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La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

NICOSIA-OCCHIONERO. Sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa).  Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie».

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

di Paolo De Chiara

Ma che fine ha fatto l’inchiesta “Passepartout” condotta dai magistrati siciliani? E Nicosia? E il “primo ministro” (Matteo Messina Denaro)? E le intercettazioni? E Santo Sacco (componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano)? E la carta intestata della Camera dei Deputati? E l’Onorevole molisana Occhionero (Italia Viva)?

Qualche ora fa sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa). 

Ora la palla passa nelle mani del Gup Fabio Pilato. L’udienza preliminare è prevista per il 9 settembre 2020.

Antonello Nicosia, l’assistente della parlamentare molisana è ancora in carcere, dal giorno del suo arresto. Dal 4 novembre scorso. Insieme ad Accursio Dimino.  

Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie». Noi, non la ringraziamo.

“PASSEPARTOUT”

Il provvedimento nasce dall’attività investigativa sulla famiglia mafiosa di Sciacca. «L’attività di indagine è stata avviata in seguito alla scarcerazione di Accursio Dimino, più volte condannato per il delitto di cui all’art.416 bis». Grazie alle intercettazioni, ai servizi di osservazione, ai pedinamenti è emerso l’intreccio tra mafia e politica

L’assistente della parlamentare molisana, il detenuto Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato definito «un poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo». Una fedina non proprio immacolata. Arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Agrigento, «per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operanti nei territori di Siculiana, Porto Empedocle e Agrigento». Sentenza confermata dalla Corte d’appello di Palermo nel 2006. Diventata definitiva. Un profilo criminale consolidato nelle sentenze

Nel corso degli anni Nicosia ha tentato di rifarsi una verginità: prima in associazioni e imprese, poi come docente (così si presentava) di “sociologia trattamentale carceraria” presso l’Università di Palermo e di “storia della mafia” (un vero esperto in materia) all’Università di Santa Barbara in California. Innumerevoli le cariche ricoperte, tra cui quella di direttore del Centro studi “Pedagogicamente”.

Si è fatto portavoce dei diritti dei detenuti. Diverse le iniziative intraprese per il miglioramento del trattamento penitenziario e delle condizioni carcerarie. Il 1 novembre del 2017 arriva l’elezione al Congresso dei Radicali, diventa membro del Comitato nazionale.

Agli inizi del 2019 inizia la collaborazione, «ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti», con la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali” (passata successivamente in “Italia Viva”).

A cosa si deve questo incontro? Chi ha presentato Nicosia alla Occhionero? La deputata molisana in quale occasione ha incontrato questo “stinco di santo”? Perchè la scelta è passata senza filtri? Perchè per fare il bidello bisogna produrre il proprio certificato penale e per fare l’assistente parlamentare si possono avere condanne gravissime (Nicosia è parte integrante dell’associazione mafiosa) senza controlli? Chi sapeva? Chi non ha controllato? Perchè è stato scelto proprio Nicosia? 

Questo soggetto, è la sua voce che spiega tutti i passaggi e tutti i particolari, entrava nelle carceri per incontrare i mafiosi come lui («la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata datata nel tempo»). Ed entrava perchè assistente parlamentare di un deputato della Repubblica italiana. E faceva pure il “padrone” nelle strutture carcerarie. Lo dice lui. E’ lui che si vanta, che spiega, che racconta. Che parla. E’ lui che utilizza la carta intestata della Camera dei Deputati, con l’assenso della parlamentare molisana.

«I rapporti stretti con l’Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti».

I due parlano molto al telefono. Si scambiamo pareri, si chiedono favori. Parlano di Santo Sacco (l’esponente della famiglia di Castelvetrano e uomo di Matteo Messina Denaro), ridono, scherzano. Parlano del “primo ministro” (il latitante Denaro, la primula rossa di Cosa nostra). Pagine e pagine di conversazioni trascritte. 

Il 23 dicembre del 2018 Nicosia avvisa la parlamentare: «non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…». La previsione è stata quasi azzeccata.     

Il 7 marzo 2019 la redarguisce pesantemente: «Onorè non parlare a matula (a vanvera, nda)… onorè non parlare a matula, già stai parlando a matula… Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece…».

Solo alcuni esempi per capire il rapporto tra i due. Ma l’Onorevole ha mai informato qualcuno? Ha preso tutto come uno scherzo o era consapevole di questi nomi? Questa deputata può continuare a rappresentare il popolo italiano? La questione giudiziaria è una cosa e seguiremo gli aggiornamenti nei prossimi mesi. Ma la questione è anche, e soprattutto, politica. Cosa dice il suo partito? Cosa dice Renzi? E’ opportuno avere un soggetto del genere in Parlamento?

Nicosia Antonino, detto Antonello 

«Si è adoperato», secondo i magistrati, «per favorire più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonchè al fine di veicolare messaggi fra loro e l’esterno. Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art.416 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi».

Il pregiudicato cambiava la macchina ogni mese per evitare le cimici, per far impazzire gli inquirenti (“…possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta…”). E’ rimasto fregato dalla sua arroganza. 

Stretti sono i suoi rapporti con Dimino. Insieme parlano, pianificano strategie, estorsioni, initimidazioni, danneggiamenti, omicidi. Insieme cercano di spostare i propri affari negli Stati Uniti d’America. Il piano salta e arriva il carcere. Per entrambi.

Dimino Accursio, detto Cussu Matiseddu  

Professore di educazione fisica e imprenditore ittico. Uomo di fiducia di Salvatore di Gangi, capo della famiglia mafiosa di Sciacca. Già condannato, definitivamente, per partecipazione ad associazione mafiosa.

Uomo d’onore, affiliato alla famiglia di Sciacca. In stretti rapporti con i componenti della famiglia di appartenenza e con i vertici delle altre articolazioni territoriali. Ha avuto rapporti con gli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, ha partecipato a progetti omicidiari, ha ricevuto un pizzino scritto da Matteo Messina Denaro. Inoltre ha avuto contatti anche con le articolazioni di Trapani, infatti, è stato destinatario di una lettera inoltrata da un importante esponente mafioso di Castelvetrano (“verosimilmente Matteo Messina Denaro”).

Paolo e Luigi Ciaccio

Due fratelli gemelli, a dispozione di Dimino e Nicosia «per svariate esigenze e necessità»    

Massimiliano Mandracchia

Commerciante di Sciacca, «stabilmente a disposizione di Accursio Dimino». Secondo gli inquirenti «in diverse occasioni è stato accertato che proprio il Mandracchia ha svolto il ruolo di indispensabile tramite fra il Dimino e gli altri indagati per consetire loro di intrattenere comunicazioni e scambiarsi messaggi utili senza entrare direttamente in contatto e, quindi, ostacolando le indagini in corso volte alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati e all’accertamento delle vicende associative che li riguardavano».

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

da WordNews.it

Le prigioni in mano ai privati?

Una norma contenuta nel decreto liberalizzazioni apre alla gestione del sistema carcerario

Le prigioni in mano ai privati?

A lanciare l’allarme il Presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il luogo di espiazione della pena diviene luogo di lucro sia per la sua costruzione che per il suo mantenimento e viste le infiltrazioni di natura criminale proprio nel settore dell’edilizia non ci si stupirà di poter trovare associazioni a delinquere interessate a partecipare all’affare”. Queste le parole utilizzate da Teresa Mariotti, responsabile problematiche sociali dell’Idv di Viterbo. Ma cosa c’entra il ’lucro’ con le carceri italiane? Perché parlare di interesse “a partecipare all’affare” da parte delle associazioni a delinquere? A cosa si riferisce l’esponente dell’Idv di Viterbo?

Nel decreto sulle liberalizzazioni (1/2012) il Governo dei tecnici ha inserito un articolo (n. 43) che parla di ’Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie’. Con questa norma si affidano le carceri ai privati. Ecco cosa si legge nel 2° comma: “al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia”.

Ma cosa significa? Escluse le guardie, la gestione carceraria può essere affidata a privati imprenditori. Si corre, quindi, anche il rischio che la criminalità, che detiene molta liquidità, possa partecipare all’affare. Nel terzo comma è possibile leggere: “Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento”.

L’altra novità di questa norma è la partecipazione delle banche. La cosa più grave – secondo Teresa Mariotti dell’Idvè che tale decisione sia stata presa senza una minima discussione nelle aule parlamentari con una vera cessazione del potere democratico. Ci domandiamo come sia possibile che l’attuale governo, ed in generale la politica che lo sostiene, consideri il delicato sistema di espiazione delle pene come una qualsiasi altra liberalizzazione di prodotti commerciali, il tutto passato sotto il più totale silenzio. Per fortuna alcune associazioni di volontariato si stanno muovendo per dare voce a questo scandaloso modo di governare il paese”.

Una di queste è Antigone, che si occupa di diritti e di garanzie nel sistema penale. Abbiamo sentito il suo presidente Patrizio Gonnella: “l’articolo 43 cerca di dare un’ulteriore spinta verso il progetto di privatizzazione”. Che parte da lontano. Era il 2001 e già si cominciava a parlare di leasing e di project financing.E’ la Finanziaria del 2001 – spiegano dall’associazione Antigone – che introduce la possibilità che l’amministrazione penitenziaria, per l’acquisizione di nuovi istituti di pena, faccia uso della locazione finanziaria (leasing), permuta e finanza di progetto (project financing)”.

Nel 2002, con Roberto Castelli (Ministro della Giustizia) e Silvio Berlusconi ritorna il tema della privatizzazione. Fu proprio l’ex Premier a sponsorizzare “l’ottimo modello penitenziario privato cileno”. Non se ne fece nulla. Ma ecco un episodio contenuto nel dossier preparato dall’associazione Antigone: “Fu costituita da Roberto Castelli e Giulio Tremonti (Ministro dell’economia) una società, la Dike Aedifica (controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze), il cui operato ha interessato non tanto i privati quanto la magistratura. Partecipata al 95% dalla Patrimonio S.p.A, era amministrata da Vico Valassi, lombardo e amico del Ministro. Uno dei suoi consulenti, Giuseppe Magni, già sindaco leghista di Calco in provincia di Lecco, fu indagato per concorso in corruzione e istigazione alla corruzione. Alcune immagini lo riprendevano mentre si vantava di decidere lui i vincitori delle gare d’appalto. L’Espresso definì l’inchiesta come la seconda tangentopoli carceraria”.

Per Gonnella “l’interesse privato porta a non garantire la popolazione detenuta, questo è accaduto negli Stati Uniti”. Il sistema penitenziario americano è composto da carceri federali, statali e locali. Il governo federale e statale possono cedere la gestione del carcere a industrie private, pagando una retta per ogni detenuto.

I detenuti ‘privatizzati’ sono cresciuti di 20 mila unità dal 2000 a oggi. La Corrections Corporation of America (CCA) è l’azienda che ha la leadership mondiale. Secondo Antigone nelle carceri private americane le violenze sulle guardie è del 49% superiore a quanto avviene nelle carceri pubbliche e le violenze ai detenuti sono nelle carceri private del 65% in più”. In Italia, nel silenzio totale, è stato inserito nel decreto l’articolo 43.Il sistema carcerario – ha aggiunto il Presidente dell’associazione Antigone – non può essere affidato totalmente ai privati. E’ rischioso, fortemente rischioso. Ci sono ampi studi che dimostrano che questo sistema non fa risparmiare soldi. Non crea vantaggi economici, perché con il tempo, aumentando i detenuti aumenta la spesa per il pubblico. Per spendere meno bisogna intervenire sulla penalità e non sull’affidare ai privati la punizione”.

Cosa c’entrano le infiltrazioni criminali?

Queste sono preoccupazioni. Quando abbiamo lanciato la nostra opposizione all’articolo 43 abbiamo ritenuto di dover ricordare i casi di corruzione negli Stati Uniti d’America, senza dimenticare che in Italia uno dei grandi costruttori di carceri è stato il costruttore Anemone (il costruttore della ’cricca’, ndr). In Italia chi ha la liquidità? L’organizzazione mafiosa. Può esserci il rischio che l’organizzazione mafiosa costruisca e gestisca un carcere.

Voi, come associazione, vi siete opposti da subito. Come spiega il silenzio intorno a questa norma?

Questa è una norma contenuta all’interno di un decreto. Ci sono state le proteste dei farmacisti, le proteste dei tassisti, ma i detenuti non sono una corporazione. E quindi non protestano. Esiste una scarsa disponibilità a dare spazio normativo al Parlamento, i partiti sono sotto schiaffo. Quello che ricevono dal Governo è una ricetta pronta e non hanno troppa voce in capitolo. Figuriamoci su un tema così.

E voi, su un tema così, come vi state muovendo?

Abbiamo fatto la nostra protesta, siamo andati al Senato e abbiamo incontrato dei senatori. Però sappiamo anche che non è una norma particolarmente amata dal Ministero della Giustizia e dal Ministro della Giustizia. Vedremo se avrà voce in capitolo.

Chi ha voluto questa norma?

E’ stata messa dentro il decreto sviluppo dai componenti Economico e Finanziario del Governo.

Cosa chiedete al Governo Monti?

Si inizi a mettere mano a quelle leggi che producono carcerazioni inutili. Risparmieremo soldi, eviteremo carcerazioni inutili, salveremo la vita delle persone e non faremo fare affari ai soliti noti italiani.

Volete il ritiro di questa norma?

Assolutamente si.

da L’Indro.it di venerdì 24 Febbraio 2012, ore 19:32

http://lindro.it/Le-prigioni-in-mano-ai-privati,6769#.T0yycnnwlB0

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