Tag: democrazia

DIAZ, AGNOLETTO: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum

DIAZ: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Dopo la sentenza di condanna, “lezione di democrazia e diritto”, una lettura storica

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il Ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.In questo modo il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha commentato la sentenza della Cassazione per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Il blitz degli uomini dello Stato, delle forze dell’ordine, avvenne nella notte tra il 21 e 22 luglio di undici anni fa. Poliziotti in assetto da guerra, entrarono nella scuola dove alloggiavano i manifestanti, abusando del loro potere. Uomini e donne vennero brutalmente feriti con fratture alle mani, al cranio, alle costole. Un vero e proprio inferno quella notte, una ‘macelleria sociale’. Sangue, urla e pestaggi.

Il giorno prima, in piazza Alimonda, venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani. Il giorno dopo l’irruzione, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarò alle telecamere: “ho avuto questa mattina una telefonata del Ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genova Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, a dire del Ministro, con la connivenza degli esponenti del Genova Social Forum”. A seguire una strana conferenza stampa organizzata dalla Polizia di Stato dove i giornalisti, senza fare domande, dovettero ascoltare la lettura di un comunicato: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Una violentaperquisizione’ che si concluse con 93 arresti e 82 feriti con tre prognosi riservate. 

Ieri la sentenza della Corte di Cassazione. Con le condanne definitive per 25 poliziotti, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sentenza colpisce anche alti funzionariFranco Gratteri, capo della direzione centrale anticrimine; GilbertoCaldarozzi, capo del servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi (il vecchio Sisde). Tutti condannati per falso aggravato. Su twitter la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di una magistratura che condanna i migliori uomini dello Stato. Sentenza politica e pilotata”. Per il capo della Polizia, Manganelli: “è il momento delle scuse”.

Abbiamo sentito Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum 2001, che subito dopo la sentenza della Cassazione ha affermato: “oggi abbiamo ricevuto una lezione di democrazia e di diritto”. Chiedendo le dimissioni dell’ex Capo della Polizia, Gianni DeGennaro “responsabile etico e morale”. Oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. Il processo condanna in modo definitivo i numeri due, tre e quattro della Polizia. Queste persone da chi dipendevano? A chi rendevano conto? Al numero uno, al capo della Polizia.Che non era coinvolto in questo processo, anche perché materialmente in quei giorni non stava a Genova. Ma aveva la responsabilità di tutto quello che accadeva, di tutta la gestione dell’ordine pubblico. E’ possibile ritenere che tutti abbiano agito all’insaputa o, addirittura, contro i desideri del numero uno? Credo che sia naturale che anche Gianni De Gennarodebba dare le dimissioni. Credo che dovrebbe essere un atto dovuto e un atto di cui dovrebbe sentire l’esigenza etica e professionale lo stesso De Gennaro. Ho molti dubbi che il mondo politico che lo ha nominato sottosegretario osi chiederne le dimissioni”.

Lei ha rivolto un appello anche al Presidente della Repubblica.

Ritengo che sia un dovere che il Presidente Napolitano, che rappresenta l’insieme di questo Paese, faccia l’ atto di chiedere scusa a nome delle Istituzioni ai cittadini che sono stati picchiati alla Diaz e a Bolzaneto, per le violenze che hanno subito ad opera dei rappresentanti delle Istituzioni. E che chieda scusa all’insieme dei cittadini italiani per quello che non hanno fatto in tutti questi anni le Istituzioni per aiutare la ricerca della verità.

Nel suo libro ‘L’eclisse della democrazia’ si fa riferimento alla tortura. In Italia ancora non esiste questo tipo di reato.

Questo è un gravissimo scandalo per cui l’Italia è stata richiamata da tutte le Istituzioni internazionali e dopo quasi trent’anni dalla firma della Convenzione Internazionale l’Italia aveva il compito e il dovere di fare una legge, che non ha mai voluto fare. E non la farà nemmeno questo Governo. L’assenza del reato di tortura ha già inciso molto sul processo d’appello di Bolzaneto ed è destinata ad incidere molto anche sulla sentenza della Cassazione, per Bolzaneto, che arriverà tra oltre un anno. Dietro le resistenze della politica a fare una legge sul reato di tortura c’è una convinzione molto sbagliata. E cioè che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. E’ un reato previsto in tutti i Paesi civili.

Lei, subito dopo la sentenza della Cassazione, ha parlato di “lezione di democrazia e di diritto“.

Credo che la sentenza di ieri sia stata veramente una lezione di democrazia e di diritto. I cinque magistrati della Cassazione si sono trovati ad agire in una condizione pesantissima, che andava oltre il loro ruolo istituzionale. Sono stati caricati di una responsabilità che non era loro. Grandi media nei giorni precedenti la sentenza hanno continuato ad insistere che un eventuale conferma della condanna avrebbe portato alla decapitazione di importanti Istituzioni italiane, perché sarebbero stati obbligati a dimettersi persone che ricoprono ruoli importantissimi nella Polizia italiana. Questa non è una responsabilità che può essere scaricata sui magistrati. I magistrati non hanno colpa se chi ha commesso un reato ricopre ruoli importanti nello Stato. La responsabilità grossa è della politica, che in questi undici anni non ha fatto nulla. Anzi ha promosso tutti coloro che venivano condannati dai magistrati. Questi magistrati hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti.

Undici anni dopo Genova, qual è la sua lettura storica?

Dovremo ricordare che il movimento di Genova veniva da Portalegre, sei mesi prima c’era stata la prima edizione del Forum Sociale Mondiale dove i movimenti di tutto il mondo si erano dati appuntamento in Brasile per parlare, discutere e progettare un mondo completamente diverso. Questo movimento in pochissimi mesi si diffuse in tutto il mondo. La repressione di Genova è attuata e praticata dalle forze dell’ordine e dai politici italiani, ma la decisione della repressione nasce a livello internazionale per stroncare questo movimento. Non possiamo dimenticarci che prima di Genova c’era stata Napoli, prima di Napoli c’era stata Goteborg e prima di Goteborg c’era stata Praga. Una decisione presa a livello internazionale per cercare di fermare la crescita di un movimento che si diffondeva, come poi è avvenuto, in tutto il mondo. E che aveva ragione. La realtà che viviamo oggi, la crisi economica e sociale che viviamo oggi è esattamente la conseguenza di quello che noi avevamo previsto undici anni fa. Quando nessuno ci ha dato ragione.

Un esempio?

In questi giorni i capi di Stato discutono se trovare il modo per applicare una tobin tax, che era quello che esattamente chiedevamo nel 2001. Abbiamo raccolto 150mila firme in Italia e nessuno ci ha preso in considerazione.

Lei crede che ci siano stati errori, responsabilità, leggerezze da parte del Movimento NoGlobal?

Se si parla delle giornate di Genova, il Movimento non ha nulla da rimproverarsi. Ci siamocomportati in un modo assolutamente trasparente. Eravamo convinti che il diritto a manifestare dovesse essere tutelato dalla Polizia. Come potevamo immaginare, per esempio, che potessero arrivare a Genova i black bloc a sfasciare tutto nell’indifferenza più totale delle forze dell’ordine, anzi nella tutela delle forze dell’ordine che li hanno lasciati sfasciare. Non potevamo prevedere simili atteggiamenti.

E in questi undici anni?

Abbiamo fatto due errori di tipo politico. Il non capire che la nostra unità era il più grande bene comune che avevamo. La forza di Genova era il fatto che insieme si sono mosse 1600 organizzazioni, di cui 900 italiane. Dopo Genova si è tornati ad agire ognuno per conto suo. Un grande errore. La seconda questione, quando c’è stato il governo Prodi, il delegare alla politica la speranza di un cambiamento. E la politica si è dimostrata incapace totalmente di qualunque cambiamento.

Come è cambiato il movimento in questi anni?

Il movimento di cui parliamo è un movimento mondiale. A livello globale il movimento ha fatto passi da gigante. Ha contribuito fortemente a cambiare profondamente la realtà di un intero continente, come l’America Latina. In Africa i movimenti sono riusciti a bloccare un accordo commerciale proposto dall’Unione Europea che avrebbe distrutto l’economia agricola africana. Ha cambiato le cose in India, in Asia. Abbiamo molte più difficoltà in Europa, questo però era naturale, per la repressione fortissima che c’è stata allora e poi perché in questa società gli apparati mediatici, culturali sono fortemente controllati dai poteri delle grandi multinazionali, dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Però abbiamo raggiunto degli obiettivi importanti. Non dimentichiamoci un anno fa i referendum per mantenere pubblica l’acqua. E’ a Genova che nasce il concetto di bene comune. E a Genova che per la prima volta si parla di acqua come bene comune.

Come è cambiata la società in questi anni?

La società italiana ha vissuto dieci anni narcotizzata. Oggi di fronte a una crisi economicapesantissima e gli indici di povertà che aumentano enormemente la società italiana, molto lentamente, forse si sta risvegliando. Ma il percorso sarà molto lungo. Abbiamo perso, prima che sul piano politico, sul piano culturale. E recuperare sul piano culturale richiede tempi lunghi.

da L’INDRO.IT di venerdì 6 Luglio 2012, ore 19:25

http://lindro.it/Diaz-Agnoletto-Napolitano-si-scusi,9420

“I SIRIANI ABBANDONATI A SE STESSI”

Aya Homsi, attivista in Italia

“I SIRIANI ABBANDONATI A SE STESSI”

“Il Presidente Napolitano ritiri l’onorificenza conferita ad Assad nel 2010”

 di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sfogliando il calendario si scorre la storia del paese siriano che da un anno prova a ribellarsi al regime. Nelle teste dei bambini c’è soltanto la rivolta, quella che hanno visto nelle strade della loro città, che hanno sentito alla televisione o che i genitori ripetono in casa. Ma c’è anche un segno di speranza. Perché oltre la tragedia i bambini sembrano vedere uno spiraglio. E quello spiraglio è racchiuso nella parola che nel calendario compare più volte:hurriya, ovvero, libertà”.

Queste le parole scritte da Aya Homsi, una ragazza italiana di origini siriane, sulla paginafacebook ‘Vogliamo la Siria libera’ per far conoscere al mondo cosa accade quotidianamente in Siria mentre il mondo ‘democratico’ tace.

La mia preghiera di pellegrino – affermò Giovanni Paolo II prima di lasciare Damasco – è che la Siria proceda con fiducia e serenità verso un nuovo e promettente futuro, e che il vostro Paese prosperi in un’era di benessere e di tranquillità per tutto il suo popolo”. Ieri altri 15 civili sono stati uccisi, i morti (moltissimi dei quali bambini) sono più di 10mila e i bombardamenti continuano nell’indifferenza generale.

Il regime sta procedendo anche alla distruzione dell’antico patrimonio siriano. Dall’Italia, grazie all’impegno di Aya Homsi, si è formato un ‘ponte’ virtuale con la Siria. Per continuare a denunciare e a far sapere al mondo dei crimini perpetrati dal regime di Assad. Proprio Aya, sul suo profilo Facebook, ha scritto la frase di un cittadino siriano: “non pensiamo più a come morire ma a come avverrà la nostra sepoltura”. 

Siamo partiti proprio da queste parole: “è risaputo che chi manifesta viene ucciso dai mercenari di Assad e chi sceglie di appoggiare la democrazia o la rivolta sa che molto probabilmente la fine è quella. Anche ai funerali, adesso, si viene uccisi. I mercenari sparano anche lì. Spesso i corpi non vengono sepolti, ma bruciati. I corpi che vengono uccisi dai mercenari vengono utilizzati per gli attacchi finti che vengono fatti passare per attacchi dei terroristi”.

Aya, tu sei un punto di riferimento, un ‘ponte’ tra l’Italia e la Siria. Il popolo siriano come vive questa situazione drammatica?

C’è un popolo che si è ribellato per avere democrazia, dall’altro lato c’è un regime sostenuto dall’Occidente, che lascia fare, ed è sostenuto da Iran, Cina e Russia. E’ ben disposto come quantitativo di armi. Chi sostiene il regime lo sostiene sotto tutti gli aspetti, mandando mercenari e soldi. Chi sostiene la democrazia, come le potenze Occidentali, in realtà non la sostiene davvero. Sono tante chiacchiere e abbiamo visto che niente è accaduto. Il popolosiriano è lasciato a sé stesso. Se non si vuole intervenire bisogna armare l’esercito liberosiriano, affinchè si abbia un minimo di tutela per i cittadini. Oggi il popolo si sta arrangiando con quello che riesce a fare.

Qual è la differenza tra il popolo siriano, impegnato contro il regime di Assad, e gli altri popoli che hanno messo fine alle dittature nei mesi scorsi?

La differenza sta nell’Occidente, nelle grandi potenze. Mentre la caduta di tutti gli altri regimi, come la Tunisia, l’Egitto, lo Yemen e la Libia andava bene, per la Siria il discorso è più complesso.

Perché?

La Siria ha dei confini molto sensibili, è l’anello che tiene l’Oriente con l’Occidente. Ha una posizione geopolitica molto importante. Quello che vuole l’Occidente è esportare la democrazia ma come vogliono loro. Questo non si riesce ad ottenere in Siria e di conseguenza non c’è un aiuto esterno. C’è anche poca informazione, si è iniziato a parlare di crimini all’Onu dopo sette mesi. Si è iniziato a parlare di Siria nei telegiornali e nei media occidentali dopo moltissimi mesi. C’erano già 10mila morti.

Come giudichi l’atteggiamento della politica estera italiana rispetto alla vicenda dellaSiria?

Non si è fatto niente per la Siria. Siamo uno di quei Paesi in cui c’è ancora l’Ambasciatore, abbiamo ancora l’Ambasciata aperta. C’è un’onorificenza conferita da Napolitano nel 2010 ad Assad che non è stata ancora ritirata, fino a prova contraria. La politica estera italiana non ha fatto niente per la Siria.

Come giudichi l’operato dell’informazione?

In Italia abbiamo tantissimi giornalisti che sono andati in Siria e sono tornati parlando bene del regime. Da un lato c’è un doppiogioco di alcuni giornalisti che io non reputo giornalisti, dall’altro lato c’è un’informazione media che è arrivata molto tardi, che parla di Siria quando ci sono degli attentati, anche se è evidente che non esiste terrorismo all’interno del Paese.

Hai scritto sul tuo profilo Facebook: “i bambini sembrano vedere uno spiraglio. E quello spiraglio è racchiuso nella parola che nel calendario compare più volte: ‘hurriya’, ovvero,libertà”. Sono i giovani il futuro della Siria?

In Italia i bambini nascono con un valore innato, che è la democrazia. In Siria vedi i bambini molto piccoli che conoscono gli slogan della rivolta, che sanno chi è il buono e chi è il cattivo. Crescono già con la responsabilità che non dovrebbe essere di un bambino. Parliamo di mille bambini che sono stati uccisi perché manifestavano. Qualche settimana fa un bambino di 10 anni ad Aleppo è stato colpito alla schiena da una pallottola di un mercenario di Assad durante una manifestazione. Andò a cercare il padre, chiedendo ‘perdono’. Era un bambino di 10 anni. I bambini non hanno colpa e non dovrebbero avere queste responsabilità. Dovrebbero godere della democrazia e non lottare per la democrazia.

Come giudichi il piano di pace dell’Onu?

E’ un altro piano fasullo che porterà ad altri incontri che non serviranno a niente. Trenta osservatori non servono a niente. Equivalgono a un osservatore e mezzo per ogni città. Non vedranno niente, è una rivolta non è una guerra civile. Bisogna rivotare per altri 200, ma la Russia non rivoterà mai.

Cosa bisogna fare per avere una Siria libera?

Bisognerebbe fare un ‘no fly zone’, costituire una zona cuscinetto, per far arrivare gli aiuti umanitari. Vendere le armi all’esercito libero se proprio non si vuole sostenere, far delle pressioni al regime. Dall’Italia facciamo partire dei segnali: chiudiamo le Ambasciate che non servono a niente, non vendiamo più armi. Un’azienda di Varese ha venduto al regime sirianogli strumenti di intercettazione di internet e di telefoni. Oggi in Siria si viene intercettati nell’arco di mezz’ora.

Dopo che avete aperto la pagina Facebook avete ricevuto minacce, pressioni?

Da subito. Arrivavano telefonate anonime, minacce e messaggi via mail. Loro hanno questi mezzi e basta, noi continuiamo a manifestare, a far vedere che ci siamo e a denunciare ogni atto illegale. Questo fa parte della democrazia per fortuna.

Hai partecipato a una manifestazione sulla Siria libera con il segretario del Pd Bersani. Hai riferito anche a lui dell’onorificenza data da Napolitano mai ritirata?

L’ha detto davanti a delle persone che hanno perso dei parenti, persone che stanno mettendoci la vita. Penso che sarà fatto, speriamo il prima possibile. Non vogliamo concedere più altro tempo.

L’Indro.it di mercoledì 18 Aprile 2012, ore 17:58

http://www.lindro.it/I-siriani-abbandonati-a-se-stessi,8010#.T6UOL-g9X3Q

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk

Video FUORI LE MAFIE DAL MOLISE!

FUORI LE MAFIE DAL MOLISE

“E’ un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio” “Adesso ci si straccia le vesti, si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”. (Giuseppe LUMIA, già presidente Commissione Antimafia).

LE MAFIE? UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

Il Ventre nero del Molise

“Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. E’ un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione. Sono rimasto attaccato a voi perché non riesco a rendermi conto di come l’Italia non conosca questa Regione per quello che è. E’ una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa. Il circuito negativo (cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica, n.d.r.) stronca la democrazia”.
(Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, 12 giugno 2009)

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