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“Sono una vittima di camorra”: parla Augusto Di Meo, testimone dell’omicidio di don Peppe Diana

agusto di meo

“Abbiamo superato le 4mila adesioni, pare che anche la Chiesa si stia cominciando a muovere per promuovere questa petizione. Potrebbe essere la volta buona, il percorso è lungo, la ferita è ancora aperta, io sono rimasto nel mio territorio, dove faccio la sentinella. Però sono scontento, è negativo non riconoscere un testimone per un territorio così ancora in fase di cambiamento”. È un fiume in piena Augusto Di Meo, il fotografo-amico e testimone oculare dell’omicidio del prete di Casal di Principe don Peppino Diana. L’unico a presentarsi, qualche minuto dopo il fatto delittuoso, in caserma per denunciare l’assassino del giovane parroco, impegnato contro la criminalità. In quegli anni imperversavano impunemente i sanguinari esponenti del clan dei casalesi. Sono passati 23 anni da quel maledetto 19 marzo del 1994, quando la camorra – schiaffeggiata quotidianamente dalle parole e dalle azioni di don Peppe – decise di entrare in sacrestia e sparare cinque colpi di arma da fuoco.

Di Meo non è mai diventato un testimone di giustizia, per il Tar Lazio e per il Consiglio di Stato, non rientra nella legge 45 del 2001 (la norma sui collaboratori e sui testimoni), ma sta combattendo la sua battaglia personale in un territorio ancora difficile. La raccolta delle firme – iniziativa promossa dal Comitato don Peppe Diana, da Libera e dall’amministrazione di Casal di Principe – è una spinta per far ottenere ad Augusto Di Meo il riconoscimento di vittima della criminalità organizzata (legge 302 del 1990). “C’è un processo di beatificazione in corso per don Peppino e non lo so come fanno ad avere un testimone non riconosciuto, con tutte le problematiche che ci stanno sotto. Per me rimane ancora aperta questa ferita, sono coinvolto in prima persona”.

Partiamo dalle condanne degli assassini di don Peppe.
Nel 2004 finisce il processo in Cassazione, mi attivo per i benefici di legge, ma la legge del 2001 non è retroattiva. Io lasciai il territorio nel 1994, non mi permettevano di stare tranquillo, avevo coinvolto anche i miei familiari, e lo lasciai a mie spese. Sono stato in Umbria per quattro anni, aprii un’attività, chiusi la mia e mi convinsi che dovevo ritornare. Non sono io il problema, io dovrei essere una risorsa per il territorio. Per non parlare del chiacchiericcio, della delegittimazione, “lo sbirro”, “l’infamone”, “lo spione”, queste parole ancora mi fanno male e mi hanno fatto perdere tanto anche professionalmente. Ma io resisto, ed è giusto che sia così.

C’è stata anche una causa presso il Tribunale civile di Napoli per questo riconoscimento.
Nel 2004, dopo la fine del processo in Cassazione. Il giudice del Tribunale di Napoli dice che sono un testimone di giustizia, però non è competenza del Tribunale civile, ma del Tar di Roma.

E cosa succede?
Spendo altri soldi, mi rivolgo al Tar, poi al Consiglio di Stato che aveva già sentenziato che la legge non era retroattiva, quindi mi fermo. Faccio fare l’interrogazione parlamentare e altre azioni in questi anni. Ora c’è questa petizione che sta dando buoni frutti, la gente si sta dimostrando abbastanza sensibile. Mi ritrovo con questa patologia, ma vado avanti e faccio resistenza tutti i giorni.

Lei ha denunciato spontaneamente un omicidio di camorra. Rifarebbe questa scelta?
Rifarei tutto da capo senza ‘se’ e senza ‘ma’. La scelta è stata giusta e io non ho fatto questa scelta per diventare un testimone di giustizia. A volte mi chiedo perché io, perché io stavo là in quel momento, evidentemente c’era un disegno. Quella mattina in quella chiesa c’era un sacco di gente, non dimentichiamo che era il giorno di San Giuseppe, tutti quanti erano lì per fare gli auguri a don Peppe e per ascoltare la messa che doveva celebrare alle sette e mezza. Mi ci trovo vicino, e vedo che quello lo spara. Ho fatto una cosa giusta, ho scelto di andare in caserma a denunciare.

Alle 7:20 del 19 marzo 1994 don Peppe Diana viene colpito con cinque colpi di pistola: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Qual è il suo ricordo?
Arrivo alle 7:00 in parrocchia e incontro il sacrestano e lui mi disse che don Peppe stava nello studio, lo raggiungo e ci abbracciammo. Commentammo le varie situazioni del tempo, niente lasciava presagire il peggio. Lui doveva dire messa. Io vidi una persona con i capelli lunghi e sentii quando questo disse chiaramente “chi è don Peppe?”, aveva visto due persone. Don Peppe fece un cenno con la testa e questo tizio tranquillamente sparò cinque colpi. Non ebbi la consapevolezza, non potevo mai immaginare, stavo in una Chiesa. Vivevo queste dinamiche, fotografavo i morti ammazzati, ma non si poteva arrivare a tanto. Don Peppe cade all’indietro, in una pozza di sangue. Cominciai a chiamarlo, ma non rispondeva, evidentemente morì sul colpo. Alzai gli occhi per guardare verso la luce e vidi l’assassino che si metteva la pistola dentro la cintura e sentii la sgommata della macchina, insieme al trambusto generale.

E lei va subito in caserma.
Ricordo la faccia del piantone che rimase gelido. Andai a casa e avvisai mia moglie, poi ritornai in parrocchia. Personalmente non mi ricordavo nemmeno che era morto, ebbi un blocco mentale. Dopo dieci giorni, al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, conobbi Cafiero de Raho (oggi Procuratore nazionale della DNA, ndr), il magistrato che mi interrogò. Non riuscivo a stare tranquillo. Mi convinsi che dovevo lasciare il territorio, a spese mie. Trovai questo negozietto in Umbria e mi trasferii con la famiglia. Ho riscoperto dopo che sono stato definito un soggetto adamantino, ma io non ho fatto niente, non mi sento di essere un eroe. Ho fatto solo il mio dovere e questo ha portato a fare giustizia, dopo tutto quel fango che la camorra ha gettato su don Diana.

 

Con la morte di don Peppe si sveglia anche lo Stato?
Da quel momento arriva lo Stato e fa piazza pulita, con le varie operazioni. A volte dispiace dirlo, ma quella morte ha portato, con la mia testimonianza…

L’unica testimonianza?
Il sacrestano che arriva al processo dice che non sapeva niente e che non voleva sapere niente, esce di scena e rimango solo.

Una solitudine soltanto processuale?
Quello che mi fa soffrire è proprio la solitudine, mi sento solo. Sono passati 23 anni, ma la ferita non si è mai rimarginata. Ci sono delle situazioni interiori, dei malesseri, non faccio più vita sociale.

E i cittadini del suo territorio?
Faccio una mia riflessione, ed è la mia chiave di lettura: non ti ammazzano materialmente, perché non conviene e l’ala militare sta in galera e, quindi, c’è una parte della società civile che reagisce bene. E sotto questo aspetto si è registrato un cambiamento, però se qualcuno deve dire la parolina non perde occasione.

Che parolina?
Ad esempio “non andare a fare le fotografie dallo sbirro”. La battaglia io l’ho vinta, insieme alla mia famiglia, però professionalmente….

Ancora oggi accade, dopo 23 anni dall’omicidio?
È una mentalità, ma non è più possibile subire questi comportamenti. Sembra che stanno tutti vicini a te, ma nei miei confronti non è mai stato fatto un progetto.

Chi era don Peppe Diana?
Una grande persona, un giovane sacerdote che aveva rotto gli schemi di quella Chiesa assuefatta. Arriva con questo documento (“Per amore del mio popolo”, ndr), la sua vulcanicità ti coinvolgeva. Il segnale era fortissimo, scuoteva gli animi, le coscienze. Don Peppe è un martire di Dio.

E come si è comportata “quella Chiesa” dopo la sua morte?
Dopo l’omicidio abbiamo avuto un periodo buio, anche nel ricordo. La vera freschezza è stata con l’arrivo di questo vescovo che abbiamo adesso ad Aversa.

da Restoalsud.it

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TESTIMONI di GIUSTIZIA… a MONDRAGONE, per non dimenticare don Peppe DIANA, 19 marzo 2015

don peppe

MONDRAGONE, 19 marzo 2015… con gli Studenti per parlare di Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie e per NON DIMENTICARE don Peppe DIANA: “PER AMORE DEL MIO POPOLO”… NON TACERO’!!!

LA VERITA’ ILLUMINA LA GIUSTIZIA
Giovedì 19/03/2015, ore 9:00 – Libera MONDRAGONE, Liceo Scientifico “G.GALILEI”. SALUTI del Dirigente Scolastico Giorgio BOVENZI
PRESENTAZIONE del Libro “TESTIMONI DI GIUSTIZIA” di Paolo De Chiara

Con Luigi Coppola, TdG e Pina CASELLA, Consiglio Superiore della Magistratura.
SALUTI: Giovanni SCHIAPPA, Sindaco di Mondragone
Modera il prof. Silvio MACERA
LA CAMORRA E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

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II INCONTRO CON GLI STUDENTI DI MONDRAGONE

19 marzo 2015

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LICEO SCIENTIFICO G. GALILEI  MONDRAGONE (CE) vedo sento parlo

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MONDRAGONE (Ce), 19 marzo 2014 con i ragazzi dell’ISISS ‘Stefanelli’ per non dimenticare don Peppe Diana (vittima di camorra)

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MONDRAGONE (Caserta)

19 marzo 2014

con i favolosi ragazzi dell’ISISS ‘Stefanelli’

per non dimenticare don Peppe Diana (vittima di camorra)

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con Federico Cafiero de Raho,

Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria

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MONDRAGONE (Caserta)

19 marzo 2014

i favolosi LAVORI dei ragazzi dell’ISISS ‘N. Stefanelli’…

il nostro futuro!!! #ventidicambiamento 

A VENTI ANNI DALL’UCCISIONE

DI DON PEPPE DIANA, VITTIMA DI CAMORRA 

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libera 19 marzo

SCUOLA Media Statale "D'Annunzio", Sesto Campano

CULTURA della LEGALITA’. Gli studenti Molisani e la Legalità/2

SCUOLA Media Statale "D'Annunzio", Sesto Campano

SCUOLA Media Statale “D’Annunzio”, Sesto Campano

GRAZIE DI CUORE

ai Ragazzi (preparatissimi),

agli Insegnanti

e alla Preside della Scuola Media ‘D’Annunzio’ di Sesto Campano per la bellissima iniziativa sulla “Cultura della Legalità”.

Abbiamo ricordato, insieme, le stragi di mafia, don Peppe DIANA, Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO, Giancarlo SIANI, don Pino PUGLISI

senza dimenticare il Molise, le infiltrazioni della criminalità organizzata e i cattivi esempi (come la malapolitica locale e la disinformazione).

LA MAFIE SONO UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

Paolo De Chiara

Istituto 'Pilla', Venafro

CULTURA DELLA LEGALITA’. Gli Studenti molisani e la Legalità/1

Istituto 'Pilla', Venafro

Istituto ‘Pilla’, Venafro

 

GRAZIE DI CUORE…

agli Studenti, agli Insegnanti e alla Preside dell’Istituto ‘Pilla’ di Venafro. Abbiamo ricordato, insieme, le stragi di mafia, don Peppe DIANA, Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO, Giancarlo SIANI, don Pino PUGLISI, Pio LA TORRE, Carlo Alberto DALLA CHIESA

senza dimenticare il Molise, le infiltrazioni della criminalità organizzata e i cattivi esempi (come la malapolitica locale e la disinformazione).

Paolo De Chiara

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