Tag: futuro

IO HO DENUNCIATO in Sicilia

IO HO DENUNCIATO a Sant’Agata di Militello (Messina), 15 marzo 2019
#studenti #iohodenunciato #libri #tdg #pdc

IO HO DENUNCIATO a Capo d’Orlando (Messina), 15 marzo 2019
#iohodenunciato #libri #tdg #pdc

IO HO DENUNCIATO a Brolo (Messina), 16 marzo 2019
#studenti #giovani #iohodenunciato

#capodorlando #siciliabedda

Il Coraggio di dire NO, appuntamenti

PDC con libro LEA

IL CORAGGIO DI DIRE NO 
#leagarofalo #ilcoraggiodidireno 
MAGGIO 2018, appuntamenti:

 #urbino#milano;#torino#priverno

ASSEMBLEA STUDENTESCA con gli #studenti di #Campobasso

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ASSEMBLEA STUDENTESCA

Liceo Scientifico ‘Mario Pagano’

Campobasso, 28 febbraio 2018
#studenti 
“L’importanza del diritto al voto in vista del quattro marzo”.

 

GRAZIE DI CUORE AI RAGAZZI DEL LICEO SCIENTIFICO ‘M. Pagano’, Campobasso. 
#lapiùgrandesoddisfazione
«Buonasera, sono uno studente del liceo scientifico Mario Pagano, volevo farle i più sinceri complimenti per il discorso che ha tenuto oggi. È riuscito a portare attenzione verso le sue parole anche alcuni studenti che non amano molto la scuola e che non sono propensi ad immischiarsi nella politica e nella storia della nostra comunità».

Convitto Nazionale Mario Pagano.jpg

IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti 

manifesto studenti Isernia, 17 febbraio 2018

 

IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti di #Isernia.
17 febbraio 2018
#ilvelenodelmolise #molise #veleni #conoscenza #sapere #cambiamento

 

ilvelenopremio

IL VELENO DEL MOLISE a LARINO

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO, 9 febbraio 2018 

#ilvelenodelmolise (foto Travaglini Massimiliano).

“Gli ospedali molisani stanno chiudendo”/ L’INTERVISTA a Lucio Pastore

Pronto Soccorso Is

“La situazione dell’Ospedale ‘Veneziale’ di Isernia è quella che si può tranquillamente evidenziare dalle scelte della politica regionale. Ma non solo, perché abbiamo proprio una tendenza nazionale”. Abbiamo avvicinato il medico Lucio Pastore, già direttore del pronto soccorso di Isernia. Estromesso da questo incarico per il suo attivo impegno nella tutela della sanità pubblica. “Dopo tanti anni e avendo molti più titoli professionali, il fatto che sia stato destituito non risponde alle regole attuali, però vedremo cosa dirà il Tribunale”. Lo stesso Pastore nei mesi scorsi ha subìto una sospensione di tre giorni e anche su questo provvedimento pende un ricorso. “Sia perché venga abolito e sia per il risarcimento dei danni, che chiederò. Una sospensione perché ho semplicemente fatto un appunto su un articolo e in un mio post, ripreso dai giornali, spiegavo cosa stava succedendo nella sanità molisana. Ed invitavo, se proprio si voleva privatizzare, a dare la gestione di questa struttura privata ad Emergency, perché pure essendo una struttura privata comunque il suo fine è realmente sociale e non di lucro. E questo ha provocato la sospensione”.

Lucio Pastore

Lucio Pastore

Con Pastore, che non ha disdegnano di ipotizzare un suo diretto impegno in politica, (“Cercheremo anche un impegno se sarà possibile”), abbiamo voluto affrontare le problematiche del sistema sanitario regionale. E siamo partiti dall’Ospedale di Isernia, “una struttura in decadenza”. Ma è la Sanità pubblica che non funziona? C’è un disegno per non farla funzionare? Meglio la sanità privata? Chi cura e chi pensa ai malati? “Abbiamo visto che il sistema sta depotenziando le strutture pubbliche per spostare fondi e posti letto alle strutture private. In questa ottica succede che la potenzialità degli ospedali tende sempre di più a diminuire, noi stiamo vivendo esattamente questo; la gente continua ad arrivare qui perché le strutture private non hanno pronto soccorso e, quindi, si possono scegliere i pazienti. Noi dobbiamo dare risposte a tutti i pazienti, però le dobbiamo dare con una quantità di personale che è nettamente inferiore rispetto a quella di alcuni mesi o alcuni anni fa, con un aumento dei flussi”.
A cosa è dovuto questo aumento?
“Avendo chiuso due strutture come Venafro e Larino, e la stessa Agnone è in dismissione, automaticamente tende ad aumentare il flusso. Aumenta il flusso e diminuisce il personale, diminuiscono i posti letto, perché sono stati ceduti ai privati e noi ci troviamo, nello specifico con il pronto soccorso intasato”.
Il problema riguarda solo il pronto soccorso?
Gli altri reparti hanno una sofferenza, non soltanto in posti letto, ma anche con il personale, quindi con una tendenza a una decadenza generale della struttura”.
Cosa significa ‘decadenza generale della struttura’?
Significa che la capacità di risposta che io ho per i pazienti è nettamente inferiore e, infatti, abbiamo pazienti che stazionano in pronto soccorso sulle barelle anche per cinque, sei, sette giorni. Ma non perché noi abbiamo una degenza ma perché non abbiamo alcuna possibilità di sistemarli. Abbiamo che i servizi sono del tutto rallentati, perché essendo scarsi i mezzi che hanno a disposizione ed essendo scarso il personale, si rallenta quello che è la capacità di risposta. Abbiamo i tempi d’attesa che si allungano all’infinito per quanto riguarda la possibilità di ricoveri ordinari o per quanto riguarda le prestazioni che dobbiamo dare ai pazienti. Non è un caso che tende ad aumentare la spesa privata”.
Tutto ciò cosa comporta?
“Oltre a cedere ai privati gli spazi che ne utilizzano per fare profitto, perchè questi spazi ceduti sono utilizzati da alcune strutture per far venire utenti da fuori Regione, quindi con una mobilità attiva, il cui vantaggio non è della Regione, ma di quei soggetti che utilizzano quei posti letto, per fare questo si sottraggono spazi a quei pazienti che hanno bisogno di altro e che si trovano nella nostra Regione. Di conseguenza le disfunzioni si possono vedere tranquillamente, osservando i pronto soccorsi, andando a vedere quali sono i tempi delle liste d’attesa e qual è la spesa media dei pazienti che tende, a livello privato, ad aumentare per cercare di avere delle risposte. A tutto questo bisogna aggiungere che alcuni pazienti non si curano più perché non hanno le possibilità economiche per farlo”.
Queste disfunzioni e queste problematiche sono attuali? 
“Si stanno evidenziando ora, ma la scelta politica è una scelta antica. La volontà di spostare quello che è il flusso di denaro che dal fondo sanitario nazionale va al fondo regionale e che dal regionale dovrebbe essere diviso sul territorio è sempre più spostato sulle strutture private. Ci sta un disegno preordinato di privatizzazione del sistema che deve portare da una parte al defunzionamento delle strutture pubbliche, i cui effetti si stanno vedendo adesso, dall’altra ad aumentare quella che è la spesa anche per i privati, che oltre a lucrare su questo fondo, creano delle condizioni di bisogno indotto e questo bisogno indotto tenderà a fare aumentare la spesa dei singoli pazienti”.
È ciò che sta avvenendo?
Non è un caso, abbiamo il dato macro italiano, la spesa attualmente privata in Italia è di 36 miliardi di euro, dodici milioni di cittadini rinunziano alle cure perché non sono in condizione di seguire quelle che sono le indicazioni terapeutiche, di conseguenza questo è l’effetto della privatizzazione che si sta avendo su tutto il territorio nazionale e che in Molise viviamo come una Regione sperimentale. È tutta la Regione che viene in maniera chiara privatizzata, si tende alla privatizzazione”.
Una scelta chiara caduta sul Molise? È una scelta chiara. Da noi si è determinato nel tempo un privato che è stato sempre più forte per scelte politiche, sia un privato convenzionale che non convenzionale, e la politica ha cercato di deviare sempre di più su questi i flussi di denari regionali. Di conseguenza le strutture pubbliche funzionano sempre peggio”.
Di queste disfunzioni i dirigenti della sanità pubblica ne sono a conoscenza?
Queste sono scelte regionali, scelte politiche. Non c’è una differenza, l’espressione amministrativa e l’espressione politica non ha un’indipendenza, quindi, devono rispondere al potere politico di quelle che sono le scelte che fanno”.
Che fine farà l’Ospedale di Isernia?
“Se continua così la storia, probabilmente, ci sarà una dismissione completa delle strutture pubbliche molisane”.
Una dismissione completa?
Si, nello spazio di sei o sette anni ci sarà la completa dismissione o residuale per delle situazioni marginali e sociali, ma nella sostanza il tutto sarà bloccato per i privati. Questa è la via italiana alla privatizzazione della sanità”.
Cosa accade presso l’Ospedale ‘Veneziale’ di Isernia?
“In questo ospedale vediamo gli effetti di tutto questo, mancanza di personale, difficoltà nel poter allocare i pazienti, che stazionano per parecchio tempo nei pronto soccorsi, sono tutti pazienti che mediamente hanno un’attesa di cinque, sei, sette giorni perché noi non sappiamo dove poterli allocare, i tempi di risposte che sono ritardati perché non c’è nessun ausiliario…”.
Meglio chiuderlo?
Questa è la volontà. Prima di tutto dovremmo fare le elezioni e quindi ci sarà un po’ di tam tam per i voti e non si chiuderà per questo, ma se queste elezioni vanno nella direzione che dicono gruppi di potere che hanno interessi economici rivolti alla gestione della regione Molise, se questi gruppi antichi di potere si riapproprieranno della Regione le politiche non cambieranno, cambierà soltanto qualche figura come maquillage. Se ci dovesse essere una risposta di tipo diverso, complessiva, quindi un’offerta diversa o qualcosa di diverso questo andrà in una direzione diversa”.
È possibile ancora invertire la rotta?
“In questa fase siamo in una politica liquida, di balcanizzazione. La vecchia struttura di potere si divide in tante piccole aree per occupare tutti gli spazi e per poi riunirsi nella fase post elettorale. Ecco l’operazione che stanno facendo. I fermenti di rottura ci sono, ma non c’è un contenitore capace di creare il substrato per una risposta di tipo diverso. Se questo dovesse uscire fuori allora ci sarebbe la speranza per questo territorio, in assenza di questo contenitore nuovo che dia effettivamente un taglio completamente diverso dalle linee politiche e programmatiche questa Regione è destinata a …”.
Perché lei parla di fase liquida?
“Non c’è niente di definitivo, l’unica cosa che manca è la capacità di fare sintesi di tutte queste forze che sono enormi. Dopo le elezioni si potrebbe avere un’accelerazione dei processi. Ci sono 600 milioni di euro legati alla sanità, su questi 600 milioni di euro agiscono le strutture pubbliche e le private convenzionate. C’è un sistema di vasi comunicanti, i soldi o vanno alle strutture pubbliche o vanno ai privati convenzionati. Di conseguenza, questi privati convenzionati per funzionare devono fare in modo che il pubblico non funzioni. Meno funziona il pubblico e più soldi arrivano lì”.
A cosa hanno portato i Comitati, le manifestazioni, le proteste in difesa della sanità pubblica?
“Innanzitutto ci troviamo in una fase molto avanzata di conoscenza del problema, del fenomeno e di presa di coscienza. Abbiamo inquadrato il problema”.
Qual è il problema?
“Il rapporto pubblico privato e la privatizzazione, questa stessa analisi fatta da noi si sta diffondendo in tutta Italia, perché il fenomeno si espande in tutta Italia. La stessa regione Toscana o Emilia, che rappresentavano il top nella dimensione del funzionamento delle strutture pubbliche, anche loro vanno incontro alla privatizzazione”.
E molti altri Comitati continuano la loro battaglia nelle varie regioni d’Italia. 
“Noi abbiamo contatti con tutti questi Comitati, con cui si sta cercando di fare un coordinamento nazionale, in quanto è una scelta di politica nazionale di privatizzare il sistema. Dagli ultimi trattati che stanno facendo a livello internazionale, i cosiddetti trattati per il libero mercato, uno di questi riguarda proprio i servizi. Si è calcolato che dalla privatizzazione dei sistemi sanitari a livello mondiale si dovrebbe ricavare un giro di affari di 6mila miliardi di dollari. Noi ci troviamo su questa scia. Cioè si sta realizzando un progetto neo liberista di privatizzazione di uno dei migliori sistemi pubblici al mondo. Lo si sta distruggendo perché da questa situazione bisogna ricavarne un profitto e le merci di questo profitto sono i malati e le malattie. Questa è l’ottica con cui in Italia si è fatta la via per la privatizzazione del sistema sanitario, utilizzando come cavallo di troia le strutture private convenzionate. Non sappiamo effettivamente se la direzione sarà verso l’autodistruzione, legata al capitalismo oppure si prenderà un’altra strada”.
Gramsci diceva: “La mia intelligenza è pessimista, la mia volontà è ottimista”. La sua intelligenza e la sua volontà come sono?
“La mia intelligenza tendenzialmente è pessimista, però vedo che sta succedendo a livello globale un tentativo di modificare quello che era un assetto culturale che fino a poco tempo era dominante, fino a poco tempo fa ‘precario è bello’, ‘bisogna essere artefici di se stessi per quanto riguarda il destino’, adesso comincia a cambiare. I primi segnali importanti in Europa si sono avuti in Inghilterra. Forse, sempre per rifarci a Gramsci, probabilmente sta per diventare egemone un’altra idea e questa può essere foriera di altre strade, quindi da un punto di vista della intelligenza, della razionalità bisogna essere moderatamente ottimisti.
Nella risposta manca la volontà, anche se si comincia ad intravedere qualcosa. Magari un prossimo impegno diretto, Lei che dice?
“La volontà è ottimista. Le forme di protesta continueranno fino a quando ci sarà la possibilità o lo spazio per vedere di cambiare direzione. Cercheremo anche un impegno se sarà possibile, se ci saranno le condizioni…
Che condizioni?
Se ci sarà un progetto ed un contenitore alternativo si potrà prendere in considerazione anche un impegno diretto, perché è lì che bisogna andare ad agire per cambiare la realtà”.

Pronto Soccorso,2 Is

CULTURA & LEGALITA’, II appuntamento 

foto manifesto II incontro, Cb

CULTURA & LEGALITA’ 

#insiemesipuò 

Le mafie in Italia e in Molise… nessuno è escluso!!!
Campobasso, 15 dicembre 2017

#studenti #campobasso #mafie #italia #molise #icare #ilcoraggiodidireno #ilvelenodelmolise 

Legalità e beni comuni: storia di un impegno, 7 Agosto a #Ururi

manifesto

“Legalità e beni comuni … Storia di un impegno”: Paolo De Chiara, giornalista di inchiesta e scrittore molisano, si racconta a Ururi lunedì 7 Agosto in occasione della Notte Bianca organizzata dall’Amministrazione Comunale lungo le strade principali del paese. De Chiara interverrà alle ore 18.30 nella seconda Villa Comunale, dove sarà intervistato dal giornalista Davide Vitiello. L’evento culturale sarà introdotto dai saluti del Sindaco di Ururi, Raffaele Primiani.

Legalità e beni comuni: storia di un impegno Il 7 Agosto Paolo De Chiara ospite a Ururi per la Notte Bianca

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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CAMPUS della LEGALITà, Priverno (Lt), 3 e 4 giugno 2016

agenda

CAMPUS della LEGALITÀ a Priverno

3 giugno: MENTI RAFFINATISSIME

con Salvatore BORSELLINO (fratello di Paolo, magistrato ucciso dalla mafia), Giorgio BONGIOVANNI (direttore Antimafia2000) e Angela NAPOLI (Commissione Parlamentare Antimafia)

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

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Vittime di mafie 

4 giugno: LA TERRA DEI FUOCHI

con Monica Dobrowolska Mancini (moglie di Roberto, poliziotto morto dopo aver scoperto la ‘terra dei fuochi’), Pino Ciocola (giornalista), don Aniello Manganiello (prete, presidente Premio Borsellino, scrittore).

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Leini e Mappano (Torino)

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LEINI & MAPPANO (Torino), 19 maggio 2016  

GRAZIE DI CUORE A TUTTI.
Siete persone eccezionali!!!

#‎insiemesipuò‬

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leini

Mappano

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

“La gente del Molise merita di meglio”

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“Mi chiamo N. C. sono di Guglionesi e da anni sono emigrato a Milano per lavoro non più con la valigia di cartone ma con una Laurea.
Ho appena finito di leggere “Il Veleno Del Molise”, lettura illuminante, la ringrazio, in fondo nella Regione che non c’è, non c’è lavoro, non ci sono investimenti, non ci sono piani di sviluppo, non c’è futuro c’è il marcio.
Io credo che la gente del Molise merita di meglio dei politici ignoranti, figli di politici ignoranti che dicevano alla gente “non ti preoccupà, ci pensiamo noi” ed hanno veleggiato sul vento dell’ignoranza della povera gente, che si doveva spaccare la schiena per vivere una volta e adesso è troppo legata a quel posticino statale o a quel poco di benessere che si è creato per ribellarsi. 
Le chiedo come mai se si spara ad un persona è omicidio e se si fanno ammalare e morire centinaia di persone è solo la vita?
Comunque Grazie”. 

da FANPAGE.IT – Omertà e rifiuti tossici in Molise

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“La mafia è una montagna di merda” così il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara, parafrasando Peppino Impastato, rende sua questa citazione. È stato uno dei primi giornalisti a denunciare l’ecomafia in Molise ed ancora oggi continua a dare voce a coloro che, senza paura, lottano contro le criminalità. Il suo giornalismo viene fatto nelle scuole, parlando ai giovani perché “Per contrastare la mafia serve l’istruzione” così si racconta De Chiara.

‘Il veleno del Molise’, ‘Testimoni di Giustizia’, ‘Il coraggio di dire no’ sono tutte storie di denuncia a cui il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara ha dato voce. Filo comune per tutte, è quello di contrastare l’omertà e lottare contro le criminalità perché ‘La mafia è una montagna di merda’. Così il giornalista De Chiara denuncia i trent’anni di omertà molisana sui rifiuti tossici e rende giustizie a donne come Lea Garofalo che hanno rischiato la vita per opporsi alla ‘ndrangheta.
‘Per contrastare la mafia, oltre alla coerenza e i fatti, serve l’istruzione’ ci dice De Chiara e non è un caso che il suo giornalismo viene fatto nelle aule delle scuole, parlando ai giovani studenti. Così il giornalista ci spiega il filo sottile ma fondamentale che distingue lo Stato dalla Mafia.

Quando si parla di mafia, qual è la linea sottile che distingue la vittima dal carnefice?

«Non bisogna solo utilizzare le parole per contrastare le mafie e la mentalità mafiosa. E’ necessario contrastare attraverso i fatti, quotidianamente, le azioni della criminalità organizzata. Bisogna partire dalle piccole cose per cominciare a mettere i bastoni tra le ruote a questi criminali e a questa diffusa mentalità criminale. Le parole devono essere sostituite dai fatti. “Nemmeno un caffè”, diceva Borsellino ai suoi sostituti. Con certe persone, vicini a certi ambienti, non ci si può scambiare nemmeno un saluto. Su questi temi bisogna essere chiari e netti. Senza attendere le famose sentenze definitive, certi fatti vanno denunciati e certe persone vanno allontanate. La coerenza è necessaria per cambiare registro. Definitivamente».

“Sto vedendo la mafia in diretta” così Borsellino commentava la trattativa. Quant’ è difficile capire, allora, chi è la vittima di mafia e chi il carnefice?

«Siamo un Paese che si fonda sulle trattative tra le schifose organizzazioni criminali e gli apparati dello Stato, in questo caso con la ‘s’ minuscola. Da Portella della Ginestra al sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, sino alla vergognosa trattativa Stato-mafia, che ha saldato ulteriormente i legami tra mafiosi e personaggi delle istituzioni. Troppi silenzi si sono registrati, troppe manovre sono state utilizzate per coprire questa vigliaccata. Non si stringono patti, le mafie devono essere sconfitte definitivamente. I magistrati e le persone che lottano quotidianamente, facendo semplicemente il proprio dovere, vanno sostenuti e protetti in vita. E non ricordati dopo la morte. Vittima e carnefice? Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato una vittima o un carnefice? Non bisogna mai fermarsi alle comunicazioni ufficiali, alle assoluzioni mediatiche. La conoscenza è il primo passo per cambiare. Vittima o carnefice? Scrive la Corte d’Appello di Palermo, 2 maggio 2003: “I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; […] una vera e propria partecipazione all’ associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […]. Non resta, allora, da confermare il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estinto per prescrizione”. Una prescrizione che è passata per assoluzione. Ecco la differenza tra vittima e carnefice. Don Lorenzo Milani diceva ai suoi ragazzi: “Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”. Bisogna informarsi, sempre. Per capire cosa ci accade intorno».

Qual è invece la linea che differenza lo Stato dalla Mafia?

«Lo Stato siamo tutti noi, le mafie sono organizzazioni criminali opprimenti, rappresentate da squallidi personaggi, presenti sul nostro bellissimo territorio. Gruppi criminali che risalgono all’ Unità d’Italia. Ecco che ritornano le trattative tra uomini delle istituzioni e le organizzazioni criminali: come la scelta del prefetto di polizia Liborio Romano, fatti che risalgono al 1860, di accordarsi con i camorristi dell’epoca per la gestione dell’ordine pubblico per l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Secondo Di Matteo, il magistrato che si sta occupando della trattativa tra cosa nostra e gli uomini dello Stato, definita “presunta” ancora da qualcuno, per “sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero dentro di sé”. Nino Di Matteo è continuamente minacciato di morte per il suo lavoro. Stiamo rivivendo la stessa situazione degli anni ’90, con Falcone e Borsellino: le lettere del corvo, il tritolo arrivato a Palermo, le continue minacce, il silenzio dei rappresentanti istituzionali, gli attacchi e le difficoltà per evitare di arrivare alla verità. Lo Stato siamo noi e tocca a noi tutti fare la nostra parte. “La rivoluzione – diceva Paolo Borsellino – si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”».

Tornando alla sua professione, quando decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare la mafia?

«Non si decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare le mafie. Si fa questo mestiere per informare semplicemente i lettori, con la schiena dritta. Senza guardare in faccia a nessuno. Bisogna raccontare i fatti ed è necessario dare voce a chi non ha voce. Non sono d’accordo a legare le persone e le professioni con inutili etichette, tipo “giornalista antimafia”. Il giornalista, ma il ragionamento vale per tutte le altre professioni, deve semplicemente fare il proprio dovere. Fare il cane da guardia del potere».

Moltissimi gli incontri che tiene soprattutto nelle scuole. Come spiega ai giovanissimi la mafia? E quanto è difficile farlo?

«È necessario incontrare e confrontarsi con le giovani generazioni, che sentono sin da subito il “fresco profumo di libertà”. La cultura della legalità deve partire dalle scuole, in ogni ordine e grado, perché, come diceva Caponetto, “la mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Su questo terreno bisogna continuare a battere. Per raccontare ai ragazzi i fatti che accadono, per crescere insieme. Per il necessario confronto su queste tematiche di vitale importanza. Loro sono pronti ad accettare la sfida”».

‘Testimoni di giustizia’ è il racconto di chi?

«Cittadini italiani onesti, che hanno visto, subito e toccato con mano l’arroganza mafiosa. Sono persone che hanno denunciato e che, oggi, si trovano tra l’incudine e il martello. Da una parte le mafie vendicative e dall’altra uno Stato poco attento. Assente. Sono degli esempi, hanno messo in discussione la loro esistenza per il rispetto delle regole e della legalità. Hanno subito minacce, richieste di estorsioni, attacchi violenti, incendi, percosse. Ma non hanno ceduto, non si sono piegati di fronte ai mafiosi vigliacchi. Che poggiano la loro forza sulla paura delle persone. È doveroso ribaltare anche il concetto di “paura”: non devono aver paura i cittadini onesti, ma sono i mafiosi ad aver paura delle persone perbene. Per fare questo serve uno Stato presente e disponibile. Nel libro Testimoni di Giustizia (Perrone Editore, Roma, 2014) racconto dieci storie: sei testimoni vivi (Gennaro C., Giuseppe e Domenico Verbaro, Rocco Mangiardi, Luigi Coppola, Valeria Grasso, Carmelina Prisco) e quattro testimoni uccisi dalle mafie (Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Domenico Noviello, Ignazio Aloisi), perché lasciati soli dallo Stato. Non si possono abbandonare al proprio destino cittadini che hanno dimostrato che è possibile denunciare e far arrestare i mafiosi. I testimoni di giustizia, nel nostro Paese, sono trattati come un peso e non come una risorsa. Necessaria».

Uno dei suoi maggiori successi è espresso nel libro dedicato a Lea Garofalo, perché sceglie proprio la sua storia?

«Perché è la storia di una donna che non si è piegata, non ha girato la testa dall’altra parte. Non si è fatta mettere i piedi in testa da squallidi ‘ndranghetisti. Sei vigliacchi che hanno ucciso una donna indifesa. Lea è una fimmina calabrese, figlia e sorella di boss ‘ndranghetisti. Ha sentito la puzza della ‘ndrangheta sin dalla culla. Per proteggere sua figlia Denise è andata incontro alla morte. Con Il Coraggio di dire No (Falco Editore, Cosenza, 2012) ho voluto semplicemente raccontare la storia di questa donna. Far conoscere la sua esistenza, perché la memoria è importante. Lea ha subito, il 5 maggio 2009, un tentativo di sequestro nella mia Regione. In vita nessuno ha mosso un dito per proteggere e aiutare Lea. Viviamo in un Paese strano. Accade sempre tutto dopo. Perciò è fondamentale conoscere la storia di Lea Garofalo. Nemmeno in Molise ha trovato aiuto. È stata abbandonata e lasciata nelle mani di questi vigliacchi ‘ndranghetisti, condannati definitivamente all’ergastolo. Lea, una donna sola, ha sconfitto, anche grazie alla figlia Denise, un intero clan di ‘ndrangheta. Insieme possiamo fare molto. Ecco cosa insegna la storia di Lea, questo è l’esempio che ha lasciato a sua figlia. La dignità e la consapevolezza che è possibile colpire questi schifosi criminali».

In Molise c’è la mafia? E di che tipo?

«In Molise ci sono le mafie, che fanno i loro sporchi affari. Non lo dico io, ma i rapporti, le relazioni, le indagini, le sentenze della magistratura. A Campobasso i magistrati hanno condannato dei cittadini residenti a Bojano perché imponevano le loro macchinette mangiasoldi in tantissime attività commerciali, attraverso il metodo mafioso. Addirittura scendono in Calabria per ottenere l’autorizzazione della ‘ndrangheta. Per non parlare del riciclaggio del denaro sporco, delle opere pubbliche, del cemento, dei rifiuti, della corruzione. Uno degli ultimi episodi risale all’inizio dell’anno:  un’operazione effettuata dalle forze dell’ordine. Un sequestro di un’impresa individuale di distribuzione di carburanti, con sede a Vinchiaturo (Campobasso), intestata ad un prestanome dei Contini, un clan di camorra. L’operazione è contenuta nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, del I semestre 2014. In Molise, però, si fa finta di non vedere. Nessuno parla, nessuno denuncia. Tutto tace».

È stato uno dei primi giornalisti molisani a parlare di ecomafia molisana. Cosa l’ha più sconvolta nello scoprire l’altra faccia della sua tranquilla regione?

«Non è una regione tranquilla. Non esistono ‘isole felici’, da nessuna parte. Il Molise, come molte altre realtà, è stata utilizzata come una pattumiera. Non dimentichiamo le operazioni fatte dalle forze dell’ordine, come quella realizzata nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro. Due aziende, la Fonderghisa e la Rer, sono state gestiste dai Ragosta. In questi due stabilimenti, dove erano presenti degli altiforni, venivano sciolte sostanze pericolose. Ad esempio i carri armati provenienti dall’ex Jugoslavia pieni di uranio impoverito. Ma non solo: traffici di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco, rifiuti pericolosi e dannosi per la salute umana. In quel territorio si sono costituite le Mamme per la salute e l’ambiente, perché si muore di malattie strane. Nascono bambini malati. Il problema non riguarda solo il venafrano, ma l’intera Regione. Ma non c’è dibattito su questi temi. Dopo innumerevoli finanziamenti, dov’è il registro dei tumori? Perché la politica regionale non si occupa di questi problemi? Perché il Molise deve essere rappresentato istituzionalmente da un soggetto, l’attuale presidente del consiglio regionale (Vincenzo Niro), che negli anni ’80 è stato condannato in via definitiva per aver fatto entrare, insieme ad altri colleghi agenti penitenziari, delle armi nel carcere di Campobasso dove era detenuto un certo Cutolo (capo della NCO)? Di questi temi nessuno parla. Si utilizzano frasi inutili, per difendere l’indifendibile: “errori di gioventù” o “esiste una sentenza di riabilitazione”. Parole vuote e dannose. Errore di gioventù? Il giornalista precario de Il Mattino, Giancarlo Siani, è stato ammazzato a 26 anni dalla camorra perché faceva il proprio dovere. Le sentenze di riabilitazione non cancellano i gravi reati commessi e non servono alla politica. La politica con la ‘p’ maiuscola non ha bisogno di sentenze di riabilitazione, ma di persone con le mani pulite”.

Cos’è per lei la mafia?

«Un sistema di potere illegale utilizzato dal sistema di potere legale. Quanti politici, anche di livello nazionale, sono andati in galera perché eletti e legati alle organizzazioni criminali? Andreotti non è l’unico esempio negativo. Come possiamo dimenticare Dell’Utri (il fondatore di Forza Italia, definito “eroe” da Berlusconi), Nicola Cosentino (già sottosegretario durante il governo Berlusconi), Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Sicilia) e tanti altri. Bisogna rompere questo legame con la politica, dobbiamo affidarci a persone oneste. Dobbiamo sostenere le persone perbene, non lasciare soli i veri eroi come Nino Di Matteo. Il prossimo 14 novembre, a Roma, ci sarà una manifestazione per sostenere il magistrato siciliano. Dobbiamo cominciare a scendere in piazza, metterci la faccia. Se vogliamo, con i fatti, sconfiggere questi criminali. Bisogna fare il proprio dovere, costi quel che costi. Solo la schifosa ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno. Dobbiamo capire che ci troviamo di fronte a forti poteri economici, a vere e proprie industrie del crimine. Che bloccano il futuro del nostro territorio».

Gli uomini riusciranno a mettere fine alla malavita o è solo un’utopia?

«Ma quale utopia. Si può e si deve. Tutti insieme, fino alla fine. Senza tentennamenti. Non si può restare con le mani in mano e attendere gli eventi. Siamo noi tutti i protagonisti del nostro futuro. Insieme si può».
da FANPAGE.IT
14 OTTOBRE 2015, 11:43
di Maria Cristina Giovannitti

BELLISSIMA INIZIATIVA CON I RAGAZZI DI MONTERODUNI (Is) e S. ELIA A PIANISI (Cb), 29 maggio 2015

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ECOMAFIA – IL VELENO DEL MOLISE

Con la partecipazione di don Maurizio PATRICIELLO (grande parroco di Caivano) e Federico SCIOLI (sost. Procuratore della Repubblica).
CASTELLO PIGNATELLI di Monteroduni (ISERNIA)

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Tra Ecomafia e Mafie, 29 maggio 2015 #mafieunaMontagnadimerda

ilvelenopremio

venerdì 29 maggio 2015 ‪#‎insiemesipuò‬
ore 10:00MONTERODUNI (Isernia), Castello Pignatelli
ECOMAFIA

IL VELENO DEL MOLISE

con gli Studenti di MONTERODUNI (Is) e di S.ELIA A PIANISI (Cb), con la partecipazione di don Maurizio PATRICIELLO (parroco) e Federico SCIOLI (sost. Procuratore della Repubblica).Il veleno del Molise

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Paolo BORSELLINO e Agenda Rossa, Priverno, 29 maggio 2015

ore 16:00PRIVERNO (Latina), Isiss Teodosio Rossi

FUORI LE MAFIE DALLO STATO!!! Con Salvatore BORSELLINO e i favolosi ragazzi del “Teodosio Rossi”.

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

DONNE & Mafia… a Brindisi, 7 marzo 2015



DONNE E MAFIA… per non dimenticare Lea GAROFALO, la fimmina ribelle che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta, Brindisi (7 marzo 2015)

























TESTIMONI DI GIUSTIZIA… in PUGLIA (Brindisi e Torre Santa Susanna), 12 dicembre 2014

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TESTIMONI di GIUSTIZIA

con i ragazzi favolosi dell’ITIS ‘Giorgi’ di Brindisi

Aula Magna Borsellino,

12 dicembre 2014

— presso ITT “Giorgi” – Brindisi.

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TDG… a Torre Santa Susanna (Brindisi)

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— pressoTeatro Comunale T.S Susanna.

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GRAZIE DI CUORE…

Siete Straordinari e Necessari. INSIEME SI PUÒ!!!

Le mafie sono una Montagna di Merda!

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12 dicembre 2014

FOTO inst perrone

 

 

IL VELENO DEL MOLISE… a CAPRACOTTA (Isernia), 12 agosto 2014

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IL VELENO DEL MOLISE… a CAPRACOTTA (Isernia)

12 agosto 2014

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO (Cb), 9 maggio 2014

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO (Cb)

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Grazie di Cuore al Rotary Club e a tutti… insieme possiamo!!!

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IL VELENO DEL MOLISE al MAYDAY 2014, Scapoli (Isernia), Concerto I° Maggio.

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MAYDAY 2014, Scapoli (Isernia), Concerto I° Maggio.

GRAZIE DI CUORE A TUTTI!!! 

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CERRO AL VOLTURNO (Is), 30 aprile 2014… SCUOLA, AMBIENTE e LEGALITÀ

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CERRO AL VOLTURNO (Is), 30 aprile 2014

SCUOLA, AMBIENTE e LEGALITÀ

Istituto Comprensivo Dante Alighieri

‘Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani’, don Lorenzo Milani

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IL VELENO DEL MOLISE… a COLLETORTO (Cb), 28 aprile 2014

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IL VELENO DEL MOLISE… a COLLETORTO (Cb)

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IL VELENO DEL MOLISE a VASTOGIRARDI (Is), 26 aprile 2014

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IL VELENO DEL MOLISE – Penne pulite ed editori coraggiosi: dal Sud voci di legalità contro mafia e malapolitica

UnoMattina Caffè Instagram

Penne pulite ed editori coraggiosi: dal Sud voci di legalità contro mafia e malapolitica

Per la sezione ‘libri&cultura’, la Redazione di Vivere Pescara propone ai lettori l’intervista esclusiva di Domenico Logozzo a Paolo De Chiara, giornalista e scrittore da sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata. Logozzo, già Caporedattore del TGR Rai, vive da anni a Montesilvano ma è originario di Gioiosa Ionica, in Calabria: da qui, la grande sensibilità di uno dei più noti giornalisti abruzzesi verso le problematiche che attanagliano il Meridione.

La cultura della buona informazione contro l’incultura del silenzio. L’illegalità e la malapolitica si combattono con il coraggio della denuncia e la difesa delle penne pulite. Paolo De Chiara, molisano; Michele Falco, cosentino: un giornalista ed un editore del Sud insieme per la legalità.

Pubblicazioni che lasciano il segno e ricevono autorevoli consensi. Dal successo del libro che racconta la terribile vicenda di Lea Garofalo, la donna che ha infranto il muro dell’omertà delle famiglie mafiose calabresi, al “Il Veleno del Molise”, che apre squarci inquietanti sulla realtà nascosta di una piccola regione meridionale. Quest’ultimo “dossier-verità” è già alla seconda edizione e la settimana scorsa ha ottenuto a Lanciano il “Premio Ilaria Rambaldi “, intitolato ad una giovane universitaria morta nel terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. 

Ma come è nato il rapporto di intensa collaborazione tra il giornalista e l’editore?

Ho cercato, ho voluto un editore calabrese – ci dice De Chiara – per raccontare la drammatica storia di Lea Garofalo, la ‘fimmina’ che ha sfidato la schifosa ‘ndrangheta. La donna coraggio, nata in una famiglia di ‘ndrangheta, che non ha girato la testa dall’altra parte e ha denunciato, diventando ‘testimone di giustizia’. La mamma di Denise, la figlia concepita con lo ‘ndranghetista Carlo Cosco (definito dai magistrati una ‘bestia’ e un ‘vigliacco’, insieme ai suoi amici delinquenti), che ha avuto lo stesso coraggio di sua madre, che ha indicato con il dito gli assassini di Lea: il padre, gli zii, il suo ex fidanzatino, il falso tecnico della lavatrice. Lea Garofalo è stata nella mia regione, ha subito in Molise il primo tentativo di sequestro (Campobasso, 5 maggio 2009). Le indagini, il processo, le condanne, l’articolo 7 ovvero l’aggravante mafiosa (che manca a Milano). Ho voluto legare il mio racconto al territorio della protagonista con un editore del posto. Michele Falco, il proprietario della casa editrice di Cosenza, che si era già occupato di temi importanti. Libri sulla politica, sulla chiesa, sulla ‘nave dei veleni’, altro tema ‘silenziato’, come le dichiarazioni del pentito-“tradito” di camorra Carmine Schiavone. Verbale chiuso in un cassetto dal 1997.

Oggi queste dichiarazioni hanno creato un forte dibattito su questo tema, ma nella mia Regione si è registrato solo un inutile polverone mediatico. Con il secondo libro “Il Veleno del Molise, Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici” ho voluto elencare tutto quello che è successo in passato: le inchieste dei magistrati, gli arresti, le operazioni delle forze dell’ordine, la presenze delle mafie, le aziende utilizzate per il riciclaggio e per gli affari schifosi delle mafie, i rifiuti interrati, l’eolico reso selvaggio dalla politica. Una politica che non ha voluto e non ha saputo fare il suo dovere. Ed oggi, in Molise, si muore di malattie rare. Ci si ammala, c’è la diossina nel latte materno, nella carne. Sono aumentate le patologie tumorali, senza un registro dei tumori. Uno strumento necessario, istituito solo sulla carta, finanziato quattro volte ma mai partito. In una foglia di fico prelevata nei pressi di una nota azienda sono state riscontrate tre sostanze tossiche, mentre nella polvere di cemento sono stati trovati due elementi radioattivi. Devo ringraziare l’editore Falco per aver creduto anche nel secondo lavoro, un tema che apparentemente non coinvolge il suo territorio, investendo e diffondendo l’opera nella mia regione.

La cultura della legalità irrobustita dalle intelligenti e libere scelte di meridionali illuminati. Un altro esempio positivo. Cosa bisogna fare per rafforzare il fronte anti-illegalità?

Mi piace utilizzare le parole di Padre Pino Puglisi, il prete che insegnava la legalità, ucciso dalla mafia, dai fratelli Graviano a Brancaccio il 15 settembre del 1993. “È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per i soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore, ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti”. Ognuno può fare molto, bisogna partire dalle piccole cose. Dalla cultura della legalità, dobbiamo capire che è fondamentale il rispetto delle regole, delle leggi. Possiamo fare molto, ognuno nel proprio settore. Ognuno il suo. Concretamente, non a parole.

Il riconoscimento ricevuto a Lanciano cosa rappresenta per lei?

Certamente un motivo in più per continuare a svolgere questo bellissimo mestiere. Semplicemente per raccontare, per dare voce a chi non ha voce.

A chi dedica questo premio?

Alle vittime del terremoto dell’Aquila e agli angeli di San Giuliano di Puglia, i 27 bambini morti sotto una scuola pubblica. Nel Paese con la memoria corta è doveroso ricordare tutte le vittime, le responsabilità e anche le risate di chi, in quella famosa notte, rideva. Voglio però dedicare questo Premio anche alle Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro, un gruppo di donne agguerrite, insieme hanno deciso di non piegare la testa, di tutelare il territorio molisano per i propri figli. Grazie al lavoro instancabile delle Mamme di Venafro si è scoperta la diossina nel latte materno, nella carne, le sostanze trovate nella foglia di fico e nella polvere di cemento. Continuano a porre interrogativi, scrivono alle Istituzioni, presentano esposti in Procura. Le loro istanze sono arrivate in Europa. Per il loro impegno sono state denunciate per diffamazione a mezzo stampa. Infine, una dedica per tutti i molisani perbene, che credono nel riscatto.

Lei è autore di due libri molto scottanti. Invito a ribellarsi e dire no all’omertà. Quali risposte concrete ci sono state?

Si sono accesi i riflettori su due vicende importanti. La storia di Lea è stata raccontata dalla collega Barbara Conforti in Francia, insieme abbiamo toccato i luoghi percorsi dalla testimone di giustizia. Il documentario è andato in onda il 17 gennaio scorso su Canal+. Ma sui testimoni di giustizia (esiste una netta differenza con i collaboratori, i cosiddetti ‘pentiti’) la situazione, in Italia, è vergognosa. Sono persone trattate malissimo, utilizzate e abbandonate. Lo stesso trattamento ricevuto da Lea Garofalo. Con il ‘Veleno del Molise’ è iniziato un dibattito, se ne comincia a parlare. Ancora è troppo poco.

C’è tanto bisogno del giornalismo d’inchiesta, per frenare l’avanzata sempre più pericolosa della criminalità organizzata anche nelle cosiddette “isole felici” come il Molise e per scardinare il potere politico-mafioso che oramai ha infestato l’intera Penisola. Quali sono state le maggiori difficoltà che ha incontrato nel realizzare i suoi libri-denuncia?

In Molise, ad esempio, per avere delle sentenze di condanna, sul discusso passato di alcuni amministratori pubblici, bisogna attendere la proclamazione degli eletti. Prima non si possono informare i cittadini, solo dopo le elezioni. Anzi dopo la proclamazione. Per Giuseppe D’Avanzo: “chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha vuol dire che qualcosa non va”. Con dei ‘nemici’ ci saranno sempre delle difficoltà.

Ha ricevuto minacce ?

In passato si sono divertiti con le ruote della mia macchina, hanno lasciato una busta di plastica con dei pesci morti. Ma con questi due libri nessuna minaccia. Solo silenzio.

Lei ha presentato i suoi due libri in moltissime parti d’Italia, ha incontrato anche i giovani delle scuole. Sono sufficientemente informati sull’emergenza criminale?

Sono pronti, nei loro occhi si vede la speranza, la voglia di un futuro migliore. Bisogna lavorare quotidianamente per la cultura della legalità. Don Lorenzo Milani diceva ai suoi ragazzi: “ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”. Partiamo dal sapere, dalla conoscenza. Dalla bellezza, dai diritti. (aprile 2014)

di Domenico Logozzo 

da VIVEREPESCARA 

il veleno a uno mattina, raiuno

copertina colorata

 

VIDEO – Mondragone, 19 marzo 2014 – La ‘lezione’ ai ragazzi di Federico Cafiero de Raho

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PER NON DIMENTICARE DON PEPPE DIANA, VITTIMA DI CAMORRA

Mondragone (Caserta), 19 marzo 2014 – I.S.I.S.S. ‘N. Stefanelli’

La ‘lezione’ ai ragazzi di Federico Cafiero de Raho,

procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria

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MONDRAGONE (Ce), 19 marzo 2014 con i ragazzi dell’ISISS ‘Stefanelli’ per non dimenticare don Peppe Diana (vittima di camorra)

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MONDRAGONE (Caserta)

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con i favolosi ragazzi dell’ISISS ‘Stefanelli’

per non dimenticare don Peppe Diana (vittima di camorra)

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con Federico Cafiero de Raho,

Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria

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MONDRAGONE (Caserta)

19 marzo 2014

i favolosi LAVORI dei ragazzi dell’ISISS ‘N. Stefanelli’…

il nostro futuro!!! #ventidicambiamento 

A VENTI ANNI DALL’UCCISIONE

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RIFIUTI in Molise, la RISPOSTA dei Ragazzi…

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LA RISPOSTA DEI RAGAZZI…

il Liceo Classico ‘A. ROMITA’ di Campobasso presenta RIFIUTI

mercoledì 5 marzo 2014 – h. 17:00

Sala della Costituzione (via Milano), CB

Il lavoro è stato realizzato dagli studenti delle classi 4° E e 4° H, a.s. 2013/2014 – riprese, montaggio e regia William Mussini.

“Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. – Tatanka Iotanka (Toro Seduto), capo Sioux

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(VIDEO) – IL VELENO DEL MOLISE… a UnoMattina Caffè, RaiUno

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“IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici” (Falco Editore, 2014, Cosenza)

a UNOMATTINA

Roma SaxaRubra, 13 febbraio 2014

  • dal minuto 9…
“…una pagina di giornalismo d’inchiesta con Paolo De Chiara e il suo libro “Il veleno del Molise”, una denuncia sulle infiltrazioni delle ecomafie a Venafro e nel Molise”.
LA TRASMISSIONE DEL 3 febbraio 2014:

RAI

RAI1

UnoMattina Caffè Instagram

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GRAZIE A TUTTI… Prima Edizione esaurita in 20 giorni. IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (Falco Editore)

autografi

 

GRAZIE A TUTTI!!!

I edizione esaurita in 20 giorni

 

IL VELENO DEL MOLISE.

Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (Falco Editore) 

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libro edicola

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