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«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»

SANITA’ in Molise. L’INTERVISTA al segretario regionale dell’Anaao Assomed Molise. Parla Massimo Peccianti: «L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»
Massimo Peccianti, segretario regionale Anaao (ph TgR Molise)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«La situazione generale è quella che deriva da tutti gli anni di commissariamento. È chiaro che dopo tanti anni c’è stato un depauperamento degli organici, delle strutture e la riduzione solo ai fini economici, che poi economici non sono stati».

Continua il nostro viaggio nei mali della sanità regionale. Un settore messo in ginocchio da anni di malagestione politica, impegnata a distruggere il settore pubblico.

Questa volta abbiamo incontrato e ascoltato il segretario regionale dell’Anaao Assomed (il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri), Massimo Peccianti.

«Il nostro deficit non mi pare che sia molto migliorato, nonostante i tagli lineari a tutta la sanità regionale. Alcune cose sono state devolute alla sanità convenzionale che, ovviamente, non è un mostro. Serve anche quella, per carità. Non è una cosa cattiva, però sono i ruoli che non vanno bene. Dovrebbe essere il privato a integrare per alcune cose quello che si considera il sistema pubblico. Cosa che in Molise non accade.»

Facciamo un esempio?

«Un po’ di anni fa avevamo una neurochirurgia al Cardarelli (ospedale pubblico di Campobasso, ndr) che funzionava benissimo, che faceva di tutto con gente in gamba. Di punto in bianco, per i vari piani regionali, è stata chiusa e mandata, esternalizzata, alla Neuromed di Pozzilli. Anche la cardiochirurgia è stata esternalizzata, come la radioterapia. Mandata alla ex Cattolica, ora diventata Gemelli spa. Lo trovo incredibile. Un sistema che funzionava bene è diventato un sistema che funziona male.»

Ed oggi cosa sta succedendo?

«Arrivando velocemente ad oggi abbiamo avuto l’emergenza Covid che, naturalmente, ci ha trovati già in una situazione di emergenza per gli altri motivi. Tutti i problemi, ovviamente, si sono acuiti. Anche tanto, perché all’inizio della pandemia eravamo tutti, in tutta Italia, impreparatissimi. Alcune cose potevano essere recepite in un certo modo.»

Come l’ospedale misto?

«Questa logica poteva andare bene quando, rispetto all’Italia, avevamo poco e niente. Eravamo la regione fortunata, l’isola felice. Nessuno però ha fatto quella previsione che invece tutti hanno fatto. E quando il peggioramento è arrivato ci ha trovati con le strutture poco adatte per una pandemia. Una recettività modesta che poteva anche essere adatta ad un ospedale misto. Le cose sono andate avanti, sono peggiorate. Ci vorrà una recettività maggiore per tutte le specialità.»

Tutto questo cosa comporta?

«Che ci siamo trovati impreparati, che abbiamo avuto poca possibilità di accontentare l’utenza. Siamo arrivati in una situazione in cui, avendo rifiutato il discorso di Larino ospedale Covid a priori già dall’inizio di luglio, quando era molto più semplice trovare le attrezzature e il personale, poco è stato fatto. Ci si è basati sul solito ospedale misto. In realtà qualcosa si capiva che non andava bene. Da un ospedale misto siamo arrivati a tre.»

Lei questa scelta come la definisce?

«Se vogliamo essere buoni possiamo dire che è una scelta miope.»

Da parte di chi? Della politica, del commissario o della dirigenza?

«La scelta miope, ovviamente, è quella della politica.»

E il commissario Giustini?

«Bisogna riconoscere che nella sua ristretta visione di una prospettiva lunga della sanità, comunque, aveva pensato a Larino. Nel giugno aveva mandato avanti il primo progetto su Larino. Questo progetto poi, a sua insaputa, è stato sostituito prima dell’approvazione con il progetto ospedale misto. Evito alcune considerazioni che potrebbero ledere l’onorabilità di molte persone.»

Volendo essere cattivi?

«Scelte assolutamente sconsiderate. Mi fermo qui, ma capiamo bene che ci sono altre cose sotto. Non possiamo dimostrare nulla quindi non possiamo dire nulla. L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

Ma chi ha cambiato il piano di Giustini?

«Il sottocommissario, la politica, altri poteri forti che noi abbiamo.»

Questo cambiamento cosa ha portato?

«Ha portato che anche Giustini si è adeguato e, quindi, anche lui ha la sua parte o il suo merito. Ma facciamo una considerazione…»

Prego…

«La scusa ufficiale è che riadattare Larino costa di più che non costruire la torre Covid. Soldi pubblici che richiederebbero una pubblicazione di queste scelte.»

Lei condivide questa “scusa ufficiale”?

«I conti veri non li conosco, come non li conosce nessuno. Se devo costruire una casa ad uso ufficio devo arredarla, metterci delle attrezzature e il personale. Sono tre cose. Se costruisco una torre Covid devo affrontare le spese per queste tre cose. Ma se uso l’ospedale di Larino la casa è già costruita e non possono dire che è inadatta perché è nata come ospedale. Le attrezzature sono obsolete? Può essere. Le attrezzature mancanti si comprano. Ma certo non dobbiamo comprare i letti, gli arredi. Non serve nemmeno comprare gli impianti perché già c’è tutto. Quindi bisogna metterci le attrezzature e il personale. Quindi come è possibile che è più economico costruire la torre Covid al Cardarelli, attrezzarla e metterci il personale piuttosto che attrezzare una costruzione già realizzata? All’uomo della strada questo sembra un discorso impossibile.»

Non c’è la volontà di aprire la struttura di Larino?

«Non c’è la volontà. Voglio anche dare una possibilità e dico che forse ci potrebbero essere dei conteggi validi, però non li conosciamo. Se fosse stata trattata con trasparenza questa situazione, come dovrebbe essere quando si utilizzano i soldi pubblici, oggi non ci sarebbero tutte queste polemiche. A noi sindacati non ci dicono molto, diverse cose le conosciamo attraverso i mezzi di informazione.»

È molto grave.

«Infatti. Lo abbiamo fatto presente e il direttore generale ci ha risposto in una videoconferenza che potevamo anche vederci il sito. La correttezza dei rapporti sindacali dice che ogni delibera deve essere mandata per conoscenza. Un modo per coinvolgere le persone e renderle consenzienti, più volenterose nel lavoro. Queste sono regole elementari che da noi non ci sono.»

Come si esce da questa situazione?

«Nell’emergenza bisogna fare le cose in maniera più veloce. Se ne esce in base alle necessità. Si programmano le cose a lungo tempo, ma tutto questo non si sta facendo.»                        

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Farabutti!!!

#finiràpresto

#saretegiudicatipercriminicontrolumanità

Il “Grilletto” dove lo metto, dove lo metto, per carità…

CARTA CANTA, marzo 2021

Foto di Prawny da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nuovi adepti

“Draghi sembra un grillino, mi ha dato ragione su tutto.”

Beppe Grillo, RepTv, 10 febbraio 2021

Ottima impressione estiva

“L’incontro con Draghi? Guardi è stato un incontro istituzionale come ne tengo molti altri. In qualità di ministro degli Esteri è naturale che io interloquisca e abbia un dialogo anche con l’ex presidente della Bce Mario Draghi. Non ci vedo nulla di strano. C’è stato uno scambio di vedute su vari temi specificatamente in virtù del ruolo che ha ricoperto ai vertici della Banca Centrale Europea. È stato un incontro cordiale e proficuo, mi ha fatto un’ottima impressione.”

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, Il Foglio, 12 luglio 2020

O Troika o morte!

Draghi getta la maschera. Con la mossa di impedire alle banche greche di poter utilizzare i bond ellenici come garanzia per rifinanziarsi, la Banca Centrale Europea impone il suo aut-aut: o Troika o morte. Draghi ubbidisce ossequiosamente alla linea tedesca e si dimostra, in questa Europa governata dall’egoismo, debole con i forti e forte con i deboli.

M5S Europa, La BCE contro la Grecia, beppegrillo.it, 5 febbraio 2015

L’Europa dei banchieri

“Se noi arriveremo a vincere le elezioni e a governare questa Europa cambierà in una settimana. Tra noi, i francesi e gli inglesi è finita questa Europa dei banchieri. Oggi su Repubblica un titolo così, Draghi della BCE che dice “se i Governi non fanno le riforme devono andare a casa”. Ma allora io dico, chi li manda a casa i Governi, un banchiere? Ma di che cazzo stanno parlando questi qua…”.

Beppe Grillo, Circo Massimo, 2014

Mario Mary Poppins

Mario Draghi è una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette. Già in passato abbiamo visto come il taglio dei tassi non sia servito a ridare fiato all’economia, anzi paradossalmente l’ha affossata del tutto perché gli investitori vanno da chi fa fruttare i loro soldi. Se un titolo rende poco o nulla allora se ne sceglie un altro, magari fuori dall’Europa. Poi adesso c’è una nuova malattia: la deflazione salariale imposta dalla Merkel a tutti i Paesi mediterranei. Come si può uscire dalla crisi economica e sociale se in Grecia hanno tagliato stipendi e pensioni fino al 40%, se in Italia i rinnovi dei contratti del settore pubblico e privato sono congelati da anni, se in Portogallo e Spagna le riforme del mercato del lavoro hanno ucciso i diritti più elementari?

M5S Europa, Draghi Poppins, beppegrillo.it, 5 settembre 2014

IL CONSULENTE ECONOMICO DI MARIO DRAGHI (Governo, 2021)

“E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare.

Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto…

Penso sia venuto il momento di chiederci quanto sia importante per noi tenere la Grecia nell’Unione Europea, perché di questo si tratta: se Atene abbandonasse l’euro dovrebbe anche uscire dall’Ue”.

Francesco Giavazzi, giugno 2015

I giovani sono il #presente

«Buonasera, sono uno studente del liceo scientifico Mario Pagano, volevo farle i più sinceri complimenti per il discorso che ha tenuto oggi. È riuscito a portare attenzione verso le sue parole anche alcuni studenti che non amano molto la scuola e che non sono propensi ad immischiarsi nella politica e nella storia della nostra comunità».

GRAZIE DI CUORE AI RAGAZZI DEL LICEO SCIENTIFICO ‘Mario Pagano’ di Campobasso. #lapiùgrandesoddisfazione

«Siamo nel caos più assoluto»

L’INTERVISTA. Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia: «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione». L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8%.

In Molise aumentano i casi Covid: «Siamo nel caos più assoluto»
Lucio Pastore, direttore UOS pronto soccorso di Isernia (ph Paolo De Chiara)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una Regione abbandonata a se stessa. La vergognosa questione della sanità pubblica si trascina da anni. Solo il maledetto virus ha scoperto definitivamente le carte. La gestione politica nel piccolo Molise ha distrutto il sistema pubblico. Questa operazione è iniziata tanti anni fa, con altri sGovernatori (Michele Iorio, che oggi invia inutili comunicati stampa per attaccare politicamente l’attuale gestione politica, e Frattura, l’imprenditore prelevato dal centro-destra grazie alla “geniale” intuizione dei vertici di un “centro-sinistra” arrappato solo di potere).

Negli anni passati, quindi, è stata fatta una scelta mirata. Depotenziare il pubblico per “rafforzare” il privato. Ed oggi si vedono i risultati. Gli ospedali (quelli che restano) sono in affanno, gli operatori sono stremati, i cittadini sono terrorizzati.

La politica (rappresentata da personaggetti inutili), che dovrebbe risolvere i problemi della collettività, ha dimostrato tutta la sua incapacità.

Il Molise è gestito da dilettanti. Pericolosi e senza una visione. Anzi, con la loro visione. In tutto questo, è doveroso, aggiungere, che nessuna reazione si è mai registrata. “Ogni parola che non imparate oggi – diceva don Lorenzo Milani – è un calcio nel culo che prenderete domani”. I molisani sembrano felici di continuare a prendere i calci nel culo da questi esseri indegni.

E, come sempre accade, i nodi vengono sempre al pettine. Con il Covid i molisani ci stanno sbattendo la testa. Il servizio sanitario pubblico fa schifo. Non risponde più alle esigenze della collettività ma solo alle logiche affaristiche. Tutto è stato studiato a tavolino. La gestione clientelare, come ha spiegato Lucio Pastore, è l’unica strategia utilizzata in questi anni.

«Siamo nel caos più totale» ha affermato il direttore della dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso di Isernia. Da quanti anni Pastore sta gridando ai quattro venti che la sanità era ed è nelle mani sbagliate? Quante denunce sono state fatte? (nella foto in basso la locandina di una manifestazione pubblica di quindici anni fa).

«Quello che avviene, quello che si vede è tutto il danno creato da una gestione clientelare negli anni nella scelta delle persone, delle responsabilità, nelle scelte strutturali. Sono state guidate dalle clientele». Comincia così la nostra conversazione con il medico di Isernia. «Fino a quando non è scoppiato il Covid si poteva anche nascondere. Adesso, con il Covid, il sistema si sta sbracando, perdendo pezzi uno dietro l’altro». Il chirurgo, in estrema sintesi, ha illustrato la situazione molisana. Pastore lavora da anni presso la struttura ospedaliera di Isernia. In diverse occasioni, dopo le sue prese di posizione, è stato “colpito” dalla feroce reazione dei dirigenti Asrem. Perché gli operatori non possono, in teoria, parlare. Ma questa forma di censura non ha mai chiuso la bocca alle persone libere.

Il doppio tampone che “blocca il sistema”

«Abbiamo ricevuto delle ordinanze assurde. Come l’ultima sul doppio tampone per il ricovero». Ogni paziente da ricoverare presso la struttura pubblica deve sottoporsi a un doppio passaggio. Una lungaggine che serve a creare nuovi disagi. «Il paziente deve aspettare almeno tre giorni prima di poter entrare in un reparto. Una disposizione che non esiste in nessuna altra parte d’Italia».

E allora perché è stata fatta? «Come un fatto di prudenza. Ma perché due e non tre? Più fai tamponi e più stai tranquillo? È una scelta che blocca il sistema. Infatti ha portato al caos e proprio quel caos ha permesso di fare gli accreditamenti presso i privati. È un caso? Non lo so. Si è creata, però, una situazione di difficoltà di gestione del servizio che poi si è risolta, secondo loro, con questo accreditamento. Ma non si è ancora risolta perché le difficoltà ci stanno ancora, siamo in attesa di questa terza ondata che sembra avvicinarsi. È una situazione caotica, manca il personale, ci troviamo a doverla affrontare in uno stato di stanchezza eccessiva da parte di tutti. Una pessima organizzazione territoriale, una pessima organizzazione per quanto riguarda gli ammalati di Covid».

I vaccini

«Bisogna vedere quale effetto avranno, tenendo conto anche delle varianti. Dai dati che vengono da Israele sembrerebbe esserci un vantaggio con il vaccino, una diminuzione della trasmissione della malattia. Ancora non si conosce bene l’effetto finale».

Le mani nei capelli

L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8% dei casi totali di contagio. Numeri che fanno tremare i polsi: 403 casi positivi per 100.000 abitanti. (nella foto in basso la tabella dei nuovi casi).

«La gente sta morendo negli ospedali – ha affermato Italo Testa del Forum molisano per la difesa della sanità pubblica di qualità – . La parte economica, in Molise, è più importante della salute».

Del Forum fa parte anche Lucio Pastore. «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione. Le scelte si fanno secondo le esigenze delle diverse clientele e della privatizzazione». Un intervento del Ministero? «Un decreto Calabria, ma serve la volontà politica che non si vede e penso che con il governo Draghi è difficile che si possa vedere. Questo governo non può rappresentare l’intervento pubblico. La vedo dura per come sono le cose in questo momento.»

Il caso Molise

La piccola regione di 300 mila abitanti con 346 morti e «un indice di contagio che fa paura. E non si capisce il perché – dice Pastore -. Un giorno qualcuno ci dovrà spiegare tutto questo».

In Molise, però, esiste un commissario di nomina governativa. Si chiama Giustini e da tempo è ai ferri corti con i vertici della politica regionale. Ma la sua azione come può essere giudicata? «Qualche cosa ha evidenziato. Ad esempio il debito e l’origine del debito. Cosa sempre nascosta dai precedenti commissari. Ha fatto un insieme di proposte. L’indirizzo politico non è chiaro, non è un ripristino di una struttura pubblica efficiente ed efficace. Si parla semplicemente, e in senso generico, di ripianare la dimensione debitoria. Questo debito viene dal clientelismo e dalle privatizzazioni. Se non si agisce su questi due fattori si porta avanti solo un’operazione di facciata. Anzi, in questo modo, si favorisce la distruzione del sistema pubblico.»    

Larino: una struttura “abbandonata”

«Rientra sempre in quel concetto. Cosa ci dice il buon senso? Ho una struttura potenzialmente funzionale, la apro e faccio un ospedale Covid». Per farci cosa? «Raccogliere tutti i soggetti Covid, per permettere a tutti gli altri ospedali di funzionare per tutte le altre patologie. Una cosa intuitiva e semplice.»

Invece no. Non sembra tanto semplice. Non bisogna mai sottovalutare l’aspetto economico in Molise. «Fare una cosa del genere significa investire soldi pubblici nel pubblico e non a fini privati. Pure in quelle che sono le indicazioni ministeriali non vogliono che venga il pubblico a gestire. L’assurdo è che comunque i soldi dell’emergenza devono arrivare ai privati. Capitale umano non ne abbiamo più, tra poco dobbiamo chiudere. Ora che ci sta la possibilità di investire perché non si investe nel capitale umano?»                            

Un post, di qualche ora fa, pubblicato su Facebook da Pastore 

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«Ho perso tutto, aiutatemi»

IL GRIDO DI DOLORE. «Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

«Ho perso tutto, aiutatemi»

Bennardo Raimondi

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una battaglia di civiltà. Così possiamo definire la vicenda di Bennardo Raimondi. Un cittadino onesto, un artigiano che si guadagna la vita con il sudore della sua fronte. Un uomo, che al contrario di molti altri, non si “prostituisce” per accaparrarsi i soldi dello Stato. E’ una persona umile Bennardo, è un lavoratore. Ha denunciato la mafia, senza tentennamenti. Senza farsi pubblicità. Perchè su questi temi la mera ed inutile apparenza non serve a nulla. E dura poco, molto poco. Certe cose, con il tempo, si svelano. E dal piedistallo si cade, rovinosamente. Al contrario di altri personaggi non si è arricchito con la sua denuncia. Ha fatto semplicemente il suo dovere. Ed oggi sta pagando il prezzo più caro. E’ rimasto da solo, con la sua famiglia.   

«La Quaresima è tempo di carità – ci scrive in una mail -, che “vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno”, rimane “la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza”. Una carità che “si rallegra nel veder crescere l’altro”, cosi ha detto papa Francesco. Ma io vedo, insieme alla mia famiglia, invece – ogni giorno che passa – solo indifferenza

Abbiamo, nei mesi scorsi, raccontato la sua vicenda. Ci siamo posizionati dalla sua parte offrendo il nostro spazio. Perchè le persone perbene vanno supportate in tutti i modi. «Da anni sto lottando – continua l’artigiano siciliano – per avere un minimo di dignità, dopo aver perso tutto a causa della mafia. Ho avuto il coraggio di denunciare ma forse ho sbagliato. Oggi piu che mai, tra Covid e la mia salute (dopo la rottura di una costola), la mia situazione è diventata drammatica. Non posso farla finita perchè ho delle responsabilità verso la mia famiglia. Ma non è giusto che specialmente le Istituzioni siano assenti. Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

E’ vergognoso. Questa è l’unica parola che conosciamo per descrivere questa drammatica e assurda situazione. 

Dov’è lo Stato?

Dove sono le Istituzioni?

Dov’è la Regione Sicilia?

Dov’è il Comune di Palermo?

Dove sono tutti coloro che si riempiono la bocca della parola legalità, che piangono lacrime di coccodrillo sui social e durante i tanti convegni? 

Dove sono i leoni da tastiera che, inutilmente, continuano a pubblicare le frasi, le foto di Falcone e Borsellino (che chiamano, senza vergogna, Giovanni e Paolo)?

Questa è la lotta alla mafia? Questo è il modo di aiutare persone che le mafie le denunciano nelle sedi opportune?

Cancellatevi da questi social. Questa inutile apparenza non serve proprio a nulla. Il rincoglionimento da like sta producendo mostri insensibili.   

«Non è giusto che viva cosi la mia famiglia. Vedere mia moglie piangere spesso mi addolora e mi sta distruggendo la vita. Vi esorto. Ho dato tanto e desidero ricevere il minimo umilmente. Vi prego.»

Nel Paese del giorno dopo si attende, si è cauti. Si rimane impassibili. C’è sempre tempo per mettere il viso di qualcuno su qualche bandiera da sventolare in qualche occasione. Le iniziative sulla legalità si sprecano. Tutti vogliono fare il proprio intervento, tutti vogliono apparire. Ma fino a un certo punto. Basta poco per aiutare i tanti cittadini che ci hanno messo la faccia. E non solo.      

foto archivio pdc

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Testimoni di giustizia, promesse da marinaio

SEI ANNI DOPO. Dopo gli annunci sui social «si è registrato il silenzio». Il testimone di giustizia Luigi Coppola spiega il suo punto di vista: «Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste.»

Luigi Di Maio con alcuni testimoni di giustizia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Mi sono sentito violentato per l’ennesima volta. Le promesse non sono state mantenute, anzi hanno modificato in peggio qualcosa che poteva iniziare a funzionare». Inizia così la nostra conversazione con il testimone di giustizia Luigi Coppola.

Sono passati sei anni da un post pubblicato dall’attuale ministro (in quegli anni all’opposizione) Luigi Di Maio. L’annuncio, pubblicato su un social, porta la data del 5 febbraio 2015.

Questo il testo propagandistico: “Tra i problemi che subiscono gli italiani ogni giorno c’è anche il fatto che le Leggi esistono ma non si applicano. Oggi ho incontrato alcuni testimoni di giustizia che protestavano sotto Montecitorio. Li ho ricevuti e abbiamo parlato delle mancanze dello Stato nei loro confronti. Alcuni di loro hanno fatto cadere anche imperi mafiosi grazie alla propria testimonianza. Lo Stato deve combattere l’omertà non incentivarla. Gli dobbiamo molto. Io li aiuto».

A quell’incontro – come da foto – parteciparono diversi testimoni, tra cui Luigi Coppola, Francesco Paolo, Carmelina Prisco. Rocco Ruotolo e una coppia di coniugi calabresi.

Cosa è stato modificato in peggio? «Mi riferisco, soprattutto, delle assunzioni dei testimoni». A che punto sono le assunzioni? «Ad esempio i fuoriusciti dal programma di protezione non verranno assunti. La situazione è peggiorata, anche se Crimi (viceministro agli Interni e presidente della Commissione centrale) in una lettera e, poi, di persona mi aveva detto che quell’ostacolo per i fuoriusciti, insieme alla Commissione, poteva essere superato. L’ha scritto di suo pugno».

A Luigi Coppola abbiamo chiesto dell’incontro di sei anni fa. «Noi eravamo sotto Palazzo Chigi per invogliare il Governo a far pubblicare in gazzetta ufficiale i decreti attuativi per le assunzioni. Di Maio era il vice presidente della Camera. Se non sbaglio mandò anche una lettera a Bubbico (all’epoca vice ministro agli Interni) per sollecitare l’impegno nei confronti dei testimoni di giustizia. E ci disse che le leggi ci sono ma non vengono attuate. Poi fece quel comunicato sui social. Ma una volta che sono arrivati al Governo, lo stesso Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste. Mai, mai, mai, mai. Aperture dal 5 stelle, come partito di Governo, le ho viste con Vito Crimi. Con Gaetti no, anzi c’è una lettera dell’ottobre del 2018 (foto in basso) dove lui parla dei testimoni di giustizia e delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.»

Per il presidente dell’Associazione antimafia che rappresenta anche alcuni testimoni: «non bisogna accanirsi solo nei confronti di una sola persona. La legge 3500 (“Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia”), che porta il nome della Bindi, è stata voluta da tutta la politica. Tutti loro sapevano che tutti quelli che erano stati capitalizzati, automaticamente, perdevano il diritto al posto di lavoro. Ma chi ha avuto i soldi prima non ha potuto scegliere, perché non c’era questa possibilità di scelta, è ancora meritevole come categoria protetta? Le nostre priorità sono il lavoro e la sicurezza. Due concetti che sono sempre lasciati al caso. Non c’è interesse e non c’è volontà politica.»      

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Se questo è un presidente

SGOVERNATORI 3.0 – Il tris è servito. Dopo la gestione familistica di Michele Iorio e dopo l’imprenditore Frattura al piccolo Molise è “toccato” il terzo sGovernatore: il cantastorie Donato Toma. Ma anche la sua musica stona, soprattutto, con una sanità pubblica distrutta e sempre più ingabbiata. Un vero e proprio fallimento politico ed istituzionale. Perché non far gestire da Emergency di Gino Strada l’ospedale di Larino (chiuso e sbarrato dalla malapolitica)? È possibile farlo, caro commissario ad acta, o bisogna chiedere il permesso a qualcuno?

Se questo è un presidente
Donato Toma con il suo sorriso smagliante.

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«L’ironia è la scala mobile per le difficoltà della vita. È l’ingrediente “magico” nei contesti adeguati: quando sei alla presenza di persone intelligenti.» Questi sono i contenuti che si trovano sulla pagina social dell’attuale sGovernatore della Regione Molise. E lui, tomo tomo e cacchio cacchio, continua a canticchiare le sue canzonette. Altro che ironia, caro Toma. Servirebbero le dimissioni immediate. Sue (dalla politica) e di tutti quelli (dalla società) che l’hanno sostenuta e continuano a sostenerla.   

La situazione è drammatica e voi, tutti voi, continuate a giocare con il fuoco. Non ve ne frega niente di nessuno. Il 7 marzo scorso, undici mesi fa, sempre sulla sua pagina facebook Toma scriveva: «Il Governo a breve varerà misure maggiormente restrittive per contrastare la diffusione del contagio da COVID-19. Misure che richiederanno sacrifici per qualche settimana, misure che contribuiranno a tutelare la salute degli italiani. Intanto, cari giovani vi invito a rispettare nei rapporti sociali della “movida” la distanza di sicurezza (almeno un metro). La prevenzione è l’unica arma che batte la diffusione del contagio».

Un inutile appello ai giovani del virogolo-presidente.

Prevenzione? Qual è stata la vostra opera di prevenzione? Tenere chiuso un ospedale a Larino per la vostra inesistente politica?

I sacrifici? Ma lei è sicuro di conoscere il significato di questa parola? O la usa a sproposito, a vanvera, solo per agguantare qualche inutile like. L’unica cosa a cui si può aspirare, per la verità. I voti, lei e quelli come lei, potrà guardarli con il binocolo.

Questa gestione politica è la peggiore degli ultimi anni. E lei, con la chitarra e con quel panzone, se la canta, se la suona e se la ride. Addirittura, e non era affatto facile, siete riusciti a fare peggio delle passate gestioni politiche. In un colpo solo avete superato Michele Iorio – oggi ancora presente in consiglio regionale – con la sua gestione familistica e quell’altro, l’imprenditore Frattura. Che da capo dell’opposizione (arrivando dalla maggioranza), prima di diventare sGovernatore, voleva costruire centrali a biomasse dove non si potevano installare.

Le bocciature lentamente sono arrivate e dal cilindro è sbucato il giullare. Con quel sorrisino stampato perennemente sulla bocca. La situazione sanitaria è disastrosa, gli ospedali sono al collasso, gli operatori sono esausti, i dati sono maledettamente drammatici e lei ride. Mi scusi: ma che cazzo ha da ridere?

È consapevole che la sua gestione politica ed istituzionale è totalmente fallimentare? Riesce a comprendere che la sanità molisana fa schifo (ovviamente per colpa vostra)? È cosciente che i molisani sono stanchi delle vostre parole, dei vostri annunci, della vostra presenza, dei vostri faccioni? Avete lasciato questa Regione, per colpa delle vostre politiche arroganti, inconcludenti (per il bene comune) e pericolose, con le pezze al culo. Ma come si dice, a caval Donato non si guarda in bocca. E che bel dono si sono fatti i molisani. Molli nel protestare ma tosti nel votare a cazzo.  

Ma lui mostra le carte. Le mostra nelle trasmissioni nazionali che se ne fottono del Molise. E non si accorgono che quello che dice è il contrario di quello che c’è scritto. Perché questa è la verità. Fate il bello e il cattivo tempo perché ve lo permettono. Destinate i nostri soldi (pubblici) per cose inutili e lo fate senza nemmeno essere contestati. Non solo nessuno vi contesta (a parte qualche sparuta minoranza) ma vi continuano pure a votare.

Michele Iorio, lo tsunami della politica regionale, è stato votato e rivotato ovunque. Frattura è stato votato. E anche lei, caro Donatino, con le sue infinite liste, è stato sciaguratamente eletto. Altro che le sette piaghe d’Egitto. È vero, siete stati votati e siete stati eletti. Ma non siete diventati i padroni di tutto. Pensate di esserlo, ma è soltanto una vostra mera e passeggera illusione.

Il tempo è galantuomo, cari assessori e consiglieri. Avete fallito. Non siete in grado di governare nemmeno un bilocale. E vorreste governare un’intera Regione. Questa si chiama arroganza, presunzione. Pressapochismo. Pensate di essere degli strateghi della politica nostrana, ma non è così. Siete l’antitesi della politica. È talmente nobile questo termine che non può appartenervi. Rappresentate quel potere che vi permette di poggiare i vostri flaccidi deretani su quelle comode e remunerative poltrone.

Molisani, svegliatevi. Cacciate i mercanti dal Tempio.

Commissario se ci sei batti un colpo…

Da diverso tempo tentiamo di metterci in contatto con il commissario ad acta, di nomina governativa, Giustini. Non avrà un buon rapporto con il suo telefono. Lo stanno massacrando in tutti i modi ma lui, coerentemente, non risponde quasi a nessuno. Finalmente, qualche giorno fa un sussulto. Ha deciso di rivolgersi – carte alla mano – a chi di competenza. Ora si attendono sviluppi. Ma in attesa di risposte e di inchieste (possibilmente approfondite) perché non pensare a fottere questa politica distruttiva. Ecco la proposta. A Larino c’è una struttura nuova e abbandonata da chi persegue altri interessi. Perché non convocare in Molise il fondatore di Emergency e affidare quell’ospedale direttamente a Gino Strada?

È impossibile?

Per uscire dal guado bisogna sconquassare gli attuali equilibri. Una proposta del genere potrebbe creare tensione e provocare attacchi. Ma se dovesse andare in porto?

Potrebbe essere un modo per sparigliare le carte gestite e distribuite, negli ultimi decenni, dallo stesso mazziere.      

Un po’ di ironia.

Ora che abbiamo terminato (per adesso), caro sGovernatore, ce la canti pure una canzoncina. Vogliamo anche il suo sorriso e il suo bel panzone. Lei è napoletano e, quindi, non dovrebbe avere problemi con le parole di Carosone. Questo è il nostro suggerimento, così ce la facciamo tutti quanti una bella risata…

‘O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/Pecché sape cantá tutte ccanzone./E’ stato ‘nnammurato ‘e na figliola/Che ll’ha lassato miezo scumbinato…/E porta ‘e sserenate a ‘e ‘nnammurate:/Pe’ ciento lire canta “Anema e core”,/Pe’ cincuciento fa ll’americano:/S’arrangia a ‘mpapucchiá “Johnny Guitar”…/’O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/E pare ‘o pazzariello de ccanzone!

Zunzù… zunzù… zunzù…

«Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.»

Re Lear, Shakespeare

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–  Giurin giurello, il Molise quanto è bello

TRATTATIVA STATO MAFIA

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE.

Trattativa Stato-mafia: ne parliamo con Antonio Ingroia

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE. Sabato 6 febbraio 2021, ore 18:00, l’intervento dell’ex pm Antonio Ingroia.

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«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, Roma, 14 novembre 2018

LA TRATTATIVA STATO MAFIA.

Ne parleremo con l’avvocato, già pm Antonio Ingroia, con il direttore di WordNews.it Paolo De Chiara e con i collaboratori di WordNews.it Alessandra Ruffini Alessio Di Florio.

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Infrastrutture e infiltrazioni: Antonio Di Pietro si confronta con imprenditori e testimoni di giustizia

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«Metteremo in luce anni – spiega Daniele Ventura, denunciante ed ex imprenditore – di mala gestione delle infrastrutture pubbliche e le infiltrazioni della malavita con l’unico testimone d’Italia, Gennaro Ciliberto che da tempo ha denunciato la mancata manutenzione delle strade e le relative infiltrazioni della malavita. Parleremo – continua Ventura – delle condizioni delle nostre strade ed autostrade, ponti e viadotti che in questi anni hanno visto incredibili crolli e tante vittime, che potevano essere risparmiate con un controllo serio e una corretta gestione e manutenzione.

Ne parleremo assieme all’Avvocato ex Ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, al direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, alla collaboratrice di WordNews.it Alessandra Ruffini

Ovviamente, sarà presente con la sua testimonianza anche il denunciante ed ex imprenditore Daniele Ventura.

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Terza parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Bisogna porre attenzione alle mafie anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme. Solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana.»

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»
Lorenzo Diana (a sinistra) con Antonio Ingroia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica italiana. Siamo ripartiti dai collaboratori di giustizia. «Ritengo fondamentale l’istituto dei collaboratori di giustizia perché, spesso, lo Stato non sarebbe arrivato a risultati. Ma dobbiamo essere consapevoli che non si possono chiamare “pentiti”, tranne rarissimi casi. I collaboratori di giustizia sono coloro che fanno un calcolo di convenienza o perché sono braccati da altri pezzi di clan nemici o perché sconfitti dallo Stato, arrestati e condannati all’ergastolo o prossimi alla condanna a vita. Quindi c’è un puro calcolo di convenienza da parte del collaboratore e anche lo Stato ne valuta la convenienza a utilizzarli. Ma vale molto la capacità professionale dei magistrati. La scuola Falcone e Borsellino deve essere un riferimento solido. Certi collaboratori parlano con molta facilità, senza rivelare quasi mai i loro patrimoni. Antonio Iovine, ad esempio, non ha mai rivelato quali fossero i suoi patrimoni. Dall’altra parte, poi, abbiamo dichiarazioni fumose che diventano sensazionalistiche. Lasciate trapelare sulla stampa.»

Iovine è l’ex boss dei casalesi che ha accusato lei?

«In realtà non ha mai fatto una dichiarazione precisa nei miei riguardi. Lo abbiamo esaminato varie volte con il mio avvocato. Come aveva detto il dott. Ardituro, che lo trattava, Iovine non aveva detto nulla su di me. Mai un’accusa precisa.»

Cosa ha dichiarato il collaboratore Iovine?

«“Quando ci sono stati i lavori della metanizzazione noi a San Cipriano d’Aversa”, il mio Comune, “non ci siamo andati perché c’era Diana”. Punto. Si ferma qui. Intorno a questa dichiarazione è stato costruito un teorema investigativo.»

Cosa significa?

«“Non ci sono andato perché potrebbe esserci un patto con Diana”. Questo è il teorema. Successivamente, nell’ambito del processo che ha riguardato questa vicenda in cui non ero rinviato a giudizio, Iovine interrogato in udienza dal dottor Francesco Chiaromonte, che presiedeva il collegio giudicante, balbettava dicendo cose diverse. Il giudice lo incalza e lui dichiara, nel 2017: “Mi scuso Presidente, noi tutti, capi, affiliati e aggregati del clan, sapevamo che Lorenzo Diana era colui che aveva contribuito a farci arrestare nell’operazione Spartacus. E, quindi, ci tenevamo lontani, ci guardavamo bene dall’avvicinarci dove c’era Diana perché ci faceva arrestare. Ecco la fretta e l’approssimazione investigativa. Se si fossero approfondite quelle dichiarazioni non avrebbero avuto modo di proseguire, perché lui non dichiara mai che Diana è connivente e colluso. Si lascia una dichiarazione sospesa e viene avanzato un teorema investigativo che Iovine stesso, nel processo, chiarisce al presidente. I due collaboratori, che vengono utilizzati contro di me, affermano che Diana era ed è il nemico del clan. Uno è il braccio destro di Zagaria, Caterino Massimiliano, e l’altro è Antonio Iovine. Quello che veniva ritenuto come presunto accusatore fa chiarezza.»

Deve esserci una responsabilità per i magistrati che compiono degli errori?

«La magistratura deve avere la sua autonomia ma, sicuramente, un principio di responsabilità vi deve essere per tutti. Se vale per il Presidente della Repubblica non può non valere per tutti gli altri.»

E per quanto riguarda i tempi della Giustizia?

«Se i magistrati avessero avuto obblighi di rispettare determinati tempi questo non sarebbe accaduto. Tra i due PM, uno Sirignano è finito in un procedimento disciplinare del CSM perché coinvolto nelle telefonate con il giudice Palamara. In queste telefonate parlano di come mettere paura ai Procuratori di Firenze e di Perugia, perché non si prestano ai loro disegni; l’altro è il dottor Catello Maresca, oggi in pista per candidarsi a sindaco di Napoli. Resta un fatto…»

Quale?

«I cittadini devono essere fermamente convinti e mai avere qualche dubbio sul fatto che le indagini possano essere un elemento di promozione dell’indagine di chi le conduce. Sono sereno nei loro riguardi. A me interessava e interessa l’accertamento della verità, che si sia fatta chiarezza. Però è veramente intollerabile che un cittadino possa trovarsi, dalla mattina alla sera, in un dramma pur essendo innocente e incolpevole. Ci può essere, come dire, un incidente di percorso della Giustizia, che sicuramente è invasiva perché decide delle libertà e della vita delle persone. Ma questo potere invasivo deve essere ben regolamentato, circoscritto per evitare che faccia guasti. Quante altre persone sarebbero state in grado di difendersi con i miei strumenti culturali? Non tutti hanno queste capacità. Non tutti hanno risorse finanziarie per difendersi con le spese legali in una situazione del genere. Ecco perché la Giustizia deve essere molto più attenta. E su questo c’è bisogno di una Riforma e anche di una autoriforma del CSM.»

Cosa farà Lorenzo Diana nei prossimi mesi, politicamente parlando?

«Mi sono ritenuto sempre sul fronte, nella mia vita non ho mai fatto cose facili. So che la vita di un individuo non si risolve, non si salva senza gli altri. Non c’è salvezza, miglioramento a livello individuale. Noi miglioriamo se la nostra polis migliora complessivamente. Non posso star bene se non stanno bene gli altri. Ho profondo convincimento che la vita non può fare a meno della politica, l’arte più nobile verso gli altri. La politica non può non esistere. Sono sempre convinto che sia indispensabile. Da alcuni anni sono senza alcuna tessera di partito, anche perché non mi soddisfano i partiti come sono oggi. Sono amareggiato dell’abbassamento di qualità delle classi dirigenti.»

Il suo ultimo partito è stato il PD, dopo le esperiente con la Sinistra Democratica (L’Ulivo) e i Democratici di Sinistra…

«Lasciai il PD dieci anni fa, poi ho avuto una esperienza con il Sindaco di Napoli nella conduzione del Centro Agroalimentare. Poi sono rimasto senza partito…»

E il PD ha dimostrato la sua vicinanza?

«Sì, diverse persone. Ma devo dire che sono stato contattato da persone di vari schieramenti. Anche di destra e anche da molte autorità, magistrati, giornalisti.»

Antonio Bassolino, dopo la fine dei suoi processi e le assoluzioni, ha annunciato la sua disponibilità per le prossime amministrative a Napoli. Lei immagina un impegno politico in futuro?

«Il mio impegno non sarà, sicuramente, simile a quello che passato. Oggi avverto l’impegno di contribuire nel mio piccolo a far crescere la consapevolezza di una riforma della Giustizia. Ma, dall’altra parte, non mi sottraggo mai su quelle che sono state le mie scelte di vita. Una battaglia contro tutte le mafie e le ingiustizie.»

Nel suo territorio la camorra dei casalesi è stata sconfitta?

«Il clan dei casalesi è stato duramente colpito. I capi sono stati tutti arrestati. Ma come ho dichiarato in una intervista di quindici anni fa la camorra, ma soprattutto il clan dei casalesi, è una società per azioni. Quando viene arrestato un amministratore delegato viene sostituito da un altro amministratore delegato. Il restante clan dei casalesi ha sempre un capo, un reggente. Sempre. Questo vale per tutti. Anche chi resta fuori, che sia il figlio o la moglie o un familiare o un nuovo arrivo, continua quell’attività. Per cui il clan dei casalesi è indebolito, ma continua a estorcere, a gestire le attività delle sale scommesse, dello spaccio di droga. Dispongono ancora, e sempre, di patrimoni e di capitali accumulati nel tempo per cui gli imprenditori che hanno investito con la camorra, o sotto il nome della camorra, continuano ad esistere. Hanno la competenza per utilizzare le società, e i capitali, che sono state messe in piedi con la camorra. E questi sono scarsamente colpiti.»

Per la famosa spettacolarizzazione di cui parlava prima?

«Mi permetto di fare un appunto all’azione repressiva nei confronti dei clan…  

Prego…

«Talvolta, nel rincorrere la spettacolarizzazione della lotta alle mafie e alla camorra, ad ogni operazione si annuncia un colpo quasi mortale ai clan. Ma non è così. Per questa ragione si fa un cattivo servizio alla giustizia, nel momento in cui si lascia passare il messaggio di una operazione mortale. E questo, poi, si contraddice nella realtà, per cui la popolazione è sempre più sfiduciata. Sicuramente oggi lo Stato è molto più avanti, grazie alle battaglie condotte dalla società civile, da pezzi di magistratura, dello Stato, delle forze di polizia. Ma dobbiamo essere consapevoli che sia il clan dei casalesi che tanti altri clan sono indeboliti, ma non sconfitti.»

Bisogna tenere alta la guardia?

«Tenerla alta ma, soprattutto, se non si appunta il bisturi chirurgico nei momenti di difficoltà di questi clan noi li facciamo ricostruire e ricrescere. Per questo serve una magistratura molto professionale, molto attenta e consapevole. Le forze di polizia altrettanto. E una alta attenzione da parte della società. Quando calano i riflettori dell’attenzione pubblica cala anche il livello di impegno dello Stato nelle sue articolazioni. Ecco perché non si può sottovalutare. Noi dobbiamo lasciare, definitivamente, alle nostre spalle quell’antico convincimento poliziesco del contenimento delle camorre e delle mafie.»

Quando contenerli?

«Quando danno troppo fastidio. E, invece, bisogna sostituire questo principio antico, che è sbagliato, con il principio della sconfitta delle mafie e delle camorre. Ovviamente si ricostituiranno ma a un livello più basso. Se noi partiamo da questo principio attrezziamo meglio la magistratura, le forze di polizia e la società a contrastarle adeguatamente e continuatamente. Un messaggio va dato. Pure in una società sana ci sarà sempre qualcuno che commetterà dei reati e questo spiega perché, a livelli diversi, il problema della criminalità esiste in tutto il mondo. Bisogna capire non solo nel momento di alta patologia, come è accaduto nell’Italia delle stragi, ma anche in momenti meno rumorosi. In Italia, oggi, le mafie tendono alla cosiddetta politica dell’insabbiamento, per fare affari nel silenzio. Quando si spara si assiste ad un momento patologico della mafia e della criminalità. Bisogna porre attenzione anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme

Che rischio?

«Durante questa pandemia, con la crisi economica di tanti settori, di tanti esercizi commerciali, di tante imprese chi dispone di denari, come le mafie, può accaparrarsi molte attività che oggi sono in grosse difficoltà ma che domani possono rendere. Bisogna alzare la guardia. E solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana che non riguarda solo il Sud, ma l’intero Paese.»

La sua condanna a morte è ancora valida?

«Mi auguro assolutamente di no, però non ci sono elementi per dire che un certo giorno abbiano deciso di rinunciare a qualcosa del passato. Un fatto è certo: quando lo Stato è più forte nell’offensiva contro la criminalità questi sono in difficoltà. Lo Stato deve far sentire la sua solidarietà sempre. Non vorrei vedere mai più una lettera della Prefettura che chiede di revocarmi la scorta, un anno e mezzo dopo le indagini, nel dicembre del 2006.»

Con quale motivazione?

«Con la risibile motivazione che risultavo indagato. Quella indagine basata sul nulla e ora è stata archiviata. Questo non può essere assolutamente il modo di stare affianco a un cittadino che sia a rischio. Avrei preferito altre motivazioni. Quindi basta che un cittadino o un delinquente faccia una denuncia, magari anche anonima, per eliminare la tutela da parte dello Stato. Vorrei ricordare che i problemi derivanti dai miei impegni contro le camorre non erano impegni rivolti al passato. Nei pochi mesi precedenti all’avviso di garanzia che mi raggiunse avevo avuto anche qualche avvisaglia minatoria.»

Per quali motivi?

«Avevo contribuito, in modo determinante, a denunciare e fare arrestare dei camorristi del clan locale di Volla perché erano venuti a sottoporre a minacce ed estorsioni gli imprenditori commercianti del mercato. Gli imprenditori ebbero paura a fare denuncia e ricevetti richiesta di aiuto. Non esitai a recarmi subito in Procura e dai carabinieri e, in pochi giorni, fu fatta una straordinaria operazione che portò agli arresti degli elementi che erano venuti a fare l’estorsione. La mia battaglia non era datata, non era rivolta al passato. In qualsiasi posto sono stato mi sono posizionato sul fronte della lotta alle camorre, anche al mercato avevo allontanato le ditte della camorra dalla gestione dei servizi. Avevo trovato le imprese di più clan napoletani e casertani. Infatti una delle accuse rivolte era quella di aver nominato un avvocato senza un avviso pubblico o gara. Ho nominato questo avvocato per difendere la società CAAN (Centro Agroalimentare di Napoli, ndr) nel giudizio, già in corso, contro la società Gesap di certo Angelo Grillo, tuttora nelle patrie galere per associazione mafiosa. Dovetti lottare con determinazione per cacciare dal mercato questa società che risultava essere in odore di camorra. Problemi che stavo affrontando in quei mesi, in cui è pervenuto l’avviso di garanzia. Questo era riscontrabile presso l’Arma dei carabinieri e presso la Procura. Non penso che una persona collusa vada a denunciare i personaggi con cui sarebbe colluso. Ho toccato con mano una certa approssimazione di una indagine che ha portato a guardare il clamore.»                                

Terza ed ultima parte

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– PRIMA PARTE.«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

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La Cultura #gramsci

“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.”

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IO HO DENUNCIATO #premio

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«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Prima parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

«Sono stato giudicato da un tribunale morale»
Lorenzo Diana (a sinistra) con don Aniello Manganiello

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Questa storia inizia il 3 luglio del 2015. Sono passati quasi sei anni da quella giornata particolarmente maledetta. I carabinieri bussano alla porta di Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica, per tre legislature, segretario della commissione Antimafia. Un uomo delle Istituzioni, impegnato da una vita a contrastare i clan della camorra casalese, nel suo territorio. A San Cipriano d’Aversa, in provincia di Caserta. La sua tenacia induce i criminali a minacciarlo in diverse occasioni. L’azione dei farabutti è costante e porta i camorristi a prendere una decisione definitiva: Lorenzo Diana deve morire. Arriva la condanna a morte. Nonostante le sue battaglie trentennali il Senatore diventa ostaggio di una giustizia ingiusta. Siamo nel Paese di Sciascia, dove tutto può succedere. E succede sempre di tutto e il contrario di tutto.

«Il ricordo di dolore di quella giornata – ha ricordato Diana su Articolo21.it – resta come una cicatrice che non si cancella. Da quel giorno un semplice avviso di garanzia sospese la mia vita privata, sociale, politica, istituzionale e niente potrà restituirmela, nemmeno il sopraggiunto provvedimento di archiviazione delle indagini.»
 

Due indagini e due avvisi di garanzia. Viene imposto il divieto di dimora nella sua regione di appartenenza, la Campania, e l’interdizione dai pubblici uffici. In poche ore è costretto ad abbandonare la sua abitazione, i suoi familiari, il suo territorio. Trattato come un pericoloso criminale. Come coloro che aveva combattuto in trent’anni di impegno civile e politico.

«Ha vissuto – ha scritto Roberto Saviano su l’Espresso di qualche giorno fa – osservando da vicino l’emergere del potere di Bardellino e di Sandokan, le faide, i massacri, gli affari. Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria. Temono che da un momento all’altro possa risvegliarsi l’attenzione dei media nazionali sul potere casalese, temono che in Commissione Antimafia il senatore possa denunciare ciò che ormai la stampa ignora, relegando tutto a crimine di provincia. Lorenzo Diana è uno di quei rari uomini che sanno che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina, quella di ricominciare ogni volta da capo, dall’inizio, tirare a uno a uno i fili della matassa economica e raggiungerne il capo criminale. Lentamente ma con costanza, con rabbia, anche quando ogni attenzione si dilegua, anche quando tutto sembra davvero inutile e perso in una metamorfosi che lascia alternare poteri criminali a poteri criminali, senza sconfiggerli mai».
 

Una vita, è giusto ribadirlo, fatta di lotte alla criminalità. Questa è la storia di un uomo messo alla gogna, per troppi anni. A dicembre il gip Giordano, su richiesta del pm Maresca della procura di Napoli, ha archiviato l’ultima delle due indagini. Relativa ad un ipotizzato abuso d’ufficio. La questione ruotava intorno alla nomina di un avvocato. «Che da presidente del CAAN, il Centro Agroalimentare di Napoli – spiega Lorenzo Diana -, avevo dovuto nominare per la difesa nel giudizio contro la società Cesap, appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto.»

Ma è l’altra indagine che infama ancora di più. Il presunto concorso esterno in associazione camorristica. «Mi veniva rivolta l’accusa di essere stato “facilitatore” del clan nella realizzazione della metanizzazione del mio territorio da parte della cooperativa CPL-Concordia, azienda leader del settore, nei primi anni 2000.»

Abbiamo sentito il senatore Lorenzo Diana, per raccogliere la sua testimonianza. E per capire come può accadere, in un Paese civile (?), tutto questo. Come è possibile passare, da un giorno all’altro, da una sponda all’altra. Da simbolo dell’Antimafia a colluso e corrotto, complice della camorra. Ovviamente, secondo le accuse infamanti. Miseramente cadute. «Mi sono sentito liberato di un’accusa infamante per me.»

Perché infamante?

«Molto infamante per me che ho speso un’intera vita nel combattere la camorra, l’illegalità, con sacrifici non indifferenti, e anche con seri rischi. Non tanto per la mia persona, ma anche per chi mi è stato vicino, per i familiari e per gli amici.»

Cosa ha provato in questi anni?

«Una amarezza congiunta alla serenità di sapere che ne sarei uscito a testa alta, perché sapevo di non aver nulla di cui pentirmi. Sapevo di non aver fatto nulla di illecito, sapevo di aver dato l’intera vita nella battaglia contro la camorra, quando lo Stato non c’era. Sapevo di aver dato tutto me stesso per accendere i riflettori su una zona oscura, su un territorio, su clan ignorati. E, grazie a Dio, con le nostre battaglie riuscimmo ad attirare l’attenzione della magistratura, dello Stato, dei media. E anche di Roberto Saviano che, con il suo libro Gomorra nel 2006, sicuramente ci ha dato una forte mano ad accendere i riflettori su una camorra molto pericolosa che, fino a pochi anni prima, lo Stato aveva ignorato.»

Come possiamo definire questa storia? Una svista? Un errore?

«Ho riflettuto molto su questo. È stato anche un tormento per me vedere quasi due facce dello Stato: da una parte quello Stato che mi ha tutelato per ben 21 anni con una scorta che non mi ha lasciato mai e anche quella mattina del 3 luglio, in cui fui raggiunto dagli avvisi di garanzia. Ero da una parte con la scorta che mi accompagnava e mi tutelava e dall’altra parte avevo i carabinieri che, invece, mi intimavano di lasciare la mia Regione, avendo ricevuto due misure cautelari. Una di divieto di dimora nella mia Regione e l’altra di interdizione dai pubblici uffici. Ecco, due facce dello Stato. E mi sono chiesto come sia possibile.»

Che idea si è fatto?

«Ho pensato che da sempre ci siano più facce dello stesso Stato. Falcone e Borsellino hanno conosciuto tante facce dello Stato, non solo di condivisione, di solidarietà e di sostegno. Ma anche di pezzi di Stato che li hanno contrastati. Ovviamente, nessun rapporto indebito con la mia persona con questi due grandi uomini della Repubblica.»

Come è stato possibile?

«Queste indagini erano doverose, non contesto di essere stato indagato. Nessun cittadino può essere al di sopra della legge e del controllo di legge. Però mi chiedo perché non si sia indagato presto, riscontrate le notizie che gli stessi pubblici ministeri hanno dichiarato infondate. Come mai non è stato fatto presto e bene un riscontro per liberare il campo. Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

Possiamo spiegare meglio questo aspetto?

«Nel fascicolo delle indagini sono state omesse delle dichiarazioni che chiudevano la partita subito.»

Che significa?

«Vengono utilizzate delle dichiarazioni molto fumose di alcuni collaboratori di giustizia, che io avevo combattuto quando loro erano boss. Quegli stessi boss che avevano partecipato al vertice del clan che decise la mia condanna a morte. Avendoli combattuti non era molto difficile cercare di chiedersi se lo facessero per vendetta. Ma erano dichiarazioni fumose, come ha avuto a dichiarare sulla stampa, una settimana dopo l’avviso di garanzia, il PM che indagava su questi personaggi.»

Cosa dichiarò questo magistrato?

«Che questi collaboratori di giustizia non avevano detto nulla su Lorenzo Diana.»

E cosa succede?

«Successivamente abbiamo scoperto, io e il mio avvocato, che uno dei collaboratori che veniva citato nelle indagini, il braccio destro di Michele Zagaria, l’ultimo più potente capo del clan dei casalesi, interrogato dal pubblico ministero Maurizio Giordano, nel carcere di Carinola, ebbe a dichiarare quali fossero i politici amici del clan, ovviamente non riguardava me, ma quando il PM incalza il collaboratore e chiede se avessero qualche politico nemico, il collaboratore cita solo il mio nome.»

Cosa dice il “pentito”?

«Che Lorenzo Diana era inavvicinabile ed era sempre in guerra contro il clan. Questa dichiarazione, che è stata fatta contestualmente alle indagini svolte sul mio conto, perché non è stata inserita dentro il fascicolo?»

Chi è il responsabile di questa “omissione”?

«Penso che la polizia giudiziaria, quella che ha svolto le indagini, sia stata molto frettolosa. E mi sono posto qualche interrogativo.»

A quale conclusione è arrivato?

«Ho avuto un rapporto storico di collaborazione con le forze di polizia, con l’Arma dei carabinieri, con i magistrati. Alla fine penso che ci sia qualche elemento che desta inquietudine. Vedo una specie di deriva autoritaria in alcuni pezzi di forze di polizia, che stimo molto. Che ho visto essere molto capaci e al servizio dello Stato. Ma ci sono dei pezzi, anche purtroppo della magistratura, che si ritengono essi stessi la legge.»

Quindi, per capire bene, c’è stata una manina che ha sottratto delle prove?

«Non penso che ci sia stata una manina o un disegno. Penso, invece, che questa concezione autoritaria di ritenersi essi stessi la legge e tutto il resto della società, della politica, delle Istituzioni e, anche, dell’associazionismo antimafia non valga nulla, che abbia sempre connivenze, rapporti di collusione. Questo pregiudizio culturale porta a fare degli errori micidiali. Non penso ad un complotto, ma questo pregiudizio porta a fare passi frettolosi che vanno a confermare che la società è corrotta e persa, che la politica è tutta compromessa, che nelle Istituzioni e, anche, nel mondo antimafia quando qualcuno fa qualcosa lo fa sempre per altri reconditi motivi. La mia vicenda ha avuto grande clamore.

Da cittadino incolpevole, innocente, come riconoscono i magistrati che hanno indagato, ho dovuto subire due misure cautelari, sono stato allontanato da casa come un bandito, sono stato allontanato dalla direzione del Centro Agroalimentare di Napoli perché risultavo colpevole di nulla, come si è scoperto. Sono stato sottoposto ad un processo mediatico tremendo. Fui sbattuto nei telegiornali nazionali, su tutti i giornali italiani per anni, non per qualche giorno, come il mostro che era stato scoperto essere un falso paladino dell’anticamorra che, invece, aveva connivenze. Queste sono le misure che ho dovuto subire, che non penso nascano da complotti, ma da pregiudizi che sono pericolosi per la giustizia. Ecco perché denuncio una deriva autoritaria in alcuni pezzi delle forze di polizia e della magistratura. Un pregiudizio moralistico.»

Lei si riferisce agli avvisi di garanzia?

«Negli avvisi di garanzia ci sono tre definizioni nei miei riguardi che non hanno alcun supporto giuridico che fanno a pugni con la legge. Vengo definito una volta come “personalità doppiamente trasgressiva”, un’altra volta come “persona senza remore a commettere reati” e poi, con una definizione un po’ risibile, “solo formalmente incensurato”.

Cosa significa “solo formalmente incensurato”?

«Non lo so, non so cosa significa in italiano e nel linguaggio giuridico. Se sei incensurato, e lo sono, non puoi esserlo solo formalmente. Queste tre definizioni nascono da un pregiudizio moralistico e dal ritenersi come tribunale morale sui cittadini. Questo è accaduto nel corso delle indagini preliminari, quando loro non sapevano ancora nulla, stavano ancora verificando. Hanno sparato su di me giudizi moralistici, violando la legge. C’è ancora qualche pezzo di magistratura e di forze di polizia che si erge a tribunale morale. Ecco perché ho parlato di un virus di autoritarismo e carrierismo.»

Servivano le misure che le sono state comminate?

Prima parte/continua

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La vile prudenza #leopardi

VILE PRUDENZA. “Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero” (Giacomo Leopardi, lettera al padre Monaldo, luglio 1819)

#ilgiovanefavoloso

#giacomoleopardi

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»

L’INTERVISTA. Sulla vicenda del collaboratore di giustizia e, soprattutto, dopo le affermazioni negazioniste dell’avvocato del foro di Palmi, Carmelo Naso (“esiste il clan Mancuso?”), abbiamo raccolto il parere dell’On. Angela Napoli (per molti anni in commissione antimafia e minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi), che ha spiegato: «All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo, sia di una donna».

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»
Angela Napoli

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I Mancuso ormai sono boss pluri-riconosciuti della ‘ndrangheta, come tali giudiziariamente. Anche se per molti anni sono riusciti a farla franca, fino a quando non hanno incontrato, nel loro cammino giudiziario, la dottoressa Manzini, la quale, finalmente, attraverso determinati processi li ha catalogati proprio boss della ‘ndrangheta.» Comincia così la nostra conversazione con l’On. Angela Napoli, per diversi anni impegnata in commissione antimafia. Una vera spina nel fianco per la famiglia mafiosa calabrese.

La Napoli è finita nel mirino dei Mancuso, per i suoi continui interventi in Parlamento. Con interrogazioni e interpellanze ha contrastato in diverse occasioni il clan di Limbadi. Facendoli anche condannare. È una profonda conoscitrice delle dinamiche di ‘ndrangheta e per queste ragioni ha subìto minacce di morte proprio dai Mancuso.

Dopo la lettera, inviata a tutti i giornali, del “rampollo del clan Mancuso di Limbadi” (“La mia bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”) e dopo le affermazioni dell’avvocato Carmelo Naso (Foro di Palmi) che, addirittura, mette in discussione l’esistenza del feroce clan ‘ndranghetista, abbiamo raccolto il parere della Napoli, una donna calabrese combattiva.    

«Emanuele Mancuso appartiene proprio a questo clan, è un pezzo grosso. Ne ha fatte di cotte e di crude. Era interno alla cosca. Quando ha deciso di collaborare devo dire che anche io, all’inizio, ero molto titubante. Pensavo fosse un escamotage per uscire fuori, o perché si sentiva in pericolo. Non pensavo collaborasse.»

Il suo giudizio è cambiato?

«Adesso più si va avanti e più ci si rende conto, anche per la stessa inchiesta Rinascita-Scott di Gratteri che la sua collaborazione è estremamente valida. Per il discorso della figlia Gratteri è già riuscito ad inquisire anche la madre, che ha fatto di tutto. Ricattandolo proprio sulla figlia. Non so quanti soldi gli avevano promesso, addirittura di mandarlo fuori dall’Italia, pur di retrocedere dalla collaborazione. Chi rimane in quella famiglia appartiene a quegli ambienti, che sono ambienti di ‘ndrangheta. Non c’è niente da fare. Il padre della bimba, Emanuele, nel momento in cui chiede che venga sottratta la figlia a quegli ambienti lo fa, sicuramente, anche per una forma di ripicca nei confronti della ex convivente. Però, di fatto, sarebbe sempre un minore sottratto agli ambienti ‘ndranghetisti.»

L’avvocato dalla ex compagna di Emanuele Mancuso ha sminuito la portata del clan dei Mancuso di Limbadi. Lei cosa pensa?

«Nessuno ormai può dire, solo l’avvocato Naso o gli altri avvocati dei Mancuso, che peraltro sono tutti inquisiti, che i Mancuso non sono ‘ndranghetisti. Ci mancherebbe altro, ci sono tanti di quei processi. Nei primi tempi, quando c’è stata la notizia della collaborazione non si trovava più il padre e si pensava che fosse d’accordo con il figlio. In realtà è emerso che la famiglia, tutti i familiari hanno la preoccupazione perché sanno di essere denunciati da questo Emanuele. In questi stessi giorni è venuta fuori la storia della Chindamo (l’imprenditrice 44enne scomparsa, uccisa e fatta a pezzi, secondo la rivelazione di un pentito, nda). Ascone (Salvatore, indagato per l’omicidio della donna, nda) è parente dei Mancuso, è quello del famoso video di fronte alla proprietà. Il collaboratore denuncia di aver saputo tutta la storia della fine della povera Chindamo da Emanuele Mancuso. In carcere.

Quindi Mancuso sa un sacco di cose, perché era proprio integrato nella famiglia. È chiaro che questi famigliari fanno di tutto per cercare di farlo retrocedere».

La ‘ndrangheta è forte anche e, soprattutto, per i suoi legami familiari. Tra di loro sono tutti parenti. Cosa significa per un clan avere al proprio interno un collaboratore di giustizia? È una debolezza nei confronti degli altri clan?

«Pagheranno a livello giudiziario. Ma i collegamenti ce li hanno sempre. Loro considerano sempre che questa collaborazione è infamante, per il fatto stesso di appartenere alla ‘ndrangheta, e a livello familistico si sa che è inaccettabile per questi avere un collaboratore interno alla stessa famiglia. Ma loro procedono tranquillamente, gestiscono i loro affari tranquillamente. Continuano ad usurpare, ad espandersi, non solo, purtroppo, in Calabria, ma ben oltre.

Per loro è una forma da rinnegare, lo rinnegano. Ma, nello stesso tempo, è anche un modo per dimostrare, ecco perché proseguono nelle loro attività illecite, che la collaborazione non va ad inficiare la loro potenzialità malavitosa.»

Emanuela Mancuso scrive, nel documento inviato alla stampa: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”. Sembra di tornare indietro negli anni con la storia di Maria Concetta Cacciola.

«Non c’è dubbio. Questi sono i metodi classici delle famiglie di ‘ndrangheta. Non solo la Cacciola, ma all’interno della stessa famiglia Mancuso ci sono due casi. Uno l’ho vissuto personalmente, l’altro riguarda la Buccafusca, la ex moglie di Pantaleone Mancuso, Pantaleone il grande (detto Scarpuni, nda). La donna aveva cercato di collaborare e si era portata dietro la figlia. Nell’arco di una notte l’hanno fatta retrocedere e poi si è suicidata, ingerendo acido muriatico. E questa è proprio interna alla famiglia Mancuso.

L’altro caso?

«Una certa Ewelina, sposata con uno dei Mancuso (Ewelina Pytlarz, ex moglie di Domenico, fratello dello Scarpuni, nda). Questa ha anche testimoniato. Un giorno mi manda una mail e mi chiede aiuto, dicendomi che era sposata con uno di Limbadi, il quale voleva prendersi la bambina. Questi sono i metodi di ricatto che hanno, attraverso i figli minori. Ho dato tutte le notizie alla mia scorta del tempo e sono riusciti a trovarla che lavorava a Gioia Tauro. L’hanno messa subito in contatto con la dottoressa Manzini, la quale l’ha messa in protezione insieme alla figlia. La donna ha testimoniato, in fase processuale, di essere stata ricattata attraverso la bambina.

Perché la Pytlarz si rivolge a lei?

«Ha anche dichiarato che lei sentiva sempre in famiglia parlare molto male della dottoressa Manzini; del dottore Ruperti, che allora era capo della squadra mobile di Vibo e di Angela Napoli. All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo sia di una donna.»

Che fine ha fatto questa donna?

«È sotto protezione con la bambina.»

È una testimone o una collaboratrice di giustizia?

«Una testimone di giustizia.»

In una conversazione registrata, Pantaleone Mancuso dice alla ex compagna dell’attuale collaboratore di giustizia proveniente dalla stessa famiglia: “Stai tranquilla. Io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Cosa significa?

«Che piuttosto creano il cadavere di Emanuele, in questo caso.»

È un condannato a morte Emanuele Mancuso?

«Non c’è dubbio. Per qualsiasi famiglia ‘ndranghetista un parente collaboratore è condannato a morte. Per forza deve vivere in fase di protezione.»

Perché i Mancuso odiano Angela Napoli?

«Perché quando ero parlamentare non ho dato tregua. Allora non erano ancora classificati come ‘ndranghetisti.»

Per quale ragione?

«Avevano aiuti trasversali a livello di magistratura, di inquirenti, di avvocati. Sequestravano qualche bene e subito trovavano un cavillo e glielo restituivano. Per cui io facevo le interrogazioni parlamentari.»

Ci fu una interrogazione in particolare…

«Quella più grossa che ho fatto è quando ho ricevuto un plico di documentazione. Mi dicevano che Pantaleone Mancuso, che era nel carcere di Tolmezzo, al Nord, era stato mandato a Vibo nel mentre c’era in atto un processo contro di lui. Ed era stato mandato, con la scusa di un intervento ai denti, presso l’ospedale di Vibo. Ma la struttura, che aveva rilasciato anche una dichiarazione, non aveva gli strumenti idonei. Il giudice diede il permesso a questo criminale di andare, senza vincoli di tempo, presso uno studio dentistico privato, quotidianamente. Quando vengo in possesso di questa documentazione faccio una interrogazione parlamentare. Si stava svolgendo un processo e gli veniva data questa possibilità. Immediatamente lo rimandano, quel giorno successe il finimondo al Tribunale di Vibo, nel carcere di Tolmezzo.

Dopo due o tre anni, nella fase di una indagine, si viene a scoprire che questo Pantaleone Mancuso, parlando con un suo sodàle, dice: “per colpa di quella p… della Napoli sono stato condannato a otto anni di carcere in quel processo che si stava svolgendo, mentre il giudice mi aveva detto che mi avrebbe assolto. Si è spaventato di quella p… che ha fatto l’interrogazione. E non solo. Avevo avuto il permesso per andare al matrimonio di mia figlia e per colpa di quella p… mi hanno rispedito in carcere”.

E il sodàle risponde: “stai tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori”. Questa è una delle cose…»

Poi c’è un altro episodio…

«Un altro dei Mancuso dice: “è inutile che continuiamo con questo processo, perché tanto io sono in galera, ma i miei avvocati sono fuori e leggono. La sentenza di questo processo l’ha già scritta Angela Napoli”. Questo è un altro dei fratelli Mancuso. Io continuavo a fare interrogazioni parlamentari, perché avevano le protezioni, dei magistrati… Quando poi è arrivata la Manzini ci è andata giù dura e, finalmente, è partita la prima fase, dove questi sono stati catalogati ‘ndranghetisti, a livello giudiziario.»

Quando parliamo di protezioni dobbiamo includere anche la politica e la massoneria?

«Pantaleone Mancuso diceva: “ma che ‘ndrangheta e ‘ndrangheta. Qui siamo tutti massoni”. La massoneria era, non c’è dubbio. Così come continua a Vibo a dominare. Parlo di massoneria deviata.»

Quindi, i Mancuso sono un clan di ‘ndrangheta e sono forti come prima?

«Sì.»        

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– PARLA L’AVVOCATO Carmelo Naso:  «Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

 

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Carmelo Naso del Foro di Palmi (RC), accusato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, il “rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, di essere sul libro paga della famiglia di ‘ndrangheta. «Non conosco personalmente il collaboratore di giustizia.» Domani alle ore 12:00 l’intervista all’On. Angela Napoli (minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi): «Sono ‘ndranghetisti, potenti e pericolosi.»

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (ph Repubblica.it)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali.»

Questo è il passaggio contenuto nella comunicazione del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, “il rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, come lui stesso si definisce. Nell’articolo di Alessandra Ruffini è possibile leggere interamente il suo intervento. Ma cosa ne pensa l’avvocato, accusato di essere “a libro paga della cosca di ‘ndrangheta”?

Lo abbiamo contattato per raccogliere anche il suo punto di vista. «Francamente in questo momento non ho un punto di vista, nella misura in cui ho appreso il dato da testate giornalistiche che però, francamente, non mi va in questo momento di esprimermi.»

Lei difende la famiglia Mancuso?

«No, io difendo Chimirri Nensy Vera.»

La compagna di Emanuele Mancuso?

«La ex compagna.»

La ex compagna, mi perdoni. È entrata ufficialmente nel programma di protezione?

«Questo non glielo posso dire.»

Una strategia da parte della famiglia Mancuso?

«Una strategia in che senso?»

Emanuele Mancuso sostiene che è una strategia della sua famiglia ‘ndranghetista per fare pressioni su di lui, relativamente alla decisione di aver “saltato il fosso”. È così?

«Ma guardi, c’è un procedimento penale pendente su questa vicenda e credo che verrà fatta luce nell’aula di giustizia. Lo accerterà il Tribunale se è stata o non è stata una strategia.»

Lo ha conosciuto, lo conosce Emanuele Mancuso?

«No, non lo conosco. Non l’ho mai visto di persona. So chi è perché lo leggo di continuo sulle testate giornalistiche, lo leggo negli atti giudiziari oggetto di procedimenti penali. Però io personalmente non lo conosco.»

Il Mancuso, in un passaggio, scrive: “dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Il collaboratore l’accusa di una cosa grave. Lei cosa risponde?

«Guardi, un estratto contributivo ancora non l’ho fatto. Potrei provare a fare un estratto contributivo per vedere, intanto, se c’è una cosca e poi se sono stato assunto da questa cosca. Dovrei risultare… ma l’estratto contributivo non l’ho fatto. Queste per me sono delle, delle… è un suo pensiero. Sono delle mere illazioni.»

Lei ha appena detto: “se esiste la cosca”. Mi scusi, ma cosa significa? Lei non è a conoscenza dell’esistenza di questa cosca di ‘ndrangheta?

«Non so di quale cosca stiamo parlando.»

Sempre i Mancuso di Limbadi.

«Ripeto ancora una volta, questo va accertato nelle aule di giustizia.»

Va accertata l’esistenza della cosca?

«Vanno accertati i fatti che sono riportati nella…»

Senta, ma esiste o non esiste questa cosca di ‘ndrangheta?

«Questo lo deve accertare un magistrato, non posso dirlo io. Questo va accertato nelle opportune sedi. Se io avessi il potere di decretare se esiste o non esiste una cosca… io questo potere non ce l’ho.»

Il collaboratore di giustizia, sempre nella sua richiesta d’aiuto inviata ai giornali, dice che c’è una intercettazione tra lei e un componente della famiglia Mancuso. Precisamente con Del Vecchio Rosaria Rita, “rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro”.

«Dipende cosa si intende per rappresentante. È la sorella della madre, la conosco. Certo che la conosco.»

La sorella della madre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso?

«Esattamente. È la zia del Mancuso. Che ripeto, che io conosco.»

Quindi l’intercettazione esiste perché lei conosce questa donna?

«Non le sto dicendo che esiste l’intercettazione, sto dicendo che conosco Del Vecchio Rosaria Rita. Certamente che la conosco, assolutamente. Questi sono atti che sono oggetto di un processo, un processo che si sta celebrando, che verrà celebrato di qui a breve e vedremo quello che ne uscirà, ecco. Tutto qui.»

Lei è il legale, come sostiene, della ex compagna del collaboratore. Può illustrare la questione della figlia minore…

«Quale figlia?»

La diatriba tra i due genitori, chiamiamola così…

«Sì, c’è. Per quello che posso dirle, lei capisce bene che sono vincolato dal segreto professionale. C’è questa vicenda che riguarda la bambina di Emanuele e di Chimirri Nensy Vera relativa a dinamiche prettamente familiari, da quel che… questo è quello che io posso dirle.»

Emanuele Mancuso, oggi, è un collaboratore di giustizia. Mi corregga se sbaglio.

«Sì, assolutamente.»

Quindi per essere un collaboratore di giustizia ci troviamo di fronte ad un clan di ‘ndrangheta. Non crede?

«Questo lo sta dicendo lei.»

È solo un ragionamento logico. Il collaboratore proviene da una famiglia mafiosa. O no?

«No, tecnicamente no.»

Può spiegare il suo punto di vista?

«Potrei commettere una serie indeterminata di delitti, insieme a lei o ad altra persona e poi pentirmi e collaborare con la giustizia.»    

In una conversazione telefonica, secondo il collaboratore, del 15 novembre del 2019 Mancuso Pantaleone, detto L’Ingegnere, dice alla sua cliente: “Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Lei come interpreta queste parole?

«Per dare una risposta alla sua domanda dovrei prima leggermi l’intercettazione, dopodiché avere la certezza che gli interlocutori siano quelli che lei mi sta indicando. Dopodiché io potrei anche risponderle. Soprattutto dovrei contestualizzarla questa intercettazione. Così su due piedi non so quale fosse il discorso.»

Sempre Emanuele Mancuso, collaboratore di giustizia, in un passaggio dichiara: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed è usata come merce di scambio”. Le risulta almeno questo?

«Sinceramente non sono a conoscenza di questo dato. Credo che ci siano di mezzo delle Istituzioni, so che c’è di mezzo il Tribunale per i minorenni di Catanzaro che non è proprio l’ultimo arrivato. So che c’è di mezzo la Procura per i minori di Catanzaro, so che c’è di mezzo la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Stiamo parlando non di pizzo e fighi ma di Istituzioni, di gente che fa valere i diritti della gente, quindi credo che se, effettivamente, fosse come lei mi sta dicendo avrebbero preso dei provvedimenti.»

Come dice lui, il collaboratore, non io.

«Lei mi sta riferendo quello che direbbe questo Emanuele che cozza un pochino con la logica. Non è che stiamo parlando di una diatriba che si è accesa in famiglia e allora la sta mediando papà piuttosto che mamma. Qui stiamo parlando di organi giurisdizionali importanti che da sempre hanno esercitato in maniera ligia la giustizia. Lei può pensare, e glielo sto chiedendo, che possa esistere una situazione del genere e che un Tribunale, una Procura distrettuale, una Procura minorile possano acconsentire a questo tipo di situazioni? Ecco, glielo chiedo. Mi risponda.»

Io cerco le risposte. Senta, c’è un’altra intercettazione, tra lei e la signora Del Vecchio Rosaria Rita, la zia di Emanuele. Le offre prima 5 mila, poi 10 mila euro. Lei avrebbe risposto: “vengo pure in bicicletta”. Tra di voi c’è anche un rapporto professionale? Lei è anche l’avvocato di questa donna? Almeno questo dialogo lo ricorda?

«Non me lo posso ricordare, ritengo siano passati anni. Lei capisce bene che se io avessi detto una frase del genere, ovviamente sarebbe stata dettata dallo scherzo. Non è che una persona va in bicicletta a prendersi…»

A me non interessa come è andato. C’è un rapporto professionale tra lei e la signora, indicata dal collaboratore di giustizia come rappresentante della famiglia Mancuso?

«Non le posso rispondere. Ci sono delle dinamiche alle quali sono vincolato dal segreto professionale. Non è un mistero che ho avuto e ho una miriade di clienti e su questo non ne facciamo mistero.»

Fa l’avvocato…

«Sì, faccio l’avvocato. Quindi ho avuto rapporti professionali con una miriade di persone di… Questa è fondamentalmente la mia risposta.»

Senta, per quanto mi riguarda il clan Mancuso esiste, è pericoloso e questo dato lo si trova in libri, sentenze, documenti. È un dato di fatto. Mentre sulla ‘ndrangheta riesce a formulare un suo giudizio?

«Mi perdoni, chi le ha detto che il clan Mancuso esiste?»

È una mia opinione. Glielo ripeto: per me il clan Mancuso esiste, è presente sul territorio ed è molto pericoloso. La domanda è questa: che cos’è per lei la ‘ndrangheta?

«È un fenomeno umano…»

Quindi la ’ndrangheta esiste?

«È un fenomeno umano e come tale ha avuto certamente un inizio e dovrà anche avere una fine. Me lo auguro, ce lo auguriamo tutti.»

E questo dipende molto dagli uomini, o meglio da certi uomini…

«Naturalmente, naturalmente.»       

Ma secondo lei, lasciando stare il suo pensiero sull’esistenza del clan Mancuso, è grave dire che un avvocato è a libro paga di una cosca mafiosa?

«Dipende da quale pulpito viene la predica. Dipende da chi promana questo tipo di accusa. Lì si può vagliare e misurare la gravità di una affermazione.»      

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– Domani alle ore 12:00 l’intervista ad Angela Napoli (minacciata di morte dal clan Mancuso).

Angela Napoli

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Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»

LA DENUNCIA. Cosa sta accadendo nelle due strutture di Castel del Giudice? Abbiamo contattato due operatori della RSA San Nicola: «Tre pazienti sono già morti. Gli altri sono stati tutti contagiati». Per il sindaco Gentile: «Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem». Per un’infermiera: «Non siamo stati tutelati, non ci hanno fornito i Dpi adeguati.»

Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»
Foto di Syaibatul Hamdi da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

CASTEL DEL GIUDICE (Isernia). «Aiutateci, non sappiamo a chi rivolgerci». Questo è l’invito di una operatrice sanitaria, messa in quarantena, per aver contratto il virus sul luogo di lavoro. «Si sarebbe sviluppato – apprendiamo – un importante cluster di diffusione da virus Covid 19». In mattinata abbiamo ricevuto una nota da parte del segretario generale della FP Cgil MoliseAntonio Amantini. «Sembrerebbe che numerosi operatori e ospiti siano risultati positivi a tale virus, e siano nell’impossibilità di lasciare la struttura, senza che nessuno abbia contezza in merito alle terapie e alle procedure utilizzate per la cura e per il contenimento del contagio». La comunicazione è stata, inoltre, inviata al Prefetto di Isernia, al direttore generale della Asrem e ai Nas di Campobasso. «Chiediamo – scrive Amantini – un urgente intervento a tutela della salute degli operatori, degli utenti e della cittadinanza tutta.»

Ma cosa sta succedendo nelle due strutture (una RSA e una casa alloggio) di Castel del Giudice? Abbiamo contattato l’operatrice sanitaria che ha cercato aiuto. Non sveleremo il suo nome reale, rispettiamo la sua scelta di rimanere in anonimato. E la chiameremo Maria. «Noi siamo all’incirca 26/27 persone che lavorano all’interno delle due strutture». In questo numero, come ci ha spiegato la donna, rientrano gli infermieri, le donne delle pulizie, gli OSS, la cuoca, la coordinatrice». E i pazienti? «Quelli rimasti si aggirano intorno ai 13 per la RSA e 6 o 7 per la Casa di riposo. Alla RSA tre sono già morti. L’ultimo aveva 81 anni, in questi giorni ha chiamato la figlia e voleva sapere come è morto suo padre. Gli altri sono tutti contagiati. C’è un paziente intubato, trasferito a L’Aquila e un altro sta morendo dentro la struttura. Ne sono rimasti tredici, così mi diceva ieri un mio collega.»

Per Maria i primi casi si sono registrati agli inizi di dicembre. «Ma non è stato fatto niente. Poi è diventato tutto Covid. Noi, con tutti loro. Sarebbe il caso di andare in fondo». Maria è una donna combattiva, le sue parole sono chiare e dure. «Noi sappiamo come è entrato là dentro il Covid. In queste strutture da marzo non è entrato più nessuno. Ultimamente se entrava qualcuno era sempre a prenotazione, a distanza e con le dovute cautele. Una persona alla volta. Siamo stati attenti su tutto, ci siamo attenuti a tutte le regole». E allora cosa è successo? Perché oggi le due strutture sono state blindate? «Abbiamo scoperto che queste regole sono state violate, da qualcuna di noi. Questa persona è stata a contatto con i suoi familiari con la febbre, è tornata in struttura, ha fatto i suoi turni e dopodiché ha telefonato dicendo che era positiva. Attualmente non fanno uscire nessuno. C’è la cuoca che è stremata. Dal giorno in cui dovevo rientrare a lavorare, il 12 dicembre, stanno tutti chiusi dentro. Sono tutti positivi. Ma si può lavorare in queste condizioni?».

Nelle due strutture lavorano gli stessi operatori. E una parte della gestione è partecipata dal Comune di Castel del Giudice. «Per me la responsabilità – aggiunge Maria – è del Sindaco. E comunque si deve andare in fondo. Noi sappiamo chi ha portato il virus nella struttura. Noi ci abbiamo rimesso la salute e la faccia. Questo argomento è tabù a Castel del Giudice. C’è un ragazzo che ha il padre che sta morendo e lui non può uscire dalla struttura. Ha minacciato di licenziarsi. Stanno lavorando, stanno tutti male. Non c’è un medico. Chiamano ogni tanto, fai questo, fai quell’altro…».

E chi assiste i pazienti? «Gli assistenti e gli operatori».

L’appello della donna è drammatico: «chiediamo aiuto alla giustizia. Stiamo rischiando le nostre vite. Devono chiudere, trasferire i pazienti e disinfestare tutto. E ricominciare da capo. È diventato un circolo vizioso, sono tutti malati. Così non ne usciamo vivi. Abbiamo bisogno di aiuto, ci dovete aiutare.»

La signora Maria ha citato il Sindaco Gentile. Per correttezza abbiamo raccolto anche il suo punto di vista. «Questa struttura è partecipata anche dal Comune. Ho letto la nota del sindacato, ma io ho già fatto – di comune accordo con la Asrem – il soggiorno obbligatorio, per evitare un contagio esterno. Le persone presenti nelle strutture non possono uscire fuori». Sono tutti in quarantena. «Per evitare una contaminazione integrale. L’Asrem si reca nelle strutture per fare i tamponi. Sono due le strutture, per un totale di 27/30 pazienti. I dipendenti sono una quindicina. Ci sono stati dei decessi, un paziente è stato portato al Cardarelli. Parliamo di persone anziane, con problemi molto pesanti. Ho anticipato la nota del sindacato. Già dal 7 dicembre ho fatto la nota al prefetto. Ho chiesto supporto alla Asrem e alla protezione civile. Nessuno è stato abbandonato. Sto lavorando notte e giorno su queste problematiche».

Quanti sono i positivi all’interno di queste strutture? «Sono quasi tutti positivi. Ne basta uno per scatenare i contagi».

Lei ha blindato le due strutture. Quale sarà il prossimo step? «È tutto blindato, fino al 27 dicembre. Quando ci sarà un altro giro di tamponi».

È prevista una sanificazione della struttura? «E come facciamo con i dipendenti e con gli ospiti dentro. La sanificazione è naturale. Non è questo il problema. Ci sono persone anziane, spero che la situazione si sia stabilizzata. Continueremo a fare i tamponi. Il controllo esiste, con tutte le difficoltà che conosciamo. Il problema è che tutti hanno preso il virus».

Ma come si è diffuso il virus? «Non lo so, forse tra qualche operatore. Noi abbiamo blindato da febbraio. Abbiamo fatto di tutto e di più, ma basta veramente poco. Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem».

I parenti dei pazienti conoscono queste problematiche? «Il rapporto è di trasparenza, di comunicazione. Informiamo i parenti, sono coinvolti per ogni nostra decisione. Mi è dispiaciuta la nota del sindacato. Prima di sparare bisogna informarsi. A me non interessa, l’importante è stare apposto con la propria coscienza.»

Ma per un’altra operatrice, che chiameremo Luisa, le responsabilità sono da addebitare proprio al primo cittadino. Anche lei è in quarantena, presso la sua abitazione. Per l’infermiera della RSA San Nicola «la situazione è desolante. Non è bello sentire i colleghi che vorrebbero lasciare il lavoro. Sono esausti, non ce la fanno più. Quello che stiamo vivendo è peggio di un incubo. È già passata una settimana dall’ordinanza del Sindaco». Ma cosa poteva e doveva fare il primo cittadino? «Ci doveva tutelare».

Cosa significa? «Ci sono stati forniti dei dispositivi di protezione che non erano idonei. Non riuscivo a capire come ho contratto il virus e, poi, ho scoperto che la tuta era buona solo per evitare la polvere. La visiera, le mascherine e i guanti erano a norma. Ma la tuta non è servita a nulla. La scelta della chiusura doveva essere presa prima. Tre persone sono decedute. I miei colleghi non ce la fanno più. Non è giusto lavorare in queste condizioni.»                          

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«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

SPECIALE PINO PINELLI/Seconda parte. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura.»

«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

“Il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa”. Il fantasioso questore-fascista di Milano, Marcello Guida, cerca in tutti i modi di allontanare i sospetti che, dalla stanza del commissario Calabresi, hanno invaso un Paese intero. Tutti hanno capito, tutti hanno compreso. La “caduta” non si può attribuire né ad uno “scatto felino” (suicidio) né ad un “malore attivo”. Termine quest’ultimo apparso in una sentenza scandalosa. Un uomo entra dalla porta principale e “precipita” dalla finestra-balcone (con una ringhiera alta 97cm.) dell’ufficio politico del commissario Calabresi al quarto piano della questura di Milano.

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (con la sentenza di proscioglimento per tutti gli imputati, ottobre 1975) si trasforma in un Ponzio Pilato. Nessun colpevole, nessun omicidio, nessun suicidio. Ecco cosa si può leggere nella famosa sentenza romanzata: «Pinelli accende la sigaretta… L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo… La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo».

E ad un tratto Pinelli cascò!

Con 51 anni di ritardo sono arrivate le parole del generale Maletti, ex numero due del servizio segreto militare. Questa è la sua versione pubblicata dal Fatto: “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

Un metodo giù utilizzato e denunciato da altri anarchici. Sicuramente, non servivano le parole di un generale per smontare la tesi del “malore attivo” o delle balle raccontate dai protagonisti e dai presenti in quella stanza delle torture (ufficio politico della questura di Milano).

Pinelli, 41 anni, già staffetta partigiana, ferroviere anarchico e padre di famiglia subisce un trattamento vergognoso. Ad oggi, nessuno ha pagato per quella morte. Anzi lo Stato, responsabile di quella morte e di tante altre morti, ha fatto pure pagare le spese processuali alla vedova Pinelli.

E siccome la memoria (nel Paese senza memoria) è fondamentale abbiamo ritenuto utile rinfrescarla con qualche altro passaggio della vergognosa sentenza.

«Dall’attento e critico esame degli atti processuali, emerge che, subito dopo la precipitazione vi furono, da parte dei presenti, reazioni di sgomento dovute non tanto a sentimenti di pietà verso il Pinelli quanto a considerazioni più o meno conscie delle conseguenze negative personali che da quell’episodio potevano loro derivare. …il dott. Allegra dopo essersi portato le mani fra i capelli e lo stesso dott. Calabresi, non si preoccuparono di precipitarsi nel cortile e di accertare le condizioni di salute del Pinelli ma di avvertire il Questore…». Marcello Guida, l’ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per gli antifascisti, «tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: «Era fortemente indiziato». «Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto». «Il funzionario e l’ufficiale gli hanno rivolto un’ultima contestazione. Un nome, un gruppo: li conosceva? Li aveva visti? Quando? Poi sono usciti dalla stanza. Di improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto» («Corriere della Sera» del 16-12-69). «Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico» («l’Unità» del 17-12-69), «È stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita» («Corriere d’Informazione» del 16-12-69)».

Balle vergognose di un rappresentante dello Stato vergognoso (che, in seguito, verrà pure promosso), utilizzate «come strumento per avvalorare la tesi della colpevolezza degli anarchici».

Bugiardi di Stato. Il questore Giuda, meglio conosciuto come bagnino penale (per la sua esperienza a Ventotene), è in ottima compagnia. Queste le versioni raccolte dal magistrato Caizzi il giorno successivo (16 dicembre 1969): «scatto felino» per il brigadiere di polizia Vito Panessa; «scatto verso la finestra» per il tenente dei carabinieri Savino Lograno e per il brigadiere di polizia Carlo Mainardi; «tuffo oltre la ringhiera» per il brigadiere di polizia Pietro Mucilli; «balzo repentino verso la finestra» per il brigadiere di polizia Giuseppe Caracuta.

Tutti presenti nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, tutti assolti dalla magistratura. Prosciolti, «perché il fatto non sussiste».

Versioni che cambieranno, in continuazione. Addirittura il brigadiere Caracutta (udienza 28 ottobre 1970) ammetterà di aver mentito. «Mentre rileggevo le copie dei verbale udii sbattere la finestra, vidi Panessa (nei pressi della ringhiera) sporgersi come per trattenere qualcosa».

Ma come viene trattato l’innocente Pinelli durante il fermo di polizia illegale? «Dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 del 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormì solo poche ore, una sola volta steso in una branda. Fermato intorno alle 18,30 fu collocato in un salone del quarto piano dell’Ufficio Politico… Alle 3 del mattino fu sottoposto al primo interrogatorio… Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della questura. La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell’ufficio politico e subì lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio… Subì quindi ancora lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio. «Valpreda ha confessato» esordì il commissario Calabresi. Era vero o era il solito «saltafosso» della polizia?… La mancanza di sonno, di un’alimentazione adeguata, le numerosissime sigarette fumate, dettero il loro contributo allo stato di stanchezza che ne derivò». Ecco come arriva il famoso e fantasioso «malore attivo». Degno di un mediocre romanziere.   

Licia Pinelli

«Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo», spiega la signora Licia, la vedova Pinelli, nel bellissimo libro Una storia quasi soltanto mia, scritto con Piero Scaramucci. «Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l’opinione pubblica ha cominciato a capire.»

Ma chi era Pino Pinelli? E conquesta domanda riprendiamo il dialogo con sua figlia Silvia.

«Di Pino si conosce molto dopo. Si parla sempre del dopo, di come è morto. Noi raccontiamo nostro padre anche attraverso le persone che lo hanno conosciuto. Mio padre era del ’28, era nato a Milano. A dieci aveva dovuto lasciare la scuola perché aveva dovuto aiutare economicamente la famiglia. Era una cosa molto comune in quegli anni. Il primo datore di lavoro lo aveva preso come magazziniere e fu lui che gli diede i primi libri da leggere sull’Anarchia. A mio padre mancava il fatto di non aver potuto continuare a studiare. Grazie a questi libri si appassiona all’idea, leggendo Bakunin o Proudhon. A quindici anni partecipa alla lotta partigiana, come staffetta. Di quel periodo non conosciamo quasi niente, perché i partigiani hanno cominciato a raccontare dopo. Non credo trasportasse armi, perché era un non violento di natura. La sua famiglia era sfollata a Lacchiarella e mio padre spariva per giorni. Mia nonna veniva a Milano, con il coprifuoco, a cercarlo. Poi ogni tanto ricompariva. Finito il periodo della resistenza l’impegno di Pino è continuato.»

Pino Pinelli

In che modo?

«Aveva partecipato, nel corso degli anni, all’apertura di vari Circoli anarchici. Aveva fondato la Croce Nera Anarchica che, in teoria, doveva dare supporto agli Anarchici che venivano perseguitati nel mondo. Un supporto anche di tipo economico. Già nel 1968 dovevano aiutare gli Anarchici accusati degli attentati che non avevano compiuto. Aveva ridato vita all’Unione Sindacale italiana.»

Di cosa si occupava?

«Come sindacalista si occupava della tutela della salute nei luoghi di lavoro. Temi che riportano a ciò che sta succedendo in questi giorni. Licia la conobbe nella scuola di esperanto e poi si sposarono. L’esperanto è una lingua universale, in disuso, che una volta avrebbe dovuto aprire le frontiere. Però, probabilmente, aveva uno spirito anche diverso, gli esperantisti erano dei pacifisti aperti verso un mondo di pace, di libertà, di eguaglianza. Con Licia si sposarono dopo che aveva vinto il concorso alle ferrovie. Sono tanti i racconti delle persone che lo hanno conosciuto nel corso degli anni. Ricordano di nostro padre che faceva da tramite tra i giovani e i vecchi. E non aveva quella supponenza, ma accoglieva. Le prime cose che dava erano i libri da leggere. Questo è mio padre in linea di massina, fino ad arrivare a quel giorno del 12 dicembre.»

Cosa è l’Anarchia?

«Da quello che ho visto è un bellissimo sogno. È un sogno, secondo me.»

Perché è un sogno?

«È un sogno dove ognuno possa sentirsi responsabile degli altri come si sentirebbe responsabile di sé stesso. Dove non esiste una proprietà privata, dove tutto è di tutti e si lavora insieme, per creare qualche cosa di bello. È una grande utopia.»

E perché, nel corso degli anni, questa “grande utopia” viene costantemente colpita?

«Perché il movimento anarchico è il movimento che ha meno controlli all’interno. Era più facile entrare. C’è un episodio che ci è stato raccontato da un amico di mio padre. Stavano facendo una riunione al Ponte della Ghisolfa e ad un certo punto mio padre dice: “so che c’è un infiltrato della polizia. Adesso spengo la luce, conto fino a tre. Quando la riaccendo, se questa persona non è sparita, io la indico”. Spegne la luce, si sente un grande trambusto e quando viene riaccesa la luce manca una persona. Mio padre era un pacifista, non era uno sprovveduto.»

Perché il movimento viene individuato come capro espiatorio?

«Era più facile da colpire. Non era ben inviso dai partiti istituzionali il movimento anarchico. Pensavano, probabilmente, che incolpando gli anarchici nessuno si sarebbe mosso. Anche adesso, quando non sanno cosa dire, accusano gli anarchici. Non ha un’organizzazione, come poteva avere un partito Comunista.»

Subito dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre suo padre viene “invitato” dal commissario Calabresi…

«A seguire la volante con il suo motorino.»

La famiglia quando viene a sapere di questo “invito” in questura?

«Con la perquisizione a casa. Tanto è vero che i poliziotti avevano chiamato in questura, dicendo: “qua Pinelli non c’è”. E dalla questura rispondono: “è già qua da noi”.»

E ci resterà fino alla fine dei suoi giorni.

«Fino alla notte del 15 dicembre, quando uscirà dalla finestra del quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. Dopo che il fermo era diventato illegale, perché non era stato confermato dal magistrato.»

Tre giorni di totale illegalità.

«Dai verbali risultano gli interrogatori. Mio padre è stato privato di sonno, di cibo. Questo risulta anche dalle varie sentenze. Tanto è vero che D’Ambrosio conclude la sua istruttoria dicendo, appunto, che fu “privato di sonno, privato di cibo…”, non ha detto torturato. Ma comunque questa è tortura. Io non so cosa sia successo, sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura. È stato privato di tutti i diritti. Era già stato ammazzato.»

Chi era presente in quelle stanze della questura di Milano? Soggetti legati al ministero dell’Interno, ai servizi…

«Queste cose sono venute fuori nel corso degli anni. Mi chiedo come mai non si sia indagato. Molti sono morti, ma molti furono sentiti dal giudice Pradella, che nel 1994-’95 aveva preso in mano l’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Probabilmente non c’è oggi la volontà politica di riaprire un’inchiesta giudiziaria.»

Nella stessa notte il questore di Milano, Marcello Guida, ex direttore fascista della colonia di confino di Ventotene organizza una conferenza stampa…

«Poi hanno anche detto che “era un bravo ragazzo, non ci aspettavamo che fosse implicato nella strage”. Invece di avvisare la famiglia il questore di Milano indisse una conferenza stampa. La prima cosa che fece Licia fu la denuncia per diffamazione, che è stata archiviata. Guida venne assolto perché il fatto non costituisce reato. Venne anche promosso a ispettore generale di pubblica sicurezza al ministero. La sentenza fu depositata prima della pausa estiva e verso settembre non ci fu nemmeno un trafiletto. Nel 1970, quando mia mamma e la mamma di Pino presentano una denuncia, contro ignoti, per la morte di Pino, anche questa verrà archiviata come “morte accidentale”. Poi c’è anche il lavoro di Dario Fo. La sentenza verrà depositata in concomitanza con lo sciopero dei grafici. Tutte cose casuali…»

Lo spettacolo di Dario verrà portato in scena prima dello stupro di Franca Rame (9 marzo 1973)?

«Sì, la prima volta verrà portato in scena a Varese. Dopo le minacce e le denunce lo spostarono a New York.»

Quali erano i rapporti tra suo padre e il commissario Luigi Calabresi?

«Si conoscevano, mio padre era referente del movimento anarchico a Milano. Non c’era un rapporto di amicizia, c’è da dire che nell’ultimo periodo mio padre veniva anche minacciato in continuazione. Dicevano: “Ti possiamo arrestare anche se attraversi con il rosso”».

Da chi arrivavano le minacce?

«Veniva minacciato. Comunque non c’era nessuna amicizia. Quando venne regalato a Pino il libro, mio padre lo scambiò con un altro libro. Era una persona generosa, quando riceveva qualcosa faceva in modo di restituirla. Mio padre si sentiva perseguitato.»

Ritornando a Guida, il questore di Milano, non possiamo non ricordare l’episodio con l’allora presidente della Camera Sandro Pertini (comandante della Resistenza), che si rifiutò di stringere la mano all’ex direttore della colonia fascista di Ventotene.

«Non perché lui era stato il direttore del confino di Ventotene ma perché Pinelli era morto in quel modo quando lui era questore a Milano.»

Quali sono i rapporti tra la famiglia Pinelli e la famiglia Calabresi?

«Di nessun tipo, nel senso che la prima volta che abbiamo incontrato la famiglia è stato nel 2009, quando ci fu l’incontro al Quirinale dove Pino venne ricordato, in occasione delle vittime del terrorismo e delle stragi. Per la prima volta la più alta carica dello Stato ha riconosciuto nostro padre come vittima innocente. Nel corso degli anni più volte ci siamo incontrati in manifestazioni pubbliche. Comunque le famiglie non c’entrano assolutamente niente.»

Come si può ricordare, dopo 51 anni, la tragica vicenda di un anarchico innocente ucciso dallo Stato?

«Ne dobbiamo parlare. Ma dobbiamo smettere di parlare di queste cose solo quando ci sono gli anniversari. Dobbiamo fare della memoria un motore per poter guardare verso il futuro. Dobbiamo cercare di cambiare le cose dall’interno. Se lo Stato avesse avuto il coraggio di condannare chi aveva sbagliato penso che non ci saremmo trovati, negli anni Settanta, con il terrorismo. Dopo lo Stato non condannerà mai sé stesso. Mia madre fece ricorso anche in sede civile, per il risarcimento. Venne rigettato e venne condannata al pagamento delle spese processuali. Come è successo per i famigliari della strage di Piazza Fontana. Noi abbiamo dei cittadini che entrano innocenti in una questura o entrano in una banca, vengono ammazzati, e lo Stato non ne risponde. E in più ti condanna alle spese processuali. Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste. In questo Paese è il cittadino che deve attivarsi, attraverso le Associazioni, per far valere le proprie ragioni. Non è lo Stato che interviene a tutela del cittadino. Non è uno Stato democratico, non è uno Stato di diritto.»

Seconda parte

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Leggi anche:

PRIMA PARTE: Morte (poco) accidentale di un Anarchico

LA BALLATA DELL’ANARCHICO PINELLI

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

“Commissario io gliel’ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma eguaglianza nella libertà.”

“Poche storie indiziato Pinelli
Il tuo amico Valpreda ha parlato
Lui è l’autore di questo attentato
E il suo socio sappiamo sei tu”

“Impossibile” – grida Pinelli –
“Un compagno non può averlo fatto
Tra i padroni bisogna cercare
Chi le bombe ha fatto scoppiar.

Altre bombe verranno gettate
Per fermare la lotta di classe
I padroni e i burocrati sanno
Che non siam più disposti a trattar”

“Ora basta indiziato Pinelli”
– Calabresi nervoso gridava –
“Tu Lo Grano apri un po’ la finestra
Quattro piani son duri da far.”

In dicembre a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
È bastato aprir la finestra
Una spinta e Pinelli cascò.

Dopo giorni eravamo in tremila
In tremila al tuo funerale
E nessuno può dimenticare
Quel che accanto alla bara giurò.

Ti hanno ucciso spezzandoti il collo
Sei caduto ed eri già morto
Calabresi ritorna in ufficio
Però adesso non è più tranquillo.

Ti hanno ucciso per farti tacere
Perché avevi capito l’inganno
Ora dormi, non puoi più parlare,
Ma i compagni ti vendicheranno.

“Progressisti” e recuperatori
Noi sputiamo sui vostri discorsi
Per Valpreda Pinelli e noi tutti
C’è soltanto una cosa da far.

Gli operai nelle fabbriche e fuori
Stan firmando la vostra condanna
Il potere comincia a tremare
La giustizia sarà giudicata.

Calabresi con Guida il fascista
Si ricordi che gli anni son lunghi
Prima o poi qualche cosa succede
Che il Pinelli farà ricordar.

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo (nella foto Gian Maria Volontè, alle sue spalle i suoi colleghi attori)

Elio Petri – Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (1970)

Il filmato: le tre versioni che la polizia fornì sul “suicidio” di Pinelli, ricostruite seguendo le diverse e contraddittorie indicazioni fornite dalla Questura di Milano.

Per il presidente della commissione antimafia regionale: «La politica molisana ha dato il cattivo esempio»

L’INTERVISTA. Dopo l’approvazione del Rapporto sul fenomeno della criminalità organizzata in Molise abbiamo incontrato il consigliere regionale Vittorio Nola (M5Stelle): «Il Molise non è un’isola felice.» Sui rifiuti e sulle discariche: «Rischiamo di diventare la pattumiera d’Italia. Da tempo stiamo chiedendo che le discariche del Molise devono essere in funzione dei consumi e dei rifiuti molisani. Le bonifiche dei siti inquinati non sono mai state fatte e mancano i controlli». Sul Registro dei Tumori e sull’emergenza sanitaria: «Finalmente, adesso, è stato reso operativo. Visto come stanno andando le cose nella nostra Asrem non sono ottimista sui tempi. Mi riferisco alle indecisioni sul piano Covid, alle indecisioni sul piano della sanità territoriale.»

Per il presidente della commissione antimafia regionale: «La politica molisana ha dato il cattivo esempio»
Vittorio Nola, presidente della commissione antimafia del Molise

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I lavori della Commissione antimafia sono originati da una legge approvata a fine 2018 all’unanimità del consiglio regionale del Molise. La commissione ha iniziato i lavori nel 2019, chiudendoli nel periodo post pandemico, alla fine di giugno 2020. Elaborando un rapporto, diventato pubblico, che è stato approvato all’unanimità in commissione e in consiglio regionale». Abbiamo incontrato il consigliere regionale del M5Stelle Vittorio Nola, presidente della commissione antimafia del Molise e siamo partiti dallo Studio sul fenomeno della criminalità organizzata in Molise. Con Nola non ci siamo soffermati solo sul Rapporto, ma abbiamo allargato il ragionamento anche ad altri temi di fondamentale importanza. «In un anno abbiamo chiuso un documento molto importante, che riepiloga a trecentosessanta gradi le problematiche che noi abbiamo.»

Cosa è emerso?

«C’è stata, fino ad oggi, una grande attivazione, soprattutto, sul contrasto del fenomeno dell’usura e della droga. Non avevamo notizia, in Regione, di avere undici beni confiscati alle mafie, che erano in custodia alla ANSBC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nda), con cui adesso la nostra Regione deve rapportarsi per poter valorizzare questi beni.»

Dove si trovano questi beni confiscati alle mafie?

«Sono dislocati tra Venafro e Campomarino.»

Cosa significa aver confiscato dei beni alla criminalità organizzata?

«Significa che il nostro territorio, in passato, è stato già infiltrato. Nella ricostruzione storica che abbiamo fatto ci siamo resi conto che abbiamo avuto ospiti – decine di anni fa – a Rotello Ciancimino (l’assessore di Palermo, famoso per il “sacco di Palermo”, parte integrante della mafia dei Corleonesi e punto di contatto con le Istituzioni per l’avvio della Trattativa Stato-Mafia, nda), Michele Zagaria (uomo di vertice del clan dei Casalesi, nda) a Macchia di Isernia ed altri esponenti. Questa operazione ha consentito di ospitare nelle nostre terre altre persone o agli arresti domiciliari oppure confinati e non ha fatto altro che aumentare questa rete di infiltrazione che si è dedicata molto al discorso della droga.»

A che punto siamo, oggi, con le infiltrazioni?

«Quando abbiamo pubblicato e reso pubblico il Rapporto, anche con grande soddisfazione nostra, c’è stata una attivazione sia della Procura che delle forze dell’ordine.»

La DDA di Campobasso?

«Sì, ci sono state operazioni importanti fatte al contrasto di questo fenomeno. L’altra cosa che sta accadendo è che la cabina di regia, che noi abbiamo suggerito, tra Inail, Inps e Procura di Campobasso, per l’evasione fiscale e il contrasto al lavoro nero, avrà luce a breve termine.»

Le mafie hanno investito in Molise?

«Attualmente chiediamo di avere un’attenzione particolare sui reati ambientali, i reati connessi alle agromafie e al discorso del traffico dei rifiuti. Su questi temi qualche evidenza in più è emersa, soprattutto nel basso Molise ci sono state delle operazioni che hanno interessato dei terreni agricoli. Sempre nel basso Molise è emerso il fenomeno dei “cavalli di ritorno”. Nelle province a noi contingue, di Foggia e di Caserta, dobbiamo alzare un po’ le barriere della prevenzione, proprio per evitare che queste cose peggiorino.»

In passato, in provincia di Isernia, due fratelli acquistarono due aziende nel nucleo industriale di Pozzilli Venafro. I legami erano molto forti con la camorra. Il pericolo degli investimenti dei soldi sporchi è ancora attuale?

«Queste problematiche sono state affrontate e, al momento, non risulterebbero ulteriori… quantomeno questa vicenda qui si è spostata di territorio, nel senso che non riguarda più il Molise. Adesso, che ci siano ulteriori avvicinamenti che riguardano il discorso del riciclaggio delle plastiche e, quindi, dei rifiuti è quello che noi abbiamo chiesto di monitorare con attenzione. Il rischio che diventiamo la pattumiera d’Italia l’ho più volte suggerito.»

Cosa bisogna fare per evitare questo pericolo?

«La nostra Regione deve assolutamente rivedere il piano rifiuti del 2016, che è scaduto. Da marzo del 2019, siamo in ritardo di oltre un anno, si poteva rivedere.»

Perché questo ritardo?

«Gli assessori sono cambiati e ogni volta ripartiamo sempre da capo.»

Perché è importante rivedere il piano rifiuti regionale?

«Bisogna collegarlo al piano delle discariche che non c’è.»

Ma le discariche ci sono.

«Da tempo stiamo chiedendo che le discariche del Molise devono essere in funzione dei consumi e dei rifiuti molisani.»

Però quando viene chiesto l’allargamento delle discariche le autorizzazioni arrivano…

«Esattamente.»

Senza un piano rifiuti?

«Le autorizzazioni passate sono arrivate con il piano rifiuti. Ma non c’è il piano delle discariche. Quindi non so quella discarica per quanti anni potrà vivere e per quanti anni sarà sufficiente. Ecco perché bisogna stare molto attenti a questo piano rifiuti.»

Perché?

«Rinnovarlo significa dover tagliare i rifiuti extraregionali.»

I rifiuti in Molise da quali Regioni arrivano?

«Prevalentemente dall’Abruzzo, ci sono dei contratti, e dalla Campania. La Regione Molise deve fare assolutamente questo piano discariche. Ma si devono anche bonificare i siti inquinati, a cominciare dall’area SIN di Guglionesi e le altre, dove sono stati anche stanziati dei soldi ma le bonifiche non partono.»

Perché?

«Ci sta sempre la discussione su chi è il responsabile dell’attività…»

Soldi bloccati o soldi buttati?

«In parte non spesi e in parte, oggi, insufficienti rispetto agli stanziamenti iniziali. Ma se non c’è nessuno che ci lavora e presenta dei progetti per fare questo rimarremo così nei prossimi dieci anni. Il piano di discarica deve essere affidato a un dipartimento della Regione. E da lì che bisogna pianificare il tutto.»

Chi controlla i rifiuti che arrivano da fuori regione?

«La nostra statale, ormai, è piena di camion che gestiscono i rifiuti. Certo, ogni tanto ci sono dei controlli, ma non sono costanti. Vengono fatti in maniera sporadica, non sono organici.»

Quindi potrebbe entrare di tutto?

«Potrebbe succedere, assolutamente. I camion sono tantissimi e non mi sembra che vengano controllati tutti e a tutte le ore.»

E cosa bisognerebbe fare?

«Nelle aree di discarica e nelle aree dove ci sono gli impianti che gestiscono rifiuti devono esserci dei controlli molto più importanti. Ecco perché stiamo chiedendo da tempo un potenziamento dell’Arpa…

Ma se l’Arpa non ha nemmeno i macchinari idonei per controllare…

«Esattamente. Non a caso ho chiesto l’affiancamento con l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nda).»

Soffermiamoci sulla situazione dell’Arpa. Cosa controllano senza macchinari?

«La questione ambientale non è solo l’aria, non sono solo le polveri sottili…»

Aria, acqua e terreno. Ma senza macchinari cosa controllano?

«La Regione ha stanziato dei soldi…»

Ma quando scoppia un incendio in un nucleo industriale come fanno a dire che sta “tutto a posto”?

«Sono stati stanziati milioni di euro a favore dell’Arpa, già nel 2019. Non abbiamo notizia dall’Arpa se questi finanziamenti che ha ricevuto sono stati tradotti in acquisto di macchinari idonei ed ecco perché stiamo insistendo da sempre con il ministro Costa affinché affianchi da subito l’Ispra.»

Perché?

«L’Ispra ha già tutti gli strumenti. È fondamentale questa attività di collaborazione.»

A che punto siamo con il Registro dei Tumori?

«Subito dopo l’uscita del Rapporto l’Asrem ha dato notizia che ha reso operativo il Registro Tumori.»

Cosa significa che lo ha reso operativo?

«Ha fatto tutti i regolamenti necessari per poter far affluire gli input da tutte le Asrem.»

Sono 16 anni che si parla di Registro dei Tumori in Molise. La prima delibera risale al 2004 (delibera di giunta 1782).

«Finalmente, adesso, è stato reso operativo. Quindi noi ci attendiamo che per fine anno ci sia, quantomeno, la prima release. Per capire qual è la situazione.»

Lei è ottimista?

«Visto come stanno andando le cose nella nostra Asrem non sono ottimista sui tempi.»

Che significa “come stanno andando le cose”, a cosa si riferisce?

«Mi riferisco alle indecisioni sul piano Covid, alle indecisioni sul piano della sanità territoriale.»

Perché parla di “indecisioni”?

«Non si prendono le decisioni giuste nei tempi giusti come il territorio chiede per organizzare, ad esempio, una sanità territoriale tra Isernia e Venafro, oppure tra Larino e Termoli. Lo stesso ragionamento vale per l’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove tutti hanno paura a ricoverarsi, infatti c’è un problema, perché in quella struttura si è creata ancora una volta la confusione tra Covid e non Covid.»

E di chi sono le responsabilità?

«Ci sono dei decreti attuativi che i commissari di Governo hanno elaborato a partire dal mese di febbraio del 2020 ma che risultano ancora non attuati. Le responsabilità sono di chi non le attua.»

E quindi di chi sono?

«Esiste un direttore generale dell’Asrem, esiste il direttore generale della salute che dipendono tutti, come struttura gerarchica, dal capo della Regione. Lui nomina i dirigenti.»

La responsabilità è della politica?

«Delle persone che hanno la responsabilità. In sintesi, gli stipendi di Florenzano (direttore generale dell’Azienda sanitaria regionale del Molise), della Gallo (direttore generale per la Salute) e della Scafarto (direttore sanitario) glieli paghiamo noi cittadini molisani e, quindi, noi vorremmo semplicemente che questi signori facessero le cose che gli vengono chieste di fare. Se non le fanno, il loro capo, cioè quello che li ha nominati, cioè Toma (governatore del Molise, nda), dovrebbe richiamarli e dire: “perché non fate questo, questo e quest’altro?”. Questo è quello che manca, il controllo e il monitoraggio. Abbiamo fatto l’esempio dell’Arpa, ma sulla sanità è la stessa cosa. Mancano i controlli.»

Ma perché succede questo?

«Perché, secondo me, non c’è esperienza nella gestione delle cose. Bisogna essere competenti, nell’ottica del benessere pubblico.»

Come è stata gestita l’emergenza Covid in Molise?

«L’emergenza Covid ci vede ancora in difficoltà. Invece di risolvere il problema stiamo ancora rincorrendo il virus. È chiaro che sono stati fatti degli errori.»

Per ritornare al Rapporto realizzato dalla commissione antimafia regionale, possiamo ancora affermare che il Molise è un’isola felice?

«Adesso tutte le Istituzioni, anche in Molise, hanno la percezione vera, reale che non siamo un’isola felice.»

Perché parte della classe dirigente continua a dire che il Molise è un’isola felice?

«È la parte della classe dirigente che non ha letto il Rapporto.»

Mi scusi, ma non bisognava leggere il Rapporto per accorgersi delle infiltrazioni e delle presenze trentennali delle organizzazioni criminali.

«Questa è la sottovalutazione. E non posso essere io a dire il perché hanno sottovalutato il tema. Ora dobbiamo alzare le difese, dobbiamo migliorare la prevenzione in tutti i settori. Dobbiamo fare una grande operazione di educazione e formazione, ma non solo degli studenti.»        

A chi si riferisce?

«Agli amministratori pubblici, che non hanno compreso un piccolo particolare.»

Quale?

«La mafia o le infiltrazioni non sono un fenomeno, ma è una mentalità. Se tutti gli amministratori si adeguano a questi comportamenti, a questa mentalità non fanno altro che agevolare le infiltrazioni. Dobbiamo agire sulla cultura.»

Lei sta affermando che, in questi anni, in Molise la classe dirigente, la politica ha dato il cattivo esempio?

«Assolutamente, sì.»

Può spiegare meglio?

«Altrimenti non avremmo potuto avere tutte le evidenze che abbiamo avuto. Nelle audizioni è emerso un grido d’allarme da parte di tutti: dai sindacati agli amministratori, dalle Istituzioni alle forze dell’ordine. Tutti ci hanno raccontato un pezzo.»      

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Si diploma nella scuola diretta dalla madre. La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»

ESAMI DI STATO/ 2^ parte. L’INTERVISTA. Dopo aver raccontato la storia, abbiamo contattato la dirigente scolastica per comprendere il suo punto di vista: «Mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro. Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata durante il periodo del lockdown.»

Si diploma nella scuola diretta dalla madre.  La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»
Dalla pagina social (facebook) del «Fermi-Mattei»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Ieri abbiamo raccontato la vicenda che vede protagonista la dirigente scolastica del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia e sua figlia, fresca del secondo diploma in Ragioneria, conseguito presso l’istituto diretto da sua madre. Abbiamo raccolto la testimonianza della prof. Anna Ferrara, presidente della commissione d’Esame (di Stato): «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Abbiamo provato e riprovato a risentire la prof. Ferrara ma, come già abbiamo scritto, siamo stati poco fortunati. Diciamo così.

E allora ci siamo informati anche noi e abbiamo anche contattato la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marialuisa Forte. «Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane», ha precisato. Aggiungendo: «non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

La storia è questa, in estrema sintesi: il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Però mia figlia – spiega la madre-preside – non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma non si poteva scegliere un altro Istituto?

Lo abbiamo chiesto alla prof. Emilia Sacco, proveniente da Ponticelli, da due anni dirigente dell’ISISS “Fermi-Mattei” del capoluogo pentro. È importante conoscere il punto di vista della madre della candidata.      

Lei conferma che sua figlia, nel settembre scorso, ha conseguito il secondo diploma presso l’Istituto che lei dirige?

«Sì.»

Sua figlia ha la residenza a Napoli?

«Sì.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) al punto 2.A si legge: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Tra i requisiti di ammissione all’esame è compresa la residenza. Sua figlia non ha la residenza in Molise. Perché è venuta a Isernia a sostenere l’esame di Stato?

«Cercavo casa qui a Isernia, volevamo trasferirci. Mia figlia, maggiorenne e laureata, aveva chiesto di venire qua. Adesso sta facendo la magistrale. Noi nel frattempo, siccome non ce la faccio a fare avanti e indietro, stavamo cercando casa. A marzo siamo andati in lockdown. Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro

Al Ragioneria di Venafro?

«Sì. Durante il periodo di lockdown ci è pervenuta questa assegnazione da parte dell’Ufficio scolastico che non poteva fare l’esame a Venafro in quanto non c’era l’indirizzo di studi scelto (Sistemi informativi aziendali, nda), ed è stata assegnata a Isernia.»

Nella richiesta, inizialmente, viene indicata la sede di Venafro?

«Siccome dovevamo trasferirci qua la richiesta era stata fatta non presso la mia scuola, ma presso un’altra scuola. Però poi Venafro l’ha rigettata.»

Ma perché, avendo la residenza a Napoli, è stata indicata una scuola molisana?

«Perché ci dovevamo trasferire qua.»

Era domiciliata a Isernia sua figlia?

«Non era domiciliata qui. Però ho chiesto il nulla osta…»

E, quindi, è arrivato il nulla osta.

«È arrivato il nulla osta dalla Regione Campania.»

Dal Provveditorato?

«Dall’Ufficio scolastico regionale. Noi avevamo chiesto di farlo a Venafro, non nella mia scuola. Non sapevano di mia figlia e non ho mai conosciuta la presidente.»

Presidente?

«Di commissione (Anna Ferrara, nda). Ma a lei come è arrivata sta cosa?»

Abbiamo le nostre fonti. Nella stessa nota, già citata, si legge: “I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame. Le opzioni possono essere soddisfatte solo previa verifica da parte dell’Ufficio scolastico regionale competente”. Si parla di “omogeneità nella distribuzione territoriale”, secondo quanto previsto dall’art. 14 cc.3 del d.lgs. 62/2017. In questo caso, in cui sua figlia è stata assegnata nell’Istituto che lei dirige, è stato rispettato questo criterio?

«Penso di sì.»                                             

Tutto rientra nella normalità?

«Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano, nella propria scuola.»

Quindi, per lei, è la stessa cosa?

«Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata

Mi scusi, ma in queste tre opzioni quali scuole sono state indicate?

(“I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame”, nota MIUR del 2019).

«Mi ricordo solo Venafro. Ma vado a memoria.»

Secondo la dirigente dell’USR Marialuisa Forte tutto è in regola. Il nulla osta è arrivato. Ma è possibile conoscere le motivazioni che hanno prodotto questo nulla osta?

«Se vuole glielo scrivo e glielo mando, vado a verificare. Perché, in effetti, non seguito questa cosa». [Attendiamo la nota scritta].

Qual è stato il percorso di sua figlia per raggiungere l’obiettivo finale? Quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di idoneità e quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di Stato?

«Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare.»

Quando si fa la domanda?

«Si fa entro novembre.»

Mi faccia capire bene. Se volessi farlo anche io questo percorso cosa dovrei fare?

«Entro novembre si fa la domanda.»

E dopo sette mesi, a giugno, posso fare l’esame di Stato?

«Quest’anno è stato fatto ad agosto, perché c’è stato il lockdown.»

In sei o sette mesi potrei prendere un secondo diploma?

«Sì.»

Qualche giorno prima si fa l’esame di idoneità?

«Sì.»

E poi si fa l’esame di Stato?

«Sì.»

La commissione era composta da professori esterni o interni?

«Secondo l’ordinanza era composta da interni, più presidente esterno.»

Per questo esame di Stato?

«Per tutti gli esami di Stato.»

Per questa situazione?

«Tutti interni. Ma non lo sapevamo quando è stata fatta la domanda. Ma perché è importante sapere queste cose?»

Per capire. Le due commissioni (per l’esame di idoneità e per l’esame di Stato) erano composte dalle stesse persone o sono state diversificate?

«La commissione è unica, poi vanno in plenaria e ci sono due sottocommissioni.»

I commissari dell’esame preliminare sono stati gli stessi per l’esame di Stato?

«No.»

E il presidente?

«Il presidente della commissione esame di Stato è un esterno. Mentre per l’esame preliminare un interno, delegato.»

Da chi viene nominata la commissione?

«Esterna?»

In questo caso era interna.

«È il consiglio di classe.»

L’ha nominata lei?

«No, il consiglio di classe. Di default, perché fanno parte di quella commissione…»

Ma è lei che nomina?

«Io ho soltanto delegato la presidenza.»

I componenti della commissione sono da lei nominati?

«Il consiglio di classe, in base alle materie che devono…»

Ma lei firma il documento di nomina?

«Sì, vengono individuati in base all’esame che deve fare il candidato.»

Non voglio sapere come vengono individuati. È lei che firma?

«Sì.»

Secondo l’articolo 198 del d.l.vo n. 297 del 1994: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. Andiamo avanti. Venafro viene eliminata come sede, ma perché non scegliere un altro Istituto?

«Se sul territorio c’è…»

Lei ha informato che quella candidata era sua figlia? L’Ufficio scolastico sapeva?

«Sì, lo sapevano che era mia figlia. Sì, lo sapevano.»

Secondo lei, è possibile parlare di incompatibilità?

«No, perché dovrebbe esserci incompatibilità anche quando allora i docenti portano i loro figli nella stessa scuola. Anche lì ci dovrebbe essere incompatibilità.»

Faccio l’avvocato del diavolo. Il codice di comportamento dei dipendenti della P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni e ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, dal coniuge o di conviventi…”. Lei rientra in questo conflitto di interessi?

«Io mi sono astenuta.»

Lei non rientra in questo caso?

«No.»

Nella norma si parla di “adozione di decisioni”. Lei le ha prese le decisioni?

«Rispetto a cosa?»

Andiamo con ordine. L’articolo 198, già citato, dice testualmente: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. E ancora: l’articolo 14 dell’Ordinanza n. 350 del 2018 dice: “Il dirigente è tenuto a verificare la completezza e la regolarità delle domande”. E non solo. Lei ha il dovere di verificare il rapporto di parentela tra i Commissari nominati e i candidati.

«Ma io ho delegato, non sono stata all’interno della Commissione.»

Ho capito. Ma lei, addirittura, deve verificare se il commissario Franco Rossi è parente del candidato o della candidata. È stato verificato il suo grado di parentela?

«Ho chiesto anche all’Ufficio se c’erano incompatibilità su questa cosa…»

Quale Ufficio?

«Ufficio scolastico regionale.»

E loro cosa le hanno detto?

«Che non c’era incompatibilità su questa cosa. Quindi io sono andata avanti.»

Ma lei lo ha chiesto per iscritto?

«No.»

Dopo gli esempi che le ho fatto sulle decisioni che lei, probabilmente, ha preso continua a sostenere che è stato rispettato il Codice di comportamento dei dipendenti della P.A.?

«Guardi, penso di no. Io ho delegato queste cose. Posso aver nominato la commissione di default, in base a quelle che sono le materie da sostenere.»

Ma quando è arrivata la domanda di sua figlia lei ha dovuto verificare?

«La verifica è se ha fatto il bollettino, se aveva la licenza media…»

I requisiti…

«I requisiti. La verifica che noi facciamo.»

Nonostante tutto quello che ci siamo detti, lei pensa di rientrare nei dettami del Codice di comportamento?

«Cosa le posso rispondere…»

Quello che vuole. Ma secondo lei è opportuno che sua figlia abbia conseguito il secondo diploma nella sua scuola? È stata giusta una scelta del genere?

«Sono stata molto combattuta. L’obiettivo principale a cui dobbiamo mirare tutti sono i nostri ragazzi, i nostri studenti. Ho guardato al diritto di una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola.»

Perché lei afferma: “sono stata molto combattuta”?

«Dovevo tutelare lo status di studente.»

Però doveva tutelare anche lo status di dirigente. Lei si è trovata in una situazione un po’ imbarazzante.

«Lo dobbiamo spiegare per forza questo?»

La vicenda ruota intorno a tutto “questo”. È il fulcro. La questione è semplice: a Venafro non si poteva sostenere l’esame di Stato. Ma si poteva scegliere la sede a Campobasso. Senta, la questione è questa: non si sta mettendo in discussione la voglia di sua figlia di studiare. Ma a Napoli, ad esempio, ci sono tanti Istituti tecnici. Perché farlo proprio a Isernia, nella sua scuola? 

«Venafro me l’ha riportata. Questa cosa non l’ho più attenzionata. Perché durante quel periodo noi stavamo chiusi. Non l’ho più attenzionata, mi è proprio sfuggita.»

Perché l’Ufficio scolastico non l’ha tolta dall’imbarazzo?

«Ho chiamato qualche giorno prima. Ho chiamato la Forte (dirigente dell’USR, nda). Ho comunicato la situazione e ho detto: “proviamo a metterla in un’altra scuola”. Ma era troppo tardi. Ho chiesto di far venire l’ispettrice a scuola.»

È venuta l’ispettrice?

«No. Mi hanno detto che non era necessario.»

Ora lei si trova al centro di una polemica. Non crede?

«Sì, sì. Adesso sarò l’agnello sacrificale.»

In questa situazione si potrebbe immaginare anche un certo imbarazzo da parte dei componenti della commissione che hanno esaminato sua figlia e che lavorano nella scuola che lei dirige?

«Non lo sapevano.»

Quando hanno fatto l’esame non lo sapevano?

«Non ho parlato con nessuno.»

Se lo avessero saputo?

«Avrebbero avuto lo stesso imbarazzo nei confronti di un docente che ha il figlio nella stessa scuola. E ce ne sono»

Però il figlio la scuola l’ha frequentata. Sua figlia da Napoli, senza residenza, viene a prendersi un secondo diploma nella scuola che lei dirige. Ovviamente, viene assegnata in questa scuola. Questa è la differenza. Lei non crede?

«È una questione oggettiva, perché non ti conosco. Mi creda, veramente io non ho avuto contatti. Assolutamente.»

Ma questo episodio non potrebbe essere un cattivo esempio? Uno studente “normale”, senza legami di parentela, potrebbe dire: “lo faccio anche io, invece di frequentare la scuola per cinque anni”. Lei cosa ne pensa?

«No, è così per tutti i ragazzi privatisti.»

Non tutti hanno la madre che fa la dirigente scolastica. È così per tutti?

«Se si adottano dei criteri univoci…»

Quindi il trattamento riservato a sua figlia è il trattamento standard, valido per tutti i candidati?

«Certo.»

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Per Approfondimenti:

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

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ESAMI DI STATO. Il 9 settembre scorso la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo titolo, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre-preside. Per Marialuisa Forte, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale: «Non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre
La sede provvisoria del «Fermi» di Isernia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

ISERNIA. Come si ottiene un diploma di maturità senza frequentare i canonici 5 anni? È possibile farlo da candidato esterno? Quali sono le modalità? Ma, soprattutto, quali sono i requisiti per partecipare all’esame di Stato? Domande lecite sottoposte a chi di dovere.

Ma prima di leggere le risposte è necessario conoscere una storia che vede protagonista la prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia (domani – in esclusiva – la sua intervista). La pandemia ha stravolto la vita degli abitanti di questo pianeta, modificando anche le modalità per l’esame di Stato. Quest’anno la novità è apparsa evidente anche agli studenti dell’ultimo anno: commissioni interne ed esami orali. E per i privatisti? Anche per loro sono cambiate le modalità.

Ma cosa c’entra la figlia della preside del “Fermi-Mattei” di Isernia che ha partecipato all’esame di Stato, conseguendo il titolo di Ragioniera (articolazione Sistemi informativi aziendali)? Il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre. La stessa dirigente scolastica dell’Istituto isernino ha aggiunto: «Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma si è ritrovata a farlo nella sua scuola. Non si poteva scegliere un altro Istituto per togliere tutti dall’imbarazzo? Ma, soprattutto, perché recarsi nel Molise per conseguire un secondo diploma? Come se a Napoli non ci fossero istituti tecnici di ragioneria. La città partenopea ne ospita a decine di scuole con indirizzo di Sistema Informatico Aziendale, perché invece di Napoli si sceglie la Provincia di Isernia?

Parrebbe che già in passato ci sia stato, presso lo stesso Istituto, un esempio simile. Un assistente ATA, come ci hanno riferito da più parti, avrebbe conseguito il diploma nella scuola dove lavorava.

Nell’Istituto scolastico, momentaneamente trasferito in una struttura privata per i lavori partiti da qualche mese, si è verificato questo strano episodio. Ma prima di approfondire la questione figlia-candidata e madre-dirigente scolastica una domanda è necessaria. Non c’era nessuna struttura pubblica disponibile per ospitare lo storico Istituto isernino?

Dopo tanti anni gli attenti amministratori (un eufemismo per non dire altro) si sono accorti della pericolosità del terzo piano, quello che ospitava i “geometri”. Un Istituto che negli “anni d’oro” accoglieva migliaia di studenti. Ora, che non supera le trecento unità, è risultato poco sicuro. Ma questa è un’altra storia, tutta da approfondire.

Ritorniamo al fatto. La figlia della prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’istituito isernino ha conseguito, da privatista, il (secondo) diploma di ragioniera presso il “Fermi-Mattei”. Presso la scuola diretta dalla madre.

Il diritto all’istruzione deve essere garantito a tutti e la Repubblica, come recita la Costituzione (questa sconosciuta, scritta con il sangue dei Liberatori), ha il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In questo caso il diritto all’istruzione può essere richiamato?

Nulla da obiettare se una ragazza di talento manifesti la volontà di arricchire il proprio bagaglio culturale. L’alunna in questione, però, pur avendo ampia scelta nella propria città di origine (Napoli) ha deciso di sostenere gli esami in Molise e, precisamente, presso la scuola diretta dalla madre, mettendo – immaginiamo – tutti in estremo imbarazzo. Lo stesso ragionamento è valido per i commissari, tutti interni (tranne il Presidente), che l’hanno esaminata, prima con un esame di idoneità e poi con l’esame di Stato.

Per queste ragioni abbiamo contattato la prof. Anna Ferrara, presidente della commissione Esami di Stato. «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Certo, verso che ora possiamo sentirci?

Una domanda inutile. La risposta non è mai arrivata. La breve conversazione si è interrotta improvvisamente. Abbiamo tentato e ritentato. Fino allo sfinimento. Non siamo stati fortunati. Per tutta la giornata (venerdì 16 ottobre) il telefono è risultato “non raggiungibile”. Per scrupolo abbiamo riprovato lunedì 19 e, inaspettatamente, il telefono ha squillato. Ma inutilmente. Non abbiamo ricevuto risposta. E non siamo stati mai ricontattati.   

«L’esame si può fare in qualsiasi Istituto» ha affermato la Presidente della commissione d’esame. Ma è proprio così? Quali sono i requisiti? È opportuno farlo anche nell’Istituto diretto da un parente? Chi ha accertato i requisiti necessari all’ammissione della domanda da parte della giovane figlia, compreso quello della residenza?

La ragazza è residente in Molise? Ha il domicilio in provincia di Isernia? La nota del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca) numero 22110 del 28 ottobre 2019 parla chiaro: è necessaria la residenza. Al punto 2.A (modalità di presentazione delle domande di partecipazione all’esame) si può facilmente leggere: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Anche i candidati esterni devono rispettare dei requisiti di ammissione all’esame. Compreso quello della residenza.      

E allora abbiamo coinvolto l’Ufficio scolastico regionale del Molise, contattando la dirigente Marialuisa Forte. E siamo partiti dalla procedura, per conoscere l’iter per il conseguimento di un diploma, ovviamente per un candidato esterno.«Bisogna presentare la domanda qui da noi (presso l’USR Molise, nda).»

Una volta presentata la domanda da voi, cosa succede?  

«Noi vediamo se ci sono tutti i requisiti e, a seconda del diploma che si vuole conseguire noi lo assegniamo a una scuola.»

Quindi siete voi che assegnate la scuola?  

«Sì.»  

Quali sono i requisiti da rispettare?

«Per conseguire un diploma di scuola superiore deve avere un diploma di scuola media.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) si parla anche di residenza?

«Sì, sì. Per poterlo fare fuori Regione ci vuole il nulla osta dell’Ufficio scolastico della Regione di residenza. La richiesta deve essere motivata, ovviamente.»

Nel settembre 2020 la figlia della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia ha conseguito il secondo diploma nell’Istituto diretto da sua madre…

«So a cosa si riferisce, non c’è niente di…»

Perciò la sto chiamando, per capire cosa è successo?

«Niente, quello che le sto dicendo. Secondo quelle che sono le regole.»

Può spiegare meglio?

«Quello che ho detto.»

Ma cosa ha detto? Che significa secondo le regole?

«Le regole sono queste. Presento la domanda per fare l’esame di Stato in una Regione, in una scuola e si assegna la scuola secondo l’indirizzo degli studi.»

Quindi in questo caso c’è stato il nulla osta da parte della Regione di provenienza?

«Sì, certo che c’è stato.»

È opportuno assegnare una candidata ad un Istituto dove la madre fa la dirigente scolastica?

«Sì, perché non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

Lei prima ha detto: “So a cosa si riferisce”. Come faceva a saperlo?

«Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane.» 

Senta, ma una situazione del genere non potrebbe imbarazzare la commissione interna, composta dai professori che lavorano in quella stessa scuola?

«Assolutamente no.»

Ma è stata la candidata ad indicare la scuola?

«Assolutamente no.»

Quindi la decisione è stata presa dall’Ufficio scolastico del Molise?

«Sì.»

“Nessuna illegittimità, nessuna incompatibilità” dice la dirigente. Il Codice di comportamento dei dipendenti delle P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: «Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, …”. In questo caso è possibile parlare di conflitto di interessi? Lo abbiamo chiesto alla dirigente Emilia Sacco, le sue risposte sono contenute nell’intervista che sarà pubblicata domani.

Lo stesso discorso vale per il “nulla osta”. Per il suo rilascio è necessaria una motivazione valida. Siamo in attesa di leggere le carte, dove espressamente si spiega (immaginiamo) il motivo che ha portato l’Ufficio regionale della Campania ad autorizzare una candidata – con la residenza a Napoli – ad effettuare l’esame di Stato ad Isernia, in Molise. E c’è ancora qualcuno che dice che questa Regione non esiste. Per adesso abbiamo il punto di vista della dirigente scolastica. «Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano». Tra qualche ora potrete leggere la lunga ed interessante intervista.

Non si vuole certo mettere in discussione la preparazione della figlia della preside. La candidata in questione si sarà preparata coscienziosamente, pur provenendo da un diploma conseguito presso un Liceo Scientifico. Un percorso di studi estraneo a quello di un istituto tecnico. Sicuramente ha brillantemente superato gli esami preliminari per essere ammessa agli esami di Stato. Ha integrato con apposite prove scritte discipline impegnative come economia aziendale, informatica, diritto ed economia politica ed anche il francese.

Un esame di Stato superato con una valutazione che è andata oltre i limiti della stentata sufficienza. Noi le inviamo i nostri sinceri auguri per il suo secondo diploma.  

Cinque lunghi anni recuperati con tre pomeriggi di prove appare eccessivo? «Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare», ha puntualizzato la dirigente scolastica. Ma da quando ha iniziato a studiare? Quando si presentano le domande? Entro novembre, quindi 6/7 mesi prima.

Non stiamo mettendo in discussione l’impegno della candidata e l’indiscutibile zelo di una commissione esaminatrice che ha svolto sicuramente con coscienza il proprio lavoro.

Ma la scuola è il luogo dello studio, della formazione e dell’impegno dei giovani a cui vanno trasmessi messaggi rassicuranti e scevri da ogni considerazione equivoca. A loro va detto con convinzione che vale la pena affrontare sacrifici per formarsi e per essere all’altezza dei compiti da svolgere in una società disponibile a riconoscere il merito e la qualità delle competenze acquisite.

Per queste considerazioni, probabilmente, la scelta appare doppiamente inopportuna. Alimenta ipotesi non del tutto lusinghiere sia nei confronti della dirigente ma, soprattutto, nei confronti di una candidata che ha, con merito, superato le prove integrative e che per questo avrebbe potuto svolgere con più serenità il proprio esame in una sede scolastica diversa da quella diretta dalla madre.

«Ho guardato a una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola», ci tiene a sottolineare la dirigente madre del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

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Domani pubblicheremo l’INTERVISTA – in esclusiva – della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

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APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

IO HO DENUNCIATO #lettori

GRAZIE di Cuore Rosa… un forte abbraccio alla tua grande mamma.
#lettori #leggeresempre
«Portato a casa sabato sera, la mia mamma, 86 anni quinta elementare, lettrice accanita, mi ha chiesto: “Lo posso leggere prima io?”.
Dico: “Certo!”.
Ieri sera torno a casa e mi dice: “Ho finito il tuo libro è bellissimo, se tutte le persone facessero così il mondo sarebbe un posto migliore…”.
Poi ha aggiunto: “mi raccomando fallo leggere alle tue figlie”.»

#iohodenunciato

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»

ANTICIPAZIONE. L’Intervista a Luana Ilardo. «Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»
Luana Ilardo e Salvatore Borsellino

da WordNews.it

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

(L’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per martedì 29 settembre 2020)

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APPROFONDIMENTI:

L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

I MAFIOSI «temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi.»

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Il consigliere togato del CSM (già PM del processo sulla Trattativa Stato-mafia) Nino Di Matteo ritorna sul programma Non è L’Arena su La7 per rispondere alle domande di Massimo Giletti: «Chi entra a far parte di un’organizzazione mafiosa mette nel conto di potere incappare in problemi con la giustizia e in una condanna detentiva. Non ha paura del carcere. Temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi: da un lato l’abolizione dell’ergastolo, dall’altro lato l’abolizione o l’attenuazione del 41 bis, da un altro lato ancora l’ottenimento di arresti o detenzione domiciliare che consentissero ai mafiosi, anche durante l’esecuzione della pena di tornare a casa, di tornare a comandare. E ciò è avvenuto, tante volte. È avvenuto anche in epoca relativamente recente.»

Sulla questione scarcerazioni e la circolare del 31 marzo. «Il dottor Ardita ha fatto un’affermazione che condivido pienamente (“Lo Stato ha alzato bandiera bianca”). D’altra parte lui è uno dei massimi esperti, se non – a mio avviso – il massimo esperto su questioni di diritto penitenziario, soprattutto applicate ai detenuti mafiosi. Il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Quei provvedimenti seguono di poco delle rivolte organizzate in varie strutture penitenziarie in tutta Italia, da quello che si evince da articoli di stampa sembrerebbe che, così come facilmente sospettabile, quelle rivolte siano state concepite e organizzate da Cosa nostra e dalle altre organizzazioni mafiose.»

Sulla Trattativa occulta sui fatti recenti. «Probabilmente nel nostro Paese è già difficile evocare una Trattativa tra Stato e la mafia, che intervenne ed è stata consacrata in una sentenza della Corte di Assise di Palermo nel 2018, intervenne proprio negli anni delle stragi. Chi conosce il modo di agire di Cosa nostra di ieri e di oggi sa che la questione carceraria è centrale. E che sulla questione carceraria si gioca una partita importante e fondamentale nel contrasto della criminalità organizzata. Ai vertici della criminalità organizzata.»

Sul Capo dei Capi (Riina) e le minacce rivolte al magistrato Di Matteo. «Quell’uomo non era un mafioso qualunque, ma il soggetto che era stato già condannato per avere avuto la forza, la capacità di organizzare, eseguire o far eseguire decine di omicidi eccellenti in danno di magistrati, di politici, di esponenti delle forze dell’ordine. Quello era Riina, considerato da tutte le mafie mondiali il punto di riferimento più alto per la capacità criminale

Un uomo sotto scorta. «Da 27 anni vivo con la scorta, da circa dieci anni sono sottoposto al massimo livello di protezione. Non ho mai fatto, non ho mai potuto fare nella mia città a Palermo nella mia Sicilia, una passeggiata da solo con i miei figli. Non ha importanza parlare di me, ha importanza semplicemente chi con troppa facilità, certe volte con superficialità, disinvoltura che lasciano interdetti, parla di scorte come status symbol, oppure di giudici protagonisti perché sono sottoposti a queste misure. Riflettesse un attimo su questi dati che ho fornito. Per il resto sopportiamo tutto.»

IO HO DENUNCIATO a Miranda

IO HO DENUNCIATO a Miranda
26 settembre 2020
#iohodenunciato
Grazie di Cuore a tutti.

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Miranda, 26 settembre 2020
“Un libro che sa di denuncia, di giustizia”. Dal romanzo è stata tratta la sceneggiatura per la realizzazione del film “Io ho denunciato”, premiato – pochi giorni fa – al Festival internazionale del Cinema di Venezia.

Saluti:
Marco FERRANTE, Sindaco di Miranda
Interventi:
Paolo DE CHIARA (giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)
Tonino BRACCIA (superstite Strage di Bologna del 2 agosto 1980)
Massimiliano TRAVAGLINI (portavoce Movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo)

Moderatrice Marilena FERRANTE (insegnante, giornalista, scrittrice)
Ph Sara Labella

Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

L’INTERVISTA. Parla il PM del caso Siani, autore del libro “La stampa addosso”: «Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione».

Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Sembra una sera come tante altre. È buio, un giovane ragazzo sta parcheggiando la sua autovettura nei pressi della sua abitazione. Nella sua mente si affollano diversi pensieri e, forse, qualche preoccupazione legata al suo lavoro. Senza accorgersene si trova di fronte, nell’oscurità, due pistole puntate. Dieci colpi vengono sparati senza pietà. I vigliacchi colpiscono all’improvviso.

È la sera del 23 settembre del 1985. Il giovane ragazzo è un giornalista precario (senza contratto) del Mattino, si chiama Giancarlo Siani. Un cronista giovane ma con la schiena dritta. Si occupava anche di camorra, raccontava la realtà criminale. Solo quattro giorni prima, il 19 settembre (il giorno di san Gennaro, un appuntamento molto importante per la città di Napoli), aveva compiuto 26 anni.

Sono passati 35 anni da quel barbaro omicidio, commesso da inutili e schifosi vigliacchi che si fanno chiamare camorristi. Oggi, Giancarlo, avrebbe compiuto 61 anni. Da quattro giorni. La Citroen Mehari, che ha raccolto il suo corpo senza vita, è esposta presso la Fondazione Siani. La memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. Non solo per ricordare. Il dovere di ogni giornalista è quello di fare il proprio bellissimo mestieraccio con dignità. Costi quel che costi.

«Ho cominciato a chiamarlo per nome dopo il suo omicidio. La morte me lo ha reso un punto di riferimento. Uno che lascia il segno, presente anche quando non c’è più. Ricordo che dall’ottobre del 1984 al settembre dell’anno successivo, quando lo hanno ucciso, l’ho visto qualche volta in Procura a Napoli. Il nove ottobre 1984 era iniziata la mia esperienza in Procura, dopo il tirocinio a Napoli e qualche anno trascorso a Savona come giudice di Tribunale. La prima volta avevo pensato fosse un poliziotto in borghese, per la determinazione nelle domande insistenti, che rivolgeva a qualche collega più anziano e che contenevano uno stimolo – ed una ammonizione tacita – nonché per la conoscenza che aveva di fatti e circostanze. Un atteggiamento coerente con la spinta etica che caratterizzava il suo impegno di giornalista. La massima determinazione veniva fuori nella sua avversione per l’illegalità e più in generale per l’ingiustizia, anche se non aveva bisogno di essere un “giornalista anticamorra” per sentirsi realizzato. Era una persona completa, ricca d’interessi e di passioni. Non si occupava di quei temi per trarne fama o successo, né per l’esigenza di riempire con la “missione” la propria vita».

Questo breve passaggio è contenuto nel libro «La stampa addosso. Giancarlo Siani, la vera storia dell’inchiesta» (Guida editore) scritto dal magistrato Armando D’Alterio, il PM “tenace” (così definito da Paolo Siani), del caso Siani. D’Alterio, già procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi è Procuratore Generale di Potenza.

Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo pensiero su una figura straordinaria del giornalismo italiano, vittima della camorra napoletana.                

  Armando D’Alterio, oggi PG di Potenza

Dott. D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

«Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione.»

Lei quando si imbatte in questa storia?

«Ci sono stati vari momenti, anche precedenti a quello dell’inizio dell’indagine. Ricordo che già anni prima un collaboratore mi aveva dato delle indicazioni sugli ambienti criminali da cui era scaturito il delitto.»

Possiamo spiegare meglio?

«Sulla causale camorristica. All’epoca indagava Palmeri (all’epoca giudice istruttore, nda), io trasmisi il verbale a lui. Quando poi Palmeri firmò quella fondatissima sentenza di proscioglimento dei primi imputati, anche senza averne un motivo tecnico professionale, me ne procurai una copia e la lessi. E la condivisi, perché era estremamente motivata e fondata su elementi incontestabili.»

Come nasce il suo interessamento?

«Successivamente iniziai ad interessarmi delle cosche di Torre Annunziata e Marano, tutto nasce dall’omicidio di Eduardo Di Ronza, avvenuto il 3 novembre del 1989. Un vice di Gionta, accusato di aver rotto il patto di omertà nel corso delle indagini sulla strage di Sant’Alessandro del 26 agosto del 1984. Lui incontrò esponenti delle forze dell’ordine, rendendo dichiarazioni confidenziali e accusando il clan Alfieri-Bardellino di avere effettuato quell’intervento sanguinoso (conosciuta anche come la strage del Circolo dei pescatori, in cui morirono otto persone, nda). E questa cosa il suo clan non gliel’aveva mai perdonata. Pasquale Gallo, capo di una famiglia alleata al clan Gionta, alla fine degli anni Ottanta si parlava di clan Gionta-Gallo-Limelli, chiese che fosse ucciso perché aveva rotto il patto di omertà.»  

Ritorniamo all’omicidio del Di Ronza.

«Durante la notte mi chiamano dal commissario Auricchio di Torre Annunziata e mi avvisa di questo fatto e decido di andare sul luogo del delitto. È il mio primo sopralluogo a Palazzo Fienga, poi ce ne saranno altri tre. Tutti segnano momenti importanti dello sviluppo delle indagini. Così cominciai a capire di fronte a che tipo di organizzazioni ci trovavamo: pericolose, pervasive, collegate con la criminalità politica.»

Poi arriverà l’arresto del boss.

«Nel ’91 ci sarà l’arresto in flagrante di Valentino Gionta, latitante rispetto all’esecuzione di una pena al 416 che gli era stata inflitta precedentemente. Fu trovato in un nascondiglio, in una stanza segreta a Palazzo Fienga, insieme al cognato Gabriele Donnarumma. In realtà non potevamo arrestarli per nulla…»

Perché?

«Valentina Gionta era semplicemente uno che si era sottratto agli arresti domiciliari. All’epoca non esisteva l’arresto fuori flagranza per evasione. Un evaso poteva essere arrestato solo nel momento in cui evadeva, non a distanza di tempo dall’evasione stessa. Ragionando decidemmo che non era possibile riportare Valentino Gionta agli arresti domiciliari da cui si era allontanato, allora formulammo una imputazione di 416 bis in flagranza, insieme al cognato Donnarumma Gabriele, in concorso con altri in corso di identificazione, costruito sulla base della precedente condanna per 416 sulla natura permanente del reato di associazione per delinquere e sugli elementi dati dalla caratteristica stessa di Palazzo Fienga. Ecco perché dico che furono importanti i sopralluoghi.»

Cosa c’era a Palazzo Fienga?

«Era attrezzato come un vero e proprio fortino militare, con cani pastori sui terrazzi, telecamere, monitor. Cosa che all’epoca erano abbastanza rare. Stiamo parlando del ’91. Così inizia una lunga traghettata attraverso i clan di Marano e Gionta che vide varie tappe. Nel 1993, sotto la pressione delle indagini, collabora Salvatore Migliorino; nel 1994 collabora Graziano Matteo, che è quello che una notte ci disse che poteva condurci nel milanese, a Sesto San Giovanni, dove erano i latitanti del clan. Nel frattempo avevamo già arrestato molti esponenti del clan.»

Cosa succede quella notte?

«Quella notte del 12 settembre del 1994, prima di tutto, ci indica un deposito di armi in Torre Annunziata. Sequestrammo un vero e proprio arsenale. Successivamente ci mettiamo in auto e andiamo con quattro macchine nel milanese. E lì ci fu il blitz che consentì la cattura di otto uomini armati. Un’impresa coraggiosa condotta, soprattutto, dagli uomini del commissariato di Torre Annunziata e dalla questura di Napoli.»

Cosa ci facevano a Milano?

«Loro, essendo latitanti, si erano portati altrove. Avevano scelto Milano dove effettuavano un traffico di stupefacenti pesanti, eroina e cocaina, di cui i proventi poi servivano a sostenere le famiglie dei detenuti del clan Gionta. Proprio la cesura di questo canale di finanziamento indusse Gabriele Donnarumma, cognato di Gionta Valentino, a collaborare perché nacque la convinzione, dopo tutti quegli arresti e la continuità dell’azione che non si limitava a scoprire i reati ma anche a cercare di catturare i latitanti, che era venuto il momento di deporre le armi e decide di collaborare. Poi ci furono tanti altri collaboratori, una dozzina del clan Gionta.»

Indagini indirizzate non solo nei confronti della malavita organizzata.

«Abbiamo indagato sui legami con la pubblica amministrazione. Abbiamo scoperto tutto quello che Giancarlo aveva scoperto. E quello che lui aveva scoperto continuava ad essere fatto: corruzioni e concussioni continuate dagli anni ’80 fino agli anni ’90, quando noi stavamo indagando.»

Con quali risultati?

«Abbiamo arrestato tre ex sindaciquattro assessori del Comune di Torre Annunziata, esponenti apicali di tutti gli uffici del Comune di Torre Annunziata per reati, in vari blitz, di pubblica amministrazione. Quattro ondate di arresti ordinati dal GIP su nostra richiesta.»

Quali erano i collegamenti criminali di Gionta?

«La famiglia Nuvoletta di Marano, questo risulta affermato nella sentenza di condanna definitiva. Infatti hanno riconosciuto l’esistenza di un unico clan facente capo all’alleanza fra questi due gruppi.»

Collegamenti solo con clan campani?

«Avevano collegamenti con la banda della Magliana ma, soprattutto, con la mafia siciliana, con i corleonesi. C’era il giuramento di sangue di cui parlano i vari collaboratori.»

Perché viene ucciso il giornalista Giancarlo Siani?

«La discussione dell’omicidio trae origine dal suo articolo del giugno 1985, pubblicato sul Mattino, dove lui immagina che l’arresto di Valentino Gionta, nei pressi della tenuta di Poggio Vallesana dei Nuvoletta a Marano, potesse essere scaturito da una voce proveniente dall’interno del clan di Marano. Questa è una circostanza che è stata smentita, ma era solo un sospetto di Giancarlo Siani. E per questo nacque la decisione di ucciderlo: per punirlo, per avere lanciato questo sospetto. Però, nelle fasi decisive in cui si discuteva se farlo o meno questo omicidio, veniva ricordato da Donnarumma Gabriele che Valentino Gionta, da lui sentito in carcere, si era opposto.»

Perché?

«Il delitto avrebbe provocato un forte rilancio della pressione delle forze dell’ordine nei confronti del clan Gionta. A questa affermazione («la colpa ricadrà su di noi») venina replicato che Siani aveva dato molto fastidio al clan Gionta.

Ci fu una causale mista, formata da un antecedente storico, costituito dalle inchieste di Siani sui clan di Torre Annunziata, e un antecedente immediato, costituito da quell’articolo.

La decisione omicidiaria era stata anche preceduta da pedinamenti, probabilmente anche antecedenti a quell’articolo. Del pedinamento abbiamo tracce in una intercettazione di uno dei componenti del gruppo di comando del clan Gionta, che fa questa affermazione: «gli abbiamo fatto le poste sotto la vesuviana». La vesuviana è il tratto ferroviario che collega Napoli con i paesi alle falde del Vesuvio, tra cui Torre Annunziata.»

Ma Siani non stava lavorando ad un dossier?

«Abbiamo molto indagato su questo dossier. Abbiamo sentito anche il tipografo o presunto, quello a cui ci fu riferito che Giancarlo si rivolse per concordare questa stampa. Ma questo tipografo, da noi sentito in maniera molto pressante e approfondita, ha detto di non aver mai ricevuto nulla da Giancarlo.»

Perché un semplice “sospetto” fa scattare la decisione di eliminare un giornalista?

«L’omertà e il rispetto della chiusura totale alla collaborazione con le forze dell’ordine è una regola. Così come provocò l’omicidio del Di Ronza, che aveva parlato con le forze dell’ordine, quella stessa squallida e vergognosa logica criminale indusse a dire “dobbiamo eliminare l’uomo che ha detto che noi siamo dei traditori”.»

Cosa è cambiato dall’omicidio di Giancarlo Siani?

«La morte di Giancarlo Siani ha prodotto un risveglio delle coscienze.»

E per il clan Gionta?

«Valentino Gionta non è più uscito dal carcere, una detenzione continuata senza permessi al 41bis e come lui, nello stato, si trovano i killer del clan. Questo vuol dire aver inferto un grosso danno al clan. Non si può dire definitivamente debellato, ma non è più paragonabile a quello che era una volta. Anche i figli, i parenti e i nipoti di Valentino Gionta sono stati arrestati, processati e condannati.»

Perché ha deciso di scrivere un libro su Giancarlo Siani?

«Il primo motivo era di parlare ancora più approfonditamente di Giancarlo, un esempio per tutte le nuove generazioni. Il secondo motivo è dare omaggio a quegli uomini delle forze dell’ordine del commissariato di Torre Annunziata e della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Napoli che, con grande coraggio e grande impegno, hanno anche rischiato la vita. Parlo di quella trasferta nel milanese. Uomini che sono sempre rimasti nell’ombra e, quindi, era arrivato il momento di omaggiarli. Il terzo motivo era quello di chiarire che Giancarlo aveva ragione quando parlava delle collusioni politico-criminali, come le tangenti sul depuratore, sui vari progetti, sulla ricostruzione post-sismica. Era tutto vero. Realtà criminali già marce e consolidate all’epoca di Siani, protrattesi negli anni. C’era il politico che prendeva le tangenti e le distribuiva a tutti i partiti dell’epoca. Noi abbiamo arrestato amministratori ed esponenti di partito, di tutto l’arco costituzionale. Un’azione di accertamento a tappeto, riconosciuta dalle sentenze passate in giudicato. In quegli anni abbiamo fatto otto blitz e sei maxiprocessi, tutti conclusi con una vasta conferma delle nostre ipotesi di accusa e con condanne agli ergastoli e a svariati anni di reclusione. Tutto quello che aveva attenzionato Giancarlo. Poi, se lo possiamo dire, c’è un quarto motivo…»

Prego…

«Il passaggio del tempo, che consente di guardare le cose con maggiore obiettività, con maggiore distacco, con una certa imparzialità.»

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«Se non fossimo il paese che siamo». A Miranda la presentazione di «Io ho denunciato» di Paolo De Chiara

L’Amministrazione comunale di Miranda, in collaborazione con la nostra testata e il movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo, presenta il libro “IO HO DENUNCIATO” (Ed. Romanzi Italiani).

«Se non fossimo il paese che siamo». A Miranda la presentazione di «Io ho denunciato» di Paolo De Chiara
Il manifesto dell’iniziativa

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“Un libro che sa di denuncia, di giustizia”. Dal romanzo è stata tratta la sceneggiatura per la realizzazione del film “Io ho denunciato”, premiato – pochi giorni fa – al Festival internazionale del Cinema di Venezia.

«Io ho denunciato» approda a Miranda, piccolo centro alle porte di Isernia, sabato 26 settembre ore 18:00, presso la Sala Consiliare del Comune che organizza e patrocina l’evento nel rispetto delle norme per il contrasto alla epidemia da covidSars-19.

Saluti:

Marco FERRANTE, Sindaco di Miranda

Interverranno:

Paolo DE CHIARA(giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)

Tonino BRACCIA(superstite Strage di Bologna del 2 agosto 1980)

Massimiliano TRAVAGLINI(portavoce Movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo)

Modera Marilena FERRANTE (insegnante, giornalista, scrittrice)

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