Tag: “Il Coraggio Di Dire No. Lea Garofalo

Il Coraggio di dire No… in Abruzzo #Lea

GRAZIE DI CUORE A TUTTI!!! Ma proprio a tutti!

Una giornata intensa per ricordare #LeaGarofalo, una donna straordinaria.
#casoli con gli straordinari ragazzi, docenti e dirigenti; a #guardiagrele con la cittadinanza.

Insieme a Marisa, Tonino, Carlo e Massimiliano 📕 e tante, tantissime altre persone. Ancora grazie per questi momenti straordinari.
📕📕📕 AGENDE ROSSE 📕📕📕

Casoli, 7 dicembre 2019

Guardiagrele, 8 dicembre 2019

ESCLUSIVA #leagarofalo

la seconda versione inedita del memoriale

+++ LA SECONDA VERSIONE INEDITA DEL MEMORIALE +++ 
dalla nuova edizione aggiornata del libro IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (TrediTre Editori, 2018)

Qual è il memoriale originale? 
Lea Garofalo ha scritto due lettere? 


Per acquistare l’opera: https://goo.gl/zv311Z
#leagarofalo #memoriale #lasecondaversione

libro antonia garofalo

IL CORAGGIO DI DIRE NO a LARINO, 21 aprile 2018

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LARINO, 21 aprile 2018
IL CORAGGIO DI DIRE NO.
Lea Garofalo, la donna che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta
#ilcoraggiodidireno
– mattina: incontro con le scuole 
– pomeriggio: incontro pubblico

 

LEA Garofalo… 8 anni dopo la morte!

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OTTO ANNI FA! …per NON DIMENTICARE una grande donna: LEA GAROFALO (abbandonata da tutti, in vita) 
#ndranghetamontagnadimerda
Milano, 24 novembre 2009 

La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende.
Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre.
Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato.
Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento.
Morto.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a ROMA

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ROMA, 23 novembre 2017
IL CORAGGIO DI DIRE NO… con i favolosi ragazzi 
#leagarofalo #Scuole #ilcoraggiodidireno #roma
Grazie di Cuore a tutti!

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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Il Coraggio di dire NO a SERRONE (Frosinone), 13 luglio 2017

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LA MAFIA UCCIDE, IL SILENZIO PURE.

Il Coraggio di dire NO a SERRONE (Frosinone), 13 luglio 2017
#ilcoraggiodidireNo #leagarofalo #ndranghetaMontagnadiMerda

ore 19.00 intervengono:
PAOLO DE CHIARA, giornalista e autore del libro “il coraggio di dire no”
WALTER BIANCHI, responsabile provinciale “Libera”
LAURA COLINNOLI, giornalista

20.30 Apericena con buffet
21.30 Proiezione del film “LEA” di Marco Tullio Giordana

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IL CORAGGIO DELLE DONNE #leagarofalo #feliciaimpastato, Milano, 10 giugno 2017

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IL CORAGGIO DI RESISTERE. Milano, 10 giugno 2017

Lea Garofalo e Felicia Impastato.
– Roberto Cenati, A.N.P.I. Milano e Provincia
– Pietro Colaprico, giornalista La Repubblica
– Paolo De Chiara, scrittore e giornalista
– Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato

Letture a cura dell’attrice Elisabetta Torlasco.

#leagarofalo #feliciaimpastato 
#ilcoraggiodidire #milano
#donne #ilcoraggiodelledonne

 

PER NON DIMENTICARE GIUSEPPE PINELLI…

 

IL CORAGGIO DI RESISTERE… #leagarofalo e #feliciaimpastato Milano, 10 giugno 2017

 

locandina

IL CORAGGIO DI DIRE NO a MILANO, giugno 2017

Silvia Pinelli: “Il 10 giugno vi aspetto alla Cascina Cuccagna per parlare di due donne che hanno detto “NO” alla mafia: Felicia Impastato e Lea Garofalo.

Perchè la resistenza non è mai finita (con Giovanni Impastato, Paolo De Chiara, ANPI, Associazione Cascina Cuccagna, Pietro Colaprico, Paola Kerpam e tutti quelli che vorranno esserci)”.

 

 

L’EVENTO SU FB

Ci sono silenzi più forti dei muri: Il coraggio di Resistere

 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO…

 

 

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IL COMMENTO DI UN LETTORE…

“La storia di Lea Garofalo…il suo libro, come una fiaccola accesa, mantiene viva la speranza in un futuro più luminoso, senza l’oscurità ed il grigiore della mafia.
Quando viene a presentare il suo libro qui da noi?”

#ilcoraggiodidireno#leagarofalo #libri #mafiemontagnadimerda

IL CORAGGIO DI DIRE NO a CHIUSA SCLAFANI, Palermo, 16 maggio 2017

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La storia di Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

CHIUSA SCLAFANI, Palermo

… con i favolosi ragazzi dell’Ist. ‘Reina’, Chiusa Sclafani, Palermo, 16 maggio 2017
#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo #ndranghetamontagnadimerda

 

Presentazioni IL CORAGGIO DI DIRE NO & TESTIMONI DI GIUSTIZIA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017 – rappresentazione teatrale Compagnia Ragli;

#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #tdg #testimonidigiustizia
#ndranghetamontagnadimerda
#mafiemontagnadimerda 

— con Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie e Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

VIGARANO, Ferrara, 21 e 22 marzo 2017

 

LEINI, Torino, 23 marzo 2017

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RHO, Milano, 24 marzo 2017

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– APPUNTAMENTI — Il Coraggio di dire No & Testimoni di Giustizia

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IL CORAGGIO DI DIRE NO 

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA: 

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017;
– SANREMO (Imperia), 27 marzo 2017.

#leagarofalo

#ilcoraggiodidireno

#ndranghetamontagnadimerda

#mafiemontagnadimerda

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Borgia (Catanzaro)

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Borgia (Catanzaro)

28 gennaio 2017
#leagarofalo #ndranghetamontagnadimerda

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LEA GAROFALO… #lascomparsa, 24 novembre 2009

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LA SCOMPARSA DI LEA, Milano, 24 novembre 2009…

per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo #milano #arcodellapace #scomparsa#clancosco #vigliacchi #ndrangheta #montagnadimerda

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FANO, 23 novembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a FANO

23 novembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a #Campobasso, 17 novembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a #Campobasso

17 novembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO, Urbino e Pesaro, 28 e 29 ottobre 2016

Il libro deve essere vento e aprire le tende.

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GRAZIE DI CUORE A TUTTI!

Siete persone eccezionali #insiemesipuò!!!
Un particolare abbraccio a Romina e Lilli (senza dimenticare i favolosi studenti)… sempre a vostra disposizione.
#urbino #pesaro #marche #studenti #legalità #leagarofalo#ilcoraggiodidireNo #ndranghetaMontagnadiMerda

IL CORAGGIO DI DIRE NO con i favolosi studenti dell’I.I.S. Raffaello di Urbino

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a URBINO
#leagarofalo #urbino #caffedelsole

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Pesaro, con i favolosi ragazzi del Centro per l’impiego e la formazione.
#insiemesipuò
#leagarofalo #lea #donnacoraggio #urbino #pesaro #noallamafia#sensibilizzareovunque #mafieMontagnadiMerda

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a URBINO e PESARO 28 e 29 ottobre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a URBINO e PESARO
28 e 29 ottobre 2016

– Venerdì 28, ore 11:00 con gli Studenti dell’ I.I. Raffaello di Urbino
Ore 19.30 presso il Caffè del Sole (Urbino)
– Sabato 29, ore 9:00 con i ragazzi del Centro per l’impiego e la formazione di Pesaro


#insiemesipuò
#leagarofalo #lea #donnacoraggio #urbino #pesaro #noallamafia#sensibilizzareovunque #mafieMontagnadiMerda

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FESTIVAL DELLA LEGALITA’, Foligno

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FOLIGNO, 5 marzo 2016

con gli Studenti per dire NO alle Schifose mafie.

Con IL CORAGGIO DI DIRE NO e TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
GRAZIE di CUORE, siete un gruppo eccezionale!!!
Forza, #‎insiemesipuò‬.

“Siamo morti che camminano…”, il racconto di un testimone di giustizia

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“Siamo morti che camminano…”,

il racconto di un testimone di giustizia

di  | 7 gennaio 2014

“La nostra dignità è stata calpestata, senza lavoro, senza amici, scarsa protezione, senza libertà. Chiediamo solo aiuto per applicare le principali norme costituzionali per garantire i diritti inviolabili dell’uomo: la vita, il lavoro, la pubblica sicurezza. Vogliamo davvero combatterla la criminalità organizzata o dobbiamo diffondere il vero messaggio di come vengono trattati i testimoni di giustizia e le loro famiglie che hanno fatto delle scelte normali, denunciando?”.

Queste le parole utilizzate da Ignazio Cutrò, presidente dell’associazione nazionale che riunisce i testimoni di giustizia, nella lettera inviata al ministro dell’Interno Alfano(Ncd), al viceministro Bubbico (Pd), al direttore centrale della Polizia Criminale e al generale Pascali, direttore del servizio centrale di Protezione. “Nelle aule di Tribunale abbiamo dato le nostre testimonianze senza che nessuno è venuto a cercarci e lo abbiamo fatto tempestivamente, ed ora che si deve applicare un nostro diritto, un diritto a vivere, lo Stato dov’è? Ci hanno distrutto psicologicamente, più della mafia”.

Lo sfogo arriva da un imprenditore siciliano che ha denunciato i suoi estorsori. Con la sua testimonianza lo Stato è riuscito a mettere alle corde, con arresti e condanne, una famiglia mafiosa. I fratelli Panepinto di Bivona (Agrigento): Luigi, Marcello e Maurizio.

Ad oggi la situazione dei testimoni di giustizia è gravissima, abbiamo chiesto allo Stato di riconoscerci il diritto alla vita e il diritto alla libertà. Nessuno deve dimenticare mai che siamo morti che camminano. Per esasperazione ho detto: fucilateci tutti, ammazzateci. Forse è la cosa più semplice.

Perché non si risolvono i problemi dei testimoni di giustizia?

Il problema era semplicissimo, per loro. Si prendeva il testimone di giustizia, si portava in località protetta, si lasciava ammuffire. Ci sono registrazioni di testimoni di giustizia ricattati.

Da chi?

Da alcuni pezzi delle Istituzioni, come il Servizio Centrale. Da parte di alcuni rappresentanti del Nop (Nucleo Operativo Protezione, ndr). Però voglio precisare che ci sono personaggi del Nop che sono persone squisite.

Parliamo dei ricatti.

I ricatti accadevano perché il testimone, in un certo senso, voleva la sua libertà. Chiedeva qualcosa che gli spettava di diritto, chiedeva la normalità. Chiedeva che venisse applicato quello che è giusto, concordato al momento dell’entrata nel programma. L’inserimento socio-lavorativo non è stato mai applicato, non so come viene fatta la capitalizzazione. Come fanno queste valutazioni? Forse devi avere raccomandazioni? È sbagliatissimo. Ci deve essere una tabella, con dei parametri. Non perché sei bello o brutto. Ci sono tantissimi testimoni di giustizia che sono impazziti, insieme alle loro famiglie. Ad Antonio Candela hanno distrutto la vita, a 54 anni si è ritrovato senza lavoro.

Nel 2013 viene costituita l’associazione nazionale per tutelare i testimoni.

È necessario stare vicino al testimone, non siamo nati come antiStato, anzi siamo nati per stare vicino alle Istituzioni. Il nostro obiettivo è raggiungere dei risultati precisi. Ho presentato al presidente Crocetta (presidente della Regione Sicilia, ndr) un emendamento di legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni.

Ancora c’è molta confusione tra testimone e collaboratore di giustizia.

L’errore lo hanno fatto loro. Prima del 2001 eravamo tutti insieme: collaboratori e testimoni. Una cosa assurda. Dovevo stare insieme a quei quattro pezzi di merda di mafiosi? È un errore paragonare i testimoni ai collaboratori. L’ex mafioso, il collaboratore di giustizia ha fatto parte dell’organizzazione mafiosa. Mafioso era e mafioso è rimasto. I testimoni di giustizia sono un’altra cosa. Nava, un commerciante, ha visto gli assassini del giudice Livatino, ha testimoniato. Siamo persone normali, cittadini onesti. Non ho paura della mafia, ma del silenzio dei cittadini onesti.

Perché lo Stato ha abbandonato e continua ad abbandonare i testimoni di giustizia?

Lo Stato siamo noi cittadini. Anche loro ci hanno abbandonati, in molti casi per vigliaccheria. Capisco, ma non condivido. Anche noi abbiamo paura, anche la famiglia di Ignazio Cutrò ha paura. Ma siamo rimasti liberi. Il nostro compito è non lasciare mai soli i testimoni o chi ha avuto il coraggio di alzare la testa, denunciare e portare i propri estorsori nelle aule giudiziarie.

Lei si sente solo?

L’ho capito durante il mio processo. Quando andavo a testimoniare, vedevo le famiglie di quei mafiosi arrestati ed io ero solo. Questo mi ha fatto capire che qualcuno ancora non è pronto.

Chi?

Il cittadino. È nostro dovere, è questione di dignità, andare a fare le denunce. Non ci possono essere scuse, la denuncia va fatta. Per i nostri figli. Io non prendo vitalizio, non l’abbiamo fatto per soldi. L’abbiamo fatto per dignità. Quale segnale si vuole mandare? Noi cerchiamo di mandare segnali giusti, abbiamo fatto nascere uno sportello antiracket. Il 27 marzo scorso sono stato attaccato in I Commissione, dove mi hanno detto: ‘lei fa nascere associazioni, va in televisione, non lo può fare perché ha bisogno di autorizzazioni’. Mi volevano sequestrare il passaporto. Sono all’interno del programma di protezione, ma sono un cittadino libero.

L’associazione dà fastidio?

Siamo uniti, possono facilmente uscire tutte le angherie che hanno subito i testimoni di giustizia.

A chi fa paura?

Anche ai politici. Ho seguito un caso di un testimone di giustizia, abbiamo scritto alcune lettere. I Nop non le hanno volute, il testimone ha registrato. Ormai si fa così, non ci fidiamo più di nessuno. Io sono stato fortunato, ho trovato delle persone squisite. Parliamo e ci coordiniamo. Molti sono sfortunati. Trovano quei due scemi che si credono i padroni del mondo e non capiscono le esigenze di una persona che ha sofferto, che ha dato tutto, che ha dato pure via la libertà per un ideale di giustizia. Non dobbiamo negare che c’è chi se n’è approfittato, ci sono stati testimoni di giustizia che hanno fatto richieste di soldi. Ma non per colpa di due o tre testimoni gli altri devono piangere. Se io sono cretino devono prendersela con me, non con tutti gli altri.

Lo scorso mese di agosto è arrivato il decreto.

La nostra grande vittoria, con il decreto legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni. Grazie al senatore Lumia, che in un secondo emendamento non ha dimenticato gli ex testimoni e i figli dei testimoni. Le vere vittime sono le nostre famiglie. Chiederemo subito l’applicazione della legge.

Quali i benefici per i testimoni di giustizia?

La dignità. Ho denunciato per la mia dignità e per il mio lavoro e lo Stato non deve regalare niente a nessuno. Non vogliamo essere dei parassiti, vogliamo lavorare e guadagnare.

Cosa manca ancora?

La sicurezza. Non capisco perché ci sono tantissimi politici indagati, imputati e condannati per mafia che vengono ancora protetti. Ci sono tantissime persone che hanno denunciato, tantissimi imprenditori che hanno avuto il coraggio nella propria terra di denunciare, ma vengono lasciati soli. La mafia non dimentica. Hanno dimostrato con Lea Garofalo che sanno attendere. Lo Stato gliel’ha offerta su un vassoio d’argento, l’abbiamo ammazzata noi. Noi tutti, non solo loro. Quando abbiamo visto che Lea rimaneva da sola, quando un testimone rimane da solo è compito di tutti i cittadini fare da scudo. Una scorta civica, ci dobbiamo vergognare di essere italiani. A tutti piace stare dietro la pietra, aspettando che gli altri facciano qualcosa per noi. Questa cosa è inaccettabile.

Come la situazione del pm Nino Di Matteo, il titolare dell’inchiesta sulla Trattativa stato-mafia, minacciato da mesi dalla mafia e abbandonato dalle Istituzioni. Massima solidarietà al dottor Di Matteo e a tutti gli altri magistrati. Noi cittadini ogni mattina dobbiamo andare a prenderli, proteggerli. Dobbiamo essere tutti contro la mafia, tutti in culo alla mafia. La terra è nostra, il Paese è nostro.

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cutrò grasso

da biblon.it/recensione – IL CORAGGIO DI DIRE NO: la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ’ndrangheta

IL CORAGGIO DI DIRE NO_EPUB

 

Posted In Recensioni – By Giusipina on sabato, giugno 8th, 2013

«La realtà, invece, ci dice che dalla ’ndrangheta si esce solo da morti. E la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto.»

La storia che Paolo De Chiara racconta nel suo lavoro di inchiesta “Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, è una storia vera, una storia di ‘ndrangheta, una storia di morte ma allo stesso tempo una storia di coraggio. È la storia di una donna che osò dire NO alla ‘ndrangheta e che la ‘ndrangheta vendicò con un efferato omicidio.

Lea Garofalo era una giovane donna-coraggio, una donna forte e ribelle nata, senza avere alcuna possibilità di scelta, nella culla spinosa della ‘ndrangheta che le ha portato via il padre, il fratello, i cugini, gli amici, la libertà e infine la vita. Lea aveva conosciuto da vicino la violenza criminale della mafia calabrese; l’aveva conosciuta e l’aveva odiata, aveva rifiutato di farla propria, aveva cercato di salvarsi rincorrendo un sogno di giustizia e libertà, il sogno di avere una famiglia felice, una vita normale; Lea sognava l’Australia, una terra lontana e sconosciuta nella quale ritrovare la propria dignità di donna e di madre, madre di una bellissima e dolcissima bambina avuta all’età di 17 anni, anch’essa vittima della crudeltà mafiosa, Denise.

Lea nella piccola frazione di Petilia Policastro, Pagliarelle, in provincia di Crotone, aveva vissuto la faida tra due famiglie mafiose i Garofalo e i Mirabelli. “Una guerra infinita combattuta a colpi di lupara” le aveva segnato l’infanzia e l’adolescente ponendola forzatamente di fronte alla brutalità della logiche della criminalità organizzata, logiche che hanno il colore rosso terribile del sangue. All’età di tredici anni aveva incontrato Carlo Cosco di alcuni anni più grande di lei e come lei invischiato in faccende di ‘ndrangheta. Insieme erano scappati per coronare il loro “falso” sogno d’amore e insieme mettono al mondo la piccola Denise. Lea aveva appena 17 anni e sognava… si sognava una vita normale con la propria bambina e con il proprio uomo, un uomo forte e onesto, tutto ciò che Carlo Cosco purtroppo non era. L’uomo non ricambiava l’amore di Lea, quello a cui era interessato era scalare i vertici dell’organizzazione mafiosa sfruttando la protezione della “potente” famiglia di Lea, i Garofalo. Cercando di fuggendo dalla Calabria Lea si era ritrova a Milano insieme alla figlia e al convivente nell’ennesimo covo di ‘ndrangheta. Dopo alcuni anni di annullamento e sofferenza la donna aveva deciso di lasciare Cosco, approfittando dell’arresto di quest’ultimo, e insieme alla piccola Denise aveva cercato disperatamente di “salvarsi”. Ebbe inizio così la lunga fuga della giovane Lea.

La donna sapeva di non poter combattere da sola la battaglia contro la criminalità organizzata che ormai l’aveva tacciata di tradimento, per questo motivo aveva deciso di chiedere aiuto. Si era rivolta allo Stato, indirizzando una lunga lettera al Colle più importante d’Italia. “Una giovane madre disperata”, così Lea aveva firmato quella lettera che non arrivò mai al destinatario o forse si perse nei meandri di oscure logiche di Stato; nessuno ascoltò la disperata richiesta della donna, nessuno le tese mai una mano.  Fin quando il 24 novembre del 2009, dopo essere sfuggita ad altri pericolosi attentati,  un furgone attendeva Lea, e Lea sapeva quello che l’aspettava, sapeva già di essere una “donna morta”. La “fimmina ribelle” venne così sequestrata, brutalmente interrogata, malmenata e infine uccisa per volere del suo ex compagno nonché padre di sua figlia Carlo Cosco.

Quella di Lea Garofalo non è una storia di tenacia e solitudine e rimanda a tante storie di donne ammazzate per mano mafiosa. Sono troppe le donne calabresi, e non solo, rimaste sole a difendere la propria vita, assediate da una struttura di potere criminale, incastrate in logiche di possesso a tutto tondo, della loro famiglia e del gruppo sociale di appartenenza. Esse sono tutte vittime della bestialità e della brutalità dell’essere mafioso spalleggiato in maniera tacita dal vuoto istituzionale e dall’ottusità sociale di realtà intrise di cultura mafiosa. Più volte Paolo De Chiara ricorda nelle pagine del suo libro che queste storie non possono e non devono essere dimenticate. Le storie di donne emarginate e uccise e dei loro familiari devono e possono fungere da monito perché:

«Sono 150 le donne uccise dalle mafie… Credo che proprio la donna potrebbe essere principalmente l’elemento che all’interno delle stesse organizzazioni, ma anche all’esterno, potrebbe aiutare a sconfiggere questo male. […] Gli esempi non possono essere accatastati. Devono poter sbocciare come candide rose, per inebriare le nostre menti delle loro passioni, della loro forza e del loro immenso coraggio.»

“Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta” è edito da Falco Editore. Il libro, disponibile anche in versione ebook, lo trovi sul tuo BIBLON STORE.

Giusipina

da biblon.it

 

libro

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