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Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

L’INTERVISTA. Parla il PM del caso Siani, autore del libro “La stampa addosso”: «Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione».

Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Sembra una sera come tante altre. È buio, un giovane ragazzo sta parcheggiando la sua autovettura nei pressi della sua abitazione. Nella sua mente si affollano diversi pensieri e, forse, qualche preoccupazione legata al suo lavoro. Senza accorgersene si trova di fronte, nell’oscurità, due pistole puntate. Dieci colpi vengono sparati senza pietà. I vigliacchi colpiscono all’improvviso.

È la sera del 23 settembre del 1985. Il giovane ragazzo è un giornalista precario (senza contratto) del Mattino, si chiama Giancarlo Siani. Un cronista giovane ma con la schiena dritta. Si occupava anche di camorra, raccontava la realtà criminale. Solo quattro giorni prima, il 19 settembre (il giorno di san Gennaro, un appuntamento molto importante per la città di Napoli), aveva compiuto 26 anni.

Sono passati 35 anni da quel barbaro omicidio, commesso da inutili e schifosi vigliacchi che si fanno chiamare camorristi. Oggi, Giancarlo, avrebbe compiuto 61 anni. Da quattro giorni. La Citroen Mehari, che ha raccolto il suo corpo senza vita, è esposta presso la Fondazione Siani. La memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. Non solo per ricordare. Il dovere di ogni giornalista è quello di fare il proprio bellissimo mestieraccio con dignità. Costi quel che costi.

«Ho cominciato a chiamarlo per nome dopo il suo omicidio. La morte me lo ha reso un punto di riferimento. Uno che lascia il segno, presente anche quando non c’è più. Ricordo che dall’ottobre del 1984 al settembre dell’anno successivo, quando lo hanno ucciso, l’ho visto qualche volta in Procura a Napoli. Il nove ottobre 1984 era iniziata la mia esperienza in Procura, dopo il tirocinio a Napoli e qualche anno trascorso a Savona come giudice di Tribunale. La prima volta avevo pensato fosse un poliziotto in borghese, per la determinazione nelle domande insistenti, che rivolgeva a qualche collega più anziano e che contenevano uno stimolo – ed una ammonizione tacita – nonché per la conoscenza che aveva di fatti e circostanze. Un atteggiamento coerente con la spinta etica che caratterizzava il suo impegno di giornalista. La massima determinazione veniva fuori nella sua avversione per l’illegalità e più in generale per l’ingiustizia, anche se non aveva bisogno di essere un “giornalista anticamorra” per sentirsi realizzato. Era una persona completa, ricca d’interessi e di passioni. Non si occupava di quei temi per trarne fama o successo, né per l’esigenza di riempire con la “missione” la propria vita».

Questo breve passaggio è contenuto nel libro «La stampa addosso. Giancarlo Siani, la vera storia dell’inchiesta» (Guida editore) scritto dal magistrato Armando D’Alterio, il PM “tenace” (così definito da Paolo Siani), del caso Siani. D’Alterio, già procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi è Procuratore Generale di Potenza.

Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo pensiero su una figura straordinaria del giornalismo italiano, vittima della camorra napoletana.                

  Armando D’Alterio, oggi PG di Potenza

Dott. D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

«Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione.»

Lei quando si imbatte in questa storia?

«Ci sono stati vari momenti, anche precedenti a quello dell’inizio dell’indagine. Ricordo che già anni prima un collaboratore mi aveva dato delle indicazioni sugli ambienti criminali da cui era scaturito il delitto.»

Possiamo spiegare meglio?

«Sulla causale camorristica. All’epoca indagava Palmeri (all’epoca giudice istruttore, nda), io trasmisi il verbale a lui. Quando poi Palmeri firmò quella fondatissima sentenza di proscioglimento dei primi imputati, anche senza averne un motivo tecnico professionale, me ne procurai una copia e la lessi. E la condivisi, perché era estremamente motivata e fondata su elementi incontestabili.»

Come nasce il suo interessamento?

«Successivamente iniziai ad interessarmi delle cosche di Torre Annunziata e Marano, tutto nasce dall’omicidio di Eduardo Di Ronza, avvenuto il 3 novembre del 1989. Un vice di Gionta, accusato di aver rotto il patto di omertà nel corso delle indagini sulla strage di Sant’Alessandro del 26 agosto del 1984. Lui incontrò esponenti delle forze dell’ordine, rendendo dichiarazioni confidenziali e accusando il clan Alfieri-Bardellino di avere effettuato quell’intervento sanguinoso (conosciuta anche come la strage del Circolo dei pescatori, in cui morirono otto persone, nda). E questa cosa il suo clan non gliel’aveva mai perdonata. Pasquale Gallo, capo di una famiglia alleata al clan Gionta, alla fine degli anni Ottanta si parlava di clan Gionta-Gallo-Limelli, chiese che fosse ucciso perché aveva rotto il patto di omertà.»  

Ritorniamo all’omicidio del Di Ronza.

«Durante la notte mi chiamano dal commissario Auricchio di Torre Annunziata e mi avvisa di questo fatto e decido di andare sul luogo del delitto. È il mio primo sopralluogo a Palazzo Fienga, poi ce ne saranno altri tre. Tutti segnano momenti importanti dello sviluppo delle indagini. Così cominciai a capire di fronte a che tipo di organizzazioni ci trovavamo: pericolose, pervasive, collegate con la criminalità politica.»

Poi arriverà l’arresto del boss.

«Nel ’91 ci sarà l’arresto in flagrante di Valentino Gionta, latitante rispetto all’esecuzione di una pena al 416 che gli era stata inflitta precedentemente. Fu trovato in un nascondiglio, in una stanza segreta a Palazzo Fienga, insieme al cognato Gabriele Donnarumma. In realtà non potevamo arrestarli per nulla…»

Perché?

«Valentina Gionta era semplicemente uno che si era sottratto agli arresti domiciliari. All’epoca non esisteva l’arresto fuori flagranza per evasione. Un evaso poteva essere arrestato solo nel momento in cui evadeva, non a distanza di tempo dall’evasione stessa. Ragionando decidemmo che non era possibile riportare Valentino Gionta agli arresti domiciliari da cui si era allontanato, allora formulammo una imputazione di 416 bis in flagranza, insieme al cognato Donnarumma Gabriele, in concorso con altri in corso di identificazione, costruito sulla base della precedente condanna per 416 sulla natura permanente del reato di associazione per delinquere e sugli elementi dati dalla caratteristica stessa di Palazzo Fienga. Ecco perché dico che furono importanti i sopralluoghi.»

Cosa c’era a Palazzo Fienga?

«Era attrezzato come un vero e proprio fortino militare, con cani pastori sui terrazzi, telecamere, monitor. Cosa che all’epoca erano abbastanza rare. Stiamo parlando del ’91. Così inizia una lunga traghettata attraverso i clan di Marano e Gionta che vide varie tappe. Nel 1993, sotto la pressione delle indagini, collabora Salvatore Migliorino; nel 1994 collabora Graziano Matteo, che è quello che una notte ci disse che poteva condurci nel milanese, a Sesto San Giovanni, dove erano i latitanti del clan. Nel frattempo avevamo già arrestato molti esponenti del clan.»

Cosa succede quella notte?

«Quella notte del 12 settembre del 1994, prima di tutto, ci indica un deposito di armi in Torre Annunziata. Sequestrammo un vero e proprio arsenale. Successivamente ci mettiamo in auto e andiamo con quattro macchine nel milanese. E lì ci fu il blitz che consentì la cattura di otto uomini armati. Un’impresa coraggiosa condotta, soprattutto, dagli uomini del commissariato di Torre Annunziata e dalla questura di Napoli.»

Cosa ci facevano a Milano?

«Loro, essendo latitanti, si erano portati altrove. Avevano scelto Milano dove effettuavano un traffico di stupefacenti pesanti, eroina e cocaina, di cui i proventi poi servivano a sostenere le famiglie dei detenuti del clan Gionta. Proprio la cesura di questo canale di finanziamento indusse Gabriele Donnarumma, cognato di Gionta Valentino, a collaborare perché nacque la convinzione, dopo tutti quegli arresti e la continuità dell’azione che non si limitava a scoprire i reati ma anche a cercare di catturare i latitanti, che era venuto il momento di deporre le armi e decide di collaborare. Poi ci furono tanti altri collaboratori, una dozzina del clan Gionta.»

Indagini indirizzate non solo nei confronti della malavita organizzata.

«Abbiamo indagato sui legami con la pubblica amministrazione. Abbiamo scoperto tutto quello che Giancarlo aveva scoperto. E quello che lui aveva scoperto continuava ad essere fatto: corruzioni e concussioni continuate dagli anni ’80 fino agli anni ’90, quando noi stavamo indagando.»

Con quali risultati?

«Abbiamo arrestato tre ex sindaciquattro assessori del Comune di Torre Annunziata, esponenti apicali di tutti gli uffici del Comune di Torre Annunziata per reati, in vari blitz, di pubblica amministrazione. Quattro ondate di arresti ordinati dal GIP su nostra richiesta.»

Quali erano i collegamenti criminali di Gionta?

«La famiglia Nuvoletta di Marano, questo risulta affermato nella sentenza di condanna definitiva. Infatti hanno riconosciuto l’esistenza di un unico clan facente capo all’alleanza fra questi due gruppi.»

Collegamenti solo con clan campani?

«Avevano collegamenti con la banda della Magliana ma, soprattutto, con la mafia siciliana, con i corleonesi. C’era il giuramento di sangue di cui parlano i vari collaboratori.»

Perché viene ucciso il giornalista Giancarlo Siani?

«La discussione dell’omicidio trae origine dal suo articolo del giugno 1985, pubblicato sul Mattino, dove lui immagina che l’arresto di Valentino Gionta, nei pressi della tenuta di Poggio Vallesana dei Nuvoletta a Marano, potesse essere scaturito da una voce proveniente dall’interno del clan di Marano. Questa è una circostanza che è stata smentita, ma era solo un sospetto di Giancarlo Siani. E per questo nacque la decisione di ucciderlo: per punirlo, per avere lanciato questo sospetto. Però, nelle fasi decisive in cui si discuteva se farlo o meno questo omicidio, veniva ricordato da Donnarumma Gabriele che Valentino Gionta, da lui sentito in carcere, si era opposto.»

Perché?

«Il delitto avrebbe provocato un forte rilancio della pressione delle forze dell’ordine nei confronti del clan Gionta. A questa affermazione («la colpa ricadrà su di noi») venina replicato che Siani aveva dato molto fastidio al clan Gionta.

Ci fu una causale mista, formata da un antecedente storico, costituito dalle inchieste di Siani sui clan di Torre Annunziata, e un antecedente immediato, costituito da quell’articolo.

La decisione omicidiaria era stata anche preceduta da pedinamenti, probabilmente anche antecedenti a quell’articolo. Del pedinamento abbiamo tracce in una intercettazione di uno dei componenti del gruppo di comando del clan Gionta, che fa questa affermazione: «gli abbiamo fatto le poste sotto la vesuviana». La vesuviana è il tratto ferroviario che collega Napoli con i paesi alle falde del Vesuvio, tra cui Torre Annunziata.»

Ma Siani non stava lavorando ad un dossier?

«Abbiamo molto indagato su questo dossier. Abbiamo sentito anche il tipografo o presunto, quello a cui ci fu riferito che Giancarlo si rivolse per concordare questa stampa. Ma questo tipografo, da noi sentito in maniera molto pressante e approfondita, ha detto di non aver mai ricevuto nulla da Giancarlo.»

Perché un semplice “sospetto” fa scattare la decisione di eliminare un giornalista?

«L’omertà e il rispetto della chiusura totale alla collaborazione con le forze dell’ordine è una regola. Così come provocò l’omicidio del Di Ronza, che aveva parlato con le forze dell’ordine, quella stessa squallida e vergognosa logica criminale indusse a dire “dobbiamo eliminare l’uomo che ha detto che noi siamo dei traditori”.»

Cosa è cambiato dall’omicidio di Giancarlo Siani?

«La morte di Giancarlo Siani ha prodotto un risveglio delle coscienze.»

E per il clan Gionta?

«Valentino Gionta non è più uscito dal carcere, una detenzione continuata senza permessi al 41bis e come lui, nello stato, si trovano i killer del clan. Questo vuol dire aver inferto un grosso danno al clan. Non si può dire definitivamente debellato, ma non è più paragonabile a quello che era una volta. Anche i figli, i parenti e i nipoti di Valentino Gionta sono stati arrestati, processati e condannati.»

Perché ha deciso di scrivere un libro su Giancarlo Siani?

«Il primo motivo era di parlare ancora più approfonditamente di Giancarlo, un esempio per tutte le nuove generazioni. Il secondo motivo è dare omaggio a quegli uomini delle forze dell’ordine del commissariato di Torre Annunziata e della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Napoli che, con grande coraggio e grande impegno, hanno anche rischiato la vita. Parlo di quella trasferta nel milanese. Uomini che sono sempre rimasti nell’ombra e, quindi, era arrivato il momento di omaggiarli. Il terzo motivo era quello di chiarire che Giancarlo aveva ragione quando parlava delle collusioni politico-criminali, come le tangenti sul depuratore, sui vari progetti, sulla ricostruzione post-sismica. Era tutto vero. Realtà criminali già marce e consolidate all’epoca di Siani, protrattesi negli anni. C’era il politico che prendeva le tangenti e le distribuiva a tutti i partiti dell’epoca. Noi abbiamo arrestato amministratori ed esponenti di partito, di tutto l’arco costituzionale. Un’azione di accertamento a tappeto, riconosciuta dalle sentenze passate in giudicato. In quegli anni abbiamo fatto otto blitz e sei maxiprocessi, tutti conclusi con una vasta conferma delle nostre ipotesi di accusa e con condanne agli ergastoli e a svariati anni di reclusione. Tutto quello che aveva attenzionato Giancarlo. Poi, se lo possiamo dire, c’è un quarto motivo…»

Prego…

«Il passaggio del tempo, che consente di guardare le cose con maggiore obiettività, con maggiore distacco, con una certa imparzialità.»

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Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

Armando D’Alterio, già Procuratore della DDA di Campobasso e PM del caso Siani (un “magistrato tenace” secondo Paolo, il fratello di Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra), ricorda la sua esperienza professionale: «Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività».

Per il Procuratore Generale di Potenza: «il Molise non è un’isola felice»

di Paolo De Chiara

L’operazione «Piazza Pulita», condotta dalla DDA di Campobasso, ha portato allo scoperto l’attività criminale “impiantata”, soprattutto, in Molise. Il lavoro dei carabinieri e dei finanzieri ha permesso di smantellare le attività illecite, legate anche alle condotte criminose di affiliati campani residenti sul posto (e imparentati con questi delinquenti). Hanno tentato, come in passato, di stabilire una “base” per i loro sporchi affari. L’indagine è durata più di due anni. Diversi soggetti erano già stati coinvolti in altre operazioni, in altri arresti. Già schedati e conosciuti per il loro “vizietto”.

Un gruppo di delinquenti organizzati e coordinati da una mente criminale (residente a Bojano), accusati di associazione a delinquere (finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti), detenzione e spaccio di drogaautoriciclaggioporto abusivo di armitrasferimento fraudolento di valoriestorsione. Con l’aggravante del metodo mafioso.

Un “giocattolo” costruito per fare soldi e per acquisire “potere”. Ma si sono dimostrati dei dilettanti. Anche sul territorio dove operavano. «Questa gente – ha affermato un cittadino bojanese – la conosciamo bene. Sono delinquenti nel DNA. Anche l’ex assessore, già in passato, ha dato prova delle sue abilità delinquenziali. La mente criminale abitava a pochi passi da casa mia, è il cugino di un napoletano che da diversi anni è residente in paese. Finalmente è arrivata questa operazione che ha fatto piazza pulita di questi guappi di cartone. Già in passato, a Bojano, ci sono stati episodi di richiesta di pizzo. Ora dovrebbero buttare le chiavi».

Numeri da capogiro. Sia da una parte, per smantellare un sistema che coinvolgeva non solo il Molise, e sia dalla parte dei criminali, con misure cautelari, arresti, custodie in carcere, divieti di dimora.

È stata fatta, appunto, «Piazza Pulita» di un sistema criminale organizzato in forma embrionale, con i complimenti arrivati anche dal ministro dell’Interno Lamorgese e dal Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.

Ma non è la prima operazione di questa portata in Molise e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultima.

In questa Regione si continua a difendere l’indifendibile (“Il Molise è un’isola felice”, dicono) e si assiste, frequentemente, ad azioni di contrasto di questo tipo. E si continua a delegare alle forze dell’ordine e ai magistrati.   

Anche in passato, altre operazioni, hanno tentato di accendere i riflettori su un problema che si trascina da anni.

Abbiamo contattato Armando D’Alterio, già Procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi Pg a Potenza (il PM del caso Siani) per raccogliere la sua testimonianza, legata alla sua esperienza professionale passata. «Anche noi, all’epoca, facemmo un’operazione che univa personaggi del Molise con altri soggetti criminali di maggiore spessore della Campania che facevano capo ad organizzazioni criminali, che utilizzavano anche personaggi extracomunitari, per il trasporto di stupefacenti di vario genere, eroina e cocaina, dalla Campania al Molise per la vendita al dettaglio».

Ci sono state altre operazioni durante la sua permanenza in Molise.  

«Organizzammo l’arresto in flagranza sulla direttrice stradale Campania-Molise, ovviamente ancor prima di procedere al deposito delle intercettazioni, con l’operazione di pedinamento e di intervento in flagranza e il sequestro dello stupefacente e l’arresto in flagranza dei responsabili, continuando le intercettazioni onde cogliere le reazioni e i commenti da parte dei due referenti, uno campano e l’altro molisano, dell’organizzazione. Dopo gli arresti in flagranza è sempre emerso che il centro del comando gravitava in Campania».

Ed ancora il coinvolgimento della Comunità Rom.

«Abbiamo proceduto con il dibattimento, prima con le indagini poi con gli arresti di appartenenti al clan Di Silvio e altre due famiglie di Rom che lavoravano in Molise, nell’ambito della droga. Addirittura tre organizzazioni, tra loro collegate, che avevano in comune il luogo di deposito. Era tutto gravitante nell’ambiente dei Rom, anche qui ci furono arresti e condanne confermate in larga parte».

La droga è sempre stato un serio problema per il Molise?

«Il problema della droga in Molise è endemico, spesso coinvolge cittadini extracomunitari, spesso coinvolge una parte minima della comunità Rom che si dedica al traffico di sostanze stupefacenti. Ancora un’altra organizzazione trafficava con la Spagna. C’era un asse con il Sud America, Spagna, Emilia Romagna e Molise».

In Molise ci sono raffinerie?      

«Non risultano in Molise centrali di raffinamento della droga, quindi è un terminale ultimo che prelude, poi, alla vendita al dettaglio».

Bojano, il piccolo paese in provincia di Campobasso, è ritornato al centro delle cronache. In passato lei stroncò un’associazione a delinquere con collegamenti con la camorra e la ‘ndrangheta.

«In questo caso parliamo di estorsioni con il 513 bis, illecita concorrenza con violenza o minaccia collegata alle macchinette mangiasoldi. C’erano collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta della Locride».

Perché questi collegamenti? Per essere autorizzati ad operare in questo settore?

«È un’attività che richiede, forse, anche associazione per procurarsi un numero adeguato di macchinari da imporre e un minimo di capitali da investire. Procedemmo anche al sequestro delle macchinette, dei locali destinati al deposito».

Gli altri settori attenzionati?

«All’epoca, ricordo, c’era la consapevolezza nei pregiudicati di una grossa difficoltà ad agire con violenza e minaccia estorsiva nei confronti della cittadinanza molisana».

Perché?

«Perché c’era la consapevolezza che, diversamente da altri popoli del meridione, purtroppo tragicamente assoggettati all’omertà, la personalità del soggetto molisano è, invece, più incline alla denuncia. Cominciarono con minacce velate, con riferimento ai pregiudicati che erano alle spalle. Perché una minaccia più espressa avrebbe potuto provocare un’immediata denuncia. In realtà, anche con queste minacce velate, si è proceduto agli arresti».

Ci fu un altro tentativo a Campobasso.

«Proprio quando presi possesso a Potenza ci fu l’esplosione di un dispositivo artigianale dinamitardo davanti a un negozio. Fu arrestato un minorenne. Sembrava finita lì».

E invece?

«Convocai, presso il comando provinciale dei carabinieri, tutti i commercianti della zona di Campobasso vecchia. Sentimmo svariati negozianti, finché tre di loro riferirono che questo stesso ragazzo, insieme a un altro pregiudicato, di estrazione napoletana, tentavano di imporre la protezione. Quella che era sembrata una ragazzata, con l’arresto in flagranza del ragazzo, in realtà, si è rivelata come l’ultima goccia di una progressione criminale che in precedenza si era svolta con atteggiamenti spavaldi, richieste di consumazioni non pagate, velate minacce di essere pagati per garantire la tranquillità degli esercizi commerciali. Non essendo riusciti ad ottenere ciò che si pretendeva si era passato all’attentato dinamitardo. Furono condannati il minorenne e il soggetto che costituiva il deus ex machina della situazione».

La presenza dei collaboratori di giustizia sul territorio può influire su determinate situazioni?

«Proprio nel caso delle macchinette videopoker abbiamo avuto due collaboratori che erano stati avvicinati da questi personaggi camorristici, con la ‘ndrangheta alle spalle. Perché costituissero i loro referenti in zona. Ma si rifiutarono e ci dettero lo spunto le indagini, o meglio per inquadrare la fattispecie in ambiti associativi».

Lei come ricorda il Molise? Per lei è un’isola felice?

«Non penso che sia un’isola felice. Ricordo che c’era un intreccio eccessivo fra organi istituzionali. Troppa prossimità. Gli organi istituzionali devono svolgere tutti il loro ruolo, la prossimità impedisce che venga svolto con la necessaria obiettività. Mi esprimo in termini molto generali e con una visione che si riferisce a quegli anni. Senza far riferimento a nessun caso concreto. Però c’è una struttura che, dal punto di vista istituzionale, è complessa perché ci sono tutti gli enti locali, dalle circoscrizioni al Comune, dalla Provincia alla Regione, che non favoriscono quel distacco che sarebbe necessario. In relazione alle dimensioni del territorio».

Questo modus operandi avvantaggia l’ingresso di personaggi legati alla criminalità?

«Non posso aggiungere nient’altro».

Tra poche ore ricorderemo la strage di Capaci. Come si può seguire l’esempio di un magistrato come Giovanni Falcone?

«Con quella frase che accomunava Falcone con Paolo Borsellino: “bisogna fare il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Se lo facessero tutti non ci sarebbe bisogno né di martiri e né di eroi. Quando si compie il proprio dovere si è pronti a pagare qualsiasi prezzo».

Oggi abbiamo un altro magistrato, il PM della Trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo. Vogliamo aggiungere qualcosa?

«C’è un procedimento in corso, i magistrati non fanno dichiarazioni su processi in corso».                     

Per approfondimenti:

da WordNews.it

La tenacia dei colori vivaci

Una bellissima iniziativa… con grandi persone.

Una bella mattinata, una bella iniziativa a #Napoli
Con Paolo Siani
#onorevole
#fratello
#GiancarloSiani

#noninvano

GIANCARLO SIANI
“Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.
#giancarlosiani

Promozione e sostegno della lettura

L’Onorevole Paolo Siani (fratello di Giancarlo, ucciso dalla camorra), in occasione della presentazione del libro di Cristina Salvio (La tenacia dei colori vivaci), illustra il suo punto di vista sulla nuova legge.

I punti fondamentali della legge, approvata definitivamente dal Senato, all’unanimità, il 5 febbraio 2020: tetto sconti (5%), carta per la cultura, tax credit (librerie), Piano nazionale lettura, Capitale italiana del libro, albo librerie di qualità, biblioteche scolastiche.

Questo il link per approfondire il testo: 

Fai clic per accedere a 01142506.pdf

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/promozione-e-sostegno-della-lettura

Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

GIANCARLO SIANI, TRENT’ANNI DOPO. PARLA IL MAGISTRATO D’ALTERIO

“Indagammo anche un esponente di massimo spicco di Cosa nostra come mandante, insieme ai Nuvoletta”

siani

Giancarlo Siani, giornalista

di Paolo De Chiara

“Questi trent’anni non sono passati inutilmente. Il messaggio di Giancarlo è stato recepito. Le commemorazioni che vengono effettuate in suo onore e il ricordo della sua figura costituiscono il lascito più importante dell’azione di Giancarlo Siani. Tanti giovani sono stati avvicinati all’etica e al perseguimento della legalità, attraverso il suo esempio. Movimenti di opinione, giornalisti che ne seguono le tracce, che parlano di lui e che operano come lui, costituiscono uno dei lasciti di questo martirio che si è rilevato, pur quanto efferato, crudele e gravissimo, non privo di ricadute positive. Come spesso accade la società trae da un fatto grave impegno e istinto di rivalsa nella legalità e nella trasparenza”. Queste le parole pronunciate dall’attuale procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio, il “magistrato tenace” (parole utilizzate da Paolo Siani, fratello di Giancarlo), l’allora PM della procura di Napoli che fece luce, con un’inchiesta giudiziaria, sull’assassinio del giovane cronista precario de «Il Mattino». Dopo quasi dieci anni da quel maledetto lunedì 23 settembre 1985, quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero, a Napoli, la camorra pose fine all’esistenza di un giornalista con la schiena dritta.

Procuratore D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

Un giovane coraggioso, appassionato non soltanto al giornalismo, ma alla verità e all’onestà nella vita quotidiana. Portava dentro di sé un rigore notevole. Non era soltanto uno studioso, ma un ragazzo pieno di interessi, di affetti e di amicizie. Portava la sua passione, il suo esser vivo e i suoi sentimenti anche nella professione giornalistica, che esercitava con disciplina, ma con la passione di un giovane ragazzo e di un professionista già in fieri.

Il “giornalista-giornalista” Siani, 26 anni, precario presso il quotidiano «Il Mattino» è stato giustiziato dalla camorra per aver svelato legami segreti e criminali. Il 10 giugno 1985, in un articolo, che Lei definisce la “causale scatenante”, descrive il tradimento del clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa nostra, nei confronti dell’alleato Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata. Questo è stato l’unico motivo che ha portato alla sua condanna a morte?

Come è scritto nel capo di imputazione, questa era stata la causale ultima e scatenante. Giancarlo Siani aveva già posto sotto la propria attenzione, attraverso gli articoli, ben più ampi scenari, cui si riferivano le domande che faceva e le risposte che cercava. Sono buona prova i numeri di telefono, trovati nella sua agenda, relativi a persone che costituivano fonte di informazione, perché fonte di quelle notizie che egli cercava con riferimento ai clan e, soprattutto, alle collusioni con l’imprenditoria e la pubblica amministrazione, creando disagio e difficoltà per le organizzazioni torresi e non solo. Già era stato, quindi, pedinato, osservato e, con altissima probabilità, anche destinatario di messaggi indiretti volti ad avvertirlo che stava seguendo percorsi pericolosi. Ciò nonostante andò in fondo, fino alla fine, non mancando di manifestare, con toni di forte condanna, anche in pubbliche occasioni, la sua avversione per la criminalità, ma soprattutto per la collusione tra criminalità e mondo dei colletti bianchi. Gli appalti di Torre Annunziata erano oggetto di un accordo che veniva stipulato tra imprenditori, camorristi e amministratori. Accordo che costituisce oggetto di sentenza passata in giudicato. Parliamo di sentenze che hanno affermato l’esistenza di quell’accordo, per la spartizione delle estorsioni, delle tangenti pagate dagli imprenditori anche ai politici, oltre che ai camorristi.

Dopo quattro giorni dall’assassinio viene arrestato Alfondo Agnello, detto Chiocchiò. È il procuratore capo Francesco Cedrangolo che annuncia l’arresto. Nel 1988 arriva il proscioglimento. Sembra un film già visto: strage di via D’Amelio, con il falso pentito Scarantino. L’individuazione dei mandanti e degli esecutori non è stata semplice, tra depistaggi, silenzi e contraddizioni. Lei ha affermato che è stato “tradito anche da morto”. Che significa?

Nell’immediatezza dei fatti non cadde il muro di omertà. Più di una persona avrebbe potuto dare delle indicazioni, che non furono date. Ci fu anche un depistaggio fortissimo, volto ad infangare la figura di Giancarlo Siani e soltanto pochi, fra cui un’amica di Giancarlo (Chiara Grattoni, nda), aiutarono a tracciarne incisivamente la figura limpida. Quella figura che noi abbiamo compiutamente accertato a distanza di anni.

Prima della svolta del 1993 si registrano diverse piste, nuovi responsabili, nuove ipotesi. Per Amato Lamberti, direttore dell’«Osservatorio sulla camorra», Siani si stava occupando della ricostruzione post-terremoto, dell’intreccio camorra-affari-politica.

Gli interessi politico criminali che ruotavano intorno alla famiglia Nuvoletta non escludono affatto che nei giorni precedenti la genesi della causale scatenante, ovvero nell’intervallo tra quell’articolo e l’omicidio, ma anche in precedenza, ulteriori alleanze o mere adesioni possano essere state raccolte. Addirittura si raccolse l’adesione di Valentino Gionta che era in carcere. Niente di più facile che altre adesioni, visto anche l’impatto in termini di reazione da parte delle forze dell’ordine, che si prevedeva sul territorio, ed ulteriori alleanze, anche in funzione della molteplicità delle tematiche criminali affrontate da Siani, si siano coagulate intorno all’omicidio, anche rafforzando la fase esecutiva tramite appoggi logistici e/o diretti.

Agosto 1993: il camorrista affiliato a Cosa nostra Salvatore Migliorino, il trait d’union tra il clan Gionta e i colletti bianchi, decide di collaborare con la giustizia. Da quel momento Lei si occupa anche del caso Siani, dopo quasi otto anni riparte l’inchiesta.

Migliorino Salvatore non fu decisivo per l’accertamento delle responsabilità, ma indispensabile per la riapertura delle indagini, oltre che per l’accertamento delle collusioni politico criminali e per gli omicidi, perché delinea lo scenario che porta a Torre Annunziata, agli interessi politico-criminali del clan Gionta. Per quanto riguarda l’accertamento dei fatti, Migliorino riferisce de relato, rispetto a quanto appreso da Di Ronza Eduardo,  deceduto quando Migliorino parla. Addirittura era detenuto quando si verifica l’omicidio di Giancarlo Siani, così come era detenuto Gionta. Notizie di seconda mano, abbastanza generiche, che costituiscono il primo passo per approfondire l’indagine.

Qual è il secondo passo?

Continuare nelle indagini già in corso sul clan Gionta-Limelli-Gallo, procedere ad ulteriori arresti, esercitare pressioni investigative per ottenere ulteriori collaborazioni, intercettare, convincere le vittime a collaborare, effettuare sequestri di armi e catturare i latitanti. Decisivo fu l’arresto di alcuni latitanti, operato dal commissariato di Torre Annunziata e dalla sezione di P.S. presso la Procura di Napoli, nell’hinterland milanese.

Cosa accadde?

In una notte  raggiungemmo, in auto,  Milano, sulla base delle dichiarazioni di Graziano Matteo resemi ventiquattro ore prima. Procedemmo agli arresti dei latitanti, il cui covo, nel milanese, fu  indicato da Graziano Matteo. Arrestammo pericolosi esponenti del clan Gionta, che attraverso il traffico di droga rifornivano le famiglie dei detenuti: Sperandeo Alfredo, Pisacane Vincenzo e altri due personaggi di spicco del clan. Stiamo parlando del 14 ottobre 1994; nel dicembre successivo questa azione portò alla decisione di Donnarumma Gabriele di collaborare, nella consapevolezza che il clan era alla strette e seguendo l’espresso invito che gli rivolsi quando era nelle gabbie di udienza nel corso del processo per 416 bis presso la prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Siani, con i suoi articoli, dava fastidio alla camorra o alla politica, vicina all’organizzazione criminale?

Lui è stato uno dei primi a mettere l’accento su questo tema, a livello preventivo, rispetto all’indagine. Uno dei primi a martellare su questo argomento.

Il 14 aprile 1997 arrivano le sentenze di primo grado, la seconda sezione della Corte di Assise (presieduta da Pietro Lignola) approva il suo lavoro. Ergastolo per Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta, Maurizio Baccante (i mandanti); per gli esecutori Ciro Cappuccio e Armando Del Core e per il pentito Ferdinando Cataldo; 28 anni per Gabriele Donnarumma, assoluzioni per Alfredo Sperandeo e Gaetano Iacolare. Per quest’ultimo Lei aveva chiesto l’ergastolo, arrivato durante il secondo grado. Che fine fanno gli altri responsabili, i colletti bianchi?

Sono stati condannati numerosissimi amministratori, fra cui tre sindaci di Torre Annunziata per gravi reati contro la pubblica amministrazione, in alcuni casi anche con l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203 del ‘91, cioè l’aggravante della finalità mafioso-camorristica. Condannato anche  un assessore per corruzione. Tutti coinvolti nel sistema delle tangenti torresi.

Il 7 luglio 1999 arriva la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presieduta da Corrado Colangelo), che conferma la sentenza di primo grado. Il 13 ottobre del 2000 la prima sezione penale della Cassazione annulla, con rinvio, l’ergastolo di Valentino Gionta. Nel processo di Appello l’assoluzione. Lei ha condiviso questa scelta?

Ho preso atto delle motivazioni della Corte di Cassazione. Queste motivazioni sono, essenzialmente, in diritto. Non pongono in dubbio che il comportamento ascritto a Gionta fosse idoneo ad integrare concorso, nonostante avesse in un primo momento dichiarato la propria opposizione al delitto e, successivamente, dato il suo avallo con il solo limite che non venisse commesso in Torre Annunziata, né sollevano dubbi sulla  collaborazione di Donnarumma Gabriele, bensì sull’effettivo carattere individualizzante dei riscontri, ritenuti generici nei confronti di Gionta.

Essere il capo dell’organizzazione i cui esponenti, Ferdinando Cataldo in particolare, erano coinvolti nel delitto  non è stato ritenuto sufficiente riscontro alle dichiarazioni di Donnarumma, che a Gionta aveva attribuito la finale adesione al delitto.

Per Amato Lamberti è stato un delitto politico. Bisognava indagare sulle cooperative degli ex detenuti, volute e gestite dai clan.

L’indagine sulle cooperative condusse alla sentenza di proscioglimento del giudice Palmeri, nei confronti di diversi imputati. Quella fu la pista originariamente intrapresa dalle indagini e notevolmente approfondita. Anche la causale che porta alle cooperative è pienamente compatibile con quanto accertato, che ricollega l’ostilità verso Siani alla sua complessiva attività di ricerca e cronaca sugli interessi delle organizzazioni criminali.

Pietro Gargano, già caporedattore de «Il Mattino» e l’avvocato penalista Bruno Larosa hanno sottolineato diverse volte che la verità non è emersa dal processo e dalle sentenze.

All’interno del clan Nuvoletta  quell’articolo (Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, «Il Mattino», 10 giugno 1985, nda) fu la causa ultima, spesa per motivare, all’interno, l’omicidio del giornalista. Altri livelli sono stati da noi comunque sempre tenuti presenti e percorsi. Non dimentichiamo che Donnarumma Gabriele affermò che,  di fronte alle titubanze di Gionta, i Nuvoletta non mancarono di premere, comunicando che la decisione di procedere al delitto era condivisa, alla fine quasi imposta, da parte di Cosa nostra, tramite persona che Donnarumma apprese essere lo “zio della Sicilia” e che noi identificammo nel massimo rappresentante di vertice di  Cosa nostra. In un delitto così grave, così come sono stratificate le causali, così anche le compartecipazioni possono essere attinte da diversi livelli di conoscenza, in un rapporto di proporzionalità inversa rispetto ai riscontri.

Intendo dire che, quanto più alti, e quindi meno noti ai compartecipi materiali, sono i livelli di responsabilità dei mandanti, tanto più limitata è la possibilità di reperire riscontri in merito.

Il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex luogotenente di Riina, è stato sentito dai magistrati sull’omicidio Siani. 

Sul punto prendo atto di quanto lei mi comunica. Per quanto riguarda la mia indagine, posso solo dire che, nell’ambito della stessa, un esponente di massimo spicco di Cosa nostra fu iscritto come mandante, insieme ai Nuvoletta. Questa pista parve attendibile e affidabile. La posizione fu archiviata nella fase delle indagini preliminari, anche perché Donnarumma parlò dello “zio” della Sicilia, ma non disse mai chi fosse con certezza, rendendo solo la sua opinione circa chi potesse essere. Ulteriori approfondimenti non hanno consentito di consolidare tale elemento di prova, sulla cui attendibilità il Donnarumma non può spendere altro che la sua testimonianza di averne appreso dai Nuvoletta. La scelta fu dunque di evitare il rinvio a giudizio di persona che sarebbe stata assolta, con la parola fine sulle sue responsabilità, mentre un’archiviazione nella fase d’indagine consente di  procedere ex novo nei confronti dello stesso soggetto, sulla base di nuovi elementi. Non bisogna peraltro dimenticare che era quella l’epoca in cui Cosa nostra era interessata a una strategia dello stragismo, volta a distrarre l’attenzione da Cosa nostra e dalla Sicilia verso altre regioni d’Italia. Ricordiamo quello che è emerso sulla strage del treno rapido 904, dove sono stati ipotizzati concreti  interessi ed attivazioni di Cosa nostra siciliana intese a deviare gli inquirenti verso altri scenari geo-politici.

La persona iscritta come mandante fu Totò Riina?

Non entro nel dettaglio, si trattò di persona all’epoca posta ai vertici di Cosa nostra.

21 settembre 2015

da Resto al Sud:

“Anche la #mafia voleva la morte di #GiancarloSiani”

Giancarlo SIANI - Il Mattino

«il Mattino», 24 settembre 1985

(VIDEO) Giancarlo SIANI – Parla il Procuratore Armando D’ALTERIO

Giancarlo SIANI

Parla il Procuratore Armando D’ALTERIO

Isernia, 19 aprile 2012
PRIMO Video 

IV Lezione CULTURA della LEGALITÀ con gli studenti dell’Itis.
“LO SGUARDO SEVERO DEL GIORNALISTA”

LA TENACIA.

Lezione dedicata al giornalista precario de ‘IL MATTINO’, Giancarlo SIANI (ucciso dalla camorra la sera del 23 settembre 1985), con la presenza del Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO. 
Il ‘pm tenace’ (come lo ha definito Paolo Siani, il fratello del giornalista napoletano) del caso Siani.

Fu grazie all’intuito e alla tenacia di D’Alterio che l’inchiesta approdò finalmente alla identificazione e alla condanna dei responsabili.

A cura di Paolo De Chiara

 

SCUOLA Media Statale "D'Annunzio", Sesto Campano

CULTURA della LEGALITA’. Gli studenti Molisani e la Legalità/2

SCUOLA Media Statale "D'Annunzio", Sesto Campano

SCUOLA Media Statale “D’Annunzio”, Sesto Campano

GRAZIE DI CUORE

ai Ragazzi (preparatissimi),

agli Insegnanti

e alla Preside della Scuola Media ‘D’Annunzio’ di Sesto Campano per la bellissima iniziativa sulla “Cultura della Legalità”.

Abbiamo ricordato, insieme, le stragi di mafia, don Peppe DIANA, Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO, Giancarlo SIANI, don Pino PUGLISI

senza dimenticare il Molise, le infiltrazioni della criminalità organizzata e i cattivi esempi (come la malapolitica locale e la disinformazione).

LA MAFIE SONO UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

Paolo De Chiara

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

LEGALITA’ a Giugliano. Grazie di cuore a LIBERA GIUGLIANO

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

Giugliano, Giancarlo SIANI, 19 maggio 2012

 

LA CAMORRA E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

 

GRAZIE ai ragazzi di Libera GIUGLIANO,

a Eliana Iuorio,

a Paola Cipolletta,

a Ada Palma,

a Ilaria Ascione,

a TUTTI per la bellissima giornata passata Giugliano

nel ricordo del giornalista-giornalista Giancarlo SIANI

Ora che ci siamo ritrovati non perdiamoci di vista!!!

GRAZIE!!!

 

Paolo De Chiara

Siani, Presidio Giugliano

GIUGLIANO (NA): per non dimenticare GIANCARLO SIANI

Siani, Presidio Giugliano

Siani, Presidio Giugliano

 

GIANCARLO SIANI:

la sua vita, il suo impegno, la sua Voce libera.

Insieme agli autori del fumetto “Giancarlo Siani (..e lui che mi sorride)”, vincitori del Premio Siani 2011: Alessandro DI VIRGILIO ed Emilio LECCE;

al Procuratore della Repubblica di Campobasso (già pubblico ministero nel caso Siani), Armando D’ALTERIO;

al Segretario generale della Fondazione Pol.i.s., Enrico TEDESCO

ricorderemo Giancarlo

interrogandoci sul ruolo dell’informazione corretta e dell’importanza dell’inchiesta, della denuncia, nel contrasto alle mafie.

Modera e coordina l’incontro, il Giornalista d’inchiesta Paolo DE CHIARA.

Saluti del Preside dell’Istituto ‘Fratelli Maristi’, Giorgio BANAUDI e presentazione di Alessandro BEVILACQUA, per LIBERA GIUGLIANO, Presidio “Mena Morlando”.

SABATO 19 maggio 2012, ore 16.30, AULA MAGNA ISTITUTO FRATELLI MARISTI (SEDE DEL PRESIDIO)

 —
Istituto 'Pilla', Venafro

CULTURA DELLA LEGALITA’. Gli Studenti molisani e la Legalità/1

Istituto 'Pilla', Venafro

Istituto ‘Pilla’, Venafro

 

GRAZIE DI CUORE…

agli Studenti, agli Insegnanti e alla Preside dell’Istituto ‘Pilla’ di Venafro. Abbiamo ricordato, insieme, le stragi di mafia, don Peppe DIANA, Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO, Giancarlo SIANI, don Pino PUGLISI, Pio LA TORRE, Carlo Alberto DALLA CHIESA

senza dimenticare il Molise, le infiltrazioni della criminalità organizzata e i cattivi esempi (come la malapolitica locale e la disinformazione).

Paolo De Chiara

Giancarlo SIANI - Il Mattino

CULTURA DELLA LEGALITA’ – IV Lezione, ITIS Isernia

L’ESEMPIO

IV Lezione sulla CULTURA DELLA LEGALITA’ con i ragazzi dell’I.T.I.S. ‘E. Mattei’.

Si parlerà del giornalista precario de IL MATTINO, Giancarlo SIANI (26anni), ucciso dalla Camorra.

Interverrà il Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO (il pm del caso Siani).

Isernia, 19 aprile 2012 – ore 11.30

Giancarlo SIANI - Il Mattino

Il VIDEO – LIBERA STAMPA con il Procuratore DDA Armando D’ALTERIO

LIBERA STAMPA IN MOLISE

Il Procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’ALTERIO (il pubblico ministero del caso Siani, il giornalista de Il Mattino ucciso dalla camorra) interviene a Isernia (17 novembre 2011) sulla Libera Stampa… che in Molise ancora non esiste!!!

dall’Iniziativa Pubblica:

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Come fare per riaffermare la cultura della Legalità. 

con Enrico TEDESCO (Fondazione POLIS);
Vincenzo SINISCALCHI (Avvocato Penalista, già componente CSM);
Lorenzo DIANA (Coordinatore Nazionale RETE PER LA LEGALITA’);
Rossana VENDITTI (Sostituto Procuratore Campobasso);
Armando D’ALTERIO (Procuratore DDA Campobasso);
Giovandomenico LEPORE (Procuratore della Repubblica di Napoli).

Isernia, 17 novembre 2011

Giovandomenico Lepore

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO… con il Procuratore di Napoli LEPORE

Giovandomenico Lepore

Giovandomenico Lepore


Per la Legalità, per la Democrazia…

… per un’Italia e un MOLISE migliore

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…

Cosa fare per riaffermare la Cultura della Legalità

 

Il giornalista Paolo DE CHIARA incontra:

Lorenzo DIANA

(Coord. Nazionale RETE PER LA LEGALITA’ – Ass. Antiracket e Antiusura)

Enrico TEDESCO

(Segretario generale Fondazione POL.I.S.)

 Rossana VENDITTI

(Sostituto procuratore della Repubblica di Campobasso)

Vincenzo SINISCALCHI

(Avvocato, già parlamentare e componente CSM)


Armando D’ALTERIO

(Procuratore capo Dda Campobasso)

 Giovandomenico

LEPORE

(Procuratore della Repubblica di Napoli)

 

SALUTI: Paolo ALBANO (Proc. della Repubblica di Isernia);  Guido GHIONNI (Pres. Tribunale Isernia)

 ISERNIA giovedì 17 novembre 2011 – ore 18.00

Aula Magna ITIS “E. Mattei”, viale dei Pentri

 

Per info: dechiarapaolo@gmail.comhttp://paolodechiaraisernia.splinder.com/

PIU’ FORTE DELLA CAMORRA Don Aniello Manganiello a ISERNIA

Per la Legalità, per la Democrazia…
…per un’Italia e un MOLISE migliore

   

PIU’ FORTE DELLA CAMORRA
Don Aniello Manganiello, sedici anni a Scampia

Il giornalista Paolo DE CHIARA incontra:

Don Aniello MANGANIELLO
(sacerdote e autore del libro “Gesù è più forte della camorra”)

SALUTI: Caterina VALENTE (prefetto Isernia);  Vittorio DI LALLA (Capo Squadra Mobile Isernia) Don Salvatore RINALDI (direttore Caritas Diocesana)

ISERNIA giovedì 22 settembre 2011 ore 18
Sala Gialla della Provincia

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Un anno fa, nonostante le raccolte firme, le fiaccolate e le petizioni di duemila fedeli, il prete anticamorra don Aniello Manganiello è stato trasferito da Scampia al quartiere Trionfale di Roma, ufficialmente per “motivi di avvicendamento”. Ma tutti pensano che la causa del trasferimento sia un’altra. Don Aniello non ha paura di alzare la voce contro la camorra.
Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2011
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26 ANNI FA. Il 23 settembre 1985 la camorra uccide il giornalista de
Il Mattino Giancarlo Siani (26anni). L’agguato avviene alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere napoletano del Vomero. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali sono stati necessari 12 anni.

Interverranno: le MAMME PER LA SALUTE (Venafro) e le AGENDE ROSSE di PAOLO BORSELLINO.

Per info: dechiarapaolo@gmail.com – http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

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