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RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Dopo le scelte del Governo tecnico si registrano le posizioni dei partiti

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Esodati e lavoro: i temi dell’imminente campagna elettorale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le riforme del Governo Monti sembrano non piacere ai partiti. Agli stessi partiti che in questi ultimi mesi hanno appoggiato in tutto e per tutto l’esecutivo voluto e sostenuto fortemente dal presidente della Repubblica. Dopo il lavoro dei tecnici si è già messa in moto la macchina della politica per ‘demolire’ l’impianto realizzato per gli esodati (“il costo degliesodati è maggiore del risparmio ottenuto”, aveva attaccato l’altro giorno l’ex ministroTremontie per la questione lavoro. Per molti di loro ci sono degli errori da correggere. La stessa cosa si è ripetuta qualche minuto dopo l’approvazione della spending review.

L’Italia è un Paese strano. I rappresentanti del parlamento accettano e votano la fiducia e subito dopo proclamano: “questa spending review qualche imperfezione ce l’ha. Ci sono cose che vanno un po’ riviste, come sulla scuola. Si tratta di tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Il concetto è stato espresso qualche giorno fa dal leader del Pd, Bersani. Gli stessi ragionamenti si stanno ripetendo per la riforma delle pensioni e del lavoro del ministro ElsaFornero. A cosa servono questi tecnici, se dopo il loro intervento ci sono i partiti che cercano nuove modifiche? Non sarebbe meglio farle prima, evitando la fiducia? Che ruolo sta avendo il Parlamento in Italia? Tutto è nelle mani di un Governo super blindato. Quando si registra una piccola critica, ci si appella alla crisi economica mondiale. Per zittire il contestatore di turno. Ora nel mirino dei partiti, in vista anche della nuova campagna elettorale, ci sono le pensioni, il problema degli esodati e la riforma del lavoro.

Alla Camera dei Deputati è passato l’ordine del giorno bipartisan dell’ex ministro del Lavoro Damiano (Pd). Cinque articoli per unificare le proposte di legge DamianoDozzo(Lega) e Paladini (Idv), che hanno ricevuto il voto di Pdl, Udc e Fli. Nella mozione c’è la possibilità di un allargamento per gli esodati ancora da salvaguardare e c’è l’introduzione di un nuovo canale aggiuntivo di pensionamento. Una controriforma per cancellare il lavoro, aspramente criticato non solo dalla politica, del Ministro Fornero. Per il giuslavorista Ichino:“Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità aggiuntive di lavoro”. Dello stesso avviso il senatoreMorando“Non si può rimettere in discussione l’impianto della legge Fornero, ma bisogna senza alcun dubbio affrontare il problema sociale degli ’esodati’. Questo deve essere affrontato come un problema sociale, non da mettere sul conto della previdenza”. Ma non tutte le posizioni sembrano essere favorevoli: il capogruppo del Pdl, Cicchitto ha dichiarato:“Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità specifiche e una ulteriore di fondo”. Per Mario Adinolfi (Pd): “Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne”.

Ha spiegato il ’Corriere della Sera’: “la proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni)”. Gli esodati “potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione)”.

Il Pd e il Pdl hanno previsto anche come finanziare la loro proposta. Aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e sulle lotterie istantanee. Questa sembra essere la ricetta dei due partiti che ha fatto registrare diverse spaccature, diversi punti di vista. La stessa apparente convergenza non è stata raggiunta, però, sulla questione lavoro. Anche questa riforma, siglata dalla Fornero, non sembra accontentare tutti. Anzi, sembra non piacere a nessuno. Norme, che per molti, vanno incontro alle aziende e a danno dei lavoratori. Il Pd e ilPdl, su questo tema, si trovano agli antipodi, soprattutto sull’articolo 18 (c’è in ballo l’accordo elettorale con Sel di Vendola). E, sulla carta, sono già pronti a darsi battaglia in campagna elettorale su un tema fondamentale per il futuro del Paese. Sulla carta.

da L’INDRO.IT di martedì 14 Agosto 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Riforme-La-politica-si-organizza,9967#.UHRn0pgxooc

FARMACI GENERICI, QUESTIONE DI CULTURA

Nella spending review il provvedimento controverso

FARMACI GENERICI, QUESTIONE DI CULTURA

Incentivare i medicinali ’no griffati’ per risparmiare. AssoGenerici: “nelle altre nazioni è presente dal 1974”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Una recente indagine sulla conoscenza dei farmaci generici ha mostrato con dati inconfutabili che il cittadino non è adeguatamente informato dal medico o dal farmacista della presenza di medicinali equivalenti che possono essere acquistati in sostituzione di un farmaco di marca a costi nettamente inferiori. La carenza di informazione non ha permesso finora al cittadino di scegliere di acquistare a minor prezzo e a parità di qualità terapeutica. In questo ambito è in atto quella che si può considerare una vera e propria ’coalizione della disinformazione’, che difende interessi corporativi, facendo pagare ai cittadini le terapie e, in aggiunta, anche i costi di marketing e pubblicità che non hanno nulla a che vedere con la salute”.

Queste le parole utilizzate nel comunicato della Federconsumatori per illustrare il proprio punto di vista sulla polemica di questi giorni. Il nostro Paese è ancora lontano dalle diverse realtà europee e mondiali. “Basti pensare che in Italia solo il 16-18% della popolazione ricorre ai farmaci equivalenti, mentre la media europea si attesta su una percentuale attorno al 40-50%. Il maggior utilizzo di questi farmaci potrebbe permettere, al sistema sanitario italiano, di risparmiare ogni anno tra i 600 e i 700 milioni di euro. Ben venga, quindi, la norma introdotta dal Governo, che impone non il nome del farmaco bensì il principio attivo che ha identico effetto terapeutico”. 

Questa è la svolta, secondo molti, per la vendita di farmaci in Italia.

farmaci generici sono quei farmaci che contengono lo stesso principio attivo di un farmaco di marca. Secondo molti, le aziende farmaceutiche non hanno provveduto ad abbassare i prezzi proporzionalmente alla riduzione del rimborso statale. E i clienti si trovano a dovere sostenere la differenza tra il prezzo di vendita e quello di rimborso.

Ma le aziende sostengono che la situazione italiana è diversa da quella europea ed è un punto sul quale non hanno tutti i torti. Siamo indietro rispetto agli altri per una mancanza di cultura su questo tema. In queste ore si è sentito ripetere che questa norma non rientrerebbe nella spending review, in quanto non genera direttamente un risparmio di spesa. È un’interpretazione che rigettiamo”, ha affermato Giorgio Foresti, Presidente dell’Associazione AssoGenerici“Favorire il ricorso ai generici, permettendo alle industrie che li producono di raggiungere volumi di mercato adeguati è il solo modo di far scendere ulteriormente i prezzi. Non dovrebbe essere un mistero per nessuno il fatto che gli equivalenti, nel resto d’Europa, costano molto meno che in Italia proprio perché non esiste il monopolio del farmaco di marca. Basti pensare che se la concorrenza generasse una discesa del prezzo degli equivalenti anche soltanto del 10%, il servizio sanitario risparmierebbe 400 milioni l’anno. Se si tiene presente questo dato di realtà, è evidente come questa norma rientri a pieno titolo tra quelle di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica”.

Sull’argomento si è espresso anche il chirurgo di fama internazionale Ignazio Marino, oggi parlamentare del Pd: “Sui farmaci non riesco a comprendere perché la norma susciti tanta polemica. Nel Regno Unito, dove ho lavorato come chirurgo per anni, da sempre esiste la possibilità di prescrizione della molecola. Poi se si preferisce una specifica casa produttrice si deve specificare. Con i farmaci equivalenti si risparmia.

La norma controversa è contenuta nell’articolo 15, comma 11 bis, del maxiemendamento del Governo sulla spending review.

Abbiamo contattato l’associazione AssoGenerici per capire meglio la nuova norma sui medicinali partendo proprio dalle polemiche che sono scoppiate intorno al provvedimento. “Le polemiche arrivano dai medici di famiglia, di medicina generale e in seconda battuta dalla Farmindustria, l’associazione che rappresenta anche le aziende italiane. Le polemiche si sono create per una ragione semplicissima: adesso il medico di medicina generale dovrà prescrivere il farmaco equivalente attraverso il principio attivo. E’ un cambiamento molto importante per il mercato dei farmaci generici”.

 

E per il paziente che cosa cambia?

Assolutamente nulla. Fondamentalmente quello che cura della medicina è il principio attivo. Bisogna rassicurare i pazienti e i cittadini italiani sui farmaci generici. Presenti in tutti i Paesi del mondo, dove superano il 50% della prescrizione. Senza che i cittadini si siano mai lamentati per efficacia e sicurezza. E’ una questione culturale. In Germania una nota azienda farmaceutica che produce generici nasce, addirittura, nel 1974. Il problema culturale, oggi, è il frutto della polemica. L’agenzia italiana del farmaco ha l’obbligo di controllare, certificaree autorizzare i farmaci generici come gli altri farmaci. E’ una polemica sterile. I cittadini devono sapere che l’anno scorso hanno speso 177 milioni di euro per comprare farmaci griffati. E devono sapere che il risparmio generato dall’utilizzo dei farmaci generici consentirà di finanziarie le medicine innovative molto costose.

 

Perché in Italia esiste questo problema culturale?

Quando in un Paese il farmaco generico è presente dal 1974, le nuove generazioni sono abituate e non hanno pregiudizio nei confronti di un farmaco in commercio da pochi anni.

 

Con questo provvedimento è possibile sanare questo problema culturale?

Questo provvedimento sicuramente aprirà ulteriormente il mondo del farmaco, permettendo l’aumento dei farmaci generici. Con un abbassamento dei prezzi per i farmaci.

da L’Indro.it di martedì 7 Agosto 2012, ore 20:05

http://lindro.it/Farmaci-generici-Una-questione,9886#.UCz41lbN_BE

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Intervista al presidente di Bin Italia, Luca Santini

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Per la Fornero: con questa garanzia “gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La campagna sul reddito minimo garantito è stata lanciata. Nelle piazze italiane si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge, sostenuta da un comitato, aperto e trasversale, con la presenza di movimenti, associazioni, partiti e sindacati. Come la Bin Italia (Basic Income Network), un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche in Italia una misura di welfare presente in tutta Europa. Per presentare la legge occorrono 50 mila firme, che devono essere raccolte entro la fine dell’anno.

Ma cos’è il reddito minimo garantito? Lo abbiamo chiesto a Luca Santini, presidente di Bin Italia: “Il reddito minimo garantito è un insieme di risorse economiche, ma anche di servizi in natura che si chiama reddito indiretto, che è rivolto a tutti i residenti di una determinata comunità politica che si trovano al di sotto di un certo reddito di risorse e di benessere. Si rivolge a tutti coloro che queste risorse non le hanno”.

Ai disoccupati e ai precari.

Principalmente a loro, ma anche alle persone impossibilitate a lavorare.

E’ stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire questo reddito minimo garantito. A che punto siamo?

La proposta è formalizzata, secondo la legge ci sono sei mesi di tempo per raccogliere almeno50mila firme entro la fine dell’anno, per poter presentare questo progetto alla discussione delle Camere. Ci sono molte adesioni che sono arrivate da singole personalità, dal mondo associativo e anche alcune forze politiche hanno ritenuto la bontà della proposta e l’hanno fatta propria. Si stanno organizzando appuntamenti e banchetti di raccolta firme in tutta Italia. Un fatto un po’ anomalo e curioso nel mese di luglio che non favorisce l’iniziativa politica, nemmeno quella dal basso e della società civile. Però, dalle notizie che abbiamo, la raccolta firme sta andando molto bene. L’obiettivo delle 50mila firme è certamente nel mirino, ma sentiamo di poterci dare un obiettivo anche più ambizioso che è quello di fare entrare con prepotenza il tema nel dibattito politico ufficiale, di farlo vivere nel corpo sociale.

Lei fa parte di un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche nel nostro Paese una misura di welfare presente in tutta Europa, tranne in Italia e in Grecia. Perché questa anomalia è presente in questi due Paesi?

Come ci si è arrivati a questa anomalia è difficile dirlo. Ci sono delle sedimentazioni storiche, anche risalenti. Tradizionalmente i Paesi latini, mediterranei hanno una struttura dello stato sociale più debole rispetto a quelle delle socialdemocrazie nordiche o del centro Europa. Alcuni di questi Paesi mediterranei nel corso degli anni ’90 questa lacuna l’hanno colmata. Questa misura di reddito minimo, ad esempio, in Spagna esiste e anche in questo periodo tormentato non viene messa in discussione la sua esistenza. Quello che noi proponiamo è che anche qui da noi, in Italia, si colmi finalmente questa lacuna perché quella del reddito minimo, sicuramente, è un tassello fondamentale, irrinunciabile per ogni politica sociale degna di questo nome.

La politica come sta rispondendo?

I partiti della sinistra hanno risposto. Oltre a Sel anche il Partito di Rifondazione Comunista, mi sembra, ha aderito a livello nazionale e con molte articolazioni locali a questa iniziativa. Poi ci sono alcune adesioni dei singoli esponenti del Partito Democratico. Ad esempio Cofferati come europarlamentare ha aderito, anche Balzani che è un’europarlamentare eletta a Genova, che è molto sensibile al tema, ha aderito. C’è anche un movimento dentro il Pd che, però, ha dei meccanismi un po’ più complessi e non solo su questo tema. Speriamo che qualcosa si muova.

E il centro-destra come ha risposto?

Non ha dato nessuna risposta. Naturalmente sarebbero benvenuti anche loro. Ci sono dei precedenti che ci lasciano poco sperare. Dove, ad esempio, c’erano delle esperienze regionali promettenti, come nel Lazio e nella Campania, dopo che alle ultime tornate elettorali si sono imposte delle maggioranze di centro-destra subito queste leggi che istituivano il reddito minimo garantito o il reddito di cittadinanza sono state, se non del tutto abolite, poco finanziate. C’è un atteggiamento, fino adesso, di netta chiusura. Però ci piacerebbe che ci fosse un confronto con queste forze politiche conservatrici, tenendo conto che i conservatori d’Europa non si sono mai sognati di abolire le misure di reddito minimo che esistono nei rispettivi Paesi.

C’è stata una risposta da parte del Governo Monti, è intervenuto il Ministro del LavoroFornero: “con il reddito gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”. Lei cosa risponde?

Questo è un cliché offensivo che non si colloca su un terreno di serio dibattito su quelle che sono le questioni attualmente evidenti nella questione sociale del nostro Paese. E’ una fandonia mettere una misura di reddito garantito in contraddizione con l’attivazione delle persone. In realtà noi abbiamo molte persone che sono stabilmente escluse dal mercato del lavoro, si sentono scoraggiate dall’attivarsi. Questo senza una misura di reddito minimo garantito.

Cosa può fare il reddito minimo garantito?

Rendere impossibile l’accettazione di certi lavori, come esistono adesso, con contratti improponibili. Con paghe scadenti, con delle violazioni sulle norme, sulla sicurezza e quindi dei lavori che hanno delle caratteristiche di pericolosità e che, naturalmente, ben difficilmente potrebbero essere accettate da un disoccupato che fosse assistito da una misura di reddito garantito efficace e realmente funzionante. Si potrebbe creare un’alleanza virtuosa, tra il diritto al reddito e l’inclusione sociale.

E’ possibile paragonare o accostare il reddito minimo garantito al servizio sanitario nazionale?

E’ una battaglia di civiltà questa sul reddito minimo, che assomiglia alla battaglia per l’introduzione nell’immediato secondo dopoguerra del servizio sanitario nazionale. Soprattutto perché questa misura di reddito minimo, al di là dei costi che può avere, può rappresentare delle opportunità in termini di vivibilità generale del contesto sociale, che può portare a dei vantaggi che non sono nell’immediato economicamente calcolabili.

da L’Indro.it di mercoledì 1 Agosto 2012, ore 19:39

http://lindro.it/Reddito-minimo-Una-battaglia-di,9815#.UCj5I6HN_BE

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Nasce l’associazione filogovernativa ’Indipendenti per l’Italia’.

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Intervista al professore Andrea Gilardoni, collega ’bocconiano’ del premier: “ma resta sempre quel posto al quirinale”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ nata a Roma ‘Indipendenti per l’Italia’, l’associazione impegnata ad “aiutare il Presidente Monti a ricostruire il Paese”. Tra i promotori gli economisti Massimo Lo Cicero eStefano Micossi, i docenti universitari Michele Bagella e Andrea Gilardoni, i giornalistiErnesto Auci e Paolo Mazzanti, i manager Umberto Quadrino e Giovanni Canepa, il professionista Alberto Pera e i dirigenti pubblici Guido Bolaffi e Costanza Pera. All’incontro ha partecipato anche Giovanni Palladino, l’esponente del movimento politico, di ispirazionesturziana, ’Italiani Liberi e Forti’.

Ma a cosa serve questa nuova associazione? Si sta preparando il terreno a Monti per le elezioni politiche del 2013? Secondo Mazzanti: “Siamo qui per cominciare a dare risposta alle domande che arrivano da tutto il mondo e chiedono di sapere se Monti gode davvero del sostegno del Parlamento e dell’opinione pubblica, se dopo le elezioni il percorso di risanamento proseguirà e se c’è la reale volontà di modernizzare il sistema politico”.

Il giornalista Augi chiede aiuto ai cittadini “che devono partecipare attivamente alla ricostruzione del Paese in modo da offrire un futuro sia ai tanti giovani oggi emarginati sia agli attuali lavoratori oggi avviliti per le troppe tasse e per l’ingiustizia e l’inefficienza complessiva del sistema politico e burocratico. La crisi economica richiede azioni rapide e decise. Ma alle debolezze e indecisioni dell’Europa si sommano le nostre gravissime carenze, prima fra tutte, l’assoluta inadeguatezza del nostro sistema politico che rimane ancorato agli schemi di gestione del passato e manda continui segnali di insofferenza verso le riforme di Monti”.

Nelle prossime settimane Indipendenti per l’Italia avvierà contatti con organizzazioni e movimenti per proporre una piattaforma comune. Per capire meglio cosa si sta muovendo intorno all’attuale Presidente del consiglio ormai ’in scadenza’, abbiamo contattato un suo collega, il professor Andrea Gilardoni. Docente alla Bocconi di Milano e amico del senatore.“Ho partecipato a una riunione in cui ho espresso l’apprezzamento per l’iniziativa. Sono andato perché Auci mi ha invitato, è una persona che stimo, e l’idea mi sembrava di interesse”.

 

Qual è l’idea?

Secondo me, l’idea ruota intorno allo stile di Monti.

 

Uno stile sobrio.

Sobrio, si certo. Ma anche consapevole, colto e, talvolta, ironico. Anche se, nel suo Governo, ci sono state delle situazioni un po’ contraddittorie.

 

Con questa associazione Monti scende ufficialmente nell’arena politica per il 2013?

Monti negherebbe decisamente. Conoscendo Monti, avendolo visto all’opera, so che è una persona che se dichiara che farà il senatore a vita, allora esistono elevate probabilità che lui faccia così. Ma è anche vero che questa è una dichiarazione opportunistica, perché se facesse diversamente il Governo salterebbe dopo un quarto d’ora. Però lui l’ha detto, l’ha dichiarato ed è difficile che cambierà idea. Almeno lo credo, conoscendo il tipo di persona. Anche perché, poi non dimentichiamoci, c’è un’altra posizione che si libera.

 

La presidenza della Repubblica.

Si, comunque io penso che il concetto sia un’iniziativa che vuole portare avanti il modello Monti. Se tra sei mesi si verificheranno delle convergenze, delle ipotesi per cui Monti riterràdi modificare il suo atteggiamento – cosa che ritengo improbabile ma possibile – forse continuerà. Però, ripeto, è molto improbabile.

 

Un movimento che si ispira alle politiche di Monti, quindi?

Al ’modo di fare il politico’. Alla fine è un politico. E il suo modo di far politica è un modello che noi dobbiamo, come Paese, senza dubbio puntare. Ricordo le parole di Montanelli, quando diceva che Berlusconi è una malattia che bisogna contrarre per poi guarirne. Berlusconi è stato anche un po’ criminalizzato, c’è stata un’esagerazione.

 

Torniamo a Monti.

Quello che è importante di Monti è l’understanding internazionale. La rete di relazioni, l’apprezzamento. Questo è un suo grande punto di forza. Se si vuole fare un partito allora non sono così convinto. Se invece si intende fare un soggetto culturale lo trovo molto interessante.

 

Lei come giudica l’azione politica del Governo presieduto da Monti?

In quella sede ho detto alcune cose. La mia è una formazione aziendalistica, non sono un economista. Avrei fatto una forte azione sul debito: per me la soluzione ragionevole è il prestito, quello che viene chiamato il prestito patrimoniale. Un prestito forzoso basato sul patrimonio degli individui. Il debito si è formato a fronte del fatto che molti si sono arricchiti, ed è equo caricare chi si è arricchito in questi ultimi venti anni. E’ doveroso colpire i redditi internazionali. Galera per chi costituisce capitali all’estero, galera se non li importano immediatamente. Intervenire in modo drastico: entro certi limiti c’è già la sanzione penale, bisogna confermarla in modo deciso. L’Imu ha una serie di difetti, va a toccare le cose più care che le persone hanno. Si tratta di un prelievo che non risolve il problema e mette a repentaglio la stabilità del mercato immobiliare italiano, una delle cose che fino ad oggi invece ha retto. Ma era già in difficoltà prima dell’Imu, lo vedo in grande difficoltà ora. Per fortuna non siamo come la Spagna, che è crollata proprio per il mercato immobiliare. Eppure, nonostante tutto il debito pubblico aumenta.

 

Secondo Lei, Monti ha realizzato tutto quello che aveva in mente o è rimasto ostaggio di questo Parlamento?

Cosa Monti avesse in mente quando ha assunto l’incarico non è che lo abbia mai detto con grandissima chiarezza. Lo ha fatto dire a qualche Ministro. Sulla riforma del Lavoro della Fornero ho delle serie perplessità. Non sono un economista del lavoro, ma vedo incrementare significativamente il costo dei contratti, non so quale sarà poi il risultato. Credo che Monti si sia affidato alla Fornero, non è che sia un esperto di queste tematiche. Se devo essere sincero il punto chiave che vedo mancato è il tema del rilancio della politica industriale. Noi abbiamo una situazione preoccupante, siamo schiacciati dalla competizione internazionale, le nostre aziende sono pressate dai costi e se ne vanno appena possono. Non dico che sia facile, ma vedo che è stato fatto abbastanza poco… anche questo decreto sviluppo licenziato ieri alla Camera. Noi cosa stiamo facendo per far rimanere le industrie in Italia? Credo abbastanza poco. Le banche sono in una situazione incredibile, hanno avuto questi soldi all’uno per cento e li impiegano al cinque. Anche io e lei saremo capaci di guadagnare, possiamo stare tranquilli, andarcene al mare e guadagnare comunque. Credo invece che per lo sviluppo si siano fatte alcune cose, per esempio la ‘cabina di regia’ per l’export. Credo molto al progetto sulla banda ultra-larga, la vedo come l’autostrada del Sole degli anni ’50: una cosa che va fatta. Vedo molto bene il ragionamento sulla logistica, la necessità di ridurre i costi di trasporto, di trasferimento per attrarre merci internazionali. E poi c’è tutto il tema del turismo. Ci sono sette, otto, dieci settori che sono importanti per il nostro Paese e su cui vedo, in questo momento, che è stato fatto relativamente poco.

da L’INDRO.IT di venerdì 27 Luglio 2012, ore 19:38

http://lindro.it/Conosco-Monti-non-si-ricandidera,9763#.UBk1BGGdDPo

LEGGE ELETTORALE, LAVORI IN CORSO

Intervista a Gaetano Azzariti, docente di Diritto Costituzionale

LEGGE ELETTORALE, LAVORI IN CORSO

Tutti vogliono cambiarla, ma nessuno lo ha ancora fatto. In Senato 39 proposte, tra le quali quella di Grillo

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Tutti vogliono cambiarla, ma nessuno è interessato a farlo. I proclami sulla legge elettorale continuano. Tutti sono intervenuti su questo tema. La politica sembra in fermento, disponibile a eliminare questo scempio per la democrazia. L’ultima, quella che è oggi vigente, è definita una ‘porcata’. Il termine è stato coniato dal suo creatore. Dopo il leghistaCalderoli tutti hanno aggiunto qualcosa, ma moltissimi si trovano bene con le attuali norme.

Il sistema di potere è concentrato in poche mani e in pochissime menti. La decisione spetta ai segretari di partito. Sono loro che scelgono i rappresentanti, che non rappresentano più i cittadini. “Mi auguro che si arrivi ad una intesa o comunque ad un confronto conclusivo in sede parlamentare. Ho ritenuto che fosse ormai il momento di portare alla luce del sole l’esito dei tentativi di intesa che ci sono stati”, queste le parole del Capo dello Stato,NapolitanoMa quanti anni sono passati dalla legge porcata? Era il 2006. Dopo sei anni a nessuno va bene, ma tutti se la tengono. 

“I partiti hanno oggi solo due obiettivi. Il primo sono le alleanze. Il secondo obiettivo è una nuova legge elettorale per fottere il Movimento 5 Stelle”, ha scritto Beppe Grillo sufacebook. In commissione Affari Costituzionali del Senato ci sono diverse proposte,trentanove, e tra tutte spicca quella del comico genovese. Di iniziativa popolare, che prevede l’ineleggibilità dei condannati in via definitiva e la sospensione di parlamentari condannati in via non definitiva. Con un tetto di due mandati e l’introduzione di una preferenza. “Non cambiare la legge elettorale è un suicidio per le forze politiche”, ha affermato il professore Gaetano Azzariti. Con il docente di diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma siamo partiti dalla legge ‘porcata’ del 2006. “Noi abbiamo la peggiore delle possibili leggi elettorali. Non è una valutazione soggettiva, la stessa Corte Costituzionale ha indirettamente esplicitato che ci sono gravi dubbi di costituzionalità sulla legge stessa. E’ chiaro che è una legge che si deve cambiare al più presto. Il paradosso è che tutti lo riconoscono ma nessuno lo fa e comunque non si riesce a fare una riforma della legge elettorale”.

Perché ci troviamo in questa situazione?

La materia elettorale, dal punto di vista strettamente politico, incide direttamente sugli interessi dei partiti politici. E’ sempre valutata dai soggetti che devono cambiare legge elettorale in chiave di interesse. Individuale, per singolo partito. E’ ovvio che non è un buon viatico, un buon principio per una riforma così importante che è quella elettorale, che dovrebbe seguire non gli interessi ma i principi generali della democrazia.

Qual è la legge elettorale migliore per l’Italia?

La legge più semplice possibile, che rispecchi nel modo migliore i criteri della rappresentanza.

Quali sono questi principi che rispecchiano la rappresentanza?

Ci sono due grandi famiglie di leggi elettorali: quella maggioritaria e quella proporzionale. Come è noto, in Italia, non si è mai scelto tra questi due principi. Si può scegliere, ovviamente, come è già avvenuto dal 1993 in poi, un mix tra proporzionale e maggioritario. Quello che normalmente è seguito non è un principio, ma la creazione di una legge arlecchino. Un pezzetto che faccia comodo ad ogni partito e che faccia uscire alla fine una legge mostruosa, una legge mostro che accontenti tutti.

C’è anche la proposta di legge, di iniziativa popolare, di Beppe Grillo. Per un Parlamento pulito.

E’ essenziale fare la legge elettorale, all’interno della quale devono, ma lo sono anche attualmente, essere previste le cosiddette incompatibilità e ineleggibilità. La storia del nostro Paese ha dimostrato come bisogna essere più rigorosi nel far valere le incompatibilità e le ineleggibilità. In via di principio ritengo che sia opportuno che chi, fatto santo il principio di non colpevolezza, è stato condannato anche in primo grado, è plausibile che non possa essere candidato. Almeno questo. Anche il rinvio a giudizio, per alcuni reati, deve far sospendere il diritto di elettorato passivo.

Lei cosa pensa del tetto di due mandati?

Lo vedo in termini favorevoli. Anche qui, non in assoluto, abbiamo il problema della classe politica. C’è una retorica a favore dei giovani che non è che valga di per sé, perché non è un problema anagrafico. Ci sono ottime persone di una certa età non utilizzate nella politica e pessimi giovani che è meglio che la politica non la frequentino mai. E’ inutile fare esempi concreti, basta leggere i giornali. Il vincolo dei due mandati è interessante per avere un ricambio, non tanto generazionale, quanto proprio di classe politica. Un politico di professione non necessariamente deve fare per tutta la vita il parlamentare. Un segretario di partito, dopo aver svolto due mandati, non si capisce perché non possa continuare, per esempio, a fare il segretario di partito.

Si riuscirà a fare, entro il 2013, questa benedetta riforma del sistema elettorale?

Se ciò non dovesse essere, se questo Parlamento non dovesse riuscire a cambiare la legge elettorale, questo rappresenterebbe un suicidio per le forze politiche attualmente presenti in Parlamento. Questo auspico fortissimamente e auguro agli stessi partiti che attualmente siedono in Parlamento di avere le forza di cambiarla questa legge elettorale. Non cambiarla fa male all’Italia, alla rappresentanza, ma fa anche male a loro stessi. Si convincessero che se non vogliono suicidarsi è opportuno che un accordo, che una legge elettorale migliore dell’attuale la trovino, la realizzino e l’approvino.

da L’INDRO.IT di martedì 17 Luglio 2012, ore 19:30

http://lindro.it/Legge-elettorale-lavori-in-corso,9586#.UAkwiGGdDPo

DOVE ARRIVERÀ IL MOVIMENTO 5 STELLE?

Intervista ad Alberto Di Majo, autore del libro ‘Grillo for President’

DOVE ARRIVERÀ IL MOVIMENTO 5 STELLE?

Inizialmente sottovalutato (“Sul ’boom’ Napolitano ha preso una svista”), oggi fa paura ai “partiti che faranno una legge elettorale che li penalizzerà”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Non siamo un partito, non siamo una casta: siamo cittadini punto e basta”. Questo è il motto dei grillini, dei simpatizzanti del Movimento di Beppe Grillo. Che stanno cominciando a fare sul serio. Che si stanno imponendo, soprattutto, per la mediocrità dimostrata dai politici italiani. Dal sistema dei partiti, ormai, alla deriva. Gli italiani stanno cominciando a dare fiducia a questi giovani, che hanno voglia di cambiare la politica italiana. Di innovarla. Oggi rappresentano la novità e l’alternativa alle vecchie classi dirigenti. I sondaggi sono dalla loro parte e i numeri sono destinati a crescere. Ma dove potranno arrivare? Molti sostengono che la scalata non dipende solo da loro, ma dalla cecità di chi, negli ultimi venti anni, non ha pensato al bene del Paese. Ma esclusivamente a quello personale. La seconda Repubblica non ha portato nessuna novità. Da Tangentopoli non è cambiato nulla. I partiti hanno continuato la loro opera di autodistruzione. 

Pochi hanno compreso in pieno la forza di questo Movimento. La rete ha preso il sopravvento e l’avanzata di Grillo è stata inesorabile. Il suo blog, in pochi anni, è entrato nelle classifiche mondiali. Poi il Meetup, la piattaforma che ha permesso ai cittadini di utilizzare al meglio la rete, per fare rete. Era il 2005. Dopo pochi anni il primo V-Day (per un parlamento pulito) e il secondo V-Day (per un’informazione libera). Ma niente. La politica non si è accorta del nuovo fenomeno. Gli organi di informazione hanno snobbato il fiume di persone riversate nelle piazze italiane. Loro hanno continuato la loro opera. Poi sono arrivate le elezioni comunali sponsorizzate da Grillo. Nel 2009 è nato il Movimento 5 Stelle.Oggi si è arrivati al ‘boom’ di consensi che il presidente della Repubblica Napolitano ha cercato di bollare come demagogia. Una demagogia che ha portato all’elezione di consiglieri regionali e poi dei sindaci.

Ora la classe dirigente teme il Movimento 5 Stelle, ma non ha gli strumenti per contrastare l’ascesa. La gente non sopporta più la politica e i tanti soldi pubblici (utilizzati per scopi privati) che gravitano intorno al sistema dei partiti. Gli eletti del Movimento si sono tagliati lo stipendio dell’80% e rifiutano i rimborsi elettorali. E’ populismo? Come definire allora i partiti politici che non sanno rinunciare nemmeno al rimborso elettorale (una vera e propria truffa ai danni degli italiani)? Il Movimento oggi è una realtà. Può ‘scassare’ ancora di più e disintegrare questo vecchio sistema politico. Ma che cos’è, da dove viene e cosa vuole veramente il Movimento 5 Stelle? Lo abbiamo chiesto all’autore del libro ‘Grillo forPresident’, Alberto Di Majo, giornalista de ’Il Tempo’. “Il Movimento 5 Stelle, in modo sbagliato, viene ritenuto come un movimento di protesta. Come un movimento che vorrebbe cacciare questa classe politica, che vorrebbe tagliare i privilegi, che vorrebbe tagliare i rimborsi elettorali e tutte le altre cose che hanno i nostri parlamentari. Il Movimento 5 Stelle è questo, ma è anche tanto altro”.

Facciamo degli esempi.

Il Movimento 5 Stelle è quello dei rifiuti zero, delle strategie contro l’inquinamento. Tutti i progetti di salvaguardia dei centri storici. E’ anche quello che si oppone alle grandi opere. E’ soprattutto un non partito, che vorrebbe impostare il rapporto tra politica e cittadini a una maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte. Per questo sono per referendum senza quorum, usano il web. Loro dicono: “ognuno vale uno“, che è la regola del web. Sul webognuno vale uno. Loro puntano molto sul web e sulla costruzione di strumenti di democrazia diretta per andare in controtendenza rispetto a quello che fanno i politici. Che ricevono, che prendono una delega in bianco. E fanno quello che vogliono, anche contro le decisioni dei cittadini. Basta vedere che fine fanno i referendum votati dai cittadini.

A chi fa più paura questo Movimento?

Fa paura a tutti i politici tradizionali, a tutti i partiti tradizionali. A tutti quelli che in questi venti anni non hanno saputo autoriformarsi, non hanno saputo avere un rapporto sano con la società civile. Fanno paura ai partiti, che dopo il fallimento del governo Berlusconi, dovranno presentarsi alle elezioni politiche per chiedere il voto senza aver avuto risultati. Ho la netta impressione che il Movimento 5 Stelle, che adesso i sondaggi danno intorno al 20%, è destinato a crescere. Anche con la vicenda delle nomine Rai, i partiti, ancora una volta dimostrano di non aver capito che bisogna cambiare registro.

Come è possibile interpretare l’affermazione di Napolitano dopo le amministrative: “non ho sentito il boom“?

E’ stata una svista del Presidente. Secondo me ha avuto un ruolo fondamentale, ma quel commento sul risultato alle elezioni amministrative è stato infelice. Il Movimento ha conquistato quattro città, tra cui Parma, ha avuto percentuali molto alte in tantissime città. Almeno del centro nord. Minimizzare il risultato perché Napolitano ritiene che Grillo incarni l’antipolitica e sia un demagogo, lo ha detto e ripetuto, è stata una svista. In questo caso ha ragione Grillo quando si è arrabbiato e ha detto: “il Presidente della Repubblica non può offendere tutte le persone che ci hanno votato“. Quella frase è sembrata fuori luogo.

Nel resto d’Europa, soprattutto in Francia e in Grecia, è aumentato il consenso dei movimenti di estrema destra. In Italia, Grillo e il suo Movimento che vuoto stanno riempiendo?

Il vuoto lasciato dai partiti che non riescono più a parlare ai cittadini e a rappresentare i cittadini.

Senza questo Movimento chi avrebbe riempito questo vuoto?

Probabilmente le stesse forze xenofobe e estremiste che stanno vincendo in Europa. Il Movimento ha evitato l’avanzare di forze nazionaliste o, comunque, di forze politiche poco equilibrate. Mi sembra evidente.

E le polemiche che girano intorno a Casaleggio?

Casaleggio è un esperto di web, di marketing, è il co-fondatore del Movimento. E’ un uomo che sta dietro le quinte, che non ama le interviste. Un uomo che si occupa di strategie di comunicazione. E’ visto da alcuni come il ’deus ex machina’ del Movimento. Quello che regge i fili anche di Grillo. In realtà credo che Grillo e Casaleggio abbiano inventato un altro modo di fare politica e credo che siano leggende metropolitane quelle che vogliono che Casaleggiosia un massone, piuttosto che sia il vero padrone del Movimento. Qualche disputa sulla democrazia interna al Movimento c’è stata, ci sono state alcune espulsioni. Qualche atto poco democratico c’è stato, però sfido a guardare cosa succede nei partiti: nel Pd, nel Pdl, nella Lega.

Dove può arrivare il Movimento di Grillo?

Sembrava impossibile che potesse conquistare il Comune di Parma. E poi invece è successo. Ha vinto a Parma, ha vinto a Sarego, ha vinto a Comacchio e ha vinto a Mira. Credo che possa arrivare in alto. Bisogna anche vedere con che legge elettorale si voterà e credo che su questo i partiti saranno molto attenti. Credo che faranno una legge elettorale che alla finepenalizzerà il Movimento 5 Stelle.

Grillo continuerà a fare il comico o lo vedremo impegnato direttamente in politica, nelle Istituzioni?

Non credo che Grillo si candiderà. Lui l’ha sempre escluso e, tra l’altro, Grillo è pregiudicato. Non può candidarsi secondo le regole del suo Movimento. Lui è pregiudicato per una storia degli anni ’80, per un incidente stradale. Ma comunque non ha alcuna intenzione di candidarsi. Penso che rimarrà a fare il megafono del Movimento 5 Stelle.

da L’INDRO.IT di giovedì 5 Luglio 2012, ore 19:29

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La moderna lotta alle mafie

Il rating di legalità per le imprese

La moderna lotta alle mafie

Lumia: “Una proposta geniale, che coniuga legalità e sviluppo”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un rating anti-mafia per premiare le imprese virtuose in tema di legalità può essere uno strumento in più per combattere il crimine organizzato, ma c’è ancora molto da fare sul piano della necessaria rottura delle connivenze con il potere e le istituzioni”. Con queste parole Laura Garavini, capogruppo del Pd in commissione Antimafia, commenta la proposta del responsabile legalità di Confindustria Antonello Montante. Il rating di legalità sarà utilizzato per sostenere le imprese che operano nel rispetto delle regole, che si oppongono al controllo della criminalità organizzata. Montante su ’L’Unità’ spiega la sua idea: “lo spread negativo sui fattori di crescita non può comprendere soltanto l’andamento dei titoli di Stato, delle banche o delle assicurazioni. Bisogna cominciare a prendere sul serio l’idea di intervenire sullo spread delle aziende che investono e vivono nei mercati grazie a processi di legalità e a codici anti-corruzione, per non parlare di quelle imprese che si sono messe in prima linea contro la mafia e che oggi meriterebbero formali riconoscimenti imprenditoriali”.

Il rating di legalità potrebbe essere lo strumento ideale per misurare la credibilità di un’azienda. Per verificare che non scenda a compromessi con il sistema mafioso. Che combatta le illegalità. E lo Stato, sulla base dei risultati, dovrebbe rispondere con agevolazioni e incentivi. Per il componente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia: “introdurre un rating di legalità per valorizzare e premiare le imprese oneste è un’idea valida. Uno strumento utile per sostenere tutte quelle realtà che rispettano le leggi, denunciano le estorsioni, le infiltrazioni mafiose, i condizionamenti esercitati dalla mafia. A queste imprese si potrebbero concedere agevolazioni fiscali per promuovere la crescita dell’economia sana e legale”. Favorevole alla proposta anche il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri (“Bisogna far crescere la cultura della fiducia. La proposta di Montante di attivare un rating per le aziende sane è molto interessante e dovremmo approfondirla”) e molti rappresentanti politici di tutti gli schieramenti. “Si tratterebbe – ha aggiunto Lumia – di un altro passo in avanti nella lotta alla criminalità organizzata e contro l’economia illegale, che toglie ricchezza e posti di lavoro a quella legale e nega ai lavoratori e ai cittadini i loro diritti”.

Sulla questione è intervenuto anche il magistrato della Dda di Palermo, Antonio Ingroia: “un’ottima idea che dà continuità alle proposte di Confindustria. Ora però tocca alla politica raccogliere il testimone e comportarsi allo stesso modo: iniziando ad espellere i collusi con Cosa Nostra. E proprio sulle colonne de ’L’Unità’ Ingroia aggiunge: “Il salto di qualità sul fronte antimafia è stato fatto attraverso proposte che cercano di rendere conveniente lo stare dentro le regole. Ecco, l’idea di costruire un rating antimafia per le aziende va proprio in questa direzione. Non soltanto punendo quelle colluse con la criminalità o affidando il tutto a richieste di facciata per il rispetto dell’eticità, ma premiando quelle che invece si impegnano per la legalità intesa come rispetto delle regole. L’economia illegale è la palla al piede, la zavorra della Sicilia; l’economia legale al contrario deve diventare conveniente anche dal punto di vista economico”.

Abbiamo avvicinato il Senatore Giuseppe Lumia, da anni sotto scorta perché minacciato di morte da Cosa Nostra, che non ha usato mezzi termini per giudicare l’idea lanciata da Antonello Montante. “E’ una proposta geniale, un altro passo in avanti nell’impostare una moderna lotta alla mafia, che sa coniugare legalità e sviluppo. In questo rapporto possiamo ottenere dei risultati senza precedenti. Il rating antimafia responsabilizza le imprese a sposare la legalità e in cambio fa ottenere dei benefici dal sistema del credito e, quindi, fa ottenere dei risultati in termini di sviluppo”.

Senatore, si stanno registrando commenti positivi trasversali intorno al ’rating antimafia’. Lei come giudica le aperture dei rappresentanti dei partiti?
Naturalmente è un ottimo risultato. Certo, bisogna stare molto attenti che non sia la classica condivisione che lascia poi lo stato delle cose inalterato. E’ necessario dare concretezza a questa proposta e realizzarla al più presto possibile.

Per il giudice siciliano Antonio Ingroia: “tocca alla politica raccogliere il testimone e comportarsi allo stesso modo”. Lei condivide?
Condivido pienamente e da tempo mi batto in Parlamento perché si approvi una legge sulla cosiddetta incandidabilità di chi ha ricevuto un rinvio a giudizio e si trova di fronte al processo per reati contro la mafia e contro la pubblica amministrazione. Da tempo mi batto perché il codice etico, sottoscritto in Commissione Antimafia da tutti i partiti, si trasformi in legge. Per evitare le inapplicazioni che abbiamo dovuto constatare, sempre in Commissione, nelle ultime elezioni locali e regionali, senza mai escludere lo stesso livello nazionale ed europeo.

Come mai la proposta di Montante trova tutti i rappresentanti di partito d’accordo e, poi, in Aula si grida allo scandalo contro le richieste di arresto dei magistrati nei confronti dei parlamentari ritenuti collusi con le organizzazioni criminali?
La lotta alla mafie non è nell’agenda del Paese una priorità intorno a cui raccogliere tutte le migliori energie. Ritengo che facendola diventare una grande priorità potremmo riorganizzare al meglio il Paese, farlo uscire dalle secche dell’immobilismo, della sfiducia, della crisi economica in cui si trova e potrebbe diventare anche un’occasione per selezionare la classe dirigente che sa coniugare, appunto, legalità e sviluppo piuttosto che ancora colludere con le mafie.

da L’Indro.it di martedì 31 Gennaio 2012, ore 18:51

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L’autostrada in Molise, sospetti di infiltrazioni

L’opera costerà 3.500 milioni di euro. Il Cda della Società 300mila euro

L’autostrada in Molise, sospetti di infiltrazioni

L’allarme della DNA: “interessi di persone vicine a consorterie mafiose”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“In questi giorni stiamo assistendo a nuovi annunci trionfalistici per il via libera al progetto preliminare per la costruzione della Termoli-San Vittore. L’autostrada non serve al Molise”. Queste le parole utilizzate dal segretario generale della Fillea-Cgil Molise Pasquale Sisto, dopo gli annunci dei giorni scorsi.

Era stato il presidente della Regione Molise, Angelo Michele Iorio (imputato e rieletto per la terza volta) a chiedere, nei giorni scorsi, al ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture, Corrado Passera diaccelerare tutti i passaggi per attivare, entro pochi mesi, le procedure di appalto dell’autostrada Termoli-S.Vittore”.Siamo contrari – ha affermato il segretario Pasquale Sisto alla eventuale costruzione di questa infrastruttura (se mai si arriverà alla realizzazione) in quanto, non serve allo sviluppo del Molise. I problemi del Molise sono ben altri come la chiusura della struttura Commissariale decisa dal Governo Nazionale per la ricostruzione post sisma del 31 ottobre 2002”.

Del tremendo terremoto che portò (per colpe umane) al crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia, con la morte di 27 bambini e di una maestra. Per Sisto la “ricostruzione nelle zone terremotate già con la struttura Commissariale è andato a rilento con ricostruzioni parziali e in alcuni casi addirittura non ancora iniziati. In altri casi invece le opere ricostruite e costruite ex novo sono opere sproporzionate che non servono a nessuno come alcune strutture di San Giuliano di Puglia simbolo degli sprechi e del mal costume molisano. Adesso con la chiusura della struttura Commissariale ancora più di prima quelle zone saranno abbandonate a se stesse senza nessuna garanzia per il futuro con la possibilità concreta di nuova emigrazione”.

Nelle zone terremotate del Molise i cittadini abitano ancora nei moduli di legno.Quelle casette dopo quasi 10 anni dai tragici eventi sono tutte deteriorate, ci piove dentro, e all’interno le condizioni igienico-ambientali sono al limite. Si vuole costruire un ennesimo monumento allo spreco e al malcostume”.

I lavori sono fermi per mancanza di fondi, quelli che l’articolo 15 spartiva tra aiuti per l’alluvione e per i terremoti. Il concetto espresso dal pm di Campobasso, Fabio Papa, in una manifestazione pubblica resta illuminante. Per capire il modus operandi della politica in Molise. “In una Regione di 300mila persone è ovvio che alla fine si crei una compattezza sociale in senso negativo. Perché si aspetta il proprio turno e ‘prima o poi deve capitare quello che poi mi fa il favore a me, che mi sistema a quello e a quell’altro’. E’ evidente che un terreno di coltura del genere è un terreno pericoloso”. E tutto questo decadimento porta all’omertà, all’assuefazione di un intero popolo.

I soldi, sprecati dalla gestione locale, non ci sono più per la ricostruzione. Basta fare un giro nei centri abitati – continua il segretario della Fillea Cgil – del cosiddetto cratere sismico per rendersi conto della drammaticità della situazione. A Santa Croce di Magliano le case sono ancora puntellate, la stessa cosa vale per Bonefro. Gli alunni di questa comunità frequentano le scuole ancora nei moduli prefabbricati frutto della solidarietà italiana. Per non parlare di Montelongo, di Rotello, di Ururi e della stessa Larino che si trovano nelle medesime condizioni. La priorità deve essere la rinascita economica e sociale di quelle zone devastate dal sisma e per cui gli investimenti vanno indirizzati in quella direzione”.

Invece, in Molise, sono altre le priorità. Dopo l’annuncio dell’Aeroporto, ecco arrivare l’accelerata per l’Autostrada del Molise. Tutto ha inizio nel 2008, quando viene costituita l’Autostrada del Molise Spa, che ha sede a Campobasso, con un capitale sociale di 3 milioni di euro. Una società mista Anas-Regione Molise, per la realizzazione del nuovo collegamento Termoli (Molise) – San Vittore (Lazio). Un tracciato di 150 chilometri, con due corsie per senso di marcia, 121 viadotti, 15 gallerie e 35 svincoli di collegamento. “Il progetto preliminare – si legge nel sito dell’Anas – prevede 13 lotti, di cui il lotto due, lungo circa 9 km, denominato ’Variante di Venafro’. L’importo complessivo dell’investimento necessario ammonta ad oltre 3.500 milioni di euro. La nuova arteria discende essenzialmente dalla inadeguatezza del sistema delle comunicazioni e dei trasporti del Molise e dalla mancanza di un collegamento trasversale tra il Tirreno e l’Adriatico, con il duplice obiettivo quindi di migliorare il livello di servizio in termini di mobilità, accessibilità e sicurezza del collegamento stradale tra la dorsale adriatica e la dorsale centrale, e di valorizzare e sviluppare le potenzialità economiche delle aree commerciali ed industriali delle province di Isernia e Campobasso”.

Un investimento importante, da tenere sotto controllo. Proprio intorno alla ’Variante di Venafro’ esistono infatti dei rapporti che parlano di infiltrazioni malavitose. Si legge nella Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia (Dna) del dicembre 2010: si registrano da tempo tentativi di infiltrazione da parte di appartenenti a qualificati sodalizi attivi nelle Regioni limitrofe ed interessati al settore dell’illecito smaltimento dei rifiuti, al reimpiego dei proventi in immobili ed attività commerciali nelle località della costa, nonché al controllo degli appalti pubblici”. E proprio su quest’ultimo settore si sofferma la relazione.

Nel mese di maggio 2008, la Procura della Repubblica di Isernia ha emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti delle 8 persone indagate nell’ambito della nota indagine ‘Piedi d’Argilla’, che aveva accertato il tentativo di infiltrazione di un imprenditore contiguo alla cosca ‘ndranghetista dei Garofalo di Petilia Policastro (Kr), affidatario di subcontratti nell’ambito dei lavori per la realizzazione del primo tratto della cosiddetta Autostrada del Molise”.

Si sono già registrate le prime infiltrazioni. I soldi sono tanti e attirano la criminalità organizzata. Quasi sempre presente negli appalti pubblici. Al di là della prova processuale non raggiunta – scrivono dalla DNA – sul piano dell’analisi e della prevenzione tale procedimento è sintomatico di interessi nella Regione di persone comunque vicine a consorterie mafiose”.

Per adesso restano gli annunci della politica. Ma i tempi per la realizzazione? Per l’ex Ministro Matteolil’Autostrada Termoli-San Vittore si farà. I ritardi nella costruzione saranno recuperati con il piano tecnico che è stato messo a punto”. Era il 12 maggio del 2011.

L’autostrada ancora non esiste, ma sono partite le nomine. Gli stipendi, circa 100mila euro all’anno, ai componenti del Consiglio di Amministrazione della società ’Autostrada del Molise’. Cinque sono le persone che compongono il cda: Vincenzo Di Grezia (presidente); Michele Minenna (amministratore delegato dal 14 luglio 2011) e i consiglieri Vincenzo Colalillo, Settimio Nucci e Alberto Montano (già sindaco di Termoli). “Per l’incarico – tiene a puntualizzare Montano – prendo circa 7.500 euro l’anno. Dal gennaio 2010 ho l’onore di lavorare direttamente a questo progetto nel consiglio di Amministrazione della Società, pubblica al cento per cento senza nessun socio privato così come falsamente di recente affermato da qualcuno, costituita dall’ANAS e dalla Regione Molise per tale scopo. Ho partecipato sinora a più di dieci sedute di consiglio in cui ho dovuto vagliare insieme agli altri componenti scelte, progetti, soluzioni. Ho dovuto approvare bilanci e assumermi responsabilità di firma, pur sapendo di questi tempi quanto sia difficile e pericoloso esporsi per una firma, che, anche se messa in buona fede, può avere conseguenze spaventose per chi ha sempre fatto dell’onestà un valore personale e pubblico imprescindibile”.

Oltre al Cda, ci sono anche i componenti del collegio sindacale della Società. Il presidente è Carmine Franco D’Abate, mentre i sindaci effettivi sono Francesco Mancini e Riccardo Tiscini. Giulia De Martino e Cristian Lombardozzi sono i sindaci supplenti.

Ma quanto costa la macchina amministrativa di questa società? Secondo il presidente dell’Anas Pietro Ciucci nel “triennio 2010-2012 il presidente della società e l’amministratore delegato hanno intascato e intascheranno ventimila euro l’anno ciascuno, mentre i consiglieri Colalillo, Montano e Nucci quindicimila euro l’anno. Poco meno di diecimila euro l’anno vengono destinati ai componenti del collegio dei revisori”. Trecento mila euro, per il triennio 2010-2012, solo per il Cda della Società. In attesa di poter percorrere l’opera di ’importanza strategica’.

da L’Indro.it di giovedì 26 Gennaio 2012, ore 16:52

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Agenzie di rating? Tutto da rifare

Per i magistrati di Trani diffuse notizie “esagerate e tendenziose”

Agenzie di rating? Tutto da rifare

Parla il premio nobel Paul Krugman “poco seri i loro giudizi”
 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

C’è qualcosa di inquietante nell’ansia di S&P’s di conquistare le prime pagine dei giornali”. Con queste parole il ’Financial Times’ critica ferocemente il comportamento, in particolare, di Standard&Poor’s per la decisione di abbassare, venerdì scorso, il giudizio sull’intera area euro (tranne che per la Germania).

Nell’articolo il giornalista Philip Stephens, dal titolo ’Declassiamo le agenzie di rating’, sostiene che le agenzie danno giudizi incomprensibili su Paesi come l’Italia che oggi “ha un governo serio. Le agenzie di rating, per Stephens, sono ’spazzatura’. Per il presidente della Bce, Mario Draghi, bisogna imparare a vivere senza agenzie di rating “o quanto meno imparare a fare meno affidamento sui loro giudizi”.

Dopo l’ultimo declassamento cominciano a registrarsi le forti critiche. Le precise prese di posizione. Come quella del presidente della Consob. “L’Europa – secondo Giuseppe Vegasdeve cancellare in fretta le regole che citano il rating come parametro e punto di riferimento per le scelte degli investitori. Lo deve fare in fretta eliminandolo dalle normative comunitarie. Dando trasparenza e mettendo in luce i conflitti di interesse”. Quali sono questi conflitti di interesse? “Il caso più clamoroso – per il giornalista Maurizio Ricci di ’Repubblica’ – è la vicenda dei subprime, in cui le agenzie elargivano rating tripla A, su mandato – e pagamento – degli stessi beneficiari del rating”.

E proprio Vegas, su ’Il Sole 24Ore’, ha messo in evidenza che grossi operatori finanziari detengono quote importanti delle agenzie di rating. “Molte di queste società sono possedute da signori che hanno dei fondi, come Buffet o Vanguard. Del resto la perdita di credibilità delle agenzie di rating è sotto gli occhi di tutti. L’Europa indaghi”. Per adesso stanno indagando i magistrati italiani. Per il Pubblico Ministero di Trani, Michele Ruggiero, tre analisti (Moritz Kraemer, Frank Gil e Eileen Zhang) e il responsabile legale di S&P’s avrebbero “elaborato e diffuso”, tra maggio e luglio scorsi, “anche a mercati aperti” notizie “non corrette” e “comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico-finanziario e bancario italiano, concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari”.

La vicenda risale allo scorso agosto, quando la Procura di Trani aveva chiesto alla Consob tutta la documentazione sulle due agenzie di rating (Standard & Poor’s e Moody’s) che, secondo gli inquirenti, avrebbero fuorviato il mercato con “giudizi falsi, infondati o comunque imprudenti. L’inchiesta della Procura è partita grazie agli esposti di alcune associazioni di consumatori (Adusbef e Federconsumatori) per manipolazione del mercato. Per Standard e Poor’s si tratta di “accuse prive di fondamento e senza merito. Con forza difenderemo le nostre azioni, la nostra reputazione e quella dei nostri analisti”.

I reati ipotizzati sono ’market abuse’ (abuso di mercato), manipolazione del mercato finanziario e aggiotaggio informatico. E risultano essere sei i soggetti iscritti nel registro degli indagati (tre analisti di S&P, uno di Moody’s e i responsabili legali per l’Italia delle due agenzie di rating). I tre analisti di S&P sono accusati, oltre che di manipolazione del mercato, anche di abuso di informazioni privilegiate. Secondo l’ordinanza del 3 agosto scorso gli analisti Zhang e Gill, con la collaborazione e supervisione di Kraemer “divulgavano in un report l’avvenuto taglio dell’outlook del debito sovrano dell’Italia da stabilire a negativo, diffondendo non contestualmente ma solo il 23 maggio 2011 altro report esplicativo delle ragioni della rivisitazione dell’outlook: giudizi/previsioni da ritenere falsi, parzialmente infondati (anche nelle forme di comunicazione) secondo quanto asserito da altre Agenzie di rating, oltre che dalle supreme Autorità nazionali (Ministero Economia) che in pari data (21 maggio 2011) con un comunicato stampa smentiva – alla stregua di dati macroeconomici ufficiali – il summenzionato giudizio di S&P che (con)causava sensibili perdite di titoli azionari, obbligazionari e dei titoli di Stato nazionali”.

Sempre secondo i magistrati “il giorno venerdì 1 luglio 2011 poco dopo le 13 (prima della chiusura dei mercati) elaboravano e divulgavano in un’ulteriore nota giudizi negativi sulla manovra finanziaria presentata in Consiglio dei Ministri dal Ministro dell’Economia quando il testo della stessa non era ancora ufficiale e definitivo, così determinando ulteriori turbolenze sul mercato dei titoli e sulle aste dei titoli di Stato”. Quindi, “in conseguenza della diffusione dei sopra descritti giudizi si determinava il pericolo di una apprezzabile alterazione del prezzo degli strumenti finanziari oggetto di contrattazione”.

All’inchiesta di Trani si potrebbe aggiungere quella della Procura di Milano. Lo scorso 30 settembre la polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano ha condotto un accertamento fiscale negli uffici della Standard & Poor’s. La relazione è stata consegnata al procuratore aggiunto per i reati finanziari Francesco Greco. “Le agenzie di rating – secondo l’economista Paul Krugman non ci hanno mai offerto motivo per prendere sul serio i loro giudizi sulla solvibilità di una nazione. È vero che in genere le nazioni inadempienti prima di fallire erano declassate, ma in questi casi le agenzie di rating si limitavano soltanto a seguire i mercati, che avevano già rivolto la loro attenzione verso questi problematici debitori. Nei rari casi in cui le agenzie di rating hanno declassato paesi che, al pari dell’America oggi, godevano ancora della fiducia degli investitori, hanno sistematicamente sbagliato”.

Nell’articolo apparso lo scorso agosto sul ’New York Times’, il premio nobel per l’economia spiegava: “Prima di declassare il debito pubblico statunitense, S&P ha inviato una bozza preliminare del proprio comunicato stampa al Tesoro degli Stati Uniti. I funzionari di quest’ultimo hanno immediatamente scoperto nei calcoli di S&P un errore di ben duemila miliardi di dollari. Un qualsiasi esperto di bilanci avrebbe dovuto azzeccare quel calcolo, senza commettere errori di questo tipo. Dopo qualche polemica, S&P ha ammesso di aver sbagliato, ma ha declassato ugualmente l’America, limitandosi soltanto a stralciare dal proprio rapporto parte delle analisi economiche errate. A queste previsioni di bilancio non si dovrebbe dare molto peso in ogni caso, ma senza dubbio questo episodio ispira scarsa fiducia nelle capacità di giudizio di S&P”.

Ma quante sono le agenzie di rating? Sono quattro le sorelle: S&P, Moody’s, Fitch e la canadese Dbrs. E’ possibile, come affermato da Draghi, vivere senza di loro? Secondo il giornalista Maurizio Ricci: “L’idea che circola a livello europeo non è, per ora, così drastica. Si punta, piuttosto, a togliere – come è già stato fatto, in parte, per le banche – alle agenzie come S&P il ruolo di unico titolare del giudizio su un titolo, allargando i margini di discrezionalità ed evitando l’applicazione meccanica dei soli rating delle agenzie. L’obiettivo è evitare che un declassamento, giustificato o meno, comporti automaticamente e obbligatoriamente un’onda di piena che svuoti dei titoli declassati le casse di banche e fondi”.

Ma ci sono anche altre ipotesi. Per il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle: “l’Europa deve creare un’agenzia di rating indipendente per rompere il monopolio americano”. Per il commissario europeo agli affari monetari, Olli Rehn: “le agenzie di rating non sono istituti imparziali”, mentre per il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier: “non sarei sicuro che la valutazione di S&P abbia considerato l’impegno e gli sforzi che stanno compiendo i governi europei. E poi mi sarebbe piaciuto che tali giudizi fossero arrivati 5-6 anni fa invece di adesso”.

da L’Indro.it di venerdì 20 Gennaio 2012, ore 17:43

http://lindro.it/Agenzie-di-rating-Tutto-da-rifare,5786#.TzujAoGa2p4

Con Monti tutto tace?

Indagine tra le voci di protesta che avversavano Berlusconi

Con Monti tutto tace?

Il politologo Carlo Buttarini: “la politica è in attesa”. Marco Travaglio: “giornali sul carro del vincitore”
 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Quando le scadenze istituzionali porteranno nuovamente i cittadini alle urne, l’offerta elettorale dovrà essere composta da una nuova leva di idee e classi dirigenti che si contenderanno il consenso democratico lasciandosi alle spalle una stagione fallimentare”. “Apertura di una nuova stagione della politica italiana”. E ancora: “La seconda Repubblica ha fallito”.

Sembra di rileggere le frasi ad effetto pronunciate il 26 gennaio del 1994 da Silvio Berlusconi. (“Ho scelto – affermava il cavaliere di Arcore – di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. (…). La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. (…) E’ possibile realizzare insieme un grande sogno”).

Questa volta è il turno del Presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. Che lo scorso dicembre, attraverso una lettera inviata agli associati di Italia Futura, ribadiva il suo impegno: “Per rimettere in moto il paese occorrerà ora agire in profondità sulle leve della crescita: liberalizzando, dismettendo il patrimonio pubblico, tagliando i costi della politica, riformando welfare e mercato del lavoro, insistendo nella direzione di uno spostamento del carico fiscale da lavoro e produzione ai grandi patrimoni e alle rendite, oltre che portando avanti una lotta senza quartiere agli evasori fiscali”. Una nuova discesa in campo? E’ il suo portavoce a smentirla: “non scenderà in campo in prima persona nelle elezioni del 2013”.

Da un pò di tempo Montezemolo non si fa più sentire sul futuro politico del Paese., se non per parlare di Ferrari o di treni ad alta velocità. Sul Governo Monti sembra essere scesa una calma piatta. Perché? Lo abbiamo chiesto al politologo Carlo Buttarini, presidente dell’Istituto di ricerche Tecnè. E siamo partiti proprio dall’impegno di Montezemolo. “E’ simile il metodo, richiama quel periodo (l’ingresso in politica di Berlusconi, ndr). Per adesso è un impegno indiretto, che sta facendo con la sua fondazione. Non dipende dalla volontà di Montezemolo, ma da come evolve lo scenario politico”.

E la calma piatta intorno al Governo dei tecnici? Per Buttarini si tratta di “una contingenza quasi necessaria”, strettamente legata alla crisi internazionale. “La Lega è la metafora di quello che sta accadendo. Alcune forze politiche cercano di disarticolare le forze che gravitano intorno al centro. La politica è in attesa degli scenari futuri”.

E la stessa cosa vale per gli organi di informazione: “Un governo molto sobrio – secondo il vice-direttore de ’Il Fatto Quotidiano’, Marco Travagliolo fanno anche e soprattutto i giornali che li leccano i piedi tutti i giorni. Una tradizione italiana, sempre tutti sul carro del vincitore. Appena lo vedono che zoppica gli sparano, come hanno fatto con Berlusconi. Siamo sempre coraggiosi con i moribondi e pavidi con i potenti”.

Per il presidente dell’Istituto Tecnè: “ci sono diversi giornali come Libero e il Giornale che stanno facendo una campagna molto dura. Poi ci sono i sindacati che sono in attesa e alcuni partiti critici come la Lega e l’Italia dei Valori. Un fermento esiste”. Ma è giusto parlare di calma piatta? Ha ragione Vittorio Feltri quando dice: “Con Monti non protesta più nessuno”?

Sono le donne italiane a dimostrare che la tesi di Feltri è sbagliata. “L’Italia – ha spiegato una delle organizzatrici della manifestazione ‘Se non ora quando?’ – può salvarsi solo se si mettono al centro le donne. Diciamo a questo nuovo Governo che non si può chiedere alle donne di lavorare di più senza dare indietro nulla. Noi non facciamo sconti a nessuno”.

Nemmeno il Forum dei movimenti per l’Acqua è disposto a fare sconti al nuovo Governo. “Diciamo chiaramente a Monti, Passera, Catricalà e Polillo che non esiste nessuna liberalizzazione del servizio idrico che rispetti il voto referendario: il 12 e 13 giugno scorsi gli italiani hanno scelto in massa per la gestione pubblica dell’acqua e per la fuoriuscita degli interessi privati dal servizio idrico. Non pensi il Governo Monti, con la scusa di risanare il debito, di poter aggirare il voto referendario con trucchi e trucchetti, 27 milioni di italiani si sono espressi per la ripubblicizzazione del servizio idrico e questo ci aspettiamo dal Governo nei prossimi giorni. Saremo molto attenti alle prossime mosse del Governo Monti sul fronte delle liberalizzazioni, non permetteremo che la volontà popolare venga abbattuta a colpi di decreto, di Antitrust o di direttive europee in stile Bolkestein. Metteremo in campo ogni strumento utile alla difesa dei referendum, a partire dalla campagna di obbedienza civile lanciata da noi del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua”.

Mentre sul terremoto che ha colpito l’Abruzzo è Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila, ad intervenire. “Dal febbraio 2010 ogni processo di ricostruzione è fermo. Il Governo ancora non ha centrato il problema su ciò che è successo e sta succedendo all’Aquila, dove c’è stata una tragedia senza precedenti”. Per il politologo Buttarini “sono i grandi partiti che restano in attesa, perché i pesi si sono spostati”. E con la legge porcata ancora in vigore, che non sarà cambiata dai referendum richiesti dai cittadini, l’attesa sarà ancora più lunga.

da L’Indro.it di martedì 17 Gennaio 2012, ore 19:22

http://lindro.it/Con-Monti-tutto-tace,5689#.TzuhzoGa2p4

LA LEGA BIFRONTE: “Avete salvato un camorrista”

Bufera nel partito del Carroccio

LA LEGA BIFRONTE

E’ polemica nella base elettorale dopo il voto per Cosentino: “avete salvato un camorrista”
Nicola Cosentino, foto ilgiornaledelsud.net

Nicola Cosentino, foto ilgiornaledelsud.net

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Avete salvato un camorrista. Questo l’amaro commento degli iscritti e dei simpatizzanti del Carroccio. La vicenda Cosentino, il voto espresso ieri alla Camera contro la richiesta di arresto dei giudici (“consapevole volontà – si legge nell’ordinanza – di contribuire alla realizzazione di un progetto facente capo alla famiglia camorrista Russo-Schiavone (e al clan dei Casalesi), un progetto nel quale sono stati impiegati capitali mafiosi e che avrebbe dovuto consentire il riciclaggio di ulteriori capitali mafiosi”) sta creando serie preoccupazioni alla Lega Nord.

Due sono i fronti (dirigenti ed elettori) che stanno mettendo a dura prova il cosiddetto ’cerchio magico’. Quel gruppo di persone vicine al padre-padrone Umberto Bossi. Le prime avvisaglie si sono registrate dopo l’articolo del ’Secolo XIX’ sui fondi (i rimborsi elettorali) investiti all’estero. Proteste riaccese dopo la decisione di salvare l’ex coordinatore del Pdl in Campania Nicola Cosentino, ritenuto dai magistrati come il referente nazionale di un’organizzazione criminale.

Un vero e proprio terremoto interno sta mettendo alla prova la tenuta del partito del Nord. Pronto a “ingoiare molti rospi” (definizione dell’ex Ministro degli Interni Maroni) durante il Governo Berlusconi. Per restare più a lungo possibile alla guida del Paese. Ora il partito di opposizione del Governo Monti (attualmente l’unico) è impegnato nella guerra per la leadership. Da una parte i ’bossiani’, che difendono le scelte del Senatur e dall’altra i ’maroniani’. Non è andata giù la storia dei soldi in Tanzania. “Il punto – si legge in uno dei commenti apparsi sulla pagina Facebook dell’ex segretario provinciale Stefano Candiani –non è valutare la bontà dell’investimento (attenzione: sono più o meno gli stessi che hanno fatto affondare la Banca della Padania); il punto è che la cassa di un partito (e sono parecchi soldi) è tenuta dalla famiglia Bossi come meglio crede! Altro che casa a Montecarlo!”.

Ma nemmeno il voto per salvare dal carcere Cosentino è stato condiviso. Basta ascoltare qualche minuto Radio Padania per accorgersi delle feroci critiche. Gli iscritti e i simpatizzanti non si riconoscono più nel partito che fino a qualche tempo fa criticava la casta, le rendite di posizione, che definiva la capitale “Roma ladrona. Che, ai tempi di Tangentopoli, faceva il tifo per i magistrati. Oggi la Lega Nord non è più quel partito. Utilizzando gli spazi lasciati vuoti da una politica poco attenta ai bisogni e alle richieste dei cittadini. Oggi la Lega è un partito in declino. Continua a perdere consensi nel Nord del Paese. Dove ha promesso mari e monti ed è riuscita a portare solo un paio di uffici ministeriali. Un’operazione inutile e controproducente.

E’ palpabile il conflitto interno. “Maroni – ha affermato Bossi – è scontento per il voto su Cosentino? Non piangeremo”. E il web sembra essere diventato il termometro della Lega. La gente trova il suo sfogo attraverso diversi social network. Su facebook Maroni, a caldo, esterna uno dei suoi primi commenti: “La Camera non deve giudicare se un deputato è colpevole o innocente, ma solo se l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è un atto persecutorio o no. In altre parole: l’ONOREVOLE Cosentino sarebbe stato arrestato anche se era solo il SIGNOR Cosentino? La mia risposta (letti gli atti) è stata SÌ e quindi ho votato a favore dell’autorizzazione all’arresto. Non possiamo salvare un parlamentare solo perchè è parlamentare (come è avvenuto oggi), perchè cosi non è giustizia, ma un’intollerabile favore ad una casta di privilegiati. E ha ragione la gente a incazzarsi”.

E la gente è parecchio ’incazzata’. Come Annalisa Bravi, che in questo modo commenta sulla pagina di Maroni: “Sono militante e avvocatessa. La penso come te Roberto, il signor Cosentino sarebbe stato arrestato. L’onorevole è stato protetto. È una violazione dell’art.3 della Costituzione. Non tutti i cittadini sono uguali. Il punto è che la custodia cautelare è per legge, anche se abusata, deve valere per tutti”. Flavio Goffi è ancora più esplicito: “E’ dal 1990 che sono tesserato alla Lega Nord, pensavo di avere trovato una famiglia con le stesse mie idee. Non lascerò che quei quattro “ruba galline” del cerchio magico distruggano quanto abbiamo lavorato per far capire alla gente che noi eravamo diversi dagli altri. Questi, hanno sete del potere, ecco perchè leccano il c… al Berlusca, questa non è la Lega che io ho amato.Bobo vai avanti, facciamo il congresso e in quella sede gli facciamo vedere cosa vuol dire essere Leghista”. Per Massimo Cozzi: “siamo veramente stanchi di andare sul territorio e dover difendere l’indifendibile come quello accaduto oggi (ieri pomeriggio, ndr) in Parlamento!!! La Lega ha sempre messo al primo posto l’onestà e simili episodi non riusciamo proprio a capirli… la Lega è una cosa e il Pdl l’opposto!!! Ma poi nei gazebo, nelle strade e nei bar ogni giorno ci andiamo noi a fare figuracce… ma la dirigenza ascolta o no la base leghista??? Va bene tutto ma essere presi in giro no!”.

E’ lampante che tra la base e il partito qualcosa si è rotto. La guerra è appena all’inizio. Per il presidente dell’Istituto di Ricerca Tecnè, Carlo Buttarini: “La Lega sta giocando una doppia partita. Con il voto di ieri ha voluto evitare un danno al Pd e, nello stesso tempo, ha rilanciato il Pdl. Creando un forte disorientamento tra i suoi elettori. Ma la stessa cosa è successa nel 1994, anche in quel periodo si registrò una spaccatura tra Bossi e Maroni. Ma non credo possano esserci degli effetti”. L’analisi del presidente Buttarini parte da lontano. “La crisi è vecchia. La Lega sta perdendo consensi al Nord, il malcontento è legato alla politica del partito”.

Alle aspettative dei suoi elettori e alle promesse mai mantenute quando era forza di Governo. Ma quali sono le intenzioni politiche della Lega? “Sta giocando su due fronti, ma potrà anche correre da sola”. Per Buttarini la Lega non tralascia nemmeno la strada di un possibile accordo con il centro-sinistra. “Ma l’elettorato potrebbe prendere molto male questa ipotetica alleanza. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale”. E la futura leadership? “Bossi è un’icona della Lega, senza di lui la Lega non esiste. L’elettorato sta con Bossi, anche se Maroni riesce ad avvicinarsi molto alla pancia della gente. Bisogna anche aggiungere però che Bossi sta perdendo la partita della successione”.

E i dirigenti cosa ne pensano di questa situazione? Abbiamo voluto ascoltare il segretario provinciale della Lega a Milano. E siamo partiti proprio dal caso Cosentino. “I nostri elettori – ha affermato Igor Iezzi – non hanno capito. Ma devo anche aggiungere che ci sono state molte strumentalizzazioni, anche da parte dei giornalisti. E’ necessario che queste decisioni vengano spiegate. Si sono registrati anche problemi di comunicazione”. E sul rapporto conflittuale tra Bossi e Maroni, per Iezzi non esiste alcun conflitto. “E’ una divergenza di opinioni. Maroni è un amico di Bossi. Nell’immediato non vedo un partito senza Bossi e non credo ci saranno successioni dinastiche”.

Il riferimento è abbastanza chiaro. Ma il rapporto con Berlusconi? “Ha finito il suo percorso politico. E’ cotto. Per il futuro la Lega dovrà dialogare con tutti, molto dipenderà dalla legge elettorale”. Per l’assessore leghista della Provincia di Milano, Stefano Bolognini: “la Lega ha in mente solo l’indipendenza della Padania. C’è qualcuno che strumentalizza anche fuori dal partito. Non esiste nessuna distanza con la base. L’esperienza con Berlusconi è finita e magari si riprenderà. Oggi è molto improbabile. Devo anche aggiungere, però, che l’attività di Berlusconi volge al termine, lo dicono i fatti”. E quella di Bossi? “No, non credo. E’ ancora capace di guidare il partito”. I maroniani sono avvisati.

da lindro.it di venerdì 13 Gennaio 2012

http://www.lindro.it/La-Lega-bifronte,5619#.TxWvSKXojpk

COSENTINO SALVO, VIA ALLE CONTROMOSSE

Per i magistrati il parlamentare del Pdl è il referente della camorra

COSENTINO SALVO, VIA ALLE CONTROMOSSE

309 voti contrari e 298 favorevoli. E il 78% degli italiani si dichiara contrario alla reintroduzione dell’immunità.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono assolutamente sereno e tranquillo. Confido molto sulla lettura degli incartamenti che sono a disposizione dei parlamentari”. L’ex sottosegretario del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino (meglio conosciuto nelle sue zone come ’Nick O ‘Mericano’), ha così commentato in mattinata l’avvicinarsi del voto parlamentare. Il coordinatore regionale del PdL in Campania è ritenuto dalla magistratura il referente politico nazionale del sanguinario clan deiCasalesi, decimato dagli ultimi arresti.

Nel pomeriggio, intorno alle 14, la Camera (con 309 voti contrari e 298 favorevoli) ha bocciato la richiesta di arresto. La vicenda Cosentino ha creato seri problemi tra il PdL e la Lega Nord (molti sono gli esponenti che non vogliono più “ingoiare rospi”). Proprio l’ex Ministro degli Interni Roberto Maroni (che si è sempre vantato della linea dura nei confronti delle organizzazioni criminali) ha dichiarato: “non esiste alcun fumus persecutionis nei confronti del parlamentare”.

Ma cosa si contesta a Cosentino? Lo scrive chiaramente Rosaria Capacchione su ’Il Mattino’ di Napoli: “all’interno di un’inchiesta di pura camorra, che la Dda viene a sapere dell’esistenza delle società Sirio e Vian, controllate da Nicola Di Caterino e gli imprenditori La Rocca di Frosinone. E’ così che arriva alla filiale di via Po di Unicredit e che assiste all’incrontro tra DiCaterino, i funzionari di banca Protino e Zara, Mario SantocchioLuigi Cesaro (Presidente della Provincia di Napoli, ndr) e Nicola Cosentino; proprio l’incontro documentato dalla Dia con un’intera sequenza fotografica. Ed è solo allora, dopo la riunione romana del 7 febbraio 2007, che nasce il fascicolo-stralcio che ha dato vita all’inchiesta bis sul parlamentare di Casal di Principe, un anno dopo diventato sottosegretario all’Economia con delega al Cipe”.

Tutto ruota intorno alla vicenda legata al tentativo di realizzazione del Centro Commerciale ‘Il Principe’ “sotto il profilo delle promesse – si legge nell’ordinanza – di assunzione che hanno consentito il ‘voto di scambio elettorale’, delle irregolarità ed illeciti che hanno caratterizzato l’iter amministrativo delle autorizzazioni urbanistiche, degli illeciti che hanno puntellato la concessione dei finanziamenti bancari e, infine, del reimpiego nel progetto di profitto di natura camorrista”. Scrivono i giudici del Tribunale di Napoli, Nicola Quatrano, Mariarosaria Orditura e Francesca Pandolfi: “ciò che viene contestato all’on. Cosentino sono i suoi interventi in due momenti cruciali dell’iter di avvio del progetto menzionato, quello delle autorizzazioni amministrative e quello del finanziamento bancario, interventi che sono risultati decisivi per superare ostacoli altrimenti insuperabili, nella consapevole volontà di contribuire alla realizzazione di un progetto facente capo alla famiglia camorrista Russo-Schiavone (e al clan dei Casalesi), un progetto nel quale sono stati impiegati capitali mafiosi e che avrebbe dovuto consentire il riciclaggio di ulteriori capitali mafiosi”.

Per i magistrati ci si trova di fronte ad “un esempio da manuale di riciclaggio”. Se Cosentino si difende sostenendo che esiste “un violentissimo pregiudizio, anche di carattere politico”, la politica sembra prendere le contromosse. Il caso Papa (l’altro parlamentare del PdLcondotto nel carcere di Poggioreale, proprio oggi ritornato nel pieno delle sue funzioni) ha scosso molto i rappresentanti del Parlamento. Proprio Cosentino, prima del voto alla Camera, come ha scritto lettera43.it: “si è fermato a lungo a parlare con Amedeo Laboccetta, con Luigi Cesaro, Presidente della Provincia di Napoli, e con Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti per il quale la Camera ha rigettato a settembre una richiesta di arresto.

Con lui Cosentino avrebbe discusso dell’articolo 68 della Costituzione sull’immunitàparlamentare, trovandolo concorde nel ritenere che la formulazione introdotta nel ‘93 ai tempi di Tangentopoli – l’autorizzazione serve per l’arresto ma non per autorizzare le indagini e il processo -, vada adesso rivista. La ‘casta’ comincia a preoccuparsi ed ecco arrivare le proposte, in varie ipotesi. Per l’ex ministro Giovanni Rotondi (che in questi anni non si è messo d’accordo nemmeno con se stesso sulla reintroduzione dell’immunitàparlamentare) potrebbero esserci due soluzioni. O ritornare all’immunità parlamentare(quindi autorizzare anche le indagini e il processo) o decidere di trattare il parlamentare come un qualunque cittadino. 

Nel 2009 la Lega, oggi spaccata e protagonista del salvataggio di Cosentino, attraverso il Ministro per la Semplificazione Calderoli faceva sapere: “la Lega aveva votato nel ‘93(quando esponeva i cappi in Parlamento, ndr) contro l’immunità parlamentare e resta contraria alla sua reintroduzione perchè se un politico sbaglia deve essere processato, come qualsiasi cittadino”. Nei fatti, però, accade quasi sempre il contrario.

Una frase del Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, su cosa rincorrono i rappresentanti del popolo: “oggi la candidatura politica serve da copertura per averelimmunità parlamentare: è un processo che si è capovolto. Non tocca alla magistratura fare le liste o curare operazioni di cosiddetta ‘bonifica politica’, però i cittadini che votano candidati discutibili puntano a un vantaggio personale, fanno parte del meccanismo del voto di scambio”. Peccato che, con l’attuale legge elettorale, i cittadini non possano sceglieri più nemmeno i propri rappresentanti.

Proprio qualche mese fa (maggio 2011) un deputato dell’Udc, Pierluigi Mantini, ha depositato un disegno di legge per riformare l’articolo 68 della Costituzione (lo stesso argomento trattato ieri da Cosentino) sull’immunità parlamentare. Secondo il disegno di legge di Mantini (mai smentito dal suo partito) tutti i parlamentari che vengono rinviati a giudizio non sono sottoposti a processo fino alla fine del proprio mandato parlamentare.

Era il febbraio del 2011 quando la senatrice del Pd, Franca Chiaromonte, lanciò la proposta di ripristinare l’immunità. Firmando, insieme a Luigi Compagna (PdL)un disegno di legge per la reintroduzione dell’articolo 68 della Carta costituzionale. “La mia proposta – si difese la senatrice – non aiuterebbe Berlusconi perché è una revisione della Carta costituzionale e perciò prevede un iter lungo, quattro letture parlamentari e una maggioranza di due terzi”.

E gli italiani? Cosa pensano dell’immunità parlamentare? Secondo una indagine condotta dall’Istituto Nazionale di ricerche Demopolis (febbraio 2011) quasi l’80% degli italiani ritiene che la corruzione sia oggi ampiamente diffusa, che poco nel Paese sia cambiato rispetto agli anni di Tangentopoli. Oltre un terzo dei cittadini ritiene che il fenomeno si è addirittura aggravato, mentre per il 45% il livello di corruzione non è mai scomparso. Quasi nessuno vuole che venga oggi ripristinato l’istituto dell’autorizzazione a procedere abolito negli anni di Mani Pulite. Il 78% si dichiara infatti contrario alla reintroduzionedell’immunità parlamentare. “Assoluta e trasversale alla collocazione degli intervistati – secondo l’analisi dell’Istituto Demopolis – è l’opposizione all’immunità per i parlamentari;sulla proposta appaiono divisi i simpatizzanti del PDL; nettamente contrari non solo gli elettori del Centro Sinistra e del Terzo Polo, ma anche quelli della Lega”.

da lindro.it di giovedì 12 Gennaio 2012

http://www.lindro.it/Cosentino-bocciata-richiesta-Via,5587#.TxWsuqXojpk

UN POSTO AL SOLE PER LA LEGA

Gli investimenti del partito in Africa, la base insorge

UN POSTO AL SOLE PER LA LEGA

La delusione dell’elettorato e i dubbi disseminati dalla stampa

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Altro che la casa di Montecarlo”, questo l’amaro commento de quella gente che, sino a poco tempo fa, si identificava nella Lega. La vicenda dei soldi, dei tanti soldi (i rimborsi elettorali del Carroccio) investiti all’estero fa allontanare ancor di più la base dai vertici del partito.

La vicenda legata al presidente della Camera, Gianfranco Fini era un argomento portato ad esempio soprattutto da Bossi (il padre-padrone della Lega) nei suoi comizi elettorali. Ma oggi quella storia è diventata un boomerang e l’elettorato della Lega vuol vederci chiaro. Per l’eurodeputato Matteo Salvini: “ci sono diverse sezioni che chiedono 100euro ai militanti per pagare l’affitto a fine mese. La Padania, il nostro quotidiano, versa in difficoltà economiche che tutti conoscono. E poi leggiamo della Tanzania. Spero, per rispetto dei militanti, che ci sarà una spiegazione per ogni quattrino speso”.

Nel partito c’è maretta. Ieri a Milano è stato convocato un consiglio federale sull’argomento. Per Bossi: “A maneggiare i soldi bisogna stare attenti, ma lui (il tesoriere Francesco Belsito, ndr) ha fatto bene, è un investimento che va bene”. L’ex Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che si è detto anche favorevole all’arresto di Cosentino per concorso esterno in associazione camorristica (“non esiste alcun fumus persecutionis nei confronti del parlamentare”) sulla vicenda dei milioni di euro investiti all’estero ha dichiarato di essere rimasto all’oscuro.

Di tutt’altro avviso il tesoriere del partito lombardo Francesco Belsito, molto vicino a Umberto Bossi, che su ’Il Fatto Quotidiano’ ha dichiarato: “queste informazioni sono una grave violazione della privacy e delle regole bancarie”, aggiungendo “noi ci affidiamo a banche e promotori di cui ci fidiamo. Non sono operazioni in paradisi fiscali ma investimenti alla luce del sole. Noi investiamo con concretezza, ci fidiamo dei nostri consulenti e scegliamo le cose migliori”.

Ma quali sono le cose migliore contestate dalla base? E’ il ’Secolo XIX’ a far emergere la vicenda. Si legge nell’edizione di domenica 8 gennaio: “Nell’ultima settimana di dicembre, tra il 23 e il 30, da un solo conto bancario, sono partiti una decina di milioni, almeno sette verso l’estero. E’ proprio il tesoriere Belsito, che parla di privacy (con i soldi pubblici), ad essere indicato come il motore dell’intera operazione. “È un movimento vorticoso di denaro quello che gestisce il segretario amministrativo federale Francesco Belsito, appena sceso dalla poltrona di sottosegretario alla Semplificazione. Il respiro delle operazioni è nazionale, ma la centrale operativa è Genova, dove Belsito vive”.

Ma ecco il dettaglio dei movimenti. Secondo il ’Secolo XIX’: “un investimento in 7,7 milioni di corone norvegesi (poco più di un milione di euro) vincolato per sei mesi a un interesse del 3,5%. Il fatto curioso è che in quegli stessi giorni investire in Bot o Btp era più conveniente. Il primo, in ordine di tempo, porta a Cipro: 1,2 milioni di euro dalla Lega Nord per l’acquisto di quote del fondo Krispa Enterprise ltd. Il fondo è basato a Larnaca, città turistica della costa meridionale, vicina al confine con Cipro Nord. Più coraggioso, senza dubbi, il collocamento dei 4,5 milioni di euro per un’operazione in Tanzania”.

In Africa. E’ possibile che un partito politico, sempre molto critico nei confronti degli extra-comunitari, investa i propri soldi in quei Paesi? Un partito, secondo l’analisi del giornalista Philippe Ridet, ’Le Monde’, che negli ultimi anni ha moltiplicato le provocazioni razziste. “Verona, 260mila abitanti, nel ricco Veneto, mille chilometri a nord da Rosarno. Qui regna – ha scritto nel suo reportage Ridet – il partito anti-immigrati della Lega Nord. Flavio Tosi, il giovane sindaco leghista è stato da poco condannato in via definitiva per istigazione all’odio razziale. Sospensione per tre anni dai pubblici comizi”. Dello stesso avviso anche il sociologo dell’Università La Sapienza di Roma Enrico Pugliese: “Per la prima volta in Italia dopo il fascismo, forme di razzismo vengono assunte al vertice delle istituzioni. Questa legittimazione della xenofobia porta a condotte violente sempre più esplicite”.

Il giornalista francese rincara la dose, ricordando alcuni comportamenti della Lega Nord durante i suoi anni di Governo:”forte di quattro ministri tra cui quello dell’Interno, è proprio questo il partito che moltiplica le provocazioni razziste. La ’criminalizzazione’ dell’immigrazione clandestina, passibile oggi di sei mesi di galera? Opera della Lega. La legalizzazione delle ’ronde cittadine’ per far regnare l’ordine e la tranquillità? Ancora la Lega. L’operazione ’Bianco Natale’ in una piccola città della Lombardia per recensire ed espellere gli immigrati clandestini prima delle feste? La Lega, sempre lei”. E proprio la Lega, attraverso il suo tesoriere e il suo padrone (la famiglia Bossi: padre, madre e figlio), sfrutta gli investimenti finanziari in un Paese africano. I soldi non obbediscono ad alcuna forma di razzismo. Servono alla causa. Ma qual è il tesoro della Lega? E’ una firma de Il Giornale, Paolo Bracalini, attraverso il suo libro ’Partiti SPA’ a rendere l’idea.

Nel libro c’è proprio un capitolo dedicato alle finanze della Lega, “dagli esordi a oggi: milioni di euro in banca, terreni, case e tante Srl leghiste”. Partiamo dalla domanda del giornalistaBracalini: “Ma a quanto ammontano i soldi pubblici ricevuti dalla Lega Nord, in rimborsi elettorali? Abbiamo tentato, per la prima volta, di ricostruire lo storico del finanziamento pubblico al movimento di Umberto Bossi (presumendo il totale sulla base delle rate annuali disposte dai presidenti delle Camere). Solo negli ultimi dieci anni (2001-2011) la Lega ha ricevuto circa 140 milioni di euro di fondi pubblici (anche escludendo i soldi destinati alla Padania e tutti gli stipendi che lo Stato versa ai suoi parlamentari). (…). La Lega (dal 1989,l’nizio della sua storia) ha quindi incassato dallo Stato quasi 170 milioni di euro in rimborsi elettorali. Ce l’avessero anche certe piccole e medie imprese del Nord un aiuto del genere(…)”.

E gli iscritti? I simpatizzanti? Ora cosa pensano delle strategie leghiste? Ecco alcuni commenti sul profilo facebook di Stefano Candiani, ex segretario provinciale del partito e molto vicino a Maroni. “Incredibile! La cassa del partito usata come patrimonio della famiglia Bossi! Mentre i militanti (e gli italiani/padani) hanno dovuto risarcire le casse della Banca della Padania. Cosa dobbiamo ancora scoprire?”,

Il punto non è valutare la bontà dell’investimento (attenzione: sono più o meno gli stessi che hanno fatto affondare la Banca della Padania); il punto è che la cassa di un partito (e sono parecchi soldi) è tenuta dalla famiglia Bossi come meglio crede! Altro che casa a Montecarlo!”, “Se un giorno si dovesse sciogliere il partito Lega Nord, dove finirebbe quei soldi? Con che criterio sarebbero ripartiti? Penso che partendo da questa domanda si possano capire molte cose”, “La notizia fa venire a galla uno scandalo del sistema: come vengono gestiti i soldi dei partiti. E scopriamo che non c’è nessun controllo. Nel caso Lega c’è da capire perchè la famiglia Bossi avesse interesse a spostare il denaro all’estero”, “E’ il caso di continuare a far finta di nulla? La società in questione ha come soci Umberto Bossi,Manuela Marrone, Giuseppe Leoni e un altro paio di esponenti. Ergo, se un giorno la Lega Nord dovesse liquefarsi oppure passare sotto il controllo di un altro gruppo di potere, i beni contenuti nella Pontidafin a chi resterebbero?, “In venti anni di governo cosa ha portato a casa la lega… un pugno di mosche”, “Penso alla grande fatica che fanno i nostri militanti, privandosi della pensione o dei risparmi, per tenere aperte le sedi o per sostenere l’attività politica del movimento…”.

Lo Statuto della Lega Nord (art. 25) parla chiaro. Le operazioni finanziarie devono essere autorizzate dal comitato amministrativo del partito. Peccato che nessuno, tranne Bossi e Belsito (e magari altri intimi), ne sapesse nulla. O facevano finta di non sapere?

da lindro.it di martedì 10 Gennaio 2012

http://www.lindro.it/Un-posto-al-sole-per-la-Lega,5526#.Tw3L6aXojpk

IL FUTURO VA A IDROGENO

Nasce H2ydroGEM, il primo sistema di riscaldamento domestico ad H2

IL FUTURO VA A IDROGENO

Da Beppe Grillo a Jeremy Rifkin, molti gli sponsor eccellenti. Ma manca l’azione di governo

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Abbiamo intrapreso la ricerca sulla produzione di calore mediante idrogeno ben dieci anni fa perchè siamo convinti che l’idrogeno avrà sempre più un ruolo fondamentale nella gestione energetica dei prossimi decenni”. Con queste parole l’ingegner Servilio Gioria, capo progetto di Giacomini Spa, ha annunciato la presentazione del nuovo sistema che utilizza l’idrogeno per il riscaldamento degli edifici residenziali. Il primo sistema al mondo, nato in Italia, di riscaldamento domestico a idrogeno.

L’azienda piemontese esporrà il sistema, che permette di produrre calore a zero emissioni, alla Fiera di Bolzano il prossimo 26 e 29 gennaio. “Il problema principale del nostro futuro energetico – ha affermato Gioria – sarà l’immagazzinamento dell’energia prodotta per vie rinnovabili per il suo utilizzo in un secondo tempo. H2ydroGEM® risolve questa problematica: grazie all’utilizzo di una fonte pulita, possiamo catturare l’energia elettrica inutilizzata, metterla in un serbatoio sottoforma di idrogeno e poi usarla per riprodurre energia sia termica che elettrica. Il tutto senza emettere anidride carbonica né ossidi di azoto, ma semplicemente innocuo vapore acqueo. Siamo orgogliosi di aver brevettato per primi questa tecnologia molto innovativa che, non appena il mercato si espanderà consentendo economie di scala, oltre che ecologica diventerà anche molto conveniente”.

Ma cos’è l’idrogeno? Quali progetti investono l’economia a idrogeno? L’idrogeno, primo elemento chimico, è ’l’energia del futuro’. Il nome deriva dall’unione delle parole greche ’acqua’ e ’generare’. L’acqua è formata dall’unione di due atomi di idrogeno (simbolo chimico H) ed un atomo di ossigeno (O). L’idrogeno è l’elemento più leggero e più abbondante di tutto l’universo. Ma non si trova allo stato puro sulla Terra. E’ presente allo stato combinato con altri elementi chimici. “Nei paesi industrializzati – si legge nel sito del Ministero dell’Ambiente – l’economia dell’idrogeno sta diventando l’obiettivo verso cui puntare in termini di sviluppo tecnologico nel settore energetico per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. L’idrogeno non è di fatto una fonte primaria di energia, ma un vettore di energia pulita; può costituire un valido mezzo di accumulo dell’energia da utilizzare poi in modo distribuito ed ecologico nel territorio”.

Il vantaggio è strettamente collegato alla tutela dell’ambiente, con una drastica diminuzione dell’inquinamento. Da diversi anni Beppe Grillo, nei suoi spettacoli, parla di idrogeno con dimostrazioni pratiche. Riguardanti soprattutto il settore automobilistico. Proprio nel libro del comico genovese, ’Tutto il grillo che conta’ (Feltrinelli 2006), si può leggere un passaggio di un suo spettacolo: “vado in Svizzera nella valle dell’Emmental, un odore pazzesco, vado lì e incontro un falegname, un uomo normale, un uomo intelligente che sa fare le cose con le mani, che a proprie spese si fa l’elettricità. Come? Con la luce del sole fa l’elettricità, con l’elettricità e l’acqua fa l’elettrolisi: scinde H2 da O, l’idrogeno dall’ossigeno. Con l’idrogeno fa andare la cucina, i fornelli, la macchina. Con i pannelli foto e termovoltaici si fa tutta l’energia che serve alla casa e al furgone. Il surplus elettrico lo vende alla rete pubblica. Quel furgone lì a quattro ruote motrici, va a benzina, a Gpl e a idrogeno. E quando va a idrogeno dal tubo di scappamento cosa esce? Vapore acqueo, acqua. Questa cosa esiste! Esiste da trenta anni! La tengono nei cassetti. Allora se il futuro è nei cassetti, io voglio aprirli questi cassetti…”. Era il 2006.

Nel saggio ’Economia all’idrogeno’ l’economista americano Jeremy Rifkin, presidente dellaFoundation Economic Trend di Washington anticipa la fine della civiltà del petrolio e l’arrivo di una nuova società dove l’energia sarà ricavata dall’idrogeno. Nell’intervista rilasciata a l’Unità nel 2002 Rifkin affermò: “oggi l’idrogeno bisogna estrarlo dai gas combustibili come il metano che tra dieci anni inizierà a scarseggiare. Ma l’idrogeno si trova ovunque. Ad esempio le stelle sono fatte d’idrogeno, e quando l’universo brucia, nelle sue trasformazioni si ha emissione di acqua distillata e calore, si dovrà catturare energia pulita – geotermica, eolica, solare – per generare elettricità che elettrolizzi l’acqua. Poi si separa l’idrogeno, lo si conserva e lo s’inserisce in cellule combustibili da usare. Il problema è la conservazione, perché l’energia si disperde facilmente, e va messa al riparo dalla penuria delle stesse energie rinnovabili, incluse quelle idroelettriche. L’idrogeno si presta a meraviglia ad essere conservato, e allora occorre muoversi in tempo in questa direzione”.

Per Rifkin il sistema energetico a idrogeno sarà “il primo vero regime energetico democratico della storia. Una volta funzionante, la rete mondiale di energia a idrogeno diventerà la prossima grande rivoluzione tecnologica, commerciale e sociale, sulla scia dello sviluppo che ha avuto Internet negli anni ’90”.

Ma è possibile in Italia sviluppare questa nuova economia? Secondo il presidente dell’Associazione italiana idrogeno e celle a combustibile, Lucio Gallo: “esistono delle competenze distintive che possono dare grandi contributi. Quello che manca è una consapevolezza più profonda dei vantaggi che può dare un’economia basata sull’idrogeno.Manca la capacità di sviluppare un sistema che permetta di incentivare le esperienze migliori e quindi di costruire un sistema per realizzare in maniera diffusa queste applicazioni”.

L’idrogeno trova applicazione nell’industria metallurgica, meccanica, chimica e petrolchimica ed alimentare, anche nel campo militare. E i finanziamenti? Esistono sia quelli nazionali del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per l’idrogeno e le celle a combustibile nell’ambito del Fondo integrativo speciale per la ricerca (PNR) e sia quelli europei per l’idrogeno e le tecnologie ad esso collegate. Ma il passato Governo poco ha fatto in questo settore. Solo pochi mesi fa venne disattesa la richiesta pressante dell’Anfia (in rappresentanza delle case automobilistiche italiane) e dell’Unrae (per quelle estere), di nuovi incentivi per le auto. Nel Regno Unito, nel 2011, sono stati stanziati incentivi auto (230 milioni di sterline) per l’acquisto di auto elettriche, ibride o ad idrogeno, stabilendo dei requisiti di base molto rigidi. Nemmeno il Governo Monti si sta prodigando in questa direzione. E’ il presidente di Legambiente a spiegare il suo punto di vista: “Da un governo di tecnici ci saremmo aspettati molto più spirito e capacità di innovazione e invece è come se la montagna avesse partorito un topolino. Alcune buone cose ci sono, ma niente di veramente innovativo”.

da lindro.it di martedì 3 Gennaio 2012

http://www.lindro.it/Il-futuro-va-a-Idrogeno,5396#.TwmhEaXojpk

L’ANNO INTERNAZIONALE DELLE COOPERATIVE

L’evento dell’Onu accolto dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro

L’ANNO INTERNAZIONALE DELLE COOPERATIVE

Nel 2008 hanno registrato un giro d’affari superiore ai mille miliardi di dollari

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le cooperative costruiscono un mondo migliore”. Ecco il tema scelto per il 2012, l’AnnoInternazionale delle Cooperative. Evento deciso dalle Nazioni Unite e accolto dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO), “come un riconoscimento – si legge nel sito dell’organizzazione internazionale – del ruolo fondamentale che queste realtà giocano nella promozione dello sviluppo socio-economico di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, sopratutto in periodi di crisi economica”.

Una decisione importante, da parte delle Nazioni Unite, presa in un momento cruciale per l’economia mondiale. Proprio in una raccomandazione del 2002 dell’ILO si legge: “le cooperative nelle loro varie riforme promuovono la piena partecipazione allo sviluppo economico e sociale di tutte le persone”. Il lancio dell’iniziativa si è tenuto a New York lo scorso 31 ottobre. Può il modello cooperativo rappresentare un modo alternativo, anche per lo sviluppo socio-economico? Le persone potranno essere inserite al primo posto? Nellecooperative ogni decisione viene presa senza dimenticare i bisogni dei membri e delle loro comunità. Secondo il sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Sha Zukang: “lecooperative trovano la loro genesi in tempi di difficoltà economica e ciò dimostra la loro capacità di alleviare gli effetti di queste crisi. Fra il 2008 e il 2009 le cooperative hannodimostrato di essere più resistenti delle altre realtà produttive”.

Per Pauline Green, presidente dell’ICA Coop (Alleanza Cooperativa Internazionale, associazione che riunisce 258 organizzazioni rappresentative di 96 Paesi): “il modello cooperativo è la scelta migliore e offre le basi per un modo più sostenibile di fare attività imprenditoriale rispetto ai modelli capitalistici tradizionali attualmente sotto esame”. Quali sono i principi delle cooperative? Quante sono nel mondo? Quanti soci hanno? Quanti posti di lavoro offrono? Il modello cooperativo si fonda sulla mutualità, sull’uguaglianza, sull’equità e sulla democrazia. Riuniscono la logica di mercato, i profitti, con l’inclusione sociale. Ecco il loro punto di forza. E’ la persona che viene messa al centro delle questioni, non il business.

In tutto il mondo le cooperative possono vantare quasi 1 miliardo di membri, creano 100 milioni di posti di lavoro e sono attive in una vasta gamma di settori (agricoltura, pesca, edilizia, assicurazioni, servizi e turismo). Sono diffuse nei Paesi in via di sviluppo, dove sono impegnate nel campo della lotta alla povertà, dello sviluppo locale e dell’integrazione sociale. Per molti analisti le cooperative hanno ampiamente dimostrato di essere anche unesempio di imprenditorialità competitiva. Secondo uno studio condotto dall’ICA Coop nel 2008 le 300 maggiori cooperative hanno registrato un giro d’affari di oltre mille miliardi e mezzo di dollari. Tutte concentrate principalmente in Paesi industrializzati come Francia (28%), Stati Uniti (16%), Germania (14%), Paesi Bassi (7%) e Italia (2,5%). Per il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon: “è possibile perseguire sia la produttività economica che la responsabilità sociale nello stesso momento”. E le cooperative hannotutte le carte in regola per tentare questa nuova strada. Con una solidità già testata durante la crisi finanziaria. Il direttore generale dell’ILO, Juan Somavia, nel suo messaggio è stato chiaro: “l’ILO e il movimento cooperativo sono sempre stati alleati, vicini sul terreno comune della solidarietà e della giustizia sociale. Gli ideali cooperativi rispondono al principiofondante dell’ILO per cui il lavoro non è una merce”.

In Italia esiste l’articolo 45 della Costituzione che detta: “La Repubblica italiana riconosce la funzione della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Anche se la politica, quella che dovrebbe risolvere le questioni e rendere la vita facile ai suoi cittadini, ha tentato in passato di mettere i bastoni tra le ruote delle cooperative. Ma l’Anno Internazionale potrebbe dare quella linfa vitale alla cooperazione. Il sistema delle cooperative, tutelato a livello internazionale, potrà favorire quel processo di crescita indispensabile per poter riprogrammare un futuro messo seriamente in discussione, non solo per una crisi finanziaria creata da pochi. E che tuttistanno pagando a caro prezzo. In Italia, al 31 dicembre 2008, sono attive 71.578 cooperative,delle quali 13.938 (19,5%) sono cooperative sociali e 432 sono Banche di Credito Cooperativo (BCC). Le regioni meridionali (28,3%), seguite da quelle centrali (22,1%) e dalle nord-occidentali (19,2%), presentano la maggiore concentrazione di cooperative. Le cooperativesono presenti in tutti i settori di attività, in particolare nel campo dei servizi (51,3%), dellecostruzioni (20,9%) e dell’agricoltura (11,4%). Il settore della cooperazione occupa più di un milione e centomila persone (soci e non) con un contratto di lavoro dipendente. Sono lecooperative delle regioni settentrionali a occupare la maggior parte dei lavoratori dipendenti (56,7%). Il 60,8% delle cooperative ha meno di cinque dipendenti e solo il 5,9% ha più di cinquanta dipendenti. Il valore della produzione realizzato dalle cooperative nel 2008 è pari a 91,8 miliardi di euro.

da lindro.it di  lunedì 2 Gennaio 2012

http://www.lindro.it/L-anno-internazionale-delle,5346#.TwmeFKXojpk

“BAZZANI UCCISO DAI PROIETTILI DELLA POLIZIA”

Le indagini sul volontario ucciso non sono ancora concluse

“BAZZANI UCCISO DAI PROIETTILI DELLA POLIZIA”

Parla Gratien Rukindikiza: “mi ha riferito un generale”. Ma il Presidente Ascom non è d’accordo

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I missionari sono testimoni scomodi”. Lo aveva affermato padre Claudio Marano, riferendosi alla vicenda dell’italiano Francesco Bazzani, ucciso in Africa il 27 novembre scorson insieme alla suora croata Lukrecija Manic. Nel processo lampo, di soli tre giorni, sono stati assicurati alla giustizia i due assassini. Dalla versione ufficiale emerge la motivazione legata ad una rapina. Ma è andata proprio così?

Le indagini proseguono – ci ha assicurato il presidente dell’Associazione Ascom Giovanni Gobbi – i due banditi sono stati condannati, ma si continua ad indagare”. Ma come si indaga in Burundi se durante il processo non è stata fornita la prova balistica? Come si può appurare la verità se non si riesce a capire da dove sono partiti i proiettili? Chi ha ucciso il dottor Bazzani? La polizia o i banditi? Lo abbiamo chiesto al giornalista di ’Bujumbura NewsGratien Rukindikiza, che per primo ha sollevato la questione. Le stesse domande sono state poste alla Farnesina, che ancora non risponde.

E’ curioso anche ascoltare le motivazioni dell’Unità di Crisi della Farnesina. Due le versioni che si contrappongono. Da una parte c’è chi dice che il nostro Paese non può intervenire per il rispetto della sovranità degli Stati. Che non si può interferire nelle decisioni della magistratura locale. Dall’altra parte ci si sente rispondere che “i tempi sono quelli che sono. Non abbiamo ricevuto risposte dagli uffici competenti (l’Ambasciata, ndr). Quello che può essere fatto è sollecitare l’autorità di polizia locale”.

La stessa, che secondo la versione del collega Rukindikiza, sarebbe parte in causa. Abbiamo già raccolto la dichiarazione di Alessandro Verga, dell’Ascom, la stessa Associazione di Bazzani: “devo aggiungere che dopo il fatto la polizia del posto si è dileguata, si è nascosta”, aveva detto. Perché la polizia scappa dopo un conflitto a fuoco? Ma vediamo cosa aggiunge il giornalista del ‘Bujumbura News’. Secondo Gratien “la polizia ha fatto una missione definita da una qualche autorità”. 

Dalla tesi non ufficiale emergerebbe il coinvolgimento del deputato africano della FNDD(partito di governo), Gihahe, che avrebbe promesso una somma di denaro (pari a 3 milioni di euro) per l’omicidio della suora croata, accusata di curare i componenti del Fronte Nazionale di Liberazione. E i proiettili che hanno colpito l’italiano? 

Il dottor Bazzani è stato ucciso dai proiettili della polizia. Un generale mi ha riferito questo particolare. La polizia del Burundi ha anche fucili FAL e AK47 o Kalash. La posizione ufficiale della politica è quella di negare, ma in via ufficiosa accettano che l’hanno ucciso. Ci sono immagini che mostrano i fori di proiettile sul veicolo. I colpi sono venuti da fuori. Nessun proiettile è stato sparato dai criminali quando hanno incontrato la polizia.

Ma come faceva la polizia a sapere il tragitto dei banditi, che avevano sequestrato Bazzanie la suora italiana, poi ferita? 

La polizia ha sorvegliato l’ospedale e ha lasciato fuori i criminali con gli ostaggi (i due italiani, ndr). La polizia già conosceva la strada, il tragitto utilizzato dai criminali. Il veicolo si stava dirigendo verso l’ambulanza che attendeva i due criminali. La polizia ha aperto il fuoco per prima. Ha sparato sull’ambulanza, sapendo che c’era il dottor Bazzani e la sorella.

Ma cosa c’entra il deputato della FNDD Gihahe? Perché i due killer durante l’interrogatorio avrebbero chiesto di contattare il deputato?

I due killer volevano i soldi come ricompensa per l’uccisione, come promesso. Gihahe è stato collegato a uno degli assassini. Ha comprato dei terreni vicino casa sua. Un giovane mi ha confessato che un amico aveva già eseguito altri compiti per conto di Gihahe. Altre persone sono state uccise misteriosamente. Nessuno ha il coraggio di parlare. Quando il giudice ha dato la parola ai due assassini, questi hanno detto tutto. Gli assassini sono stati processati senza la presenza dei loro avvocati.

Secondo la sua versione, scaturita da fughe di notizie da parte della magistratura e della polizia, il giudice avrebbe distrutto il file con le dichiarazioni dei due killer.

Alcuni dei suoi capi gli hanno chiesto di distruggere la cosiddetta dichiarazione degli assassini. Il giudice lo ha fatto.

Ma perché si è consumata questa tragedia? Per motivi legati ad una rapina o alla strategia del presidente Nkurunziza, tesa ad allontanare tutti i testimoni stranieri dei crimini contro l’umanità che si stanno commettendo in Burundi?

La sorella croata e il dottor Bazzani sono stati uccisi perché accusati di curare i membri del FNL (Fronte Nazionale di Liberazione, ndr). E’ stato anche un segnale ai bianchi per lasciare il paese.

Questa è la tesi del giornalista che per primo ha messo in dubbio la versione ufficiale. Abbiamo ascoltato anche la posizione del presidente dell’Associazione Ascom di Legnago, Giovanni Gobbi, tornato dall’Africa qualche giorno fa. Sono andato per vedere un pò la situazione. Avevano concluso con la condanna di due persone, ma le indagini stanno proseguendo perchè vogliono capire se ci sono stati dei fiancheggiatori e quali altre persone hanno potuto permettere una cosa di questo genere. Le indagini sono ancora in corso”. Sul coinvolgimento del deputato Gihahe, Gobbi ha dichiarato: “sono molte le voci che si accumulano ma che non trovano riscontri né obiettivi né particolari. Abbiamo preferito non fare nessun commento perché la cosa non è assolutamente certa”. Gobbi non si è sbilanciato nemmeno sulla perizia balistica. “Le condizioni nella zona africana non permettono certe finezze che da noi sono normale prassi. In quei posti diventa un fatto estremamente difficile”.

Per il Presidente dell’Ascom si tratta di “una grande rapina” organizzata da persone “che hanno studiato le cose diversamente da quello che può succedere normalmente e che poi si è tramutata in una tragedia. La colorazione politica è sempre difficile da valutare, se c’è stata una colorazione politica”.

Alessandro Verga, uno dei componenti dell’Associazione Ascom aveva sostenuto su queste pagine che “nessuno sta indagando”, nemmeno la Farnesina. Per Gobbi la situazione è totalmente diversa. “Hanno inviato immediatamente l’Ambasciatore di Kampala, lo stesso Console ha lavorato benissimo. C’è stato il massimo dell’assistenza e della collaborazione.Devo smentire Verga, ho verificato anche personalmente. In soli tre giorni hanno rimpatriato la salma”.

Ritorna il numero perfetto. Tre giorni per condannare gli assassini e tre giorni per rimpatriare la salma. Ma il collegamento con il Fronte Nazionale di Liberazione? “Il nostro Ospedale è presente dal 1966, sono 45anni che è sul posto. E’ passato indenne attraverso tre guerre civili. Nessun dirigente o nessun volontario si è mai sbilanciato in scelte di carattere politico. Abbiamo sempre avuto operatori, medici, para-medici di tutte le etnie. Non si è mai fatta nessuna scelta nell’accogliere pazienti che fossero di una etnia o dell’altra. Questo ha permesso all’Ospedale di essere rispettato e non abbiamo mai avuto nessuna incursione, mai nessuna intimidazione. Da 45 anni non abbiamo mai fatto nessuna scelta di campo. Non per codardia, ma perché la nostra scelta è sanitaria e basta”.

da L’Indro di giovedì 29 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Bazzani-ucciso-dai-proiettili,5336#.TwH_yjXojpl

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

Una petizione per garantire lavoro e sicurezza

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

La protesta di Luigi Coppola: “La camorra ha iniziato, ma le istituzioni stanno continuando il lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. Queste le drammatiche parole scritte da Lea Garofalo, la donna coraggio anti-‘ndrangheta sciolta nell’acido, dopo il tentativo di sequestro consumato a Campobasso, che aveva deciso di staccarsi dai legami criminali familiari.

Lea, prima di morire, decise di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica. Il suo testamento morale venne pubblicato dai vari giornali solo dopo il suo assassinio. Non è semplice la vita dei testimoni di giustizia, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori di giustizia. I testimoni di giustizia sono persone che hanno avuto coraggio a denunciare. “Oggi – scrive il comitato per la tutela dei testimoni di giustizia – in Italia decine e decine di testimoni di giustizia sono abbandonati a se stessi, in attesa di avere dallo Stato non solo la protezione che era stata loro garantita, ma persino un lavoro per poter vivere. Buona parte dei settanta testimoni di giustizia italiani hanno manifestato a Palermo per chiedere il rispetto degli accordi presi”.

E’ stata promossa da Movimenti Civici, Movimento Radical Socialista, Movimento Agende Rosse e da Democrazia e Legalità una petizione per garantire lavoro e sicurezza ai testimoni di giustizia. Tra i primi firmatari Salvatore Borsellino, Angela Napoli, Sonia Alfano, Giuseppe Lumia, Elio Veltri, Doris Lo Moro e Franco Laratta. Ma qual è la situazione dei testimoni di giustizia, oggi, in Italia? “La situazione – secondo Italo Campagnoli del comitato promotore della petizione per la tutela dei testimoni di giustizia – è veramente pesante. Il passato Governo, in particolare la figura del sottosegretario Mantovano, ha smantellato in maniera sistematica tutti i progetti di protezione. Ci sono situazioni tragiche, sconvolgenti. In Italia non sono centinaia i testimoni di giustizia e quindi non è un costo così gravoso, ma la maggior parte di loro sono stati progressivamente abbandonati. Abbiamo preparato anche una lettera destinata al Presidente Napolitano sottoscritta da una quindicina di testimoni di giustizia”.

Con il cambio di esecutivo le cose non cambiano. “L’attuale Governo, in questo momento, è del tutto latitante. Ci sono state delle risposte ufficiali e ufficiose: ‘faremo’, ‘ci stiamo interessando’, ‘stiamo prendendo atto della situazione’ ma non c’è stato assolutamente niente di concreto fino ad oggi. I testimoni non hanno avuto nessun segnale”.

Ma che tipo di tutela hanno oggi i testimoni di giustizia? “L’unica cosa che viene sempre lasciata, fino alla fine, è la scorta. Che tecnicamente, forse, è la cosa più importante ma non è assolutamente la soluzione del problema. Vicende più drammatiche ci raccontano di persone che sono state abbandonate anche dalla famiglia, altre che sono impazzite. C’è chi si è dato fuoco, chi è andato a protestare continuamente di fronte ai Ministeri, chi ha dei processi perché ha protestato in maniera esasperata. Ci sono delle situazioni tragiche”.

E’ importante ricordare la vicenda di Luigi Coppola, imprenditore di Pompei, che ha avuto il coraggio di fare il proprio dovere e denunciare. Sfrattato dall’hotel, dov’era momentaneamente sistemato, si trova ora in strada con tutta la sua famiglia. Ha una scorta, ma è costretto a vivere in auto. Il neo Ministro agli interni, Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato che “si interesserà del caso”. Ma come vive oggi Coppola? “Abbiamo trovato – risponde lui – ospitalità presso un mio parente per pochissimi giorni. Viviamo senza un centesimo e la situazione è problematica”.

Grazie alle denunce di Luigi Coppola, nel 2001, vennero arrestati il boss di Boscoreale (Na) Giuseppe Pesacane, i suoi affiliati e un componente del clan Cesarano di Pompei (appartenenti al clan Gionta) per estorsioni, sfociate in usura. In totale 30 persone. “Ho pagato l’usura sull’estorsione”. Coppola ha la scorta ma “so che stanno tentando di togliermela. Sono l’unico dei testimoni di giustizia che è riuscito a ritornare nel proprio paese di origine. Chi va in località protetta, e io ci sono stato, non fa una bella vita. Mi devono mostrare uno che è andato in località protetta e si è realizzato. Tutti hanno problemi”. La situazione coinvolge anche i parenti più stretti di Coppola “La mia famiglia mi sta facendo rendere conto che, forse, aver denunciato…”. Si interrompe “Vorrei avere a che fare con uno Stato responsabile. Nonostante ciò conduco uno sportello Anti-camorra nel Comune di Boscoreale (sciolto due volte per infiltrazione camorristica, ndr) e mi batto per la legalità. Adesso ho paura per gli altri che avrei convinto a denunciare”.

Passiamo poi al capitolo minacce: “nel 2010, a seguito delle proposte di revoca delle misure di sicurezza, mi fu tolta la vigilanza fissa e prontamente la camorra pressò. Fecero trovare alla Polizia una bottiglia con del liquido infiammabile più una cartuccia di pistola inesplosa. Non era folklore napoletano, ma un segnale di apprezzamento nei confronti dello Stato che indietreggiava. La camorra mi faceva capire la fine che avevo fatto. La camorra ha iniziato, ma lo Stato sta continuando il lavoro”. Ma ha paura? “Si, ho paura anche per chi ci ospita. Per questo motivo sono stato sempre portato ad evitare contatti stretti con i familiari. Noi siamo degli isolati nello stesso nostro Paese. Lo Stato dovrebbe dare dignità alle persone che hanno fatto ciò che ho fatto io. Lo Stato pubblicizza le sue vittorie attraverso chi mette veramente la vita in gioco. Dovrebbero evitare le pubblicità e rendere degne le persone per ciò che hanno fatto”.

Coppola è rimasto solo con la sua famiglia. “Al di là della legalità che vediamo nei salotti, al di là di quella fatta dai professionisti della legalità che non dicono mai ciò che guadagnano facendo questo, non ho ricevuto nessuna telefonata di vicinanza dai famosi associazionismi titolati. Queste persone a Coppola non lo conoscono, perché Coppola sarebbe la prova che non funziona qualcosa. Le telefonate che sto ricevendo sono di persone che soffrono come me, di Italo Campagnoli e di alcuni personaggi della politica, degni di questo nome”.

Ciononostante l’imprenditore è ottimista sul futuro del paese “Tutti insieme ce la faremo. Con la politica giusta fondata sulla legalità e non sulle collusioni criminali e politiche. Allora non avremo bisogno di scorte”. Questo è lo Stato che dà il cattivo esempio? “Se miniamo – ha concluso Campagnoli – questa base di legalità chi avrà più il coraggio di denunciare? Pino Masciari, che ha sofferto le pene dell’inferno, grazie solo alla mobilitazione e a Beppe Grillo che lanciò per primo il problema, oggi è completamente coperto e ha anche degli incarichi per continuare a portare avanti questo tipo di azione. Una mosca bianca all’interno di una situazione dove gli altri sono stati completamente abbandonati”. Ultima nota dolente, l’informazione “Totalmente latitante. L’unica informazione che ha sostenuto la nostra campagna è quella alternativa. C’è un muro di gomma”.

da lindro.it di martedì 27 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Testimoni-di-giustizia-lo-Stato,5270#.TvsvDjXojpk

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

La denuncia di Amnesty International alle politiche del passato governo

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

Per l’attivista Shady Hamadi bisogna seguire lo slogan di Don Milani, ’I care’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La strada verso la democrazia e le speranze che dobbiamo riporre nella Siria non influenzeranno solo il corso della storia di questo Paese, ma dell’intera area mediorientale. Dobbiamo avere coerenza, come l’Italia sta dimostrando in questo caso meglio di molti altri Paesi, ad ascoltare le richieste della società civile siriana che sarà la classe dirigente del domani perché sono i giovani, uomini e donne, in egual modo a dimostrare di essere la forza trainante del paese”.

Queste le parole utilizzate dallo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, attivista per i diritti umani in Siria, durante la sua audizione alla Camera dei Deputati, di fronte al comitato permanente sui diritti umani. In contesti come quello della Siria, dell’Egitto e della Libia come si è comportata l’Italia? Secondo Valentina Pagliai, responsabile del dipartimento di educazione ai diritti umani della Robert F. Kennedy Foundation of Europe (creata nel 2005 per promuovere e sviluppare a livello europeo i progetti portati avanti dal RFK Center forJustice & Human Rights, con una particolare attenzione ai progetti di educazione ai dirittiumani): “il Governo italiano (quello dell’ex premier Berlusconi, ndr) è stato molto cauto. Ma non solo il Governo italiano. La primavera araba ha contraddistinto queste situazioni. Ci siamo ritrovati di fronte ad una forma nuova rispetto all’Afghanistan e all’Iraq. Vari Governi si sono trovati spiazzati. Abbiamo assistito a una rivoluzione pacifica promossa dai giovani attraverso nuove forme di comunicazione. Una protesta partita dal basso”.

La rivoluzione ha investito anche la politica internazionale. “Questo è soltanto il primo passo– ha aggiunto Pagliai -. L’Italia, nonostante un passato Governo poco attento a certi temi e a certe novità, è molto in prima linea dal punto di vista degli aiuti umanitari. I giovani hanno capito che il cambiamento è possibile e che dipende da ciascuno di noi. La protesta si è allargata a macchia d’olio e ha toccato anche Paesi Occidentali. Fenomeni diversi, ma con la stessa matrice. Oggi molti media hanno smesso di parlarne. Questa è la rivoluzione pacifica del futuro”.

E perché questa rivoluzione non ha toccato l’Italia? “Da noi è più difficile. Nei Paesi del Nord Africa la gente non ha più nulla da perdere. Anche se i fenomeni registrati in Occidente sono dei segnali per i Governi e per le Banche. Questo movimento si è registrato in tutto il mondo, tranne che da noi. Credo che sia da collegare anche a un fenomeno culturale”.

Ma qual è il bilancio delle politiche messe in atto concretamente negli ultimi anni sul tema dei diritti umani? Come si è intervenuti? Cosa è stato fatto concretamente? La denuncia diAmnesty International è chiara. Il nostro Paese, in tema di diritti umani, ha dato il cattivo esempio. Come può un Paese esportare la democrazia, con guerre di interesse, se nei suoi territori non esistono buone leggi che tutelano i diritti umani? Ecco un primo esempio: la legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. La legge 94 del 2009 ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile da 5mila a 10mila euro. Per non parlare del rinvio forzato dei richiedenti asilo politico. Nel 2009, denuncia Amnesty, “disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar”.

I passeggeri sono stati lasciati per quattro giorni, senza acqua e cibo, sul ponte della nave. Dal maggio del 2009 le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo politico avvistati in mare. Per l’Accordo di Amicizia tra il Governo italiano e quello libico diGheddafi. Come poteva un Governo, rappresentato da chi ha accolto con il baciamano il dittatore libico (con il quale molti Stati occidentali facevano affari), portare avanti azioni concrete sui diritti umani? Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati “la politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31mila del 2008 alle circa 17mila del 2009”. Ma gli esempi non finiscono qui. Se nel parlamento italiano diversi rappresentanti politici hanno attestato senza vergogna che Ruby “è la nipote di Mubarak” a livello governativo, senza alcuna vergogna, è stato fatto passare qualsiasi atteggiamento di discriminazione.

Come quello relativo ai diritti umani dei rom, a cui è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione. In diverse città (come Milano e Roma) sono stati autorizzati gli sgomberi forzati illegali. Nel campo del controterrorismo e sicurezza “le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani”. Il 4 novembre 2009, “il tribunale di Milano ha condannato in primo grado 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti dell’ex Sismi per il rapimento di Abu Omar, trasferito illegalmente in Egitto nel 2003 e detenuto segretamente per 14 mesi. Il segreto di stato posto sulla vicenda (sia da Prodi che da Berlusconi, ndr) ha determinato il non luogo a procedere per il direttore del Sismi all’epoca del rapimento, per il suo vice e per altri tre imputati italiani”.

Continua Amnesty: “nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti”.

L’Italia, spiega nel suo rapporto Amnesty “resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione. Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse”. Ma qual è la strada che l’Italia deve seguire? La indica Shady nel suo intervento sui diritti umani, citando un italiano illustre: “dobbiamo muoverci tutti uniti sotto il segno della libertà senza interessi particolari nel far finire questa strage. Don Milani insegnò ai suoi alunni due parole in inglese ’I Care’ io mi interesso, interessiamoci tutti”.

da lindro.it di mercoledì 21 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Diritti-umani-l-Italia-cattivo,5196#.TvRzuTXojpk

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Un volontario dell’Ascom: “nessuno sta indagando”

OMICIDIO BAZZANI, ANCORA MISTERO

Alle domande sull’indagine di Gratien Rukindikiza la Farnesina non dà risposte

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Attenzione, in questo caso vi sono molti aspetti poco chiari della vicenda”. Queste le parole dal missionario padre Claudio Marano (in Burundi dal 1991) e riportate dal settimanale ’Famiglia Cristiana’. Il riferimento è all’uccisione del volontario italiano Francesco Bazzani e della suora croata Lukrecija Manic. Uccisi il 27 novembre scorso durante un’incursione presso l’ospedale di Kiremba (Ngozi), a sud-ovest del Burundi.

Dà sempre fastidio – continua padre Claudio – avere tra i piedi persone che vedono quello che accade, che conoscono a fondo la realtà in cui sono inseriti e spesso denunciano i fatti. Siamo testimoni scomodi. Per questo finiamo nel mirino”. L’attentato è stato archiviato dalla magistratura locale e dalla gran parte della stampa mondiale, come aggressione a scopo di rapina. Ma dall’inchiesta del giornalista investigativo Gratien Rukindikiza, ripresa anche da noi nell’articolo di ieri a firma Fulvio Beltrami, emerge una realtà diversa, che mette fortemente in dubbio la versione ufficiale.

Prima la cronaca ufficiale. Cos’è successo il 27 novembre scorso? Una suora croata (Lukrecija Manic) e un medico volontario italiano (Francesco Bazzani) vengono uccisi con armi da fuoco. Due banditi, subito arrestati dalla polizia locale, vengono condannati, in un processo lampo. Un’ottima dimostrazione dell’efficienza della giustizia locale di fronte al Mondo intero. Così recita la versione ufficiale. “Gli autori del doppio omicidio sono stati arrestati verso le 13. Hanno rispettivamente 20 e 24 anni e siamo sicuri si tratti dei due assassini”. Il portavoce della polizia Pierre-Cahannel Ntarabaganyi aggiunge, “Abbiamo le prove”. Quali? Per il governatore Claude Nahayo: “Siamo sicuri che sono gli autori di questo odioso delitto perché li abbiamo trovati in possesso di 4mila euro rubati nel convento, e uno di loro è stato ferito alla gamba nello scontro a fuoco con la polizia. Siamo sicuri che si tratti di una semplice rapina”.

La suora sarebbe dunque stata uccisa durante l’incursione, mentre l’odontotecnico italiano veniva sequestrato dai banditi insieme ad un’altra suora italiana (Carla Brianza, ferita e rientrata in Italia). E qui cominciano a sorgere i primi interrogativi. Preso in ostaggio e messo dai banditi alla guida di un’autovettura dell’ospedale, Bazzani si è imbattuto in un posto di blocco della polizia. Che, secondo il giornalista locale Rukindikiza, già conosceva il tragitto. Non ci sarebbe dunque stato alcun tipo di inseguimento da parte delle forze dell’ordine. L’autovettura era attesa in un punto preciso tra l’ospedale di Kiremba e Marangara, la destinazione finale, dove un’ambulanza attendeva i malviventi.

Ma nel concreto chi ha ucciso il medico italiano? Secondo la versione ufficiale i banditi. Per il collega di ’Bujumbura News’ invece sarebbe stata la polizia a sparare nella direzione dei passeggeri, probabilmente per uccidere i due banditi e non procedere all’arresto.

Ma perché la polizia conosceva il tragitto preciso dopo l’uccisione della suora croata? Come facevano a sapere che i due assassini erano presenti sull’autovettura per fuggire e fatta guidare dal volontario italiano? Durante gli interrogatori i due avrebbero spiegato che non si trattava di un furto finito male, ma di un ordine di esecuzione impartito, secondo i killer, da un deputato del FNDD (partito di Governo) Jean Baptiste Nzigamasabo, meglio conosciuto come Gihahe. Sempre secondo i presunti autori dell’omicidio è stato il deputato africano a contattarli per uccidere la suora croata, sospettata dai servizi burundesi di fornire medicinali e assistenza sanitaria ai combattenti del Fronte Nazionale di Liberazione. Nell’interrogatorio è emerso che Gihahe avrebbe promesso anche una somma di denaro a lavoro concluso: 5 miliardi di franchi burundesi (3 milioni di euro).

Alessandro Verga, uno dei componenti dell’Associazione Ascom con sede a Legnano, a cui apparteneva Francesco Bazzani dichiara: “il problema è venuto fuori in sede di tribunale, nel momento della condanna. La perizia non è stata fatta. Su questa storia ho letto dei dati diversi. Il nostro Presidente (Giovanni Gobbi, ndr) è andato in Burundi per tirare le fila. Il prossimo fine settimana avremo diverse informazioni sull’accaduto. Esistono tesi contrastanti, da appurare. Tutto l’ambiente è in fermento. Per il momento le considero solo delle voci”.

Resta il dubbio sullo studio balistico. Perché non è stato fatto? Come è possibile appurare se l’italiano Bazzani è stato raggiunto da proiettili della polizia (AK-47) o dai fucili Fal dei banditi senza una perizia? E i misteri non finiscono qui. C’è in ballo il nome del deputato del FNND Gihahe e il fatto che, sempre secondo la versione del giornalista africano, il giudice avrebbe distrutto il dossier con la confessione degli imputati. “Ho letto e sentito anche questa tesi – ha affermato Verga – ma non ho elementi certi per fare delle supposizioni. Dobbiamo aspettare il ritorno del nostro Presidente. Come notizia generica mi risulta. Però devo aggiungere che dopo il fatto la polizia del posto si è dileguata, si è nascosta”.

Possibile supporre che Bazzani si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato? La tesi del missionario padre Claudio Marano, “i missionari sono testimoni scomodi”, avrebbe forti di elementi di connessione con quest’ultima domanda, portandoci a chiederci cosa avesse visto e cosa sapesse Bazzani 
Azioni della polizia contro testimoni scomodi e corruzioni nelle forze dell’ordine sono fenomeni che, ancora secondo Verga, “accadevano 20 anni fa. Ma non posso escludere nulla”. Così come non si sente di escludere l’ipotesi legata alla strategia del regime del Presidente Pierre Nkurunziza tesa ad allontanare o eliminare tutti i testimoni stranieri dei crimini contro l’umanità che si stanno commettendo in Burundi.

Ma qualcuno sta indagando a questo proposito? Per Verga: “No, nessuno sta indagando”.

Abbiamo contattato sia l’Ambasciata d’Italia in Uganda (in quanto competente per il Burundi) sia l’Ambasciata del Burundi in Italia. Alle nostre domande nessuno ha risposto

Ci siamo rivolti anche all’unità di Crisi della Farnesina chiedendo conto della versione non ufficiale del giornalista Rukindikiza: abbiamo domandato la loro posizione riguardo ai mancati studi balistici; al posizionamento ‘sospetto’ della polizia sul tragitto dell’auto, al presunto coinvolgimento di Gihahe e a quei 5 milioni di franchi burundesi che avrebbero ricevuto; infine abbiamo chiesto se risultasse alla Farnesina l’episodio la distruzione del dossier da parte del giudice.

Raggiunto telefonicamente, un funzionario del servizio stampa dell’Unità di Crisi della Farnesina ci ha detto: “Stiamo seguendo la vicenda, la procedura prevede approfondimenti. E’ difficile dare delle risposte. Ma il nostro compito è capire quello che è successo in Burundi”. Dopo due giorni di attesa, ancora nessuna risposta ci è pervenuta.

da lindro.it di venerdì 16 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Omicidio-Bazzani-ancora-mistero,5095#.TvRv-TXojpk

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

MONICELLI, UN’EREDITÀ RIVOLUZIONARIA

Il regista tornò per primo a sdoganare la ’parola proibita’

MONICELLI, UN’EREDITÀ 

RIVOLUZIONARIA

L’appello seguito dai cortei dei giovani: “la speranza è una trappola dei padroni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Spero che finisca con una bella rivoluzione. La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”. Queste le parole utilizzate dal maestro Mario Monicelli nell’intervista rilasciata al giornalista Stefano Bianchi.

L’invito rivolto ai giovani durante una delle sue ultime apparizioni in televisione, ad Annozero, nel programma (oggi cancellato dalla programmazione Rai) di Michele Santoro. Era il 25 marzo 2010. Il grande regista, oggi, non c’è più. Sorprese tutti buttandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma.

Ma cosa è cambiato dall’appello di Mario Monicelli? Quanto è stata usata la parola ’rivoluzione’? In che contesti? Per capire la portata delle sue parole basta digitare due termini (“rivoluzione” e “mario monicelli”) su google: 420mila i risultati. L’appello rivolto ai giovani, tramite il suo testamento per il futuro del Paese, è stato utilizzato proprio dagli studenti durante diverse manifestazioni contro la riforma Gelmini (ormai ex Ministro dell’Istruzione pubblica). Su uno striscione la risposta dei giovani al maestro: “Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”.

In diversi cortei è stata utilizzata la parola ’rivoluzione’. Dopo tanti anni è stato sdoganato un termine che sembrava sparito. Nascosto nelle nostre paure. Pochi, prima di Monicelli, osavano pronunciare al grande pubblico la parola ’rivoluzione’, riferita alla situazione italiana. Alla dignità del popolo ’sottoposto’. Una parola che faceva quasi paura. Un termine utilizzato già, in un discorso del 1922, da Antonio Gramsci “esistenza di condizioni mature per una rivoluzione proletaria. Dopo due mesi da quell’intervento arrivò la marcia su Roma di Benito Mussolini e la lunga dittatura fascista. Un èpssibile parallelo con l’Italia di oggi. Con la dittatura mediatica dell’ex premier Silvio Berlusconi. Un parallelo fatto anche daMonicelli ai microfoni di Annozero: “gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono stati vent’anni sotto un governo fascista, ridicolo, con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato. Ci ha mandato l’Impero, le falangi romane lungo via dell’Impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti, che c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, tutti stavano “bòni e zitti”. Adesso il grande imprenditore (Berlusconi, ndr) ha detto: “Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari”. Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa sotto”.

Ma la rivoluzione non va di pari passo con la ’speranza’. Che non porta alla rivoluzione, ma all’attesa infinita. Sempre secondo Monicelli: “la speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono “state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa – sì, siete dei precari, ma tanto fra due-tre mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza”. Mai avere la speranza. La speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda”.

E chi comanda non vorrebbe mai la rivoluzione, il cambiamento degli assetti istituzionalizzati. Monicelli ci ha lasciati con un invito. Preso al volo da diverse popolazioni confinanti. Realtà che per molti anni hanno subito la prepotenza del ’potente’ di turno. Ma perché solo in Italia questa parola non è stata mai utilizzata in concreto? Perché questa speranza di riscatto non sembra fatta per il popolo italiano? E’ solo una questione di opportunismo del popolo? Perché ancora non scoppia una rivoluzione in Italia? A rispondere è il filosofo Umberto Galimberti: “Marx ricordava agli operai ‘guardate voi non siete dei soggetti storici, voi siete co-storici’. Diceva: ‘la storia la fanno quelli che hanno i soldi, i vostri padroni, gli imperatori, i principi, la fanno gli eserciti, i potentati. Dovete prendere coscienza di classe. Se fate degli scioperi belli lunghi morirete di fame, ma costringerete la storia a includervi’. E la cosa è stata vera. Perché l’inclusione della classe operaia è avvenuta attraverso la presa di coscienza che il sistema sta in piedi sul loro lavoro. Ma bisogna ricominciare tutto da capo. I giovani che sono in una situazione spaventosa. Perché oggi non scoppia la rivoluzione? Perché il servo e il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Ecco la rassegnazione giovanile”. Per Monicelli: “Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione”.

da lindro.i di venerdì 9 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Monicelli-un-eredita,4949#.TvRrRTXojpk

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Inserite nell’agenda politica del nuovo governo

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Dall’Istituto Bruno Leoni di Torino il monito anti-lobby: “l’Italia è un Paese a bassa libertà economica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Nonostante la retorica della crescita, l’Italia resta un Paese a bassa libertà economica. Queste le parole utilizzate dall’Istituto di Torino Bruno Leoni per presentare il rapporto annuale che misura il grado di liberalizzazione in sedici settori dell’economia italiana, confrontandoli con i Paesi più liberalizzati d’Europa. Nel 2011 l’economia italiana appare liberalizzata al 49%, “un valore ancora molto basso”.

Ma perché in Italia esiste il problema delle liberalizzazioni? Chi mette i vincoli nei diversi settori? Gioco facile, in questo sistema, lo hanno le lobby che non vogliono assolutamente perdere i loro monopoli. E il problema si riflette sulla politica, troppo spesso, incapace di prendere decisioni forti per i legami dei parlamentari sia a livello nazionale che locale. Non si possono perdere voti e consenso per svantaggiare potenti macchine economiche, e così il Paese intero resta al palo.

Perché è necessario liberalizzare in Italia? Lo abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro, il coordinatore del lavoro ’Indice delle Liberalizzazioni 2011’ per l’Istituto Leoni. “E’ necessario, perché il Paese ha un problema di bassa crescita e liberalizzare, creare occasione di competizione, è la tipica politica pro-crescita che, oltretutto, ha il vantaggio di non avere impatto diretto sui conti pubblici. E quindi di non aggravare la situazione delle finanze pubbliche”.

Perché ancora esistono dei vincoli? “Liberalizzare vuol dire rimuovere delle situazioni di monopolio o quasi monopolio e questo non fa piacere ai monopolisti. Loro, siano essi grandi aziende monopolistiche – penso ad alcuni colossi pubblici dalle Poste, all’Eni, ecc. – o siano essi organizzazioni, come gli Ordini professionali, utilizzano tutte le loro forze per contrastare ogni tipo di politica in senso della maggiore concorrenza”. Proprio gli Avvocati, in questi giorni, hanno esternato la loro preoccupazione, tramite l’Organismo unitario dell’avvocatura: “Un governo tecnico non può travolgere l’avvocatura – ha affermato il presidente del Consiglio Nazionale Forense Guido Alpa – e non può, come hanno sottolineato alcuni giornali, mettere mano a riforme importanti come quella che ci riguarda, ma che riguarda anche i diritti fondamentali dei cittadini”.

Un argomento inserito nell’agenda politica nazionale. Lunedì, tra le proposte del consiglio dei Ministri, ci sarà il tema delle liberalizzazioni. Monti ha già evidenziato la sua ricetta, attraverso cinque punti: ridurre il carico di oneri eccessivi delle procedure amministrative contro le rendite e le chiusure corporative; riordino delle professioni regolamentate con l’abolizione delle tariffe minime; rafforzare i poteri dell’Antitrust; completare la deregulation dei servizi pubblici locali; ridurre i tempi della giustizia civile. 

Ma ad oggi quali sono le eccellenze nelle liberalizzazioni? Secondo Stagnaro: “il settore più liberalizzato è quello dell’energia elettrica, perché è quello dove sono state fatte una serie di interventi. La struttura del mercato ha completamente cambiato lo scenario, sostanzialmente smantellando l’ex monopolista. Che oggi è un’Azienda importante ma che ha una quota di mercato intorno al 30%, quindi lontano dalla condizione di monopolio precedente. All’ex monopolista è stata tolta la proprietà e il controllo della rete di trasmissione nazionale, che è una condizione importante per poter avere concorrenza nel settore ed è stato consentito l’ingresso di una serie di soggetti italiani e stranieri che competono tra di loro. Restano dei problemi, degli interventi da fare. Però la struttura del mercato in questo momento, sicuramente, è di natura concorrenziale”.

E i punti deboli? “Esistono dei punti deboli, in parte, di natura tecnica. La rete ha bisogno di investimenti e questo richiede tempo. Ci sono una serie di altri problemi che sono nati negli anni e che derivano dall’esplosione delle fonti rinnovabili che per tutta una serie di ragioni, a partire dal fatto che sono sussidiate, hanno un effetto distorsivo sul mercato. L’impulso alle fonti rinnovabili nasce da obblighi del nostro Paese che ha nei confronti della Comunità Europea. Sarebbe sbagliato nascondersi dietro al fatto che questo ha un impatto sul funzionamento del mercato”. 

Quanto a quel che potrebbe o dovrebbe fare il governo Monti lunedì il Coordinatore Stagnaro commenta:“C’è solo l’imbarazzo della scelta tra le misure di concorrenza, di liberalizzazione e questioni relative ai fondi pubblici (pensioni, interventi sulla spesa e così via). Cosa potrà fare è una domanda da un milione di dollari. E’ ancora da capire quanto i passaggi parlamentari incideranno sui testi normativi. E’ il contesto che favorisce le decisioni – conclude – Siamo in una situazione tale che: o si fanno ora o mai più”.

Chi potrà mettere i bastoni fra le ruote, a parte le lobby? “Ci sono molti parlamentari, per convinzione o per altro, che interpretano gli interessi di alcune lobby e di alcuni gruppi di pressione. Penso agli avvocati per fare un esempio. E’ ovvio che il tipo di resistenza che ciascun monopolista pratica si declina a seconda delle sue caratteristiche specifiche. C’è chi si muove a livello locale e chi a livello nazionale”. Del resto, specifica l’analista, i blocchi alle leiberalizzazioni possono essere “di tanti tipi. Un blocco è quello della resistenza degli interessi di gruppi di pressione. Un altro tipo di blocco è di natura tecnica. E’ facile dire liberalizziamo, poi farlo è più complesso. Un terzo blocco deriva dal fatto che in molti casi il processo di liberalizzazione non si fa in un giorno e non si fa con un decreto, ma richiede una serie di cambiamenti che vanno introdotti nel tempo”. Qualche esempio? “Liberalizzareil mercato del gas vuol dire cambiamenti normativi, ma anche una riorganizzazione societaria dell’ex monopolista, arrivando alla separazione della rete. Tutto questo richiede determinazione e credibilità da parte di chi lo fa. Iniziare un processo non è la stessa cosa che portarlo a compimento e se vogliamo avere dei risultati nei termini delle prospettive del Paese, dell’attenzione che hanno i mercati internazionali per noi, dobbiamo fare in modo che la percezione del mondo esterno sia che il percorso lo abbiamo iniziato per chiuderlo”.

Resta da chiedersi se un Governo di tecnici è in grado di attuare le liberalizzazioni:  “Lo vedo sicuramente in grado di capirne l’importanza. Se sia politicamente in grado credo che sia troppo presto per dirlo”.

da lindro.it di giovedì 1 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Liberalizzazioni-ora-o-mai-piu,4796#.TvRp2TXojpk

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

I lavoratori in attesa di due mensilità

DR MOTOR NELLA TEMPESTA

La Fiom Molise ha richiesto un incontro per “valutare la situazione industriale”. Ma Di Risio minimizza

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

L’intesa per Termini Imerese, per adesso, sembra aver messo tutti d’accordo. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, il Governo, i sindacati (compresa la Fiom nazionale), la Fiat e l’imprenditore molisano Massimo Di Risio. L’ex pilota del campionato turismo, oggi presidente della Dr Motor Company.

L’unica stecca nel coro è quella di un altro molisano. L’ex pm e ministro Antonio Di Pietro che, attraverso un nota firmata insieme al responsabile Welfare e Lavoro dell’IdV Zipponi, ha attaccato con queste parole: “l’imprenditore Di Risio, che ha promesso mari e monti e che è stato presentato dal ministero dello sviluppo economico, non paga da mesi i suoi dipendenti d’azienda in Molise”. Suona strano: un imprenditore, da mesi interessato a rilevare lo stabilimento siciliano, lasci senza stipendio i suoi lavoratori, che assemblano pezzi di auto spediti, via mare, dalla Cina: eppure il problema degli stipendi va avanti da mesi.

Già dal settembre scorso, quando la Fiom Molise, attraverso una nota inviata all’Associazione Industriale e alla Dr Motor Company S.p.A. chiede “di discutere della situazione industriale”. Ma non è l’unica richiesta presentata dal sindacato. Dopo una settimana ecco cosa si legge nella seconda missiva, firmata dal segretario della Fiom regionale Giuseppe Tarantino (15 settembre): “si chiede un incontro urgente per esaminare la situazione aziendale della Dr Motor”. Ma le promesse a riguardo da parte dell’azienda non si sono maiconcretizzate. Ed ecco arrivare, il 26 settembre, una nuova nota per “discutere sul mancato pagamento delle retribuzioni e sui rapporti tra la parte datoriale e le maestranze”. Il 2 novembre la Fiom sollecita “la società al pagamento della mensilità del mese di settembre ai lavoratori della Dr che potrebbe sommarsi alla mensilità del mese di ottobre”. Questa la risposta dell’imprenditore, raccolta da ’Il Sole 24Ore’: “c’è stato al più qualche giorno di ritardo, ma tutti gli stipendi sono stati pagati”.

Abbiamo voluto sentire anche un lavoratore della Dr Motor, senza riportare il suo nome, che ha esordito così: “siamo messi in mezzo a un casino. Ci sono state telefonate da alcuni giornalisti”. Sul pagamento degli stipendi? “Oggi, forse, ci faranno finalmente l’accredito per gli stipendi arretrati (settembre e ottobre, ndr). In questi anni non era mai successa una cosa del genere”. Proprio qualche giorno fa, in un’assemblea, Massimo Di Risio avrebbe esternato la sua delusione per le notizie uscite fuori dall’Azienda e arrivate a coinvolgere il sindacato.

Ma chi è l’uomo chiamato a ridare un futuro agli ex stabilimenti Fiat di Termini Imerese? Dopo l’esperienza come pilota, ha iniziato la sua avventura con un concessionario Lancia a Macchia d’Isernia. Oggi sede del polo automobilistico La Città dell’Auto. Da concessionario è diventato assemblatore. Con la scommessa Termini Imerese (per molti una vera e propria ’pazzia’) punta a diventare produttore. Di Risio ha utilizzato per le sue ’pazzie’ diversi fondi regionali. Nel 2006 la Regione Molise destinò 4,6 milioni di euro per la “realizzazione dell’iniziativa produttiva – si legge nel bollettino ufficiale – finanziata attraverso l’estensione con finanza regionale del contratto d’area Molise InternoSoldi prelevati anche dal fondo per l’emergenza alluvionale e sismica. Come si può facilmente apprendere dalla delibera di giunta n. 698 del 2007, con oggetto: ’provvedimenti in favore della ripresa produttiva nel territorio della Regione Molise colpito da eccezionali eventi sismici e meteorologici’.

Ma Macchia di Isernia, sede dello stabilimento, non rientra né nelle zone terremotate né in quelle alluvionate. “Dopo quel finanziamento pubblico – affermò in una nota il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – ho sempre chiesto informazioni sul piano industriale dell’azienda, quali investimenti e livelli occupazionali garantissero per poter usufruire del contratto d’area, ma ho sempre ricevuto risposte parziali. E ancora oggi dopo quattro anni, in commissione non è mai arrivata una relazione sui risultati raggiunti”. Per l’ex segretario regionale della Cgil Molise: “non è chiaro qual è il progetto dell’impresa, che non ci ha neanche comunicato un investimento così importante a Termini Imerese”.

Ma oggi cosa viene prodotto nello stabilimento di Macchia di Isernia? E, soprattutto, come?Dopo aver stretto nel 2007 un accordo di fornitura con Chery Automobil (casa automobilistica cinese, in Italia è conosciuta per l’accordo stipulato con la Fiat per portare il prodotto italiano in Cina), la Dr Motor comincia ad assemblare le componenti dell’auto che arrivano a Macchia di Isernia. La prima creatura è stata la DR1, una tre porte a basso prezzo, tutta made in Cina, venduta inizialmente attraverso i supermercati Iper. Per superare il problema delle omologazioni dei propulsori secondo le norme dell’Unione Europea sono arrivati i motori Fiat. Si è ingrandita la rete dei concessionari e si sono aggiunti nuovi modelli. Oggi la Dr Motor ha tre modelli nel listino (DR1, DR2 e DR5) che vanno dagli 8 a 18 mila euro, tutti prodotti in Cina. Nel 2010 l’exploit delle vendite.

Ma nei primi mesi del 2011 si verifica una forte flessione, con una riduzione del 26%. Questi i dati: 2.700 vetture vendute contro le 3.600 dell’anno precedente. Il dato percentuale è peggiore di quello Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Nel mese di ottobre la flessione è stata del 51%. Qual è oggi la situazione finanziaria della Dr Motor? E’ Andrea Malan su Il Sole 24Ore a fare i conti in tasca a Di Risio. “L’azienda molisana è da tempo in trattative con le banche creditrici per una ristrutturazione dei debiti e per l’ottenimento di nuovi fondi. Secondo fonti del ’Sole 24 Ore’, sul tavolo dello studio Solidoro di Milano c’è un piano che tecnicamente si definisce ’piano attestato di risanamento’, in base all’articolo 67 della legge fallimentare: una procedura introdotta dalla recente riforma che, con un accordo tra le parti validato da un professionista terzo, permette ai creditori e all’azienda una tutela in caso di difficoltà successive”.

Su questo punto è doveroso registrare la risposta di Di Risio: “abbiamo fatto predisporre allaErnst & Young un piano che abbiamo poi sottoposto alle banche, ma non c’è alcun articolo 67; credo che non ci arriveremo e anzi, con l’operazione Termini anche il piano precedente potrebbe essere superato”. Continua ’Il Sole 24Ore’: “la nota con cui il Ministero dello Sviluppo economico annunciava la scelta dei candidati per Termini Imerese parlava di aziende selezionate, tra l’altro, “sulla base della solidità finanziaria”. Dr Motor era gravata a fine 2009 da circa 74 milioni di debiti complessivi – di cui 34 con le banche –, con una posizione finanziaria netta negativa per 34 milioni a fronte di un patrimonio netto di poco meno di 10 milioni. L’approvazione del bilancio 2010 era stata rinviata dai revisori dellaKpmg in attesa di verificare il presupposto della continuità aziendale”. Anche sul bilancio DiRisio sembra essere tranquillo: il ritardo è dovuto alla definizione di alcune poste, e il bilancio è stato depositato nei giorni scorsi”. Bilancio o non bilancio, bisogna capire la logica della scelta di Termini Imerese. Secondo alcuni sindacalisti molisani: “lo stabilimento di Macchia non avrà più motivo di esistere”. 

da lindro.it di martedì 29 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Dr-Motor-nella-tempesta,4739#.TvRntjXojpk

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il Procuratore della Repubblica di Napoli a Isernia, per parlare della cultura della legalità

LEPORE: “QUI MOLTO È ILLEGALE”

Il magistrato vicino alla pensione dopo diverse indagini su nomi importanti. “La vecchiaia ti dà libertà”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ un Paese dove molto è illegale, quindi meglio parlare di legalità. Una legalità che deve nascere dal basso, da quando si è bambini perché altrimenti non si riesce a capire di cosa stiamo parlando. Non è soltanto l’osservanza delle norme penali. Ma l’osservanza delle norme del vivere civile. Se si riesce a vivere civilmente diventa molto naturale rispettare anche le norme legali”.

Con queste parole il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, è intervenuto a Isernia (Molise), insieme a Vincenzo Siniscalchi, Armando D’Alterio, Enrico Tedesco, Rossana Venditti e Lorenzo Diana, alla manifestazione pubblica ’Se non fossimo il Paese che siamo… come fare per riaffermare la cultura della legalità’.

Il magistrato napoletano, da otto anni alla guida della Procura più grande e difficile d’Italia, ha seguito le inchieste più bollenti degli ultimi anni: dalla camorra a Calciopoli, dai rifiuti alle indagini sull’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella fino a quella su Nicola Cosentino (sottosegretario del governo Berlusconi) e le collusioni con il crimine organizzato. Senza dimenticare le inchieste su Giampaolo Tarantini e Walter Lavitola e lo scambio di battute con l’ex premier.

A dicembre andrà in pensione. “Ho avuto la fortuna o la sfortuna di imbattermi con alcune personalità e, naturalmente, sono stato subito attaccato. Così come sono stati attaccati i colleghi milanesi. La mia toga è passata da grigia, rossa, gialla. Ma non mi interessava proprio, anche perché sto per finire. Tra un po’ me ne vado in pensione, avevo la libertà di dire tutto. Perché la vecchiaia dà la possibilità di dire tutto quello che si pensa. Sono totalmente libero nel parlare. Ho sempre reagito”.

Il giudice Giovanni Falcone confidandosi con il suo amico fraterno e collega Paolo Borsellino disse: “la gente fa il tifo per noi”. E’ cambiato qualcosa da allora?
Nell’attività che ho svolto come titolare della Procura più grande d’Italia ho ricevuto dalla gente per strada tantissima solidarietà, soprattutto per il processo al noto personaggio. In questa lotta che c’è stata è una questione soltanto di principio perchè ci si voleva sottrarre all’esame da parte dei magistrati. Su questo non abbiamo ceduto, però ci hanno fatto cedere successivamente perché le competenze le abbiamo dovute trasmettere all’autorità competente.

Cosa bisogna fare per riaffermare la cultura della legalità?
Dobbiamo partire dalle cose più ovvie. Le cose che dovrebbero essere naturali per noi italiani, ma soprattutto per noi napoletani. Abbiamo nel dna il fatto di violare le norme. Quando è necessario fare fronte comune per far ammettere una determinata cosa lo facciamo. Se ci sta il passaggio pedonale siamo portati a passare fuori dal passaggio pedonale, il rosso diventa verde e il verde diventa rosso. Sono cose un po’ strane che si vedono soprattutto a Napoli.

Che importanza hanno la famiglia e la scuola?
Si deve partire soprattutto dalla famiglia e poi dalla scuola. Oggi c’è un filo di speranza concreto: la possibilità per i ragazzi di andare negli Stati esteri dove la cultura della legalità è maggiore rispetto a quella italiana. Ne ho l’esempio classico con mio figlio che è stato molto all’estero e quindi, naturalmente, quando viene a Napoli soffre vedendo queste violazioni. Riprende molte volte anche me, lo confesso, per qualche violazione lieve che riesco a fare.

Secondo l’ex presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia: “nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Cosa rischia il Molise?
Il Molise è ancora un’isola felice. Per evitare di dovere combattere la criminalità organizzata bisogna stare attenti. I cittadini devono stare attenti, perché la criminalità organizzata è insidiosa. Quando cerca di penetrare nella società sana, acquisendo imprese che hanno bisogno di denaro fresco, come sta avvenendo in Emilia Romagna e nel Veneto abbiamo l’infiltrazione della camorra. In Molise non c’è paragone con i guai che abbiamo a Napoli, però questo vi deve servire da lezione.

La legalità è un grande parolone a cui spesso non segue niente nel concreto. L’esempio che dovrebbe venire da noi, da questa generazione, è già traballante rispetto ai ragazzi piccoli. Bisogna partire dall’osservanza delle regole più banali per poi avere la cultura della legalità. Un occhio di riguardo per le giovani generazioni? 
Bisogna educare i ragazzi a osservare le regole del vivere civile. Poi, un domani, dovranno osservare anche quelle penali e le disposizioni vigenti. Altrimenti non arriveremo a niente. Avremo soltanto gli stereotipi del mafioso che va girando con la macchina potente e compra vestiti firmati. E’ una cosa effimera questa ricchezza, perché loro devono mettere in conto due cose: morte violenta oppure il carcere a vita. La giustizia è lenta, ma arriva sempre.

A che punto siamo con la ’caccia’ a Michele Zagaria, il boss latitante della camorra?
Fino ad oggi purtroppo, nonostante che tutte le forze dell’ordine gli siano addosso, non siamo riusciti. Ci siamo andati molto vicini, abbiamo anche utilizzato aerei, elicotteri e altre tecniche speciali. Ma secondo me la tecnica vecchia, quella delle investigazioni, un confidente e la notizia buona al momento buono risolverà il problema. Spero che la latitanza termini prima che me ne vada in pensione. E’ una promessa che le forze dell’ordine mi avevano fatto. Se non ci riescono non è per cattiva volontà, ma perché veramente non ci sono riusciti.

Lui sente il fiato sul collo?
Sicuramente si, basta qualche telefonata che scappa.

da lindro.it di venerdì 18 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Lepore-qui-molto-e-illegale,4532#.TuZFPLKXvq4

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

’SANTI’ PATRONATI

La riforma 152 che ne ampliava le funzioni compie dieci anni

’SANTI’ PATRONATI

Un corpo intermedio di servizio e un punto di riferimento per il welfare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I Patronati hanno contribuito in questi anni ad avvicinare milioni di cittadini, lavoratori e pensionati, alle istituzioni preposte alla gestione dello stato sociale, e quindi alla democrazia. E il loro ruolo sarà sempre più determinante in futuro, soprattutto alla luce dei bisogni sociali emergenti dall’acutizzarsi della crisi economica, che aumenta disagi e domande di tutela”. In questo modo il vicepresidente del patronato Acli, FabrizioBenvignati, è intervenuto in occasione del decennale della legge di riforma 152 del 2001.

La norma che ha permesso di ampliare le funzioni, confermando i compiti e affidandone di nuovi. Una legge che ha ‘rivoluzionato’ l’attività dei patronati. L’anniversario è stato celebrato questa mattina dalle quattro sigle (Cepa, Cipas, Cipla, Copas) con una manifestazione organizzata al Cnel. Per una riflessione sulle sfide future. Per il presidente del raggruppamento Cipla, Leo Fiorito: “sono stati dieci anni che hanno modificato la nostra vita, hanno cambiato le persone, le famiglie, i lavoratori. Tutti, in questi anni, sono impegnati nella ricerca di nuovi equilibri. Questo decennale è di fondamentale importanza e i patronati, come corpo intermedio di servizio, devono offrirsi alla riflessione. Il sistema dei patronati sarà all’altezza del suo compito se guarderà per tempo e interverrà rispetto alle modificazioni in campo, se riuscirà a guardare alla rete di orientamento sociale e a definire e posizionare al centro beni e servizi di pubblica utilità, per dei bisogni che continuano ad investire salute, famiglia, immigrazione, nuove forme di società”.

All’incontro, che ha visto per la prima volta insieme i quattro raggruppamenti sindacali, ha preso parte anche il consigliere del Cnel Bosco: “il patronato costituisce dal 1947 un punto di riferimento e un partner sociale per tutti coloro che hanno diritto a prestazioni del nostro welfare e bisogno di una assistenza a misura di persona”. Per il presidente dell’Inca-Cgil,Morena Piccinini: “abbiamo bisogno di allargare il nostro ambito di azione verso grandi terreni, come quello della previdenza complementare e dei rapporti con la pubblica amministrazione a livello locale. La funzione nuova del patronato è proprio questa: rivolgersi alla persona per l’insieme dei diritti di cittadinanza, da quelli previdenziali alla tutela della salute sul luogo di lavoro, alla gestione del rapporto verso i lavoratori immigrati”.

I patronati nascono con l’esperienza del mutuo soccorso, sino ad arrivare al sostegno per i soggetti più in difficoltà. La legge del 2001, che “detta i principi e le norme per la costituzione, il riconoscimento e la valorizzazione degli istituti di patronato e di assistenza sociale quali persone giuridiche di diritto privato che svolgono un servizio di pubblica utilità”, ha permesso ai patronati di attivare le convenzioni con i soggetti istituzionali.

Per collaborare con strutture pubbliche e private e per coprire le richieste e i bisogni sociali. Ma quali sono le funzioni dei patronati? Basta sfogliare la legge del 2001: “Gli istituti dipatronato e di assistenza sociale esercitano l’attività di informazione, di assistenza e di tutela, anche con poteri di rappresentanza, a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi, dei pensionati, dei singoli cittadini italiani, stranieri e apolidi presenti nel territorio dello Stato, per il conseguimento in Italia e all’estero delle prestazioni di qualsiasi genere in materia di sicurezza sociale, di immigrazione e emigrazione”.

L’attività del patronato è sottoposta al controllo del Ministero del Lavoro che rileva, annualmente, la quantità e la qualità dell’operato di ciascuno. 11 milioni e 400mila pratiche lavorate nel 2010, 22mila uffici e recapiti aperti al pubblico sei giorni a settimana, 6 milioni e 900mila ore di servizio offerte ai cittadini in un anno. Questi i numeri dei patronati in Italia, resi noti questa mattina nel corso dell’appuntamento a Roma. Secondo l’Istituto Ispo di Milano tra la popolazione italiana il servizio più conosciuto tra i cittadini è quello riferito alle pensioni (78%), per gli assegni familiari (74%) e per l’indennità di disoccupazione (71%).

Per la ricerca, realizzata tramite interviste telefoniche, con il sistema CATI, (su un campione di 1007 individui) nove italiani su dieci (il 93%) affermano di averne sentito parlare. Il 47% afferma di saper indicare ed indica una sigla di patronato (mentre il 46% dice di non essere in grado di citare alcun nome specifico di patronato). Il 39% manifesta un’ottima o discreta conoscenza dei patronati. Il 44% degli intervistati sostiene di essersi rivolti ad un patronato, mentre il 28% dichiara che potrebbe farlo in futuro. Un’esperienza di oltre sessant’anni di attività di assistenza e di tutela per i cittadini e i migranti che “dalla pubblica amministrazione esigono i loro diritti previdenziali e assistenziali, secondo la legislazione vigente”.

Quali sfide attendono il patronato? Che peso ha in questo particolare momento? Lo abbiamo chiesto al professor Mario Napoli, docente di diritto del lavoro e direttore del Dipartimento di Diritto privato e pubblico dell’economia dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. “E’ una norma molto positiva, innovativa e interessante. Lo Stato pensa alla protezione dei cittadini. Una grande occasione di presenza sociale per le persone. L’impianto è esatto. Ne parlo positivamente, anche se è costosa per le tasche dello Stato. Ma è necessaria”. Il vicedirettore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale non ha dubbi: “non si mettono in discussione i diritti acquisiti nel corso del tempo. In questa drammatica situazione, almeno, si lasciano le forme di tutela. Quando c’è incertezza e instabilità tra i cittadini meglio non mettere in discussione certi diritti fondamentali”. Ma qual è la situazione del mercato del lavoro in Italia? Secondo lo studio Cgil-Ires e i dati che verranno presentati domani dalla Cgil nel corso di una conferenza stampa, in tre anni di governo sono stati bruciati quasi un milione di posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano è stato caratterizzato da profondi mutamenti economici e sociali. Le debolezze dell’economia italiana si sono rivelate grazie alla crisi economica mondiale. La crisi ha peggiorato la situazione e ha inciso anche sull’andamento dei contratti interinali e atipici.

da lindro.it di martedì 15 Novembre 2011

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SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti italiani

SANOFI AVENTIS, LA LOTTA PER IL LAVORO

Deciso lo spostamento della sede di Origgio. I sindacati: “solo per favorire gli azionisti”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un piano inaccettabile”. Non usa mezze misure Marco Falcinelli della segreteria nazionaleFilctem-Cgil sulla vicenda Sanofi Aventisl’azienda farmaceutica che produce il Maalox(commercializzato in 55 Paesi).

La multinazionale ha deciso di ridimensionare e di spostare la produzione del farmaco a L’Aquila, in Abruzzo. Il sindacalista fa riferimento alle gravi conseguenze occupazionali e alle scelte strategiche improntate ad interessi finanziari. Sono 140 i lavoratori che rischiano il posto di lavoro, perché l’azienda ha deciso la riduzione dell’organico e lo spostamento dalla sede di Origgio (Varese). Il sito, fondato nel 1971, si trova a circa venti chilometri da Milano e si estende su una superficie di 160mila mq. Nel 2006 il sito di Origgio è stato coinvolto nello sviluppo di un importante progetto relativo alla costruzione di un nuovo reparto per la produzione di Enterogermina. La decisione del gruppo francese, che in Italia è una delle prime realtà industriali, comporterà il trasferimento di 140 lavoratori nel capoluogo abruzzese. Una scelta molto difficile per i lavoratori interessati. In Italia la Sanofi Aventis ha sei stabilimenti produttivi: Varese, Cuneo, Padova, L’Aquila, Frosinone e Brindisi.

Per queste ragioni, questa mattina, è stato indetto uno sciopero di 8 ore in tutti gli stabilimenti. Circa 250 dipendenti hanno incrociato le braccia e bloccato l’ingresso dell’azienda. Per molti è impossibile accettare le richieste avanzate. Non tutti possono trasferirsi con le proprie famiglie in un’altra Regione del centro Italia. Chi non può abbandonare il proprio territorio rischia di ritrovarsi senza lavoro, nel periodo meno opportuno per la crisi che sta colpendo l’intero tessuto industriale. Sindacati e lavoratori non capiscono la scelta strategica della proprietà, che conta in tutti gli stabilimenti italiani circa 3.500 dipendenti. Per il sindacalista Maurizio Ferrari della Femca-Cisl “l’azienda non è in crisi. La scelta è solo per questioni di utili. Abbiamo anche chiesto alla Provincia di intervenire perchè la situazione varesina è a rischio e questa situazione alla Sanofi può essere evitata, le ricadute sul territorio sarebbero drammatiche, anche per l’indotto”. Anche la nota congiunta dei tre sindacati ribadisce lo stesso concetto: “tale piano è inaccettabile per le scelte strategiche in esso contenute e per le gravi conseguenze occupazionali che produce. E’ del tutto evidente che la scelta strategica del Gruppo è quella di far prevalere gli interessi di origine finanziaria a beneficio degli azionisti e di far venire meno l’impegno industriale e scientifico in Italia. Il modello di azienda che si vuole perseguire è quello che prevede una forte presenza commerciale, ancorché ridotta, con la Ricerca fatta e sviluppata altrove e temiamo, nel tempo, la potenziale dislocazione delle attività produttive in altri Paesi”.

L’iniziativa è stata appoggiata dai sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, che hanno chiesto un incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico (“per affrontare la discussione specifica e per sollecitare rapidamente la convocazione del tavolo nazionale sulla Farmaceutica”). Informando anche Farmindustria “per far sentire la sua voce nella difesa degli interessi industriali e occupazionali del settore”.

Nel 2010 sono stati 23,2 i milioni di fatturato del sito di Varese. 50 milioni sono i pezzi dellespecialità farmaceutiche prodotte e confezionate presso lo stabilimento e 4 i continenti che ricevono i prodotti del sito di Origgio. Oltre alla produzione destinata all’Europa, lo stabilimento produce farmaci per 21 Paesi: in Africa, SudAmerica, Asia, India e Indonesia. La riorganizzazione “lacrime e sangue” (definita in questo modo dalle sigle sindacali) ha colpito i lavoratori come un fulmine a ciel sereno. Nel 2010 i sindacati con queste parole giudicavano i dati relativi all’andamento economico della società: “il quadro di insieme restituiscel’immagine di una azienda solida ed economicamente in utile, che occupa la seconda posizione di mercato in Italia e la terza in Europa e che, nonostante la profonda fase di riorganizzazione che sta caratterizzando il settore a livello globale, riesce ad essere competitiva sui mercati anche grazie alla numerosità dei prodotti in portafoglio. La pipeline dei nuovi prodotti frutto delle attività di Ricerca e Sviluppo del Gruppo ma anche di numerose operazioni di acquisizione effettuate sul mercato garantiranno l’immissione in commercio di nuove specialità nei prossimi cinque anni tali da non far prevedere problemi per l’azienda nel mantenere o migliorare le posizioni di mercato”.

Ora i lavoratori pretendono risposte certe. Non vogliono aspettare la chiusura dei reparti. PerErmanno Donghi della Cgil: “la proprietà ha fatto questa scelta solo per motivi economici, non ha senso questo spostamento. Nella presentazione del piano industriale hanno deciso di investire a Origgio nove milioni di euro per la produzione di Enterogermina. Tutti i milioni investiti negli anni scorsi per far diventare questa azienda il polo centrale della produzione di Maalox, sono quindi stati buttati?”.

Ma qual è la situazione del settore farmaceutico italiano? Secondo l’indagine del 2011 diR&S Mediobanca su ’Le principali società italiane’ risulta prima per fatturato la Menariniche supera la soglia dei 3 miliardi Gli altri grandi nomi dell’industria farmaceutica italiana, tutti in progresso di fatturato sul 2009, sono la Sanofi-Aventis (+1,5%), la Novartis Pharma(+12%) e la Merck Serono (+9,4%). Secondo l’analisi di Meridiano Sanità (l’organismo sul tema della sanità in Italia) “il settore farmaceutico costituisce, insieme alla moda e alla meccanica strumentale, un ambito nel quale è ancora possibile ambire a posizioni di leadership a livello globale. Per far crescere l’intero sistema occorre far leva sulle imprese che investono, concentrando le risorse con meccanismi di incentivo”. Qualche esempio? “Il lancio del Fondo nazionale per l’innovazione, che finanzia progetti innovativi legati ai brevetti, le misure per il rientro dei talenti, il rinnovamento nel settore della Pubblica Amministrazione. Tuttavia il nostro Paese può e deve fare di più”. Resta da capire, come in questo “di più”, vengano contemplati i rapporti con i lavoratori.

da lindro.it di venerdì 11 Novembre 2011

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IANNACCONE, IL SUD OLTRE DESTRA E SINISTRA

 

Con Noi Sud nasce un nuovo movimento meridionale

“Il Meridione ne ha bisogno. Non ci riconosciamo nelle vecchie categorie politiche ma diamo fiducia al governo”

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La neo componente politica Grande Sud nasce con l’obiettivo di dare voce e forza alle istanze del territorio meridionale in Parlamento”. Questo il concetto espresso nei giorni scorsi dal vice-presidente del gruppo misto Grande Sud Arturo Iannaccone. Abbiamo avvicinato il parlamentare avellinese, oggi segretario nazionale di Noi Sud Eletto alla Camera dei Deputati con il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo nel 2008, ne è fuoriuscito due anni dopo per “il ribaltone in Sicilia che ha portato al governo regionale una coalizione di centro sinistra“.

Lei è uno dei fondatori di questo nuovo movimento meridionale, Noi Sud. Il Paese davvero ha bisogno di un nuovo partito del mezzogiorno?
Il sud ne ha bisogno, perché da anni la questione meridionale non è stata affrontata con determinazione dai partiti nazionali e avendone bisogno il sud, ne ha bisogno l’Italia.

Esistono altri partiti che portano avanti la storica questione meridionale.
Ad esempio?

Ad esempio Io Sud. Proprio la senatrice Adriana Poli Bortone, presidente del movimento, ha affermato: “è vergognoso che un progetto bello, arioso, dinamico e moderno come quello del Grande Sud debba essere svilito da chi, come Iannaccone, pretende di ragionare con sistemi della parte peggiore della prima Repubblica”.
Forse la senatrice Poli Bortone ha interpretato male il senso della costituzione della componente parlamentare alla Camera da parte nostra. Noi vogliamo dar vita ad un partito realmente sudista, federale che valorizza i territori e le classi dirigenti locali. Siamo fortemente contrari a qualunque tipo di partito proprietario. Chi vuole organizzare un partito così non lo può fare con noi.

Esiste un gruppo di partiti che rappresentano il sud del Paese, ma la scena sembra molto frammentaria. Al contrario della Lega che ancora riesce ad essere compatta al Nord. Lei cosa può dirci?
Bisogna fare esattamente come la Lega. Un partito del sud può avere un notevole successo elettorale anche al nord. Non dobbiamo dimenticare che esiste un sud nel nord Italia costituito dalle tante comunità meridionali che sono presenti al nord.

Centro-sinistra o centro-destra. Qual’è la vostra posizione? 
Queste categorie sono superate. Noi mettiamo al centro gli interessi del sud e le alleanze saranno naturali quando si dovrà discutere di programmi. La mia idea è che, se la Lega ha ottenuto il federalismo con il centro-destra, si può raggiungere il superamento della questione meridionale con lo stesso tipo di alleanza. Ma questo non vuol dire che non ci possano essere valutazioni diverse se si dovessero trovare più sensibilità e più attenzioni.

Scelte dettate quindi da opportunità politiche?
Noi mettiamo al centro della nostra azione politica e delle nostre alleanze la questione meridionale. Quando troveremo le convergenze che ci consentiranno di dare risposte concrete ai nostri territori allora realizzeremo le alleanze. Attualmente siamo stati eletti in maggioranza, in questo quadro politico, e sosterremo questo quadro politico fino alla fine.

A parte una questione meridionale mai risolta dall’Unità d’Italia e utilizzata spesso e volentieri come uno spot per prendere voti, quali sono gli altri punti della vostra azione politica?
Noi difendiamo i valori della vita, riteniamo che ci sia la centralità assoluta della famiglia nel nostro sistema e che bisogna garantire tutti i servizi essenziali come l’istruzione, la sanità. Siamo per un sistema pubblico che possa essere sempre più efficiente e competitivo.

In Molise avete raggiunto, alle ultime regionali, il 7.96% in provincia di Campobasso e il 2.93% in provincia di Isernia, eleggendo due consiglieri regionali (Chieffo e D’Aimmo). 
Abbiamo ottenuto un voto trasversale. Sicuramente abbiamo preso voti nell’ambito del centro-destra, ma i voti sono arrivati anche dalla sinistra. Gli elettori molisani si sono riconosciuti nei loro candidati e nella grande proposta politica di un partito del sud che può consentire al Molise di riscattarsi rispetto a una condizione di difficoltà.

Alle regionali in Molise (16 e 17 ottobre scorso) avete candidato nelle vostre liste un certo Pietro Pasquale. Leggo un’agenzia dell’Ansa del 1993: “consigliere regionale democristiano e presidente della prima commissione permanente del consiglio regionale del Molise, è stato arrestato a Campobasso” perché accusato dei reati di corruzione, truffa aggravata, abuso in atti d’ufficio e turbativa d’asta. Come scegliete i vostri candidati? 
Personalmente non sono al corrente di questa candidatura. Ma se i nostri referenti locali hanno ritenuto di inserire tra i vari candidati anche questo ex consigliere regionale penso che lo abbiano fatto a ragion veduta.

Come vi ponete di fronte a una crisi politica, sociale ed economica che sta attraversando il Paese?
Riteniamo che gli impegni assunti da Berlusconi nella famosa lettera con l’Unione Europea ci possano consentire di affrontare la crisi. Ritengo che questo Governo abbia fatto tutto ciò che era possibile fare nell’interesse dell’Italia e degli italiani

Avete i numeri per rispettare gli impegni presi in sede europea?
Li verificheremo.

Cioè?
C’è una situazione molto incerta. Noi siamo certi nel dare fiducia ancora al Governo.

E’ positivo, quindi, il giudizio sul Governo Berlusconi.
Positivo sul Governo e soprattutto sugli impegni che sono stati assunti in sede europea. Siamo convinti che solo questo Governo possa mantenere fede agli impegni assunti.

Tutti chiedono, compreso Bossi, un passo indietro di Berlusconi. Voi cosa chiedete?
Pronunciamenti ufficiali non esistono. Tutte le dichiarazioni riportate sui giornali fanno parte del dibattito quotidiano, nel quale emergono anche posizioni contraddittorie. Ritengo che l’asse all’interno della maggioranza non si sia incrinato. Doverosamente bisogna verificare se questo Governo ha la maggioranza in aula, dopodiché valuteremo insieme ai nostri alleati futuri scenari. In assenza di un voto di sfiducia da parte del Parlamento non si può né parlare di altro presidente del Consiglio né di altro governo né di un’altra maggioranza.

Se dovesse cadere Berlusconi voi siete per le elezioni anticipate?
La strada più lineare è questa.

Con questa legge elettorale, così potrete decidere voi chi mandare in Parlamento a rappresentare i cittadini?
Noi siamo per cambiarla la legge elettorale, ma non è responsabilità nostra. Altri stanno facendo tutto il possibile per destabilizzare il quadro politico e per andare al voto anticipato senza dare il tempo a questo parlamento di fare una riforma elettorale o agli elettori di esprimersi attraverso il referendum. Io voterei a favore del ripristino del ’Mattarellum’.

Come commenta le affermazioni di Salvini (“Il Pdl non esiste. Sul territorio ha fatto andare avanti certa gente, che pensa solo agli affari suoi”) e di Zaia (“Il Governo non può andare sempre alla conta”)?
Non commento le dichiarazioni dei singoli

Nemmeno quelle di Crosetto che insulta il premier?
Non commento affermazioni o pratiche pronunciate in maniera privata. Commento solo dichiarazioni ufficiali.

Il ’Financial Times’ scrive: “Gli italiani si diano una mano per primi. E potrebbero cominciare cacciando il premier Silvio Berlusconi”, mentre per il Financial Times Deutschland “Berlusconi è la crisi in persona”. Nemmeno queste affermazioni commenta?
Paghiamo una tradizionale avversione di alcuni Paesi europei nei nostri confronti, che vogliono vincere con noi la competizione economica, le sfide produttive e che ci hanno sempre visto con il fumo negli occhi. La cosa grave è che ci sia in Italia chi fa sponda a queste posizioni anti italiane, invece di difendere il nostro Paese. Abbiamo il dovere di difendere l’Italia e gli italiani.

da Lindro.it

http://www.lindro.it/Iannaccone-il-Sud-oltre-destra-e,4300#.TrronfRCqdA

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