Tag: matteo messina denaro

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…». Nella prima parte dell’intervista – il pentito di mafia – ha raccontato il suo avvicinamento a Cosa nostra e la sua decisione di “saltare il fosso”. Senza dimenticare i legami tra Bagheria, il posto in cui è tornato a vivere, e la mafia di Castelvetrano. «Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia. Ero presente, ho visto tutto.»

LaPresse, ItaliaCronacaMafia, il nuovo identikit di Matteo Messina Denaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Bagheria, Sicilia. Baarìa (che significa Porta del Vento), l’antico nome della bellissima città siciliana, conosciuta al grande pubblico anche grazie al regista Tornatore, che ha raccontato 50 anni di storia, di lotte e di conquiste di tre generazioni. Il protagonista, il comunista Peppino Torrenuova, alla fine del film, spiega al figlio, in un breve dialogo, un concetto filosofico: “Papà, perché tutti pensano che abbiamo un brutto carattere? Forse perché è vero. Oppure? Oppure perché ci crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte».  

In questo paese vive un collaboratore di giustizia. Si chiama Benito Morsicato. Le sue dichiarazioni hanno aperto le porte del carcere per i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. La “primula rossa” di Cosa nostra. Latitante da 27 anni. «Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda)». Per Binnu Provenzano sono serviti quasi 50 anni di latitanza. Per questo tizio quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? C’è ancora una schifosa Trattativa in corso tra lo Stato e Cosa nostra? Chi sta proteggendo il vigliacco di Castelvetrano? È lui il Capo dei Capi?

Nella seconda parte (e ultima) dell’intervista siamo partiti dalla rapina alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. «Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro».     

Cosa avete rapinato?

«L’azienda TNT era dei fratelli Lupo, persone molto vicine anche ai Graviano di Brancaccio, gli hanno sequestrato tutti i beni, per milioni di euro. Quando la TNT passa nelle mani dello Stato diventa rapinabile.»

Che significa? Qual è la logica?

«La logica è questa: ‘lo Stato si è presa la TNT e io ti vengo a fare la rapina e te la svuoto’.»

Cosa avete rapinato?

«Seicento colli, tra articoli di gioielleria. Abbiamo venduto la merce intorno ai 200mila euro. Di cui più del 10% è rimasto a Castelvetrano. Nel novembre 2013 abbiamo fatto la rapina, nel dicembre 2013 sono scattati gli arresti della sorella di Matteo Messina Denaro, insieme ad altri suoi parenti e persone molto vicine a lui. Guarda caso, quando stavamo vendendo la merce e avevamo incassato intorno ai 60-70mila euro, si presentò il nipote di Messina Denaro, Francesco Guttadauro, perché aveva esigenze di soldi. Non per lui, ma per lo zio. Infatti gli consegnammo intorno ai 10mila euro perché servivano subito i soldi.»

Senta, dobbiamo chiarire un punto. Lei, all’inizio, ha affermato di aver commesso furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, ma ha affermato di non essere un criminale. Perché lei sostiene di non essere un criminale?

«Perché io non ho fatto il collaboratore per convenienza e non ho omicidi sulle spalle. Non mi ritengo un criminale, certo ho sbagliato. Però c’è differenza fra me e un soggetto che ha fatto degli omicidi. C’è una differenza enorme.»

Secondo lei, una persona che commette furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti è o non è un criminale?

«È un criminale.»

Lei si sente cambiato?

«Al 70%, sì.»

Quanti anni ha?

«Ho 42 anni e due bambine. Una il prossimo anno mi diventa maggiorenne e una bambina di 13 anni.»

Per quanti anni lei è stato criminale?

«Sono stato ladruncolo, mi definisco ladruncolo…»

Lei si definisce ladruncolo però, ripeto, lei ha confermato che ha commesso rapine, danneggiamenti, estorsioni. Non è proprio un ladruncolo.

«Ero un criminale quando ho fatto parte di Cosa nostra, a tutti gli effetti. Prima ero un ladruncolo. Voglio precisare: quello che ho fatto non è bello.»

La sua vita, che sta rinnegando, quanti anni è durata?

«Dal 2011 vicino a Cosa nostra.»

Quindi se lei ha iniziato con piccoli furti a tredici anni ed oggi ne ha 43, possiamo dire che ha fatto questa vita per trent’anni?

«Dai 13 ai 23. Poi mi ero sposato, ho allontanato amici, mi ero trovato anche un lavoro presso il Comune, ho fatto quindici anni l’autista. Poi mi sono avvicinato a questa persona (Giorgio Provenzano, nda) e mi sono rimesso di nuovo in questi affari sporchi. Ho perso il lavoro e ho perso tutto.»

A parte la rapina, di cosa ha parlato con i giudici durante la sua collaborazione?

«Ho parlato del mandamento della provincia di Palermo, del capodecina, della “testa dell’acqua”.»

Cos’è la “testa dell’acqua”?

«Il capo in assoluto.»

Quante persone ha fatto arrestare?

«Nell’operazione Reset ho confermato le accuse su 31 soggetti, in tutto intorno alle 60 persone

Comprese le due operazioni: Eden1 ed Eden2?

«Sì, grazie alle mie dichiarazioni, le operazioni sono state Reset1, Reset2, Eden1 ed Eden2. Un altro collaboratore, Salvatore Lo Piparo, ha confermato tutte le cose che ho detto io.»

Le operazioni Eden1 ed Eden2 hanno interessato i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro?

«Sì, tutti i parenti di Matteo Messina Denaro e le persone molto vicine a lui.»

Questi fiancheggiatori sono tutti appartenenti a Cosa nostra o ci sono anche dei “colletti bianchi”?

«Di “colletti bianchi” non ne ho parlato. Anche se sapessi qualcosa dei “colletti bianchi” non parlerei. Questa cosa l’ho detta anche ai magistrati.»

Per paura?

«Sì.»

Di cosa ha paura?

«Nel 2014, quando ho iniziato la mia collaborazione, dissi telefonicamente a mia moglie, ero stato autorizzato dalla Procura di Palermo a poter telefonare ogni giorno dieci minuti solo a mia moglie per sentire lei e le bambine, loro già si trovavano in una località segreta e io in un carcere definito località segreta. Ero a Frosinone.»

Cosa disse a sua moglie?

«A mia moglie dissi telefonicamente, perché era stata autorizzata a fare un incontro con i genitori in località segreta, di portarmi degli appunti, avevo il vizio di segnarmi tutto anche quando facevo parte dell’organizzazione mafiosa…»

E che succede?

«Mia moglie viene accompagnata con la scorta ad incontrare i genitori e guarda caso viene fatto il furto nella macchina di scorta. Vengono rubate le due valigie dove all’interno c’erano gli appunti, le cose che dovevo dichiarare ai PM.»

È gravissimo ciò che sta dicendo. In questi appunti cosa c’era scritto?

«Purtroppo non lo posso dire.»

Ma parliamo di fiancheggiatori, di “colletti bianchi”?

«Erano degli avvenimenti in cui mi segnavo la data.»

Avvenimenti legati a Matteo Messina Denaro?

«Sì, alla mafia di Bagheria. Da quel momento ho capito che, forse, stavo alzando un po’ il tiro.»

Dove avviene questo furto?

«A Roma.»

Lei sta affermando che…

«C’è una denuncia…»

Lei ha affermato che ha chiesto, telefonicamente, a sua moglie degli appunti per poter fare delle dichiarazioni ai PM. Questi appunti, quando sua moglie viene accompagnata nella località protetta, spariscono. È così?

«Sì. Mia moglie era dentro al centro commerciale, si avvicina uno della scorta, che erano in quattro, e dice: ‘purtroppo è successa una cosa, hanno rotto la macchina e si sono fregate le valigie. Fortunatamente non hanno toccato la paletta, il lampeggiante e la carpetta con tutti i documenti. Hanno preso solo le valigie’.            

Mi scusi, ma come potevano sapere che in quelle valigie c’erano i suoi appunti?

«Le telefonate, sicuramente, erano controllate. Lo sa dove è avvenuto lo stesso furto, nello stesso periodo? Sempre su Matteo Messina Denaro. Così ho collegato…»

Dove è avvenuto?

«Al Tribunale di Palermo, nell’ufficio della Principato. Sparito un PC con le chiavette, dove c’erano tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle importanti prove su Matteo Messina Denaro. Dentro la Procura. E allora mi son messo un po’ di paura.

Poi ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM dott. Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…»

Cosa era successo nell’89?

«Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia (in via De Spuches vengono massacrate Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, madre, sorella e zia di Francesco Marino Mannoia, nda). Io ero là, ho visto tutto. Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi. Ancora oggi ho l’immagine davanti.»

Lei cosa ha visto?

«Mi ricordo anche che è venuto il dott. Falcone. Ero bambino, avevo 12 anni.»

Ha visto anche chi ha commesso il massacro?

«Ero là, presente. Dico solo questo. Attualmente, dietro casa mia, ancora c’è la casa di Mannoia. La casa è sua.»

È stato mai sentito su questi fatti?

«No, ho visto dei soggetti qua. Io conoscevo un soggetto, oggi dichiarato morto ma non è vero. È in America. Lo hanno messo come “lupara bianca” ma non è vero.»

Se la sente di fare il nome?

«No. Mai nessuno mi ha fatto avvicinare a parlare con Di Matteo. Ho visto delle persone a Bagheria su cui oggi alcune Procure stanno lottando, in merito alla Trattativa Stato-mafia. E uno di questi soggetti l’ho visto, in compagnia di questa persona che si trova negli Stati Uniti. Quello è vivo.»

Quelle persone, che lei dice di avere visto quel giorno dell’89, sono “ritornati” nella sua vita?

«Non erano della zona queste persone. Un soggetto di questi che faceva parte dei servizi segreti, l’ho visto in compagnia di questa persona che conoscevo. Durante gli anni ho rivisto questa persona in tv, perché ha un particolare. È riconoscibile da un particolare.»

Lei sta parlando di un soggetto appartenente ai servizi segreti, con un particolare riconoscibile. Era presente il giorno del massacro?

«Un paio di giorni prima che succedesse questo efferato omicidio l’ho visto. Erano in tre: il soggetto, oggi deceduto, con il particolare riconoscibile; il mio conoscente dichiarato morto e un’altra persona e ricordo un particolare, era pure zoppo. Ed era abbastanza alto, intorno al metro e ottanta.»

Mi scusi, stiamo parlando di “Faccia da mostro”?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Non voglio rispondere.»

E lo zoppo dove lo mettiamo, in Cosa nostra o negli apparati dello Stato?

«Negli apparati dello Stato e in Cosa nostra.»

Senta, ma il terzo?

«Era un politico. Legato a Cosa nostra. Questo signore divideva le fatture dell’acqua, poi diventò un grosso imprenditore. E i miliardi non sapeva più dove metterli.»

Mi scusi, lei vuole parlare con Di Matteo. Ma perché queste dichiarazioni non le ha fatte quando era all’interno del programma?

«Già sono stato sentito su alcune cose, prima che uscissi dal programma. Ma ne voglio parlare solo con Di Matteo.»

Come nasce il rapporto di amicizia con il nipote di Matteo Messina Denaro?

«L’ho conosciuto grazie alla mafia bagherese. Nel periodo che si stava organizzando quella rapina ho avuto modo di conoscere questo soggetto».

Chi è per lei Matteo Messina Denaro?

«Un pezzo di merda.»

Cos’è per lei Cosa nostra?

«Parliamo sempre di letame. Questo penso oggi. Se si ribellassero tutti la mafia finirebbe. Finché c’è quello che abbassa la testa o permette di fare affari la mafia non finirà mai. Se prende il boss di Bagheria, lo prende da solo, è un verme. Un cacasotto. Si fanno forza a comandare delle persone per fare del male. Si fanno forza con il gruppo.»

Lei non ha paura a vivere a Bagheria?

«La paura c’è, la mafia non dimentica. Io sono scritto nel libro nero della mafia. Me la farà pagare. L’ho messo in conto.»

Come vive a Bagheria?

«Non ho rapporti con nessuno. Sono totalmente emarginato. Non esisto. Vado a fare la spesa a 20 km da casa mia.»

Perché è rientrato a Bagheria?

«Ho chiesto di essere capitalizzato. Non funzionava niente all’interno del programma. Mi dovevano dare una somma e mi hanno dato meno del 50%.»

È rientrato a Bagheria per motivi economici?

«Sì.»

Lei oggi come vive?

«Non ho il reato per mafia, ma solo per aver agevolato Cosa nostra. Vivo con il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro. Oggi ringrazio lo Stato che mi dà la possibilità di dare a mangiare ai miei figli.»

Ha ricevuto minacce?

«È stata presa di mira di mia figlia. Si è dovuta ritirare da scuola. Sono dieci mesi che denunciamo, il PM dice che è semplice bullismo. E le minacce continuano. La chiamano ‘la pentita’, ‘la figlia del pentito’. Come può vivere una ragazzina? I genitori delle sue amiche non vogliono che mia figlia esca con loro. Anche mia moglie è stata avvicinata. Mia figlia una volta è stata fermata per strada e le hanno detto: ‘dici a tuo padre che in carcere a Palermo lo sanno tutti che è rientrato a Bagheria, appena escono gli devono staccare la testa’

Lei ha una tutela?

«Una sorveglianza attiva.»

Le persone che ha fatto arrestare stanno uscendo dal carcere?

«Sì. Sabato scorso mi incrocio con una persona, era con altri quattro soggetti. Mi sono ritrovato con il genero, che è già uscito, del boss di Bagheria che ho anche accusato. Ed è già uscito. Sono stati condannati tutti, dai sei anni ai dieci anni. A scala cominceranno ad uscire tutti.»

Per quanti anni è stato all’interno del programma di protezione?

«Sei anni. Sono uscito io, non sono mai stato buttato fuori dal programma. Dalla controparte non ho mai avuto una denuncia per calunnia.»

Perché ha deciso di uscire dal programma?

«Non funziona nulla. Vuole sapere l’ultima dimostrazione che ho fatto prima che uscissi dal programma?»

Prego, dica…

«Come fa un collaboratore sotto programma di protezione, in località protetta, senza documenti per l’espatrio, a partire dall’Italia per raggiungere Basilea, in Svizzera. Passare una settimana in quel posto e rientrare in Italia. Questo collaboratore sono io. Non funziona nulla. Ci sono collaboratori, posso fare anche nomi e cognomi, che appena hanno avuto gli arresti domiciliari hanno lasciato di nascosto la località protetta, sono rientrati nel proprio paese a fare reati. La questione è questa: se domani devo essere sentito dal PM arrivano le macchine blindate. Ma questa protezione serve solo per andare in Procura? Quando finisce tutto non c’è più protezione.»

Quindi il programma di protezione non funziona a livello di protezione?

«A livello di protezione. Poi ci sono degli operatori del NOP che discriminano, in senso che trattano pure male. Parliamo di persone che non sono nemmeno formate professionalmente. Ho dovuto sentirmi dire: ‘io prendo 1.300 euro al mese, me li devo sudare. Tu senza fare un cazzo…’. Ma come si permettono».

In passato ci sono stati degli episodi, come l’omicidio del fratello del collaboratore di ‘ndrangheta, inserito nel programma di protezione, ucciso sotto a casa a Pesaro. Secondo lei ci sono delle falle nel sistema?

«Sì, Bruzzese. Si parlava tanto del cognome scritto sul citofono. Ma gli operatori del NOP non si sono mai lamentati del cognome sul citofono. Ma ci andavano dal Bruzzese? A me è successo che, dopo i 180 giorni di collaborazione, in località protetta, spesso, mi sono incontrato con personaggi pericolosi, anche persone che ho fatto arrestare. Le falle ci sono, ma ne sono tante. Andrebbe tutto rifatto questo programma. È il PM che dovrebbe garantire la nostra protezione.»

Queste problematiche le ha comunicate?

«Sempre.»               

Lei ha ancora altre cose da dichiarare ai magistrati?

«Sì. Non le ho dichiarate subito perché non mi sono sentito tutelato. Parliamo di cose molto delicate.»

Molto delicate perchè riguardano solo Cosa nostra o anche gli apparati dello Stato?

«Anche gli apparati dello Stato.»  

Dichiarazioni mai fatte?

«No. Ho piena fiducia solo con Di Matteo.»

Lei lo sa che i personaggi dei Servizi che ha descritto potrebbero rientrare in altri “misteri” accaduti in questo Paese (stragi, omicidi, sparizioni, ect.)?

«Per questo ho paura. Anche se qualche soggetto non c’è più oggi, ci può essere qualche altro soggetto collegato a loro. E con la paura di arrivare a loro possono fare qualcosa.»

Quindi, lei teme più certi personaggi legati alle Istituzioni (deviate), rispetto ai mafiosi legati a Cosa nostra?

«Sì. Il personaggio che appartiene alle Istituzione è il classico mafioso con il “colletto bianco”. Ha più potere del mafioso di zona. Il vero mafioso è colui che è “colletto bianco”, il mafioso è colui che fa il lavoro sporco. Se oggi si deve parlare di mafia si deve parlare anche di politica. Se cosa mi ha detto un operatore del NOP?»

Cosa?

«‘Ma perché tu pensi che se Matteo Messina Denaro, o qualche altro boss della Sicilia, vuole arrivare a te, anche se sei sotto programma di protezione, non ci arriva? Ci arriva’. Che significa questo?»

Perché non sono arrivati a lei?

«Provenzano diceva che un pentito fa più danno da morto che da vivo.»

Lei come la interpreta questa frase?

«Che se oggi vai a toccare un pentito, gli vai a sparare – faccio un esempio -, si alza un polverone. Se ci sono dei mafiosi che stanno facendo affari succede un terremoto, perché iniziano perquisizioni, indagini. Queste cose di solito si fanno quando si dimentica, dopo dieci anni, dodici anni. Ma sa come va a finire? ‘Ma quello è stato ucciso, ma sicuro Cosa nostra lo ha ucciso. O si è rimesso in qualche cosa, con qualche amante’. Cercano di non far collegare quello che è successo alla mafia.»

Vogliamo chiudere con un appello?

«A tutti coloro che sono in queste situazioni: collaborate, l’unica cosa è collaborare. E dare voce alle nuove generazioni, loro porteranno avanti questa cosa. Non bisogna abbassare la testa. Bisogna alzare la voce, solo parlando si può combattere la mafia. Non c’è cuscino più morbido di una coscienza pulita, vivendo onestamente. Pentitevi, dico ai mafiosi, pentitevi. Starete meglio, fatelo per le nuove generazioni e per i nostri figli. Un figlio che cresce in un ambiente mafioso diventerà un futuro mafioso. Per il bene dei nostri figli tronchiamo questa cosa con la mafia. Oggi sono felice di quello che ho fatto. Piano piano sto riacquistando la mia dignità, ci vuole tempo. Non si acquista in pochi giorni.»

Ma se avesse di fronte Messina Denaro cosa direbbe?

«Di parlare e far cadere lo Stato italiano. Matteo Messina Denaro sarebbe in grado di far cadere tutto, a cominciare dagli anni Sessanta, Settanta. Ma non gliele lascerebbero fare queste dichiarazioni.»

Potrebbe cadere dalla branda come Provenzano?

«Io penso che Provenzano è stato picchiato. Queste cose in carcere non esistono. Una persona di spessore non viene toccata. La guardia penitenziaria non si permette di toccare queste persone. A Sergio Flamia, ci sono le sue dichiarazioni, lo andavano a trovare in carcere con i tesserini di avvocati, che poi non erano iscritti all’Albo degli avvocati.»

Chi andava a trovarlo in carcere?

«Quelli dei servizi segreti. Hanno preso i tabulati e hanno verificato. È stato visitato da questi avvocati, con nomi falsi. Come fanno questi ad avere un colloquio in carcere con questi personaggi? Ci fu quella politica siciliana (Sonia Alfanonda) che disse che Provenzano aveva lanciato dei messaggi. Però poi si fermò. E chi lo dice che qualcuno è andato la e lo ha fatto spaventare? Sono tanti i misteri. Oggi la mafia bianca è molto più pericolosa.»         

2 parte/fine

© Riproduzione vietata

Prima parte. «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

TERZA PARTE. L’inchiesta «Passepartout», che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (“Italia Viva”), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il pregiudicato Nicosia.

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

di Paolo De Chiara

L’ARROGANZA

Il Nicosia confidava anche alla Gallo (Giuseppa, il cui padre e il cui fratello, definitivamente condannati per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. erano – e sono ancora – detenuti)  di avere trovato il sistema per fare ingresso negli istituti penitenziari senza alcun problema o intralcio da parte dei Direttori…

NICOSIA Antonino: (incomprensibile) ma io non voglio creare problemi a lei perchè lei deve dichiarare che io sono suo collaboratore

GALLO Giuseppa : Ah ok

NICOSIA Antonino: per questo puoi stare serena, io mi testo sempre, io mi testo perciò il problema non si pone. Però quando tu vai col Dap il carcere ti aspetta, perchè il Dap cosa fa? Ti autorizza e manda la lettera al carcere e dice sta venendo Giuseppina Gallo, Antonino Nicosia e minchia lenta

GALLO Giuseppa: ah ah

NICOSIA Antonino: si preparano capito? si fa trovare il direttore con la cravatta, queste sono visite ispettive. Driin chi è? Chi siete? Sono l’onorevole Occhionero devo fare un’ispezione, tesserino della camera si entra e … (ride), il direttore c’è? No il direttore non c’è, ah bene. Nella relazione che poi faccio

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LE VISITE CON IL DEPUTATO

Antonino Nicosia informava dell’éscamotage (così come da lui espressamente definito nella citata conversazione del 4 gennaio 2019) anche il sodale Accursio Dimino, nel corso del dialogo intercettato il 28 febbraio 2019; in particolare il Nicosia gli spiegava che l’ingresso in carcere insieme a un Deputato gli consentiva innanzitutto di sfuggire alle inevitabili verifiche del D.A.P. preliminari all’autorizzazione all’accesso (che, già in una circostanza, a suo dire gli era stato negato verosimilmente perché egli gravato da precedenti penali) e, inoltre, di visitare tutte le sezioni dell’istituto penitenziario:

NICOSIA Antonino: allora, se io ci vado senza Deputato a fare la visita, ci vado come Radicale, devo chiedere l’autorizzazione al DAP …

DIMINO Accursio: al DAP, certo

NICOSIA Antonino: il DAP poi comunica

NICOSIA Antonino: entrare… ci vado all’improvviso, capito?

DIMINO Accursio: ci puoi entrare in qualsiasi momento

NICOSIA Antonino: entro di notte pure… ad Agrigento ci sono andato di notte

DIMINO Accursio: ci sei andato solo o con lei?

NICOSIA Antonino: con il Deputato ci devo andare, per forza

DIMINO Accursio: eh

NICOSIA Antonino: tesserino della Camera dei Deputati e il Deputato insieme, non ci posso andare da solo, dovrei essere Deputato io per andarci da solo

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MAPPINA (piccola mappa)

Il Nicosia rivelava al sodale mafioso che, attraverso l’ingresso nella struttura penitenziaria, sarebbe riuscito ad arrivare addirittura a parlare con i detenuti all’interno della loro cella, anche quelle collocate nelle sezioni ove, per ragioni di sicurezza o di altra natura, non è possibile accedere. E ciò perché, proprio in ragione della presenza ufficiale del Deputato, il carcere avrebbe dovuto fornire finanche le mappe della struttura:

NICOSIA Antonino: e mi posso portare chi voglio… ma questi non sono abituati a fare visite con quelli che il carcere lo conoscono, capito? Sono abituati che vanno là, non sanno dove minchia andare… io vado, io entro dentro le celle

DIMINO Accursio: dentro le celle, si

NICOSIA Antonino: io voglio entrare dentro le celle… dice… ma, deve fare più niente?… ma perché … gli ho detto… abbiamo finito di visitarlo il carcere?… ah … dice… lo dobbiamo visitare tutto? … tutto, certo! … io quando arrivo, gli chiedo la mappa del carcere

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

L’ESTORSIONE

Davvero rischioso e pericoloso, in questo caso, il compito svolto dal Nicosia: “agganciare” riservatamente il detenuto e fare in modo che questi autorizzasse l’estorsione e quindi continuasse, nonostante la detenzione, a esercitare il potere di controllo sugli affari della famiglia mafiosa. Così nella conversazione fra i due del 2 maggio 2019:

NICOSIA Antonino: (bisbiglia questa frase che segue, ndr) io lo vado a trovare … io lo vado a trovare a quello io … lo vado a trovare… lo vado a trovare

MANISCALCO Domenico: eh…

NICOSIA Antonino: con la Deputata… ho l’incarico alla Camera io ora

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO e la RISATA POCO ONOREVOLE

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco (come già ricostruito supra, effettivamente là allocato quel giorno), Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Assume rilievo la circostanza che il Sacco, infatti, è stato condannato all’esito di un lungo processo che ha dimostrato le sue pericolosissime connivenze con politici, amministratori, personaggi influenti, connivenze tutte messe a disposizione di Cosa nostra e finalizzate a “consentire a uno dei suoi capi riconosciuti, Messina Denaro Matteo, di acquisire la gestione ed il controllo di numerose iniziative imprenditoriali finalizzate allo sviluppo ed alla realizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (in particolare eolica e fotovoltaica) sia in provincia di Trapani che in altre zone della Sicilia”.

Il Nicosia, dopo aver rivelato alla donna di conoscere il Sacco da diverso tempo, le riferiva di aver raccomandato al detenuto di “cucirsi la bocca”:

N: Santo Sacco è un bravo ragazzo, che deve legarsi al dito, basta che esce dal carcere. L’unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca … se si cuce la bocca … perché io ancora non lo vedo io

O: pronto?

N: pronto per uscire … vero ti dico ….

Oahahahah (risata)

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

CARTA INTESTATA DELLA CAMERA

Nel prosieguo del dialogo, inoltre, si comprendeva che Santo Sacco, in carcere, aveva ricevuto dal Nicosia una lettera scritta su carta intestata della Camera dei Deputati; lettera che, come espressamente previsto dall’art. 18 ter o.p., non è sottoposta né a limitazioni né a controlli in quanto proveniente da membro del Parlamento. Il dialogo intercettato, dunque, lasciava intuire che il Nicosia era addirittura riuscito a procurarsi uno strumento sottratto direttamente dalla legge a qualsiasi verifica, per comunicare con gli associati mafiosi detenuti:

….

NICOSIA: a Trapani hai visto, ma perchè lui è convinto che comanda lui a Trapani perché quello è amico suo il comandante … io immagino la scena appena quello gli ha portato quella e-mail … gli avrà detto “il mi auguro che lei non abbia stropicciata questa cosa” perchè questa me la manda l’amico mio … cioè me la stà mandando l’amico mio … cioè questa è l’onorevole amica mia (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: e ai compagni di cella chissà cosa minchia gli ha … io ve l’ho detto che quelli sono venuti a farmi gli auguri, guardate qui … (ride)

OCCHIONERO: (ride)

NICOSIA: la carta intestata della Cameracioè io sono Santo Sacco, pure qua dentro, capito, la carta intestata della Camera

OCCHIONERO: gli è piaciuta?

NICOSIA: ma certo, la carta intestata della Camera, gli potevo mandare una cosa così? Mi sono fatto dare un blocchetto di carta intestata Camera dei Deputati

OCCHIONERO: bravo!

NICOSIA: con la firma sotto perchè ho firmato tutte e due, gli ho messo Onorevole … e lui questa cosa la porterà in giro come fidanzata …

OCCHIONERO: Amoooreee (in senso di compassione per SACCO, ndr)

NICOSIA: … come una fidanzata, sezione sezione. Io sono Santo SACCO, io sono Santo Sacco anche in galera! Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano … non si scherza (ride)

OCCHIONERO: a posto … (ride)

NICOSIA: esatto, attaccau … e la Procura di Sassari mette le … mette le cose .. le microspie

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA MISSIONE

L’impegno del Nicosia per Santo Sacco era tale che, dalle conversazioni registrate successivamente, si comprendeva che l’indagato aveva sollecitato la Occhionero ad attivarsi per far trasferire il detenuto dalla Casa circondariale di Nuoro (ove era effettivamente detenuto) a quella di Roma perché, da tale trasferimento, per ragioni allo stato non perfettamente decifrabili, lei avrebbe potuto ottenere, sempre a detta del Nicosia, un servizio di scorta e così evitare faticose trasferte in treno dal Molise (luogo di residenza del Deputato) a Roma. Di seguito la trascrizione del dialogo intercettato il 27 febbraio 201981:

NICOSIA Antonino: questa è una cosa che…appena…appena riesci a fare spostare Santo Sacco da…da Nuoro a Roma

Donna: appena esce

NICOSIA Antonino: sta cosa la devi sistemare

Donna: vediamo un po’

NICOSIA Antonino: la logistica

Donna: eh si…sistemeremo…la logistica è importante

NICOSIA Antonino: la logistica è fondamentale

Donna: le infrastrutture…eh eh…

NICOSIA Antonino: esatto

Donna: sono tutto

NICOSIA Antonino: magari

Donna: eh si

NICOSIA Antonino: magari ti mette a disposizione una macchina da Roma per viaggiare verso il Molise

…  

Donna: cioè, perché, si, anche qui è così, quindi ce ne sono di cose da fare, quando esce Santo

NICOSIA Antonino: e ne ha di lavoro, poverino

Donna: oh, si si si, a voler lavorare ne ha quanto ne vuole

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

BASENTINI

L’argomento veniva ripreso il 4 marzo 2019, allorquando il Nicosia sollecitava nuovamente e in modo sempre più insistente il Deputato a far trasferire Santo Sacco:

Donna: ah… a proposito ma a … mica gli si può chiedere di intercedere su un trasferimento

NICOSIA Antonino: come gioia

Donna: una mia amica che lavora in Tribunale

NICOSIA Antonino: eh…

Donna: si è fidanzata con uno che lavora all’ufficio amministrativo del carcere di Larino

NICOSIA Antonino: eh certo che possiamo intercedere

Donna: e vorrebbe essere trasferito in tribunale

NICOSIA Antonino: sì vabbè lo possiamo fare

Donna: possiamo farlo secondo te

NICOSIA Antonino: certo attraverso… chiediamo

Donna: Basentini (Basentini Francesco ndr)

NICOSIA Antonino: no chiediamo prima a un sindacalista e poi ci muoviamo fatti dare tutti i dati

Donna: già ce li ho

NICOSIA Antonino: eh okay

Donna: ma … mi ha detto che è il Capo del DAP, ma io ho detto Basentini e lei ha detto si ma perché lo conosci e il presidente del tribunale ha detto che serve l’autorizzazione del Capo di… del DAP

NICOSIA Antonino: eh… vabbè prima però passiamo da… da un sindacato, andiamo direttamente da lui a fare questa cosa no, se la possiamo fare senza disturbarlo la facciamo no…

Donna: eh… eh… ma come lo contattiamo cioè non si può (parola incomprensibile)

NICOSIA Antonino: andiamo al DAP Giusy, andiamo al DAP, andiamo a parlare con un segretario generale di un sindacato quelli vicini a noi quelli che… che ci stanno seguendo

Donna: eh… allora dobbiamo farla questa cosa

NICOSIA Antonino: eh… certo che lo facciamo eh… perché siamo qua anche per queste cose siamo qua no sennò

Donna: almeno questi… cioè almeno questi favori perché sennò io non riesco cioè a (parole incomprensibili)

NICOSIA Antonino: se ti dico di sì, se ti dico di sì, si può fare certo che si può fare

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

LA CAZZIATA: «ONORE’ NON PARLARE A MATULA…»

Il rapporto fra Nicosia e l’associato mafioso di Castelvetrano era tanto stretto che tre giorni dopo, il 7 marzo 2019, la “ambientale” collocata all’interno dell’autovettura in uso all’indagato (l’ennesima presa a noleggio) registrava la sua voce che inoltrava a qualcuno da lui chiamata “onore’” (e dunque verosimilmente identificabile in Giuseppina Occhionero) un messaggio vocale nel quale la redarguiva pesantemente, giungendo quasi a minacciarla, in seguito probabilmente ad alcuni commenti negativi che la donna aveva proferito su Santo Sacco:

Voce Nicosia: Onore’ non parlare a matula onore’ non parlare a matula, già stai parlando a matula … Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece, che non è giusta questa cosa, meno male che non ti sente perché per quest’ora dorme alle tre si fa il riposino perché altrimenti lo chiamerei per dire che cosa mi hai detto, non si fanno queste cose”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«ONORE’ TRATTALO BENE LO ZIO SANTO SACCO»

Voce Nicosia: Onore’ non è che fai finta che non capisci le cose e te le facciamo passare lisce a matula, a matula, a matula, parli a matula, a matula, a matula significa parli inutilmente dice minchiate e non è permessonon è permesso altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se viene lo capisci chi può venire manco se… e manco se porti Bersani che tu dici che può fare tutte cose… a Selinunte cous cous non ne mangia nessuno cioè non parlare a matula trattalo bene lo zio Santo Sacco vedi che ti ha mandato pure la fotografia del giornale la copia del giornale ti dice che non c’entrano più niente loro perché non so… non sono più al comando (ride) cioè Santo Sacco praticamente che è caduto in disgrazia”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale, 7 marzo 2019

SAN MATTEO (Messina Denaro)

Voce Nicosia: noi preghiamo San Matteo…tutti i Matteo…tutti…tutti tutti…tutti…quelli buoni quelli cattivi…tutti i Matteo…San Matteo proteggici…proteggici San Matteo…mai contro a San Matteo…mai contro a San Matteo…Onorevole Occhionero…mai mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai…mai contro a San Matteo, per ora c’è San Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo San Matteo…grazie San Matteo per quello che ci dai tutti i giorni…grazie…grazie…grazie” .

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA, messaggio vocale del 25 marzo 2019

Per approfondimenti:


– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

– La famiglia mafiosa di Sciacca

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

da WordNews.it

La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

NICOSIA-OCCHIONERO. Sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa).  Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie».

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

di Paolo De Chiara

Ma che fine ha fatto l’inchiesta “Passepartout” condotta dai magistrati siciliani? E Nicosia? E il “primo ministro” (Matteo Messina Denaro)? E le intercettazioni? E Santo Sacco (componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano)? E la carta intestata della Camera dei Deputati? E l’Onorevole molisana Occhionero (Italia Viva)?

Qualche ora fa sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa). 

Ora la palla passa nelle mani del Gup Fabio Pilato. L’udienza preliminare è prevista per il 9 settembre 2020.

Antonello Nicosia, l’assistente della parlamentare molisana è ancora in carcere, dal giorno del suo arresto. Dal 4 novembre scorso. Insieme ad Accursio Dimino.  

Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie». Noi, non la ringraziamo.

“PASSEPARTOUT”

Il provvedimento nasce dall’attività investigativa sulla famiglia mafiosa di Sciacca. «L’attività di indagine è stata avviata in seguito alla scarcerazione di Accursio Dimino, più volte condannato per il delitto di cui all’art.416 bis». Grazie alle intercettazioni, ai servizi di osservazione, ai pedinamenti è emerso l’intreccio tra mafia e politica

L’assistente della parlamentare molisana, il detenuto Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato definito «un poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo». Una fedina non proprio immacolata. Arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Agrigento, «per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operanti nei territori di Siculiana, Porto Empedocle e Agrigento». Sentenza confermata dalla Corte d’appello di Palermo nel 2006. Diventata definitiva. Un profilo criminale consolidato nelle sentenze

Nel corso degli anni Nicosia ha tentato di rifarsi una verginità: prima in associazioni e imprese, poi come docente (così si presentava) di “sociologia trattamentale carceraria” presso l’Università di Palermo e di “storia della mafia” (un vero esperto in materia) all’Università di Santa Barbara in California. Innumerevoli le cariche ricoperte, tra cui quella di direttore del Centro studi “Pedagogicamente”.

Si è fatto portavoce dei diritti dei detenuti. Diverse le iniziative intraprese per il miglioramento del trattamento penitenziario e delle condizioni carcerarie. Il 1 novembre del 2017 arriva l’elezione al Congresso dei Radicali, diventa membro del Comitato nazionale.

Agli inizi del 2019 inizia la collaborazione, «ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti», con la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali” (passata successivamente in “Italia Viva”).

A cosa si deve questo incontro? Chi ha presentato Nicosia alla Occhionero? La deputata molisana in quale occasione ha incontrato questo “stinco di santo”? Perchè la scelta è passata senza filtri? Perchè per fare il bidello bisogna produrre il proprio certificato penale e per fare l’assistente parlamentare si possono avere condanne gravissime (Nicosia è parte integrante dell’associazione mafiosa) senza controlli? Chi sapeva? Chi non ha controllato? Perchè è stato scelto proprio Nicosia? 

Questo soggetto, è la sua voce che spiega tutti i passaggi e tutti i particolari, entrava nelle carceri per incontrare i mafiosi come lui («la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata datata nel tempo»). Ed entrava perchè assistente parlamentare di un deputato della Repubblica italiana. E faceva pure il “padrone” nelle strutture carcerarie. Lo dice lui. E’ lui che si vanta, che spiega, che racconta. Che parla. E’ lui che utilizza la carta intestata della Camera dei Deputati, con l’assenso della parlamentare molisana.

«I rapporti stretti con l’Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti».

I due parlano molto al telefono. Si scambiamo pareri, si chiedono favori. Parlano di Santo Sacco (l’esponente della famiglia di Castelvetrano e uomo di Matteo Messina Denaro), ridono, scherzano. Parlano del “primo ministro” (il latitante Denaro, la primula rossa di Cosa nostra). Pagine e pagine di conversazioni trascritte. 

Il 23 dicembre del 2018 Nicosia avvisa la parlamentare: «non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…». La previsione è stata quasi azzeccata.     

Il 7 marzo 2019 la redarguisce pesantemente: «Onorè non parlare a matula (a vanvera, nda)… onorè non parlare a matula, già stai parlando a matula… Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece…».

Solo alcuni esempi per capire il rapporto tra i due. Ma l’Onorevole ha mai informato qualcuno? Ha preso tutto come uno scherzo o era consapevole di questi nomi? Questa deputata può continuare a rappresentare il popolo italiano? La questione giudiziaria è una cosa e seguiremo gli aggiornamenti nei prossimi mesi. Ma la questione è anche, e soprattutto, politica. Cosa dice il suo partito? Cosa dice Renzi? E’ opportuno avere un soggetto del genere in Parlamento?

Nicosia Antonino, detto Antonello 

«Si è adoperato», secondo i magistrati, «per favorire più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonchè al fine di veicolare messaggi fra loro e l’esterno. Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art.416 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi».

Il pregiudicato cambiava la macchina ogni mese per evitare le cimici, per far impazzire gli inquirenti (“…possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta…”). E’ rimasto fregato dalla sua arroganza. 

Stretti sono i suoi rapporti con Dimino. Insieme parlano, pianificano strategie, estorsioni, initimidazioni, danneggiamenti, omicidi. Insieme cercano di spostare i propri affari negli Stati Uniti d’America. Il piano salta e arriva il carcere. Per entrambi.

Dimino Accursio, detto Cussu Matiseddu  

Professore di educazione fisica e imprenditore ittico. Uomo di fiducia di Salvatore di Gangi, capo della famiglia mafiosa di Sciacca. Già condannato, definitivamente, per partecipazione ad associazione mafiosa.

Uomo d’onore, affiliato alla famiglia di Sciacca. In stretti rapporti con i componenti della famiglia di appartenenza e con i vertici delle altre articolazioni territoriali. Ha avuto rapporti con gli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, ha partecipato a progetti omicidiari, ha ricevuto un pizzino scritto da Matteo Messina Denaro. Inoltre ha avuto contatti anche con le articolazioni di Trapani, infatti, è stato destinatario di una lettera inoltrata da un importante esponente mafioso di Castelvetrano (“verosimilmente Matteo Messina Denaro”).

Paolo e Luigi Ciaccio

Due fratelli gemelli, a dispozione di Dimino e Nicosia «per svariate esigenze e necessità»    

Massimiliano Mandracchia

Commerciante di Sciacca, «stabilmente a disposizione di Accursio Dimino». Secondo gli inquirenti «in diverse occasioni è stato accertato che proprio il Mandracchia ha svolto il ruolo di indispensabile tramite fra il Dimino e gli altri indagati per consetire loro di intrattenere comunicazioni e scambiarsi messaggi utili senza entrare direttamente in contatto e, quindi, ostacolando le indagini in corso volte alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati e all’accertamento delle vicende associative che li riguardavano».

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

da WordNews.it

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: