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Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Armando D’Alterio, già Procuratore della DDA di Campobasso e PM del caso Siani (un “magistrato tenace” secondo Paolo, il fratello di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra), ricorda la sua esperienza professionale: «Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività».

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

di Paolo De Chiara

L’operazione «Piazza Pulita», condotta dalla DDA di Campobasso, ha portato allo scoperto l’attività criminale “impiantata”, soprattutto, in Molise. Il lavoro dei carabinieri e dei finanzieri ha permesso di smantellare le attività illecite, legate anche alle condotte criminose di affiliati campani residenti sul posto (e imparentati con questi delinquenti). Hanno tentato, come in passato, di stabilire una “base” per i loro sporchi affari. L’indagine è durata più di due anni. Diversi soggetti erano già stati coinvolti in altre operazioni, in altri arresti. Già schedati e conosciuti per il loro “vizietto”.

Un gruppo di delinquenti organizzati e coordinati da una mente criminale (residente a Bojano), accusati di associazione a delinquere (finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti), detenzione e spaccio di drogaautoriciclaggioporto abusivo di armitrasferimento fraudolento di valoriestorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso.

Un “giocattolo” costruito per fare soldi e per acquisire “potere”. Ma si sono dimostrati dei dilettanti. Anche sul territorio dove operavano. «Questa gente – ha affermato un cittadino bojanese – la conosciamo bene. Sono delinquenti nel DNA. Anche l’ex assessore, già in passato, ha dato prova delle sue abilità delinquenziali. La mente criminale abitava a pochi passi da casa mia, è il cugino di un napoletano che da diversi anni è residente in paese. Finalmente è arrivata questa operazione che ha fatto piazza pulita di questi guappi di cartone. Già in passato, a Bojano, ci sono stati episodi di richiesta di pizzo. Ora dovrebbero buttare le chiavi».

Numeri da capogiro. Sia da una parte, per smantellare un sistema che coinvolgeva non solo il Molise, e sia dalla parte dei criminali, con misure cautelari, arresti, custodie in carcere, divieti di dimora.

È stata fatta, appunto, «Piazza Pulita» di un sistema criminale organizzato in forma embrionale, con i complimenti arrivati anche dal ministro dell’Interno Lamorgese e dal Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Ma non è la prima operazione di questa portata in Molise e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultima.

In questa Regione si continua a difendere l’indifendibile (“Il Molise è un’isola felice”, dicono) e si assiste, frequentemente, ad azioni di contrasto di questo tipo. E si continua a delegare alle forze dell’ordine e ai magistrati.   

Anche in passato, altre operazioni, hanno tentato di accendere i riflettori su un problema che si trascina da anni.

Abbiamo contattato Armando D’Alterio, già Procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi Pg a Potenza (il PM del caso Siani) per raccogliere la sua testimonianza, legata alla sua esperienza professionale passata. «Anche noi, all’epoca, facemmo un’operazione che univa personaggi del Molise con altri soggetti criminali di maggiore spessore della Campania che facevano capo ad organizzazioni criminali, che utilizzavano anche personaggi extracomunitari, per il trasporto di stupefacenti di vario genere, eroina e cocaina, dalla Campania al Molise per la vendita al dettaglio».

Ci sono state altre operazioni durante la sua permanenza in Molise.  

«Organizzammo l’arresto in flagranza sulla direttrice stradale Campania-Molise, ovviamente ancor prima di procedere al deposito delle intercettazioni, con l’operazione di pedinamento e di intervento in flagranza e il sequestro dello stupefacente e l’arresto in flagranza dei responsabili, continuando le intercettazioni onde cogliere le reazioni e i commenti da parte dei due referenti, uno campano e l’altro molisano, dell’organizzazione. Dopo gli arresti in flagranza è sempre emerso che il centro del comando gravitava in Campania».

Ed ancora il coinvolgimento della Comunità Rom.

«Abbiamo proceduto con il dibattimento, prima con le indagini poi con gli arresti di appartenenti al clan Di Silvio e altre due famiglie di Rom che lavoravano in Molise, nell’ambito della droga. Addirittura tre organizzazioni, tra loro collegate, che avevano in comune il luogo di deposito. Era tutto gravitante nell’ambiente dei Rom, anche qui ci furono arresti e condanne confermate in larga parte».

La droga è sempre stato un serio problema per il Molise?

«Il problema della droga in Molise è endemico, spesso coinvolge cittadini extracomunitari, spesso coinvolge una parte minima della comunità Rom che si dedica al traffico di sostanze stupefacenti. Ancora un’altra organizzazione trafficava con la Spagna. C’era un asse con il Sud America, Spagna, Emilia Romagna e Molise».

In Molise ci sono raffinerie?      

«Non risultano in Molise centrali di raffinamento della droga, quindi è un terminale ultimo che prelude, poi, alla vendita al dettaglio».

Bojano, il piccolo paese in provincia di Campobasso, è ritornato al centro delle cronache. In passato lei stroncò un’associazione a delinquere con collegamenti con la camorra e la ‘ndrangheta.

«In questo caso parliamo di estorsioni con il 513 bis, illecita concorrenza con violenza o minaccia collegata alle macchinette mangiasoldi. C’erano collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta della Locride».

Perché questi collegamenti? Per essere autorizzati ad operare in questo settore?

«È un’attività che richiede, forse, anche associazione per procurarsi un numero adeguato di macchinari da imporre e un minimo di capitali da investire. Procedemmo anche al sequestro delle macchinette, dei locali destinati al deposito».

Gli altri settori attenzionati?

«All’epoca, ricordo, c’era la consapevolezza nei pregiudicati di una grossa difficoltà ad agire con violenza e minaccia estorsiva nei confronti della cittadinanza molisana».

Perché?

«Perché c’era la consapevolezza che, diversamente da altri popoli del meridione, purtroppo tragicamente assoggettati all’omertà, la personalità del soggetto molisano è, invece, più incline alla denuncia. Cominciarono con minacce velate, con riferimento ai pregiudicati che erano alle spalle. Perché una minaccia più espressa avrebbe potuto provocare un’immediata denuncia. In realtà, anche con queste minacce velate, si è proceduto agli arresti».

Ci fu un altro tentativo a Campobasso.

«Proprio quando presi possesso a Potenza ci fu l’esplosione di un dispositivo artigianale dinamitardo davanti a un negozio. Fu arrestato un minorenne. Sembrava finita lì».

E invece?

«Convocai, presso il comando provinciale dei carabinieri, tutti i commercianti della zona di Campobasso vecchia. Sentimmo svariati negozianti, finché tre di loro riferirono che questo stesso ragazzo, insieme a un altro pregiudicato, di estrazione napoletana, tentavano di imporre la protezione. Quella che era sembrata una ragazzata, con l’arresto in flagranza del ragazzo, in realtà, si è rivelata come l’ultima goccia di una progressione criminale che in precedenza si era svolta con atteggiamenti spavaldi, richieste di consumazioni non pagate, velate minacce di essere pagati per garantire la tranquillità degli esercizi commerciali. Non essendo riusciti ad ottenere ciò che si pretendeva si era passato all’attentato dinamitardo. Furono condannati il minorenne e il soggetto che costituiva il deus ex machina della situazione».

La presenza dei collaboratori di giustizia sul territorio può influire su determinate situazioni?

«Proprio nel caso delle macchinette videopoker abbiamo avuto due collaboratori che erano stati avvicinati da questi personaggi camorristici, con la ‘ndrangheta alle spalle. Perché costituissero i loro referenti in zona. Ma si rifiutarono e ci dettero lo spunto le indagini, o meglio per inquadrare la fattispecie in ambiti associativi».

Lei come ricorda il Molise? Per lei è un’isola felice?

«Non penso che sia un’isola felice. Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività. Mi esprimo in termini molto generali e con una visione che si riferisce a quegli anni. Senza far riferimento a nessun caso concreto. Però c’è una struttura che, dal punto di vista istituzionale, è complessa perché ci sono tutti gli enti locali, dalle circoscrizioni al Comune, dalla Provincia alla Regione, che non favoriscono quel distacco che sarebbe necessario. In relazione alle dimensioni del territorio».

Questo modus operandi avvantaggia l’ingresso di personaggi legati alla criminalità?

«Non posso aggiungere nient’altro».

Tra poche ore ricorderemo la strage di Capaci. Come si può seguire l’esempio di un magistrato come Giovanni Falcone?

«Con quella frase che accomunava Falcone con Paolo Borsellino: “bisogna fare il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Se lo facessero tutti non ci sarebbe bisogno né di martiri e né di eroi. Quando si compie il proprio dovere si è pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Oggi abbiamo un altro magistrato, il PM della Trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo. Vogliamo aggiungere qualcosa?

«C’è un procedimento in corso, i magistrati non fanno dichiarazioni su processi in corso».                     

Per approfondimenti:

da WordNews.it

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