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Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

INTERVISTA al presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica: «Il diritto alla salute è sparito. I commissari sono stati creati per distruggere la sanità pubblica». Sul Covid: «Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale». Sui parlamentari 5Stelle: «Non riesco a giudicarli positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata. Mi ha fatto cadere le braccia. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia».

Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

di Paolo De Chiara

«La sanità molisana è in uno stato di abbandono». Queste le parole utilizzate dal dott. Italo Testa, presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica di qualità. Il tenace professore che da qualche anno si è messo in testa di opporsi e di contestare le scelte discutibili della politica molisana su un settore molto delicato. Per il suo impegno, in passato, ha ricevuto anche pesanti minacce di morte, ma non ha mai arretrato di un millimetro. Lui, medico in pensione, ha un sogno: la sanità pubblica deve tornare ad essere di qualità. Anche in Molise. Lo abbiamo intervistato in un momento particolare per la sanità molisana, dove le contraddizioni – già denunciate negli ultimi anni – sono emerse anche grazie all’emergenza Covid.

Ma qual è la situazione attuale?

«Ci sono tre Ospedali residui in Molise: il “Cardarelli” di Campobasso, il “Veneziale” di Isernia e il “San Timoteo” di Termoli. Tutti e tre sono stati utilizzati come ospedale Covid e, quindi, chiusi per le altre specialità, con l’aggravante che già prima della patologia virale erano già molto sotto, sotto, sotto organico a causa del blocco del turnover che dura da 12 anni».

Con la legge Grillo si sono riaperti i concorsi.

«Avevano riaperto la concorsualità anche per le zone che erano in debito sanitario, ma non sono stati espletati».

Per quale ragione?

«Con la scusa che la gente non vuole venire nel Molise».

Perché la gente non vuole venire nel Molise?

«In effetti venire nel Molise diventa una scelta difficile».

Perché?

«Con il rischio di chiusura degli ospedali chi è che ci viene a lavorare se poi, dopo un anno, se ne debbono andare. Già i molisani se ne vanno tutti per la situazione che c’è. Molti medici molisani li ritroviamo ovunque, anche ad alti livelli. Gente capace che se ne è dovuta andare perché qui non trovava sfogo. Man mano che veniva depauperata la sanità pubblica si avvantaggiava notevolmente quella privata accreditata. Una situazione di grossa difficoltà, soprattutto dopo la chiusura dell’ospedale di Venafro e dopo la chiusura dell’ospedale di Larino. L’ospedale di Agnone è stato depauperato di tutti i servizi, ha solo il nome di ospedale di zona disagiata, ma non ha quei servizi. Nonostante tutto questo, compresa la riduzione del Cardarelli, dove il POS di Frattura (nei giorni scorsi è stato clamorosamente bocciato dalla Corte Costituzionale l’art.34 bisnda) aveva stabilito che ci dovevano essere due posti letto di malattie infettive, gli unici letti in tutta la Regione Molise».

E con il virus cosa è successo?

«Nel Molise per fortuna abbiamo avuto un numero limitato di decessi. Sono 22 decessi su 300mila abitanti, non è che siano proprio pochi. E c’è stata anche una grossa moria degli anziani. Molti sono morti a casa e non sappiamo come, ma sicuramente non sono andati in ospedale».

Perché non sono andati in ospedale?

«Perché gli ospedali erano chiusi, erano aperti solo per le urgenze. Anche per le urgenze i malati preferivano rimanere a casa, piuttosto che correre il rischio di andarsi a prendere il Covid19 che era considerata una condanna a morte sicura per un anziano o per un malato. C’è stata una presa di posizione dei cardiologi molisani, anche come associazione cardiologica italiana. Sono aumentati i morti per infarto perché non volevano andare in ospedale e si mantenevano i loro problemi cardiaci. Quindi c’è stata anche questa aggiunta. La disposizione di chiusura dei ricoveri e degli ambulatori per altre patologie era derivata da questo, che gli ospedali generali pubblici erano diventati tutti ospedali covid».

Secondo lei come è stata gestita questa emergenza dalla politica regionale?

«Male».

Che intende?

«È stata colta all’improvviso e non si è preparata adeguatamente a difenderci da questa situazione e, quindi, l’errore è stato proprio quello di convogliare tutto nell’ospedale generale. C’era stata un’altra grossa problematica italiana, ovvero quella di stabilire di chiudere tutti i piccoli ospedali, puntando sull’ospedale generale grande che doveva fare le grandi cose e questo ospedale generale grande si è dimostrato un gigante dai piedi d’argilla. Con il covid è crollato l’ospedale, come ospedale generale. L’altra patologia è stata disconosciuta. Ovunque, non solo in Molise. Parliamoci francamente…».

Prego…

«Con questa linea politica, partita con Berlusconi, è stata proseguita da Renzi, quindi dal Pd con Gentiloni, hanno pensato di chiudere i piccoli ospedali puntando sull’ospedale unico, come hanno cercato di fare qui nel Molise. Senza sapere che nelle situazioni gravi, come quelle del Molise, se metti un ospedale e la gente non riesce a raggiungerlo quella struttura non esiste».

Il covid ha insegnato qualcosa? La sanità pubblica molisana è preparata per una eventuale emergenza?

«No. Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale da covid. Sappiamo ormai, sia dall’andamento delle epidemie ma soprattutto dall’andamento delle pandemie, che queste situazioni non si esauriscono in tre mesi. In poco tempo riescono ad essere attutite per questioni ambientali, per questioni climatiche. Però ritornano, specialmente le pandemie. Girano tutti i continenti e siccome la terra è diventata piccola, ritornano. Come stanno ritornando in Corea, come stanno ritornando in Sud Corea. Sembravano esaurite, ma stanno ritornando. In Italia, purtroppo, tornerà. E se si vuole ripetere lo stesso errore di non isolare questi malati in ambienti specifici, chiuderanno di nuovo gli ospedali. In Molise si sta discutendo da mesi se fare una struttura isolata oppure farla nel “Cardarelli”, come è stato fatto fino ad ora».

Qual è la ratio di queste discussioni?

«Campobasso vuole mantenere l’ospedale unico. La teoria dell’ospedale unico fa comodo al “Cardarelli”. Fa comodo avere l’ospedale unico perché così si è sicuri che l’ospedale resta unico nel Molise. Questo è l’errore più grave che ci possa essere. Anche se metti un padiglione a parte dove ci metti i malati, l’ambiente è sempre quello. Devono arrivare questi soldi da Roma e se l’ospedale pubblico covid non si fa, chi lo fa?»

Chi lo fa?

«Il privato. In Molise la situazione è drammatica, questa discussione che si sta facendo sull’ospedale unico covid a Larino e misto covid al “Cardarelli” è una cosa incomprensibile ai più».

La sanità in Molise è commissariata da tanti anni. Lei come giudica l’azione di questi commissari?

«I commissari sono stati creati apposta per distruggere la sanità pubblica. Un disegno strategico statale. Il commissario era il governatore, al quale erano stati affiancati dei funzionari ministeriali come subcommissari con l’obbligo della firma e del controllo. In 12 anni ci sono stati cinque subcommissari e un co-commissario, non dobbiamo dimenticare che nell’ultimo periodo di Iorio (già sGovernatore del Molise, nda), con il governo MontiBalduzzi era ministro della Sanità, fu mandato il commissario Basso con lo scopo di fare un nuovo piano per risanare il bilancio. Questo piano non si è saputo che fine abbia fatto. È stato pubblicato ed è stato ritirato. Dopodiché fu eletto Frattura (penultimo sGovernatore del Molise, nda). C’è una grossa responsabilità dei Governi che collimava con la volontà dei commissari di gestire la sanità da soli. Tutti i funzionari dovevano fare quello che diceva il commissario. Noi adesso sappiamo che le somme che venivano pagate dai molisani per l’aumento dell’Irpef non venivano versate sul conto della sanità per ridurre il debito, ma venivano usate per pagare altre cose».

Ad esempio?

«Tipo anche i mutui che non dovevano essere pagati con quei quattrini».

Le responsabilità, quindi, non sono soltanto della politica regionale?

«No, anche dei Governi che si sono succeduti. Pensiamo, ad esempio, che il POS Frattura, con due posti letto di malattie infettive per tutta la Regione, è stato approvato con legge dello Stato, durante il governo Gentiloni. Questo ci offre la misura di quella che è la volontà. Il mio timore è che il Pd al Governo continui con questa linea. Non vedo nessun ritorno verso il pubblico».

Qual è l’obiettivo politico?

«La privatizzazione spinta verso il sistema assicurativo. Con una parvenza di sanità pubblica, che c’è sempre stata. Il diritto alla salute conquistato con legge è sparito completamente. Adesso, nei contratti di lavoro, anche dei metalmeccanici che sono la categoria più tosta dal punto di vista sindacale, hanno accettato di avere invece dell’aumento salariale la copertura assistenziale. E poi il datore di lavoro è anche azionista dell’assicurazione. Sono somme che vengono date, ma non sono pensionabili».

E l’attività del vostro Forum come prosegue?

«Stiamo lottando da anni per cercare di riportare, puntando sulla ripresa dei concorsi, il personale. In questi dodici anni sono stati dati gli incarichi temporanei e questo è un modo per tenere sotto ricatto le persone. Non possono parlare. ‘Se non sei di ruolo io ti cambio’, questo è accaduto».

È possibile invertire questa situazione?

«La Regione Molise può chiedere, come è stato fatto per la Calabria, una legge che annulli il debito sanitario la cui responsabilità, in gran parte, ricade sui Governi che si sono succeduti. Questo è il primo passaggio e su questo si è convinto anche il commissario Giustini».

Quali sono i successivi passaggi?

«Ridimensionare, come stanno chiedendo in altre regioni italiane, il privato convenzionato e ridare ossigeno al servizio pubblico. I danni sono stati a causa della privatizzazione. La gente ha capito».

Cosa potrebbero fare i cittadini? Quale potrebbe essere il loro ruolo?

«I cittadini dovrebbero muoversi anche loro. La gente teme che molti che predicano e portano avanti certe iniziative pensino poi a presentarsi alle elezioni».

È una cosa negativa?

«La gente coglie il sospetto che il fine sia soltanto personale e non generale».

Ma la gente è brava, poi, a scegliere il meglio nella cabina elettorale?

«Dopo la parentesi Frattura è successo un fatto importante. Il Molise ha tirato fuori quattro parlamentari, i molisani hanno spostato il loro voto sui Cinque Stelle, azzerando tutti gli altri partiti. Un risultato c’è stato, la gente ha risposto. Poi è chiaro che sono corsi ai ripari per le regionali, il potere è grosso. C’è stata questa situazione. Noi possiamo giudicare l’azione degli eletti, ma la gente ha dimostrato che c’è un cambiamento».

Come possiamo giudicare l’azione politica dei nuovi eletti in Parlamento?

«Non riesco a giudicarla positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Tra di loro non sono d’accordo. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata, allo stesso livello. Mi ha fatto cadere le braccia. Non si rendono conto che finanziano direttamente la sanità privata accreditata e una parte del fondo sanitario dato al privato, circa il 24%, va al profitto e non alla cura. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia fatta dalla ministra Grillo».

Sulla sanità ha registrato un impegno da parte dei parlamentari molisani?

«No, non c’è stata alcuna risposta. Quando è tornato al Governo il Pd, che ha grosse responsabilità, non so se ha cambiato idea sulla sanità convenzionata. Altrove stanno ancora parlando dell’ospedale unico. Non si sono pronunziati, non hanno chiarito sulla sanità privata e su quella pubblica. Non ho sentito una parola in questa direzione».

Lei che idea si è fatto?

«Esistono dei grossi poteri forti».

Può fare un esempio?

«Molta della sanità privata, ad esempio, è confessionale, fa capo al Vaticano. Il Vaticano è l’ago della bilancia di quello che succede nel Comune di Roma. L’intervento del Papa fece cadere il sindaco Marino, perché era un personaggio scomodo. Con la Raggi il Vaticano non è intervenuto».

Prima lei ha nominato il commissario Giustini, come giudica il suo operato in Molise?

«Si è trovato in una situazione difficile. Non mi voglio schierare, come Forum, sulla venuta di un commissario esterno. Giustini ha capito la situazione molisana e ha capito che se non si esce dal debito il Molise non avrà un futuro sanitario. Lui si è trovato con il governatore che remava contro, con la struttura che remava contro. Si è trovato isolato in questo ambiente».

Quali saranno i prossimi impegni del Forum?

«Abbiamo iniziato un’attività un po’ più larga di quella molisana. Siamo stati tra i promotori di un Comitato sanitario nazionale colloquiando con gli altri comitati delle altre regioni che andavano nella direzione nostra, subendo il disturbo di altri comitati che erano impegnati su un terreno limitato».

Perché lei, come presidente del Forum molisano, non partecipò alla manifestazione romana in difesa della sanità pubblica?

«Non partecipai alla manifestazione che si fece a Roma perché non era chiaro l’intento. Si chiedevano le stesse cose che voleva Toma e si chiedeva l’abolizione del commissario esterno e però, gli organizzatori, erano per la sanità pubblica. Dove era la logica in tutto questo? Adesso c’è la posizione sull’ospedale di Larino che deve essere ospedale completo, non solo covid, ma non riesco ad accettare questa posizione così massimalista. Per me il covid non è una scusa, ma una preoccupazione».

da WordNews.it

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

SPECIALE Peppino Impastato. INTERVISTA al fratello Giovanni: «Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata».

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

di Paolo De Chiara

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, un giovane viene ammazzato. Si chiama Peppino Impastato. Oggi tutti conoscono la storia del compagno Peppino. Un “rivoluzionario”, un uomo senza paura. Figlio di mafioso, “legato” – per i suoi rapporti familiari – al mondo criminale. Frequenta suo zio, Cesare Manzella, il boss del posto. Si trova a contatto con Luciano Leggio e Tano Badalamenti, pezzi (di merda) da novanta. Il primo continuerà la carriera criminale con i sanguinari assassini corleonesi, l’altro verrà “posato” da Riina e company. Entrambi arriveranno all’apice dell’organizzazione criminale, nella famosa triade. Insieme a un certo BontadeTutti criminali, tutti mafiosi, tutti schifosi.

Peppino Impastato non entrerà in quel mondo. Con gli anni, attraverso la cultura, attraverso la sua mente pensante, comincerà a scagliarsi contro quel mondo criminale. Oggi lo ricordiamo per la sua intransigenza, per la sua passione, per i suoi valori, per il suo impegno. Ma, soprattutto, per la sua azione quotidiana: attraverso il giornalismo, la radio, le mostre fotografiche, le contestazioni. È stato un faro in quegli anni, dove nemmeno si nominava la parola “mafia”. E lui aveva il coraggio di sfotterli, utilizzando l’ironia. Di urlare, giustamente, che la mafia (come tutte le mafie) è una valanga di merda.

Peppino delegittimava la cultura mafiosa utilizzando le parole. Ed è stato eliminato perché i mafiosi hanno avuto paura delle sue parole modellate con forza e senza alcun timore. Sono passati 42 anni e Peppino Impastato è ancora con noi, per condurre le sue (le nostre) battaglie. Peppino Impastato è stato massacrato, lo hanno imbottito di tritolo e lo hanno fatto saltare in aria sui binari della tratta ferroviaria Palermo-Trapani. E hanno tentato pure di infangarlo. Ma non ci sono riusciti.

La sua lezione è ancora attuale. Abbiamo tante armi per sconfiggere questi maledetti. La battaglia è lunga e va condotta anche dal punto di vista politico. Altro insegnamento di Peppino. La politica non è quella cosa lorda che vogliono farci credere. I politici, molti di loro, sono una “cosa inutile” e dannosa. Abbiamo lasciato campo libero. Dobbiamo riprenderci gli spazi occupati da personaggi indegni.

Cultura, politica, passione, dignità, onestà. Questi sono gli ingredienti per eliminare il cancro mafioso. Una volta per tutte.

Per ricordare la figura di un gigante abbiamo contattato suo fratello: Giovanni Impastato. E siamo partiti dai ricordi dell’infanzia. «È stato il periodo più bello, più intenso della nostra vita, eravamo molto spensierati. Paradossalmente vivevamo all’interno della tenuta di zio Cesare Manzella, il capomafia che è stato ucciso nel 1963 con l’autobomba.

Noi siamo rimasti un po’ delusi. Pensavamo a questo grande benefattore, che si preoccupava per noi, che giocava con noi. Non soltanto lui, ma anche Luciano Liggio giocava con noi. Era latitante lì, protetto da lui che era il capomafia. Era ricercato da tutte le polizie d’Italia. Poi queste cose ce le ha dette nostra madre».

Cosa vedevano i suoi occhi in quegli anni?

«Da subito l’ho preso come un punto di riferimento. In quegli anni lui aveva 15 anni e io ne avevo 10. Da quel momento in poi nasce in me questa figura. Mi affascinava tantissimo perché parlava bene, perché si interessava a me, perché era molto cordiale, era molto intelligente. Mi sono legato tantissimo a lui. Poi iniziano i conflitti in famiglia, dopo la morte dello zio, perché Peppino inizia a fare delle scelte. E in quel momento sono entrato un po’ in crisi. Lui mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire quale era la situazione. Fino al punto che viene buttato fuori di casa, perché intraprende la sua attività di rottura. Da quel momento in poi perdo quel punto di riferimento, perdo quel legame affettivo. Peppino diventa un amico, un compagno di lotta. Ero costretto, spesse volte, a incontrarlo fuori. Il rapporto diventa difficile, molto complicato, nel senso che veniva un po’ meno la comunicazione. Successivamente, quando si era verificato tutto in famiglia in quel modo, lo consideravo un po’ responsabile. Per le sue scelte radicali, per il suo modo di contestare la famiglia. Quello è stato un momento di crisi, però mi sono reso conto che lui aveva sempre ragione. Negli anni dell’attività lo aiutavo, lo sostenevo. Però non avevo la sua personalità, il suo carisma, la sua sensibilità. Ma il rapporto lo abbiamo mantenuto sempre forte».

Come possiamo definire Peppino con una parola?

«Rivoluzionario. Credo che questa parola comprenda la lotta, l’impegno, la rivoluzione morale e culturale. Peppino esprimeva, incarnava la figura del rivoluzionario».

In Peppino scatta la molla del cambiamento con l’episodio dell’autobomba del 1963?

«La molla scatta con questo episodio. Prima andava tutto bene, non c’erano problemi. Le contraddizioni iniziano dopo. Quando Peppino inizia a riflettere e a capire che eravamo stati ingannati. Quel mondo era un falso mondo, basato sulla menzogna, sull’ipocrisia. Loro non pronunciavano mai la parola mafia, il mafioso non la pronuncia mai. Loro volevano dimostrare di essere persone dedite a pensare alle persone bisognose, a ribellarsi alle ingiustizie dello Stato, a sostituirsi allo Stato. Questo ci facevano capire, ma non era vero. Di tutto questo ce ne siamo resi conto dopo. E così comincia a contestare il padre, comincia a contestare la società. Si rende conto di cosa era la mafia. Fonda il giornale L’Idea, siamo nel 1965».

Che differenze c’erano tra il capomafia, poi ucciso, Manzella e Tano Badalamenti?

«Fra Badalamenti e Manzella non c’erano molte differenze. Gaetano Badalamenti ha raccolto quell’eredità. Manzella non cercava lo scontro frontale, voleva sempre dialogare con le Istituzioni. Era un criminale, anche lui ha iniziato il traffico della droga, anche lui ha commesso i suoi omicidi, è stato mandante di omicidi. Badalamenti era diverso rispetto a quello che è avvenuto dopo, rispetto ai Provenzano, ai Riina, dei carnefici che sono arrivati allo scontro con le Istituzioni, che hanno provocato dei guasti interminabili dove lo Stato è stato costretto, perché lo Stato non lo vuole risolvere questo problema, a prendere qualche iniziativa. Le stragi Badalamenti non le avrebbe commesse. Badalamenti è stato il mandante dell’omicidio di Peppino, condannato all’ergastolo, però debbo riconoscere che lui la strategia dello stragismo non l’avrebbe mai portata avanti».

Perché lo Stato non vuole risolvere questo problema?

«Perché la mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato».

Ancora oggi?

«Sì. Il problema non è stato ancora risolto. Guardiamo agli ultimi episodi…».

Quali episodi?

«Le scarcerazioni. Ma chi è il responsabile? Chi è stato? Ammetto la buona fede del Ministro, ammetto la buona fede di Di Matteo, ammetto la buona fede di tutti, ma ci deve essere questo responsabile. E allora andiamolo a prendere».

Quando e come arriva la politica nella vita di Peppino?

«Arriva subito. Lui lo scrive, “Arrivare alla politica nel lontano 1965 su basi puramente emozionali”, però lui è stato molto agevolato. Gli anni Sessanta sono stati i più intensi, anni di lotte, di trasformazioni. I giovani ci credevano, lottavano, studiavano. Peppino è figlio di quel tempo. In Peppino non troviamo solo una forte coscienza critica nei confronti della mafia, ma soprattutto politica. Diventa un militante di estrema sinistra con le sue idee, contestando anche quei vecchi regimi comunisti che erano logori e che di comunismo non avevano nulla».

Peppino, quindi, non si occupava solo di mafia ma anche di sociale.

«Portando avanti anche queste battaglie sociali si scontrava con la mafia. Fare battaglie nel sociale significa combattere la mafia».

Quando nasce la frase “La mafia è una valanga di merda”?

«Nel 1967. Molti sono convinti che questo articolo su L’Idea sia uscito. È stata mia madre a sequestrarlo. Si è recata da quelli che stampavano il giornale per impedire l’uscita. Aveva paura che i mafiosi lo uccidessero».

E poi c’è un’altra idea rivoluzionaria: la radio.

«Era un grande comunicatore. Inizia il suo impegno con L’Idea Socialista e lo chiude, perché viene ucciso, con Radio Aut. In mezzo sempre le sue battaglie».

Nelle trasmissioni radiofoniche i personaggi locali vengono “battezzati” con dei soprannomi. Era una passione di Peppino?

«Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata. Se attaccavi un mafioso, facevi una denuncia, successivamente, lui recuperava. Ti poteva dare pure l’onore delle armi. Ma quando i mafiosi iniziano a perdere consensi sociali, perché Peppino faceva ridere il Paese con tutti questi nomignoli rendendoli esseri ridicoli e insignificanti, non potevano più recuperare. Ecco perché decidono di spegnere questa mente lucida. Questo è stato il primo caso di lotta alla mafia con l’ironia. Dopo ci sono stati i film e tante altre cose. Anche Pif lo riconosce e dice di essersi ispirato a Peppino».

Quindi da una parte l’ironia e dall’altra la cultura. Peppino era un uomo di cultura.

«Con il Circolo Musica e Cultura faceva riflettere molto i giovani. Lui diceva sempre che bisogna studiare per conoscere il fenomeno, per sconfiggerlo, per affrontarlo. Organizzava lo studio collettivo. La biblioteca itinerante è stata una cosa bellissima. La cultura è la base di tutto».

Come veniva percepito l’impegno di Peppino a Cinisi? Quali erano le reazioni della cittadinanza?             

«Lui veniva considerato un alieno sotto certi aspetti. Uno che rompeva gratuitamente le scatole. Veniva considerato scomodo. Faceva le denunce contro il traffico di droga e la gente si è arricchita in quel Paese. In quegli anni non c’erano controlli, la gente andava e veniva dall’America, l’aeroporto era in mano alla mafia. In alcuni casi, anche per paura, la gente si allontanava. Però nell’ultimo periodo Peppino stava acquisendo molti consensi. I suoi comizi erano affollati, le trasmissioni in radio erano seguite. La gente stava cominciando ad aprirsi. Poi è arrivato l’omicidio».

Prima di arrivare a quella maledetta notte dell’8 maggio 1978 dobbiamo fare un ulteriore passaggio. Peppino decide di candidarsi alle elezioni comunali di Cinisi del 14 maggio. L’ultimo schiaffo ai mafiosi locali?

«Sarebbe stato sicuramente eletto, con meno voti rispetto a quando è stato eletto, successivamente, da morto. I mafiosi hanno avuto ancora più paura, perché all’interno del consiglio comunale, sicuramente, li metteva in difficoltà. Lo avrebbero dovuto ascoltare, era una figura istituzionale, non potevano far finta di nulla, non potevano nascondere le carte. Prima i cittadini non potevano vedere certe carte. E la mafia ha avuto paura».

La goccia che fa traboccare il vaso e che porta alla decisione finale di eliminare fisicamente Peppino è la candidatura in consiglio comunale?

«Sicuramente sì. Quando Peppino decide di candidarsi consigliere comunale, è chiaro, i mafiosi capiscono che bisognava agire al più presto possibile. Bastava una settimana per rompere gli equilibri e sarebbe stato più difficile ucciderlo. Lo hanno camuffato come forma di attentato, con l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri, dei servizi segreti, tutta questa sporcizia che gira attorno a settori istituzionali. Badalamenti era molto amico dei carabinieri e delle istituzioni. Non è stato difficile organizzare l’omicidio, sotto forma di attentato terroristico. Non a caso i carabinieri e i giudici di allora non hanno fatto altro che depistare le indagini, facendole a senso unico. Cercando di infangare la sua memoria. Facendolo passare per terrorista. Senza l’appoggio delle istituzioni Badalamenti non avrebbe mai commesso questo omicidio in questo modo. Magari lo avrebbe commesso in un momento diverso, in maniera completamente diversa».

Questo omicidio viene commesso a tavolino partendo dal ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro? C’è un collegamento tra i due fatti? Badalamenti era stato informato?

«È difficile da dimostrare, anche se nella sentenza del processo Pecorelli, anche se poi sono stati assolti tutti, viene fuori che Badalamenti sapeva dell’omicidio di Moro o, quanto meno, dopo che c’era stato un tentativo di una parte della DC di salvare l’On. Moro. C’è stato un dialogo tra i Salvo e Tano Badalamenti, che ha incaricato Buscetta, che era recluso nel carcere di Cuneo dove c’era anche Curcio insieme a tanti altri, di parlare con i brigatisti. Bisogna vedere se tutto questo è vero. Sembrerebbe che i brigatisti avrebbero detto che in quei giorni lo avrebbero ucciso e Badalamenti già sapeva qualcosa. O si è ispirato a quel clima. Ma non mi sento in grado di confermarla questa cosa».

Lei come la ricorda la sera dell’8 maggio del 1978? Quando scatta l’allarme?

«L’allarme scatta nei compagni. Gli stessi compagni tentarono di non allarmare la mia famiglia, perché pensavano di poterla risolvere la cosa. Noi aspettavamo Peppino, anche lui doveva partecipare all’invito di questi ospiti che venivano dagli Stati Uniti. Noi non ci siamo troppo preoccupati perché lui, abitualmente, veniva tardi, non cenava, soprattutto quando c’erano le elezioni. Quella sera lui non è venuto. A un certo punto bussano alcuni compagni e chiedono di Peppino. E poi l’indomani mattina è successo quello che è successo».

Da chi avete appreso la notizia?

«Dai carabinieri che sono venuti a fare la perquisizione a casa nostra. Poi mi hanno portato in caserma, mi hanno interrogato. Un interrogatorio terribile, tutto in funzione dell’attentato terroristico».

Lei è andato sul luogo del massacro?

«No, alcuni compagni me lo hanno impedito. Sul luogo del massacro ci sono andati i suoi compagni che, addirittura, hanno raccolto i resti perché i carabinieri non volevano fare più indagini. Hanno fatto di nascosto alcune foto che sono rimaste nella storia».

E per arrivare alla verità avete dovuto aspettare quasi trent’anni.

«Più di venticinque anni. Se per verità si intende i processi con la sentenza abbiamo dovuto aspettare quasi trent’anni, però avevamo la verità storica».

In questa storia c’è una donna combattiva: la signora Felicia.

«Lei ha avuto un ruolo importante. Sotto certi aspetti è stata determinante. Subito dopo va avanti con le sue denunce. Non ha problemi a denunciare gli autori di questo delitto. Non si tira indietro. Fa nomi e cognomi. Questa è stata una sorpresa per tutti, spiacevole soprattutto per la mafia. Hanno capito che noi stavamo facendo sul serio, che non avevamo nessuna intenzione di mollare, di tirarci indietro. Non si aspettavano una reazione del genere, soprattutto di mia madre. Mia, nostra e anche dei compagni di Peppino. I primi due o tre anni sono stati loro in prima fila e hanno rischiato pure la vita nel fare le denunce».

Qual è stato il ruolo di suo padre? Ha protetto Peppino fin quando ha potuto?

«Il ruolo di mio padre è un po’ particolare. Lui lo butta fuori di casa, lo ripudia come figlio perché era comunista, perché era eretico, perché parlava male dei suoi parenti mafiosi. Però poi quando lo vede in pericolo, nel film (I Cento Passi, ndr) viene fuori questo particolare, tenta di salvarlo. Si reca negli Stati Uniti in cerca di protezione per il figlio. Quando Badalamenti gli comunica che lo volevano uccidere va a parlare con gli amici americani. Poi, purtroppo, il fatto non si è potuto più risolvere perché hanno deciso di ucciderlo. Anche quando è stato buttato fuori di casa è stata una forma di protezione per dire ai suoi amici mafiosi “ci sto pensando”. Però, poi, è successo quel che è successo».

Nel film, che lei ha citato, c’è la scena della morte di suo padre. Ma è stato un suicidio o un omicidio?

«È stato un omicidio, anche se noi non abbiamo una sentenza. Purtroppo c’era stato il tentativo di aprire un fascicolo anche su questo, ma i responsabili erano tutti morti».

Qual è la spiegazione di questo omicidio?

«Mio padre faceva parte dell’organizzazione mafiosa, vincolato dal giuramento. In alcuni casi, quando Cosa nostra ordina, devi eseguire e non ti puoi ribellare. In quel caso Luigi Impastato doveva uccidere suo figlio. Lui non si poteva permettere di tentare di salvarlo. In quel caso doveva morire. È stato ucciso anche perché poteva diventare pericoloso, mio padre era una testa calda».

Quali battaglie condurrebbe oggi Peppino Impastato?

«Sarebbe accanto a noi per condurre le battaglie contro il razzismo, a favore degli immigrati. Condurrebbe le sue battaglie insieme ai movimenti che nei loro territori difendono le terre e la natura come i No Tav, come i No Muos, come i No Triv. Sarebbe al fianco dei movimenti contro la globalizzazione, contro lo squilibrio delle risorse e a quel mondo cattolico di base che porta avanti quelle battaglie di civiltà e di democrazia. Sarebbe, sicuramente, deluso della situazione politica attuale, sarebbe deluso della sinistra che è scomparsa. Però le battaglie sociali, di civiltà e di democrazia, a prescindere, bisogna portarle avanti. Sono battaglie per i diritti, per il rispetto della Costituzione e per la dignità umana. Peppino sarebbe accanto a noi su queste battaglie.

© Franco Zecchin
10 maggio 1978. Funerali di Peppino

centroimpastato.com

da WordNews.it

Il testimone: “Quel mondo degli appalti che mi ha ‘ucciso'”

crollo-ponte

Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra. 

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.

 

La storia si ripete ogni volta ed il mio sacrificio resta inutile. Quando decisi di denunciare la corruzione e le infiltrazioni della camorra nelle grandi opere autostradali, credevo che qualcosa potesse cambiare che quel modus operandi non era la regola.

Ma invece mi sbagliavo: alla fine ho salvato molte vite umane, ho fatto annullare appalti milionari, ho fatto scoprire anomalie costruttive che mai sarebbero venute alla luce senza le mie denunce, ma il prezzo che ho pagato non ha limite. Escluso a vita dal mondo dei lavori pubblici, marchiato come infame e traditore, isolato e costretto a vivere lontano per sempre dalla mia terra. Nascosto per ragioni di sicurezza e per poter continuare a vivere una vita non mia.

Erano gli anni in cui un ragazzo di 37 anni viveva come una favola una carriera manageriale da fare invidia. Lavori per milioni di euro e quell’ambizione che mi faceva lavorare quindici ore al giorno: giornate in cui si viaggiava per tutta l’Italia dove l’unico obiettivo era conquistare un’altra commessa. 

Ma furono anche gli anni in cui ho visto come la corruzione e la camorra comandava in Autostrada e a conti fatti sembra che sia stato il solo a vedere e a denunciare.

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.
Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra.

Quei colletti bianchi che in tutti i modi hanno cercato di sviare le indagini, di offuscare la mia figura di testimone, di screditare il mio essere uomo onesto.
Oggi credo, con molta certezza, che in molti sanno ma nessuno denuncia. Tutto ciò è linfa per la camorra ed i corrotti: rolex, soldi, escort sono parte di quel maledetto mondo degli appalti che troppo spesso rivaluta i corrotti.

Oggi il mio cuore è spezzato nel vedere l’ultima inchiesta sulle mazzette e putroppo non finirà qui perché se si punisce gente come me allora la legalità non farà mai parte di quel mondo.


Ciliberto Gennaro
testimone di giustizia

Gennaro C.

SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE. Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE

Il Governo italiano ha stanziato 400milioni di euro per sanare le differenze: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Questa è la classifica realizzata da FORUM PA e presentata, in collaborazione con Bologna Fiere, nella giornata di apertura di Smart City Exhibition. Dai dati emerge il ritratto di un Paese diviso in due, con un netto predominio del Centro-Nord in tutte le dimensioni analizzate: economia, ambiente,governance, qualità della vita, mobilità, capitale sociale. 

“Nel nostro Paese – spiegano al Forum – la corsa verso le smart city è appena cominciata, ma alcune città hanno già un bel vantaggio sulle altre. E purtroppo, ancora una volta, l’Italiaappare divisa in due: grandi o piccole che siano, infatti, le città intelligenti stanno tutte alCentro-Nord”. Bologna, Parma e Trento occupano la testa della classifica generaleseguite da Firenze, Milano, Ravenna, Genova, Reggio-Emilia, Venezia e Pisa. Solo al 43° posto la prima città del Sud, che è Cagliari, seguita da Lecce (54°) e Matera (58°).

Fanalino di coda Caltanissetta, Crotone ed Enna. “La classifica, piuttosto che considerarsi un punto di arrivo, vuole essere utile per fotografare lo stato attuale, di partenza dei processi in corso”, secondo Gianni Dominici, direttore generale di FORUM PA. “Per quanto riguarda lostacco tra le città del Centro-Nord e quelle del Sud in prospettiva si spera che la compattezza di questo schieramento venga incrinata, anche grazie ai finanziamenti già assegnati con il primo bando del MIUR esclusivamente rivolto alle regioni dell’obiettivo convergenza. Diversamente anche le Smart Cities, le comunità intelligenti, rischiano di diventare l’ennesima occasione perduta per un territorio in cerca di prospettive”.

La classifica è stata formata con oltre cento indicatori, riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità della vita. Abbiamo contattato il curatore della ricerca, Gianni Dominici, per capire meglio il progetto: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per cercare di far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città e nei nostri territori”.

Quali devono essere le caratteristiche fondamentali per una città smart?

Una nuova concezione di considerare il territorio e, soprattutto, gli attorti nel territorio, non più semplici destinatari degli interventi dei servizi e delle politiche, ma come soggetti e protagonisti coinvolti. Una smart city è una città che coinvolge, con obiettivi chiari e condivisi, basati sulla qualità della vita, sullo sviluppo sostenibile e sullo sviluppo del capitale umano.

Tutto questo come si riflette sulla società e sull’economia?

Si riflette sia a livello collettivo che individuale, condividendo i vari modelli operativi. In termini economici è evidente che abbiamo bisogno di considerare anche i nuovi modelli per lo sviluppo. Non si può più semplicemente parlare di pil, ma di benessere, di qualità della vita. È necessario immaginarci nuove forme di sviluppo, non basate semplicemente sul pil, ma anche su concetti come il benessere, la qualità della vita e lo sviluppo sostenibile.

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Quali sono le differenze con le città del meridione?

Purtroppo le differenze con le città del meridione ci sono e sono anche evidenti. La prima città del meridione in classifica è Cagliari, che è 43^. La nostra vuole essere una classifica finale, più che un punto di arrivo, un punto di partenza. La nostra è una griglia di partenza, con la quale le città si sono schierate per seguire questo percorso. Purtroppo le città del sud partono svantaggiate perché pagano anni e anni di sottosviluppo e di malgoverno.

Partono svantaggiare, ma sono destinate a rimanere indietro?

Speriamo di no. Il Governo si sta muovendo e attrezzando.

In che modo?

Sono già stati assegnati circa 400milioni di euro alle città del meridione. Speriamo che questi soldi portano a dei risultati concreti.

Quattrocento milioni di euro stanziati da questo Governo…

Si, il Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica ha stanziato un miliardo di euro. Una prima gara per le città del sud e una gara, ancora in corso, che si chiuderà a metà novembre. Una bella iniezione di denaro.

Basta l’iniezione di denaro per eliminare il distacco tra Sud e Nord?

È evidente che il gap non è soltanto infrastrutturale e tecnologico. Ci vogliono anni e anni per ridurre questo distacco.

da L’INDRO.IT di martedì 30 Ottobre 2012, ore 18:30

http://lindro.it/Smart-City-un-abisso-tra-il-Sud-e,11309#.UJl8gG9mJ7s

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI. Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI

“Il Governo dei tecnici è miope. Ci stiamo avvicinando alla Grecia. Con il ddl stabilità si mettono a rischio servizi necessari e 40mila posti di lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“L’impatto dell’aumento dell’IVA alle cooperative sociali non è accettabile; avrà una serie di effetti deprimenti per le famiglie, le stesse cooperative sociali e per le istituzioni locali, senza alcun vantaggio reale per lo Stato”Non usa mezzi termini l’Alleanza per le Cooperative italiane per criticare il ddl stabilità e per denunciare una situazione drammatica “per una scelta miope del Governo dei tecnici, che non conoscono questa materia”.

In un documento dettagliato elencano, punto per punto, tutto quello che sta accadendo etutti i pericoli che possono essere scongiurati. Come i 20 mila posti di lavoro, “che però potranno raddoppiare a 42mila”, tagliati nelle cooperative sociali“L’art. 12 del disegno di legge di stabilità, ai commi 14-16, prevede che le prestazioni socio sanitarie, educative, di assistenza domiciliare o ambulatoriale o in comunità o simili o ovunque rese, in favore di anziani ed inabili adulti, tossicodipendenti e malati di AIDS, degli handicappati psico-fisici, dei minori, anche coinvolti in situazioni di disadattamento e di devianza rese da cooperative sociali e loro consorzi siano assoggettate ad aliquota del 10% e non più del 4%; ferma restando la facoltà per le cooperative sociali di optare per il regime di esenzione previsto dal d. lgs. 460/97 sulle ONLUS”.

Ma cosa significa? Che vengono cancellati, con un colpo di spugna, asili nido, presidi sanitari, educativi. Che vengono negati servizi essenziali agli anziani, ai minori, ai malati. Per capire meglio cosa sta accadendo abbiamo contattato il presidente dell’AGCI (Associazione generale cooperative italiane), responsabile del settore Solidarietà, Eugenio De Crescenzo.“Nel sentire del Governo c’è una visione ragionieristica dei dati, senza analisi e conoscenza delle conseguenze che le scelte provocano. Questa questione non può essere coperta da una presunta infrazione in sede comunitaria”.

Il riferimento è alla questione posta dalla Commissione europea della compatibilità con il diritto comunitario (la direttiva Iva 2006/112/CE) del regime IVA (aliquota al 4%) riservato dall’ordinamento italiano alle prestazioni socio sanitarie ed educative rese dalle cooperative e loro consorzi. Un progetto pilota (’EU Pilot’), una richiesta di informazioni che non comporta necessariamente una procedura di infrazione, “procedura che, sottolineiamo con forza, comunque non è stata ancora avviata”.

In Italia sono circa 12 mila le cooperative sociali. È un settore che offre lavoro a quasi400mila persone ed è in costante crescita. Nel corso degli anni ha aggregato una rete di servizi di welfare che, attualmente, raggiunge circa 7 milioni di cittadiniGli ultimi, i più sfortunati. Il 70% del fatturato della cooperazione sociale arriva dagli enti pubblici, il 30% dalla domanda privata pagante, cioè dalle famiglie. Ma cosa si rischia? Nel documento preparato dall’Alleanza per le Cooperative italiane c’è un lungo elenco che tocca gli enti locali, che non hanno risorse per far fronte all’aumento di sei punti percentuali e che forniranno nel 2013 meno servizi sociali ai cittadini; l’aumento di evasione e irregolarità del lavoro; il taglio dei servizi di inclusione sociale per le fasce più deboli; i ritardi di pagamento;il freno per l’economia sociale (“nessuno può reggere nel contesto della crisi economica un aumento del 150% dell’Iva”); il taglio di 20mila posti di lavoro, che potranno arrivare a42mila; il senso di frustrazione e rabbia dei soci verso l’azione del Governo, giudicata come“un accanimento” dell’’Esecutivo e dei suoi rappresentanti. Secondo De Crescenzo “il Governo non ha la memoria interna di quello che è successo. Perché le cooperative sociali hanno l’Iva al 4%?”.

Lo dica lei.

Non è un caso del destino, non è per fare concorrenza sleale nel sistema imprenditoriale della produzione del welfare. È una scelta politica mirata e consumata che è stata fatta nel momento in cui si sono analizzati tutti gli elementi specifici, originali della cooperazione sociale delle cose che fa. Per cui questa memoria in questo Governo non c’è. Non c’è uno che ne capisce di questa roba. Nello stesso decreto si abbassa la potenzialità di detrazione derivante dalle donazioni a favore delle Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale,ndr). Se è un disegno organico del Governo per smantellare il welfare privato del Paese ce lo dicano. Potrebbero presentare una piattaforma e dire ‘il terzo settore per noi è un peso’. Così si prendono l’onere di dimostrarlo.

Che significa smantellare il welfare privato nel Paese?

In un documento del Governo si dice che aumenta il costo dei servizi sociali agli Enti locali, che sono stati decurtati delle loro capacità finanziarie per intervenire sulle politiche sociali, con un aumento del 150% sull’indice, dal 4 al 10, che diventa 11% per l’aumento complessivo dell’Iva, vuol dire che non ci si rende conto che si sta parlando di 400mila operatori sociali, di 12mila aziende che danno servizi alla fascia più debole del Paese e questa cosa qui, l’incasso di 150milioni dall’aumento, crea un danno enorme. Se poi nel documento si mette pure che i soggetti privati, attraverso l’istituto della donazione, non hanno più vantaggi fiscali, si toglie linfa a un pezzo d’Italia che si occupa degli ultimi, dei sette milioni di disagiati presenti nel nostro Paese, certificati dall’Istat. Prendersela con i nani è la strada scelta dal Governo.

Praticamente, che significa toccare in questo modo questo settore?

Aumenta il costo del servizio, conseguentemente i servizi andranno tagliati. Gli Enti locali non hanno le risorse per poter aumentare il costo del servizio. Stiamo contestando anche l’articolo 15 del ddl, che dice che bisogna fare tagli del 5% alle Asl.

Ci stiamo avvicinando sempre di più alla Grecia?

Certo, abbiamo fatto un grande passo nel canale d’Otranto. Noi prevediamo un’espulsione di20-25mila persone dal mondo del lavoro, con costi sociali altissimi. Non c’è un disegno strategico, ma solo un’ignoranza dei dati. I costi che vengono fuori da questa azione sono molto, ma molto maggiori dai vantaggi ragionieristici e di cassa che loro ne avrebbero.

Come si può risolvere questa situazione?

Magari aprire un dossier su una cosa di questo tipo, incontrarsi e discuterne.

Lei dice che i tecnici sono ignoranti in questo campo…

Si rivolgano a chi questo lavoro lo fa. Le politiche sociali in Italia, trent’anni fa, l’hanno fondate le nostre sigle. I propulsori di un movimento culturale.

Qual è l’azione che voi porterete avanti?

Abbiamo incontrato tutti i capigruppo dei partiti politici, abbiamo incontrato le Commissioni, abbiamo inviato al Governo una relazione specifica. Sono tanto europeisti, ma lo sanno che la comunità europea sta ridiscutendo il sistema generale dell’Iva?

Se la situazione dovesse rimane così com’è…

Il 31 ottobre siamo sotto Palazzo Chigi, non ci stiamo ad essere complici di un abbassamento del livello di civiltà di questo Paese. Vogliamo discutere tutto.

da L’INDRO.IT di venerdì 26 Ottobre 2012, ore 18:46

http://lindro.it/Tagli-anche-per-le-cooperative,11251#.UJl6S29mJ7s

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO. Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO

“Sono fondamentali punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare al di fuori dei confini”

“Reti, filiere e qualità dell’internazionalizzazione per i Territori: cultura, turismo, credito e servizi per le PMI”. Questo è il tema della XXI edizione della Convention mondiale delleCamere di Commercio Italiane all’Estero, che si sta svolgendo a Perugia in questi giorni.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Perugia, in collaborazione conUnioncamere e Assocamerestero, “costituisce – secondo gli organizzatori – un momento di sviluppo dei rapporti della rete camerale all’estero con tutti i soggetti attivi nella promotion italiana, in particolare con quelli operativi nel territorio ospitante, e favorisce l’incontro diretto tra i delegati camerali e le imprese del territorio. Le Camere di Commercio Italianeall’Estero costituiscono da sempre dei validi punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare all’estero, grazie alla loro profonda conoscenza dei mercati di sbocco e al continuo monitoraggio delle opportunità di business in tutte le aree del mondo”.

Abbiamo contattato il segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, per fare il punto sulla situazione: “gli argomenti sono stati fondamentalmente due: il primo relativo alle politiche di promozione sull’estero per le imprese piccole e medie, mentre il secondo tema, di grande importanza, ha riguardato il sistema Italia, come ci si organizza per supportare queste imprese”.

Quali le differenze con le passate edizioni della convention mondiale?

Ci siamo sempre occupati di politiche di propulsione, quindi sul primo versante ci siamo posti in continuità con le altre edizioni. Abbiamo analizzato il sistema di subfornitura, ampiamente assente dall’approccio sui mercati internazionali.

Spieghiamo cosa fa il subfornitore.

Sostanzialmente vende pezzi al produttore finale che li assembla e li esporta. Analogamente l’esportatore sul discorso della distribuzione finale e dell’assistenza post-vendita è un po’ carente. Dobbiamo, quindi, articolare anche l’attività di propulsione sull’estero. Che significa, da un lato, una politica diversa per l’importazione strategica. Dall’altro lato c’è un discorso sulle reti distributive e di assistenza per le quali, obiettivamente, serve un maggiore contenuto di finanza. Da questo punto di vista è intervenuto anche il ministroPassera.

Come si sta comportando il governo tecnico in questo settore?

Ha scelto un approccio di grande concretezza e di grande plausibilità.

Si spieghi meglio.

Il governo ha detto ‘quali sono i principali soggetti che in Italia istituzionalmente aiutano le imprese sull’attività di promozione?’. In Italia abbiamo le Camere di commercio italiane, che sono diffuse sui territori. Quindi bisogna fare in modo che presso le Camere di commercioitaliane ci siano in Italia dei punti di prima assistenza. E sull’estero quali sono i soggetti radicati che fanno attività per l’estero? Le Camere di commercio italiane all’estero, soggetti di matrice privata che grazie al riconoscimento dello Stato italiano supportano le imprese sui mercati esteri.

Facciamo qualche esempio.

Ogni anno un’attività di supporto alla promozione si aggira intorno ai 50 milioni di euro, con un basso cofinanziamento da parte dello Stato italiano. Non arriviamo al 20 per cento. Un ente pubblico deve cercare di aprire le strade laddove non c’è ancora un interesse del mercato, abbiamo ancora tutta l’Africa subsahariana, molto interessante, che ancoranecessita di un interesse di mercato forte. Abbiamo parti consistenti dell’Asia, che non sono soltanto Cina, India e Giappone, ma sempre di più Vietnam, Cambogia, ecc. Abbiamo parti consistenti di quella che era una volta un pezzo dell’Unione Sovietica. Su questi mercati la nostra presenza verrà rafforzata. Sui mercati in cui c’è già una buona presenza dell’Italia investiamo di più sulle Camere di commercio italiane all’estero, perché costano poco e riescono a supportare, a condizioni di mercato, le imprese. Il tutto avviene all’interno di un contenitore che è, sostanzialmente, l’Ambasciata o il Consolato che viene a rappresentare l’interesse complessivo del Paese, che orienta le diverse priorità del Paese. Noi facciamo un discorso di importazione strategica e qui rientrano le Camere di commercio italianeall’estero. Questa è stata la proposta del Governo e noi ci stiamo già muovendo.

Qual è lo stato di salute del sistema camerale all’estero?

Varia dal discreto al buono. Abbiamo attraversato un anno di grandissima difficoltà, il 2010 èstato un anno in cui, dalla sera alla mattina, le Camere italiane all’estero per i provvedimenti di contenimento del governo si sono viste tagliare il 50 per cento del cofinanziamento ai propri progetti, soldi che erano già stati spesi. Nel 2010 facevamo come fatturato complessivo circa 53/54 milioni di euro, adesso facciamo 47/48 milioni. Nel 2010 le Camereavevano circa 600 tra dipendenti e collaboratori e adesso siamo di poco superiore ai 500. Ci sono stati dei grossi processi di riorganizzazione. Però mentre nel bilancio 2010 verificavamouna situazione di grandi difficoltà per 20/25 Camere di commercio, i bilanci attuali ci dicono che una parte consistente di queste situazioni di difficoltà sono state superate.

Avete perso due Camere di commercio all’estero.

In Austria e in Canada. Abbiamo attraversato una grossa situazione di sofferenza su Parigi, che è in fase di risoluzione. Le Camere ci sono se servono.

da L’INDRO.IT di martedì 16 Ottobre 2012, ore 19:36

http://www.lindro.it/Lo-stato-di-salute-delle-Camere-di,11029#.UIWIY28xooc

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA. Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA

Nel 2011 in Italia sono state emesse 64mila sentenza di sfratto. Senza che mai venisse garantito il passaggio da casa a casa: “O la legge si applica o il Governo abbia il coraggio di eliminarla”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Campagna Sfratti Zero. Questo è lo slogan lanciato dall’International Alliance of Inhabitants(IAI) a Mumbai nel gennaio del 2004, per mobilitare la solidarietà internazionale, per ridare la speranza della dignità e della sicurezza abitativa utilizzando tutti gli strumenti necessari.

L’obiettivo è il diritto alla casa per tutti, perché nessuna persona deve essere sgomberata. In caso di trasferimento necessario si devono trovare preventivamente soluzioni abitative dignitose, sicure e concordate con gli abitanti interessati. Un segnale di civiltà importante. Dall’IAI fanno sapere che “un miliardo di persone in tutto il mondo soffre attualmente per l’insicurezza abitativa causata da grandi investimenti del capitale finanziario ed immobiliare, discriminazioni sociali, economiche e razziali, guerre, disastri naturali. Questo numero di senzatetto e mal alloggiati, anziché diminuire di 100 milioni entro il 2015 come stabilito dall’obiettivo n. 7 dei Millennium Development Goals, è destinato a crescere di altri 700 milioni entro il 2020”.

Dati drammatici che fanno immaginare storie drammatiche. Ma quali sono le cause principali? Secondo l’Interntional Alliance of Inhabitants le ragioni devono essere ricercate nelle regole “neoliberali dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale” che impongono i tagli alle politiche sociali e le privatizzazioni del settore.

Anche in Italia, da ieri, sono partite le giornate dedicate all’iniziativa ’Sfratti Zero’: un centinaio le manifestazioni, organizzate da oltre 500 promotori per sensibilizzare i governi nazionali e locali a rispettare il diritto alla casa, stabilito dall’art. 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (PIDESC). Ratificato dall’Italia con la legge 881/77,“quotidianamente e pesantemente violato dalle scelte governative nazionali e locali”.

Per l’IAI “il governo Monti e gli enti locali lasciano fare al libero mercato, tagliano la spesa pubblica, azzerando il fondo per gli affitti e il finanziamento delle case popolari, in particolare provocando sfratti senza alternativa, sono responsabili delle pesanti violazioni degli obblighi legali assunti dall’Italia con la ratifica del PIDESC”.

La relatrice speciale ONU sul Diritto alla casa, Raquel Rolnilk, partecipando al Tribunale Internazionale sugli sfratti organizzato a Napoli, è rimasta sconcertata dalle denunce presentate e ha dichiarato che l’Italia è ormai in cima all’agenda delle sue prossime missioni ufficiali.

Abbiamo contattato Massimo Pasquini, componente della segreteria dell’Unione Inquilini di Roma e autore del documento sulle iniziative partite ieri, per capire meglio la situazione italiana. “Noi siamo partiti dai dati diffusi dal Ministero degli Interni qualche mese, relativi al 2011. Quei dati dicevano che nel solo 2011 erano state emesse 64mila sentenze di sfratto, 56mila per morosità. Nove sfratti su dieci sono tanti e la crisi economica sta mordendo, in particolare, le famiglie che stanno in locazione”.

Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali è stato ratificato con legge 881 del 1977.

Non è stato mai applicato. Nella norma si dice che i governi e gli enti locali si impegnano a garantire il passaggio da casa a casa. Questo non avviene in Italia. Due sono le cose: o si applica o il Governo italiano abbia il coraggio di eliminarlo, perché non è capace di metterlo in pratica.

Come si sta comportando il governo dei tecnici su questa tematica?

Il governo Berlusconi aveva tagliato dell’85 per cento il fondo nazionale contributo affitto, il governo Monti lo ha completamente azzerato. Faccio presente che al contributo affitto, in Italia, partecipano 300mila famiglie, che senza il contributo vanno in morosità.

Quali sono le ragioni di questi comportamenti?

Il governo, da Berlusconi a Monti, e le Regioni, hanno continuato a fare piani casa per le grandi aree urbane. L’ultimo è il piano città, due miliardi per 70mila appartamenti privati. Si continua a pensare che il problema casa sia un problema delle grandi aree urbane, ma abbiamo visto che il problema casa aggredisce soprattutto i piccoli e medi centri.

Perché si continua a intervenire nelle grandi aree urbane?

Perché la speculazione, la rendita fondiaria ha maggiori introiti. Bisogna uscire da questa logica, bisogna ragionare su fatti e su situazioni reali. In Italia ci sono 650mila famiglie collocate nelle graduatorie.

E l’impegno del Parlamento?

Dal punto di vista parlamentare c’è un’arretratezza dei singoli parlamentari, da parte di tutti. Il governo ha ottimi e affidabili amici, nessuno si è mai posto il problema della questione casa in maniera chiara e concreta, a partire dai fabbisogni reali. Continuiamo a lavorare come se nulla fosse e come se fossimo ancora a trent’anni fa. È una situazione allarmante e sconcertante, però prima o poi dovranno fare i conti con noi.

Su questa questione è intervenuta anche la relatrice speciale ONU, Raquel Rolnilk.

Il suo intervento non è stato minimamente preso in considerazione. La relatrice Onu sarà in Italia a breve, per venire a verificare lo stato di attuazione dell’articolo 11. Pare strano che si parla di Europa soltanto quando si parla di banche. Vorrei ricordare che in Europa, ad esempio, hanno quattro volte le case popolari che ci sono in Italia. La Francia, a partire anche da Sarkozy, ha deciso di costruire nei prossimi anni 150mila alloggi sociali all’anno. Esattamente il contrario di quello che facciamo in Italia.

La campagna ‘sfratto zero’ è partita nel 2004…

Si, l’Alleanza Internazionale degli Abitanti che è un organismo internazionale che associa strutture, sindacati, comitati, associazioni, architetti, enti locali di tutto il mondo, ha lanciato il mese di mobilitazione. In Italia è la prima volta, quest’anno, che arriviamo a questa campagna in maniera così forte, così articolata e così presente sul territorio. Abbiamo voluto lanciare un segno, che in Italia il problema casa esiste, che non è un problema di una minoranza e che non è una questione da sottovalutare. L’azione continua, abbiamo programmato picchetti antisfratto in tutt’Italia nei prossimi giorni. Il 26 ci sarà un’iniziativa unitaria dei ’sindacati inquilini’ davanti a tutte le prefetture e a metà novembre è prevista una manifestazione davanti al Ministero delle Infrastrutture. Proseguiamo nella battaglia e saremo anche noi in questo autunno di rivendicazioni e di diritti sociali.

da L’INDRO.IT di giovedì 11 Ottobre 2012, ore 18:47

http://www.lindro.it/Sfratti-Zero-anche-l-Italia-si,10943#.UIWGU28xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Dopo le scelte del Governo tecnico si registrano le posizioni dei partiti

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Esodati e lavoro: i temi dell’imminente campagna elettorale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le riforme del Governo Monti sembrano non piacere ai partiti. Agli stessi partiti che in questi ultimi mesi hanno appoggiato in tutto e per tutto l’esecutivo voluto e sostenuto fortemente dal presidente della Repubblica. Dopo il lavoro dei tecnici si è già messa in moto la macchina della politica per ‘demolire’ l’impianto realizzato per gli esodati (“il costo degliesodati è maggiore del risparmio ottenuto”, aveva attaccato l’altro giorno l’ex ministroTremontie per la questione lavoro. Per molti di loro ci sono degli errori da correggere. La stessa cosa si è ripetuta qualche minuto dopo l’approvazione della spending review.

L’Italia è un Paese strano. I rappresentanti del parlamento accettano e votano la fiducia e subito dopo proclamano: “questa spending review qualche imperfezione ce l’ha. Ci sono cose che vanno un po’ riviste, come sulla scuola. Si tratta di tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Il concetto è stato espresso qualche giorno fa dal leader del Pd, Bersani. Gli stessi ragionamenti si stanno ripetendo per la riforma delle pensioni e del lavoro del ministro ElsaFornero. A cosa servono questi tecnici, se dopo il loro intervento ci sono i partiti che cercano nuove modifiche? Non sarebbe meglio farle prima, evitando la fiducia? Che ruolo sta avendo il Parlamento in Italia? Tutto è nelle mani di un Governo super blindato. Quando si registra una piccola critica, ci si appella alla crisi economica mondiale. Per zittire il contestatore di turno. Ora nel mirino dei partiti, in vista anche della nuova campagna elettorale, ci sono le pensioni, il problema degli esodati e la riforma del lavoro.

Alla Camera dei Deputati è passato l’ordine del giorno bipartisan dell’ex ministro del Lavoro Damiano (Pd). Cinque articoli per unificare le proposte di legge DamianoDozzo(Lega) e Paladini (Idv), che hanno ricevuto il voto di Pdl, Udc e Fli. Nella mozione c’è la possibilità di un allargamento per gli esodati ancora da salvaguardare e c’è l’introduzione di un nuovo canale aggiuntivo di pensionamento. Una controriforma per cancellare il lavoro, aspramente criticato non solo dalla politica, del Ministro Fornero. Per il giuslavorista Ichino:“Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità aggiuntive di lavoro”. Dello stesso avviso il senatoreMorando“Non si può rimettere in discussione l’impianto della legge Fornero, ma bisogna senza alcun dubbio affrontare il problema sociale degli ’esodati’. Questo deve essere affrontato come un problema sociale, non da mettere sul conto della previdenza”. Ma non tutte le posizioni sembrano essere favorevoli: il capogruppo del Pdl, Cicchitto ha dichiarato:“Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità specifiche e una ulteriore di fondo”. Per Mario Adinolfi (Pd): “Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne”.

Ha spiegato il ’Corriere della Sera’: “la proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni)”. Gli esodati “potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione)”.

Il Pd e il Pdl hanno previsto anche come finanziare la loro proposta. Aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e sulle lotterie istantanee. Questa sembra essere la ricetta dei due partiti che ha fatto registrare diverse spaccature, diversi punti di vista. La stessa apparente convergenza non è stata raggiunta, però, sulla questione lavoro. Anche questa riforma, siglata dalla Fornero, non sembra accontentare tutti. Anzi, sembra non piacere a nessuno. Norme, che per molti, vanno incontro alle aziende e a danno dei lavoratori. Il Pd e ilPdl, su questo tema, si trovano agli antipodi, soprattutto sull’articolo 18 (c’è in ballo l’accordo elettorale con Sel di Vendola). E, sulla carta, sono già pronti a darsi battaglia in campagna elettorale su un tema fondamentale per il futuro del Paese. Sulla carta.

da L’INDRO.IT di martedì 14 Agosto 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Riforme-La-politica-si-organizza,9967#.UHRn0pgxooc

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Intervista al presidente di Bin Italia, Luca Santini

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Per la Fornero: con questa garanzia “gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La campagna sul reddito minimo garantito è stata lanciata. Nelle piazze italiane si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge, sostenuta da un comitato, aperto e trasversale, con la presenza di movimenti, associazioni, partiti e sindacati. Come la Bin Italia (Basic Income Network), un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche in Italia una misura di welfare presente in tutta Europa. Per presentare la legge occorrono 50 mila firme, che devono essere raccolte entro la fine dell’anno.

Ma cos’è il reddito minimo garantito? Lo abbiamo chiesto a Luca Santini, presidente di Bin Italia: “Il reddito minimo garantito è un insieme di risorse economiche, ma anche di servizi in natura che si chiama reddito indiretto, che è rivolto a tutti i residenti di una determinata comunità politica che si trovano al di sotto di un certo reddito di risorse e di benessere. Si rivolge a tutti coloro che queste risorse non le hanno”.

Ai disoccupati e ai precari.

Principalmente a loro, ma anche alle persone impossibilitate a lavorare.

E’ stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire questo reddito minimo garantito. A che punto siamo?

La proposta è formalizzata, secondo la legge ci sono sei mesi di tempo per raccogliere almeno50mila firme entro la fine dell’anno, per poter presentare questo progetto alla discussione delle Camere. Ci sono molte adesioni che sono arrivate da singole personalità, dal mondo associativo e anche alcune forze politiche hanno ritenuto la bontà della proposta e l’hanno fatta propria. Si stanno organizzando appuntamenti e banchetti di raccolta firme in tutta Italia. Un fatto un po’ anomalo e curioso nel mese di luglio che non favorisce l’iniziativa politica, nemmeno quella dal basso e della società civile. Però, dalle notizie che abbiamo, la raccolta firme sta andando molto bene. L’obiettivo delle 50mila firme è certamente nel mirino, ma sentiamo di poterci dare un obiettivo anche più ambizioso che è quello di fare entrare con prepotenza il tema nel dibattito politico ufficiale, di farlo vivere nel corpo sociale.

Lei fa parte di un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche nel nostro Paese una misura di welfare presente in tutta Europa, tranne in Italia e in Grecia. Perché questa anomalia è presente in questi due Paesi?

Come ci si è arrivati a questa anomalia è difficile dirlo. Ci sono delle sedimentazioni storiche, anche risalenti. Tradizionalmente i Paesi latini, mediterranei hanno una struttura dello stato sociale più debole rispetto a quelle delle socialdemocrazie nordiche o del centro Europa. Alcuni di questi Paesi mediterranei nel corso degli anni ’90 questa lacuna l’hanno colmata. Questa misura di reddito minimo, ad esempio, in Spagna esiste e anche in questo periodo tormentato non viene messa in discussione la sua esistenza. Quello che noi proponiamo è che anche qui da noi, in Italia, si colmi finalmente questa lacuna perché quella del reddito minimo, sicuramente, è un tassello fondamentale, irrinunciabile per ogni politica sociale degna di questo nome.

La politica come sta rispondendo?

I partiti della sinistra hanno risposto. Oltre a Sel anche il Partito di Rifondazione Comunista, mi sembra, ha aderito a livello nazionale e con molte articolazioni locali a questa iniziativa. Poi ci sono alcune adesioni dei singoli esponenti del Partito Democratico. Ad esempio Cofferati come europarlamentare ha aderito, anche Balzani che è un’europarlamentare eletta a Genova, che è molto sensibile al tema, ha aderito. C’è anche un movimento dentro il Pd che, però, ha dei meccanismi un po’ più complessi e non solo su questo tema. Speriamo che qualcosa si muova.

E il centro-destra come ha risposto?

Non ha dato nessuna risposta. Naturalmente sarebbero benvenuti anche loro. Ci sono dei precedenti che ci lasciano poco sperare. Dove, ad esempio, c’erano delle esperienze regionali promettenti, come nel Lazio e nella Campania, dopo che alle ultime tornate elettorali si sono imposte delle maggioranze di centro-destra subito queste leggi che istituivano il reddito minimo garantito o il reddito di cittadinanza sono state, se non del tutto abolite, poco finanziate. C’è un atteggiamento, fino adesso, di netta chiusura. Però ci piacerebbe che ci fosse un confronto con queste forze politiche conservatrici, tenendo conto che i conservatori d’Europa non si sono mai sognati di abolire le misure di reddito minimo che esistono nei rispettivi Paesi.

C’è stata una risposta da parte del Governo Monti, è intervenuto il Ministro del LavoroFornero: “con il reddito gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”. Lei cosa risponde?

Questo è un cliché offensivo che non si colloca su un terreno di serio dibattito su quelle che sono le questioni attualmente evidenti nella questione sociale del nostro Paese. E’ una fandonia mettere una misura di reddito garantito in contraddizione con l’attivazione delle persone. In realtà noi abbiamo molte persone che sono stabilmente escluse dal mercato del lavoro, si sentono scoraggiate dall’attivarsi. Questo senza una misura di reddito minimo garantito.

Cosa può fare il reddito minimo garantito?

Rendere impossibile l’accettazione di certi lavori, come esistono adesso, con contratti improponibili. Con paghe scadenti, con delle violazioni sulle norme, sulla sicurezza e quindi dei lavori che hanno delle caratteristiche di pericolosità e che, naturalmente, ben difficilmente potrebbero essere accettate da un disoccupato che fosse assistito da una misura di reddito garantito efficace e realmente funzionante. Si potrebbe creare un’alleanza virtuosa, tra il diritto al reddito e l’inclusione sociale.

E’ possibile paragonare o accostare il reddito minimo garantito al servizio sanitario nazionale?

E’ una battaglia di civiltà questa sul reddito minimo, che assomiglia alla battaglia per l’introduzione nell’immediato secondo dopoguerra del servizio sanitario nazionale. Soprattutto perché questa misura di reddito minimo, al di là dei costi che può avere, può rappresentare delle opportunità in termini di vivibilità generale del contesto sociale, che può portare a dei vantaggi che non sono nell’immediato economicamente calcolabili.

da L’Indro.it di mercoledì 1 Agosto 2012, ore 19:39

http://lindro.it/Reddito-minimo-Una-battaglia-di,9815#.UCj5I6HN_BE

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Parla Lorenzo Zoppoli, ordinario alla Federico II di Napoli

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Sulla riforma del lavoro: “limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non a ricollocare i lavoratori”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Mi sembra una riforma che il Governo ha messo in agenda perché doveva dare una risposta alle istituzioni finanziarie dell’Europa, quelle che fanno la politica economica dell’Europa, non perché fosse necessario dal punto di vista normativo, costituzionale, legislativo ma perché in qualche modo l’eredità, anche del precedente Governo, lo costringeva ad affrontare questa riforma del mercato del lavoro. Si è presentata con un’impostazione che poteva essere molto ambiziosa, una flexicurity italiana”. Abbiamo affrontato la riforma del mercato del lavoro, presentata dal Governo Monti, con il professore Lorenzo Zoppoli, ordinario di diritto del lavoro della Federico II di Napoli. “La mia impressione – ha tenuto a precisare il docente – è che si tratta di misure di non grande respiro per quanto riguarda gli aspetti degli ammortizzatori sociali, del sostegno al reddito e tipologie contrattuali. Quella parte non contiene grandissime novità, sono piccoli aggiustamenti anche apprezzabili. Però niente che trasformi profondamente il sistema italiano”.

Per il professore Sergio Magrini, docente di diritto del lavoro alla Luiss è una ‘riforma all’acqua di rose’. Lei condivide?

Si, condivido molto. E’ una riforma che introduce degli elementi di razionalizzazione della cassa integrazione guadagni, ma più che altro andando a tamponare delle patologie gravi che erano emerse negli ultimi anni e che si sapeva che dovevano essere bloccate. Per quanto riguarda gli strumenti in sostegno al reddito poca roba: non c’è il reddito di cittadinanza, si da il sostegno ai disoccupati espulsi per un periodo minimo. Sotto i 54 anni si parla addirittura di un anno, sopra i 54 di diciotto mesi. Insomma roba che serve a poco.

In un suo recente intervento ha scritto: “non mi sembra necessario modificare l’articolo 18 Statuto dei Lavoratori per avere un mercato più adatto alla mobilità dei lavoratori o al rapido inserimento degli inoccupati”. Come giudica l’intervento del Governo su questo articolo sempre al centro di polemiche?

Se questa è una riforma grossa è perché si son presi l’enorme responsabilità che è quella di far saltare una norma chiave del diritto del lavoro e sindacale italiano, nell’ipotesi che far saltare questa norma-chiave serva a rendere più dinamico il mercato del lavoro. Io non sono affatto d’accordo.

A cosa serve questo intervento?

Serve a rendere più facile licenziare, non c’è ombra di dubbio. Il mercato del lavoro per essere più dinamico deve essere un mercato tale per cui c’è necessità di snellire un’impresa, con dei percorsi per recuperare i lavoratori ancora in grado di dare la loro attività. Limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non serve affatto a ricollocare i lavoratori. Anzi ci saranno più licenziamenti, quindi sarà più difficile gestire le transizioni da un posto di lavoro a un altro con salvaguardia di energie, professionalità e continuità del reddito. Non mi pare un provvedimento che rende migliore il nostro mercato del lavoro.

La riforma sembra simile a quella fatta in Spagna.

Certamente è nella stessa lunghezza d’onda, la logica ispiratrice è quella. Le Istituzioni dell’economia mondiale propinano questa ricetta, che bisogna flessibilizzare in uscita i rapporti di lavoro. La logica è uguale. In Italia siamo passati da un sistema di tutela reale,reintegratorio che non era affatto generalizzato, a un altro puramente indennitario, con un indennizzo neanche troppo alto.

Lei scrive: “la riforma degli ammortizzatori sociali è cruciale”. L’hanno ascoltata? Ci sono i soldi per questa riforma?

Il Ministro ha parlato di ’paccate’ di miliardi, in maniera un po’ rozza, ma comunque anche lei sa che ci vogliono vari miliardi. Mi pare che sul tappeto ne siano stati messi molto meno di quello che sarebbe necessario. Siccome non si possono alzare le tasse, soprattutto ungoverno liberista non può alzare le tasse, i soldi alla fine li devono cacciare le imprese, che hanno molto mugugnato. E non è facile tirar soldi da quelle parti.

Il ministro Fornero ha dato lo stop alla cattiva flessibilità. Con questa riforma si riduce davvero?

Ci saranno anche ottime intenzioni, non voglio sostenere che il Ministro non si renda conto di cosa stanno facendo. Però le modifiche che fanno ai rapporti di lavoro flessibili sono modifiche limitate. Certamente costeranno un po’ di più i contratti a termine, i lavori a progetto, esporrà di più a rischio di un’azione legale il riconoscimento di una vera e propria subordinazione, le partite iva diventano più complicate. Certamente queste cose qui le fanno, però io non credo che questo tenga lontano le imprese che hanno bisogno di rapporti flessibili. Sulle statistiche mondiali risulterà che il nostro mercato del lavoro è meno precario, perché vengono stipulati meno contratti a termine o meno co.co.pro.. Però, in realtà, i rapporti a tempo indeterminato senza tutela in uscita sono rapporti in cui il lavoratore è alla mercé dell’impresa, che se ne può liberare con estrema facilità .

Come giudica lo sciopero generale indetto dalla Cgil?

Mi pare consequenziale alla valutazione complessiva che ha fatto alla fine la Cgil. Il ‘vulnus’all’articolo 18 è molto grave nel sistema di diritto italiano sindacale e del lavoro. E’ chiaro che un sindacato farà di tutto per cercare di tornare in gioco. Lo strumento che ha in un Paese ancora democratico, libero e pluralista è lo sciopero. Capisco la decisione della Cgil, ma non credo che sia determinante. E’ importante capire questo Parlamento che tipo di rappresentanza riconoscerà al mondo del lavoro.

Per il suo collega Magrini, riferendosi al Governo dei tecnici: “l’impressione è che abbiano imparato benissimo a fare politica e quindi a fare tanto fumo”. Lei condivide?

Fino all’altro ieri, forse, potevo anche condividerla, mi pare che questo che stanno facendo con l’articolo 18 non è fumo. Un po’ di arrosto c’è.

Come giudica, nel complesso, l’operato del Governo presieduto da Monti?

Le ultime decisioni, mi pare, non siano tanto riconducibili ad un approccio tecnico. Mi pare che siano espressione della visione ideologica, politica realizzata con una determinazione che altri Governi non avrebbero adottato. Questo rimane un Governo tecnico, nel senso che si sente più svincolato da obblighi di consenso popolare, di equilibrio elettorale. In questo è tecnico, ma le scelte che sta facendo mi sembrano scelte di carattere molto politico ed ideologico.

da L’Indro.it di giovedì 22 Marzo 2012, ore 17:19

http://www.lindro.it/Dal-governo-scelte-ideologiche,7471#.T3XmO2FmLwk

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