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Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

Ottavio Balducci

In Molise cambia tutto: arriva l’AEROPORTO

 

Ottavio Balducci

Ottavio Balducci


Nel ‘98 buttati 200milioni di lire per uno studio di fattibilità.

Parla il presidente dell’Avioproject Balducci: “i soldi ci sono ma sono bloccati”

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

Scalo aeroportuale del Molise. Ecco l’oggetto della strana delibera regionale (804) del 12 settembre 2011. Uscita fuori un mese prima delle elezioni regionali. Che hanno riconfermato Michele Iorio, Pdl (alla terza legislatura). I riconfermati Iorio (presidente della giunta), Pietracupa (vice presidente) e gli assessori Cavaliere, Di Sandro, Fusco Perrella, Marinelli e Vitagliano non si dovevano limitare all’ordinaria amministrazione? I rappresentanti della giunta hanno operato in maniera legittima? Abbiamo incontrato Ottavio Antonio Balducci, presidente della società a responsabilità limitata AvioProject. Fondata da cinque professionisti di Isernia: Balducci, Gabriele Cristinzio, Antonio De Tora, Fabiano Falcione e Pasquale Di Nezza. Molto attiva per la costruzione dell’Aeroporto del Molise, sostenuta fin dal 2007 dalla stampa locale. Questi alcuni titoli: “Aeroporto, firmato il protocollo di Intesa”, 2007 – “Spicca il volo l’aeroporto del Molise”, 2008 – “Prende quota l’aeroporto del Molise”, 2009 – “Aeroporto, con meno di 100euro si potrà volare in tutta Italia”, 2010 – “Avioproject a Venezia per presentare l’aeroporto del Molise. Grandi consensi per il progetto”, 2011. Il Molise da parecchi anni assiste alla politica dell’annuncio. Non solo sull’aeroporto. Esiste anche un accordo di programma tra la Regione Molise e il Governo nazionale per la realizzazione di un aeroporto nel Comune di Sepino, Campobasso. Nel 1998 (delibera n. 1126) la giunta regionale stanziò 200milioni delle vecchie lire per la redazione di uno studio di fattibilità “per la realizzazione di una struttura aeroportuale”, individuando il consorzio per il nucleo di industrializzazione Campobasso-Bojano quale Ente attuatore. Oggi, la strana delibera, parla di “scalo aeroportuale del Molise”. Ubicato dove? Tra i comuni di Cantalupo nel Sannio, Isernia e San Massimo, Campobasso. Tanto per non scontentare nessuno. Ma si tratta di aeroporto o di aviosuperficie? Scrive l’Enac (ente nazionale per l’aviazione civile) nella relazione di sopralluogo: “la particolare natura del territorio non lascia prevedere che possano raggiungersi livelli significativi da giustificare l’onerosa realizzazione e gestione di un nuovo aeroporto”. Suggerendo “la realizzazione di un’infrastruttura classificata come ‘aviosuperficie’ che, con costi di gestione contenuti, consentirebbe da subito lo sviluppo di un’ampia serie di attività (dai voli d’affari al lavoro aereo, dalla scuola di volo al trasporto pubblico al soccorso sanitario)”. A che punto siamo con l’annunciato “Aeroporto” del Molise? Per Balducci, presidente del consiglio di amministrazione e già consigliere del Comune di Isernia, in quota centro-destra, il grosso è fatto. “Abbiamo costituito una srl, partecipata al 50% dagli Enti locali che sono Comune di Cantalupo e Comune di San Massimo. Che hanno presentato al Ministero delle Infrastrutture, tramite il Provveditorato alle Opere Pubbliche, le domande di finanziamento in una specifica misura dedicata alle opere minori”.
Quantifichiamo i costi.
“Dieci, undici milioni di euro massimo”.

Dove escono?
“Li dà lo Stato a beneficio dei Comuni di Cantalupo e San Massimo. No ad Avioproject. Questi Comuni dovranno conferire l’opera all’Ente che riceverà il beneficio di chi vorrà gestire la struttura”.

Avioproject potrà avere questa possibilità?
“Può concorrere a gestirlo. Per Avioproject lo scopo è quello di costruire l’Aeroporto e avviarlo”.

Esistono altri progetti che riguardano l’Aeroporto del Molise.
“Lo abbiamo scoperto in via incidentale. Diversi studi di fattibilità prevedevano la costruzione dell’Aeroporto addirittura di fronte al sito archeologico di Sepino”.

Quali sono i tempi?“Se i fondi dovessero arrivare oggi, possiamo calcolare 18 mesi per la realizzazione”.

Fine lavori?
“Nel 2014”

Ci sono i soldi?
“Formalmente ci sono”.

La Regione Molise il 12 settembre scorso ha licenziato la delibera 804, con oggetto: “scalo aeroportuale del Molise”.
E’ una presa d’atto”

E’ legittima questa presa d’atto a un mese dalle elezioni regionali (16/17 ottobre 2011, ndr.) e a dodici giorni dalla fine della legislatura (31 agosto 2011, ndr)?
“La delibera è soltanto un atto ricognitivo di quello che di fatto già c’è”.

La costruzione di uno “scalo aeroportuale” rientra nell’ordinaria amministrazione?
“Rientra nell’ordinaria amministrazione perché l’atto di programmazione già prevedeva in quel sito questo tipo di infrastruttura”.

Non Le sembra strano che la delibera viene fatta un mese prima delle elezioni?
“Lo dovete chiedere ai politici”

Lei parla di aeroporto, la delibera regionale parla di “scalo aeroportuale”, la stampa locale definisce questa infrastruttura come aeroporto. Per Avioproject è un aeroporto o un’aviosuperficie? L’Enac nella sua relazione fa una netta distinzione, suggerendo la realizzazione di un’infrastruttura classificata come “aviosuperficie”. 
“Parliamo di un’aviosuperficie che deve avere le caratteristiche di un aeroporto”.

Siamo nella seconda regione più piccola d’Italia. Dove è stato tagliato di tutto: dalla manutenzione delle strade all’assistenza sanitaria agli anziani dagli ospedali pubblici al trasporto locale. Non esistono infrastrutture adeguate. In questo contesto, dove si registra un drammatico buco nella sanità, è necessaria questa costruzione?
“Le risorse per l’aeroporto non vanno ad essere prese dalle risorse regionali. Sono finanziamenti specifici per il Mezzogiorno, per le infrastrutture minori”.

Parliamoci chiaro. La situazione del Molise è disastrosa. Serve questa infrastruttura?
“Credo che l’aeroporto sia l’ultima spiaggia”.

Se fallisce questo progetto, secondo Lei, fallisce l’intera Regione?
“La Regione perde, sicuramente, un’occasione di sviluppo in tempi ragionevoli. Uno non può essere condannato nel Molise a vivere senza infrastrutture”.

A proposito di infrastrutture in Molise: secondo il parlamentare molisano Sabrina De Camillis: “non occorre essere dei grandi pensatori per capire la portata delle infrastrutture che il centro-destra ha ipotizzato per il Molise: l’autostrada Termoli-San Vittore, l’interporto di Termoli, l’aviosuperficie sulla piana matesina, la metropolitana leggera per i comuni limitrofi con il capoluogo regionale”. Sino ad oggi nessuna di queste opere è stata realizzata. Però si continuano ad annunciare le infrastrutture per il Molise.
“Questo significa come verso Avioproject non c’è stata tutta questa attenzione che in qualche modo si vorrebbe far credere che ci sia stata”.

Che significa?
“Avioproject non ha fatto grande pubblicità delle proprie attività, anche perché per arrivare a un progetto definitivo ha dovuto affrontare un bel po’ di lavoro. Quando ha parlato la De Camillis Avioproject era ai primi passi”.

Non arrivano mai queste infrastrutture. Rimane il solo annuncio.
“Abbiamo le peggiori infrastrutture”.

Il sito scelto si trova nel Comune di Cantalupo, in provincia di Isernia e nel Comune di San Massimo, in provincia di Campobasso. Una scelta per non scontentare nessuno?
“No, no. Solo per un fatto tecnico”.

Non si capisce tanto di cosa stiamo parlando. Chi parla di aeroporto e chi di aviosuperficie.
“Io parlo di aviosuperficie con caratteristiche di aeroporto”

Mettetevi d’accordo.
“E’ come dire ‘l’autostrada già c’è, invece è una superstrada”.

Parliamo di due cose differenti.
“Ci sono autostrade dove non si paga il pedaggio. In alcune parti del Nord ci sono. La variante di Venafro ha delle caratteristiche autostradali”.

E’ una superstrada.
“Classificata come superstrada. In Italia ci appassioniamo alle forme e non alle sostanze”.

Ritorniamo ai fatti. Sulla stampa locale leggo: “viene a realizzarsi un sogno per tutti i molisani” Questo è il sogno per i molisani? 
“L’aeroporto è uno strumento per raggiungere il Molise, per andar via dal Molise e per tornarci molto in fretta”.

Basta un’ora di macchina per raggiungere Napoli e due ore per gli aeroporti di Roma.
“Da Venafro sicuramente, da Isernia anche. Ma se parliamo di aree interne della provincia di Campobasso non è assolutamente così”.

Mancano le famose infrastrutture. Si vuol fare l’aeroporto, senza avere le infrastrutture adeguate.
“Ma costano troppo. Per fare l’autostrada si parla di 300milioni di euro”.

Cosa cambia con questa struttura?
“Cambia tutto”.

Mi dia una percentuale per la realizzazione di questo “sogno per i molisani”.
“Siamo convinti che l’aeroporto si farà. Le uniche cose contrarie potrebbero essere soltanto una scelta di revoca per i finanziamenti. Non siamo delle persone che possono finanziare un’opera di questo tipo. Né abbiamo un interesse particolare che ci vendiamo le case per realizzare l’aeroporto del Molise”.

Ci sono i soldi?
“Si. Cinque milioni di euro a Cantalupo e cinque milioni di euro a San Massimo”.

Sino ad oggi non è stata conferita alcuna somma.
“Questo credo che riguardi non soltanto la nostra struttura, ma anche la realizzazione di altre opere”.

Quindi?

“I soldi ci sono, ma sono bloccati”.

da Malitalia.it

Paolo Albano, procuratore Isernia

Paolo ALBANO: “Dobbiamo porci a baluardo della Costituzione”

Paolo Albano, procuratore Isernia

Paolo Albano, Procuratore Isernia

 

Il Procuratore di Isernia Paolo Albano ricorda la strage di Caiazzo. Senza dimenticare la nuova resistenza

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Siamo in un momento di degrado. Più andiamo avanti e più diventa guerra questo scontro tra le varie Istituzioni”. In questo modo il Procuratore della Repubblica di Isernia ha commentato il violento attacco che sta subendo, quotidianamente, la magistratura. Con Paolo Albano siamo partiti dalla strage nazista di Caiazzo. La sua indagine più importante. “Una strage terrificante” per Albano. I tedeschi uccisero donne e bambini. Tutti trucidati con inaudita violenza per ordine di un giovane sottotenente della Wermacht. Nel 1994 a Santa Maria Capua Vetere venne condannato all’ergastolo il boia di Caiazzo (Wolfgang Lehing-Emden). “Un ufficiale tedesco – spiega il magistrato – voleva gloriarsi di atti eroici e decise di sterminare persone inermi, inventandosi che dal casolare in cui erano rifugiate avevano inviato segnali alle truppe anglo-americane. Durante il processo cambiarono versione sostenendo che dietro quelle famiglie c’erano i partigiani e quei colpi di mitra erano diretti ai partigiani. Purtroppo non hanno scontato un giorno di ergastolo, ma hanno finito i loro giorni in libertà in Germania, perchè la Costituzione Tedesca non prevedeva estradizione e perchè in Germania il reato da loro compiuto si era prescritto”. Con la scoperta dell’armadio della vergogna, nascosto per troppi anni, i crimini commessi dai nazisti in Italia vennero alla luce. La “strage terrificante” è ricordata da un’epigrafe dettata (due anni dopo) da Benedetto Croce: “Presso Caiazzo […] alcune famiglie campagnuole rifugiate in una stessa casa furono il 13 ottobre MCMXLIII fucilate e mitragliate per ordine di un giovane ufficiale prussiano”. […]. Albano non ha dubbi: “E’ l’indagine che ha segnato la mia vita, di uomo e di magistrato”.

Come nacque questa indagine?

“Le stragi naziste, soprattutto nel sud Italia fino al Molise, erano sparite. Somparse sia dal punto di vista storico che dal punto di vista giudiziario. Delle stragi del sud non se ne parlava mai. Abbiamo sempre conosciuto le Fosse Ardeatine, la strage di Marzabotto. Non si parlava mai di una strage che era accaduta nel sud Italia. Quando iniziai quest’indagine non c’era nulla dal punto di vista storico e giudiziario. Un strage di 22 italiani. Donne e bambini, tranne i quattro uomini adulti. Una strage terrificante. Una bambina di tre anni che veniva messa davanti al plotone di esecuzione”.

Non era ancora stato scoperto il famoso armadio.

“L’armadio della vergogna, dove erano stati nascosti 697 fascicoli relativi alle stragi naziste in Italia, non era stato ancora scoperto. Iniziai nell’88 e ho finito nel 1992, quando ci fu l’arresto del tenente Wolfgang Lehing-Emden e poi fu individuato anche il suo complice. I due che riuscii a rinviare a giudizio. Ebbero l’ergastolo, ma non fu possibile all’epoca avere l’estradizione. Cosa superata con il mandato di arresto europeo. La sentenza di condanna all’ergastolo della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere non potè essere eseguita come arresto degli imputati, però ebbe un significato simbolico importantissimo. Dopo questa sentenza nacque il caso Priebke, nei tribunali militari cominciarono ad aprire tutte le inchieste. Si scoprì che dopo Caiazzo c’era stata la strage di Conca della Campania, le stragi in Molise. Come se si fosse aperto uno squarcio”.

Esiste, oggi, una nuova resistenza?

“Per la difesa della democrazia, per la difesa dei valori della Costituzione. Come magistratura dobbiamo essere ancora il baluardo della difesa della legge e della Costituzione, la madre di tutte le nostre leggi”.

Soprattutto in questo momento.

“Ogni giorno si parla di riforma della Costituzione. E’ vero che tutte le Costituzioni devono essere aggiornate, devono essere modificate. Ma più di un aggiornamento sembra più un attacco alla Costituzione. Indubbiamente dobbiamo, tutti insieme, porci a baluardo della Costituzione”.

Cosa ha pensato quando ha visto il manifesto apparso a Milano: “Via le Br dalle Procure”.

“Siamo in un momento di degrado. Più andiamo avanti e più diventa guerra questo scontro tra le varie Istituzioni. E’ assolutamente assurdo che si arrivi a questo”.

Questo scontro quotidiano…

“Sta sempre più degradando”.

A cosa può portare?

“Siccome non sappiamo a cosa può portare dobbiamo, innanzitutto, non accettare le provocazioni. La magistratura non deve scendere sul piano più basso della polemica ma, senza retorica, deve volare alto. Dobbiamo difendere la nostra funzione e i valori della Costituzione. La magistratura deve difendersi soltanto in un modo: applicando la legge, facendola applicare”.

Il premier vi ha paragonati ad un’associazione a delinquere, a un cancro. Cosa possiamo dire ai cittadini?

“I cittadini sono molto meno sciocchi di quello che si pensa. A quelle frasi non ci crede neppure chi le dice. E’ tutta una sorta di tattica, servono per acuire l’attenzione e per arrivare allo scontro. Una sorta di referendum: pro e contro. Serve soltanto per questo”.

da Malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/05/dobbiamo-porci-a-baluardo-della-costituzione/

Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011

Mio marito Gheorghe è morto come un cane

Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011

Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011

Nel 2008 il bracciante rumeno aveva 35 anni. Dopo tre anni sua moglie chiede giustizia.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Con queste parole Maria, la moglie del giovane rumeno morto di lavoro in Molise, è intervenuta alla manifestazione organizzata per commemorare il bracciante agricolo. Che il 29 luglio del 2008, a soli 35 anni, trovò la morte nei campi di lavoro di Nuova Cliternia. Una piccola frazione di Campomarino. In Molise. Dove il lavoro nero è pratica quotidiana. Soprattutto in quei territori, dove esiste un’alta percentuale di caporalato. Nel rapporto Istat del 2010 (Noi Italiani. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo) si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria seguita a distanza da Molise e Basilicata”. Ma in Molise il dibattito sul lavoro nero non è mai stato aperto. Nessuno ne parla. Nessuno s’indigna. I lavoratori sfruttati hanno paura di perdere il “lavoro”. E dormono anche nei campi. Si attrezzano e restano attaccati all’unica speranza lavorativa. In condizioni disumane. L’esempio di Gheorghe sembra non essere servito a niente. Proprio nel giorno della sua commemorazione, nel posto in cui è stata posizionata la croce in ricordo di quel vergognoso episodio, erano presenti dei braccianti che raccoglievano i finocchi. Nel giorno della festa dei lavoratori. “Viviamo in un mondo cattivo – ha aggiunto Maria Radu nella chiesa di Nuova Cliternia – non esiste solidarietà tra le persone. Ho subito un incidente stradale, sono finita in una cunetta. Ho avuto difficoltà a ricevere dei soccorsi. Le persone fanno finta di niente. Ma questa è la cosa più sbagliata”. Dopo le celebrazioni sul campo di lavoro, dove Gheorghe Radu è stato abbandonato e lasciato morire “come un cane”, la manifestazione si è spostata nella piazza di Nuova Cliternia. Dove il parroco ha messo a disposizione la sua chiesa per i vari interventi. Per non dimenticare un lavoratore. Che si pagava i contributi da solo. Che sperava in un futuro migliore per la sua famiglia. Per sua figlia Valentina. Che ha commosso tutti con la sua lettera indirizzata al caro papà. “Mi manchi tanto, ogni giorno che passa sento la tua mancanza, sempre di più. Vorrei che tu fossi qui con me e con la mamma. Sto crescendo in fretta, peccato che non sei qui vicino a me. Ti voglio abbracciare forte e non lasciarti mai più andar via. Tutti mi chiedono perché sono triste. Ma loro non sanno che io sto soffrendo, perché mi manchi tu”. Quanto tempo ancora, Maria e Valentina, devono attendere per conoscere la verità? Troppe sono le domande senza risposte. Quel giorno Gheorghe si sentì male. Non venne soccorso. Chi era presente? Chi non ha offerto i soccorsi? Probabilmente, Gheorghe, poteva essere salvato. Perché è calato un assordante silenzio su questa vicenda? Perché le Istituzioni regionali non si sono comportate da Istituzioni? L’Assessore regionale Angela Fusco Perrella ha così risposto, dopo diversi mesi dal fatto, a un’interrogazione regionale: “Non ci sono elementi di conoscenza per rispondere a questa interrogazione, ricordo che la delega alla sicurezza è dell’Assessorato alla Sanità. Per quanto mi riguarda ho solo competenza per il problema dell’emersione del lavoro nero e il controllo di alcune fasi lavorative in determinate aziende. Comunque sono a conoscenza dell’argomento, ma in maniera indiretta”. Ecco come argomenta la classe dirigente molisana. Che continua a non fare il proprio dovere. Per il secondo anno consecutivo a Campomarino si è voluto ricordare Gheorghe. Grazie anche all’impegno di una dignitosissima donna, come Maria Radu. Per il secondo anno consecutivo si è registrata la totale assenza delle Istituzioni regionali, della classe politica. E anche di un’opposizione spenta, dormiente, distruttiva e incapace di contrastare un centro-destra fallimentare. Impegnata con le campagne elettorali e con le continue sconfitte. In una Regione in cui le mafie fanno i loro sporchi affari. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in Molise operano tre mafie: la camorra, la sacra corona unita e la ‘ndrangheta. Per il ciclo del cemento, per il riciclaggio, per il traffico di sostanze stupefacenti, per i rifiuti tossici, per l’affare dell’eolico. E per il lavoro nero. L’isola felice, termine molto caro alla classe dirigente (impegnata a mettere sotto il tappeto i problemi invece di risolverli), è contraddistinta soltanto dalla capacità di sostituire magistralmente il diritto con il favore. Del signorotto di turno che, con le pacche sulle spalle, attua il clientelismo più becero. Per fini elettorali. L’unico obiettivo della politica molisana. Sono trascorsi tre anni da quel maledetto giorno. L’indagine della Procura della Repubblica di Larino ancora non è stata chiusa. Risultano indagati tre soggetti: Teodoro Zullo, Edilio Cardinale e Domenico Scarano (con il quale Gheorghe aveva già lavorato in altre due occasioni). “Chiediamo con forza – ha dichiarato il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – che la Procura della Repubblica di Larino dia delle risposte. Gheorghe Radu è la fotografia del nostro tempo di chi cerca una vita migliore e si ritrova clandestino e preda del caporalato. Di chi viene messo su un furgone quando è ancora notte e rientra a casa quando è nuovamente notte. Di chi nelle campagne è spremuto, sfruttato e privato di qualsiasi diritto nell’indifferenza e nell’ignavia di una società distratta, assente, collusa e silente”. Per Tiziano di Clemente del PCL Molise è necessario che il Comune di Campomarino individui un luogo da intitolare al giovane lavoratore rumeno. “Chiediamo che questa storia, proprio perché emblematica, sia rappresentata con una tabella esplicativa, nel luogo  che sarà individuato, perché tutti ricordino e tutti sappiano in quale società viviamo e quali sono le spietate leggi del modo di produzione dominante. Perché si rompa il silenzio e l’oblio su una vicenda che invece deve rimanere viva nell’opinione pubblica e nei lavoratori molisani”. Dallo sdegno e dall’indignazione deve nascere il riscatto.
(
02/05/2011)
da Malitalia.it
http://www.malitalia.it/2011/05/mio-marito-gheorghe-e-morto-come-un-cane/

da Articolo 21.info
http://www.articolo21.org/3107/notizia/morti-sul-lavoro–mio-marito-gheorghe.html


DE MAGISTRIS e le INTERCETTAZIONI

 

Luigi de Magistris e Paolo De Chiara

“Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com) 

Il popolo c’è. E quando il popolo è presente c’è motivo per essere ottimisti. E se il popolo si mette in movimento lo siamo ancora di più tutti quanti”. In questo modo è intervenuto, qualche giorno fa ad Isernia, l’ex magistrato di Catanzaro, oggi europarlamentare, Luigi de Magistris. Toccando con mano lo sconforto (per l’attuale situazione del nostro Paese e del nostro piccolo, ma sfortunato, Molise) delle tante persone intervenute alla presentazione del suo libro Assalto al Pm (Chiarelettere, 14,00 euro). Insieme all’ex componente della commissione antimafia Lorenzo Diana e al direttore di Altromolise.it Antonio Sorbo. Nel corso dell’incontro non poteva mancare il riferimento all’ex collega, già governatore forzista della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, indagato proprio da de Magistris per associazione per delinquere nella famosa inchiesta Poseidone. In un’intercettazione telefonica, registrata il 16 novembre 2005 con la sua segretaria, l’ex presidente parla in questi termini del suo collega: “Questa gliela facciamo pagare… lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana… saprà con chi ha a che fare… c’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… siamo così tanti ad avere subìto l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!… Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…”.

L’intera intercettazione è contenuta nel libro, impreziosito dalla prefazione del giornalista Marco Travaglio e dalla postfazione del magistrato antimafia Antonio Ingroia. L’autore di quella “profonda” conversazione è stato messo sotto inchiesta anche dai magistrati di Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. “Chiaravalloti nonostante sia o sia stato indagato, non sto seguendo più di tanto le vicende giudiziarie, per fatti gravissimi e oltre ad essere l’autore delle minacce, attualmente è vice-presidente dell’Autorità nazionale per la privacy. Il motivo fondante della legge per le intercettazioni. Ci sarebbe già questo per non discutere su questa legge”. Per de Magistris la profezia di Chiaravalloti si è avverata: “Non mi avvalgo del legittimo impedimento. Ancora oggi, a distanza di anni, complessivamente, sono stati aperti sulla mia vicenda cento procedimenti. Nel momento apicale di Mani Pulite, mi hanno raccontato i colleghi, al massimo hanno potuto raggiungere i trenta-quaranta procedimenti penali a testa. Dobbiamo aggiungere i procedimenti disciplinari. Sono stato messo sotto procedimento disciplinare perché avevo osato dire la verità, accertata dalla Procura di Salerno. Che alcuni magistrati in Calabria sono collusi. Se non lo dice un cittadino che è stato magistrato e che ha visto con i propri occhi, con le proprie mani, con la propria testa e con il proprio cuore la collusione dei magistrati ma chi lo deve dire. Non ci si pone il problema di andare a vedere se è vero. Il fatto solo che abbia osato dire che alcuni magistrati sono collusi, cioè esattamente la verità, perché se la ‘ndrangheta, che conosco meglio per ragioni professionali, non viene sconfitta è per le sue collusioni con la politica, con le Istituzioni, con pezzi della magistratura, con pezzi delle forze dell’ordine, con pezzi dei servizi e con pezzi delle burocrazie. Poi ci sono i procedimenti civili. Ho una causa dove Mastella mi ha chiesto cinque milioni di euro. La profezia di Chiaravalloti si è avverata”.

Ma perché de Magistris ha scritto Assalto al Pm. Storia di un cattivo magistrato? “Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”. In questo momento particolare, dove “i deviati sono diventati normali e i normali sono diventati deviati”, è in pericolo, per la legge sulle intercettazioni, l’intero sistema democratico del Paese. “Questa è una legge che ha un obiettivo molto semplice. È fatta per favorire la criminalità, e soprattutto, la criminalità dei colletti bianchi. Questa legge non consentirà più di individuare i reati di mafia dei colletti bianchi, le truffe ai fondi europei. I reati più pericolosi. Tutte le intercettazioni telefoniche non nascono con delitto di mafia. Alla mafia ci si arriva con i cosiddetti “reati fine”.

Per arrivare al delitto di associazione mafiosa si deve cominciare a indagare sulla rapina, sull’estorsione, sull’usura, sull’omicidio, sul traffico di droga. Il tema è quello di portare a compimento il disegno piduista di Licio Gelli sul controllo della magistratura e dei mezzi di comunicazione. Vogliono che il Paese non venga a conoscenza. Per lasciarlo nell’ignoranza, nel pensiero unico, nella normalizzazione. Far passare il messaggio che tutto è normale”. Anche l’ex componente della commissione antimafia, Lorenzo Diana, minacciato di morte dal clan camorristico dei casalesi, non sembra aver dubbi sul provvedimento governativo: “E’ la pretesa di tagliare le mani, di fermare le inchieste della magistratura e quindi la pretesa delle mani libere negli affari, nell’illegalità. La pretesa di mettere il bavaglio ai giornalisti e ai giornali perché non forniscano informazioni. Non siamo di fronte a fenomeni nuovi. Già Gramsci e molti studiosi liberali hanno parlato dei tentativi eversivi di pezzi di classe dirigente e di pezzi di borghesia stracciona come questa. Rozza, che non accetta nemmeno di stare dentro le regole. Esiste la pretesa di essere intoccabili. Quelli che vogliono muoversi senza alcuna regola, senza alcun rispetto delle leggi dello Stato, per imporre il proprio dominio, le proprie logiche affaristiche dentro le Istituzioni. Questo deve far riflettere i cittadini. Chiunque abbia a cuore un impianto di Stato che possa rispondere meglio agli interessi generali e a garantire i diritti dei cittadini non può che ribellarsi rispetto a quanto sta avvenendo nel Paese”. Lo stesso concetto espresso dal maestro del cinema italiano Mario Monicelli, nella trasmissione di Santoro Rai per una notte (realizzata per rispondere alla decisione censoria del servizio pubblico di non mandare in onda i programmi di approfondimento durante la campagna elettorale per le Regionali): “Spero che il nostro film finisca con quello che in Italia non c’è mai stato… una bella rivoluzione…”.

Per l’europarlamentare è necessaria una differenza fondamentale: “Fino alla morte, oltre che alla Costituzione, difenderò l’indipendenza, il pluralismo e la libertà dell’informazione, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ben nella consapevolezza che ci sono giornalisti e magistrati che meritano queste libertà e magistrati e giornalisti che se la privano e che sono indegni di fare questi mestieri. Alcuni giornalisti sono megafono della propaganda di regime e alcuni magistrati sono il collante giudiziario di un disegno criminale e immorale che sta massacrando la nostra democrazia”. È necessaria, quindi, quella cultura della legalità auspicata dall’ex presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, sotto scorta per le minacce di morte della mafia siciliana. Ma cos’è la legalità? “Le più grandi nefandezze non avvengono con la mafia delle coppole e della lupara, ma le più gravi operazioni stanno avvenendo con l’istituto della legalità. Quando mi chiedono di parlare di legalità comincio ad avere un po’ di imbarazzo. Perché legalità è la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano, il processo breve, il legittimo impedimento, la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, i tagli alla scuola. Non avvengono con moti eversivi di piazza, ma attraverso leggi. Diceva Giovanni Falcone che senza una straordinaria mobilitazione culturale e civile le mafie e il malaffare, la corruzione non le sconfiggiamo”. Ed ecco di nuovo comparire il senso civico dei cittadini. L’impegno di ciascuno di noi per cambiare veramente le cose. “È chiaro che ci vuole una grande mobilitazione. Possono comprare tutto, ma non la coscienza e la dignità delle persone. Non critico chi non se la sente, perché mi rendo conto che di fronte a questo tsunami istituzionale qualcuno dice “io non ce la faccio, non reggo”. Ma chi sente dentro una fiamma civile deve fare qualcosa in più. Trovare forme di protagonismo attivo, di cittadinanza attiva, di partecipazione democratica nelle forme che ritiene più idonee alla propria indole.

L’ultimo segmento che ci è rimasto è la coscienza civile di un popolo in movimento, come ci consegna quell’immagine straordinaria del Quarto Stato. Dobbiamo mettere in moto una pacifica e sana ribellione sociale. Ci dobbiamo ribellare di fronte alle ingiustizie manifeste. Lo dobbiamo fare per noi stessi, ma ancor di più, per chi viene dopo di noi”.

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Molise, una Regione di frontiera

 

Rossana Venditti

Il presidente dell’Anm, per il distretto di Campobasso, Rossana Venditti (nella foto): “il Molise è una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. Dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto. Questo tipo di infiltrazione criminale richiede livelli di professionalità elevatissimi”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Questo è un regalo per chiunque delinque e ovviamente per le organizzazioni criminali. In realtà è un’agevolazione per chiunque delinqua e commette reati per i quali attualmente è prevista un’attività di intercettazione. Già oggi la legge è rigorosa nel discriminare le ipotesi. Si è parlato frequentemente di abusi. Gli abusi sono una patologia. Si interviene in maniera demolitiva sullo strumento”. In questo modo si è espresso il pubblico ministero della Procura di Campobasso Rossana Venditti. Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati per il distretto di Campobasso ha affrontato diverse questioni: dal disegno di legge sulle intercettazioni alle infiltrazioni della criminalità organizzata in Molise (“E’ un argomento – secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Lumia – la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti”), dai problemi della giustizia molisana alla libera stampa.
La decisione del Governo di mettere mano alle intercettazioni ha scatenato diverse e legittime critiche. Molti, dall’Anm ai giornalisti, dai magistrati agli editori, dagli scrittori ai cittadini, hanno contestato con forza questo disegno governativo. Lei cosa ne pensa?
“Esiste una posizione molto netta assunta dall’Associazione Nazionale Magistrati in ambito nazionale, con comunicati del presidente Palamara e, naturalmente, la linea è quella tracciata a livello nazionale e cioè piena condivisione della posizione che viene espressa. Le riserve che vengono esternate sono tante. Le riserve di tipo generale sono sui presupposti necessari per le attività di intercettazione, più restrittivi. Sulla procedura che viene caricata di adempimenti formali, il che rende ovviamente più difficoltoso portare avanti l’iter per arrivare all’autorizzazione ad intercettare. E poi, il terzo profilo è quello relativo ai tempi che si riducono drasticamente al punto da poter vanificare del tutto l’efficacia dello strumento. Se tiriamo le somme di questi tre filoni di innovazione arriviamo a un depotenziamento molto percepibile dello strumento delle intercettazioni. Che è uno strumento preziosissimo di indagine, insostituibile, irrinunciabile. E’ illusorio dire che si può tornare a compiere le indagini preliminari come venivano eseguite prima dell’avvento delle intercettazioni. Significa indebolire molto le potenzialità di investigazione. Di questo dobbiamo essere consapevoli. Dobbiamo sapere a cosa stiamo rinunciando. E poi decidere. Tutto è rinunciabile, naturalmente.  Però nel bilanciamento di interessi, che la collettività deve fare, tra la tutela della privacy, tra la tutela della sfera individuale e la tutela della collettività intera dal crimine, di qualunque natura e di qualunque estrazione, dobbiamo fare una scelta consapevole ed informata. Dobbiamo sapere a cosa stiamo rinunciando”.
Ci sarà l’introduzione di un collegio formato da tre giudici per autorizzare l’attività di intercettazione. Quali conseguenze porterà questa innovazione?
“Nel momento in cui per autorizzare un’attività di intercettazione ci vorranno tre giudici, cioè un collegio, nel Tribunale capoluogo di distretto, nel Molise, quindi Campobasso, stiamo già immaginando che le carte si muoveranno avanti e indietro, tra Isernia e Larino. Questo viaggio di carte, peraltro così delicate tutelate da un interesse assoluto, crea già di per sé un vulnus. Figuriamoci in altre realtà. Come quelle della Sicilia, della Calabria, della vicina Puglia in cui si porranno problemi di tutela della segretezza con un’incidenza che adesso non c’è”.
Il vice-presidente del Csm Nicola Mancino ha criticato la magistratura definendo “eccessivo” lo sciopero fatto dalle toghe.
“E’ stato uno sciopero assunto come decisione estrema dopo un dibattito molto sofferto all’interno della Anm. Non è stata una decisione estemporanea presa a cuor leggero. I magistrati prima di giungere allo sciopero attraversano sempre un travaglio di categoria e poi individuale. Sanno che si tratta di una misura assolutamente eccezionale. Devo però anche dire che la partecipazione allo sciopero è stata particolarmente elevata. In campo nazionale si è raggiunto l’80/85%, mentre nel distretto di Campobasso abbiamo raggiunto il 72,4% di adesioni. Considero questo un dato davvero significativo per la nostra realtà. Probabilmente l’adesione in maniera così massiccia risponde proprio ad una necessità molto avvertita di rendersi visibili, rendere riconoscibile la nostra rivendicazione. Anche se ho visto che in realtà è stato dato poco risalto allo sciopero dei magistrati. Forse il vero risalto si è avuto dopo le dichiarazioni di Mancino”.
Gli attacchi quotidiani della politica ai magistrati, che continuano da diversi anni, portano ad una precisa delegittimazione. Sembra che questi attacchi contribuiscano ad aumentare il distacco tra i cittadini e i magistrati. Lei lo avverte questo distacco?
“Il distacco è una realtà. Ed è facilmente verificabile. Soprattutto, ancora una volta, si coglie dalle piccole cose. Nel modo come le persone si approcciano alla giustizia: con diffidenza spesso, con il timore che talune indagini siano fatte pro o contro e quindi applicando a scelte che sono solamente di tipo tecnico e procedurale una lettura dietrologica. Questo si avverte, ed evidentemente fa parte di un clima culturale, sociale, mediatico. Lo sforzo è quello di riconquistare il rapporto con le persone, gli utenti, le persone offese. Dare un’immagine autorevole, credibile, equidistante, efficiente più possibile nonostante le difficoltà operative siano davvero tante”.
Quali sono le difficoltà che si riscontrano in Molise?
“Il primo problema è quello degli organici dei magistrati, ma soprattutto del personale amministrativo, vitale per la macchina della giustizia. Non c’è più turn-over. Noi chiediamo sistematicamente degli straordinari che non saranno retribuiti. Ci fondiamo sulla buona volontà di personale che purtroppo è divenuto demotivato. Negli altri Ministeri c’è stata la cosiddetta riqualificazione del personale che ha incentivato anche la professionalità interna. Nel Ministero della Giustizia, purtroppo, ciò non è avvenuto. Le persone che vanno in pensione non vengono sostituite. È difficile operare così. È difficile essere efficienti così. È difficile fare udienza civile senza avere un cancelliere che scrive i verbali e affidandosi alla collaborazione degli avvocati che rappresentano le parti. A Campobasso noi siamo fortunati perché abbiamo il cancelliere in udienza. Già a Larino non sempre è garantita questa presenza”.
Qual è la situazione di Larino?
“Difficile. Rispetto a taluni fenomeni è un luogo di frontiera. In realtà il Molise è tutta una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. E dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto. Questo tipo di infiltrazione criminale, peraltro, richiede livelli di professionalità elevatissimi. Il crimine economico non è facilmente decifrabile e non è facilmente indagabile. Un’altra esigenza è quella della collaborazione delle persone, soprattutto, dell’imprenditoria sana che dovrebbe precocemente individuare e denunciare tentativi o situazioni addirittura già esistenti”.
La crisi economica potrebbe intensificare questo rischio?
“Le difficoltà economiche dell’impresa sono il tessuto su cui si inserisce l’usura. I capitali che vengono destinati all’usura spesso sono derivanti da attività criminali organizzate di più alto livello. E quindi qui si può creare il contatto, la connessione. E se poi l’imprenditorie viene strangolato e alla fine non riesce a tenere dietro alle pretese usurarie c’è il rischio che l’imprenditore divenga solamente la facciata di una realtà gestionale…”.
Una testa di legno?
“L’immagine spendibile, rassicurante di una realtà già modificata”.
Ritornano le intercettazioni. Senza questo strumento diventa difficile capire certi strani “movimenti”?
“Alcune cose non si fanno alla luce del sole. Non lasciano tracce documentali evidenti. Alcune cose si concordano nel chiuso delle stanze. Alcune forme di intimidazione arrivano, come dire, nei discorsi a tu per tu tra due persone. In cui non ci sono testimoni e forme di ricostruibilità dall’esterno”.
La libera stampa è fondamentale per far conoscere ai cittadini l’operatività della macchina della giustizia. Lei cosa ne pensa?
“Deve esistere un controllo sociale sull’amministrazione della giustizia. Noi dobbiamo dare conto di come amministriamo giustizia ai cittadini. Informare significa anche dare ai cittadini la possibilità di verificare l’operato di chi amministra la giustizia. Quindi non è solo in un’ottica finalistica di creare la motivazione a collaborare, ma è in un’ottica anche semplicemente di controllo dell’operato dei magistrati. Le udienze sono pubbliche, salvo rarissime eccezioni, perché la pubblicità, che oggi significa pubblicità tramite i mezzi di informazione, risponde a quell’esigenza di verificabilità, di trasparenza, di possibilità per il cittadino di accedere senza ostacoli al controllo, alla partecipazione”.
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Forgione: “Il Molise non è un’isola felice”

“In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni”. Con queste parole è intervenuto in Molise l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione (nella foto a sinistra insieme al pm di Campobasso Rossana Venditti) e autore del libro Mafia Export (Baldini Castoldi Dalai Editore, 2009, euro 20). Lo stesso concetto ribadito in passato da diversi giornalisti, magistrati e operatori del settore. “In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Sulla presenza delle mafie in Molise si è espressa anche il pm Rossana Venditti: “Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”. I segnali continuano ad essere registrati. Dai sequestri di beni legati alla criminalità organizzata alla presenza di soggetti vicini o parte integrante delle organizzazioni criminali, dalle denunce fino ai vari segnali di intimidazione. Ma in questa piccola Regione continua l’assordante silenzio intorno alla presenza delle mafie. E la politica, che dovrebbe intervenire, resta a guardare e a difendere “l’isola felice”, che come ha affermato Forgione “felice non è”. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia, oggi componente dell’Antimafia: “Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”. E cosa fa la politica locale, oltre a dare il cattivo esempio? Ecco una dichiarazione dell’Assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano: “Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. […]. Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Mentre la classe dirigente molisana, quindi, continua a mettere sotto il tappeto problemi che andrebbero affrontati con onestà, coraggio e costanza è utile seguire il ragionamento del presidente dell’Anm Molise Rossana Venditti: “In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Non abbiamo, per nostra fortuna, i morti per strada e non abbiamo le saracinesche che saltano. Cominciamo ad avere situazioni più sottili che vanno decifrate, comprese, ricollegate tra di loro e indagate con professionalità. Tutto ciò implica un livello di preparazione ancora maggiore di quello che viene richiesto in realtà dove il fenomeno oramai è conosciuto, indagato. Dove ci sono sentenze passate in giudicato che dicono che esiste una certa realtà criminale così denominata, che ha quella struttura, che ha quella storia. In Molise lavoriamo ancora in una fase sperimentale, di decifrazione. Fatichiamo molto a farlo. Non esistono le capacità di capire fino in fondo cosa sta succedendo e la disponibilità ad esporsi e ad assumere un ruolo, che per definizione è un ruolo scomodo: quello di chi denuncia, quello di chi testimonia, quello di chi inizia un percorso pieno di incognite. Come magistratura molisana ci proponiamo e cerchiamo di essere disponibili, autorevoli, rassicuranti. E’ una fatica quotidiana con i nostri numeri, con i nostri mezzi e con i nostri organici. Che sono, purtroppo, del tutto inadeguati. Non è ancora sufficiente perché non abbiamo quel ritorno che auspicheremmo. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento”. Fondamentale è quindi parlarne. Continuare con il concetto di “cultura della legalità”. Per cambiare le coscienze, per far conoscere la realtà, quindi anche i rischi e i pericoli. “Il giorno che è uscito questo libro – ha dichiarato Forgione – il presidente del consiglio non ha trovato di meglio che dire che non bisogna più scrivere libri di mafia perché rovinano l’immagine dell’Italia. Di mafia dobbiamo parlarne, perché dobbiamo rompere questo muro di omertà sul territorio. Mi fa piacere che è stato usato come pretesto il mio libro per aprire una riflessione in Molise, in questa isola che felice non è. Ho scritto un libro raccogliendo anche l’esperienza della Commissione Antimafia. Un libro contro l’ipocrisia. L’ipocrisia vale per il mondo. Vale per l’Australia, vale per la Germania, vale per la Lombardia e può valere anche per il Molise”. Qual è l’ipocrisia? “E’ quella che non vede le mafie fino al momento in cui le mafie non insanguinano le strade”. Ritorna il concetto che si riscontra da troppi anni in Molise. Per Forgione: “Il massimo di questa ipocrisia l’abbiamo riscontrata in questa dimensione internazionale con la strage di Duisburg. I tedeschi sapevano delle famiglie in lotta dal 1991, al punto che nel 2000 la polizia tedesca inviava un rapporto all’autorità italiane, descrivendo in modo minuzioso cosa facevano le famiglie di San Luca. Poi il problema era degli italiani. Riscoprono la ‘ndrangheta quando la notte di ferragosto del 2007 trovano per la prima volta sei corpi uccisi davanti al ristorante. L’altra faccia di questa ipocrisia qual è? Che puoi prendere, in qualunque parte dell’Italia e del Mondo, i soldi dei mafiosi con la presunzione che quando arrivano i soldi sporchi non arrivano anche i mafiosi. Quando abbiamo un fatturato criminale annuo che oscilla tra i 100 e i 150miliardi il problema non è più del rapporto tra l’economia legale e l’economia illegale. Il problema che abbiamo, che dovrebbe essere l’assillo di ogni governo e delle classi dirigenti, è tracciare la linea di confine tra economia legale ed economia illegale. La globalizzazione ha favorito la dispersione di questa traccia, di questo confine netto”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “La ricostruzione di un’etica pubblica del nostro Paese deve riguardare la politica, ma deve riguardare anche il mondo economico, deve riguardare le categorie professionali, deve riguardare la chiesa troppo silente in alcune aree del territorio. Deve riguardare tutti. Noi abbiamo il dovere di partire ognuno dal proprio ruolo se vogliamo far superare l’esclusività della dimensione penale e giudiziaria nella lotta alla mafia”. Ma come si riconoscono le mafie?Guardate cosa avviene sul territorio, guardate quante aree agricole stanno diventando commerciali, guardate le varianti ai piani di fabbricazione, guardate alle deroghe alle normative urbanistiche esistenti e cosa avviene in deroga, guardate quanti progetti vengono realizzati con il silenzio-assenso. E cominciate a capire cosa sono le mafie. Diciamoci la verità: in nome dello snellimento nelle procedure sono stati abbattuti tutti gli strumenti di controllo in questo Paese. I fondi europei – continua Forgione – vengono gestiti tutti con l’autocertificazione. È chiaro che tutti i procedimenti sono regolari. In Italia c’è l’anagrafe dei conti correnti bancari, stabilita con legge del 2001. Il decreto attuativo della legge viene fatto a febbraio del 2008. Quanti governi sono passati e perché non è stato fatto? Perché questo santuario del mercato è intoccabile. Bisogna fare un patto con gli imprenditori su questi temi. Il sistema dei subappalti con il massimo ribasso è un sistema criminogeno”. Quale deve essere l’impegno dell’antimafia? “La nostra antimafia deve ripartire da una rilettura del territorio, dei processi di modernizzazione. Oggi le mafie sono soggetti dinamici, imprenditoriali. Sono delle grandi holding economico finanziarie. La ricostruzione di un’etica pubblica passa attraverso la ricostruzione di un meccanismo di trasparenza dei comportamenti individuali e collettivi. Se facciamo questo la lotta alla mafia cambia di significato”. Ma qual è la situazione drammatica che dobbiamo affrontare? “Siamo un Paese che ha garantito la latitanza di Bernardo Provenzano per 40anni. Non esiste una latitanza che può durare tutti questi anni senza un sistema di coperture istituzionali, politiche e sociali. Non a caso che per quella latitanza ci sono vertici dei Ros che devono rispondere anche di fronte alla giustizia. Quando si arresta un latitante, quando si aggredisce la dimensione criminale militare delle mafie è sempre un bene. Ma se da un lato aggrediamo questa dimensione, riconquistiamo fette di territorio e dell’altra, però, garantiamo alla dimensione economico finanziaria di potersi espandere e di inquinare settori interi della nostra economia, anche attraverso processi legislativi che ne favoriscono l’espansione, la lotta alla mafia non la facciamo. Questa è la questione drammatica che noi oggi abbiamo di fronte”.
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VENGHINO, SIGNORI VENGHINO… ECCO L’EQUIPE ITINERANTE.

Qual è la logica di questa scelta? E’ possibile conoscere l’incidenza per questo tipo di intervento? Esistono già diverse strutture attrezzate (Ospedale “Cardarelli”, Cattolica e Neuromed) per la cardiochirurgia e per la chirurgia vascolare. Perché invece di programmare si continua a spendere per cose poco utili in questo momento?

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ una cosa scandalosa. E’ una grossa indecenza”. Non sono andati leggeri nei commenti alcuni operatori sanitari della struttura ospedaliera pentra. Dal “Veneziale” di Isernia, dove il caos regna sovrano, è partita l’indignazione sull’attivazione dell’Equipe multidisciplinare itinerante Aziendale. Per molti questo provvedimento, del direttore generale Angelo Percopo (329/2011), è fatto per Luca Iorio. Il “figliuol prodigo” del presidente della Regione Molise, Michele Iorio. Vincitore di concorso a Rovigo ma subito rientrato in Molise, grazie al provvedimento del direttore generale del 22 febbraio 2011 (n. 194). Ecco cosa si legge nell’oggetto del comando: “dott.Iorio Luca – dirigente medico chirurgia vascolare – comando in entrata presso Asrem”. Ma perché il vincitore di un concorso, con un contratto a tempo indeterminato, rientra con un provvedimento dell’Asrem molisana?Nemmeno il tempo delle presentazioni nella nuova sede. E’ talmente necessaria la presenza di Luca Iorio per la sanità regionale? O, tutto questo, era già deciso in partenza? “E’ andato via, per ora”. Aveva dichiarato il primario di chirurgia vascolare del Cardarelli di Campobasso, Silvano Tomasso. Nella drammatica situazione in cui versa la sanità regionale, dove non esistono posti letto per i pazienti, dove gli Ospedali chiudono, dove i pronti soccorsi combattono quotidianamente la loro battaglia di sopravvivenza, era necessario il ritorno sulla scena di Luca Iorio? A questa domanda ancora nessuno ha risposto. Si è solo stabilito “che l’utilizzo del dott. Luca Iorio, in posizione di comando avrà una durata per dodici mesi”. Tutto a spese dell’Asrem Molise. Quindi, dei cittadini. Rovigo può attendere. Se in altri reparti serve il personale (ma non solo) non sono problemi di questa dirigenza molisana. Anche i pazienti imbufaliti possono attendere nei disagi. E nelle lunghe liste d’attesa. Volete fare, ad esempio, un esame al cuore (un’ecocardiografia) al “Veneziale” di Isernia? Ci vogliono quattro mesi di attesa. Però le cose inutili vengono subito fatte. Lì non esiste attesa che tenga. Nel caos generale, nello spreco dei fondi pubblici, nell’aumento del debito e in una situazione di deficit (che ha portato a questa disorganizzazione: chiusura degli ospedali, intasamento dei pronti soccorsi, mancanza di risposte e di speranze) è arrivata quest’ultima trovata. Qual è la logica di questa scelta? E’ possibile conoscere l’incidenza per questo tipo di intervento? Esistono già diverse strutture attrezzate (Ospedale “Cardarelli”, Cattolica e Neuromed) per la cardiochirurgia e per la chirurgia vascolare. Perché invece di programmare si continua a spendere per cose poco utili in questo momento?
La novità nella sanità: l’equipe multidisciplinare itinerante Aziendale.“In Africa queste strutture sono fondamentali. Solo dove non ci sono strutture è necessario organizzarsi in questo modo”. Ma a cosa serve questa Equipe? Nel provvedimento il direttore generale Angelo Percopo (329/2011), insieme al direttore amministrativo Gianfranca Testa e al direttore sanitario Giancarlo Paglione, ha ritenuto di attivare presso l’Uoc di Chirurgia Vascolare del “Cardarelli” di Campobasso, “una equipe multidisciplinare itinerante su tutto il territorio Asrem, abilitata a svolgere l’attività di Chirurgia Vascolare (ambulatoriale e interventistica) presso i PP.OO. stabilimenti aziendali con priorità a svolgere interventi con carattere di emergenza-urgenza”. Ma era necessario questo provvedimento? Le strutture esistenti saranno soppresse? A cosa serviranno con questa equipe itinerante? “Tale equipe multidisciplinare itinerante – si legge nel provvedimento – potrà ridurre, ove possibile, la mobilità dei cittadini affetti da patologie correlate alla Chirurgia Vascolare”. Ecco le figure professionali, che andranno a comporre l’equipe, indicate nel provvedimento: due chirurghi vascolari (di cui uno responsabile dell’equipe), un chirurgo toracico, un radiologo interventista, un cardioanestesista ed eventuali figure professionali “da individuare secondo necessità clinico-operativa dal responsabile dell’equipe”. Ci sarà, a spese del contribuente molisano, anche il potere discrezionale di scegliere figure professionali “secondo necessità”. Ma, in questa fase acuta di crisi sanitaria, era necessario questo provvedimento? Quanto costerà? Perché i problemi esistenti vengono accantonati e se ne continuano a creare sempre di nuovi e costosi? Che ruolo avrà nell’equipe il figlio del presidente della Regione Molise? Che, guarda caso, è anche un chirurgo vascolare. Si taglia tutto per rientrare dal debito (per molti generato anche dal padre, Michele), però si continuano a fare scelte (“familiari”, “clientelari”, o come dobbiamo definirle?) anche a scapito della popolazione anziana. Per soddisfare quali tipo di esigenze? Per molti il provvedimento, già esecutivo, è “una cosa scandalosa”. Come è scandalosa la situazione del pronto soccorso di Isernia e delle altre strutture pubbliche. Dove i pazienti devono affidarsi al destino per un posto letto. Gli operatori, in diverse occasioni, hanno illustrato il proprio stato d’animo. Per Lucio Pastore, già responsabile facente funzioni della struttura pentra: “Abbiamo indetto, non avendo avuto risposte alle nostre richieste, lo stato di agitazione per segnalare anche all’opinione pubblica la problematicità del servizio. In seguito ad un incontro con la dirigenza sanitaria regionale ci sono state assicurate delle possibili soluzioni. Siamo ancora in attesa, comprendendo le difficoltà, che ci siano date delle risposte”. L’intervista a Pastore era del 6 gennaio, Oggi, nulla è ancora arrivato. Né risposte, né provvedimenti per risolvere la drammatica questione. Ecco cosa scrivono al Prefetto, in una lettera dell’8 febbraio, i dipendenti: “il nostro servizio è intasato per la presenza di pazienti da ricoverare che non hanno allocazione possibile per mancanza di posti letto disponibili nel nostro Ospedale ed in quelli vicini. Abbiamo difficoltà a visitare i pazienti che si rivolgono alla nostra struttura per mancanza di spazi disponibili”. Ma le proteste non sono servite a nulla. La situazione negli ospedali pubblici molisani continua ad essere di estremo caos. Voluto da chi ha gestito la sanità regionale. “L’interesse generale deve prevalere sull’interesse particolare, l’equa distribuzione delle ricchezze prodotte dal mondo del lavoro deve prevalere sul potere del denaro”. Hessel nella sua opera “Indignatevi” è ancora più preciso: “In questo nostro mondo esistono cose intollerabili. Per accorgersene occorre affinare lo sguardo, scavare. …L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti”. Anche l’indifferenza (delle classi dirigenti, della politica e di molti cittadini) è uno dei mali molisani.

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Depuratore Carpinone

Eldorado Molise. Il pericoloso depuratore consortile

Depuratore Carpinone

Depuratore Carpinone

Dopo le autorizzazioni, la gestione, il traffico di rifiuti pericolosi, le irregolarità, le ispezioni dell’Arpa Molise e dei carabinieri, le interrogazioni parlamentari e regionali, la revoca delle autorizzazioni, la messa in liquidazione e il fallimento della società di gestione (la Carpino Ecologia a r.l.) rimangono ancora troppi punti oscuri.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un tanfo incredibile. Una puzza insopportabile. Intorno al depuratore consortile, che inizialmente doveva “servire” solo tre Comuni della provincia di Isernia (Carpinone, Pesche e Pettoranello di Molise), ci sono anche diverse abitazioni. Dal 2002, anno di nascita della struttura pericolosamente abbandonata, restano ancora diversi interrogativi. Dopo le autorizzazioni, la gestione, il traffico di rifiuti pericolosi, le irregolarità, le ispezioni dell’Arpa Molise e dei carabinieri, le interrogazioni parlamentari e regionali, la revoca delle autorizzazioni, la messa in liquidazione e il fallimento della società di gestione (la Carpino Ecologia a r.l.) rimangono ancora troppi punti oscuri. Scrive l’Arpa Molise nella relazione del 7 agosto 2003: “si ritiene che siano state violate le prescrizioni contenute nelle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4/2003)”. Nelle conclusioni si legge: “i rifiuti pericolosi codice CER 07.07.01 vengono stoccati presso l’impianto in maniera non idonea e tale da provocare danno o pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente”. Ma la relazione dice anche altro. “Le operazioni relative alla movimentazione dei rifiuti non vengono condotte con mezzi e sistemi tali da evitare perdite o dispersioni” e “non sono state annotate le operazioni relative allo scarico di rifiuti”. Perché è stato commesso tutto questo? L’Arpa, nella relazione, chiese la revoca delle determinazioni dirigenziali. Che arriverà con il provvedimento regionale 144 del 15 settembre 2003. Da allora cosa è cambiato? Perché si sente ancora quel forte tanfo? Cosa c’è ancora lì dentro? Come mai l’impianto, ancora oggi, è lasciato incustodito? Mentre la classe dirigente molisana continua a difendere l’indifendibile (“Questa regione – dichiarò lo scorso 24 novembre il governatore Iorio – non è l’«Eldorado» delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono”) il depuratore continua ad essere accessibile a tutti. Il cancello d’ingresso è sempre aperto (perché danneggiato) e la rete metallica di protezione è stata tagliata a mestiere. Dentro si possono ancora trovare bottiglie di plastica con del liquido colorato, cisterne danneggiate con simboli che avvisano dei rischi per la salute, attrezzi, bidoni, recipienti aperti. Vasche di cemento piene (di cosa?), con chiari segnali di perdite. Rivestimenti inchiodati con tavole di legno. Già nel controllo ispettivo del 30 luglio 2003 si avvertono “forti odori, sgradevoli, acri e fastidiosi non solo in tutta l’area dell’impianto”. L’impianto di depurazione, per gli esperti, “viene utilizzato in modo difforme da quanto previsto in sede progettuale”. In che senso? “Le due vasche di ossidazione risultano utilizzate una come vasca di stabilizzazione dei fanghi e l’altra come vasca di stoccaggio dei rifiuti classificati con codice Cer 07.07.01”. Cioè pericolosi. “Di contro, le vasche progettate per la digestione dei fanghi vengono attualmente utilizzate per l’ossidazione dei reflui”. Nel registro di carico e scarico “sono annotate esclusivamente le operazioni riferite al carico dei rifiuti in ingresso all’impianto in parola e non quelle di scarico”. Il 22 luglio 2003 si è registrata anche la presenza (ma non solo) di una ditta del Nord (la Nuova Esa srl di Marcon, Venezia) impegnata a scaricare rifiuti pericolosi. Perché questo modus operandi? Sul depuratore continuano ad essere prodotti esposti. L’ultimo è stato inviato alla Procura di Isernia e alla Corte dei Conti di Campobasso dal coordinatore del Pcl Molise. “Perché gli ingenti danni ambientali – scrive Tiziano Di Clemente lo scorso 21 febbraio – causati dalla mala gestio amministrativa ed imprenditoriale devono rimanere a carico della collettività?”.
Ma perché nacque il depuratore consortile? Per smaltire le acque reflue di un’area industriale della provincia di Isernia. I Comuni interessati erano tre: Carpinone, Pettoranello e Pesche. Nel 2002 venne costituita la Carpino Ecologica per la gestione dell’impianto di depurazione. La società a responsabilità limitata, oggi dichiarata fallita, era costituita dal Consorzio Campano Trasporti Rifiuti con una quota pari a 50 mila euro e dai tre Comuni (Pesche, Carpinone e Pettoranello del Molise) con una quota di 25 mila euro. Con un capitale sociale sottoscritto (125mila euro) e un versato di 37 mila e 515 euro. Il Consorzio Campano Trasporti Ecologici (oggi Consorzio Campale Stabile), con sede legale a Benevento e guidato dal beneventano Alberigo Porcaro, attualmente è composto da 22 aziende consorziate. Che operano nel settore dei rifiuti. Nella relazione (6060 del 2003) del servizio prevenzione e tutela ambiente della Regione Molise emerge che il carico giornaliero per le esigenze dei tre Comuni era pari a 750 metri cubi. La potenzialità arrivava, però, sino a 4mila metri cubi al giorno. Nel novembre del 2002 (con determina dirigenziale n. 128) la Regione Molise autorizza, per cinque anni, la società Carpino Ecologica al “trattamento biologico-chimico-fisico e all’eventuale deposito preliminare nell’impianto di depurazione di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da insediamenti esterni e conferiti con autobotti”. Dopo qualche mese la seconda autorizzazione. Il 9 gennaio 2003 (d.d. n.4) arriva il permesso per i rifiuti pericolosi. Nello stesso anno interviene l’Arpa con il controllo ispettivo, arrivato dopo le tante “segnalazioni telefoniche di alcuni cittadini residenti nel comune di Pesche, che lamentavano la diffusione di forti odori sgradevoli provenienti dal depuratore consortile”. Il quadro è drammatico. La relazione è chiara. Si elencano dettagliatamente i rischi, i pericoli e le operazioni che non si potevano fare. Il 21 agosto dello stesso anno arriva anche la diffida della Regione Molise. Entro 10 giorni la società doveva provvedere alla “totale eliminazione degli inconvenienti riscontrati nel corso degli accertamenti”. Con l’obbligo “di sospendere il conferimento dei rifiuti pericolosi e non pericolosi”, autorizzati dalle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4 del 2003). Subito dopo l’interrogazione parlamentare di Nichi Vendola (Prc) e regionale del consigliere Italo Di Sabato (Prc) arriva la revoca delle autorizzazioni. Il 15 settembre 2003 (d.d. 144) viene revocata con effetto immediato “l’autorizzazione per il trattamento dei rifiuti classificati con il codice Cer 07.07.01 (pericolosi, ndr)”. Si fissa anche un termine. “Nella considerazione dei gravi inconvenienti ambientali determinati per aver acquisito e sottoposto a trattamento rifiuti pericolosi aventi caratteristiche e requisiti non conformi a quelli fissati dal provvedimento di autorizzazione” il dirigente regionale prescrive alla Società Carpino Ecologia di “provvedere, entro trenta giorni dalla notifica, alla rimozione ed al successivo smaltimento di tutti i rifiuti pericolosi giacenti presso l’impianto”. E’ stata mai rispettata la richiesta di bonifica della Regione Molise? Perché il puzzo fastidioso continua ad essere presente? Come mai è andata deserta la gara per la bonifica dell’area? Forse perchè i fondi (300mila euro) stanziati non coprirebbero i costi di bonifica? Da questa storia solo un funzionario “preposto alla gestione dell’impianto” è stato allontanato dalla Società consortile. Dichiarata fallita dal Tribunale di Roma nel 2008. Ma perché la sede legale, nel 2005, viene trasferita a Roma? E’ possibile accertare, oggi, che tipologia di rifiuti sono presenti nella struttura abbandonata e “aperta” a tutti? Perché l’impianto è stato lasciato incustodito? Ci sono prodotti pericolosi al suo interno? Con il nuovo esposto si attendono le mosse della magistratura pentra. Per capire cosa accade nella regione “eldorado”. Dove si continua a negare la presenza decennale delle organizzazioni malavitose. C’è l’imbarazzo della scelta. Per l’ex presidente dell’Antimafia Giuseppe Lumia: “le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita (la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza) la camorra”. Troppi i segnali. A partire dalle inchieste, dalle denunce, dalle “strane” presenze, dagli affari, dagli arresti, dai sequestri di beni. Pochi giorni fa l’interrogazione parlamentare di Pina Picierno (Pd): “quali azioni intenda mettere in atto il ministro dell’Interno al fine di far piena luce sulla presenza di traffici di rifiuti e sversamenti abusivi in terreni e acque del Molise, tenuto conto che dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Larino emergono contatti con aziende campane a rischio più volte attenzionate per i loro rapporti con la criminalità organizzata”. Anche la poca chiarezza “danneggia i cittadini o il territorio in cui vivono”.

malitalia.it

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da youtube – IL VIDEO. 

Il Pericoloso DEPURATORE di Carpinone

http://www.youtube.com/watch?v=1zHDc5dcz7k&feature=plcp&context=C3774434UDOEgsToPDskIOo5EHzrrsasQX5E8cuYQG

L’INTERVISTA AL PRIMO CITTADINO DI CARPINONE, PASQUALE SARAO

http://www.youtube.com/watch?v=7PgZbiCpQvk&feature=plcp&context=C3774434UDOEgsToPDskIOo5EHzrrsasQX5E8cuYQG

Mafie in Molise: “il pericolo è concreto”

Tedesco, Sardo, De Chiara, Albano

Paolo ALBANO (Procuratore della Repubblica di Isernia): “Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. […] …proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
Le mafie in Molise ci sono e fanno affari. Il concetto è stato ribadito con forza a Isernia, durante l’iniziativa pubblica dal titolo “Al di là della Notte”, con la presenza del Procuratore Capo della Repubblica di Isernia Paolo Albano, del magistrato (già Procuratore della Repubblica di Larino) Nicola Magrone, del segretario generale della Fondazione Polis (politiche integrate di sicurezza per le vittime innocenti di criminalità organizzata e beni confiscati) Enrico Tedesco, del giornalista molisano Michele Mignogna (minacciato di morte, per aver fatto il proprio dovere, da squallidi e vigliacchi soggetti) e del giornalista di Repubblica Raffaele Sardo. Nel capoluogo pentro si è presentata la sua nuova opera, dedicata alle vittime innocenti della criminalità. Proprio Sardo, che conosce bene il territorio molisano, ha ribadito un concetto molto semplice.Che però trova poco spazio nel dibattito regionale. “Voi pensate – ha affermato l’autore del libro “Al di là della notte” – che il clan dei Casalesi ha radici e attività solo nel posto dove è più radicato? Non è così. Loro sono capaci e sono stati capaci negli anni di mettere radici, non solo in Italia, ma in Europa. E non solo il clan dei Casalesi”. E in Molise qual è la situazione? Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia (oggi Componente della stessa), Giuseppe Lumia, in questa Regione operano da molti anni tre mafie: la camorra, la sacra corona unita e la ‘ndrangheta. In passato in questa Regione sono stati sequestrati diversi beni e attività di proprietà di esponenti della criminalità. Per non parlare dell’Eolico, l’affare del secolo. Per non parlare delle attività che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti tossici. Basta sfogliare il libro Gomorra di Roberto Saviano per capire cosa è già accaduto. “Grazie all’operazione “Mosca” – si legge a pagina 323 – coordinata dalla Procura della Repubblica di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento illecito di centoventi tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. […]. Quattro ettari di terreno a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto tra Termoli e Campomarino – per smaltire abusivamente i rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”. Basta leggere le inchieste della magistratura. Basta ricordare l’attività dei Ragosta nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro. Dove negli altiforni della Fonderghisa arrivavano i carri armati dalla ex Jugoslavia, pieni di uranio impoverito. Gli esempi sono tanti. Troppi. Ma non sono bastati per far risvegliare le coscienze. “Queste manifestazioni – ha affermato il Procuratore Paolo Albano – sono fondamentali. Il libro di Sardo è importante per non dimenticare”. Delle mafie e delle loro illecite attività bisogna parlarne. Sempre e in ogni circostanza. Questo è il semplice modo per ostacolare questi criminali. Il silenzio è la loro arma. Non basta delegare il problema alle forze dell’ordine e alla magistratura. I cittadini devono prendere coscienza del pericolo e ribellarsi. Facendo semplicemente il proprio dovere. Un concetto rimarcato con forza da tutti i presenti. E’ passato poco tempo dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari della Procura di Larino sul Porticciolo di Termoli. La questione è passata sotto silenzio. Non ci si interroga più su certi temi. Eppure nelle “carte” della Procura si legge un nome legato alla criminalità organizzata. In questo caso alla camorra. Il primo che compare tra gli indagati è Francesco Moccia. Ma chi è questo soggetto? “Doverosamente segnalato – si legge – dalla guardia di finanza di Termoli come legato da stretti legami familiari e di affari con Angelo Marrazzo coinvolto in vicende giudiziarie del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, detto Sandokan, collegato a società fortemente indiziate di avere stretti collegamenti con il clan Moccia di Afragola”. A parte il cattivo esempio delle classi dirigenti, nessun eletto tratta questi temi. Perché? Secondo i procuratori Magrone e Albano il problema delle infiltrazioni esiste e deve essere affrontato. La magistratura molisana, ora guidata da un Procuratore con grande esperienza come Armando D’Alterio (il pm che fece luce sull’assassinio del cronista de Il Mattino Giancarlo Siani), sta dalla parte dei cittadini. Ancora non sono bastati gli articoli della giornalista minacciata dalla camorra Rosaria Capacchione. Le sue denunce non hanno fatto scattare quella molla necessaria per affrontare questo problema. Questo grave pericolo. “Fortunatamente – secondo Albano – omicidi in Molise non ce ne sono stati. Speriamo che non ce ne saranno in futuro. Ciò non significa assolutamente nulla. Non perché non ci sono gli omicidi non esiste la camorra, non esistono le infiltrazioni criminali. Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Perché la stretta vicinanza con la Campania, la Puglia e il basso Lazio porta necessariamente questo pericolo. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Il punto fondamentale è che la magistratura molisana è pronta a raccogliere questo allarme. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità”.

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Eolico selvaggio, in Molise il vento delle mafie

Allevamento ai piedi delle pale

Anche in Molise, da tempo, è comparso l’affare del secolo. Che fa gola a diverse società a responsabilità limitata. Sono mesi che associazioni, politici (pochi), cittadini e rappresentanti delle Istituzioni si stanno battendo. Una manifestazione popolare ha visto sfilare per strada migliaia di persone.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“Il business dell’eolico è uno degli affari di corruzione più grandi”. Queste parole sono state pronunciate dall’attuale ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti nel settembre 2010. Dello stesso avviso l’attuale presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu. L’ex ministro degli Interni è chiaro sul concreto pericolo delle infiltrazioni malavitose in questo settore. “Le indagini dimostrano che criminali di un certo peso riescono a individuare anche gli strumenti più sofisticati di intercettazione e ricorrono con abilità a intrecci finanziari e societari per muovere i loro capitali. Mi riferisco all’abilità con cui scelgono i settori più redditizi di investimento. Basti pensare a quel che stanno facendo nel settore della cosiddetta green economy e delle energie alternative […]. Un esempio posso farlo tranquillamente, quello dell’accaparramento di terreni da parte della criminalità organizzata che poi li utilizza per impianti o investendovi direttamente ovvero rivendendoli a società esterne”. Anche in Molise, da tempo, è comparso l’affare del secolo. Che fa gola a diverse società a responsabilità limitata. Sono mesi che associazioni, politici (pochi), cittadini e rappresentanti delle Istituzioni si stanno battendo. Una manifestazione popolare ha visto sfilare per strada migliaia di persone. Gli slogan sono arrivati sino a Palazzo Moffa. La sede della Regione Molise. Dove è stata approvata una legge (con un accordo bipartisan), che prende il nome dal consigliere regionale Berardo (l’ex presidente del Campobasso Calcio). Una legge, la numero 22 del 2009, che ha reso selvaggio l’eolico molisano. Che non pone limiti all’installazione di pali. Che ha trasformato il Molise in una terra di conquista, dove non esiste una seria regolamentazione dell’installazione degli impianti. Che dà la possibilità di sventrare il territorio molisano. Anche dove sono presenti i vincoli paesaggistici e storici. Il business è troppo grande. 60 miliardi di euro in venti anni. Nella piccola Regione italiana, dove il diritto è stato sostituito con il favore e dove per troppi anni le classi dirigenti non hanno fatto il proprio dovere, i segnali sono chiari. “Qui – si legge nel ricorso presentato all’Unione Europea – si registra ormai da tempo la presenza di ambigui soggetti che hanno lo scopo di procacciare autorizzazioni, affitti e/o acquisti di terreni dove allocare nuovi impianti, profittando della non felice condizione economica tanto degli enti locali quanto degli sprovveduti agricoltori in ben note difficoltà. Non bisogna ricorrere ad alcun fantasioso racconto per chiarire l’identità di detti soggetti, in quanto le indagini svolte dalle autorità giudiziarie delle altre regioni interessate dal fenomeno (in primis le confinanti Puglia e Campania) ci svelano che trattasi di persone che svolgono tale opera di procacciamento per conto di piccole società, di solito s.r.l., con capitali di non più di 10.000 €, che fungono da prestanome a lobby affaristiche politico-economiche che stanno investendo nel business dell’eolico per riciclare capitali illeciti […]. I rappresentanti dei cittadini presso i Comuni firmano convenzioni con le citate s.r.l. che svaniscono appena ottenuta la sospirata Autorizzazione Unica, barattando così illegittimamente il territorio e la sua tutela con somme di denaro”. Già è stato sciolto un consiglio comunale di un piccolo centro in provincia di Campobasso. A Ururi si sono registrate le dimissioni del primo cittadino per il coinvolgimento di due consiglieri comunali per presunte tangenti e conflitti di interesse sulla cessione di terreni. Dove sono presenti i pali eolici. A Guardiaregia, sempre nella stessa provincia, si è verificato l’incendio di due automezzi in sosta che trasportavano pale. Minacce sono state rivolte a un esponente e funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il dato drammatico si può facilmente desumere dalle dimissioni di un assessore regionale. Franco Giorgio Marinelli, titolare dei settori del turismo e dell’energia, aveva motivato così la sua decisione: “soprattutto di fronte alla possibilità che venga incrementato il numero limite delle installazioni eoliche sul territorio, dopo che una lunga fase di concertazione aveva sostanzialmente trovato la quasi unanimità sul limite attuale (545) stabilito dalla Legge 15 del 2008 […]. Essere al contempo assessore al turismo e all’energia mi crea ormai dei forti conflitti interni. Sono completamente teso a difendere finché potrò il paesaggio molisano in funzione dello sviluppo turistico, nonché gli interessi del nostro ambiente, che tutti ci invidiano, e della nostra agricoltura, che già è in allarme per le ripercussioni dovute alla presenza crescente delle torri eoliche”. Subito dopo queste dimissioni è stata approvata la legge Berardo. Che ha abolito ogni limite numerico all’installazione di pali eolici. “La situazione è drammatica – scrivono le associazioni firmatarie del ricorso inviato all’Ue – la legge regionale ha svenduto il territorio alle multinazionali del vento ed al vento di mafia, se andassero a buon fine anche tutte le richieste in itinere, che non cessano di giungere, in una regione di 4438 km² si conterebbero 5000 pali eolici. Più di una per km². Il protocollo di Kyoto ha imposto all’Italia che, entro il 2020 una quota pari al 17% di consumo di energia provenga da fonti rinnovabili; il Molise nel 2010 è al 20%”. Ma c’è da registrare un ultimo dato. Nella “terra di conquista” chi fa il proprio dovere viene punito. Il Ministro della Cultura, Sandro Bondi, ha inviato un’ispezione alla direzione dei Beni Culturali quando l’unico organo dello Stato che ha difeso il Molise dall’invasione dell’eolico selvaggio è stata proprio la direzione regionale di quel Ministero. Il direttore Famiglietti ha tentato di tutelare il territorio, rigettando gli interessi stratosferici delle ditte dell’eolico. Secondo il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia: “pur di fare profitti non si bada a nulla, scompare l’art. 9 della Costituzione che tutela il paesaggio, si calpesta il Codice Nazionale dei Beni Culturali del 2004 e si impedisce alle Regioni di porre qualsiasi tutela territoriale ed ambientale. Il Governo Berlusconi non ha mosso un dito per fermare installazioni invasive finanziate con 5,7 miliardi annui pagate da tutti i cittadini con gli aggravi nelle bollette dell’Enel. Col pretesto dell’energia pulita si permette la devastazione dei paesaggi, dei crinali, delle aree archeologiche e dei beni monumentali”. E la politica regionale? “La Giunta Regionale fa buon viso a cattivo gioco. Perde tempo nel recepire le Linee Guida Nazionali sulle fonti rinnovabili, vara una legge semplicissima di tutela ambientale (la numero 23 del 2010, ndr) e non la difende politicamente col Governo, non si costituisce in giudizio nei contenziosi aperti con le imprese eoliche e consente il peggior sacco che abbia mai subito il Molise dalla distruzione di Silla nell’ultima guerra sannitica del I secolo a.c.”. Ma da che parte sta la Regione Molise?

da malitalia.it
http://www.malitalia.it/2011/02/eolico-selvaggio-in-molise-il-vento-delle-mafie/

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