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A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

LEGALITA’ IN MOLISE. L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

da WordNews.it

Un libro che scuote le coscienze. 

Io ho denunciato arriva a Pietrabbondante, domenica 11 ottobre 2020 ore 17:00 presso la sala Consiliare.
L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

LEGALITA’ IN MOLISE

L’Associazione PIETRABBONDANTE nel CUORE, in collaborazione con il COMUNE di Pietrabbondante e la rivista online WordNews.it,

presenta il libro

“IO HO DENUNCIATO”

(Ed. Romanzi Italiani)

Saluti

Antonio DI PASQUO

Sindaco di Pietrabbondante

Nunzio DI PASQUO

presidente Associazione “Pietrabbondante nel Cuore”

Interverrà

Paolo DE CHIARA

(giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)

Dialogherà

con l’autore del libro

Marilena FERRANTE

(insegnante, giornalista, scrittrice)

Pietrabbondante (Is)

11 ottobre 2020, ore 17:00

Presso la sala Consiliare

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

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APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»

ANTICIPAZIONE. L’Intervista a Luana Ilardo. «Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»
Luana Ilardo e Salvatore Borsellino

da WordNews.it

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

(L’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per martedì 29 settembre 2020)

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

APPROFONDIMENTI:

L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

IO HO DENUNCIATO a Miranda

IO HO DENUNCIATO a Miranda
26 settembre 2020
#iohodenunciato
Grazie di Cuore a tutti.

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Miranda, 26 settembre 2020
“Un libro che sa di denuncia, di giustizia”. Dal romanzo è stata tratta la sceneggiatura per la realizzazione del film “Io ho denunciato”, premiato – pochi giorni fa – al Festival internazionale del Cinema di Venezia.

Saluti:
Marco FERRANTE, Sindaco di Miranda
Interventi:
Paolo DE CHIARA (giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)
Tonino BRACCIA (superstite Strage di Bologna del 2 agosto 1980)
Massimiliano TRAVAGLINI (portavoce Movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo)

Moderatrice Marilena FERRANTE (insegnante, giornalista, scrittrice)
Ph Sara Labella

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»

L’INTERVISTA/Prima parte. Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il “botto” per impadronirsi dell’Agenda Rossa del magistrato? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini. Qualche giorno prima del 21 dicembre 1992 questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Ci sono varie cose. C’è anche un biglietto con scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’. Questa è prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta.»

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»
I fotogrammi sono stati gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente». Parole pronunciate da Salvatore Borsellino durante la lunga intervista rilasciata a WordNews. Ma da chi è stata prelevata l’Agenda del magistrato ucciso nell’eccidio di via D’Amelio il 19 luglio del 1992?

È stata una mano mafiosa? «No, assolutamente no.», spiega Salvatore. «Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia.»

Dal verbale della Procura della Repubblica di Caltanissetta del giorno 5 novembre 1992 è possibile apprendere il contenuto di un sacchetto e della borsa “di pelle marrone, chiusa e bruciacchiata” di Paolo Borsellino. Negli uffici della Procura sono presenti Fausto Cardella, sostituto procuratore della Repubblica, assistito da Franca Ferreri con l’ausilio di ufficiali di polizia giudiziaria della sezione carabinieri.

Nel sacchetto di plastica vengono trovati i seguenti oggetti: 1) Borsa in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata (rientra tra gli oggetti presenti nel sacchetto?, nda); 2) un paio di occhiali; 3) un mazzo di chiavi; 4) un pacchetto di fazzoletti di carta; 5) uno scontrino fiscale; 6) n.3 fogli di carta spillati. “Detti oggetti erano contenuti in un sacchetto di plastica aperto nel quale vi era anche un biglietto nel quale si legge: «Rinvenuto sul luogo della strage, ass. Maggi Francesco»”.

Ed ecco l’elenco degli oggetti contenuti nella borsa del magistrato: un pacchetto di sigarette Dunhill con tre sigarette, un crest nel Nucleo carabinieri di Palermo, un paio di pantaloncini da tennis bianchi, un costume da bagno, un carica batteria per telefono con batteria ed accessori, un altro pacchetto di Dunhill, un pezzo di giornale strappato.

Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il botto per impadronirsi degli appunti del magistrato? Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino?

Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino.

Perché abbiamo deciso di coinvolgerlo? Perché grazie al suo lavoro, dopo anni di silenzi e menzogne, sono emerse novità importanti intorno al “furto” dell’Agenda.

«Ho fatto una serie di analisi sui video. È stato fatto un primo video, un collage di pezzi di video, senza nessun commento. Servivano ad accompagnare l’arringa del nostro avvocato. Già da lì si evincevano numerose cose».

Tipo?

«Alcuni orari in cui succedevano determinate cose. Quel giorno la Procura ha pensato di non presenziare. Non ha visto, quindi, il video. Comunque rimasto agli atti. Dopodiché abbiamo deciso di fare un video con audio, in cui spiegavamo determinate cose. A quel punto, la Procura di Caltanissetta ha dovuto aprire un’inchiesta. C’erano nuovi spunti per le indagini.»

Partiamo dall’inizio. Ritorniamo al 19 luglio del 1992 in via D’Amelio. Alle ore 16:58 esplode la Fiat 126, imbottita di tritolo. Cosa succede dopo la strage?

«Le prime immagini che si vedono, intorno alle 17:20, lasciano intravedere il fatto che sul luogo dove è scoppiata la bomba ci sono numerosi focolai di incendio. I primi ad arrivare sono stati i Vigili del Fuoco che cercavano di spegnerli. Sul luogo dell’eccidio si scorgono il dott. Ayala e Giovanni Arcangioli, sono arrivati lì abbastanza presto.»

Che ruolo avevano, in quel momento, i due soggetti citati?

«Ayala era da poco diventato un deputato della Repubblica, dopo essere stato per tanti anni magistrato e aver svolto nel Maxi Processo il ruolo di PM; Arcangioli era un capitano dei carabinieri che quel giorno era di turno.»

A che titolo si trovano sul luogo della strage?

«Arcangioli era di turno ed era abbastanza naturale che fosse lì, il dott. Ayala abitava a circa 300, 400 metri al massimo da via D’Amelio. In quel momento era a casa, stava aspettando – dice lui – Cavallaro che doveva fare un’intervista per il suo libro. Quando ha sentito lo scoppio, con gli uomini della sua scorta, si è recato in via D’Amelio. Dopo 20 minuti era lì, fondamentalmente.»

Ritorniamo alle immagini.

«C’è questa immagine, ripresa da lontano, in cui si vedono Arcangioli e Ayala che sono bloccati dalle fiamme e non riescono ad entrare in via D’Amelio. Ayala è sempre circondato da almeno quattro persone, due uomini della sua scorta più altre persone che lo seguono sempre. Ho individuato l’orario preciso in cui viene asportata la borsa dalla macchina di Paolo, quella immagine in cui è presente Arcangioli con la borsa in mano. Nei video si vedono alcune immagini, si vede lui con la borsa in mano. In particolare, ho estrapolato un’immagine e si vede l’ombra proiettata dal sole sui palazzi, e andando in via D’Amelio, un altro anno, ho fatto le stesse foto per cercare di capire a che ora avvenivano determinate cose.»

A che ora, quindi, viene asportata la borsa?

«Dall’ombra sul palazzo ho desunto che l’orario dell’esportazione della borsa fosse intorno alle 17:30/17:31. Trentadue, trentatré minuti dopo lo scoppio.»

Da chi viene asportata, per la prima volta, la borsa?

«La teoria è che ci sono diverse asportazioni della borsa. Tra le 17:20 e le 17:32 ci sono delle immagini che dimostrano che Ayala era nel giardinetto, all’interno del cancello, dove è stato trovato il corpo di Paolo Borsellino. Alle 17:30 si vede Arcangioli con la borsa in mano che esce, va verso l’uscita di via D’Amelio. Percorre, dal fondo di via D’Amelio, tutta la strada per uscire…»

Per andare?

«Non si sa bene dove.»

Con la borsa in mano?

«Con la borsa in mano. Ci sono state diverse versioni. Lui e Ayala hanno versioni diverse della stessa cosa. Lui dice (Arcangioli, nda) che ha preso questa borsa, l’ha aperta davanti ad Ayala, ha visto che dentro c’era solo un crest dei carabinieri ed altre cose di poco conto. E non si ricorda se lui o qualcuno, su sua indicazione, ha rimesso la borsa dentro la macchina.»

Arcangioli non parla dell’Agenda Rossa?

«No. Quando gli chiedono se dentro ci fosse l’Agenda Rossa lui dice no, c’era solo il crest dei carabinieri e altri oggetti.»

Che fine fa la borsa di Paolo Borsellino?

«Torna in macchina.»

Perché la borsa viene rimessa nella macchina? Qual è la logica?

«Secondo me non c’è nessuna logica. Nel senso che le macchine erano ancora interessate dagli incendi, dai ritorni di fiamma. I vigili sono continuamente impegnati a spegnere questi ritorni di fiamma. In un video, intorno alle 17:40, in cui si vede proprio che i vigili stanno di nuovo spegnendo la macchina di Paolo. Rimettere la borsa in macchina non aveva proprio nessun senso. Non c’era nessun motivo. La borsa andava repertata, che sia tornata in macchina è una stortura impressionante, una delle tante. Una delle peggiori.»  

Viene rimessa in macchina. E dopo cosa succede?

«Ufficialmente l’asportazione successiva dovrebbe essere quella di un poliziotto, l’assistente Francesco Maggi che dice che ha preso la borsa e l’ha portata nell’ufficio del questore La Barbera, dove poi verrà ritrovata. Mesi e mesi dopo.»

Senza Agenda?

«Senza Agenda, ovviamente. Questa versione pone dei dubbi molto, molto forti.»

Perché?

«Praticamente ci sono quattro indizi importanti al riguardo. Quando Maggi dice di aver preso la borsa afferma di averla presa da una Croma azzurra in cui all’interno c’era anche una mitraglietta M12. Questa macchina in realtà è quella degli uomini di scorta, che stava un paio di metri indietro a quella di Paolo. Per cui già la macchina, su cui dice di averla presa, è quella sbagliata. Poi, quel giorno, i segretari di Arnaldo La Barbera a cui doveva essere consegnata questa borsa non si ricordano la presenza di Maggi. Anzi di più, dicono che se qualcuno ‘ci avesse dato un reperto così importante, come la borsa del magistrato, noi l’avremmo sicuramente messa dentro l’armadio blindato dell’ufficio. Non l’avremmo certo lasciata sul divanetto’, dove poi è stata ritrovata.»

Il terzo indizio?

«Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini

Perché, cinque mesi dopo, viene fatta questa richiesta?

«Perché in quel momento c’era il PM Cardella che stava indagando sulla sparizione dell’Agenda Rossa. Già all’epoca era aperta questa indagine. E avendo trovato questa borsa sul divanetto di Arnaldo La Barbera si chiedeva cosa ci facesse lì. A quel punto La Barbera aveva bisogno di una pezza d’appoggio, perciò viene fatta fare la relazione a Maggi.»

Possiamo spiegare meglio?

«Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5/11. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio.»

Perché La Barbera lo chiede a Maggi?

«Prima del 21 dicembre 1992 (esattamente il 5 novembre dello stesso anno, nda) questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Questa borsa sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose, tipo un costume, un pacco di fazzoletti di carta, il crest dei carabinieri.

E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio.

Il problema grosso è che su questo bigliettino si legge ‘Ritrovato sul luogo della strage’, quindi a qualsiasi cosa si riferisse Francesco Maggi, poteva essere il crest, poteva essere il mazzo di chiavi, poteva essere qualsiasi cosa che fosse maschile. Ma sicuramente non poteva essere una borsa di cuoio.»

Il quarto indizio, quindi, è il bigliettino?

«Sì, il biglietto ritrovato sul luogo della strage. A cosa fosse attaccato non lo so.»

Cosa ha detto Maggi, in questi anni, su questo bigliettino?

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’

Perché è una novità se il biglietto (“Rinvenuto sul luogo della strage ass. Maggi”) è già presente nel verbale del 5 novembre del 1992?

«A livello mediatico è la prima volta che viene fuori.»

Ma in tutti questi anni Maggi è mai stato sentito su questo bigliettino?

«No. Non è mai stato sentito sul bigliettino. È la prima volta che qualcuno fa notare questa cosa. Il verbale parla di una borsa e del suo contenuto e di un sacchetto e del contenuto di questo sacchetto.»  

Ma come viene aperta l’indagine se, ufficialmente, nella borsa non viene “trovata” l’Agenda Rossa? Prendono la borsa, la riprendono, ma nessuno trova l’Agenda, diciamo così. Ufficialmente, quindi, è come se questa Agenda non esistesse. Perché, quindi, viene aperta una indagine?

«Nel 2005 viene aperta l’inchiesta perché viene trovata la foto di Arcangioli con la borsa in mano.»

Qual è lo spunto che permette l’inizio dell’inchiesta?

«Tutto parte dalla richiesta dei familiari. Dicono subito che manca quell’Agenda Rossa, che loro sapevano essere all’interno della borsa.»

Quando viene fatta questa richiesta?

«Viene fatto subito.»

Nell’immediato?

«Sì.»

E nel 2005 viene aperta l’inchiesta?

«Perché la versione ufficiale fino a quel momento, che era stato Maggi a portare la borsa nell’ufficio di La Barbera, viene smentita dalla foto in cui si vede Arcangioli con la borsa in mano.»

Tredici anni dopo?

«Esatto.»   

Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

1 parte/continua

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L’intervista di Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE«Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «L’Agenda Rossa è stata nascosta. È diventata arma di ricatto»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Terza ed ultima parte. DEPISTAGGI DI STATO. «La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato. Ci sono stati funzionari di Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere». Ma dove è finita l’Agenda Rossa rubata da una mano “amica”? «L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla».

Borsellino: «L’Agenda Rossa è stata nascosta. È diventata arma di ricatto»
L’Agenda Rossa (le foto sono state gentilmente concesse da Rita Rossi)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una Paese fondato sui depistaggi. Per nascondere la verità, per non far emergere le responsabilità. Da Salvatore Giuliano a Peppino Impastato, da Pino Pinelli (l’anarchico accusato della strage di Piazza Fontana, lanciato dalla finestra della questura di Milano) ad Attilio Manca. Senza dimenticare Ilaria Alpi, fino a Stefano Cucchi.  Da piazza Fontana alla stazione di Bologna, passando per via D’Amelio. L’elenco è drammaticamente lungo. Il Paese è senza vergogna. Per colpa di questi maledetti manovratori, inseriti nelle Istituzioni della Repubblica.

Hanno giostrato, imbrogliato, occultato, inquinato. Ucciso. Altro che mafia. Hanno superato le mafie. In questi secoli hanno utilizzato i criminali per i lavori sporchi: prima i mafiosi, poi i terroristi. Poi ancora i mafiosi. La manodopera, la longa manus per compiere omicidi e stragi. Veri e propri eccidi di Stato. Compiuti da killer di Stato. Peggio dei mafiosi, più schifosi e pericolosi dei mafiosi. Senza anima, senza pietà. Per il potere, per mantenere i loro maledetti equilibri.

Non hanno mai guardato in faccia a nessuno. I loro progetti dovevano (e devono) andare avanti. Senza ostacoli. Chi può creare qualche problema deve essere eliminato. «Lo sai… tra oggi e domani dovrebbero ammazzare a Falcone, lo dovrebbero ammazzare con un lanciamissili». Sono due mafiosi che parlano tra di loro. Ma il piano salta, viene rinviato.

«Si venne a sapere – spiega uno dei due – che la cosa non era stata fatta in quanto, da parte dei politici era stata data assicurazione che Falcone sarebbe stato bruciato politicamente». Non ci riusciranno politicamente. Lo faranno saltare in aria in autostrada, a Capaci. Insieme alla sua signora e alla sua scorta.

Come faranno saltare in aria Borsellino. Il nuovo ostacolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno questi vigliacchi. Persone senza dignità. A Borsellino lo hanno ridotto a brandelli. Lo stavano aspettando in via D’Amelio, per rubare la sua Agenda. La loro arma di ricatto.

Ed è iniziato il depistaggio. Hanno utilizzato una versione di comodo. Il metodo è sempre lo stesso. Per via D’Amelio questi idioti hanno tirato fuori dal cilindro il balordo Scarantino. Gli hanno fatto imparare la lezione a furia di botte. Ma sono stati scoperti. I processi, è vero, ancora non rendono giustizia. Ma ognuno di noi sa benissimo che quella “accertata” non è la verità.  Siete voi i balordi.

E proprio sul più grande depistaggio della storia di questo Paese riprendiamo e concludiamo l’intervista a Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato Paolo. Per non dimenticare l’Agenda Rossa rubata da mani “amiche”. «Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa».                  

Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

«La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato.

Ci sono stati funzionari dello Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere. Una cosa che risalta agli occhi è questa: quando, finalmente, dopo i due processi deviati dal depistaggio di Scarantino, si è arrivati alla collaborazione di Spatuzza, quindi a sapere effettivamente quello che era successo – come il furto della 126 e tante altre cose –, le stesse cose dette da Scarantino, che non poteva sapere.

Scarantino non era nient’altro che un balordo di quartiere.

Chi ha messo in bocca a Scarantino quelle cose erano personaggi di certi ambienti. Per me l’ipotesi più probabile è che conoscevano quello che era successo, perché avevano direttamente partecipato. Spatuzza dice che c’è un personaggio nel garage di Palermo, quando la 126 viene riempita di esplosivo, che non è un mafioso.

Nel Borsellino quater Scarantino era ancora imputato di calunnia, a cui era stato costretto con torture fisiche e psicologiche che sono durate per anni. È stata soltanto la mia parte civile, oltre ovviamente agli avvocati di Scarantino, a richiedere la sua assoluzione. Per me Scarantino è la settima vittima di via D’Amelio. Perché è stato massacrato, hanno addirittura tentato di farlo autoaccusare di un assassinio.»

Quale assassinio?

«Dell’agente Agostino.»

Lei cosa si aspetta da questo processo?

«Tanto. È uno dei punti fondamentali che possono portare alla verità. Sempre se la verità verrà perseguita. Cosa che non avviene, sicuramente, a Caltanissetta.

Sono convinto che, fin quando le indagini sulla strage di via D’Amelio staranno a Caltanissetta non si farà un passo avanti sulla strada della verità e della giustizia, se non quello che è stato fatto nel Borsellino quater in cui, però, l’impianto processuale dei pubblici ministeri è stato sovvertito. Altrimenti la verità non si sarebbe avuta nemmeno da quel processo.»

Cosa si afferma nel Borsellino quater?

«Che c’è stato un depistaggio di Stato. Sono state rimandate le carte processuali all’Ufficio Istruzione perché si indaghi veramente sulla sparizione dell’Agenda Rossa, che è uno snodo fondamentale nella strage di via D’Amelio.

Solo attraverso quello si potrà arrivare agli assassini. Su questo punto non ci sono mai state indagini serie. Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa dopo averla prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Perché?

«Perché sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa

Dove si trova?

«Nei sotterranei dove hanno sede i servizi.»

Quindi l’Agenda Rossa non è stata distrutta?

«Assolutamente no. Ci sono stati dei falsi scoop giornalistici in cui hanno mostrato quello che era un parasole. Sotto la macchina, presentata come l’Agenda Rossa.

L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla. E, sicuramente, non interessava alla mafia farla sparire. Ma a chi non poteva permettere che a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, con quello che era l’opinione pubblica in quel momento, venisse fuori che lo Stato stava trattando con la mafia. Era impossibile. Immaginate cosa sarebbe successo nel nostro Paese.»

Secondo lei cosa sarebbe successo?

«Se a 57 giorni dalla morte di Falcone avesse detto, come faceva ogni tanto con le sue interviste che rendeva per denunciare certe cose, dell’esistenza di una Trattativa tra Stato e mafia. Sarebbe successo l’inferno.

E questo non poteva succedere, dal punto di vista di quelle persone. Perciò hanno deciso di sacrificare Paolo, per poter portare avanti quella Trattativa. E perché quella Trattativa venisse alla luce dopo anni. Allora, ripeto, sarebbe successa la rivoluzione nel nostro Paese.»

Ed oggi cosa è cambiato?

«Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.

Fino a quando la Verità non verrà a galla quel fresco profumo di libertà, di cui parlava Paolo, nel nostro Paese non si potrà sentire. Ma solo il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità. Questa è la vera mafia, non la mafia di Provenzano, di Riina. Ma quello che sta attorno alla mafia, chi con la mafia collude, chi con la mafia fa affari. La mafia persegue gli interessi perché sono i loro stessi interessi.»

I responsabili sono solo i soggetti finiti sotto processo?

«Oggi c’è un processo in cui vengono processati, per questo depistaggio, quattro pedine. Sono ben altre le persone che io vorrei vedere alla sbarra. Alcune non posso vederle più.

Tinebra che, sicuramente, del depistaggio fa parte per aver avallato delle testimonianze assolutamente incredibili. E oggi, purtroppo, non c’è più.

Forse, per arrivare alla verità, bisogna aspettare che la maggior parte dei protagonisti, di quella terribile stagione, non ci siano più. Però, ripeto: fino a quando l’inchiesta della Procura sulla strage di via D’Amelio starà alla Procura di Caltanissetta non mi aspetto che possa venire fuori alcuna verità.»

Perché a Caltanissetta non può emergere la verità?

«Per quello che è stato l’iter di tutti i processi lo dimostra chiaramente. La Procura è su una linea che si è perpetrata anche al cambiare del Capo della Procura, che è andata sempre nella stessa direzione. Non si è mai, veramente, cercata la verità.

L’Agenda Rossa, ripeto e continuo a ripeterlo, è un punto fondamentale di quella strage. È la scatola nera di quella strage.

E proprio in quella direzione non si è fatto mai alcun passo. Anzi, si sono fatti solo dei passi indietro. Ho dovuto assistere al Borsellino quater a sette testimoni che dicevano delle cose che succedevano in quella via quel giorno, attorno alla macchina di Paolo. Dicono delle cose completamente diverse tra di loro. Non sono mai stati messi a confronto tra di loro. Come può succedere che il capo dei pompieri arriva e dice che cerca di guardare dentro le macchine per vedere se ci sono dei feriti da soccorrere. Dice che non si vedeva nulla, perché i vetri erano completamente neri per il fumo.

Poi arriva Ayala e dice ‘ho guardato, ho visto la borsa di Paolo sul sedile della macchina. Allora ho fatto aprire la portiera per prenderla’. Una delle sue tante diverse versioni di quello che è successo sempre in quella strada. Ecco, su questo non viene nemmeno fatto un confronto. È assolutamente assurdo. A Caltanissetta non si vuole arrivare alla verità

Ci vorrebbe un pentito di Stato?

«Sì, ma purtroppo è un sogno che non esiste. Anche quando si dovesse arrivare alla possibilità di avere un pentito di Stato o qualcuno che parli come avrebbe potuto fare, perché tante cose sicuramente sapeva, quel «faccia da Mostro», allora c’è chi pensa di eliminarlo prima che possa parlare con un provvidenziale infarto o qualcosa del genere. O come ritengo sia successo, negli ultimi anni, a Provenzano. Per il pericolo che potesse, in qualche maniera, passando gli anni, dire qualcosa. Secondo me è stato massacrato di botte, fino a farlo diventare demente. E poi a morire.

Questi sono gli effetti del Protocollo Farfalla e di tutto quello che è avvenuto nelle carceri italiane con quel protocollo che permetteva ai servizi di entrare nelle carceri senza che la magistratura ne fosse, in nessuna maniera, messa al corrente.»

A proposito di carceri, nei mesi scorsi c’è stata una forte polemica tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia. A distanza di mesi, lei cosa può aggiungere?

«Ho rapporti sia con Di Matteo che con Bonafede. Ritengo che la versione data da Di Matteo sia assolutamente veridica e, ritengo, che Bonafede non abbia detto abbastanza.

Si è tradito quando ha detto che ‘la prossima volta non ci saranno né interventi né condizioni che tengano’.

Ho chiesto a Bonafede: ‘tu devi dirmi cosa intendevi con quella frase’. Lui dice che è stata una frase infelice e non c’è niente dietro. Ritengo che sia una persona assolutamente in buonafede, ma che non abbia detto tutto quello che doveva dire.

Sicuramente ci saranno stati dei condizionamenti per quanto riguarda la nomina di Di Matteo a capo del DAP. Anche se ritengo che quello che era il progetto di Bonafede sarebbe stato valido, cioè ritengo che avrebbe potuto fare, forse di più, Di Matteo messo a capo di un qualcosa che era come l’Ufficio degli Affari Penali di cui era stato capo Falcone, anche se dopo la morte di Giovanni Falcone quell’Ufficio era stato snaturato e, quindi, avrebbe potuto essere riportato a quello che era. Oggi come oggi il Capo degli Affari Penali non risponde più direttamente al Ministro, ma c’è un personaggio intermedio.

Però, sicuramente, qualcosa che non quadra c’è.»

Se ci fosse stato Di Matteo al DAP si sarebbero registrate tutte quelle scarcerazioni?

«Assolutamente no.»

Sono passati due anni dalla scomparsa di Rita Borsellino. Che ricordo ha di sua sorella?

«Insieme a Rita abbiamo combattuto la stessa battaglia, anche se con mezzi diversi. Rita aveva in più il suo essere donna. Ricordiamo la mamma di Impastato e le tante persone che, sicuramente, in quello che hanno fatto ci hanno messo in più il fatto di essere donna. Rita mi manca molto, sono da solo a combattere.

Adesso c’è anche Fiammetta che ha cominciato a parlare, anche se segue una strada diversa dalla mia. Lei, ad esempio, ammette che una delle cause dell’assassinio di mio fratello possa essere stato il dossier “Mafia e appalti”. Mentre io ritengo che “Mafia e appalti” sia uno degli elementi messi in campo dal ROS proprio per depistare quello che era il vero motivo dell’accelerazione messa in atto nella strage di via D’Amelio. Tutti combattiamo per la verità. Una cosa è certa…»

Cosa?

«Che spesso devono essere sempre i familiari delle vittime di mafia a cercare la verità e a continuare a chiedere la verità.

Oggi, nei miei incontri, non incontro più gli adulti. Incontro i giovani nelle scuole perché, come diceva Paolo, solo da un completo cambio generazionale possa arrivare la sconfitta della mafia. Paolo, nell’ultimo giorno della sua vita, a dei ragazzi risponde con le parole di un pazzo. Dice ‘sono ottimista’. Come si può essere ottimisti quando si sa di dover morire, come lo sapeva Paolo. Bisogna tenere viva la memoria, ed è quello che cerco di fare.»

Il Paese ancora non è pronto?

«Non solo il Paese non è pronto, ritengo che le cose stanno peggiorando. La fortissima penetrazione della ‘ndrangheta, all’interno del nostro Paese, non trova un sufficiente contrasto dal punto di vista della popolazione. Mentre noi siciliani, da ragazzi, ci siamo fatti gli anticorpi perché abbiamo visto i morti ammazzati per strada, i giudici ammazzati, i poliziotti ammazzati. Invece, purtroppo, al nord questo non c’è. Al nord la mafia penetra con la finanza, pulisce e impiega i propri capitali. Questo fa si che non si formino nella gente gli anticorpi per poterla contrastare.

Purtroppo non esiste ancora una legislazione europea comune per poter contrastare la criminalità mafiosa.»

Gli anticorpi si formano in molti modi. In via D’Amelio le Agende Rosse non permettono alcun tipo di “passerella” ai rappresentanti politici. Perché?

«A me la passerella è una parola che poco mi piace perché spesso, addirittura, hanno accusato noi delle Agende Rosse di fare delle passerelle in via D’Amelio. Io non permetto che rappresentanti delle Istituzioni, che ancora non assicurato la verità e la giustizia per la strage di via D’Amelio, vengano a portare dei simboli di morte. In cui, in ogni caso, pezzi dello Stato, sicuramente, hanno partecipato a quella strage. Quindi non lo permetto. All’inizio dovevamo fare dei presidi per impedire che venisse qualcuno, oggi non ce n’è più bisogno.»

Non vengono più?

«Non vengono, non c’è nessuno che ha il coraggio di presentarsi in via D’Amelio. Hanno paura. Ma noi non facevamo altro che alzare l’Agenda Rossa e voltare le spalle ai rappresentanti delle Istituzioni che venivano in via D’Amelio a portare le loro corone di morte, i loro simboli di morte. Non vengono. Hanno unificato l’anniversario e vengono in via D’Amelio il 23 maggio (giorno della strage di Capaci, nda), invece di venire il 19 di luglio.»

Ci fu un episodio con un ex presidente della Repubblica. Lo vuole ricordare?

«Nei primi anni, quando io avevo cominciato con questa mia determinazione a non far venire le Istituzioni in via D’Amelio, ci fu l’ex – per fortuna – presidente Napolitano, il quale fece chiedere alla polizia aeroportuale di Palermo se Salvatore Borsellino aveva prenotato un volo per Palermo il 23 maggio. Voleva andare il 23 maggio in via D’Amelio, ma voleva essere sicuro che io non fossi presente lì per poter portare avanti la mia battaglia con un presidente della Repubblica che è stato indegno di questo ruolo

Perché indegno?

«Quel presidente della Repubblica ha fatto distruggere le intercettazioni, invece di pretendere che fossero conosciute da tutto il popolo italiano per evitare che nessuno potesse pensare che in quei colloqui il presidente avrebbe potuto assicurare l’impunità ad un imputato in un processo, quale era allora il processo di Palermo sull’attentato al corpo politico dello Stato. Avrebbe dovuto pretendere che fossero note a tutti, invece ne ha preteso la distruzione. E questo è indegno di un Presidente della Repubblica degno di questo nome.»

Senza dimenticare il conflitto di attribuzione?

«Certo, ancora più grave. È stato tentato di mettere un macigno sulla strada della verità e della giustizia, sul processo portato avanti da Di Matteo e Ingroia. Che poi, per fortuna, ha avuto un esito diverso da quello che il presidente Napolitano avrebbe sperato. Anche se, a mio avviso, non sufficiente. Purtroppo a causa della possibilità del rito abbreviato, quindi sdoppiare i processi che dovrebbero essere non sdoppiabili, alcuni imputati – come ad esempio Mannino – hanno potuto avere una sorte diversa da quella di altri imputati. Anche quel Mancino, che ritengo abbia delle grosse responsabilità e sappia tante cose che non ha detto, ha potuto essere assolto anche lui.»

In via D’Amelio, negli anni passati, ci fu un abbraccio simbolico, forte, importante tra lei e Massimo Ciancimino. Perché decise di abbracciarlo?

«L’ho spiegato più volte, anche se quell’abbraccio mi ha provocato delle critiche all’interno del mio stesso Movimento. Ho abbracciato quel giorno Ciancimino, che era nel retropalco, per quella che era la sua condizione umana. Massimo Ciancimino ha rinunciato ad una vita di agi, di ricchezze e di essere rispettato, come succedeva fino a quel momento da tutta la Palermo bene, per potere – come mi disse lui – fare si che suo figlio non dovesse un giorno vergognarsi, come si era dovuto vergognare lui del nome che portava suo padre.

Massimo Ciancimino è un personaggio che sicuramente ha dei problemi, il fatto di essere vissuto con quel padre che, addirittura, lo incatenava per impedire di fare le sue scorribande con le macchine di cui poteva godere. Lo prendeva a schiaffi in continuazione. Quindi, sicuramente, è una persona che ha qualche problema.

L’ho abbracciato perché dal punto di vista umano ho ritenuto che le sue scelte fossero delle scelte coraggiose. E non solo. È stato il primo a parlare, senza Massimo Ciancimino il processo sulla Trattativa, forse, non si sarebbe neanche potuto svolgere. L’ho abbracciato allora e lo riabbraccerei. Dal punto di vista umano, pur con tutti gli errori compiuti, ritengo che abbia fatto delle scelte coraggiose.»

Chiudiamo questa intervista con la “Casa di Paolo”. Un sogno che si è realizzato?

«Un mio sogno che ho perseguito a lungo e quando nei sogni si crede veramente si realizzano. L’ho messa in piedi da solo, semplicemente con l’aiuto di volontari, rifiutandomi di chiedere qualsiasi tipo di aiuto allo Stato.

Un giorno camminavo per quella via dove da ragazzi giocavamo, spesso con quei bambini che avrebbero preso delle cattive strade, e mi sono detto che questa cosa non doveva più succedere. Avrei dovuto fare tutto il possibile per evitare che i ragazzi a rischio di quel quartiere – che ho sempre amato – potessero avere una opportunità, per sfuggire alla povertà, all’emarginazione, alla criminalità organizzata. Ho ripreso in mano la mia vecchia farmacia che era ridotta un rudere, ho acquisito i locali vicini e ho fatto nascere una Casa di Accoglienza per i ragazzi del quartiere, gestita solo da volontari.

Penso di esserci riuscito, penso anche di aver trovato chi continuerà anche dopo di me.»

Chi continuerà dopo di lei?

«Mia nipote Roberta Gatani, figlia di mia sorella Adele. Una sorella di cui si parla poco, ma per me era una grandissima donna. Nella Casa di Paolo facciamo doposcuola per i ragazzi ma, soprattutto, cerchiamo di dare amore. Quell’amore che i ragazzi a casa non possono trovare. Vivono in bassi dove non hanno nemmeno un tavolo per studiare, i genitori spesso sono in carcere, non hanno i soldi per comprare i libri. Nella Casa di Paolo ho fatto anche una scuola di informatica, non per usare il computer, ma per programmarlo. Quella strada, una volta, era piena di artigiani che mettevano a bottega i ragazzi. Davano la possibilità ai ragazzi di imparare un mestiere e di avere, quindi, un lavoro. Oggi, purtroppo, quegli artigiani non ci sono più. Attraverso l’amore voglio offrire un’alternativa e spero che questa cosa possa continuare anche quando io non ci sarò più.»   

3 parte/fine

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA. Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta».

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/Terza parte. «Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»
L’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

WordNews.it

«Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Salvatore Borsellino, intervista WordNews.it, agosto 2020 

(La terza parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per mercoledì 2 settembre 2020)

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L’intervista a Salvatore BORSELLINO:

PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA. Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta»

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Brenito Morsicato: 

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Seconda parte. «Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage. Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage». Sull’eccidio di via D’Amelio: «La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»

«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»
Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (foto gentilmente concesse da Rita Rossi)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato». Le parole di Salvatore Borsellino sono chiare, nette. Non ammettono replica. Lo stesso discorso vale per la morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), massacrato a Viterbo. Un altro “mistero” che si somma ai tanti “misteri” di questo Paese. Da Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Anzi, dall’Unità d’Italia in poi.

Con Salvatore Borsellino abbiamo toccato diversi argomenti. Nella prima parte ci siamo soffermati sulla morte del magistrato Paolo Borsellino (strage di Stato, 19 luglio 1992), senza dimenticare il massacro di Attilio Manca, la schifosa Trattativa Stato-mafia, le stragi, le bombe e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Iniziamo questa seconda parte con la domanda lasciata in sospeso, legata alla scelta di Salvatore Borsellino di ricordare un’altra vittima di mafia e di Stato, Luigi Ilardo, il confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio

Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

«Certo. Provenzano doveva essere protetto e non poteva essere catturato. Penso che la mancata cattura di Provenzano fosse uno dei punti della Trattativa. Provenzano si vende Riina e si assicura l’impunità.

Per proteggere Provenzano viene, appunto, ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Non sarebbe meglio utilizzare la parola al plurale: Trattative tra mafie e Stato?

«Noi parliamo di Trattativa, ma dobbiamo parlare di Trattative. La Trattativa nel nostro Paese comincia con l’assassinio di Salvatore Giuliano».

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947)?

«Sì. Anche quella è una strage di Stato, di Cia, di servizi segreti, di Decima Mas, ect. In nome dell’anticomunismo, purtroppo, in questo Paese si è fatto di tutto. E, appunto, si è instaurata questa collaborazione, questi interessi comuni con la mafia, questa Trattativa vista come un argine verso il comunismo nel nostro Paese. E ha portato a tutto quello che ha portato. A tutte le nefandezze che sono state compiute. Nefandezze, in buona parte, in cui lo Stato si è servito della mafia per compiere i lavori sporchi, per servire gli interessi di chi voleva combattere il comunismo con questi mezzi scellerati.»

È ancora in corso, oggi, una Trattativa Stato-mafia?

«Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare. Dobbiamo ricordarci che una enorme parte del PIL del nostro Paese arriva dall’attività criminale. Questi soldi sporchi rientrano in circolo nell’economia pulita. 

Oggi, con l’avvento della ‘ndrangheta, rispetto alla mafia, che ha ancora una più elevata capacità imprenditoriale, è una cosa che si sta diffondendo e che sta drogando l’economia pulita del Nord.

In un momento di crisi come questo ci sono, al Nord, industriali che non guardano da dove arrivano i soldi che gli vengono offerti. Questo sta drogando l’economia, anche perché sempre maggiori attività vengono acquisite con l’utilizzo di capitali che, sicuramente, non hanno una provenienza pulita.»

Nella foto il castello Utveggio Palermo (ph concessa da Patricia & Guido Di Gennaro)

Abbiamo parlato di apparati dello Stato. Non si può non ricordare il castello Utveggio di Palermo. E questo ci porta direttamente in via D’Amelio e agli apparati presenti prima e durante la strage di Stato.

«Purtroppo quelle indagini si sono interrotte, quelle indagini che stava portando avanti Gioacchino Genchi. Sono state stoppate e, quindi, non si è andato avanti su quel versante. Però Paolo, sicuramente, sapeva che al castello Utveggio c’era un centro del SISDE. Lo disse negli ultimi giorni della sua vita, anche a sua moglie, aggiungendo di chiudere le finestre della stanza da letto perché dal castello Utveggio potevano spiare.

Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage.

Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni, come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage.»

Salvatore Borsellino e le Agende Rosse (ph Rita Rossi)

Ed ecco arrivati alla famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Sparita subito dopo la strage.

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente».

È stata una mano mafiosa?

«No, assolutamente no. Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia. Ci poteva essere il fatto che Paolo dice ad Agnese (la signora Borsellino, consorte del magistrato, nda) che Subranni era punciutu

E cosa vuol dire punciutu?

«Punciutu non vuol dire colluso con la mafia, ma vuol dire affiliato alla mafia. E cosa poteva significare per Paolo, nei giorni precedenti al suo assassinio, sapere che Subranni, il capo del Ros, è affiliato, addirittura, alla mafia. Deve essere crollato un mondo a Paolo, che aveva una fiducia enorme nello Stato. Io che sono di natura anarchica avevo anche scontri con Paolo su questo argomento. Paolo che aveva una fiducia immensa nello Stato rendersi conto che lo Stato era bacato, addirittura, a quei livelli. Credo che gli aveva proprio fatto perdere la voglia di vivere. Ritengo che a un certo punto Paolo abbia preferito sacrificare la sua vita pur di non continuare a vivere in un mondo in cui lo Stato, in cui tanto credeva, lo stava tradendo. E lo aveva condannato a morte».

Subranni è un nome, insieme ad altri, che appare spesso in determinate situazioni.

«Addirittura, se ben ricordo, nel depistaggio per la morte di Peppino Impastato (Salvatore Borsellino ricorda bene: il generale Subranni per quella vicenda è stato prescritto per favoreggiamento. “Gravi omissionied evidenti anomalie investigative”, scriverà il gip di Palermo, nda). Si inizia da lontano per quanto riguarda Subranni.»

Il generale Antonio Subranni è stato condannato, in primo grado, nel processo sulla Trattativa Stato-mafia?

«Sì, certo.»

Il magistrato Di Matteo, nel novembre del 2018, ha dichiarato: «La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Lei è d’accordo?

«Sono assolutamente d’accordo. Ascoltare queste parole mi crea disgusto. Ma questo va al di là dei Governi. Adesso stiamo parlando di Berlusconi, ma non c’era Berlusconi quando è iniziata la Trattativa. Non c’era Berlusconi quando Mancino, mentre Paolo sta interrogando Mutolo, lo chiama al Viminale e gli fa trovare Contrada.

Nessuno dovrebbe sapere della collaborazione di Mutolo e Contrada dice a Paolo‘dica a Gaspare che se ha qualcosa da dire lo può raccontare a me’.

Paolo deve aver respirato, veramente, aria di morte nel momento in cui incontra Contrada. Ritengo che abbia incontrato Mancino e che Mancino abbia detto che doveva fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone, perché lo Stato stava trattando con la mafia. E come avrebbe potuto reagire Paolo? Deve avere minacciato di rivelare quella Trattativa all’opinione pubblica, di percepirla come reato. A questo punto non esisteva che una possibilità.»

Quale?

«Eliminare Paolo e fare sparire la sua Agenda Rossa. Non solo, ma impedire, come aveva richiesto a gran voce nel suo ultimo incontro pubblico del 25 giugno, di essere chiamato a Caltanissetta.

È possibile che Paolo, il migliore amico di Falcone, l’unico che aveva letto i suoi diari, dopo 57 giorni dalla strage di via Capaci, non era stato ancora convocato a Caltanissetta?

Queste sono le cause concomitanti che hanno portato all’accelerazione dell’assassinio di Paolo.

La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»                

Perché ad un certo punto, dopo le stragi e le bombe del ’92 e del ’93, termina la «strategia della tensione»?

«Perché la Trattativa era stata conclusa. Era arrivata alla fine. Non ci sarà più bisogno dell’ultima strage, quella dell’Olimpico di Roma.»

Cosa significa “la Trattativa era arrivata alla fine”?

«Viene assicurata l’impunità a Provenzano. Viene assicurata l’accettazione dei punti, che non sono soltanto, secondo me, quelli posti nel papello di Totò Riina. Ma ce ne sono degli altri. Viene accettata la richiesta sui benefici carcerari ai detenuti. Tanto è vero che poco tempo dopo il ministro Conso (della Giustizia, nda) decide di mettere fuori 300 condannati al 41 bis. Quando c’è una Trattativa si tratta, da un lato, per ottenere qualcosa; dall’altro si discute su cosa concedere e cosa non concedere. Ad un certo punto si sono messi d’accordo e, quindi, le stragi non erano più necessarie. Infatti, improvvisamente, si fermano.»

Lei ha parlato del depistaggio sulla morte di Peppino Impastato. Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

2 parte/continua

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«La Trattativa è ancora in corso»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/2 parte. «Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Quindi, sicuramente, questi centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare.»

«La Trattativa è ancora in corso»
Salvatore Borsellino (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

da WordNews.it

«Per proteggere Provenzano viene ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Salvatore Borsellino, WordNews.it, agosto 2020 

(La seconda parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, venerdì 28 agosto 2020)

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»
Le foto sono state gentilmente concesse da Patricia & Guido Di Gennaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.

Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).

Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»    

       

Nella foto Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

1 parte/continua

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  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Salvatore Borsellino: «Paolo ucciso per la Trattativa»

ANTICIPAZIONE. «La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene ucciso dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle. Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato.»

Salvatore Borsellino: «Paolo ucciso per la Trattativa»
Ph Patricia & Guido Di Gennaro

WordNews.it

«Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»

Salvatore Borsellino, WordNews, agosto 2020 

(La prima parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, lunedì 24 agosto 2020)

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…». Nella prima parte dell’intervista – il pentito di mafia – ha raccontato il suo avvicinamento a Cosa nostra e la sua decisione di “saltare il fosso”. Senza dimenticare i legami tra Bagheria, il posto in cui è tornato a vivere, e la mafia di Castelvetrano. «Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia. Ero presente, ho visto tutto.»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»
Il vigliacco di ‘Cosa nostra’, Matteo Messina Denaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Bagheria, Sicilia. Baarìa (che significa Porta del Vento), l’antico nome della bellissima città siciliana, conosciuta al grande pubblico anche grazie al regista Tornatore, che ha raccontato 50 anni di storia, di lotte e di conquiste di tre generazioni. Il protagonista, il comunista Peppino Torrenuova, alla fine del film, spiega al figlio, in un breve dialogo, un concetto filosofico: “Papà, perché tutti pensano che abbiamo un brutto carattere? Forse perché è vero. Oppure? Oppure perché ci crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte».  

In questo paese vive un collaboratore di giustizia. Si chiama Benito Morsicato. Le sue dichiarazioni hanno aperto le porte del carcere per i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. La “primula rossa” di Cosa nostra. Latitante da 27 anni. «Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda)». Per Binnu Provenzano sono serviti quasi 50 anni di latitanza. Per questo tizio quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? C’è ancora una schifosa Trattativa in corso tra lo Stato e Cosa nostra? Chi sta proteggendo il vigliacco di Castelvetrano? È lui il Capo dei Capi?

Nella seconda parte (e ultima) dell’intervista siamo partiti dalla rapina alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. «Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro».     

Cosa avete rapinato?

«L’azienda TNT era dei fratelli Lupo, persone molto vicine anche ai Graviano di Brancaccio, gli hanno sequestrato tutti i beni, per milioni di euro. Quando la TNT passa nelle mani dello Stato diventa rapinabile.»

Che significa? Qual è la logica?

«La logica è questa: ‘lo Stato si è presa la TNT e io ti vengo a fare la rapina e te la svuoto’.»

Cosa avete rapinato?

«Seicento colli, tra articoli di gioielleria. Abbiamo venduto la merce intorno ai 200mila euro. Di cui più del 10% è rimasto a Castelvetrano. Nel novembre 2013 abbiamo fatto la rapina, nel dicembre 2013 sono scattati gli arresti della sorella di Matteo Messina Denaro, insieme ad altri suoi parenti e persone molto vicine a lui. Guarda caso, quando stavamo vendendo la merce e avevamo incassato intorno ai 60-70mila euro, si presentò il nipote di Messina Denaro, Francesco Guttadauro, perché aveva esigenze di soldi. Non per lui, ma per lo zio. Infatti gli consegnammo intorno ai 10mila euro perché servivano subito i soldi.»

Senta, dobbiamo chiarire un punto. Lei, all’inizio, ha affermato di aver commesso furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, ma ha affermato di non essere un criminale. Perché lei sostiene di non essere un criminale?

«Perché io non ho fatto il collaboratore per convenienza e non ho omicidi sulle spalle. Non mi ritengo un criminale, certo ho sbagliato. Però c’è differenza fra me e un soggetto che ha fatto degli omicidi. C’è una differenza enorme.»

Secondo lei, una persona che commette furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti è o non è un criminale?

«È un criminale.»

Lei si sente cambiato?

«Al 70%, sì.»

Quanti anni ha?

«Ho 42 anni e due bambine. Una il prossimo anno mi diventa maggiorenne e una bambina di 13 anni.»

Per quanti anni lei è stato criminale?

«Sono stato ladruncolo, mi definisco ladruncolo…»

Lei si definisce ladruncolo però, ripeto, lei ha confermato che ha commesso rapine, danneggiamenti, estorsioni. Non è proprio un ladruncolo.

«Ero un criminale quando ho fatto parte di Cosa nostra, a tutti gli effetti. Prima ero un ladruncolo. Voglio precisare: quello che ho fatto non è bello.»

La sua vita, che sta rinnegando, quanti anni è durata?

«Dal 2011 vicino a Cosa nostra.»

Quindi se lei ha iniziato con piccoli furti a tredici anni ed oggi ne ha 43, possiamo dire che ha fatto questa vita per trent’anni?

«Dai 13 ai 23. Poi mi ero sposato, ho allontanato amici, mi ero trovato anche un lavoro presso il Comune, ho fatto quindici anni l’autista. Poi mi sono avvicinato a questa persona (Giorgio Provenzano, nda) e mi sono rimesso di nuovo in questi affari sporchi. Ho perso il lavoro e ho perso tutto.»

A parte la rapina, di cosa ha parlato con i giudici durante la sua collaborazione?

«Ho parlato del mandamento della provincia di Palermo, del capodecina, della “testa dell’acqua”.»

Cos’è la “testa dell’acqua”?

«Il capo in assoluto.»

Quante persone ha fatto arrestare?

«Nell’operazione Reset ho confermato le accuse su 31 soggetti, in tutto intorno alle 60 persone

Comprese le due operazioni: Eden1 ed Eden2?

«Sì, grazie alle mie dichiarazioni, le operazioni sono state Reset1, Reset2, Eden1 ed Eden2. Un altro collaboratore, Salvatore Lo Piparo, ha confermato tutte le cose che ho detto io.»

Le operazioni Eden1 ed Eden2 hanno interessato i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro?

«Sì, tutti i parenti di Matteo Messina Denaro e le persone molto vicine a lui.»

Questi fiancheggiatori sono tutti appartenenti a Cosa nostra o ci sono anche dei “colletti bianchi”?

«Di “colletti bianchi” non ne ho parlato. Anche se sapessi qualcosa dei “colletti bianchi” non parlerei. Questa cosa l’ho detta anche ai magistrati.»

Per paura?

«Sì.»

Di cosa ha paura?

«Nel 2014, quando ho iniziato la mia collaborazione, dissi telefonicamente a mia moglie, ero stato autorizzato dalla Procura di Palermo a poter telefonare ogni giorno dieci minuti solo a mia moglie per sentire lei e le bambine, loro già si trovavano in una località segreta e io in un carcere definito località segreta. Ero a Frosinone.»

Cosa disse a sua moglie?

«A mia moglie dissi telefonicamente, perché era stata autorizzata a fare un incontro con i genitori in località segreta, di portarmi degli appunti, avevo il vizio di segnarmi tutto anche quando facevo parte dell’organizzazione mafiosa…»

E che succede?

«Mia moglie viene accompagnata con la scorta ad incontrare i genitori e guarda caso viene fatto il furto nella macchina di scorta. Vengono rubate le due valigie dove all’interno c’erano gli appunti, le cose che dovevo dichiarare ai PM.»

È gravissimo ciò che sta dicendo. In questi appunti cosa c’era scritto?

«Purtroppo non lo posso dire.»

Ma parliamo di fiancheggiatori, di “colletti bianchi”?

«Erano degli avvenimenti in cui mi segnavo la data.»

Avvenimenti legati a Matteo Messina Denaro?

«Sì, alla mafia di Bagheria. Da quel momento ho capito che, forse, stavo alzando un po’ il tiro.»

Dove avviene questo furto?

«A Roma.»

Lei sta affermando che…

«C’è una denuncia…»

Lei ha affermato che ha chiesto, telefonicamente, a sua moglie degli appunti per poter fare delle dichiarazioni ai PM. Questi appunti, quando sua moglie viene accompagnata nella località protetta, spariscono. È così?

«Sì. Mia moglie era dentro al centro commerciale, si avvicina uno della scorta, che erano in quattro, e dice: ‘purtroppo è successa una cosa, hanno rotto la macchina e si sono fregate le valigie. Fortunatamente non hanno toccato la paletta, il lampeggiante e la carpetta con tutti i documenti. Hanno preso solo le valigie’.            

Mi scusi, ma come potevano sapere che in quelle valigie c’erano i suoi appunti?

«Le telefonate, sicuramente, erano controllate. Lo sa dove è avvenuto lo stesso furto, nello stesso periodo? Sempre su Matteo Messina Denaro. Così ho collegato…»

Dove è avvenuto?

«Al Tribunale di Palermo, nell’ufficio della Principato. Sparito un PC con le chiavette, dove c’erano tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle importanti prove su Matteo Messina Denaro. Dentro la Procura. E allora mi son messo un po’ di paura.

Poi ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM dott. Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…»

Cosa era successo nell’89?

«Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia (in via De Spuches vengono massacrate Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, madre, sorella e zia di Francesco Marino Mannoia, nda). Io ero là, ho visto tutto. Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi. Ancora oggi ho l’immagine davanti.»

Lei cosa ha visto?

«Mi ricordo anche che è venuto il dott. Falcone. Ero bambino, avevo 12 anni.»

Ha visto anche chi ha commesso il massacro?

«Ero là, presente. Dico solo questo. Attualmente, dietro casa mia, ancora c’è la casa di Mannoia. La casa è sua.»

È stato mai sentito su questi fatti?

«No, ho visto dei soggetti qua. Io conoscevo un soggetto, oggi dichiarato morto ma non è vero. È in America. Lo hanno messo come “lupara bianca” ma non è vero.»

Se la sente di fare il nome?

«No. Mai nessuno mi ha fatto avvicinare a parlare con Di Matteo. Ho visto delle persone a Bagheria su cui oggi alcune Procure stanno lottando, in merito alla Trattativa Stato-mafia. E uno di questi soggetti l’ho visto, in compagnia di questa persona che si trova negli Stati Uniti. Quello è vivo.»

Quelle persone, che lei dice di avere visto quel giorno dell’89, sono “ritornati” nella sua vita?

«Non erano della zona queste persone. Un soggetto di questi che faceva parte dei servizi segreti, l’ho visto in compagnia di questa persona che conoscevo. Durante gli anni ho rivisto questa persona in tv, perché ha un particolare. È riconoscibile da un particolare.»

Lei sta parlando di un soggetto appartenente ai servizi segreti, con un particolare riconoscibile. Era presente il giorno del massacro?

«Un paio di giorni prima che succedesse questo efferato omicidio l’ho visto. Erano in tre: il soggetto, oggi deceduto, con il particolare riconoscibile; il mio conoscente dichiarato morto e un’altra persona e ricordo un particolare, era pure zoppo. Ed era abbastanza alto, intorno al metro e ottanta.»

Mi scusi, stiamo parlando di “Faccia da mostro”?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Non voglio rispondere.»

E lo zoppo dove lo mettiamo, in Cosa nostra o negli apparati dello Stato?

«Negli apparati dello Stato e in Cosa nostra.»

Senta, ma il terzo?

«Era un politico. Legato a Cosa nostra. Questo signore divideva le fatture dell’acqua, poi diventò un grosso imprenditore. E i miliardi non sapeva più dove metterli.»

Mi scusi, lei vuole parlare con Di Matteo. Ma perché queste dichiarazioni non le ha fatte quando era all’interno del programma?

«Già sono stato sentito su alcune cose, prima che uscissi dal programma. Ma ne voglio parlare solo con Di Matteo.»

Come nasce il rapporto di amicizia con il nipote di Matteo Messina Denaro?

«L’ho conosciuto grazie alla mafia bagherese. Nel periodo che si stava organizzando quella rapina ho avuto modo di conoscere questo soggetto».

Chi è per lei Matteo Messina Denaro?

«Un pezzo di merda.»

Cos’è per lei Cosa nostra?

«Parliamo sempre di letame. Questo penso oggi. Se si ribellassero tutti la mafia finirebbe. Finché c’è quello che abbassa la testa o permette di fare affari la mafia non finirà mai. Se prende il boss di Bagheria, lo prende da solo, è un verme. Un cacasotto. Si fanno forza a comandare delle persone per fare del male. Si fanno forza con il gruppo.»

Lei non ha paura a vivere a Bagheria?

«La paura c’è, la mafia non dimentica. Io sono scritto nel libro nero della mafia. Me la farà pagare. L’ho messo in conto.»

Come vive a Bagheria?

«Non ho rapporti con nessuno. Sono totalmente emarginato. Non esisto. Vado a fare la spesa a 20 km da casa mia.»

Perché è rientrato a Bagheria?

«Ho chiesto di essere capitalizzato. Non funzionava niente all’interno del programma. Mi dovevano dare una somma e mi hanno dato meno del 50%.»

È rientrato a Bagheria per motivi economici?

«Sì.»

Lei oggi come vive?

«Non ho il reato per mafia, ma solo per aver agevolato Cosa nostra. Vivo con il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro. Oggi ringrazio lo Stato che mi dà la possibilità di dare a mangiare ai miei figli.»

Ha ricevuto minacce?

«È stata presa di mira di mia figlia. Si è dovuta ritirare da scuola. Sono dieci mesi che denunciamo, il PM dice che è semplice bullismo. E le minacce continuano. La chiamano ‘la pentita’, ‘la figlia del pentito’. Come può vivere una ragazzina? I genitori delle sue amiche non vogliono che mia figlia esca con loro. Anche mia moglie è stata avvicinata. Mia figlia una volta è stata fermata per strada e le hanno detto: ‘dici a tuo padre che in carcere a Palermo lo sanno tutti che è rientrato a Bagheria, appena escono gli devono staccare la testa’

Lei ha una tutela?

«Una sorveglianza attiva.»

Le persone che ha fatto arrestare stanno uscendo dal carcere?

«Sì. Sabato scorso mi incrocio con una persona, era con altri quattro soggetti. Mi sono ritrovato con il genero, che è già uscito, del boss di Bagheria che ho anche accusato. Ed è già uscito. Sono stati condannati tutti, dai sei anni ai dieci anni. A scala cominceranno ad uscire tutti.»

Per quanti anni è stato all’interno del programma di protezione?

«Sei anni. Sono uscito io, non sono mai stato buttato fuori dal programma. Dalla controparte non ho mai avuto una denuncia per calunnia.»

Perché ha deciso di uscire dal programma?

«Non funziona nulla. Vuole sapere l’ultima dimostrazione che ho fatto prima che uscissi dal programma?»

Prego, dica…

«Come fa un collaboratore sotto programma di protezione, in località protetta, senza documenti per l’espatrio, a partire dall’Italia per raggiungere Basilea, in Svizzera. Passare una settimana in quel posto e rientrare in Italia. Questo collaboratore sono io. Non funziona nulla. Ci sono collaboratori, posso fare anche nomi e cognomi, che appena hanno avuto gli arresti domiciliari hanno lasciato di nascosto la località protetta, sono rientrati nel proprio paese a fare reati. La questione è questa: se domani devo essere sentito dal PM arrivano le macchine blindate. Ma questa protezione serve solo per andare in Procura? Quando finisce tutto non c’è più protezione.»

Quindi il programma di protezione non funziona a livello di protezione?

«A livello di protezione. Poi ci sono degli operatori del NOP che discriminano, in senso che trattano pure male. Parliamo di persone che non sono nemmeno formate professionalmente. Ho dovuto sentirmi dire: ‘io prendo 1.300 euro al mese, me li devo sudare. Tu senza fare un cazzo…’. Ma come si permettono».

In passato ci sono stati degli episodi, come l’omicidio del fratello del collaboratore di ‘ndrangheta, inserito nel programma di protezione, ucciso sotto a casa a Pesaro. Secondo lei ci sono delle falle nel sistema?

«Sì, Bruzzese. Si parlava tanto del cognome scritto sul citofono. Ma gli operatori del NOP non si sono mai lamentati del cognome sul citofono. Ma ci andavano dal Bruzzese? A me è successo che, dopo i 180 giorni di collaborazione, in località protetta, spesso, mi sono incontrato con personaggi pericolosi, anche persone che ho fatto arrestare. Le falle ci sono, ma ne sono tante. Andrebbe tutto rifatto questo programma. È il PM che dovrebbe garantire la nostra protezione.»

Queste problematiche le ha comunicate?

«Sempre.»               

Lei ha ancora altre cose da dichiarare ai magistrati?

«Sì. Non le ho dichiarate subito perché non mi sono sentito tutelato. Parliamo di cose molto delicate.»

Molto delicate perchè riguardano solo Cosa nostra o anche gli apparati dello Stato?

«Anche gli apparati dello Stato.»  

Dichiarazioni mai fatte?

«No. Ho piena fiducia solo con Di Matteo.»

Lei lo sa che i personaggi dei Servizi che ha descritto potrebbero rientrare in altri “misteri” accaduti in questo Paese (stragi, omicidi, sparizioni, ect.)?

«Per questo ho paura. Anche se qualche soggetto non c’è più oggi, ci può essere qualche altro soggetto collegato a loro. E con la paura di arrivare a loro possono fare qualcosa.»

Quindi, lei teme più certi personaggi legati alle Istituzioni (deviate), rispetto ai mafiosi legati a Cosa nostra?

«Sì. Il personaggio che appartiene alle Istituzione è il classico mafioso con il “colletto bianco”. Ha più potere del mafioso di zona. Il vero mafioso è colui che è “colletto bianco”, il mafioso è colui che fa il lavoro sporco. Se oggi si deve parlare di mafia si deve parlare anche di politica. Se cosa mi ha detto un operatore del NOP?»

Cosa?

«‘Ma perché tu pensi che se Matteo Messina Denaro, o qualche altro boss della Sicilia, vuole arrivare a te, anche se sei sotto programma di protezione, non ci arriva? Ci arriva’. Che significa questo?»

Perché non sono arrivati a lei?

«Provenzano diceva che un pentito fa più danno da morto che da vivo.»

Lei come la interpreta questa frase?

«Che se oggi vai a toccare un pentito, gli vai a sparare – faccio un esempio -, si alza un polverone. Se ci sono dei mafiosi che stanno facendo affari succede un terremoto, perché iniziano perquisizioni, indagini. Queste cose di solito si fanno quando si dimentica, dopo dieci anni, dodici anni. Ma sa come va a finire? ‘Ma quello è stato ucciso, ma sicuro Cosa nostra lo ha ucciso. O si è rimesso in qualche cosa, con qualche amante’. Cercano di non far collegare quello che è successo alla mafia.»

Vogliamo chiudere con un appello?

«A tutti coloro che sono in queste situazioni: collaborate, l’unica cosa è collaborare. E dare voce alle nuove generazioni, loro porteranno avanti questa cosa. Non bisogna abbassare la testa. Bisogna alzare la voce, solo parlando si può combattere la mafia. Non c’è cuscino più morbido di una coscienza pulita, vivendo onestamente. Pentitevi, dico ai mafiosi, pentitevi. Starete meglio, fatelo per le nuove generazioni e per i nostri figli. Un figlio che cresce in un ambiente mafioso diventerà un futuro mafioso. Per il bene dei nostri figli tronchiamo questa cosa con la mafia. Oggi sono felice di quello che ho fatto. Piano piano sto riacquistando la mia dignità, ci vuole tempo. Non si acquista in pochi giorni.»

Ma se avesse di fronte Messina Denaro cosa direbbe?

«Di parlare e far cadere lo Stato italiano. Matteo Messina Denaro sarebbe in grado di far cadere tutto, a cominciare dagli anni Sessanta, Settanta. Ma non gliele lascerebbero fare queste dichiarazioni.»

Potrebbe cadere dalla branda come Provenzano?

«Io penso che Provenzano è stato picchiato. Queste cose in carcere non esistono. Una persona di spessore non viene toccata. La guardia penitenziaria non si permette di toccare queste persone. A Sergio Flamia, ci sono le sue dichiarazioni, lo andavano a trovare in carcere con i tesserini di avvocati, che poi non erano iscritti all’Albo degli avvocati.»

Chi andava a trovarlo in carcere?

«Quelli dei servizi segreti. Hanno preso i tabulati e hanno verificato. È stato visitato da questi avvocati, con nomi falsi. Come fanno questi ad avere un colloquio in carcere con questi personaggi? Ci fu quella politica siciliana (Sonia Alfanonda) che disse che Provenzano aveva lanciato dei messaggi. Però poi si fermò. E chi lo dice che qualcuno è andato la e lo ha fatto spaventare? Sono tanti i misteri. Oggi la mafia bianca è molto più pericolosa.»         

2 parte/fine

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Prima parte. «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

«’Cosa nostra’ non è finita. È ancora forte»

L’INTERVISTA/Prima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Non ho mai ammazzato nessuno. Ho deciso di collaborare per liberarmi la coscienza». Abbiamo deciso di dividere in più parti la conversazione, per affrontare nel miglior modo possibile tutti gli argomenti trattati. Sul vigliacco latitante Matteo Messina Denaro: «È lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia. (regionale siciliana, nda)».

«'Cosa nostra' non è finita. È ancora forte»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non lo abbiamo cercato noi. L’incontro è nato quasi per caso. Dopo la risposta di Luigi Coppola all’avvocato Antonio Bucci (sulla vicenda di un altro collaboratore di giustizia, in questo caso di camorra, Fiore D’Avino) è arrivata la precisazione di Benito Morsicato. Un collaboratore siciliano, oggi fuori dal programma di protezione, residente a Bagheria. In passato amico (in affari) di un nipote di Matteo Messina Denaro. «Bagheria è sempre stata molto vicina a Castelvetrano». Ma cosa aveva detto di tanto fastidioso il testimone di giustizia campano? «…non comprendo minimamente questa sua uscita mediatica e quasi diffamatoria per i tanti testimoni di giustizia che, per colpa di alcuni delinquenti diventati poi dei santi con il pentimento, si sono rovinati la vita perdendo aziende, famiglie e un futuro tranquillo. …dico a lei se è giusto che chi prima ha estorto, rubato e magari anche sparso del sangue nelle nostre strade, debba essere considerato una fortuna per lo Stato».

Le parole del testimone Coppola hanno provocato la reazione del pentito. Questo è il messaggio che abbiamo ricevuto: «Mi chiamo Morsicato Benito e sono un collaboratore di giustizia. In merito a quello che sostiene l’avvocato (testimone di giustizia, nda) Luigi Coppola mi sento molto offeso e discriminato. Vorrei parlare con voi». E siccome noi diamo parola a tutti, abbiamo deciso di raccogliere un altro punto di vista, proveniente dall’altra parte della barricata. E abbiamo raccolto la sua replica: «Non voglio offendere nessuno. Chi denuncia va rispettato. Al testimone di giustizia Coppola voglio dire che i collaboratori non sono tutti uguali. Il mio pentimento non è stato di convenienza. Il mio desiderio è stato quello di ripulirmi la coscienza. Non bisogna mai fare di tutta un’erba un fascio».

Con Morsicato, però, siamo partiti dall’inizio. Dalla sua esperienza “criminale” sino alla collaborazione con la giustizia. Senza tralasciare la sua esperienza nel programma di protezione, i legami del vigliacco Matteo Messina Denaro su Bagheria (parenti e amante compresa) e tante altre cose. Abbiamo parlato del suo passato e del suo presente. «Il mio futuro lo vedo dentro una bara. Perché Cosa nostra non dimentica».

Ma perché Morsicato è un collaboratore di giustizia?

«La mia collaborazione inizia nel 2014. Sono stato raggiunto da un’ordinanza, per l’operazione Reset, dove è stato smantellato tutto il mandamento della provincia di Palermo. Dopo 10 giorno dal mio arresto ho deciso di collaborare con la giustizia. Per dare un futuro migliore ai miei figli.»

Prima di essere arrestato di cosa faceva parte?

«La mia carriera stava per nascere. Ero un uomo del racket. Raccoglievo solo le estorsioni.»

Che significa “la mia carriera stava per nascere”?

«La mia carriera criminale stava per nascere. Non sono un vero e proprio criminale. Ma ho deciso subito di troncare questa situazione. Ho visto che non era quello che meritavano i miei figli.»

Lei ha fatto parte di Cosa nostra?

«Sì, dal 2011. Ero un ragazzo molto sveglio, un ragazzo di strada. Sapevo chi comandava nel paese, chi erano le persone che facevano parte di Cosa nostra…».

Mi scusi, quale paese?

«Bagheria.»

Quanti anni aveva?

«A 12, 13 anni ero già in giro con gli amici. Anzi ci sono parecchi amici d’infanzia che oggi, purtroppo, non ci sono più, che sono stati ammazzati.»

Era un bullo?

«Non direi, non ho mai picchiato nessuno.»

E cosa faceva con questi suoi amici?

«Qualche furtarello, ragazzate. Però poi, negli anni, prendi fiducia di questi soggetti e ti inseriscono dentro Cosa nostra.»

Quindi lei è stato avvicinato per essere inserito in Cosa nostra?

«Sono stato avvicinato a Cosa nostra perché nel 2011 mia sorella si frequentava con un soggetto di Bagheria definito dalle Procure come il capodecina del mandamento mafioso di Bagheria.»

Come si chiamava questo soggetto?

«Giorgio Provenzano.»        

Parente di Binnu Provenzano?

«Non so se hanno una parentela. Da quel momento questa persona mi ha preso a simpatia. Lui era appena uscito dal carcere. Il mio non è stato un inserimento vero e proprio. È cominciato che lo accompagnavo in alcune riunioni. In macchina si parla, una parola tira l’altra. Lui mi raccontava alcune cose. E mi cominciò a dare le estorsioni, poi c’è stata la famosa rapina clamorosa, alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro, altrimenti la rapina non si poteva fare. Siamo stati autorizzati a fare questa rapina, con il patto che il 10% veniva lasciato al paese per garantire la latitanza di Matteo Messina Denaro.»  

Gli “eredi di Matteo Messina Denaro” stanno in galera?

«Sì, sono i nipoti del cuore di Matteo Messina Denaro.»

Poi ci arriviamo. Quando entra ufficialmente in Cosa nostra?

«Con la scusa che lo accompagnavo. E non è che lui (Provenzano, nda) andava a comprare la frutta. Si vedeva con altri soggetti mafiosi degli altri mandamenti. Tipo delle riunioni. Di solito le facevano sulla scogliera del mare, per evitare cimici. Si incontravano anche sulle barche, diciamo in zone molto isolate. In alcuni episodi ha preteso che lo accompagnassi anche armato.»

Vuole spiegare meglio?

«C’erano dei poblemi tra alcuni mandamenti, tra Bagheria e Villabate. Degli screzi. E allora, per sicurezza, un giorno mi disse: ‘mettiti questa sopra, non si può sapere mai. Comincia a sparare, tu non guardare chi spara. Spara e basta’. Fortunatamente non c’è stata questa esigenza.»

Ma questo Provenzano le fa una richiesta esplicita per entrare in Cosa nostra?

«Non c’è mai la richiesta diretta, si capisce. Si comincia con semplici accompagnamenti. Quando ha capito che ero molto sveglio… un giorno mi disse in macchina: ‘senti, da domani ti autorizzo io. Cominci a girare per tutti i locali, senza saltarne uno’. Noi avevamo il monopolio delle slot machine. Praticamente ogni slot dentro un bar doveva pagare, ogni mese. Poi lui voleva rinnovare questa cosa e voleva pretendere un euro al giorno per ogni slot in tutti i locali.»

Ma il monopolio non è dello Stato?

«Quello legale. Poi c’è quello illegale che ce l’ha la mafia. Parliamoci chiaro…».

Prego…

«Oggi dicono tutti che la mafia ha abbassato la testa. Ma la mafia non ha abbassato la testa. Se ne arrestano 100 oggi, già domani mattina ci sono pronti quelli che prendono il loro posto.»

Lei sta dicendo che Cosa nostra oggi è forte come prima?

«Sì. Perché non è più la Cosa nostra di prima.»

Può spiegare meglio?

«Dopo Totò Riina parlo io. Ricordo, quando ero piccolino, chi comandava il paese, i famosi boss del paese, non hanno mai permesso l’ingresso nemmeno un grammo di hashish e di altri tipi di sostanze stupefacenti.»

Cosa vuole dire?

«Chi comandava a quel tempo non voleva droghe nel paese dove comandava. Facevano business con gli appalti. Non gli interessava la droga.»

Parliamo, comunque, sempre di delinquenti sanguinari.

«Sì, ci mancherebbe. Non delinquenti, peggio. Poi si è scoperto che nel mio paese non entravano queste sostanze, era un paese abbastanza tranquillo e ordinato, poi si è saputo, negli anni, che soggiornava Provenzano in questo paese

Il latitante Provenzano?

«Sì, praticamente abitava a 100 metri da casa mia. Dietro casa mia.»

Lei era a conoscenza di questa latitanza?

«No.»

Quando l’ha saputo?

«Quando cominciò a parlare il collaboratore Lo Verso, poi Sergio Flamia. Che sono dei grossi collaboratori. Lo Verso era l’autista di Provenzano, mentre Flamia era il killer di Provenzano che ha collaborato e si è autoaccusato di 40 omicidi. Ma comunque quando ho visto Provenzano non era la prima volta che lo vedevo sto signore.»

Senza sapere chi fosse?

«Ma comunque diverse persone a Bagheria hanno detto che lo vedevano passeggiare. Ma tutto potevano pensare, ma non che fosse Provenzano.»

E lei come se la spiega questa lunga latitanza?

«Lo Stato ci ha sempre imbrogliati e non hanno detto mai la verità. Totò Riina è stato consegnato da Provenzano, la famosa Trattativa Stato-mafia. Provenzano gli ha consegnato Totò Riina per finire il periodo stragista. E lo Stato ha fatto un patto, garantendo la libertà a Provenzano. Come si fa a stare 43 anni latitante? Ma stiamo scherzando?»     

E Provenzano da chi è stato consegnato?

«Provenzano si è costituito da solo. Dopo 43 anni di latitanza, guarda caso, lo vanno a prendere quel giorno che esce la mano dal casolare per prendere il formaggio. Quella è stata una cosa tutta organizzata.»

Lei sa che undici anni prima, nel 1995, si è registrato il mancato arresto a Mezzojuso?

«Ce ne sono stati diversi. A Bagheria abbiamo la clinica Santa Teresa, costruita dall’ing. Aiello, che gli hanno sequestrato 700 milioni di euro di beni, tutti risalenti a Provenzano. Questa clinica è stata costruita per curare Provenzano. È l’unica in Europa con determinati macchinari. Vengono anche dalla Francia per fare delle risonanze magnetiche.»

E perché Provenzano va a Marsiglia a farsi operare alla prostata?

«Perché ancora la Clinica non era nata. Il soggetto che l’ha creata era vicino a diversi politici, nel momento in cui è stato messo sotto sorveglianza sa chi ci andava ad avvisarlo di questi controlli?»

Lo dica lei.

«Proprio chi metteva le cimici e lo teneva sotto controllo.»

Chi è il soggetto?

«L’ing. Aiello. Veniva avvisato dalle alte istituzioni che era stato messo sotto controllo e all’epoca ci sono stati parecchi arresti tra mafia, politica, marescialli, colonnelli. Sono stati tutti arrestati. Il tempo che mettevano Provenzano, o chi vicino a lui, sotto sorveglianza loro lo sapevano già in anticipo. Sapevano dove mettevano le telecamere, erano informati.»

Quindi, secondo lei, la Trattativa c’è sempre stata?

«Anche quando hanno arrestato Riina… guarda caso, la mancata perquisizione al covo. Hanno dato il tempo a Provenzano o chi era molto vicino a lui di avere la possibilità di svuotare la cassaforte. In quella cassaforte che c’era in quel villino c’erano dei documenti che oggi metterebbero l’intera politica in ginocchio. Noi in Sicilia abbiamo i killer, gli esecutori. I mandanti sono Roma, è la politica. I pezzi grossi dello Stato. Oggi Matteo Messina Denaro ha avuto questi documenti da Provenzano prima che lo prendessero. Sono il lasciapassare.»

Secondo lei il latitante Matteo Messina Denaro risiede in Sicilia o altrove?

«Un boss che si allontana dalla sua zona, anche se è un capo grande, perde il potere.»

Matteo Messina Denaro è il capo di Cosa nostra?

«Sì, lui ha preso il posto. È lui il numero uno, è lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda).»

Questo soggetto è ancora presente nel panorama politico?

«No. Questa cosa è stata lamentata dal figlio del collaboratore Cimarosa in una intervista televisiva. E ha mostrato anche la foto».

Chi c’era nella foto?

«Matteo Messina Denaro, la sorella, il cognato e lui. In una foto di un matrimonio. Quella foto è stata fatta nel 1993, dalla sera di quel matrimonio comincia la latitanza di Matteo Messina Denaro.»

Come si chiama questo politico?

«Giovanni Lo Sciuto.»

Ritorniamo al suo ingresso in Cosa nostra.

«Non sono stato affiliato a tutti gli effetti. Uscivo con Provenzano, piano piano mi ha cominciato a dare degli incarichi. ‘Vai – tipo – nell’altro paese a Villabate che ti devono dare dei soldi delle estorsioni, vai là e dici che ti mando io. Vai a fare un attentato in quel negozio che non vuole pagare, bruciamoci la saracinesca’. E piano piano si prende fiducia e poi arrivano gli incarichi più grossi.»

Non c’è stato un giuramento, una cerimonia di affiliazione?

«No, ma se continuavo sì. Poi se continuavo venivo messo in regola, con la punciuta.»   

Lei che reati ha commesso?

«Sono stato arrestato…»

Prima dell’arresto, che reati ha commesso?

«Furto, tanti anni fa prima che mi sposavo, ero imputato di una rapina. Non cose legate alla mafia.»

Quali sono i reati legati alla mafia?

«Estorsioni, danneggiamenti… comunque sono stato arrestato solo per un danneggiamento. Potevo rischiare due anni, ma poi mi son voluto pulire la coscienza e ho parlato di tutto, anche di cose che non ero completamente indagato.»

In che anno viene arrestato?

«Nel 2014. Il 5 giugno del 2014.»

Quando decide di “saltare il fosso”?

«È una cosa un po’ strana. La mia collaborazione inizia il 21 giugno (2014, nda), il giorno del mio compleanno. Ero in carcere e sento in tv Papa Francesco che rinnova l’appello e dice ‘mafiosi, inginocchiatevi’. Non so quello che mi è successo, ho cominciato a pensare ai miei figli, sono cominciate a girare tante cose in testa. Mi sono alzato, ho chiamato il secondino e ho detto che volevo parlare subito con il PM.»  

Come inizia la sua collaborazione?

«Appena ho aperto bocca, loro su questa rapina non sapevano neanche da dove cominciare e nemmeno ero indagato, mi hanno bloccato subito, dicendomi che la mia collaborazione era molto importante. E, infatti, dopo due giorni si son portati subito la famiglia.»

La vuole raccontare anche a noi questa rapina? Perché è così importante?

«La rapina è stata fatta vestiti da poliziotti, con le macchine, i lampeggianti, le palette, le casacche…»

E questo materiale dove è stato preso?

«Lo abbiamo fatto a Bagheria. Le pettorine le abbiamo fatte stampare presso una tipografia. I lampeggianti, le palette provenivano da furti. Non ci mancava niente.»

Quanti eravate?

«Otto persone, anche il nipote di Matteo Messina Denaro. Bellomo, il soprannome era “Luca”. La moglie di Bellomo, l’avvocatessa, è la nipote di Matteo Messina Denaro.»

Bagheria è territorio di Matteo Messina Denaro?

«Sì, lui ha tutti i cognati che abitano ad Aspra, frazione di Bagheria. Ho rilasciato anche dichiarazioni sul fratello dell’amante di Matteo Messina Denaro, perché gli ho venduto delle armi prima che mi arrestassero.»

L’amante di Matteo Messina Denaro?

«Sì, è stata anche condannata per favoreggiamento al latitante. È stata anche seguita un paio con la speranza che li portava al covo del latitante. È la segretaria dei cognati di Matteo Messina Denaro, lavora presso i Guttadauro. Sui Guttadauro ho rilasciato dichiarazioni, li ho fatti arrestare. Io vivo nel territorio di Matteo Messina Denaro

Ritorniamo alla TNT. Cosa avete rapinato?

1 parte/continua

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Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

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INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

ANTICIPAZIONE. «Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi.»

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»
La signora Manca insieme all’avvocato Antonio Ingroia (foto di Patricia & Guido Di Gennaro)

WordNews.it

«Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Antonio Ingroia, WordNews.it, 13 agosto 2020 

(L’intervista integrale, realizzata dal collega Alessio Di Florio, è programmata per domani)

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Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

INTERVISTA/Quarta e ultima parte. OMICIDIO ECCELLENTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra Provenzano, Santapaola, Madonia. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni». E sulla morte di Ilardo: «Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti.»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Provenzano non si deve arrestare. E, infatti, non verrà catturato. Una latitanza lunga 43 anni. Un vero e proprio record criminale e parastatale. C’è una schifosa Trattativa in corso tra Stato e mafia. Il vecchio boss deve continuare a fare il contadino e a scrivere pizzini per i picciotti. Cosa nostra, dopo le stragi, il sangue degli innocenti e gli attentati (Capaci, via d’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, il black-out a Palazzo Chigi, via Palestro a Milano, le bombe alla Basilica di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e la mancata strage dell’Olimpico a Roma), è in fase di riorganizzazione. Riina, la bestia assetata di sangue, è stato spedito nelle patrie galere e il suo compare ha il compito di riportare tutto alla normalità. Gli equilibri non si possono rompere.

Lo spiega, in un passaggio, il magistrato, già PM a Palermo, Nino Di Matteo. È il 2018 quando l’attuale consigliere togato del CSM pronuncia queste parole: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica.»

È dello stesso avviso anche l’ex PM Antonio Ingroia (l’intervista del collega Alessio Di Florio sarà pubblicata nei prossimi giorni): «Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Binnu u Tratturi, infatti, non verrà arrestato nel 1995 a Mezzojuso. La campagna stragista, portata avanti non solo dalle mafie, è già terminata da quasi due anni (gennaio 1994). Il lavoro del colonnello Michele Riccio, grazie al suo confidente Luigi Ilardo (cugino di Piddu Madonia), non porta a nulla. Non per le mancanze investigative. La fonte “Oriente”, al contrario, è affidabile. Oltre ad “offrire” diversi latitanti alla giustizia, porta fisicamente gli inquirenti nel casolare del latitante. Per la precisione, a pochi metri. Ilardo incontra Provenzano. E grazie a questo incontro sarà realizzato il famoso identikit. Solo quello.

La mancata cattura di Zu Binnu, checché ne dica qualche nostalgico negazionista molto vicino ai responsabili di questa sciagurata decisione, si concretizza per l’intervento dei poteri forti. È già capitato in altre occasioni. La tecnica è raffinata e fruttuosa. Sono pur sempre delle “menti raffinatissime”. Anche se deviate verso il male. Non è il momento di rompere il patto sacro tra Stato e Cosa nostra. Un patto iniziato con l’Unità d’Italia e mai terminato. Provenzano resterà latitante per altri undici anni. Alla faccia dei proclami, degli slogan inutili, della “lotta alla mafia”, degli annunci, dei “siamo tutti Giovanni e Paolo” (offese continue verso i due magistrati uccisi dallo Stato e dalla mafia) e delle lacrime durante le commemorazioni delle vittime di mafie. Un teatrino studiato in maniera quasi perfetta. Riproposto in troppe occasioni.

In questa ultima parte dell’intervista con il colonnello Riccio siamo partiti dall’incontro tra Ilardo, Mori, Tinebra, Caselli e la Principato presso il Ros di Roma. Non esiste nessun verbale. È appurato, è agli atti. Ma ci sono le dichiarazioni del colonnello Riccio, presente a quell’incontro.

Ilardo, dopo aver fatto l’infiltrato, sta per entrare nel programma di protezione per collaboratori di giustizia. Verrà ammazzato prima, a Catania (10 maggio 1996), con nove colpi di pistola (ci scusiamo se nelle altre parti dell’intervista ne abbiamo indicato uno in meno). La notizia della sua collaborazione diventa di “dominio pubblico”. Per una fuga di notizie istituzionale. L’ennesima vergogna di Stato.

Vogliamo precisare, per dovere di cronaca, un aspetto. E lo facciamo attraverso le parole di Nino Di Matteo. «È vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento», per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, «però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato». Facciamo un passo indietro e ritorniamo nella stanza dei Ros.

Colonnello, cosa succede a Roma?

«Ilardo, di fronte a Mori, di getto dice: ‘Guardi, che molti attentati attribuiti a Cosa nostra sono stati voluti dallo Stato. E noi ne abbiamo subito le conseguenze’.»

Lei sta parlando dell’incontro del maggio del 1996 presso il Ros di Roma?

«Esatto. Ho la definitiva conferma.»

Di cosa, scusi?

«Ilardo si alza, sposta la sedia…»

Parla solo con Caselli? Si posiziona di fronte al giudice Caselli?

«Esatto. Lo fa in maniera provocatoria. Chi è fuori non lo può comprendere, ma i partecipanti lo sapevano benissimo. Mori è già scappato.»

In che senso?

«Lui (Ilardo, nda), prima di entrare, dice: ‘certe cose le avete fatte voi’. E come ho sempre detto in qualsiasi udienza che se l’avessero fatta a me una battuta del genere lo avrei fatto correre a Ilardo. ‘Come ti permetti, cosa stai dicendo. Se hai da dire qualcosa dillo, questo è il momento’. E invece quello prende e scappa. Quindi ho capito che sarebbe successo il patatràc.»

Ma di quell’incontro non esistono verbali.

«Nessun verbale.»

Chi era presente?

«Io, Ilardo, Caselli, Tinebra era al centro, la Principato sulla mia destra che prendeva appunti su un block notes. Queste erano le persone presenti nella stanza. Non c’erano altre persone. Ilardo dice di aver incontrato Provenzano e che ha riferito a me, nessuno mi chiede spiegazioni. Quando si è concluso l’incontro ho accompagnato Ilardo in infermeria. Ricordo che aveva un forte mal di testa.»

Cosa le comunicano a lei?

«Caselli mi dice: ‘metti a registrare le dichiarazioniPer fare un primo quadro di quello che dirà’. Io quando esco, dopo aver salutato Caselli, incontro Subranni e Tinebra a braccetto, chiacchierando e sorridendo. Io riferisco a loro l’incarico che mi ha dato Caselli e mi sento dire: ‘no, non ti preoccupare. Nessuna registrazione, tanto non servono a nulla’. Non serviranno a nulla, però almeno è un dato su cui partire. E meno male che l’ho fatte, anche se non servono a nulla. Sarebbe stata la mia parola… il fine era quello. Io sono solo e loro hanno la forza del numero. Meno male che l’ho anche registrato.»

Otto giorni dopo, il 10 maggio del 1996, Ilardo verrà ammazzato.

«Sì.»

Lei come viene a sapere dell’omicidio della sua fonte?

«Gli ho sempre detto di non rientrare a Catania, lui aveva l’appartamento a Catania e poi a Lentini. Ero anche stato a Lentini, dove mi aveva fatto vedere i lavori fatti. Era la casa che avrebbe lasciato ai suoi familiari. Era convinto che transitando nel programma di protezione le due figlie al padre non l’avrebbero seguito. Mi diceva sempre: ‘Colonnello, non le dimenticherò mai. Ovunque mi troverò. Ma almeno avranno una casa’. In quel periodo doveva stare a Lentini, anche perché Lentini era molto protetta. Aveva il muro di cinta, il cancello automatico. Non era esposto, come lo era a Catania. Per cui ero convinto che stesse a Lentini. Quando poi, lasciato Ilardo, mi dirigo in aeroporto e, poco dopo, incontro il capitano Damiano. E lo vedo piuttosto turbato. Mi dice che era uscita la voce dalla Procura di Caltanissetta della possibile collaborazione di Ilardo, telefono subito e più volte ad Ilardo.

Ma il suo telefono risultava sempre staccato. Al che dico ‘sarà a Lentini’, perché a Lentini non si riusciva a telefonare. Diverse volte usciva dal cancello per trovare un posto di connessione, una zona coperta, e ci sentivamo.

Nel frattempo telefono a Mori per comunicare questa informazione, non pensavo fosse così tragica e urgente. Anche perché la voce l’avevano acquisita i carabinieri, non è che l’avessero acquisita i criminali. Il carabiniere aveva capito che c’era un nuovo collaboratore. Da lì a due giorni ci saremmo dovuti vedere. E a Roma avrei chiuso la porta per affrontare a muso duro Tinebra. Perché questo non è un modo di fare.

Mori, ovviamente, non dice nulla, Obinu non dice nulla. Non dicono nulla. Sono stati chiamati dal telefono del Capitano, per cui c’è anche lì la telefonata. Prendo l’aereo, arrivo a casa. Salgo le scale e vedo che una luce blu si diffonde in maniera irrituale per le scale. Vado sopra e vedo mia moglie seduta sul divano che piangeva.»

Perché piangeva sua moglie?

«C’era questa notizia sul televideo che dava la morte di Ilardo. Chiamo la moglie di Ilardo che mi dice: ‘Bruno, ce l’hanno ucciso’. (Bruno è il nome in codice di Riccio, nda). Chiamo Mori, il quale come al solito non fa nessun commento. Cos’altro devo dire? Che sono fortunato… vabbè, non mi faccia dire altro…»

Si sente fortunato?

«Con tutto quello che mi hanno fatto passare sono fortunato. Io ce l’ho con uno Stato che, come ha fatto costantemente nella sua storia, non ha mai difeso le persone che lavoravano, che credevano in lui. Ha sempre abbandonato queste persone. Questo Stato, per ragioni di compromessi e di convenienze, ha sempre fatto finta di dimenticarsi di tutto, con la scusa di grandi strategie.»

E, secondo lei, cosa sono?

«Strategie affaristiche e di potere. Perché nessuno ha il diritto della verità. Se vogliamo costruire un futuro dobbiamo resettare tutto, perché altrimenti ci sono sempre i coloni degli altri. Il mio più grande rammarico è nella magistratura. Ci sono magistrati seri, pochi, che vivono in maniera isolata.»

Lei ha sentito la sua vita in pericolo?

«Mi sono scontrato con le Brigate Rosse, non ho avuto mai una scorta. Sono simbolismi falsi, perché se ti vogliono fare qualcosa lo fanno. Non credo in queste cose. Sono sempre strumentali per poter comprare o accreditare qualcuno. Noi italiani viviamo di immagini. E i più grandi delinquenti hanno la scorta.

Hanno cercato, ma non ci sono riusciti, di rendermi poco credibile e ricattabile. Con me hanno sempre sbagliato, perché sono capace di vivere del mio. Ho rifiutato tutto. La dignità è la cosa più importante che esista. Le nostre scelte sono importanti. Dovevo rispettare la scelta di Ilardo e la dovevo tutelare. La stessa cosa per i pentiti che si sono affidati a noi, sempre difesi e tutelati per le scelte fatte. Lo Stato ci faceva promettere e poi non davano mai nulla. Abbiamo sempre dovuto mettere del nostro. Lo abbiamo fatto con tutti i pentiti. Quello che più dispiace è la strumentalizzazione che continua a fare questa gente. È una lotta difficile ed impari.

Non credo neanche nelle forze politiche.»

Perché non crede nelle forze politiche?

«Anche quello che dice di essere nuovo cade nel compromesso. Tutte queste battaglie di novità non esistono. Rispetto le singole persone, quei singoli magistrati che hanno lavorato seriamente, quei singoli avvocati o giornalisti che ricercano ancora, con serietà, la verità.»

Lei riporta la sua esperienza nel Rapporto “Grande Oriente”?

«Questo Rapporto non volevano che io lo presentassi.»

Lo scrive dopo la morte di Ilardo?

«Certo. Sono inserite tutte le relazioni di servizio che avevo mandato a loro. Lo scrivo dal Ros di Caltanissetta con l’aiuto del capitano Damiano. Scrivo questo Rapporto che Mori e Obinu non vogliono che io faccia. E questo mi costerà. Ma se questo Rapporto non fosse arrivato all’autorità giudiziaria la storia di Ilardo non sarebbe esistita. E se non avessi fatto anche le relazioni erano le stronzate di un poveraccio e di un secondo poveraccio, che ero io. Non staremmo oggi, io e lei, a parlarne.»

E in questo Rapporto parla di strategie, di contatti. Fa riferimento anche a Dell’Utri?

«Il nome di Dell’Utri l’ho fatto successivamente. Nel Rapporto scrivo, come c’era nella relazione, del riferimento ad uno dell’entourage di Berlusconi. Quando scrivo la relazione ancora non sapevo che fosse il nome di Dell’Utri. Questo me lo dice in epoca successiva, quando eravamo al Ros. Come sempre facevo, non sapendo tutte le vicende o una buona parte delle vicende siciliane, prendevo spunto nel fare le domande, quando c’era un incontro con Ilardo, da un quotidiano siciliano. Dove c’era un’ampia cronaca di mafia, erano molto ben informati. E molte di queste notizie le commentavo con Ilardo. E a un certo punto compare Dell’Utri, per una questione con un noto imprenditore, per una storia di pallacanestro.»

Che fine ha fatto questo Rapporto?

«Lo consegno alle autorità di Caltanissetta, Catania e Palermo. Allegando le cassette registrate con Ilardo, con le trascrizioni. Cassette che nemmeno mi volevano far registrare. Avevo anche la possibilità di registrare, ad esempio, quando Ilardo va ad incontrare l’avvocato calabrese, ad Ardore. Dico a Mori: ‘Ilardo mi porterebbe ad incontrare un avvocato, così registriamo…’»

A chi si riferisce?

«All’avvocato Minniti. Mori mi dice: ‘Non devi fare nulla’. Ilardo entra nello studio di Minniti e poi mi fa il resoconto.»    

L’incontro porta una data precisa: 7 maggio 1996. Tre giorni prima dell’assassinio di Ilardo.

«Sì, tre giorni prima. E anche in quella occasione mi è stato vietato, per cui facendo questo si doveva tutelare uno schieramento politico. Altrimenti, poi, come facevano a nominarlo capo del Sisde. Lo dicono gli atti, non è che lo dico io. Hanno fatto la relazione a favore di Dell’Utri. Quando mostro la foto di Dell’Utri a Ilardo, lui mi risponde: ‘Colonnello, ci ha messo tanto per capire?’.

Me lo segnai sull’agenda, tutte le cose me le segnavo sull’agenda, anche perché in sede di collaborazione gliele avrei richiamate. Questo era lo scopo delle relazioni di servizio. Non è che quello che scrivevo sulle relazioni di servizio fosse esaustivo del contesto. Era l’indicazione che Ilardo mi aveva dato, insieme alle registrazioni. Sarebbe servita per trattarla in maniera più diffusa. I magistrati sarebbero entrati nello specifico. Me lo segno sulle mie agende di lavoro, quelle che volevano i Ros. Quelle che ho nascosto, come ho fatto con i Cd, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Solo la mia voce, in un coro avverso.»

È stato utilizzato questo Rapporto? Ci sono stati degli sviluppi?

«Sì, lo consegnai sia alla Principato che a Caselli, presso la Procura di Palermo.»

Quasi un anno dopo dall’omicidio del suo confidente, il 7 giugno del 1997, lei viene arrestato dai Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti.

«Il 90% delle accuse strumentali, sono stato condannato solo per un aspetto che ho ammesso. La famosa operazione di Milano, quella dove si sono presi i meriti e nessuno gli ha detto niente. Per aver eseguito l’ordine e permesso l’operazione che volevano far saltare. In sede di perquisizione, a casa mia, cercavano le famose agende, le famose relazioni e tutto il materiale sulla Sicilia. Ovviamente, tra agende rosse e carte rubate, sono molto bravi in Sicilia e anche da altre parti a far sparire, sarebbero scompare anche quelle».

Lei è stato arrestato dalla Procura di Genova?

«Sì. Procura di Genova, diciamo, provenienza Caltanissetta».

Come finisce questa vicenda?

«Molto ridimensionata in tutto. Quasi nulla».

Lei è andato in pensione con quale grado?

«Da colonnello. Poi se mi hanno fatto generale non lo so e nemmeno mi interessa. Mi presento sempre come colonnello perché è il mio grado che ho conquistato sul campo. A me non interessa, non devo dimostrare niente a nessuno. Mi sono sempre reputato un investigatore serio e una persona perbene. E non ho mai avuto una condanna per calunnia e le cose le ho dette. E non le ho dette in maniera strumentale. Perché non devo andare da nessuna parte.

Ma questa gente la deve smettere. Mori diceva: ‘facciamo le squadre. Il Ros va costruito in antitesi allo Sco di De Gennaro. De Donno lo mettiamo a pensare, De Caprio è l’uomo immagine’. Hanno costruito tutta quella povertà.»

Lei parla di accuse strumentali. Cosa doveva pagare?

«Lo capisco subito. Tutta la base era la gestione del collaboratore di giustizia. Loro hanno sempre mirato a delegittimare il mio rapporto con Ilardo. Ero quello che aveva costruito l’operazione. Nei vari processi hanno sempre giocato questa carta, poi è crollata miseramente. Non ho mai gestito nessuno, era sempre l’autorità giudiziaria che me l’ha affidato. Non c’è nessuna operazione in cui ho gestito in maniera poco lecita un collaboratore di giustizia. Tutte le operazioni sono andate a buon fine, tutti condannati, non c’è nessun soggetto che è stato revisionato. Io subito l’ho capito, quando ho letto, che quelli miravano a delegittimarmi. Per il Rapporto che avevo fatto. Affrontai Mori a Roma. Non avevo le prove, ma la voce della collaborazione di Ilardo era uscita da loro, da Tinebra

Lei classifica l’omicidio di Ilardo come un omicidio di Stato?

«È un omicidio di Stato, certo. Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. E gli dà la giustificazione comprensibile, perché magari è un cornuto. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti. Ma perché hanno ammazzato Ilardo?».

Perché?

«Ilardo mi diceva sempre: ‘Cosa nostra ha paura dei pentiti, come possono essere Santapaola’. Quando c’era il problema di Santapaola, che stava cominciando a pregare e non sapevano se voleva pentirsi. L’attenzione era verso di lui. Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. E Tinebra dice: ‘non è credibile. Parla di Berlusconi’

Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra ProvenzanoSantapaolaMadonia. Tutti vecchi. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni

Tra lei e Mori ci sono state delle denunce per calunnia. Come sono finite?

«Sì, sono state tutte archiviate.»

Mori ha denunciato lei per calunnia?

«Dopo la mancata cattura di Provenzano mi denunciò per calunnia. Ed è stata archiviata.»

Ma loro come si sono difesi dalle sue accuse?

«Loro si son difesi dicendo che c’erano i pastori. Io già al secondo sopralluogo gli avrei arrestati subito. È strumentale non trovare… un compito che anche un modestissimo comandante di una stazione avrebbe assolto. Questi dicono di essere eccellenze. E se un’eccellenza dell’investigazione non riesce a trovare un casolare per tre volte… ma che eccellenza sei. I casini che hanno combinato con la mancata cattura di Santapaola. Poi ci meravigliamo dei carabinieri di Piacenza, quelli sono delinquenti comuni. Ma questi proprio… Se noi ci aspettiamo che qualcuno di questi eccellenti ci venga a parlare della Trattativa siamo qui ventisei generazioni dopo.

Lo Stato deve avere la forza di dire basta. Mettiamo un punto e gli facciamo parlare noi. Perché questo modo di fare non può sussistere. Non si può andare a fare la mancata perquisizione al covo di Riina e si scrivono le cazzate che si devono scrivere, a giustificazione. Ho letto tutte le sentenze, siamo nel ridicolo.

E la mancata perquisizione di Riina e le lettere del Corvo e succede l’Addaura e succedono i morti. Loro comandavano.

Mori era comandante del gruppo a Palermo, Subranni era comandante di Regione e alla squadra mobile c’era La Barbera. E il loro amico Contrada era lì, già dagli anni Ottanta. Prima del Ros.

Ed è successo il Corvo, è successo Domino, è successa la storia dei poliziotti. Falcone si era messo la bomba. Prendono Riina e viene fuori la storia del bacio. Il più grande assist a favore. E come hanno gestito il pentito Di Maggio? Ho messo tutto in fila, continuamente hanno sempre operato in questo modo. Dicendo che Caselli non aveva capito nulla, che i fatti non erano così. E tutti stanno zitti. Ci scriviamo i libri? E quando vogliamo arrivare a trovare la verità.

E così fanno la mancata cattura di Provenzano, la mancata cattura di Santapaola e tutti gli altri bordelli che hanno combinato.»           

Lei, oggi, crede nello Stato?

«Credo molto poco nello Stato. Non ci credo per niente. Credo nelle persone che lavorano seriamente.»

Quindi lei sta dicendo che lo Stato non ha interesse a sconfiggere le mafie?

«Lo Stato non se ne frega proprio nulla. Devono fare affari. Tutti questi problemi per loro non esistono. Il problema esiste per le persone perbene.

Lo Stato se ne frega assai di questi problemi. Non ho nessuna fiducia in queste Istituzioni perché non sono interessate alla verità. La verità fa perdere le convenienze. Chi viene eletto e va a Roma è prigioniero delle Istituzioni del posto, dei funzionari dei Ministeri. Se non cacciano via tutta questa gente e mettono tutti nuovi rimarranno vittime delle logiche di potere. Questa è gente che vive dall’oggi al domani. Mori e De Donno erano inquisiti e i magistrati chiamavano De Donno per farsi raccomandare per la promozione. Abbiamo l’esempio di Palamara. Ce ne sono miliardi di questi esempi.»

Secondo lei quando arresteranno il vigliacco Messina Denaro?

«Quando non servirà più.»      

Oggi c’è ancora una Trattativa tra lo Stato e la mafia?

«Certo. C’è sempre stata e continuerà ad esserci. È anche una Trattativa economica. La mafia ha sempre prodotto denaro.» 

Quarta parte/fine      

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«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

INTERVISTA/Terza parte. LA “CACCIA” AL LATITANTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «A Provenzano non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue. Hanno lavorato per altri interessi. Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…». L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia. Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nelle prime due puntate di questa lunga conversazione con il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, abbiamo affrontato il rapporto di collaborazione con il mafioso pentito, Luigi Ilardo. L’incontro nasce quasi per caso. Riccio sta dirigendo la Dia di Genova, è un investigatore con una esperienza importante. Ha già collaborato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è esperto in certi ambienti criminali. È un investigatore di punta. È già stato sotto copertura e conosce alla perfezione certe tecniche di investigazione.

De Gennaro (in quegli anni ai vertici della Dia), dopo aver ricevuto una lettera scritta da Luigi Ilardo (stanco di una Cosa nostra mutata), si rivolge a Riccio. Per lui è l’uomo giusto. Un uomo di fiducia, un uomo delle Istituzioni. Così inizia questa storia. Dannata. Ambigua. Drammatica.

La collaborazione si trasforma in un rapporto di fiducia. Riccio si fida di Ilardo. Quest’ultimo, nei panni del colonnello, vede lo Stato. Quello serio, fatto di persone oneste, che vogliono combattere e stroncare questi schifosi e vigliacchi personaggi organizzati. Non solo a parole.

I due cominciano ad operare: grazie a Ilardo arrivano operazioni importanti, i latitanti vengono assicurati alla giustizia. Tutto è finalizzato per l’arresto eccellente: quello del latitante Bernardo Provenzano, “scomparso” dalla circolazione da 43 anni. Un fantasma. Ma solo per chi non vuole vedere, per chi non vuole sapere. Un’ombra pesante, servita e riverita.

Ilardo è il cugino del pericoloso mafioso Piddu Madonia, molto vicino al Capo dei capi. “Oriente”, la fonte di Riccio, inizia una corrispondenza con il vecchio Binnu. Il rapporto si intensifica, Provenzano si fida di Ilardo. I due si incontrano. Siamo alla fine del 1995. Lo Stato, attraverso i suoi uomini, conosce il covo del latitante. È tutto pronto per consegnare, finalmente, alle patrie galere il killer di Corleone diventato capo. Ma qualcosa va storto. O meglio, qualcuno non vuole. L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia.

Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo, nel 2004. E fatto passare, in questo Paese orribilmente sporco, per un tossicodipendente. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

E come andrà a finire? Il boss maledetto resterà a piede libero, Ilardo verrà ammazzato a Catania qualche tempo dopo. Per una fuga di notizie istituzionale. Per una talpa dello Stato corrotto.

Riprendiamo la terza parte dell’intervista a Michele Riccio. Il racconto dell’investigatore riparte da un punto preciso. Drammatico. Illuminante. Il colonnello comunica a Mori (superiore di grado) che Provenzano è in trappola. A portata di manette.

E il generale dei Ros cosa risponde? «Lui dice: ‘no, no, no, dobbiamo arrestarlo… anche De Caprio’. Le solite cose. ‘Noi abbiamo anche gli strumenti. Facciamo tutto noi, non c’è problema. Tu crea i presupposti per un successivo incontro’. Ilardo era già addestrato a fare simili operazioni. Era necessario preparare i presupposti per un secondo incontro. ‘Tu vai giù in Sicilia, segui Ilardo in questa fase. Ti facciamo incontrare con il Capitano di Caltanissetta. E poi ci riferisci’. Io, diciamo, avrei voluto arrestarlo subito ma penso che, come al solito, se lo vogliono arrestare loro. Vogliono far vedere in un ambito nazionale che sono loro. Conoscendo anche i soggetti, avendo già operato con loro, ad esempio l’operazione a Milano (traffico di droga, famiglia Fidanzati, nda), quando Mori comandava la divisione, l’avevo fatta io, però si erano vantati loro. Pensavo che tutto fosse finalizzato ad acquisire solo loro i meriti, diciamo che ci stava, però mi dispiaceva in parte».

E cosa succede?

«Quando incontro il Capitano mi accorgo con notevole sorpresa che questo non sapeva nulla. E comincio a vedere un po’ il gioco delle tre carte. Al che riferisco tutto al Capitano, lo rendo edotto della modalità del servizio. Mi dice di avere poco personale e di fare il pedinamento. Facciamo il pedinamento. E la storia si conosce».

Cioè?

«È mattino, Ilardo va all’appuntamento. Si incontra con Provenzano e sta con lui tutto il giorno.»

E lei dove si trova quando Ilardo si incontra con Provenzano?

«All’inizio della mattinata…».

Mi scusi, stiamo parlando del 31 ottobre del 1995?

«La mattinata dell’incontro…».

Se lo ricorda il giorno?

«Se non sbaglio era proprio il 31 ottobre».

Quindi la sua “fonte” si incontra con Provenzano.

«Sì, al famoso bivio di Mezzojuso. Noi andiamo prima, il Capitano mi fa vedere dove sarebbe stato il servizio. E mi indica i posti dove si sarebbero messi gli uomini. Ricordo che di fronte al bivio, dall’altra parte della strada, c’era un gruppo di alberi dove c’erano alcuni con le macchine fotografiche. Poi c’era una parte rialzata dove c’erano altri uomini. Noi ci mettiamo distante. E abbiamo conferma che era stato stabilito il contatto con Ilardo, che erano stati prelevati ed erano andati via lungo lo scorrimento veloce. Dopo un po’, non sapendo quando sarebbe durato l’incontro, rientro a Catania. Per essere subito pronto a contattarlo. Prima di rientrare mi fermo alla cabina telefonica e avviso il dott. Pignatone di quanto era successo. La sera, a Catania, incontro finalmente Ilardo, che mi racconta quello che è successo. E io lo riferisco immediatamente a Mori e al capitano Damiano (ex ufficiale del Ros di Caltanissetta, nda)».

Cosa le riferisce Ilardo dell’incontro con Provenzano?

«Quello che ho scritto nel Rapporto.»

Cosa ha scritto nel Rapporto?

«È un incontro che si svolge in due giornate. Ilardo, prima di tutto, mi ricostruisce in maniera molto semplice, ed era molto semplice, l’individuazione del casolare. Lo ripeto e non lo dico per piaggeria e non lo dico perché ci sono state tutte le storie che sa anche lei. Un giorno a un giornalista della Rai dico: ‘non le faccio nessun commento, le do le indicazioni che ho scritto sul Rapporto. Lei le segua e mi dica se è capace di trovare il casolare’. Questo è andato, mi telefona e dice: ‘Colonnello, ho capito tutto. Ha ragione lei’Non ci voleva l’arca di scienza per capire. Bastava andare dritto, c’era un distributore di benzina sulla sinistra, bastava andare più avanti e l’unica strada che girava nella curva era quella. Il casolare era il primo che si trovava, di fronte c’era l’ovile. Era di una semplicità assurda».

Tornado ad Ilardo e all’incontro con il boss latitante?

«Mi da queste indicazioni e mi dice che l’incontri si era svolto, come ho scritto sempre nel Rapporto, in due fasi. In una prima fase, loro erano di fronte al casolare, dove avevano aspettato il Ferro, il medico, che sarebbe arrivato. Aveva visto che il Provenzano aveva cotto la carne con poco sale, per via della prostata (operata, nell’ottobre del 2003, dall’urologo Attilio Manca a Marsiglianda). Gli racconta che si ricordava di lui dalla storia dello zio, di tutte le problematiche, che dovevano recuperare il contatto con tutti. Ilardo mi riferisce tutto quanto e mi ripete di arrestarlo quando si allontanava. Per una questione umana, per non sentirsi un infame. E io gli ripetevo che non doveva preoccuparsi, doveva solo pensare a mandare il segnale. In quel modo avevamo già arrestato un sacco di latitanti. La fiducia tra noi era grande. Poi mi fa tutta la descrizione: Provenzano era smagrito, aveva i capelli bianchi. Una descrizione che porterà al famoso identikit, perfettamente combaciante con il personaggio che poi (molto poi, dopo 11 anni, nda) verrà arrestato.

Quindi lei era convinto di poterlo arrestare?

«Ero convinto che si sarebbero fatti gli appostamenti. Riferisco a Mori e gli dico: ‘guardi, faccio io l’attività’. E lui mi risponde che l’avrebbero fatta loro, De Caprio con la sua squadra, poi Obinu. Ma dopo una settima resto sorpreso. Mori continuava a dire: ‘mettiamo gli aerei militari, andiamo, facciamo’. Dopo una settimana mi dicono: ‘non abbiamo trovato niente. Fatti spiegare meglio perché non troviamo nulla’.  

Non trovano il casolare dove era “nascosto” Provenzano?         

«Dico: ‘ma è così semplice’. Vado da Ilardo, pieno di vergogna, e rifacciamo il sopralluogo. Rifaccio tutto il percorso, con Ilardo nascosto dal passamontagna e disteso. Una semplicità disarmante. E riferisco tutto, di nuovo, a Mori e Obinu. Dopo una settimana arrivano e dicono: ‘non riusciamo a trovare nulla’. Al che io dico: ‘questi o ci fanno o ci sono’.

Faccio di nuovo il sopralluogo con Ilardo, faccio le relazioni scritte. Sia nelle relazioni che nel rapporto, in maniera molto provocatoria, indico anche le coordinate geografiche. Non si è mai visto. Di questi rapporti nessuno mi ha chiesto nulla.

L’unica cosa che sanno chiedere, quando Ilardo muore, è di estromettere dal rapporto la relazione di servizio. Anche di fronte a rapporti dove si fa riferimento alle relazioni scritte quelli continuavano a sostenere che non ho fatto nessuna relazione di servizio. Ma fortunatamente le ho ritrovate. C’è qualche magistrato che ha contestato loro che hanno nascosto? Non lo leggo. Questa è la più grande amarezza.

Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…»

A chi si riferisce?

«A Mori, Subranni. Questi sono parte dei personaggi, mica solo loro».

E, quindi, dicono di non trovare il casolare?

«Dicono che non lo trovano».

Provenzano verrà arrestato undici anni dopo.  

«Ilardo chiedeva cosa stessimo facendo, io non sapevo più cosa rispondere. Cosa dovevo dire? Andavo da Mori e lui mi diceva di rispondere: ‘stiamo lavorando, stiamo verificando’».  

E ci hanno messo undici anni per verificare.

«Andavano a mettere l’acqua ai fiori sul davanzale di Provenzano».

Ma Provenzano resterà in un quel casolare? Verrà avvisato da qualcuno di queste attività?

«A questo punto posso dire solamente che lì, Provenzano, c’è stato. Ne danno conferma anche i collaboratori di giustizia, come Giuffrè.

Non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue.

Ho lavorato per lo Stato, ho vissuto di mio, non ho voluto e non voglio niente da nessuno. Ho fatto delle scelte di vita, per quello Stato in cui credevo, come quel povero Ilardo e i miei superiori seri, ne ho avuti tanti, come Dalla Chiesa ed altri. Ne hanno pagato sulla loro pelle anche loro.

Non dovevano permettersi di fare questo. Me la prendo con chi ha permesso loro di comportarsi in questo modo. Come si fa a dire che c’erano i pastori. Quando abbiamo preso Fracapane abbiamo preso anche i pastori con i cani, che facevano i favoreggiatori al Fracapane. Avrei arrestato tutti lì, per dire. Non è che mi scantavo di quattro pastori».

Quindi non l’hanno voluto prendere?

«È ovvio che non l’hanno voluto prendere e che hanno lavorato per altri interessiProvenzano ha portato avanti il suo progetto, Forza Italia ha vinto 60 a 0 (nel 2001 il centrodestra in Sicilia conquisterà 61 seggi uninominali, nda). Scusate, due più due fa quattro».

C’era una Trattativa in corso con lo Stato?

«Certo, certo. Per chi lavoravano?»

Per chi lavoravano?

«Non hanno certo lavorato per le Istituzioni».

Undici anni dopo, quindi nel 2006, Provenzano verrà arrestato in quello stesso casolare?

«No, non verrà arrestato nello stesso casolare. Sempre nella stessa zona».

Quindi si sposterà?

«Dopo si sposta. In quel casolare viene arrestato, sempre dalla Polizia di Stato, un altro latitante. Non dai carabinieri, figuriamoci. Ovviamente i Carabinieri sono persone serie. Alcuni carabinieri di quel Ros non lo erano. L’ho detto in mille udienze, dove sono andato. Ancora non riesco a capire perché nessun magistrato abbia mai fatto nulla.   

Mi cercano di far collaborare quando si decide di far pentire Ilardo, in maniera formale, non con Palermo ma con Caltanissetta. E mi portano ad avere più incontri con Tinebra, perché si doveva pentire con loro. L’ho visto come un tentativo di condizionare le indagini. Però si vede che a loro è permesso di fare questo. Quando arrivo a Roma si presenta il momento del riscontro definitivo di tutto…»

Cosa succede a Roma?

Fine terza parte/continua      

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INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nella prima parte di questa lunga intervista con il colonnello Michele Riccio abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, cugino di Piddu Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al latitante di Stato Binnu Provenzano. «La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.

I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il Capo dei Capi di Cosa nostraIlardo dimostra con i fatti la sua credibilità. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi.

Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. Fontana, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo, né in Germania o morto, come allora si diceva.

Ilardo mi dice‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il paesano delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche la scelta stragista è stata, pur accettandola, addebitata a Riina. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in due fazioni: quella legata a Riina, Bagarella e soci e quella di Provenzano.

E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre Riina, Brusca, Bagarella e gli altri si erano buttati nell’attività di fare soldi ed erano anche in contrapposizione con lo Stato, invece Provenzano suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. ‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’. Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di Berlusconi, con gli ambienti della nascente Forza Italia. Sarebbe stato il punto di riferimento di Cosa nostra, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è il quadro che noi ci troviamo con Ilardo

Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?

«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»

Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?

«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: ‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamentoPerché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’ Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, nda) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi – era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».

Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.

«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in De Gennaro. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po’ per invidia un po’ per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».

Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.

«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».

Come viene presa questa notizia?

«Parlo con il mio collega, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: ‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: ‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale Subranni…»

Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “punciutu” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?

«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era Comandante del Ros quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».

Cosa aveva intuito?

«Intuivo la portata importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei rapporti con i mandanti esterni. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su Moschella, il giudice di Torino (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, nda) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»

Ad esempio?

«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i servizi segreti; sulle armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia, a Sigonella; i rapporti con la massoneria. Faceva riferimento al mio ambiente, ai miei superiori. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere. Sarebbe stata dirompente. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»

Come finisce l’incontro con Subranni?

«Mi dice: ‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo MoriObinu e il capitano del Ros di Caltanissetta».

Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?

«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con due ispettori della Dia, Ravidà e Arena, molto seri che, con il loro PM Marino, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l’ausilio dei due Ispettori, e grazie alle indicazioni di Ilardo, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia Aiello Vincenzo (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); Tusa Lucio capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; Fragapane Salvatore, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l’indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di “cosa nostra” catanese, con l’identificazione e l’arresto del capo famiglia Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”, con l’arresto di circa 50 affiliati in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al clan Santapaola, responsabili di omicidi ed estorsioni, (fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia). Efficaci, determinati e seri.»

Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros?

«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. Caselli mi aveva indirizzato al dott. Pignatone e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo. E, in questi incontri (al Ros, nda), mi dicono di non scrivere i nomi dei politici. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».

Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?

«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»

Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?

«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso ‘domani scriviamo le cose selezionate’. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: ‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».

Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?

«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A Mori riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con Ilardo in Sicilia, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, faccio la relazione a Mori. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano.

(L’evoluzione del mafioso Provenzano – ph linformazione.eu)

Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano e io lo dico a Mori, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo ‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’, Mori non mi dice ‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’. Già questo lo giudico male. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».

E cosa accade?

«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico ‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’, perché mi ero già attrezzato per prendere Provenzano. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei segnalatori che mi dava l’Ambasciata americana, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui Mori era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.

Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: ‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».

E Mori cosa le comunica?

…               

Fine seconda parte/continua      

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«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una storia sbagliata. Per chi reggeva, e regge ancora, certi fili (mortali) in un Paese, da secoli, impregnato dalle schifose mafie. Questa è la storia di due uomini apparentemente diversi tra di loro: un uomo di Stato e un uomo di mafia. Uniti dallo stesso obiettivo: catturare latitanti e stanare un boss scomparso nel nulla. L’uomo di Stato si chiama Michele Riccio ed è un colonnello dei carabinieri di stanza alla Dia di Genova, proveniente dai Ros (Raggruppamento operazioni speciali). Nella sua attività professionale ha incontrato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale ha collaborato nel nucleo antiterrorismo. Si è occupato di massoneria, di strategia della tensione. L’uomo di mafia, invece, si chiama Luigi Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia, detto Piddu. Detenuto presso il carcere di Lecce.

«Mi chiamo Ilardo Luigi, sono nato a Catania il 13 marzo del ‘51. Attualmente ricopro l’incarico di Vice rappresentante provinciale di Caltanissetta, coprendo anche l’incarico di Provinciale in quanto il Provinciale Vaccaro Domenico, attualmente si trova detenuto. Ho deciso formalmente di collaborare con la giustizia dopo essermi reso conto di quello che effettivamente ho perduto durante questi anni passati lontano dai miei familiari e dai miei figli, nella speranza che il mio esempio possa essere di monito e d’aiuto a ragazzi, che come me, si sentono di raggiungere l’apice della loro vita entrando in determinate organizzazioni».

Ilardo decide di “saltare il fosso” perché quella Cosa nostra non gli piace più. Non si riconosce in quella organizzazione composta da animali assetati di sangue. E inizia a fidarsi di un uomo in particolare. Insieme si trovano a combattere una “guerra” che lo Stato, composto dai vari Tinebra (massoni e pericolosi traditori), non vuole vincere. Che fa solo finta di combattere, per carrierismo dei collusi. E la storia di questo Paese ne è piena.

La collaborazione tra Riccio e Ilardo sembra procedere bene. Arrestano diversi latitanti. Ma l’obiettivo principale, Bernardo Provenzano, sfumerà all’ultimo secondo. Inspiegabilmente. Per il volere di pezzi deviati dello Stato, per una Trattativa Stato-mafie (iniziata con l’arrogante e violenta imposizione dell’Unità d’Italia) mai terminata.

Ilardo, poco dopo, verrà ammazzato, a colpi di pistola, a Catania. Senza alcuna protezione. Per una soffiata massonica degli apparati deviati dello Stato.

Riccio, nel 1997, verrà arrestato dai Ros. Per il suo impegno sul fronte antimafia? È la storia che si ripete ciclicamente, è la tecnica utilizzata in molte occasioni: delegittimare e infangare il “nemico” per renderlo inoffensivo.

Provenzano, il vecchio boss malato, diventato inutile per il “sistema”, verrà arrestato nel 2006, undici anni dopo. Dopo 43 anni di beata latitanza, dopo tre anni dalla cattura di Totò Riina, detto u curtu.

Benvenuti nel Paese degli annunci, degli slogan, delle commemorazioni, degli show e della memoria corta. La lotta alle mafie è diventata una vetrina per fare carriera. Perché chi tocca realmente, consapevolmente ed inconsapevolmente, certi fili (dove passa una corrente ad alta tensione politico-massonica-affaristica) “muore”. Ed esistono tanti tipi di morte.  

Abbiamo raccolto la testimonianza del colonnello Riccio (ora in pensione con il grado di generale, «mi sento colonnello, questo grado l’ho conquistato sul campo»), per comprendere il suo punto di vista.

Questa è una storia sbagliata, come tante altre, realmente accadute in un Paese orribilmente sporco. «Ho ricevuto l’incarico – esordisce il colonnello – dal dottor De Gennaro di incontrare in carcere Ilardo, se non ricordo male era a Lecce, in quanto gli aveva scritto, mandando alcune indicazioni dalle quali si comprendeva che era disposto ad offrire una collaborazione informale in merito ai mandanti esterni delle stragi

Perché De Gennaro si affida a lei?

«Già in passato avevo gestito collaboratori di livello come Patrizio Peci, tanto per fare un nome. Ed altri collaboratori importanti. Ero specializzato anche in operazioni sotto copertura con indagini in Sud America. Il dott. De Gennaro già mi conosceva. Mi dice: ‘sei l’elemento giusto per andare a parlare con Ilardo’. E così vado a Lecce e incontro Ilardo nel carcere e comincia ad imbastirsi, piano piano, una collaborazione con Ilardo».

Quando incontra Ilardo che sensazione prova, chi si trova davanti?

«Sono abituato a trattare con le persone e parlo sempre all’uomo e, diciamo, a ciò che rappresenta. Una prassi che ho sempre condotto, in cui credo, che mi ha sempre portato ad avere una collaborazione forte, umana e seria. Per cui mi trovo di fronte una persona che vedo ormai distante dalle connotazioni di Cosa nostra. Era fortemente critico, lo vedo molto legato ai rapporti e alla famiglia e ciò nonostante che gli mancasse poco alla sua scarcerazione. Questo è un dato che comincia a convincermi. La convinzione avviene nel prosieguo del rapporto. Mi fa pensare che Ilardo realmente voglia staccarsi da quel mondo verso cui è critico e mi fa degli esempi che vanno da come è stata trattata la sua famiglia, da Cosa nostra che non era più quella di un tempo. Mi porta degli esempi, anche dal punto di vista umano, per far comprendere che Cosa nostra era mutata. Parla degli attentati stragisti. Diciamo questa è la parte umana. Vedo un uomo colpito nel profondo dell’anima, che vuole recuperare quel po’ di umanità e di famiglia che gli è rimasta.»

Ilardo, catanese e cugino di Piddu Madonia, era vicino ai Corleonesi, la fazione vincente.

«Già sapevo chi avrei incontrato e sapevo anche il suo ruolo. Anche perché, poi, Ilardo, sempre nel primo incontro, che per me è illuminante, perché avevo già lavorato con il generale Dalla Chiesa e con il colonnello Bozzo (diventato generale dei carabinieri, già braccio destro del generale ucciso da Cosa nostra e comandante della divisione Pastrengo, nda) su quella frangia di potere deviato, con i suoi collegamenti con la massoneria e l’estremismo di destra con il supporto dei servizi segreti per quella che verrà chiamata la strategia della tensione.

Fa il nome di un massone torinese, ma di origini siciliane, Savona Luigi, che era già emerso nelle indagini su Ordine Nuovo. Finalmente una conferma per fare chiarezza sui mandanti esterni. Di questo fatto ne do notizia a De Gennaro e al colonnello Bozzo. Quando mi fa quel nome, a me personalmente, mi da la conferma che eravamo messi sulla strada giusta per fare luce. E lui mi dice che se fosse stato mostrato qualche elemento del detonatore delle bombe delle stragi avrebbe potuto, eventualmente, dare indicazione sull’artificiere. Perché lui l’aveva già utilizzato in passato, con un suo amico a cui era molto legato – avevano frequentato insieme l’università a Messina-, quel famoso Rampulla

Diciamo, questo è il primo impatto.

«Poi da anche altri riferimenti sulla massoneria, indica un ristorante dove si tenevano incontri istituzionali, massonici e servizi segreti a Roma. Quindi inizia questa collaborazione».

E questa collaborazione prosegue anche all’esterno del carcere.

«Esatto. Una volta che lui esce mettiamo in atto un dispositivo per comunicare in maniera riservata e tranquilla. E con Ilardo cominciamo a vederci in Sicilia e io, di ogni incontro, redigo relazioni di servizio che invio alla Dia».

Ilardo aveva un nome in codice “Oriente”. Perché questa scelta?

«Lo chiamo “Oriente” ed è anche strumentale. Non solo perché proviene dalla Sicilia orientale, ma anche in riferimento al mondo massonico. Una componente importantissima di quel contesto di cui Ilardo si appresta a parlare. Lui mi dice: ‘Colonnello, lei per comprendere gli ambienti a cui dovremmo apporre la nostra attenzione e che sono ispiratori di quella strategia stragista’…, proprio quegli ambienti istituzionali deviati, che già nei primi anni Settanta avevano posto la strategia: destabilizzare per stabilizzare. In passato questi avevano utilizzato i militari per i Golpe, poi erano passati ai terroristi e poi, in una modificazione sempre di strategia operativa, avevano messo in campo i loro rapporti con la criminalità organizzata. E la fanno entrare per la spartizione degli affari. Ilardo mi dice che questo tramite, per far entrare Cosa nostra in massoneria, fu questo Savona Luigi che era molto amico del Chisena. Entrambi erano massoni e anche collegati ai servizi segreti. Savona Luigi viene ospitato a Catania e vengono organizzati con il Chisena degli incontri a Palermo, dove andò anche Di Cristina e soci. L’attività del Savona Luigi fu anche attenzionata da Falcone. L’attività era sempre quella, contattare i soliti magistrati per favorire le posizioni dei vari affiliati».

E Ilardo cosa aggiunge?

«Che lo stesso ambiente del ’74 è lo stesso che ha posto in essere gli attentati degli anni Novanta, ovviamente alcuni soggetti sono mutati, ma sono cloni di quelli del passato. Ma il contesto politico e massonico è sempre lo stesso, quello che fa riferimento ad Andreotti, ai socialisti di Craxi, ai loro uomini. E mi fa un esempio: l’attentato al giudice Carlo Palermo fu fatto da Cosa nostra in ossequio alla collaborazione che nasce con il partito socialista. Come primo rapporto viene chiesta la commissione di questo attentato.»

Il giudice Palermo stava indagando sui traffici di droga e di armi.

«Sì e anche sulle parentele. Ilardo mi parla di Salvo Andò e mi dice che era organico alla organizzazione, lo avevano votato, frequentava ambienti catanesi – come ho scritto anche nel rapporto – di Cosa nostra. Mi fa tutti questi esempi e mi racconta tutti questi aspetti.»

Il giudice Palermo aveva individuato una società di intermediazione di armi, la Kintex.

«Me ne sono occupato anche io. È una ditta di armi Bulgara. Gli ho sequestrato un carico di armi a Savona. La Kintex, come l’ho investigata io, operava tramite rappresentanti di armi, i quali danno partite di armi a qualsiasi ambiente. Hanno sempre spaziato: dal terrorista islamico, al terrorista mediorientale, sudamericano. A loro non interessa dove vanno a finire le armi, ovviamente non in uno Stato che è in guerra con l’allora Patto di Varsavia o Stato consorella. Un po’ come facciamo tutti quanti, anche noi lo facciamo. La Kintex, negli anni Ottanta, fu molto attenzionata. Sia da noi, come carabinieri, e anche dagli americani».

Ritorniamo ad Ilardo. Nel vostro rapporto di collaborazione quando subentra la latitanza dell’allora capo dei capi Provenzano. In quale occasione esce fuori questo nome?

«Lui (Ilardo, nda) viene reinserito subito nella famiglia. Allora il rappresentante sul territorio era Vaccaro Domenico, operava alle dirette dipendenze di Piddu Madonia che era in carcere. Ilardo, che era superiore a Vaccaro, faceva parte della famiglia, era organico alla famiglia, comincia ad operarci insieme. Mi spiega Ilardo che così si sente libero di sentire, di partecipare alle riunioni, senza nessun particolare vincolo, e mi dice: ‘lasciamo che siano gli altri a contattarmi’, ovviamente per ragioni di sicurezza. Fare domande in quegli ambienti è molto pericoloso. Nel frattempo lui si accredita, cosa molto importante per noi, con dei primi risultati operativi: come, ad esempio, il ritrovamento del materiale per l’apertura delle cassette di sicurezza delle banche. Ci fa arrestare dei primi latitanti. Questo lo accredita nei confronti della magistratura di Palermo che lo segue da lontano nella sua attività di collaboratore informale e, ovviamente, nella Dia di De Gennaro. È un collaboratore credibile che porta risultati tangibili.»

E cosa c’entra Provenzano?

«La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile. ‘Le sorelle di Piddu, quindi le mie zie lo vanno a trovare perché malato, soffre di prostata’, mi comincia a raccontare. ‘Soffre di prostata. Gli portano le medicine, gli portano i cibi che lui può mangiare e che gli piacciono’. E lui dispensa consigli.

E che cosa succede?

Fine prima parte/continua       

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La «faccia pulita» di Cosa nostra

QUARTA PARTE. L’inchiesta «Passepartout», che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (“Italia Viva”), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il pregiudicato Nicosia.

La «faccia pulita» di Cosa nostra

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Le intercettazioni hanno infatti registrato con una chiarezza lampante che il Nicosia si è adoperato insistentemente al fine di monitorare lo stato d’animo dei singoli mafiosi detenuti per dissuaderne eventuali iniziative collaborative; per favorire trasferimenti di detenuti mafiosi; per veicolare informazioni fra i detenuti e l’esterno; per incontrare associati mafiosi in modo assolutamente riservato e senza la vigilanza delle guardie penitenziarie al fine di ottenere e fornire dette informazioni; per speculare illecitamente sulle cooperative operanti all’interno delle strutture carcerarie progettando di estorcere loro del denaro in cambio di relazioni ispettive a loro favorevoli; ancora, per conoscere mappatura, allocazione delle celle, luoghi ove si svolgono i colloqui e la socialità dei detenuti nelle singole strutture carcerarie e ciò ancora al fine poi di veicolare dette informazioni logistiche ai sodali di Cosa nostra.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia affrontava anche le questioni relative ai rapporti con i soggetti di Sciacca emigrati negli Stati Uniti d’America, Sergio Gucciardi e Leonardo Zinna; il linguaggio utilizzato, finalizzato a non proferire i nomi dei soggetti, e gli argomenti trattati (il sostentamento del detenuto Maniscalco) lasciavano intuire che tali questioni riguardassero Cosa nostra e le sue già accennate proiezioni negli Stati Uniti

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia rassicurava il proprio interlocutore circa l’impossibilità che la conversazione potesse essere intercettata perché la macchina a lui in uso, vicina alla quale stavano dialogando, era noleggiata ed era solito cambiarla ogni settimana (Nicosia: “no, a posto, la cambio ogni settimana”).

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia, fuor di metafora, chiedeva al sodale di attivarsi per risolvere la questione attraverso l’intervento violento e intimidatorio di “due picciotti”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nel corso delle investigazioni svolte, sono stati accertati costanti e solidi rapporti tra l’indagato Antonino Nicosia e il castelvetranese Giuseppe Fontana, noto Rocky, scarcerato nel 2013 dopo una lunga detenzione durata circa vent’anni.

Quest’ultimo, nella storia della famiglia mafiosa di Castelvetrano ha sempre rivestito un ruolo centrale e ciò, in primo luogo, per il rapporto di grande amicizia e di affetto da egli stretto, fin da bambino, con Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia ha intrattenuto assidui e costanti rapporti con diversi soggetti, originari di Sciacca ma emigrati da diverso tempo negli Stati Uniti d’America, al fine di trasferirsi e inserirsi insieme ad Accursio Dimino nel circuito criminale d’oltreoceano comunque riferibile a Cosa nostra.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

La persistente partecipazione del Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca è inoltre dimostrata dalla manifestazione di una persistente solida affection societatis, dalla condivisione da parte dell’indagato del programma associativo e, in particolare, del costante utilizzo della forza di intimidazione mafiosa promanante dall’esistenza sul territorio del sodalizio.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

La condotta partecipativa dell’indagato Antonino Nicosia a Cosa nostra risulta essere consistita, inoltre, nell’essersi egli messo a disposizione del sodalizio per favorire i contatti con gli associati mafiosi detenuti, contatti da lui intrattenuti grazie alla qualifica “ufficiale” assunta che, peraltro, gli ha consentito di fruire nel contesto politico e sociale di un’interfaccia “pulita” e insospettabile e, pertanto, ancor più insidiosa.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Per approfondimenti:


– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

– La famiglia mafiosa di Sciacca

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

MAFIE & STATO. Parla Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile), presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese: «Lombardo è un PM coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa».

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

di Paolo De Chiara

Questa volta è toccato al PM di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Il coraggioso magistrato che sta portando avanti un processo importantissimo sulla schifosa ‘ndrangheta stragista. L’organizzazione criminale calabrese (una delle mafie più potenti e più ricca al mondo) che, insieme a Cosa nostra, in questo Paese, metteva le bombe e uccideva innocenti. Per conto di altri soggetti, di elevato spessore criminale. Le famose “menti raffinatissime”, individuate da Giovanni Falcone.

Istituzioni deviate, servizi segreti, massoneria. Personaggi indegni che hanno gestito e continuano a gestire il potere nel Paese impregnato dalle mafie e sotto ricatto. E per mantenere il potere nelle loro mani sono disposti, ancora oggi, a tutto.

Addirittura volevano avvelenare l’acquedotto di Firenze. Nei loro progetti pazzoidi-criminali c’era finita anche la Torre di Pisa, doveva saltare in aria. Addirittura avrebbero voluto disseminare di siringhe infette di Aids la spiaggia di Rimini.

Pazzi criminali più pericolosi dei mafiosi.

Personaggi che, invece di contrastarli, si permettevano e si permettono il lusso di minacciare di morte i mammasantissima. Per ottenere il loro silenzio. Corsi e ricorsi storici. Dal bandito Salvatore Giuliano a Gaspare Pisciotta. Un elenco lunghissimo. Sempre lo stesso metodo. Oggi più raffinato. Per fare meno rumore.

Era capitato a Cutolo, il fondatore della NCO. È capitato a Provenzano, il capo dei capi. Anche Totò ‘u curtu (una pecorella – in senso metaforico – in confronto a questi criminali di Stato) è stato minacciato di morte dalla «Falange Armata». (“Devi stare zitto, hai familiari fuori. Al resto ci pensiamo noi”).

«Dietro la sigla ci sono persone che operano, che eseguono, che programmano, che stabiliscono» ha spiegato il PM Lombardo. «L’organizzazione utilizzava le stragi per mandare messaggi a chi doveva capire».

Questi stessi soggetti (istituzionali) hanno decretato e pianificato la morte di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Senza dimenticare l’urologo Attilio Manca (che operò Bernardo Provenzano), Luigi Ilardo (stava facendo saltare lo scellerato accordo tra Stato e Cosa nostra) e tanti altri.

Chi tocca certi fili, in questo Paese «orribilmente sporco», muore.

Non di morte naturale o di suicidio. Nemmeno i poeti hanno lasciato in pace. Povero Pasolini. Massacrato e eternamente infangato da chi è fatto di questa sostanza.  

E proprio su questi temi, lo stragismo mafioso di Stato, si sta svolgendo un processo in Calabria. Tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media nazionali. Impegnati a raccontare le solite e inutili cazzate ai cittadini. Si sta ripetendo tutto quello che è già accaduto in passato.

Ed anche questa volta, come è già capitato a Nino Di Matteo (il PM del processo sulla Trattiva Stato-mafia, condannato a morte non solo da Cosa nostra) e a Nicola Gratteri (procuratore di Catanzaro e nemico numero uno dei mafiosi calabresi, ma non solo), i cittadini con la schiena dritta hanno deciso da che parte stare, schierandosi con il PM Giuseppe Lombardo.

Durante la requisitoria di ieri, davanti all’aula bunker di Reggio Calabria, i rappresentanti del movimento Scorta Civica, delle Agende Rosse e di altre sigle, hanno manifestato la loro vicinanza per non fare sentire solo un magistrato che, al contrario di altri suoi squallidi colleghi, ha deciso di fare questo mestiere con passione, lealtà ed onestà.

«Rappresento lo Stato» ha tuonato il PM Lombardo in aula, durante la sua lunga e devastante requisitoria. Dove ha elencato fatti, episodi, legami. Collusioni tra pezzi dello Stato (molti personaggi ancora le rappresentano indegnamente) e mafie. Strategie e affari. Legami politici e istituzionali. Disegni strategici da far accapponare la pelle. Non ha fatto mancare, il pubblico ministero, messaggi di sfida nei confronti dei mafiosi e di chi li gestisce.

«Ci siamo resi conto – spiega Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile) presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese – che questo processo è molto importante. Da questa requisitoria fiume, pronunciata da Lombardo, è emersa una correlazione chiara tra diverse entità. Rapporti che hanno condizionato la stagione stragista degli anni Novanta».

Perché è necessario supportare il PM Lombardo?

«Lombardo è un magistrato coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa. Stare insieme a lui significa accompagnarlo in questa sfida. Non bisogna lasciare soli questi magistrati. A noi non piacciono le corone e le celebrazioni piene di retorica. C’è stato un momento molto toccante. Durante una pausa dell’udienza abbiamo approfittato per mandare il nostro sostegno a Lombardo, esponendo le nostre magliette. Lui ci ha ringraziati e noi lo abbiamo applaudito. Addirittura, con il microfono, ci ha detto: “mi state facendo emozionare”. Questo applauso è risuonato e spero che questa cosa abbia fatto piacere. Il nostro messaggio è arrivato anche alle tante orecchie che erano disseminate in quei luoghi».

Quale sensazione ha provato mentre ascoltava le parole del pubblico ministero?

«Come cittadina mi sono sentita molto fiera. Soprattutto di questo magistrato. Nello stesso tempo è sconfortante ascoltare questi legami tra politica, affari, gruppi finanziari, gruppi segreti eversivi, massoneria, servizi segreti. Sentire questo fresco profumo è una grandissima soddisfazione.

Già nel processo Trattativa Stato-mafia avevamo capito che c’era stata questa trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra. Qui abbiamo appreso di personaggi che hanno gestito la vita politica in questo Paese. I loro rapporti con i Piromalli e con i mafiosi calabresi e siciliani, pericolosi e potenti».

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

«Abbiamo appreso che è stato chiesto l’ergastolo per gli imputati. Ora aspettiamo il giudizio. Sarà importante divulgare questa requisitoria. La considero come un libro di storia. Mi auguro che ci siano degli sviluppi, sono state indicate delle responsabilità e dovranno essere perseguite. Un altro processo da seguire è quello di Gratteri. Oggi abbiamo toccato con mano la storia di questo Paese».

Per approfondimenti:

– La «Falange Armata» ha minacciato Totò Riina

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

da WordNews.it

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

L’INTERVISTA. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIA, Mario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista. «Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

di Paolo De Chiara

«Questo processo assume un’importanza direi storica, per quanto riguarda la lotta alla mafia, alla ‘ndrangheta e alle mafie in genere. Si vanno ad analizzare e ad indicare le collusioni tra Stato, in senso lato, mafia e alta massoneria, con infiltrazioni politiche».

Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIAMario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista.

«Le parole del dott. Lombardo mi fanno venire in mente tante cose. L’unica cosa che mi colpisce e mi fa male è pensare che vittime innocenti, che credevano effettivamente in uno Stato e nella difesa dei cittadini onesti, sono morti, forse, anche per mano dello Stato. E questo mi fa veramente male. Il tradimento più alto. Noi lavoravamo per questo Stato, abbiamo lavorato per difendere lo Stato democratico. Nel momento in cui subiamo le conseguenze dallo stesso Stato diventa drammatico».   

Ravidà ha una esperienza quarantennale alle spalle. In prima persona ha vissuto i momenti più drammatici della Repubblica. Nel 2015, Ravidà, ha dato alle stampe un suo manoscritto, Carne da macello (AltroMondo editore), un libro scritto – come si legge nella sinossi – per onorare la memoria di magistrati, uomini politici e appartenenti alle forze dell’ordine; caduti per qualcosa in cui credevano nel nome di un ideale di legalità e giustizia.

«Una cronistoria personale di quello che ho vissuto. Per caso mi sono trovato a vivere i momenti più drammatici di questa Repubblica: ad iniziare dal sequestro Moro, dove stavo facendo un corso di polizia giudiziaria a Roma e, quindi, ho partecipato a quelle che erano le operazioni per il tentativo di cattura delle Br, cosa non riuscita.

Successivamente sono stato trasferito alla Digos di Napoli, sezione antiterrorismo, dove ho vissuto il sequestro Cirillo in prima persona, con i suoi retroscena, in particolare di un collaboratore che ci rivelò che dietro il sequestro, in realtà, c’era un progetto della Democrazia Cristiana e un accordo per la liberazione per una somma di un miliardo e 450 milioni. Quello che non c’è stato per Moro.

A Catania, al reparto mobile, ho fatto parte della Criminalpol, quindi ho conosciuto direttamente il fenomeno mafioso ai massimi livelli, per quanto riguarda la Sicilia orientale.

Con la formazione della DIA, nel 2003, ho completato il mio percorso professionale. Ho vissuto le stragi, anche se non direttamente, più che altro quella di Borsellino, dove abbiamo partecipato alle indagini.

La famosa relazione scomparsa, dopo il sopralluogo che lei fece con un suo collega della Criminalpol, il giorno dopo la strage, nel palazzo di proprietà dei fratelli Graziano, legati al clan Madonia.

«Scomparsa per diciotto anni e poi, per caso, dopo averne parlato con un giornalista, è uscita fuori».

Poi c’è la questione Ilardo, il collaboratore che stava dando un colpo mortale a Cosa nostra. È importante ricordare il colonnello Riccio, una figura fondamentale, infangato e diffamato nel corso degli anni.  

«Il problema è stato questo. Basti vedere quando Riccio è stato arrestato, per cosa è stato arrestato. Riccio è stato arrestato per un premio dagli esteri per l’operazione di servizio che lui stava facendo. E ne erano perfettamente a conoscenza tutti i suoi superiori. Chiaramente hanno lavorato in maniera non conforme a quelle che erano le regole di una operatività legale, però con risultati enormi».

Cosa aveva scoperto Riccio?

«Aveva Ilardo. Sarebbe stato devastante per questo Stato democratico se fosse stato in vita e poteva parlare. Era a conoscenza di tutti i fatti più nascosti che non hanno avuto, sino ad ora, luce».

Possiamo entrare nel merito?

«Basta citare gli omicidi di Piazza, del collega Agostino e della moglie, del piccolo Di Matteo.

Centinaia di fatti: gli attentati in Italia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Loro (i mafiosi, nda) andavano a prendere l’esplosivo nelle caserme dei militari, insieme a un personaggio che si chiamava Ghisena, calabrese, legato ai servizi segreti e alla massoneria. Questo esplosivo veniva usato per gli attentati in giro per l’Italia. Parliamo di collegamenti tra mafia, ‘ndrangheta e servizi deviati. Ilardo avrebbe fatto luce su questi fatti».

Senza dimenticare la famosa operazione Mezzojuso e la mancata cattura di Binnu Provenzano.

«L’operazione Mezzojuso è stata emblematica. Si è puntato dall’inizio, da quando c’era De Gennaro, all’arresto di Provenzano. L’obiettivo principale era quello. In attesa di questa operazione abbiamo fatto un mare di operazioni, abbiamo arrestato latitanti importanti di primo piano, abbiamo fatto un’operazione a Catania e abbiamo azzerato Cosa nostra. Su indicazioni di Ilardo abbiamo arrestato 50 persone».

Poi cosa succede?

«Riccio viene inspiegabilmente, una volta andato via De Gennaro dai vertici della Dia, destituito all’Arma e, quindi, a Mori. Proprio in quel momento si determinò l’appuntamento con Provenzano. Sebbene ci fossero state tutte le condizioni, Riccio non è stato messo nelle condizioni di poter finalizzare l’operazione. Si sono limitati a fare qualche foto sul posto, invece di agire e arrestare Provenzano e, forse, tutti i vertici di Cosa nostra. Avremmo azzerato Cosa nostra».

Ed entrambi, Ilardo e il colonnello Riccio, faranno una brutta fine.

«Ilardo muore dopo le sue dichiarazioni. Ritorna a Catania senza protezione, sebbene avesse dato queste anticipazioni davanti al fior fiore di Procuratori. Si doveva proteggere in altro modo, lo Stato doveva proteggerlo».

E Riccio?

«Viene eliminato giudiziariamente. Nel momento in cui sta facendo le denunce a varie Procure: Catania, Caltanissetta, Palermo, per la storia di Ilardo. E proprio in quei momenti viene arrestato, a dieci anni dai fatti che gli contestano. Una storia strana, non riesco ancora a comprendere le esigenze cautelari per un colonnello dei carabinieri pluridecorato. Quali prove poteva inquinare dieci anni dopo i fatti contestati».

Non è solo mafia. Ci troviamo di fronte a quelle «menti raffinatissime» di cui parlava Falcone?

«Ci sono diversi elementi che possono portare a questa conclusione. Sono convinto di una cosa: c’è stato un momento storico in Italia dove diverse decisioni giudiziarie portano a pensare che ci sia stata una concordanza tra varie strutture. Riccio viene arrestato dai magistrati di Genova. Per quanto riguarda l’omicidio di Ilardo, ci sono state delle fughe di notizie. Ci sono stati dei ritardi da parte dei funzionari della DIA.

Perché la DIA caccia Riccio nel momento in cui stava dando dei risultati eccezionali? Come ha confermato il direttore della DIA, durante il processo Trattativa Stato-mafia, nessuno aveva mai dato questi risultati. Queste sono domande che dovremmo farci un po’ tutti».

I soggetti che lei ha incontrato, durante la sua attività professionale, sono approdati all’interno delle Istituzioni?

«Sì, qualcuno ha fatto da consulente in Commissione parlamentare antimafia».

Se la sente di fare il nome?

«Sì, il dott. Pappalardo che conferma, al processo contro Mori e Obinnu, di essere stato uno degli artefici della cacciata di Riccio dalla DIA. Sebbene ammette che, forse, mai nessuno come Riccio aveva portato quei risultati. La domanda da farsi è perché allora viene rimandato nell’Arma? È lo stesso funzionario che prima dell’arresto di Riccio vuole incontrare me e un altro mio collega, insieme lavoravamo con il colonnello, e ci intima di non frequentare più Riccio, sebbene avevamo in corso l’indagine Chiara luce contro Cosa nostra catanese, proprio per merito di Ilardo che ci aveva fatto identificare il responsabile del clan Santapaola che in quel momento reggeva la cosca.

Sono domande a cui non ho mai trovato una risposta logica. Chiaramente non potevamo, proprio per questi motivi, non frequentare più Riccio. Era troppo importante tale rapporto per finalizzare l’operazione, come poi accadde con più di 25 arresti che azzerarono il clan.

Il nostro Rapporto con il Colonnello continuò contravvenendo a quanto ci veniva disposto. Per tale motivo il mio collega fu anche convocato a Roma presso la direzione della DIA e da un altro alto Dirigente, anche lui siciliano, Pippo Micalizio, ora deceduto, che minacciò il mio collega di farci uscire dalla DIA se avessimo continuato tale rapporto.

Devo aggiungere che Pappalardo, sebbene fosse già avvenuta la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, non ne era al corrente. Quando lo informammo di ciò, rimase sorpreso ed aggiunse: “Mori non me lo aveva detto”. Presumo, da quanto affermò, che Pappalardo venne convinto da Mori ad allontanare Riccio dalla DIA. Forse proprio per controllarlo ed impedire la cattura del Provenzano. Come affermato da Riccio, se fosse rimasto alla DIA, si sarebbe sicuramente finalizzata anche la cattura di Provenzano con il nostro ausilio e come era già accaduto con gli altri latitanti catturati. Queste sono cose che, effettivamente, lasciano pensare. Sono le cose strane che sono successe.

Come nell’omicidio Ilardo, dove è stato aperto un fascicolo per connessioni istituzionali. A distanza di cinque anni dall’omicidio ricevo una notizia da parte di un mio confidente che mi dice chi erano gli autori, i mezzi usati per commettere il delitto. La mia relazione finisce in un cassetto, dopo le mie proteste questo documento finisce in Procura. Si deve sentire il mio confidente, dopo dodici anni, e si arrestano i personaggi che avevo segnalato. Cose strane e nessuno chiede nulla sui ritardi, sulle omissioni».

Oggi come siamo messi in Italia per quanto riguarda la lotta alle mafie?

«È un momento strano. Abbiamo visto tutti quello che è successo con il ministro Bonafede e il mancato incarico a Di Matteo. Perché non mettere le persone giuste al posto giusto? È una volontà di Stato o una incapacità?»

Che giudizio si è fatto del ministro Bonafede?

«Il Movimento 5stelle era nato per cambiare l’Italia ma non sono questi i modi per cambiarla. Il decreto ultimo che riguarda gli appalti pubblici ha solo aumentato la mancanza di controllo per le enormi somme che saranno stanziate per gli appalti pubblici. Il dubbio, il sospetto e la paura è che possono banchettare, per quanto riguarda la corruzione, senza nessun controllo. Questo è un’altra cosa gravissima».

La trattativa Stato-mafie è terminata?

«Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Se ne può uscire da questa situazione?

«Se ne può uscire nel momento in cui un Governo nasce per cambiare totalmente le cose. Si dovrebbero attenzionare in modo pressante le mafie, la corruzione e tanto altro. Ma c’è una volontà di fare questo?».        

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L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

TERZA PARTE. L’inchiesta «Passepartout», che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (“Italia Viva”), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il pregiudicato Nicosia.

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

di Paolo De Chiara

L’ARROGANZA

Il Nicosia confidava anche alla Gallo (Giuseppa, il cui padre e il cui fratello, definitivamente condannati per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. erano – e sono ancora – detenuti)  di avere trovato il sistema per fare ingresso negli istituti penitenziari senza alcun problema o intralcio da parte dei Direttori…

NICOSIA Antonino: (incomprensibile) ma io non voglio creare problemi a lei perchè lei deve dichiarare che io sono suo collaboratore

GALLO Giuseppa : Ah ok

NICOSIA Antonino: per questo puoi stare serena, io mi testo sempre, io mi testo perciò il problema non si pone. Però quando tu vai col Dap il carcere ti aspetta, perchè il Dap cosa fa? Ti autorizza e manda la lettera al carcere e dice sta venendo Giuseppina Gallo, Antonino Nicosia e minchia lenta

GALLO Giuseppa: ah ah

NICOSIA Antonino: si preparano capito? si fa trovare il direttore con la cravatta, queste sono visite ispettive. Driin chi è? Chi siete? Sono l’onorevole Occhionero devo fare un’ispezione, tesserino della camera si entra e … (ride), il direttore c’è? No il direttore non c’è, ah bene. Nella relazione che poi faccio

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LE VISITE CON IL DEPUTATO

Antonino Nicosia informava dell’éscamotage (così come da lui espressamente definito nella citata conversazione del 4 gennaio 2019) anche il sodale Accursio Dimino, nel corso del dialogo intercettato il 28 febbraio 2019; in particolare il Nicosia gli spiegava che l’ingresso in carcere insieme a un Deputato gli consentiva innanzitutto di sfuggire alle inevitabili verifiche del D.A.P. preliminari all’autorizzazione all’accesso (che, già in una circostanza, a suo dire gli era stato negato verosimilmente perché egli gravato da precedenti penali) e, inoltre, di visitare tutte le sezioni dell’istituto penitenziario:

NICOSIA Antonino: allora, se io ci vado senza Deputato a fare la visita, ci vado come Radicale, devo chiedere l’autorizzazione al DAP …

DIMINO Accursio: al DAP, certo

NICOSIA Antonino: il DAP poi comunica

NICOSIA Antonino: entrare… ci vado all’improvviso, capito?

DIMINO Accursio: ci puoi entrare in qualsiasi momento

NICOSIA Antonino: entro di notte pure… ad Agrigento ci sono andato di notte

DIMINO Accursio: ci sei andato solo o con lei?

NICOSIA Antonino: con il Deputato ci devo andare, per forza

DIMINO Accursio: eh

NICOSIA Antonino: tesserino della Camera dei Deputati e il Deputato insieme, non ci posso andare da solo, dovrei essere Deputato io per andarci da solo

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MAPPINA (piccola mappa)

Il Nicosia rivelava al sodale mafioso che, attraverso l’ingresso nella struttura penitenziaria, sarebbe riuscito ad arrivare addirittura a parlare con i detenuti all’interno della loro cella, anche quelle collocate nelle sezioni ove, per ragioni di sicurezza o di altra natura, non è possibile accedere. E ciò perché, proprio in ragione della presenza ufficiale del Deputato, il carcere avrebbe dovuto fornire finanche le mappe della struttura:

NICOSIA Antonino: e mi posso portare chi voglio… ma questi non sono abituati a fare visite con quelli che il carcere lo conoscono, capito? Sono abituati che vanno là, non sanno dove minchia andare… io vado, io entro dentro le celle

DIMINO Accursio: dentro le celle, si

NICOSIA Antonino: io voglio entrare dentro le celle… dice… ma, deve fare più niente?… ma perché … gli ho detto… abbiamo finito di visitarlo il carcere?… ah … dice… lo dobbiamo visitare tutto? … tutto, certo! … io quando arrivo, gli chiedo la mappa del carcere

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

L’ESTORSIONE

Davvero rischioso e pericoloso, in questo caso, il compito svolto dal Nicosia: “agganciare” riservatamente il detenuto e fare in modo che questi autorizzasse l’estorsione e quindi continuasse, nonostante la detenzione, a esercitare il potere di controllo sugli affari della famiglia mafiosa. Così nella conversazione fra i due del 2 maggio 2019:

NICOSIA Antonino: (bisbiglia questa frase che segue, ndr) io lo vado a trovare … io lo vado a trovare a quello io … lo vado a trovare… lo vado a trovare

MANISCALCO Domenico: eh…

NICOSIA Antonino: con la Deputata… ho l’incarico alla Camera io ora

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO e la RISATA POCO ONOREVOLE

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco (come già ricostruito supra, effettivamente là allocato quel giorno), Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Assume rilievo la circostanza che il Sacco, infatti, è stato condannato all’esito di un lungo processo che ha dimostrato le sue pericolosissime connivenze con politici, amministratori, personaggi influenti, connivenze tutte messe a disposizione di Cosa nostra e finalizzate a “consentire a uno dei suoi capi riconosciuti, Messina Denaro Matteo, di acquisire la gestione ed il controllo di numerose iniziative imprenditoriali finalizzate allo sviluppo ed alla realizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (in particolare eolica e fotovoltaica) sia in provincia di Trapani che in altre zone della Sicilia”.

Il Nicosia, dopo aver rivelato alla donna di conoscere il Sacco da diverso tempo, le riferiva di aver raccomandato al detenuto di “cucirsi la bocca”:

N: Santo Sacco è un bravo ragazzo, che deve legarsi al dito, basta che esce dal carcere. L’unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca … se si cuce la bocca … perché io ancora non lo vedo io

O: pronto?

N: pronto per uscire … vero ti dico ….

Oahahahah (risata)

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

CARTA INTESTATA DELLA CAMERA

Nel prosieguo del dialogo, inoltre, si comprendeva che Santo Sacco, in carcere, aveva ricevuto dal Nicosia una lettera scritta su carta intestata della Camera dei Deputati; lettera che, come espressamente previsto dall’art. 18 ter o.p., non è sottoposta né a limitazioni né a controlli in quanto proveniente da membro del Parlamento. Il dialogo intercettato, dunque, lasciava intuire che il Nicosia era addirittura riuscito a procurarsi uno strumento sottratto direttamente dalla legge a qualsiasi verifica, per comunicare con gli associati mafiosi detenuti:

….

NICOSIA: a Trapani hai visto, ma perchè lui è convinto che comanda lui a Trapani perché quello è amico suo il comandante … io immagino la scena appena quello gli ha portato quella e-mail … gli avrà detto “il mi auguro che lei non abbia stropicciata questa cosa” perchè questa me la manda l’amico mio … cioè me la stà mandando l’amico mio … cioè questa è l’onorevole amica mia (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: e ai compagni di cella chissà cosa minchia gli ha … io ve l’ho detto che quelli sono venuti a farmi gli auguri, guardate qui … (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: la carta intestata della Cameracioè io sono Santo Sacco, pure qua dentro, capito, la carta intestata della Camera

OCCHIONERO: gli è piaciuta?

NICOSIA: ma certo, la carta intestata della Camera, gli potevo mandare una cosa così? Mi sono fatto dare un blocchetto di carta intestata Camera dei Deputati

OCCHIONERO: bravo!

NICOSIA: con la firma sotto perchè ho firmato tutte e due, gli ho messo Onorevole … e lui questa cosa la porterà in giro come fidanzata …

OCCHIONERO: Amoooreee (in senso di compassione per SACCO, ndr)

NICOSIA: … come una fidanzata, sezione sezione. Io sono Santo SACCO, io sono Santo Sacco anche in galera! Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano … non si scherza (ride)

OCCHIONERO: a posto … (ride)

NICOSIA: esatto, attaccau … e la Procura di Sassari mette le … mette le cose .. le microspie

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA MISSIONE

L’impegno del Nicosia per Santo Sacco era tale che, dalle conversazioni registrate successivamente, si comprendeva che l’indagato aveva sollecitato la Occhionero ad attivarsi per far trasferire il detenuto dalla Casa circondariale di Nuoro (ove era effettivamente detenuto) a quella di Roma perché, da tale trasferimento, per ragioni allo stato non perfettamente decifrabili, lei avrebbe potuto ottenere, sempre a detta del Nicosia, un servizio di scorta e così evitare faticose trasferte in treno dal Molise (luogo di residenza del Deputato) a Roma. Di seguito la trascrizione del dialogo intercettato il 27 febbraio 201981:

NICOSIA Antonino: questa è una cosa che…appena…appena riesci a fare spostare Santo Sacco da…da Nuoro a Roma

Donna: appena esce

NICOSIA Antonino: sta cosa la devi sistemare

Donna: vediamo un po’

NICOSIA Antonino: la logistica

Donna: eh si…sistemeremo…la logistica è importante

NICOSIA Antonino: la logistica è fondamentale

Donna: le infrastrutture…eh eh…

NICOSIA Antonino: esatto

Donna: sono tutto

NICOSIA Antonino: magari

Donna: eh si

NICOSIA Antonino: magari ti mette a disposizione una macchina da Roma per viaggiare verso il Molise

…  

Donna: cioè, perché, si, anche qui è così, quindi ce ne sono di cose da fare, quando esce Santo

NICOSIA Antonino: e ne ha di lavoro, poverino

Donna: oh, si si si, a voler lavorare ne ha quanto ne vuole

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

BASENTINI

L’argomento veniva ripreso il 4 marzo 2019, allorquando il Nicosia sollecitava nuovamente e in modo sempre più insistente il Deputato a far trasferire Santo Sacco:

Donna: ah… a proposito ma a … mica gli si può chiedere di intercedere su un trasferimento

NICOSIA Antonino: come gioia

Donna: una mia amica che lavora in Tribunale

NICOSIA Antonino: eh…

Donna: si è fidanzata con uno che lavora all’ufficio amministrativo del carcere di Larino

NICOSIA Antonino: eh certo che possiamo intercedere

Donna: e vorrebbe essere trasferito in tribunale

NICOSIA Antonino: sì vabbè lo possiamo fare

Donna: possiamo farlo secondo te

NICOSIA Antonino: certo attraverso… chiediamo

Donna: Basentini (Basentini Francesco ndr)

NICOSIA Antonino: no chiediamo prima a un sindacalista e poi ci muoviamo fatti dare tutti i dati

Donna: già ce li ho

NICOSIA Antonino: eh okay

Donna: ma … mi ha detto che è il Capo del DAP, ma io ho detto Basentini e lei ha detto si ma perché lo conosci e il presidente del tribunale ha detto che serve l’autorizzazione del Capo di… del DAP

NICOSIA Antonino: eh… vabbè prima però passiamo da… da un sindacato, andiamo direttamente da lui a fare questa cosa no, se la possiamo fare senza disturbarlo la facciamo no…

Donna: eh… eh… ma come lo contattiamo cioè non si può (parola incomprensibile)

NICOSIA Antonino: andiamo al DAP Giusy, andiamo al DAP, andiamo a parlare con un segretario generale di un sindacato quelli vicini a noi quelli che… che ci stanno seguendo

Donna: eh… allora dobbiamo farla questa cosa

NICOSIA Antonino: eh… certo che lo facciamo eh… perché siamo qua anche per queste cose siamo qua no sennò

Donna: almeno questi… cioè almeno questi favori perché sennò io non riesco cioè a (parole incomprensibili)

NICOSIA Antonino: se ti dico di sì, se ti dico di sì, si può fare certo che si può fare

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA CAZZIATA: «ONORE’ NON PARLARE A MATULA…»

Il rapporto fra Nicosia e l’associato mafioso di Castelvetrano era tanto stretto che tre giorni dopo, il 7 marzo 2019, la “ambientale” collocata all’interno dell’autovettura in uso all’indagato (l’ennesima presa a noleggio) registrava la sua voce che inoltrava a qualcuno da lui chiamata “onore’” (e dunque verosimilmente identificabile in Giuseppina Occhionero) un messaggio vocale nel quale la redarguiva pesantemente, giungendo quasi a minacciarla, in seguito probabilmente ad alcuni commenti negativi che la donna aveva proferito su Santo Sacco:

Voce Nicosia: Onore’ non parlare a matula onore’ non parlare a matula, già stai parlando a matula … Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece, che non è giusta questa cosa, meno male che non ti sente perché per quest’ora dorme alle tre si fa il riposino perché altrimenti lo chiamerei per dire che cosa mi hai detto, non si fanno queste cose”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«ONORE’ TRATTALO BENE LO ZIO SANTO SACCO»

Voce Nicosia: Onore’ non è che fai finta che non capisci le cose e te le facciamo passare lisce a matula, a matula, a matula, parli a matula, a matula, a matula significa parli inutilmente dice minchiate e non è permessonon è permesso altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se viene lo capisci chi può venire manco se… e manco se porti Bersani che tu dici che può fare tutte cose… a Selinunte cous cous non ne mangia nessuno cioè non parlare a matula trattalo bene lo zio Santo Sacco vedi che ti ha mandato pure la fotografia del giornale la copia del giornale ti dice che non c’entrano più niente loro perché non so… non sono più al comando (ride) cioè Santo Sacco praticamente che è caduto in disgrazia”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale, 7 marzo 2019

SAN MATTEO (Messina Denaro)

Voce Nicosia: noi preghiamo San Matteo…tutti i Matteo…tutti…tutti tutti…tutti…quelli buoni quelli cattivi…tutti i Matteo…San Matteo proteggici…proteggici San Matteo…mai contro a San Matteo…mai contro a San Matteo…Onorevole Occhionero…mai mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai…mai contro a San Matteo, per ora c’è San Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo San Matteo…grazie San Matteo per quello che ci dai tutti i giorni…grazie…grazie…grazie” .

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale del 25 marzo 2019

Per approfondimenti:


– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

– La famiglia mafiosa di Sciacca

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

da WordNews.it

BACIAMO LE MANI/1^ parte

IL PAESE SENZA MEMORIA e SENZA VERGOGNA. Il Caimano torna di moda. Nel Paese orribilmente sporco arrivano proposte scellerate da parte di personaggi scellerati: non vedevano l’ora di riabilitare l’ex Cavaliere di Arcore. Una rovina per questo Paese, altro che statista. Quando ci libereremo politicamente di questi personaggi? Quando potremo chiudere una parentesi trentennale vergognosa? È un Paese alla rovescia: gli onesti diventano delinquenti e i delinquenti continuano a passare per martiri.

BACIAMO LE MANI/1^ parte

di Paolo De Chiara

«Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta».

Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino, 1992

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano». La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989. Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera».

“Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”. Ecco l’appunto di Falcone ritrovato nel suo ufficio,  Salvo Palazzolo, la Repubblica, 21 dicembre 2017

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”.

Trattativa Stato-mafia, i giudici: “Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri anche da premier e dopo le stragi”, Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

«Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?».

Nino Giuffré, collaboratore di giustizia, Tiscali.it, 20 luglio 2018

«Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio».

«Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra».

«Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992».


«Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo».

Nino Di Matteo, Procuratore Nazionale Antimafia, Antimafia2000.com, 27 settembre 2018

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

“Ho incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi mentre ero latitante”.

Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, videoconferenza udienza processo «’ndrangheta stragista», 7 febbraio 2020

1 parte/continua

da WordNews.it

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

SECONDA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

di Paolo De Chiara

DIECI ANNI

«Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione… per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti… la sentenza è stata confermata da quella della Corte d’appello di Palermo del 6 ottobre 2006, divenuta definitiva».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DETENZIONE

Il Nicosia è stato a più riprese detenuto e, all’atto della scarcerazione avvenuta nel 2009, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nonché alla misura di sicurezza della libertà vigilata, tutte interamente espiate.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

RADICALI e COLLABORAZIONE PARLAMENTARE

Il 1° novembre 2017 il XVI Congresso dei Radicali Italiani lo ha eletto membro del Comitato nazionale del Radicali italiani… Dai primi mesi del 2019, inoltre, ha cominciato una collaborazione, anch’essa ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti, con un Parlamentare della Camera dei Deputati, l’Onorevole Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

CIMICI

Nicosia: “io ogni mese mi cambio la macchina apposta chissà si mettessero in testa di mettere cose, a momenti gliela vado a lasciare, ci vogliono quarantacinque giorni per l’autorizzazione e io gliela vado a lasciare prima. Già ne ho un’altra ordinata … No … impazziscono … possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta che minchia mi interessa”)

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA FAMIGLIA MAFIOSA DI SCIACCA

L’attività di intercettazione, oltre a rivelare la partecipazione del Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca sino almeno alla fine degli anni ‘90 ha anche dimostrato, senza alcun dubbio, che tale partecipazione è assolutamente attuale e, in particolare, realizzata attraverso l’organizzazione di danneggiamenti, estorsioni e omicidi, tutti pianificati al fine di esercitare uno strettissimo e penetrante controllo sul territorio da parte della famiglia mafiosa.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PROGETTO DI DANNEGGIAMENTO

Il 2 febbraio 2018 è stata intercettata una conversazione fra Antonino Nicosia e il citato Luigi Ciaccio… I due, ritenendo Calogero Bono (imprenditore, nda) reo di aver violato la regola per cui doveva essere Cosa nostra a decidere chi dovesse svolgere quel lavoro, progettavano una violenta punizione dell’imprenditore e ciò al fine di estrometterlo dall’appalto.

Il prosieguo della conversazione consegnava poi una vera e propria lezione che il Nicosia impartiva al Ciaccio sulle modalità tipicamente mafiose attraverso le quali si sarebbe dovuto raggiungere l’obiettivo, ovverosia costringere l’imprenditore a rinunciare all’appalto (Nicosia: “quant’è 300, tu gli fai un danno di 600, così se lo chiamano a fare il servizio lui prende e rinuncia”).

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PROGETTO DI OMICIDIO

Antonino Nicosia giungeva persino a progettare un omicidio, unitamente ad Accursio Dimino, in danno di un facoltoso imprenditore di Sciacca e ciò al fine di acquisirne il patrimonio.

Nicosia: ah, tu dici di levarlo di mezzo?

Dimino: si

N: e non ci dobbiamo guadagnare?

D: ma le cose a volte si fanno o per 

N: a questo è pure vero, questo è pure vero

D: appunto tu non devi dargli “lauso”, poi quando è…. dici minchia è successo … e ha l’amante e ha quello … capace che ha toccato qualche femmina di qualcuno 

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, conversazione del 29 gennaio 2018

IL BOSS

Nicosia: a Campobello c’era il signor Mangiaracina … non l’hai visto ieri il signor Mangiaracina a Trapani? Quello di ottanta anni … ottantadue anni … quel signore di ottantadue anni, che abbiamo segnato 

Occhionero: si si …

N: quello era il signor Mangiaracina … quello è un boss

O: ma boss di dove?

N: boss di Campobello di Mazara 

O: come si chiama?

N: Mangiaracina Simone

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, conversazione in macchina del 23 dicembre 2018

POSSIBILI RIPERCUSSIONI GIUDIZIARIE

Ritornando alla conversazione intercettata il 23 dicembre 2018 con la donna che verrà poi identificata nell’Onorevole Giuseppina Occhionero, il Nicosia, ben consapevole della delicatezza degli argomenti trattati, intimava alla donna di evitare di citare, durante le loro eventuali e future conversazioni telefoniche, i nomi dei mafiosi, posto che il riferimento a soggetti del calibro di Simone Mangiaracina avrebbe rischiato di esporre entrambi a possibili ripercussioni giudiziarie:

N: non è che al telefono mi chiedi queste cose … neanche per scherzo … perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli … stavolta ci portano li 

O: Mangiaracina …

N: Purtroppo sezioni separate …

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

L’ÈSCAMOTAGE

Il massimo obiettivo auspicato dal Nicosia era quello di formalizzare una collaborazione con la Camera dei Deputati, come noto prevista dai regolamenti parlamentari, grazie alla quale egli avrebbe potuto fare visita financo ai detenuti sottoposti al regime speciale di cui all’art. 41 bis o.p.

Lo stesso Nicosia rivelava tale circostanza in una conversazione del 4 gennaio 2019 (quindi pochi giorni dopo il primo incontro con la Occhionero) col proprio conoscente Pippo Bono, figlio di Giuseppe, assassinato da mano mafiosa nelle campagne di Sciacca il 3 dicembre 1998

NICOSIA: Le ho fatto l’interrogazione parlamentare mi ha detto: “senti ma ti faccio un contratto” Contratto, gliel’ho detto: “che contratto mi fai?”

BONO: Che minchia di contratto devi fare?

NICOSIA: No vabbé gli detto come assistente parlamentare ma anche senza soldi. che minchia, sennò mi deve dare 10’000 € al mese a me, quelli che prendi tu. perchè io che minchia faccio… le ho detto: “mi fai un contratto per entrare ed uscire dalle carceri e basta”. Ogni tanto … (incomprensibile si accavallano le voci)

BONO: Ti metti il ferro dentro la porta… minchia ho a questo che mi scrive tutto quanto…

NICOSIA: No ma io non ci scrivo un cazzo, senza soldi niente le scrivo, mi giro

BONO: (Incomprensibile)

NICOSIA: No, mi giro le carceri invece, visto che non potevo entrare … così con lei entro

BONO: Sì sì sì

NICOSIA: E basta, e basta vado al 41 bis

BONO: Incomprensibile

NICOSIA: Faccio un sacco di cose hai capito? Ho trovato questo éscamotage

BONO: No buono è! Ottimo.. minchia … c’è per ora Roberto Clemente, questo qua che era Deputato regionale.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

2 parte/continua

da WordNews.it

A chi da fastidio l’educazione antimafia?

SCELTE SCELLERATE. «Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità».

A chi da fastidio l'educazione antimafia?

di Paolo De Chiara

ACCADE IN SICILIA. Ad Adrano, in provincia di Catania, ci sono dei ragazzi “portati via dalla strada” che, da diverso tempo, sono impegnati con la musica. Imparano e si perfezionano attraverso gli strumenti musicali. Un’Orchestra che, in un ambiente ad alta densità mafiosa, rappresenta la risposta adeguata alla criminalità organizzata. Anche loro si sono organizzati, attraverso la Cultura. 

Un impegno costante, un sogno che si è realizzato e che ha prodotto dei risultati eccezionali. La mafia del posto non può disporre facilmente della “manovalanza”, perchè queste giovani creature sono destinate ad altro. Stanno coltivando nel quotidiano le loro passioni, stanno realizzando il loro futuro. In un territorio dove i mafiosi vorrebbero imporre la loro forza brutale.

Ma negli ultimi anni, grazie a delle persone eccezionali – come Alfia Milazzo e come la Città Invisibile e l’Orchestra (che porta il nome di due grandi magistrati, uccisi da questi personaggi indegni) -, gli “uomini del disonore” stanno subendo sconfitte e brutte figure. Sono ostacolati, osteggiati, presi a schiaffi dalla Cultura. L’arma fondamentale per sconfiggere questi orrendi criminali e questa maledetta mentalità mafiosa.

In queste ore, però, qualcuno sta cercando di mettere il bastone tra le ruote a questo ingranaggio. La sede, dove i ragazzi studiano e si formano, è stata sottratta. O meglio, esiste ufficialmente l’intenzione. Riportata, nero su bianco, in una comunicazione. In poche parole, questi giovani studenti potrebbero finire in mezzo a una strada, insieme ai propri strumenti musicali. 

A chi dà fastidio l’Orchestra composta da ragazze e da ragazzi che hanno scelto la cultura e la legalità? Perchè è arrivato un provvedimento così odioso? Perchè questo fulmine a ciel sereno? Chi non riesce a digerire questo riscatto sociale?        

Probabilmente è stato un semplice equivoco, ma qualcuno dovrà dare delle spiegazioni. E chiedere scusa. 

Questa è la dichiarazione ufficiale della Fondazione

“Preso atto della richiesta da parte del Comune di lasciare la sede regolarmente concessa dalla Scuola Mazzini che la gestisce,  siamo in attesa di incontrare il sindaco per ascoltare quali sono,  se ve ne sono, le soluzioni, da lui proposte. Soluzioni alternative che però chiederemo debbano essere offerte in tempi immediati, in quanto l’Orchestra ha bisogno di riaprire le attività in vista degli impegni di fine luglio dedicati a Borsellino.

In riferimento alle eventuali soluzioni specifichiamo che non accetteremo accomodamenti che non siano in linea con le attuali.

Il Sindaco deve essere chiaro su questo punto e dimostrarlo con i fatti se vuole che la “Città invisibile” continui la sua attività di educazione antimafia in un territorio in cui la mafia è assai presente, o viceversa, se non è interessato a questo nostro progetto e ai ragazzi dell’Orchestra Falcone Borsellino.

Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità”.

Noi, domani, seguiremo da molto vicino questo incontro. Per capire da che parte sta il primo cittadino di Adrano, insieme all’intera amministrazione comunale. 

Per sconfiggere le mafie non servono più le parole vuote e inutili, sono necessari atti concreti. Le Istituzioni dove si vogliono posizionare? Dalla parte dei giovani impegnati o da quella rappresentata dai soliti buffoni di paese?   

I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

da WordNews.it

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

L’intervento del consigliere del CSM nella trasmissione Non è l’Arena. «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

di Paolo De Chiara

La Giustizia in Italia non sta attraversando un buon momento: tutto ciò che sta emergendo, soprattutto dal “caso Palamara” (ma non solo), sta mettendo in evidenza un “mondo giudiziario parallelo” che mira al proprio tornaconto personale. Dalle nomine al controllo delle Procure, sino alla delegittimazione di colleghi che, stranamente per questa gentaglia, il proprio dovere lo fanno, fino in fondo. Rischiando la propria vita, tutti i giorni.

Ciò che sta emergendo è vergognoso e molto pericoloso. Al centro di questo sistema ci sono personaggi indegni che, come in passato, continuano ad “attaccare” magistrati onesti come Gratteri, Di Matteo (senza dimenticare i vari Ingroia e De Magistris). Definiti pazzi, come è già capitato ad altri uomini dello Stato (Falcone e Borsellino). Lasciati soli e ammazzati da mafie, apparati dello Stato e anche dall’indifferenza delle cosiddette “persone perbene”.

Proprio Di Matteo, il tenace magistrato antimafia impegnato e vittorioso nel processo sulla scellerata Trattativa STATO mafia, è al centro di questi attacchi da parte delle “menti raffinatissime”. Questi mascalzoni non possono perdonare il suo impegno. E l’ultimo esempio di questa strategia è arrivato con la mancata nomina presso il DAP. In questo Paese malato non dobbiamo dimenticare le scarcerazioni di centinaia di mafiosi. Una vicenda ancora poco chiara, dove l’attuale Ministro della Giustizia non è riuscito a spiegare le sue scelte discutibili

Dopo la polemica televisiva, a seguito di una telefonata in cui il magistrato ha cercato di spiegare i fatti, si sono scatenate inutili polemiche, parole vuote utilizzate da sedicenti “tifosi” di una politica che, sino ad oggi, ha mostrato tutti i suoi limiti. E i suoi fallimenti. E quel Buonafede ancora ricopre un incarico politico importante. 

Ecco le parole di Nino Di Matteo, nella trasmissione di Giletti, sulla Trattativa: «Lo stesso Salvatore Riina diceva ai suoi più  stretti collaboratori “se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli e ci avrebbero già azzerato”. I mafiosi hanno la consapevolezza di quanto sia per loro importante il rapporto con il potere. 

Quando Riina venne cercato da uomini dello Stato, per il tramite di Vito Ciancimino, si convinse che la strategia  che aveva iniziato con l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, proseguito con l’attentato di Capaci, era una strategia che stava pagando. 

Lo Stato piegava le ginocchia andando a cercare Salvatore Riina per capire cosa volesse Cosa nostra per cessare quella strategia. Cosa nostra capì che era il momento di insistere con quella strategia delle bombe.

La sentenza della Trattativa, sulla base di innumerevoli prove, certifica che quella Trattativa, come sempre avviene,  non evitó altro sangue, anzi ne provocò di ulteriore.  

Cosa nostra è un’organizzazione “politica”, anche attraverso i delitti eccellenti ha fatto politica».

Sulle scarcerazioni: «Un segnale quasi di impunità. Chi è stato condannato più volte ha il diritto alla tutela della sua salute, ma lo Stato ha il dovere di fare di tutto perché la salute di ciascun detenuto venga tutelata all’interno della struttura.

Il segnale è stato devastante».

Il metodo mafioso: «Privilegiare il criterio dell’appartenenza ad una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. 

La mia battaglia sarà quella di dare un cambio netto. Serve una svolta. Quando si tocca il fondo è il momento di ripartire».

Pool Stragi: «Sono stato estromesso dal gruppo stragi. Palamara si era lamentato che io facessi parte di questo gruppo. È stata una enorme amarezza, ho lavorato per decenni sulle stragi».

Telefonate (“distrutte”) tra Napolitano e Nicola Mancino: «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

da WordNews.it

La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

Memoria da rinfrescare: la TRATTATIVA Stato-mafia. Sentenze, Detti e Contraddetti.

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

di Paolo De Chiara

LE RICHIESTE DI RIINA

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

RAGIONI SFUGGENTI

«Mi sfugge la ragione per cui la mafia avrebbe dovuto scendere a patti con Berlusconi quando ancora non era in politica».

Giorgia Meloni (PdL), 8 agosto 2012

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/1 

P.M. DEL BENE «Le fece proprio il nome di Dell’Utri?»

IMPUTATO BRUSCA «Sì.»

P.M. DEL BENE «Senta, Mangano le rappresentò solo di avere incontrato Dell’Utri o anche altri soggetti?»

IMPUTATO BRUSCA «Doveva incontrarsi… il messaggio era diretto a Silvio Berlusconi, poi in quella circostanza non mi ha detto… ma ha incontrato solo Marcello Dell’Utri, poi il successivo, se il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, questo non ho avuto modo di approfondirlo… L’obiettivo era Marcello Dell’Utri però il punto finale era Silvio Berlusconi”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

NE AVESSE AZZECCATA UNA

«Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

Pino Arlacchi, Panorama, 24 febbraio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/2 

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

IL MEDIATORE MAFIOSO

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/3 

Poi, Riina fa un cenno all’elenco delle richieste che secondo Massimo Ciancimino egli avrebbe redatto (“… Ponnu riri… vinni…, vinni…, vinni… cosu… Cianciminu. Ma Cianciminu vinni ci purtò a ste… ste elencu… mu rasssi… mu rassi ste elencu ca u fazzu esaminari… (inc.) hanno visto (inc.)..”).

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

SFUGGENTI REAZIONI CON ALLEANZA ANNESSA

“Troppe ombre, troppi non detti e troppe cose poco chiare caratterizzano questa vicenda: il popolo italiano ha il diritto di sapere cosa sia successo veramente”.

“Il sacrificio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli eroi caduti nella guerra alla mafia non può e non deve essere vano. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua nascita il mio pensiero e quello di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia va ai suoi famigliari e parenti. Una ricorrenza che cade in un momento particolare visto che è in corso la requisitoria dei Pm al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Il mio augurio è che quello di oggi possa essere un ulteriore passo in avanti per arrivare, dopo tanti anni, ad accertare la verità”.

Giorgia Meloni, alleata con Berlusconi, Fratelli d’Italia, 19 gennaio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/4 

Da segnalare, però, che, nel corso del colloquio con Lo Russo, Riina esprime un concetto che conferma una sua precedente esternazione captata da un agente della Polizia Penitenziaria. Secondo quando il teste Bonafede ha riferito, infatti, Riina il 31 maggio 2013 ebbe, tra l’altro, a dire “io non cercavo a nessuno, erano loro che cercavano a me”. Ora, vi sono chiari elementi per escludere che Riina si riferisse alla sua latitanza e che confermano che, invece, egli si sia riferito alla “trattativa” ed al fatto che furono altri a sollecitarla.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

E LUI PAGA…

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni FalconeFrancesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri.

Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/5 

Nel corso della relativa conversazione con Adinolfi il Graviano manifesta la convinzione che nel 1994 il Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi avrebbe abolito la pena dell’ergastolo se non avesse trovato una opposizione interna in altre componenti del Governo (“… come no, Umbè? Allora, poi un’altra cosa. Per quanto riguarda u governo ri Berlusconi. Perché Berlusconi non ha fatto alcune cose … Non è che io lo sto difendendo… aveva… (inc.)… a Casini … e ti stavo dicendo… aveva anche a Bossi contro. Picchì? Quannu aviano fatto… tu rici ma tiri sempre acqua o to mulino? Quando avevano fatto u codice penale stavanu abbulennu l’ergastolo. Mi sono spiegato? Poi subito attaccato ri Bossi… ri Casi… Casini u sai chi dissi? “Ma come togliere l’ergastolo?” Minchia, si sii cattolico, pezzo ri ‘nfame chi un sii autro! Eh… Poi all’ultimo, quando Fini si arriva a questa rottura, dice: “sì, va bene, si u purtamo a trent’otto anni va bene, dice, arrivato a un certo punto, sono trent’otto anni”. Questo è il motivo… “).

Si tratta di un passo della conversazione “in chiaro”, così come quasi tutti quelli del colloquio di quel giorno con Adinolfi allorché il Graviano fa altri riferimenti a Berlusconi, al fatto che questi, dopo essere stato eletto nel 1994, non aveva mantenuto gli impegni presi.

Intercettazione ambientale del 19 gennaio 2016, conversazione durante il “passeggio” tra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pagg. 4601 e 4602

E LUI SCAPPA…

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/6 

Brusca, poi, ha ugualmente confessato di avere incaricato successivamente Vittorio Mangano di contattare Dell’Utri e Berlusconi per richiedere loro di adoperarsi per i provvedimenti oggetto delle pregresse richieste dei mafiosi, prospettando, però, espressamente, ai medesimi Dell’Utri e Berlusconi, che, in caso di non accoglimento di quelle richieste, sarebbe stata portata avanti la strategia stragista di “cosa nostra” (dich. Brusca: “… E di dirgli se non si mette a disposizione noi continueremo con la linea stragista…”).

Ed è stato accertato che, in continuità con quell’incarico ricevuto anche dal Brusca (oltre che dal Bagarella), Mangano proseguì i contatti con Dell’Utri anche successivamente all’insediamento del Governo Berlusconi e, nei fatti, dunque, indipendentemente dal carattere dell’approccio con il medesimo Dell’Utri, rinnovò la minaccia indirizzata al Governo e dal detto destinatario percepita nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4651

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/7 

Lo stesso Mori, invero, ha riferito di avere, ad un certo punto, rivolto, tra l’altro, a Vito Ciancimino la seguente frase: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4895

ALTRO SANGUE

«Quindi Cosa nostra fa le stragi nel periodo in cui il Presidente del Consiglio, secondo le conclusioni di questa Sentenza, finanzia Cosa nostra.

Forse cominciamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza.

Forse cominciamo a capire perché questa sentenza è scomoda perché parla di diffuse omertà istituzionali, perché parla di Presidenti della Repubblica che hanno mentito.

Perché parla di esponenti politici che hanno riferito, pur essendo già stati interrogati nei processi che celebrammo a Caltanissetta vent’anni prima, fatti importantissimi accaduti nel periodo delle stragi solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, aveva detto qualcosa. Dice che la Trattativa non evitò altro sangue, ma lo provocò.  

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2018

da WordNews.it

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