri; gli appalti conferiti da alcuni dirigenti corrotti di Autostrade per l’Italia, Anas e Impregilo.

La sua testimonianza, presso svariate Procure della Repubblica, ha permesso di scoperchiare la pentola della corruzione. Milioni di euro, camorra, malaffare. Tutto in cambio di nulla. Ha subìto l’isolamento, la solitudine, il silenzio. Non ha girato la testa dall’altra parte. Ha continuato la sua battaglia. Non si è fatto intimorire, ha subìto minacce, attentati. Ha lottato per la legalità. Grazie alla sua testimonianza oggi, a Monza, è iniziato un procedimento penale per la costruzione della pensilina ciclopedonale, dove sono stati buttati 16 milioni di euro. È stato utilizzato del materiale scadente, i lavori sono stati fatti dalla camorra.

Dopo tre anni di attesa, dalla prima denuncia, è arrivato il programma di protezione. Solo dopo una raccolta firme su change.org, più di 40mila firme raccolte in rete. Oggi Gennaro C. è un testimone di giustizia, per le pressioni si è ammalato, soffre di una grave patologia. Ma non si sente vinto. La battaglia è appena cominciata.

La sua storia è contenuta nel libro Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie (Perrone Editore, Roma, 2014) di Paolo De Chiara. Pagg. 34-68.

 Ecco un breve estratto del libro (pagine 66-67):

La petizione e il programma di protezione

Nel novembre del 2013, durante lo sciopero della fame davanti al Viminale, Gennaro si sente male e viene portato in ospedale, ma rifiuta il ricovero (“per la paura – scrive l’avvocato Inzillo – di essere rintracciato”). Nello stesso giorno apprende dai giornali che Nicola ’O mostro è sfuggito ad un blitz delle forze dell’ordine (“sul giornale c’era la sua foto e l’ho riconosciuto. Lo vidi negli uffici di Vuolo, dove consegnò un barattolo con 200 mila euro”). “Ho toccato con mano quella parte di Stato che non funziona, quella parte di Stato fatta di uomini distratti che fanno della lotta alla criminalità un bluff. Una macchina burocratica che rende tutto una finzione”. Il 14 gennaio 2014 arriva, per Gennaro, una nuova richiesta di protezione, questa volta firmata dall’avvocato Giacinto Inzillo, che mette in risalto “il grave e attuale stato di pericolo” per la sua incolumità e per quella della sua famiglia. Una “situazione che  inevitabilmente richiede e merita un adeguato intervento da parte dello Stato”. La rete si mobilita per il testimone. In pochi mesi più di 42mila firme vengono raccolte da Change.org, il 28 febbraio l’annuncio: “Il calvario di Gennaro C., da tre anni in fuga per l’Italia per aver denunciato infiltrazioni della camorra negli appalti pubblici autostradali, è finito. Il PM della DDA di Napoli, Claudio Siragusa, ha riconosciuto il suo ruolo di testimone di giustizia, consentendone l’inserimento all’interno del programma di protezione”. Ma come vive oggi l’ex addetto alla sicurezza? “Nell’anonimato, nell’ombra. Non riesco a vivere una vita normale, ancora non ho un’assistenza sanitaria, non riesco ad avere i documenti di copertura. Vivo con la mia compagna, sotto protezione, e con un neonato […]”. Una piccola consolazione per Gennaro. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio 2014 i Carabinieri hanno individuato e arrestato Nicola Esposito, ’O mostro, latitante dal novembre 2013, capo del clan Cesarano. Era rimasto nascosto nel suo territorio. Gennaro e la sua famiglia, per adesso, invece, devono dimenticarlo il loro territorio.

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