Tag: legalità

CARTA CANTA, Le mafie in Molise

di Paolo De Chiara

«Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. Quale peso possono avere, per caratterizzare la società locale, alcuni colloqui in carcere tra ospiti di lunga durata, tutti nati e vissuti altrove? In tutte le carceri questo avviene e, con maggiore frequenza, in quelle dove albergano mafiosi e camorristi.

Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza.

Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha».               

Gianfranco Vitagliano, Assessore Regionale alla Programmazione,  13 luglio 2009

«Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.a.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. È un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione. È una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa»

Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, 12 giugno 2009

«Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate: la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la “società foggiana”, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle»

On. Lumia, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009

«La Tenenza di Mondragone ha dato esecuzione al provvedimento di sequestro di beni disposto dal Tribunale di SMC Vetere, su proposta avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Napoli, in danno di un noto imprenditore casalese, D.G. (Diana Giuseppe, n.d.a.), operante nel settore della distribuzione del gas, nei cui confronti sono stati emessi nel tempo plurimi provvedimenti giurisdizionali. Le regioni interessate all’esecuzione del provvedimento sono la Campania, il Lazio, la Calabria ed il Molise».

Comando Provinciale di Caserta della Guardia di Finanza, 13 dicembre 2009

«In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia, poi, la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento».

Nicola Magrone, Procuratore della Repubblica di Larino, il Ponte, gennaio 2010

«Il Molise è tutta una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. E dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, 30 luglio 2010

«Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci.

In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, Campobasso, agosto 2010

«Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni». 

Francesco Forgione, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, agosto 2010

«Questa regione non è l’Eldorado delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono».

Michele Iorio, presidente Regione Molise, 24 novembre 2010

«Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità».

Paolo Albano, Procuratore Capo della Repubblica di Isernia, Isernia, 26 gennaio 2011

1/continua

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/le-mafie-in-molise

Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti.

di Paolo De Chiara

ROMA. È arrivato il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo di Roma, partito grazie alle dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Tutti i capi di imputazione sono stati confermati dal Gup Attura, durante l’udienza di questa mattina. Nemmeno questa volta, nelle gabbie, si sono presentati i due esponenti della famiglia Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio. Per la verità, nemmeno il loro legale si è fatto vedere. Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti. Il Gup si è ritirato in camera di consiglio per ben due volte, per rispondere alle richieste degli avvocati degli imputati. In entrambi i casi, il giudice per l’udienza preliminare, ha bocciato la richiesta di improcedibilità, confermando i capi di imputazione e la costituzione delle parti civili. È stata ammessa, infatti, quella dello stesso testimone di giustizia, dell’Associazione Caponnetto,  dell’Associazione AssoConsumatori e di Autostrade. Anche se Ciliberto ha richiesto i danni, proprio, ad Autostrade e a Pavimental, perché i dirigenti erano funzionari delle due società. Quindi, dopo snervanti rinvii, è arrivato il rinvio a giudizio per Mario Vuolo, Pasquale Vuolo, Vittorio Giovannercole, Riccardo Scorsone, Gianni Marchi, Pasquino Stati, Vincenzo Esposito, Giuseppe Pace, Agostino Cafiero, Antonino De Angelis, Giuseppina Cardone. La prossima udienza è stata fissata per mercoledì 1 aprile 2020. «Dopo circa otto anni – ha affermato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto -, dopo migliaia e migliaia di pagine, dopo le attività investigative di varie Procure, per me, questa è già una vittoria. In veste di denunciante e testimone di giustizia vedo confermate tutte le mie denunce. Senza le stesse mai nessun procedimento penale sarebbe partito».

È raggiante il testimone. «Già dal 2011 svelavo alla DIA di Milano il modus operandi, definito dalle Procure, criminale. Come dei camorristi, con la compiacenza di funzionari collusi, riuscivano a lavorare in appalti pubblici, nonostante le condanne per mafia passate in Cassazione e con una interdittiva antimafia, che vedeva coinvolta la ditta dei Vuolo e che la stessa società Autostrade nè era stata messa a conoscenza dalla Prefettura di Napoli. Interdittiva confermata dal consiglio di Stato, che diceva l’ultima parola, certificando il collegamento tra l’azienda di Vuolo e il clan sanguinario dei D’Alessandro. Il mio rammarico è che, nonostante le denunce e gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, le ditte di Vuolo hanno continuato a lavorare in Autostrade, ricevendo anche un appalto presso il carcere di Larino. Anche in questo caso le mie denunce, che vanno sino al 2015, hanno evitato che questo gruppo continuasse ad eseguire lavori».

E continua, con una punta polemica nei confronti delle istituzioni: «Non capisco come si possa abbandonare un uomo come me, che ha rotto le uova nel paniere a criminali e corrotti, facendo sequestrare milioni di euro, che sarebbero finiti nelle casse della camorra. Vengo abbandonato nella fase processuale più delicata, poiché tutte le denunce dovranno essere confermate in aula, durante il contraddittorio. In quella sede troverò quindici avvocati ed io, testimone di giustizia, sarò solo. Senza neanche lo Stato al mio fianco. Quello Stato che parla tanto di giustizia, che parla tanto di revoca della concessione autostradale. Stranamente il ministero delle Infrastrutture, insieme alla Presidenza del Consiglio, non si è costituito parte civile in questo procedimento. Sono certo di avere dato tanto alla giustizia e allo Stato italiano. In cambio ho ricevuto la condanna a morte da parte della camorra che ha memoria e vendetta nei confronti di chi denuncia».

Ciliberto ha confermato la sua presenza per la prossima udienza. «Ci sarò il prossimo 1 aprile 2020 e come non sono mai mancato a nessuna udienza anche per la prossima sarò presente. In data odierna ho inviato l’ennesima mail al Presidente della Commissione Antimafia, senatore Morra, ma come da prassi lo stesso non risponde ad un testimone di giustizia che chiede solo di poter vedere crescere i propri figli per riuscire a dimostrare che la corruzione è il vero cancro che devasta la nostra Nazione». 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/appalti-e-camorra-tutti-rinviati-a-giudizio

IO HO DENUNCIATO a Longi (Messina)

IO HO DENUNCIATO a Longi (Messina) , 14 maggio 2019
con i ragazzi dell’Ist. comprensivo
#ragazzi#mafie#iohodenunciato

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!! #scuole

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CULTURA & LEGALITA’
Percorso formativo per gli studenti di Campobasso 

#insiemesipuò

 

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!!
15 dicembre 2017, ore 10:30
2° appuntamento con gli STUDENTI del Liceo Scientifico “A. Romita”

 

“La mafia teme la scuola più della giustizia,
l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”
Antonino CAPONNETTO

Cultura&Legalità secondo appuntamento al Liceo Romita di Campobasso

Secondo appuntamento con l’iniziativa ‘Cultura&Legalità‘, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso in collaborazione con il giornalista e scrittore Paolo De Chiara e l’Associazione ‘I Care‘. L’evento, dal titolo ‘Le mafie in Italia e in Molise… nessuno è escluso’, questa volta ha coinvolto gli alunni  delle classi quarte del liceo scientifico ‘Romita’ del capoluogo che, attenti, hanno ascoltato e interagito con gli ospiti che sono intervenuti.

A moderare l’incontro la giornalista Manuela Garofalo che ha subito dato la parola alla Preside dell’Istituto, la professoressa Anna Gloria Carlini che, ringraziando l’amministrazione per aver coinvolto la scuola in questa iniziativa, ha sottolineato che questi momenti si incarnano in quella che è l’offerta formativa del liceo.

L’Assessore alla Cultura al Comune di Campobasso, Emma de Capoa ha commentato che promuovere queste iniziative nelle scuole significa sottolineare sempre di più il ruolo della cultura e della legalità, aspetti fondamentali per lo sviluppo della persona e poi rivolgendosi ai ragazzi ha detto che “lo spirito critico e la libertà di pensiero sono fondamentali per analizzare la società in cui viviamo”.

Tra gli ospiti è intervenuta Palmina Giannino, testimone oculare e parente di vittime dei disastri ambientali di Venafro, che ha raccontato come si è trovata coinvolta, da testimone, nella questione dei rifiuti ambientali che da tempo coinvolge il territorio venafrano e che nel silenzio di tutti, comprese le istituzioni, ha trovato il coraggio per denunciare. “Ho visto e ho voluto raccontare e quando tutti mi dicevano che ero un eroe per quello che ho fatto ho detto che tutti averebbero dovuto farlo”. Rivolgendosi ai giovani studenti poi ha continuato che mafia, legalità ed ecologia sono tre parole che vanno insieme, se si vedono cose illegali  ha detto – si devono denunciare, io ho avuto il coraggio di farlo e se vedete qualcosa di illegale dovete dirlo”.

In merito a questa situazione la signora Palmina ha spiegato che il comune di Venafro ha fatto molto poco e ancora si sta aspettando il registro dei tumori e delle malattie rare e ha concluso categorica “chi ha rubato la nostra aria deve pagare”.

Tre anni fa dunque la testimone venafrana ha avuto il coraggio di smuovere una situazione che però dura da 30 anni e che coinvolge un territorio completamente inquinato, “un Molise nella mani della criminalità organizzata”, queste le parole del giornalista e scrittore Paolo De Chiara che nel suo libro ‘Il veleno del Molise – trent’anni di omertà sui rifiuti tossici’ racconta come sono andati i fatti e parlando quindi della nostra regione dice che chi la definisce isola felice “vuole nascondere sotto il tappeto problematiche che non si vogliono risolvere. Ancora oggi si parla di ipotetico traffico di rifiuti tra Pozzilli e Sesto Campano, ma ci sono fatti concreti e non ipotesi e già nel 2010  un’interrogazione parlamentare parlava di vero cimitero di veleni e ancora prima nel 2004 in un’altra  si parlava dell’arresto di Antonio Caturano che scaricava rifiuti tossici in quella zona. Dobbiamo sempre tenere i riflettori accesi, – ha continuato – solo così andiamo a risolvere il problema”.

Il giornalista ha sottolineato che è importante conoscere i fatti anche se molte volte su alcuni organi di informazione si leggono solo opinioni e i cittadini devono avere il coraggio di testimoniare ciò che di illegale vedono. I giovani – ha continuato De Chiara – devono invertire la rotta, tutti devono decidere da che parte stare, se essere schivi o uomini liberi e per essere uomini liberi bisogna sapere, avere la conoscenza e avere sempre la testa alta, per cambiare lo stato delle cose non dobbiamo girare la testa dall’altra parte, ma dobbiamo entrare in campo e fare il cittadino”. 

Il Tenente Colonnello dei Carabinieri Forestali di Isernia, Gianluca Grossi si è sempre occupato di ambiente e continua a occuparsi del problema delle ecomafie,“siamo una  specialità dell’Arma e ci occupiamo di proteggere l’ambiente e il nostro compito è quello, in caso di reati, di riferirlo alla magistratura. L’inquinamento ambientale – ha continuato – è qualcosa che riguarda ognuno di noi e nessuno può e deve sentirsi estraneo da questo. Ci vuole consapevolezza, l’inquinatore è un criminale e un ladro di futuro che compromette le generazioni future” e poi concludendo ha invitato i giovani a essere sempre impegnati e ha detto “ricordatevi che le strade corte non portano da nessuna parte, ma abbiate sempre fiducia,  coraggio e la forza di rialzarvi”.

Un incontro dunque formativo e pieno di riflessioni per i giovani studenti che hanno seguito con attenzione e interesse i diversi interventi e racconti che riguardano il nostro territorio, una terra non immune da situazioni che a volte ci sembrano troppo lontane.

MI

da Moliseweb.it

 

LEA Garofalo… 8 anni dopo la morte!

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OTTO ANNI FA! …per NON DIMENTICARE una grande donna: LEA GAROFALO (abbandonata da tutti, in vita) 
#ndranghetamontagnadimerda
Milano, 24 novembre 2009 

La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende.
Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre.
Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato.
Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento.
Morto.

 

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

genny

Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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IL CORAGGIO DI DIRE NO in ABRUZZO, 11 novembre 2017

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

CASOLI e ALTINO (Chieti), 11 novembre 2017

I APPUNTAMENTO: ore 9,45 Sala polivalente c/o palazzetto dello sport CASOLI (Chieti)

Introduce: Anna Di Marino, Dirigente scolastico “G. De Petra”

Saluti: Massimo Tiberini, Sindaco di Casoli

Relatori: Paolo De Chiara, giornalista e scrittore

Marisa Garofalo, sorella di Lea

Interventi/domande degli Alunni e loro letture

Modera: Massimiliano Travaglini, Agende Rosse

Casoli (CH) sabato 11 novembre 2017

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II APPUNTAMENTO: ore 17,00 c/o Comune sala consiliare “A. Clementino” ALTINO (Chieti)

Introduce: Anna Di Marino, Dirigente scolastico “G. De Petra”

Saluti: Vincenzo Muratelli, Sindaco di Altino

Relatori: Paolo De Chiara, giornalista e scrittore

Marisa Garofalo, sorella di Lea

Dibattito e lettura degli Alunni

Modera: Massimiliano Travaglini, Agende Rosse

Altino (CH) sabato 11 novembre 2017

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Ambiente & Legalità, 20 ottobre 2017

Rifiuti

WEBCAST della LEGALITA’
Isernia, 20 ottobre 2017 – Liceo Scientifico
– Ambiente e Territorio –
#ragazzi #giovani #studenti
Il veleno del Molise
 

Contraffazione

Legalità & Web, Campobasso 4 ottobre 2017

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LEGALITA’ & WEB.
Campobasso, 4 ottobre 2017
Istituto Superiore ‘Pilla’

Legalità e beni comuni: storia di un impegno, 7 Agosto a #Ururi

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“Legalità e beni comuni … Storia di un impegno”: Paolo De Chiara, giornalista di inchiesta e scrittore molisano, si racconta a Ururi lunedì 7 Agosto in occasione della Notte Bianca organizzata dall’Amministrazione Comunale lungo le strade principali del paese. De Chiara interverrà alle ore 18.30 nella seconda Villa Comunale, dove sarà intervistato dal giornalista Davide Vitiello. L’evento culturale sarà introdotto dai saluti del Sindaco di Ururi, Raffaele Primiani.

Legalità e beni comuni: storia di un impegno Il 7 Agosto Paolo De Chiara ospite a Ururi per la Notte Bianca

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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STORIE DI ORDINARIO EROISMO con gli studenti Toscani, 6 giugno 2017

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…con i favolosi ragazzi di Barga (Lucca)

 

…con i ragazzi di Fornaci di Barga, Lucca

 

 

Presentazioni IL CORAGGIO DI DIRE NO & TESTIMONI DI GIUSTIZIA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017 – rappresentazione teatrale Compagnia Ragli;

#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #tdg #testimonidigiustizia
#ndranghetamontagnadimerda
#mafiemontagnadimerda 

— con Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie e Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

VIGARANO, Ferrara, 21 e 22 marzo 2017

 

LEINI, Torino, 23 marzo 2017

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RHO, Milano, 24 marzo 2017

lea rosa rossa

 

TESTIMONI DI GIUSTIZIA… a CENTO (Ferrara), 25 novembre 2016

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CON I FAVOLOSI RAGAZZI DELL’I.I.S. Fratelli Taddia di CENTO (Ferrara), 25 novembre 2016

Grazie di Cuore a tutti (alunni, docenti, dirigenti e personale amministrativo), siete eccezionali.

#insiemesipuò

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manifesto-studenti-cento-ferrara-nov2016

IO STO CON DI MATTEO!!!

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IO STO CON NINO DI MATTEO!
“…se ancora conserviamo l’aspirazione, nonostante tutto, ad essere cittadini e non sudditi, se ancora conserviamo la dignità di essere cittadini e non servi inconsapevoli di un potere che non ci appartiene e non ci rappresenta, non possiamo restare indifferenti. Abbiamo verso noi stessi e verso i nostri giovani, per la nostra dignità personale l’obbligo di reagire alla indifferenza all’apatia alla rassegnazione all’opportunismo, al sistematico nascondiménto dei fatti, alla superficialità che stanno dilagando fino a trasformare il nostro in un Paese senza memoria senza speranza e quindi senza futuro”. (Nino DI MATTEO). #dimatteo

#mafiemontagnadimerda

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

CAMPUS della LEGALITà, Priverno (Lt), 3 e 4 giugno 2016

agenda

CAMPUS della LEGALITÀ a Priverno

3 giugno: MENTI RAFFINATISSIME

con Salvatore BORSELLINO (fratello di Paolo, magistrato ucciso dalla mafia), Giorgio BONGIOVANNI (direttore Antimafia2000) e Angela NAPOLI (Commissione Parlamentare Antimafia)

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

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Vittime di mafie 

4 giugno: LA TERRA DEI FUOCHI

con Monica Dobrowolska Mancini (moglie di Roberto, poliziotto morto dopo aver scoperto la ‘terra dei fuochi’), Pino Ciocola (giornalista), don Aniello Manganiello (prete, presidente Premio Borsellino, scrittore).

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Leini e Mappano (Torino)

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LEINI & MAPPANO (Torino), 19 maggio 2016  

GRAZIE DI CUORE A TUTTI.
Siete persone eccezionali!!!

#‎insiemesipuò‬

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leini

Mappano

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO, 5 maggio 2016

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SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO:
– 5 maggio 2009, tentativo di sequestro;
– 5 maggio 2016, GIORNATA DEDICATA A LEA,

con la rappresentazione teatrale ‘La Bastarda’.


‪#‎insiemesipuò‬!!!
‪#‎lea‬ ‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ilcoraggiodidireNo‬ ‪#‎fimmina‬ ‪#‎calabrese‬ ‪#‎uccisa‬‪#‎ndrangheta‬ ‪#‎montagnadiMerda‬ ‪#‎tdg‬ ‪#‎campobasso‬ ‪#‎5maggio‬

lea cb 5 maggio


IL CORAGGIO DI DIRE NO a Campobasso, 5 maggio 2016

“La Bastarda”: uno spettacolo teatrale per ricordare Lea Garofalo
di Miriam Iacovantuono
Una giornata interamente dedicata a Lea Garofalo quella che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso ha organizzato per ricordare la giovane donna uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano il 24 novembre del 2009. Era proprio il 5 maggio di sette anni fa quando, nel centro storico di Campobasso, dove Lea viveva con sua figlia Denise, fu tentato il sequestro della giovane testimone di giustizia che  è stata ricordata con uno spettacolo al Teatro Savoia con la rappresentazione “La Bastarda” a cura della Compagnia Ragli. Il testo, scritto da Rosario Mastrota e interpretato da Daria Cozzolino, da Andrea Cappodona, Antonio Monsellato e dallo stesso Mastrota, ha voluto rendere omaggio a una donna che non ha abbassato la testa difronte alla mafia e che ha avuto il coraggio di dire no, non ha avuto paura e questo l’ha aiutata a opporsi al sistema ‘ndranghetista. Uno spettacolo che ha rappresentato i momenti salienti della vita di Lea e del suo coraggio, una rappresentazione che ha sottolineato al meglio la voglia di giustizia e di verità di questa donna che, per onestà e per il bene di sua figlia Denise, ha deciso di denunciare il suo convivente e per questo è stata ammazzata barbaramente e poi bruciata.
La rappresentazione è stata preceduta da un omaggio che il Sindaco Antonio Battista, a nome del Comune di Campobasso, ha voluto fare a Marisa Garofalo, consegnandole una targa e sostenendo che l’amministrazione si impegnerà nel cammino di legalità che da un anno il comune di Campobasso ha intrapreso in collaborazione con le scuole. L’Assessore alla Cultura, Emma De Capua ha voluto ricordare Lea come vittima di femminicidio oltre che vittima della ‘ndrangheta e ha detto che la giovane donna deve essere un esempio per tutte quelle donne che si trovano costrette a scegliere.
All’evento era presente anche il giornalista e scrittore Paolo De Chiara, che di Lea ha narrato nel suo libro “Il coraggio di dire no” e che ha ricordato la giovane testimone di giustizia come una donna che ha avuto il coraggio di opporsi e di denunciare, una donna forte e coraggiosa che rappresenta le 150 donne ammazzate dalla mafia, donne che vengono eliminate perché sono la chiave per entrare nei meccanismi delle cosche mafiose.
Marisa Garofalo, ringraziando emozionata il Comune di Campobasso per l’iniziativa, ha raccontato la figura di sua sorella Lea e il suo omicidio che ha definito omicidio di ‘ndrangheta, ma anche omicidio istituzionale, di uno Stato che non è stato molto presente. “Lea ha denunciato perché le mancava l’aria, si sentiva soffocare – ha detto; – ha denunciato per la figlia Denise. Lea ha lasciato un patrimonio inestimabile, il suo coraggio e la sua onestà. Facciamo in modo di essere tutti Denise, – ha concluso – di essere tutti Lea, di essere tutti testimoni di giustizia e di verità”.

Lea GAROFALO, 8 marzo 2016

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8 marzo 2016
“La DONNA”

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PIETRAMONTECORVINO (Foggia),

 ‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ndranghetaMontagnadiMerda‬

IL VELENO DEL MOLISE… a MONTENERO (Cb)

IL VELENO DEL MOLISE…

a MONTENERO di BISACCIA (Cb)

27 febbraio 2016

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SCOMPARSA DI #Lea Garofalo, Milano, 24 novembre 2009

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SCOMPARSA DI LEA, per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

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“La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta,

dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi

arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile”.

Milano, 24 novembre 2009. La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende. Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre. Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato. Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento. Morto.  

 

“Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti. Please!”.

Secondo le motivazioni della sentenza di primo grado, scritte dal presidente della I Corte d’Assise di Milano, Anna Introini (ergastoli, senza articolo 7[1], per tutti i componenti della banda: Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino) Lea è stata trasportata in un appartamento, poi in un garage e, infine, in provincia di Monza. In una zona industriale, nei pressi del cimitero (oggi c’è una targa del Comune che ricorda il coraggio di questa donna), dove è stata interrogata brutalmente, uccisa con un colpo di pistola alla nuca e sciolta nell’acido. Da sei ‘vigliacchi’, sei ‘bestie’. Parole utilizzate dal PM di Milano Marcello Tatangelo e da Salvatore Dolce, il primo magistrato che raccolse la testimonianza di Lea.

 

I resti di Lea

Nel novembre 2012 il colpo di scena. Carmine Venturino (“un soldato dei Cosco disposto a tutto”) ‘canta’, inizia a collaborare con i magistrati. Indica la tecnica utilizzata per eliminare la donna e fa ritrovare i resti di Lea: i denti, la collana che porta sempre al collo e un coltellino. La consulente della procura, l’antropologa e patologa forenze Cristina Cattaneo, indica nella sua perizia circa 2.812 frammenti ossei, ritrovati in un tombino.

Le parole del collaboratore di giustizia Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise (dopo la morte di Lea, Carlo Cosco comincia ad aver paura anche di sua figlia e le piazza il soldato Venturino alle calcagna), rimettono tutto in discussione. Cambia la strategia difensiva. Nel primo grado di giudizio gli avvocati difensori ‘giocano’ con il corpo di Lea mai ritrovato (“sognava l’Australia. È viva, cercatela in Australia”). Nel secondo grado Carlo Cosco, dalla prima udienza, si assume tutte le responsabilità. Entra in aula, ‘gioca’ a fare il boss, con la giacchetta sulle spalle. Legge in maniera stentata una lettera e, mentre abbandona l’aula, si tocca con il dito l’orecchio, la bocca, gli occhi. Non sento, non parlo, non vedo. Una nuova strategia per evitare conseguenze più gravi: “ho ucciso Lea in preda ad un raptus, mi aveva offeso. Volevo far vedere quella casa a Lea perché poi a Natale volevo fare una sorpresa e portarci mia figlia Denise. Le ho mostrato il bagno e le stanze e, mentre ho detto a Venturino di fare un caffè, non so cosa è successo… Lea mi ha detto delle brutte parole e che non mi avrebbe fatto più vedere Denise e non ci ho visto più… L’ho presa a pugni e buttata per terra con la testa…”[2]. Balle. Ancora balle. Il progetto di uccidere Lea risale ai primi anni del 2000. Quando, in carcere, cerca il consenso per uccidere la sua convivente.

            Il contributo di Venturino è fondamentale per capire, per comprendere gli ultimi attimi di vita. È lui che ripete, in aula, la frase pronunciata da Cosco: “la bastarda se n’era accorta”. Spiega: “si incontrò con Lea sotto l’Arco della Pace e la portò con una scusa in un appartamento dove attendeva Vito Cosco”[3]. Indica Carlo Cosco come il responsabile del brutale omicidio: “Abbiamo acceso la luce. Il corpo era disteso per terra nel salotto. Era a faccia in giù, in una pozza di sangue. Il viso aveva grossi lividi. Era stata strangolata, intorno al collo aveva una corda verde, che io riconobbi come quella che era a casa mia e che serviva a chiudere le tende”. Il corpo di Lea, ormai senza vita, viene spostato. “Io e Curcio – svela Venturino – abbiamo portato il cadavere prima presso il box di Floreale e la mattina successiva Vito Cosco e Curcio l’hanno portato nel terreno di Gaetano Crivaro. Qui, già dal 25 (novembre 2009, ndr), è iniziata la distruzione del cadavere che non è stato sciolto nell’acido, ma carbonizzato”. E continua: “Abbiamo preso un grosso fusto di metallo, di quelli alti dove si tiene il petrolio. Abbiamo messo il cadavere dentro spingendo il corpo in modo che non uscisse fuori, a testa in giù, dal bordo si intravedevano le scarpe. Abbiamo versato benzina e dato fuoco. A un certo punto Curcio mi ha detto che forse non bruciava perché non c’era abbastanza aria dentro, e allora con un piccone ho fatto dei buchi al fusto. Anche dopo però il cadavere si consumava lentamente”. Conclude: “Curcio lo aveva messo su dei bancali di legno che bruciavano col corpo. La testa praticamente non c’era più, erano rimasti le cosce e il busto. C’erano frammenti di ossa, con una pala li abbiamo messi insieme ai pezzi di legno, nel fusto, con altra benzina che avevo portato. Alla fine il corpo era carbonizzato, anche se si continuava a vedere una parte del bacino che non bruciava e allora abbiamo fatto un altro fusto. Mentre il corpo bruciava spaccavamo le ossa”. In questo modo muore Lea Garofalo, in questo modo viene bruciato e distrutto il suo corpo.

 

            Oggi, la testimone di giustizia Lea Garofalo (ufficialmente ancora ‘collaboratrice di giustizia’), è diventata un esempio, una speranza per tantissimi giovani. La fimmina ribelle da sola, senza l’aiuto dello Stato, senza l’aiuto di nessuno e con una figlia piccola, è riuscita a sconfiggere un intero clan di ‘ndrangheta. La I Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta da Anna Conforti, ha confermato gli ergastoli per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, ha concesso le attenuanti generiche a Carmine Venturino e ha assolto il primo dei fratelli Cosco, Giuseppe. Ancora detenuto per traffico di droga. 

[1] Articolo 7, Aggravante mafiosa, legge n. 203 del 1991. Il reato viene commesso per avvantaggiare un’associazione a delinquere di stampo mafioso. “Rafforza – secondo il procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio – nei suo componenti il sentimento soggettivo di impunità e la forza del vincolo associativo, oltre a ridurre il rischio di future collaborazioni (nell’ottica distorta e delinquenziale – propria di tutte le organizzazioni delinquenziali organizzate – del “colpirne uno per ‘educarne’ cento”.

[2] “Lea Garofalo: Venturino, spaccavamo le ossa mentre il corpo bruciava”, cn24tv, 11 aprile 2013

[3] “Ecco la corda che strangolò Lea”, Il Quotidiano della Calabria, 20 marzo 2013

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quadro Lea

 

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. “Ho denunciato il clan e ora sono costretto a combattere anche contro lo Stato”. #tdg

francesco paolo

Il tdg Francesco Paolo

“Non rispondono alle nostre istanze. Ci sentiamo totalmente abbandonati. All’inizio promettono e alla fine ci scaricano”. Queste le amare parole utilizzate da un testimone di giustizia campano, rassegnato e stanco dopo anni di battaglie e privazioni.

Non è l’unico a lamentare e a denunciare il trattamento subito. I problemi, mai risolti, riguardano tutti i testimoni italiani. “Ho fatto il mio dovere e ho perso tutto”. Francesco Paolo è una persona perbene. È originario di Cancello Arnone, in provincia di Caserta, ed è un imprenditore nel settore lattiero-caseario. La sua azienda si chiamava ‘Antico caseificio dei Mazzoni’ ed operava sul territorio diMondragone.

Francesco è un cittadino che ha fatto semplicemente il suo dovere, non ha abbassato la testa di fronte all’arroganza mafiosa. È stato avvicinato e minacciato. Ma non è sceso a compromessi con i criminali del clan La Torre. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare il suo estorsore. Ha resistito. Si è affidato allo Stato entrando, con tutta la sua famiglia, nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

“In questo modo è iniziato il mio calvario. Oltre a fronteggiare gli attacchi dei criminali ho dovuto subire l’abbandono da parte dello Stato”. La storia di Francesco è poco conosciuta, come quella di molti testimoni di giustizia. Utilizzati come dei limoni: spremuti e poi abbandonati. Perché non hanno lo stesso ‘potere’ dei collaboratori, ex delinquenti legati alla criminalità organizzata. Perché sono ritenuti un peso e non una risorsa. Si sono trovati e si trovano, ancora oggi, di fronte ad uno Stato assente, silente. Bravo a parole, ma fallimentare nei fatti. “Ho sempre svolto – spiega il testimone di giustizia – questo tipo di attività. Dopo anni di sacrifici ho preso in mano il caseificio a Mondragone, che già esisteva da diversi anni. Dopo sei anni dall’apertura sono cominciate le pressioni della criminalità organizzata. Nei primi tempi ti lasciano stare, poi quando inizia a funzionare ti vengono a cercare”.

I fatti risalgono agli anni 2000. “Stavo guardando la finale dei campionati europei, la partita dell’Italia con la Francia. Arriva mia moglie e mi dice di aver ricevuto una telefonata. Una voce maschile, un messaggero del clan La Torre di Mondragone, comunica che dobbiamo dare 200 milioni, con la minaccia di farci saltare in aria”.

Cosa succede dopo la telefonata?

Siamo andati subito in caserma a denunciare. Per tre o quattro mesi non si sono fatti sentire più. Ho cominciato a collaborare con i carabinieri. Quando sono ricomparsi sono ripartiti con le minacce, con gli spari, con le intimidazioni.

L’anno successivo, nel 2001, arriva l’appuntamento con l’estorsore.  

Sempre in collaborazione con i carabinieri sono andato all’appuntamento, in un bar. Abbiamo preso degli accordi, “se tu vuoi stare tranquillo, devi pagare. Se vuoi il tuo bene e quello della tua famiglia devi stare tranquillo e pagare”. Mi seguivano ovunque, più di una volta ho dovuto allertare le forze dell’ordine.

Qual è la richiesta dei camorristi?

Tre milioni e mezzo di lire ogni tre mesi e, poi, una richiesta di 200 milioni, una tantum. Non ho mai avuto l’intenzione di pagare, per una questione di valori. Non ho mai ritenuto giusto pagare questa gente. Abbiamo fatto le fotocopie dei soldi, la mattina del 26 luglio (2001, ndr) i carabinieri lo hanno fermato e trovato con i soldi fotocopiati. L’esattore, Michele Persichino, viene arrestato in flagranza di reato. È stato il primo pentito del clan La Torre e dal suo pentimento sono scaturiti una serie di arresti.

Come si comporta il clan dopo l’arresto?

Nonostante la protezione continuavano a telefonare e a minacciare “tu puoi mettere anche l’esercito, ma devi saltare in aria”. Una condanna a morte. Ci hanno provato in tutti i modi.

Ad esempio?

Una notte, dieci giorni dopo l’operazione, a trecento metri da casa, i carabinieri hanno intercettato, avendo anche un conflitto a fuoco, un latitante. Un killer chiamato per eseguire la condanna a morte. Un certo Ernesto Cornacchia, uno dei killer più spietati della camorra. Viaggiava su una macchina blindata, piena di armi. Dopo il mancato attentato mi manda a chiamare il magistrato Raffaele Cantone (oggi presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione,ndr) e mi dice: “Questa volta, tramite delle intercettazioni, abbiamo capito e siamo riusciti a fermarli. Non sappiamo se la prossima volta ci riusciremo”. Mi cominciano a parlare del programma di protezione, della drastica soluzione di abbandonare la mia terra, la mia azienda e la mia casa. Chiesi un po’ di tempo per riflettere, ci convinsero ad accettare il programma.

Comincia il calvario?

Si, un vero calvario. Vengo spostato subito e inviato in un albergo, come un pacco postale. Mi spostano da una struttura ad un’altra, in attesa della mia famiglia: mia moglie e tre figli, all’epoca, di 18,16 e 5 anni. A fine ottobre 2001 arriva una comunicazione, una delibera della Commissione dove ci informano dell’ingresso nel programma di tutti i componenti del nucleo familiare, con partenza immediata.

Che significa?

Un paio di giorni dopo, il 2 novembre, ci spostano in una località protetta. Ci hanno fatto girare in diverse località. La cosa che non riusciamo ancora a spiegarci è l’episodio registrato la mattina del trasferimento.

Cosa succede la mattina del trasferimento?

Davanti al caseificio abbiamo trovato cinque mazzi di garofani.

Una talpa?

Come facevano a sapere del nostro spostamento? Un segno per dire che lì eravamo morti e non dovevamo tornarci più. Giriamo tutta l’Italia. Non solo per fronteggiare la camorra.

Cioè?

Come per tutti gli altri testimoni, inizia il calvario con lo Stato. Quando cominci ad avere contatti con quelli di Roma iniziano nuovi problemi: non pensano ai traumi, alle necessità.

Che fine fa il camorrista denunciato per l’estorsione subita?

I miei interventi sono in videoconferenza. Un processo brevissimo. Michele Persichino, arrestato in flagranza, decide di patteggiare e sceglie di diventare collaboratore di giustizia. Le sue denunce portano a diversi arresti, facendo crollare tutto. Grazie alla mia decisione di denunciare.

E l’Antico caseificio dei Mazzoni?

Decidono di nominare un amministratore. La mia azienda, nel giugno del 2001 allo Slow Food di Torino, è stata considerata una delle migliori per qualità dell’area Doc della mozzarella di bufala campana. Potete immaginare il valore commerciale che avrebbe potuto avere la mia azienda. Nelle delibere prima hanno nominato un amministratore che si prendeva cura dei miei beni, stiamo parlando di un’azienda in attivo, dopo un mese mi mandano a chiamare a Roma e mi dicono che loro non possono gestire la mia azienda. Mi chiedono di trovare qualcuno che possa gestirla. Trovo un mio ex operaio che decide di fittarla. Per un anno non ho visto una lira, ho perso i soldi dell’Iva, dell’affitto. Sono stato costretto a chiudere la mia azienda. Anche lui è stato minacciato ed è scappato dal caseificio. Tutto è andato a rotoli, problematiche che ancora oggi ci perseguitano. La mia azienda si ferma, la chiudo. Pago tutti i miei fornitori, ho sempre pagato tutti. Ho continuato a pagare anche senza lavorare. Lo Stato è venuto meno a tutte le promesse che ha fatto.

E il programma di protezione?

Dopo un anno e mezzo sono uscito. Dopo la mia decisione mi hanno semplicemente sconsigliato di tornare a Mondragone. Nella mia terra. Viene nominato un amministratore per l’acquisizione dei mie beni e con una perizia quantifica il valore: quasi un milione di euro. È tutto indicato nella delibera. Prendo la capitalizzazione, firmo la rinuncia e l’acquisizione dei beni da parte dello Stato. Trovo un’azienda agricola e avviso del mio interesse. Passa del tempo, ma i soldi non arrivano. Mi mandano a chiamare e mi comunicano che esistono problemi sull’acquisizione. Sbagliano la procedura.

Accade tutto dopo gli accordi già presi?

Si, dopo le firme. Con la nuova procedura da parte dell’agenzia del demanio i miei beni vengono stimati intorno ai 280mila euro. I patti non vengono rispettati, firmo la rinuncia per una cifra e mi trovo con una negoziazione sfavorevole. Ogni volta che presento un’istanza mi rispondono che ho firmato la rinuncia. Ma io ho firmato una rinuncia per una cifra diversa, inserita in una delibera. In un documento ufficiale.

Oggi l’azienda è dello Stato?

La mia azienda non è stata più acquisita. È chiusa e smantellata. Il capannone è venduto, la mia casa è occupata da un signore che voleva comprarla. Mi ha dato un piccolo acconto e ha occupato la mia abitazione. Ho chiesto l’intervento del Servizio centrale di protezione, puntualmente mi rispondono che me la devo rivedere da solo perché sono fuori dal programma. Ho presentato denunce alla Procura, siamo in causa da dieci anni. Io vivo a chilometri di distanza, come posso seguire queste cose? Ho una serie di cartelle esattoriali, del periodo in cui era chiusa, per un’azienda che non esiste più.

È stato riconosciuto il danno biologico?

Non hanno riconosciuto nemmeno il danno biologico. Sono venuto a conoscenza di testimoni fuori dal programma da venti anni che nel 2012 hanno ottenuto il danno biologico. Sono vere e proprie ingiustizie.

“Non mi pento di aver denunciato un atto criminoso, ma mi pento di essermi fidato dello Stato”. È ancora valida questa affermazione?

Hanno creato testimoni di serie A e testimoni di giustizia di serie B. Dobbiamo essere tutti uguali. Perché c’è chi sguazza nell’oro e chi non riesce nemmeno a mangiare? Chi ha i santi va in paradiso, chi non ha nessuno viene lasciato alla deriva. Come la legge per l’assunzione nella pubblica amministrazione. Le leggi devono valere per tutti, invece non accade così. Perché solo per pochi e non per tutti? Da parte delle Istituzioni non c’è la reale volontà di combattere i fenomeni mafiosi. Lo Stato non c’è. Noi testimoni siamo niente, non portiamo voti, non portiamo favori alla politica.

Vi sentite un peso?

Siamo un peso, sempre se non si ha il santo in paradiso. Devono usare più giustizia ed equità per tutti. La Commissione centrale dovrebbe aiutare a ricostruire la vita dei testimoni, senza fare assistenzialismo e favoritismi. Non è giusto

Oggi come vive la famiglia Paolo?

Stiamo cercando di rialzarci, siamo riusciti a creare una piccola attività, anche se le problematiche legate al passato ci penalizzano. Le cartelle esattoriali, parlo di quelle relative al periodo di protezione, continuano ad aumentare. Riusciamo, a fatica, ad andare avanti. Abbiamo un piccolo allevamento di bufale, io solo questo so fare. Senza l’aiuto dello Stato.

Le organizzazioni criminali non dimenticano, avete ancora paura?

Bisogna convivere con la paura, abbiamo sempre il timore che possa accadere qualcosa. Il Servizio centrale non funziona, ci sono funzionari e burocrati che non conoscono i nostri problemi. Non basta spostarci come pacchi. Abbiamo l’esempio di tanta gente che è stata ammazzata, che continua a subire attentati. Si è testimoni di giustizia per sempre, non solo nel periodo di protezione.

Voi siete tutelati?

Noi siamo abbandonati. Una volta che esci dal programma nessuno ti pensa. Con i processi ti sfruttano, poi diventi un peso. Continuo a produrre istanze, ho chiamato Bubbico (vice ministro dell’Interno, ndr), il Servizio centrale. Non so più chi chiamare. Nessuno risponde. Solo dopo la morte riacquistano la memoria, è già successo con Domenico Noviello. Dopo tutti sono bravi a ricordare le persone che avevano bisogno di protezione e di aiuto. Ho ricevuto dei messaggi da parte di soggetti legati alla criminalità organizzata della mia zona, io e la mia famiglia non possiamo tornare nei nostri territori di origine. Non è giusto.

In questi giorni sulle reti nazionali sta andando in onda uno spot pubblicitario del ministero dell’Interno: “Lo Stato sostiene le vittime di estorsione ed usura che denunciano i loro aguzzini, dando loro la possibilità di reinserirsi nell’economia legale grazie al ristoro dei danni subiti”.

Uno spot inutile, creato per gli amici degli amici. Per regalare soldi agli amici. Lo stesso ragionamento vale per la Carta dei diritti del testimone di giustizia. Stiamo parlando di un carrozzone creato ad arte.

da restoalsud.it

VOCI DEL VERBO FURBARE: io furbo, tu furbi, egli furba… con gli Studenti

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ISERNIA, 30 ottobre 2015, ore 9:30 (Cinema Lumiére)
VOCI DEL VERBO FURBARE: io furbo, tu furbi, egli furba…
Incontro in streaming con Gherardo Colombo, Elio e le Storie Tese
All’incontro parteciperà anche un detenuto della casa circondariale di Isernia.

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Gli studenti dell’Isis Majorana-Fascitelli, in preparazione dell’evento del 30 ottobre, si sono incontrati il 20 ottobre scorso con Rosa Francesca Capozza (funzionario giuridico pedagogico casa circondariale di Isernia) che ha parlato loro di “La furbizia in circostanza di reato”, con Angela D’Aniello (vice commissario Polizia Penitenziaria) che ha trattato il tema “La furbizia in stato di detenzione” e con Paolo De Chiara (giornalista, scrittore, autore di “Testimoni di giustizia”) che ha proposto agli studenti l’argomento “Testimoni di giustizia: furbi o non furbi?”.
Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie

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“Competenza, merito, legalità per il rilancio del Sud”: Testimoni di Giustizia a Roma

manifesto completo

Martedì 27 ottobre alle 18.00, il dibattito “Competenza, merito e legalità” promosso e organizzato dall’Associazione Quote Merito presso l’Urban Center Millepiani Coworking in via Nicolò Odero a Roma.

Tra gli altri ospiti, insieme alla presidente dell’Associazione Quote Merito, Arcangela Galluzzo, all’incontro interverranno: Michele Albanese, giornalista Quotidiano del Sud e Ansa; Alessandra Arena, presidente della Cooperativa Sociale “Programma101” Onlus; Paolo De Chiara, autore del libro “Testimoni di giustizia”; Letizia Giancola, coordinatrice dell’Associazione “I cittadini contro le mafie e la corruzione”; Francesca Parisi, coautrice libro “A’ndrangheta – evoluzione e forme di contrasto”; Simone Plebani, presidente Big Bang Roma; Angelo Vassallo, Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore.

Competenza, merito e legalità – spiega Arcangela Galluzzo, presidente dell’Associazione Quote Merito – sono il cuore del dibattito in quanto rappresentano gli strumenti fondamentali per il rilancio del Sud. Ne parleremo insieme a uomini e donne che hanno messo la propria vita al servizio della collettività e al contrasto dell’illegalità, perchè anche il silenzio è mafia.”

TDG SHERE KAN

LA SPINA NEL CUORE. Il tdg: “Del Rio non può stringere la mano a un cittadino onesto?”

la spina nel fianco

Il ministro Del Rio con l’ex senatore Barbato (arrestato)

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO LO SFOGO DI GENNARO C., il testimone di giustizia che ha denunciato gli affari della camorra (clan D’Alessandro, Castellammare di Stabia) e della famiglia di Mario VUOLO (“Il re delle autostrade”).

Appalti pubblici, opere realizzate male, milioni di euro regalati alla camorra, collegamenti, legami, connivenze, falsi certificati antimafia, corruzione, dirigenti pubblici corrotti… un generale dei carabinieri in rapporti di amicizia e di affari con i Vuolo. Tutto è emerso grazie alle denunce di Gennaro, una persona perbene. Un ex carabiniere ausiliario…

Riuscirà il nostro eroe ad incontrare Del Rio, a stringere la mano al ministro delle Infrastrutture?

 (nella foto il membro del governo con Tommaso Barbato, “l’uomo chiave” – secondo i magistrati -, coinvolto nell’inchiesta di Caserta: appalti e camorra, per i lavori alla rete idrica. Per approfondimenti: In manette l’ex consigliere Udeur Barbato, quello che sputò in aula).

“Sono mesi che chiedo un incontro con il ministro delle Infrastrutture Del Rio, per riferire di fatti inerenti false certificazioni rilasciate da un ufficio  del dicastero da lui presieduto.

Ho inviato varie email, ma nulla…

Forse un cittadino onesto, un testimone di giustizia non può stringere la mano al Ministro? Forse è pericoloso?

Oppure bisogna essere sponsorizzato da qualche carrozzone politico?

Illustre Ministro Del Rio attendo fiducioso una sua risposta, ma la foto che la ritrae con l’ex senatore Barbato, oggi arrestato e al centro di vicende che se confermate sarebbero di una gravità assoluta, è una spina nel cuore per un cittadino onesto.

Per  la giustizia, per la  legalità.

Io ho  perso tutto e vivo da esiliato, per aver denunciato un modus operandi criminale”.

Gennaro C.

Testimone di giustizia

Gennaro C.

Gennaro C.

TESTIMONI di GIUSTIZIA a Santa Croce di Magliano (Cb), 28 giugno 2015

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TESTIMONI di GIUSTIZIA a Santa Croce di Magliano (Cb), 28 giugno 2015

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IL VELENO DEL MOLISE… a VENAFRO, 4 giugno 2015 #insiemesipuò

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CENSIMENTO ONCOLOGICO

Il veleno del Molise

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Venafro (Is), 4 giugno 2015
Il veleno del Molise

— a Venafro.

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