Tag: ndrangheta

MAFIE IN MOLISE #tuttimuti

#tuttimuti
“Nel circondario di Isernia sono domiciliati alcuni soggetti contigui al clan dei CASALESI ed ai MALLARDO. Il 23 febbraio 2017, uno dei figli del capo del clan SCHIAVONE, dopo un periodo di detenzione è stato sottoposto al regime degli arresti domiciliari a Macchia d’Isernia (IS), presso l’abitazione della convivente”.
#dia #relazioni
DIA, Ministero dell’Interno, relazione semestrale, volume secondo, dicembre 2018

“Il sistema di protezione non funziona”

Pesaro, via Bovio. Il luogo del delitto. fonte Corriere.it 

Dopo l’omicidio Bruzzese un testimone di giustizia denuncia i limiti dello Stato   

“Il sistema di protezione non funziona”

L’appello: “Immediate dimissioni del presidente Gaetti e del ministro Salvini”
di Paolo De Chiara

Un agguato nel giorno di Natale. Un messaggio per tutti i testimoni e i collaboratori di giustizia. La morte di Marcello Bruzzese, fratello di un ex appartenente alla ‘ndrangheta, dagli anni 2000 collaboratore di giustizia, non può essere interpretato solo come un chiaro messaggio al congiunto pentito, ma può diventare, anche indirettamente, un fattore destabilizzante per tutti gli altri. A Pesaro, con questo omicidio, probabilmente, si è giunti al punto di non ritorno. Bruzzese era un soggetto sottoposto a speciale programma di protezione, i due killer a volto coperto lo hanno atteso sotto casa, l’abitazione concessa dal Ministero dell’Interno. Il fatto è gravissimo. Come facevano gli assassini a conoscere i suoi movimenti? Come hanno scoperto i luoghi segreti e protetti frequentati dal fratello del collaboratore di giustizia? Il programma di protezione non funziona? Ne abbiamo parlato con un testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato appartenenti alla criminalità organizzata e colletti bianchi. Un sistema criminale ed economico che ha impiantato le sue radici in questo Paese orribilmente sporco. Per questioni di sicurezza non sveleremo le generalità del testimone, per meglio affrontare la sua personale esperienza nel programma di protezione. «Il Servizio centrale di protezione  – ha esordito – non dà i documenti di copertura. Il tutelato, nella cosiddetta località protetta, vive con il proprio nome e cognome e svolge azioni di quotidianità facilmente rintracciabili.»

Spieghi meglio cosa vuole dire.

«Ad esempio andare in farmacia e comprare un medicinale, il tutto con il codice fiscale che va a finire all’Agenzia delle Entrate dove non vi è una copertura e dove qualsiasi persona, che abbia un’amicizia con qualcuno o una qualche un’influenza, può facilmente vedere dove è stato acquistato il prodotto. Altro esempio: fare una ricarica telefonica. Se si fa una ricarica e il numero non è protetto o schermato o intestato ad altro ente o ad altra persona, basta un’amicizia nei gestori della telefonia per vedere da quale tabaccaio è stata fatta la ricarica telefonica. Lo stesso può succedere se, in un atto di ingenuità, si va a fare la revisione dell’auto presso un’officina della città. Basta un’amicizia al Pra (pubblico registro automobilistico) e con il codice fiscale si può risalire all’auto e si vede dove è stata fatta la revisione.»

Questo non è un programma di protezione.  

 «Ma, infatti, sono anni che dico che è un programma di alimentazione. L’unica cosa che questo apparato gestisce sono i circa 82 milioni di euro all’anno. Ti danno un alloggio e un mensile. Dopodiché il tutelato, nella località protetta, non ha nessun tipo di scorta, se non un referente dei carabinieri o della polizia che saltuariamente vede.»

Di chi sono le responsabilità? Della Commissione centrale o del Servizio centrale di protezione?

«Le responsabilità sono da imputare a tutto il sistema, perché sono anni che i vari governi e i vari presidenti di Commissione volevano riformare il Servizio centrale di protezione, perché carente.»

Carente in cosa?

«Carente nel sistema, carente nella protezione. Ci sono stati vari episodi in passato dove non c’è stato il morto, ma ci siamo andati molto vicini. Il problema è che i vari politici di turno, che cambiano, subiscono questo potere indiscriminato, quasi da personaggi impuniti. Non dimentichiamo che il Servizio centrale di protezione, che ha sede a Roma, è un servizio interforze, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, dove i cosiddetti referenti sono persone che sono lì da più di quarant’anni.»

Lei può fornire una testimonianza diretta?

«Sono stato varie volte presso il Servizio centrale, ho transitato nei corridoi e posso dire che non c’è la minima riservatezza e segretezza. Ho notato documenti riservati buttati sulle scrivanie o, tante volte, negli armadi aperti.»

Chiunque può entrare, senza controllo,  in quei corridoi?

«Sicuramente c’è una selezione all’ingresso, ma quei luoghi sono frequentati anche dai collaboratori che poi, alla fine, possono uscire dal programma e, poi, ci sono molti civili che ci lavorano. A me viene sempre il dubbio di come poca attenzione venga messa nella tutela dei documenti. E poi devo aggiungere una cosa gravissima…»

Prego, aggiunga…

«A me, circa tre mesi fa, mi fu consegnata da parte del Servizio centrale, in maniera erronea, una notifica di due soggetti, presenti nella mia stessa Regione di protezione e io, oggi, conosco dove vivono queste due persone. E se fosse successo pure con me?»

Lei ci vede buona fede in questi errori?

«Vedo superficialità. La vita di un testimone e di un collaboratore non viene reputata importante. Non ci dobbiamo dimenticare che a tutti gli appelli dei testimoni di giustizia, che molte volte chiedono degli aiuti, perché in località segreta si accorgono di aver visto alcune persone, loro rispondono dicendo che siamo dei rompicoglioni.»

Chi esercita il “potere indiscriminato”?

«Oggi al Ministero vi sono molte persone appartenenti ai Servizi segreti dell’epoca di La Barbera e di Contrada.»

Cosa vuole dire?

«Sono lobby che durano nel tempo. Gli stessi fanno le cosiddette carriere, sono intoccabili e sono quelli che veramente comandano. Cambia la politica, cambiano i membri della Commissione, ma le decisioni vengono prese sempre dalle stesse persone che siedono nelle stanze di comando.»

Voi testimoni state protestando contro alcuni membri di questo Governo. Non è cambiato nulla?

«Noi abbiamo una testimone di giustizia (Piera Aiello, ndr) in Parlamento che ha dichiarato più volte che non può fare nulla. A noi questo, veramente, ci fa cascare il mondo addosso. Una testimone di giustizia che ha vissuto le stesse nostre problematiche, oggi, ci dice che non può fare nulla. Ma perché non può fare nulla? Che cosa impedisce a un Governo di poter risolvere le problematiche di ottanta, novanta persone? Non vi è volontà. C’è da registrare la mancata valorizzazione e interesse affinché il testimone di giustizia possa vivere. Di chi denuncia, allo Stato, non gliene frega niente. È solamente un metodo per la magistratura, certe volte latitante, per arrivare agli arresti, per poter aprire filoni di indagine e, poi, una volta spremuti come limoni i testimoni vengono totalmente abbandonati.»

Perché non vi è volontà?

«A questo punto penso che deve arrivare un messaggio diretto a chiunque denunci, che dopo la denuncia si aprirà il girone dantesco infernale di una sofferenza fine pena mai. Parecchia gente mi ha contattato e mi ha detto che quello (Marcello Bruzzese, ndr) era il fratello di un criminale e chissà loro quanti ne hanno uccisi. Ma il punto è un altro: nel momento in cui un soggetto entra in un sistema tutorio, con protezione in località protetta, deve fidarsi dello Stato e lo Stato ha il dovere di proteggerlo. Se delle persone sono arrivate nella cosiddetta località protetta, che poi è una località super sgamata, perché si sa benissimo che tra Pesaro, Senigallia e Ancona vi sono una quantità maggiore di collaboratori e testimoni, allora a questo punto, che sia il fratello di un collaboratore o un collaboratore o un testimone, il problema è che il sistema è fallato. La cosa più grave è che io, alle 15:39 del giorno 26 dicembre 2018, non ho sentito alcun tipo di attestato di vicinanza da parte degli organi istituzionali, ma neanche da parte della deputata (Aiello, ndr), che avrebbe dovuto sposare da anni la battaglia di noi testimoni di giustizia.»

I poli fittizi sono luoghi sicuri?

«Il problema degli appartamenti è che troppo spesso vengono ruotati, per diversi testimoni e collaboratori di giustizia e, quindi, sono noti a diverse persone. Il soggetto tutelato diventa un bersaglio. Proprio in queste località alcuni testimoni dovettero andare via perché, ad esempio, a scuola i loro figli venivano discriminati. Gli stessi venivano etichettati come figli di pentiti.»

L’episodio di Pesaro potrà destabilizzare o influenzare le scelte dei testimoni e dei collaboratori?

«L’episodio di Pesaro, in una Nazione seria, dovrebbe portare a scelte nette: la prima cosa da fare sarebbe quella di sollevare dal suo compito il direttore del Servizio centrale, il generale di brigata Aceto. Dopodiché dovrebbero essere sollevati i comandanti provinciali e il questore e, dopodiché, bisognerebbe aprire immediatamente un tavolo di intesa per capire ogni singolo testimone, ogni singolo tutelato in che posizione vive, valutando tutte le rimostranze fatte. Le istanze che facciamo noi non ricevono risposta.»

Lei come ha vissuto questa notizia?

«Io vivo segregato in una casa, ho limitazioni di spostamenti e ho una paura quotidiana di morire. Anzi, mi reputo già morto. Vivo questa notizia come un messaggio devastante. ‘Quando decidiamo di venirvi a prendere lo facciamo’, questo è il messaggio.»

Conviene, a questo punto, denunciare le mafie?

«Conviene denunciare le mafie, ma non conviene entrare in un programma di protezione. Se una persona deve essere sradicata dalla propria terra, deve cambiare dodici località, ti distruggono le famiglie causando problemi ai figli, problemi psicologici, con un mancato reinserimento socio-lavorativo perenne, a questo punto, che venga smantellato questo sistema di protezione, che non fa altro che foraggiare gli interessi economici di determinate lobby, per mantenere un sistema che costa circa 82 milioni di euro. Nessuno si assuma più le sue responsabilità e il testimone si fa vivere a casa sua. Ma il problema di farlo vivere a casa sua lo abbiamo con le Prefetture, che non danno le tutele e sono, completamente, contro ogni tipo di testimone di giustizia.»

Lei ha vissuto delle situazioni al limite, che si possono avvicinare all’episodio di Pesaro?

«Certamente. Da testimone ho dovuto cambiare nove località, perché in due occasioni siamo stati scovati e non per colpa nostra. Fortunatamente, in quei momenti, la mia abilità nel capire un pericolo è stato l’elemento che ci ha salvati. Non dimenticherò mai, all’epoca vivevo in una località del centro Italia non lontano da dove è successo l’omicidio, che quando telefonai a questo luogotenente riferendo della presenza di persone con tuta ginnica e con le scarpette da ginnastica, con tipici volti dell’area napoletana, lui mi disse ‘chiudetevi in stanza’, aggiungendo che noi ci stavamo impressionando. Dopo due ore accertarono che queste persone fermate e identificate, avevano precedenti penali, erano delle mie zone di origine e non seppero giustificare la loro presenza in quella Regione. Noi restammo chiusi per nove ore in una stanza di albergo, con un mobile dietro alla porta e fummo sbattuti in un’altra Regione. Anche in quell’altra Regione ci fu un errore madornale: ci condussero in una città dove viveva il commercialista dei criminali che io avevo denunciato. E anche in questa occasione mi dissero: ‘come fai saperlo che quello è il commercialista dell’organizzazione criminale?’. Poi quando andarono a controllare mi dissero di non far uscire fuori questa notizia. Ma io lo scrissi al mio magistrato.»

Che fine fecero i soggetti individuati?

«Dopo poco furono rilasciati perché non avevano alcun tipo di limitazione, ma la cosa strana è che soggiornavano nell’albergo dove noi dormivamo. Persone con precedenti di reati per camorra.»

Vuole fare un appello?

«A tutti i testimoni di giustizia dico di unirci e di chiedere le immediate dimissioni del presidente della Commissione centrale, il dott. Gaetti, e del Ministro dell’Interno. Voglio ribadire un’altra cosa: anche se fosse vero ciò che ha detto Salvini, allora, io sono libero di poter tornare nella mia città. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che lui, in un anno, sconfiggerà le mafie e se veramente ci riuscirà, una cosa che è soltanto una grande fesseria, noi saremo tutti liberi di tornare nelle nostre terre.»             

Il ministro dell’Interno, Salvini
Il presidente della Commissione Centrale, Gaetti

FIRENZE LIBRO APERTO, 28 settembre 2018 #ilcoraggiodidireNo

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Presentazione del libro “Il coraggio di dire NO – Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta” con l’autore Paolo De Chiara, Salvatore Dolce, Procura nazionale Antimafia e l’editrice Rita Genovesi
#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo

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Treditre Editori
www.treditreeditori.it

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FIRENZE LIBRO APERTO, 28 settembre 2018
Presentazione del libro
IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo
la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta
di Paolo De Chiara
Nell’ambito della II edizione del Festival del libro FIRENZE LIBRO APERTO la casa editrice TrediTre Ed. ha presentato il libro “Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta” (2018, Nuova Edizione Aggiornata).

Liberi sulla Carta, Rieti #Lsc18

liberi sula carta tavolino

“La è la organizzazione criminale più forte al mondo. Bada la sua forza sul sangue, sulle parentela. Le uniche che possono alzare la testa sono le a

“l’Italia è una Repubblica fondata sulla . È iniziata con la strage della e continua fino ad oggi” a

“Nessun giornale pubblicò le lettere di Lea Garofalo. Nessuna indagine si aprì prima della sua morte. Iniziò tutto dopo la sua morte. Come diceva in Italia per essere credibili bisogna essere ammazzati”

Una storia terribile da conoscere e ricordare quella di Lea Garofalo. Il libro di ci aiuta a ripercorrere la vita della donna con documenti inediti, storia processuali e dettagli della vita di Lea

“È dal 1600 che combattiamo contro mafiosi, malavitosi e criminali di ogni genere. Se non li sconfiggiamo è perché in fondo non vogliamo”

“La forza della è ormai pervasiva. Voi mi dovete dire come faccio io a distinguere i soldi dell’economia reale da quelli dell’economia criminale” a

“Un paese senza memoria è un paese senza storia. Noi purtroppo siamo spesso un paese senza memoria”

da LIBERI SULLA CARTA

https://twitter.com/fiera_LSC

#civuolecoraggio Lea Garofalo, anteprima nazionale

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#civuolecoraggio è il leit motiv di quest’anno, ben rappresentato dal libro inchiesta di Paolo De Chiara “Il coraggio di dire no” dedicato a Lea Garofalo ‘la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta’ edizione nuova, aggiornata fino alla sentenza di Cassazione.

“Lea Garofalo è stata uccisa più volte nell’indifferenza totale. Falcone e Borsellino sono stati ammazzati perché tutti noi abbiamo girato la testa dall’altra parte. Non bastano le commemorazioni se non cambiamo individualmente ogni giorno i nostri comportamenti.- ha concluso l’autore, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo Ilaria Rambaldi nel 2014 –  La mentalità mafiosa è quella che ci spinge a non avere rispetto per gli altri pensando di essere migliori. Prendo in prestito le parole di don Milani che si interessò dei ragazzi esclusi, giudicati miseri anche intellettualmente ‘Ogni parola che non imparerete oggi è un calcio in culo che prenderete domani.’ Quanti ancora ne stiamo prendendo? Abbiamo timore di acquistare prodotti di una determinata area del sud pensando sia lì la ‘terra dei fuochi’ e non ci rendiamo conto che tutta Italia è coinvolta dal ‘business della monnezza’, vale più dello spaccio! Hanno iniziato al Nord e pian piano sono scesi fino al Sud. Ci vogliono far credere che Ilaria Alpi  e Miran Hrovatin siano andati in vacanza a Mogadiscio! No, Ilaria Alpi viene ammazzata perchè capisce che c’è un traffico internazionale che riguarda armi e rifiuti tossici. Le mafie ci sono, anche se alla guerra oggi preferiscono gli affari.”

da FORMAT RIETI.it

Una storia coraggiosa, oscura e brutale: un libro che è anche un’inchiesta su #LeaGarofalo, la donna coraggiosa che sfidò la #ndrangheta e che, per questo, fu condannata a morte e braccata fino a che non venne tolta di mezzo. Solo dopo la morte fu possibile dare seguito alle sue denunce ignorate e alle sue richieste d’aiuto, lasciate cadere da istituzioni e forze dell’ordine. Paolo De Chiara scrive un libro difficile: #IlcoraggiodidireNo per Treditre Editori. Intervista di Tommaso Caldarelli, video di Maurizio Rossi #civuolecoraggio

https://www.facebook.com/liberisullacarta/videos/2188981868005087/

 

libro antonia garofalo

 

 

 

 

 

 

LA STORIA DI LEA GAROFALO arriva alla Fiera dei Libri ‘LIBERI SULLA CARTA’ #coraggio

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IL CORAGGIO DI DIRE NO

Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

(Treditre Editori, 2018)

NUOVA EDIZIONE AGGIORNATA

fieraANTEPRIMA NAZIONALE

‘LIBERI SULLA CARTA’

X Edizione

FIERA DELL’EDITORIA INDIPENDENTE

Rieti, 14 settembre 2018

il coraggio di dire no

Venerdì 14 settembre 2018, alle ore 17.30, durante la rassegna letteraria LIBERI SULLA CARTA, la Fiera dell’editoria indipendente giunta alla X Edizione, verrà presentata, in anteprima nazionale, la nuova edizione aggiornata del libro IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (Treditre Ed., 2018). La drammatica storia di una donna ribelle calabrese che ha alzato la testa, non girandola dall’altra parte. Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato.

Il 5 maggio 2009 il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. A Campobasso. Il piano fallisce. Miseramente. Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Ma l’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. La uccidono brutalmente in un appartamento. Ma per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza. Però non riusciranno a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No. La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

L’autore, vincitore del premio nazionale di giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ nel 2014, oltre a riportare puntualmente tutti gli avvenimenti, ne documenta autenticità e drammaticità con documenti inediti, foto e testimonianze. La versione aggiornata del testo è arricchita di quattro nuovi capitoli, dal secondo memoriale inedito scritto da Lea, da un album fotografico composta da 36 fotografie e da interviste esclusive.  

 

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Il Coraggio di dire NO, appuntamenti

PDC con libro LEA

IL CORAGGIO DI DIRE NO 
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MAGGIO 2018, appuntamenti:

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LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!! #scuole

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CULTURA & LEGALITA’
Percorso formativo per gli studenti di Campobasso 

#insiemesipuò

 

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!!
15 dicembre 2017, ore 10:30
2° appuntamento con gli STUDENTI del Liceo Scientifico “A. Romita”

 

“La mafia teme la scuola più della giustizia,
l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”
Antonino CAPONNETTO

Cultura&Legalità secondo appuntamento al Liceo Romita di Campobasso

Secondo appuntamento con l’iniziativa ‘Cultura&Legalità‘, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso in collaborazione con il giornalista e scrittore Paolo De Chiara e l’Associazione ‘I Care‘. L’evento, dal titolo ‘Le mafie in Italia e in Molise… nessuno è escluso’, questa volta ha coinvolto gli alunni  delle classi quarte del liceo scientifico ‘Romita’ del capoluogo che, attenti, hanno ascoltato e interagito con gli ospiti che sono intervenuti.

A moderare l’incontro la giornalista Manuela Garofalo che ha subito dato la parola alla Preside dell’Istituto, la professoressa Anna Gloria Carlini che, ringraziando l’amministrazione per aver coinvolto la scuola in questa iniziativa, ha sottolineato che questi momenti si incarnano in quella che è l’offerta formativa del liceo.

L’Assessore alla Cultura al Comune di Campobasso, Emma de Capoa ha commentato che promuovere queste iniziative nelle scuole significa sottolineare sempre di più il ruolo della cultura e della legalità, aspetti fondamentali per lo sviluppo della persona e poi rivolgendosi ai ragazzi ha detto che “lo spirito critico e la libertà di pensiero sono fondamentali per analizzare la società in cui viviamo”.

Tra gli ospiti è intervenuta Palmina Giannino, testimone oculare e parente di vittime dei disastri ambientali di Venafro, che ha raccontato come si è trovata coinvolta, da testimone, nella questione dei rifiuti ambientali che da tempo coinvolge il territorio venafrano e che nel silenzio di tutti, comprese le istituzioni, ha trovato il coraggio per denunciare. “Ho visto e ho voluto raccontare e quando tutti mi dicevano che ero un eroe per quello che ho fatto ho detto che tutti averebbero dovuto farlo”. Rivolgendosi ai giovani studenti poi ha continuato che mafia, legalità ed ecologia sono tre parole che vanno insieme, se si vedono cose illegali  ha detto – si devono denunciare, io ho avuto il coraggio di farlo e se vedete qualcosa di illegale dovete dirlo”.

In merito a questa situazione la signora Palmina ha spiegato che il comune di Venafro ha fatto molto poco e ancora si sta aspettando il registro dei tumori e delle malattie rare e ha concluso categorica “chi ha rubato la nostra aria deve pagare”.

Tre anni fa dunque la testimone venafrana ha avuto il coraggio di smuovere una situazione che però dura da 30 anni e che coinvolge un territorio completamente inquinato, “un Molise nella mani della criminalità organizzata”, queste le parole del giornalista e scrittore Paolo De Chiara che nel suo libro ‘Il veleno del Molise – trent’anni di omertà sui rifiuti tossici’ racconta come sono andati i fatti e parlando quindi della nostra regione dice che chi la definisce isola felice “vuole nascondere sotto il tappeto problematiche che non si vogliono risolvere. Ancora oggi si parla di ipotetico traffico di rifiuti tra Pozzilli e Sesto Campano, ma ci sono fatti concreti e non ipotesi e già nel 2010  un’interrogazione parlamentare parlava di vero cimitero di veleni e ancora prima nel 2004 in un’altra  si parlava dell’arresto di Antonio Caturano che scaricava rifiuti tossici in quella zona. Dobbiamo sempre tenere i riflettori accesi, – ha continuato – solo così andiamo a risolvere il problema”.

Il giornalista ha sottolineato che è importante conoscere i fatti anche se molte volte su alcuni organi di informazione si leggono solo opinioni e i cittadini devono avere il coraggio di testimoniare ciò che di illegale vedono. I giovani – ha continuato De Chiara – devono invertire la rotta, tutti devono decidere da che parte stare, se essere schivi o uomini liberi e per essere uomini liberi bisogna sapere, avere la conoscenza e avere sempre la testa alta, per cambiare lo stato delle cose non dobbiamo girare la testa dall’altra parte, ma dobbiamo entrare in campo e fare il cittadino”. 

Il Tenente Colonnello dei Carabinieri Forestali di Isernia, Gianluca Grossi si è sempre occupato di ambiente e continua a occuparsi del problema delle ecomafie,“siamo una  specialità dell’Arma e ci occupiamo di proteggere l’ambiente e il nostro compito è quello, in caso di reati, di riferirlo alla magistratura. L’inquinamento ambientale – ha continuato – è qualcosa che riguarda ognuno di noi e nessuno può e deve sentirsi estraneo da questo. Ci vuole consapevolezza, l’inquinatore è un criminale e un ladro di futuro che compromette le generazioni future” e poi concludendo ha invitato i giovani a essere sempre impegnati e ha detto “ricordatevi che le strade corte non portano da nessuna parte, ma abbiate sempre fiducia,  coraggio e la forza di rialzarvi”.

Un incontro dunque formativo e pieno di riflessioni per i giovani studenti che hanno seguito con attenzione e interesse i diversi interventi e racconti che riguardano il nostro territorio, una terra non immune da situazioni che a volte ci sembrano troppo lontane.

MI

da Moliseweb.it

 

Il Coraggio di dire NO a SERRONE (Frosinone), 13 luglio 2017

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LA MAFIA UCCIDE, IL SILENZIO PURE.

Il Coraggio di dire NO a SERRONE (Frosinone), 13 luglio 2017
#ilcoraggiodidireNo #leagarofalo #ndranghetaMontagnadiMerda

ore 19.00 intervengono:
PAOLO DE CHIARA, giornalista e autore del libro “il coraggio di dire no”
WALTER BIANCHI, responsabile provinciale “Libera”
LAURA COLINNOLI, giornalista

20.30 Apericena con buffet
21.30 Proiezione del film “LEA” di Marco Tullio Giordana

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IL CORAGGIO DELLE DONNE #leagarofalo #feliciaimpastato, Milano, 10 giugno 2017

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IL CORAGGIO DI RESISTERE. Milano, 10 giugno 2017

Lea Garofalo e Felicia Impastato.
– Roberto Cenati, A.N.P.I. Milano e Provincia
– Pietro Colaprico, giornalista La Repubblica
– Paolo De Chiara, scrittore e giornalista
– Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato

Letture a cura dell’attrice Elisabetta Torlasco.

#leagarofalo #feliciaimpastato 
#ilcoraggiodidire #milano
#donne #ilcoraggiodelledonne

 

PER NON DIMENTICARE GIUSEPPE PINELLI…

 

IL CORAGGIO DI RESISTERE… #leagarofalo e #feliciaimpastato Milano, 10 giugno 2017

 

locandina

IL CORAGGIO DI DIRE NO a MILANO, giugno 2017

Silvia Pinelli: “Il 10 giugno vi aspetto alla Cascina Cuccagna per parlare di due donne che hanno detto “NO” alla mafia: Felicia Impastato e Lea Garofalo.

Perchè la resistenza non è mai finita (con Giovanni Impastato, Paolo De Chiara, ANPI, Associazione Cascina Cuccagna, Pietro Colaprico, Paola Kerpam e tutti quelli che vorranno esserci)”.

 

 

L’EVENTO SU FB

Ci sono silenzi più forti dei muri: Il coraggio di Resistere

 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a CHIUSA SCLAFANI, Palermo, 16 maggio 2017

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La storia di Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

CHIUSA SCLAFANI, Palermo

… con i favolosi ragazzi dell’Ist. ‘Reina’, Chiusa Sclafani, Palermo, 16 maggio 2017
#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo #ndranghetamontagnadimerda

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Borgia (Catanzaro)

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Borgia (Catanzaro)

28 gennaio 2017
#leagarofalo #ndranghetamontagnadimerda

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CATANZARO con i ragazzi dell’Ipsia,18 gennaio 2017

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CATANZARO con i ragazzi dell’Ipsia

#ndranghetamontagnadimerda
GRAZIE di Cuore a Rita Tulelli (presidente Ass. ‘Universo Minori), alla collega Stefania Abbruzzo, alla dirigente scolastica, ai docenti, ai tecnici e ai ragazzi per la bellissima iniziativa.
#insiemesipuò

LEA GAROFALO… #lascomparsa, 24 novembre 2009

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LA SCOMPARSA DI LEA, Milano, 24 novembre 2009…

per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo #milano #arcodellapace #scomparsa#clancosco #vigliacchi #ndrangheta #montagnadimerda

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a URBINO e PESARO 28 e 29 ottobre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a URBINO e PESARO
28 e 29 ottobre 2016

– Venerdì 28, ore 11:00 con gli Studenti dell’ I.I. Raffaello di Urbino
Ore 19.30 presso il Caffè del Sole (Urbino)
– Sabato 29, ore 9:00 con i ragazzi del Centro per l’impiego e la formazione di Pesaro


#insiemesipuò
#leagarofalo #lea #donnacoraggio #urbino #pesaro #noallamafia#sensibilizzareovunque #mafieMontagnadiMerda

rosa-gialla

“E’ stata calpestata la dignità di Lea Garofalo”

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Mappano, la panchina dedicata a Lea

 

Ho terminato di leggere il libro di Paolo De Chiara, “Il Coraggio di dire no”, sulla triste e tragica vicenda di Lea Garofalo. Che dire… sono felice di averlo conosciuto e sicuramente sarà qualcosa che i miei figli avranno il piacere di apprezzare fra qualche anno mentre sarà mia cura custodirlo gelosamente oggi. Il giornalista non solo fotografa perfettamente la storia, ma credo che sia riuscito nell’intento di ridare la giusta dignità a Lea e la giusta dimensione alla vicenda nella sua totale gravità e incompetenza gestionale.

Già..la dignità! Poichè a qualcuno ha fatto comodo farla passare da ignorante ma soprattutto da pentita! Lea non era una pentita ma una testimone di giustizia, la differenza è abissale!

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Lea e Denise, Milano, 24 novembre 2009

Questa foto che pubblico rispecchia in pieno il dramma vissuto dalla mamma e da sua figlia in questa vicenda, in questo fermo immagine di una telecamera milanese c’è immortalato il coraggio ma soprattutto la solitudine. 

Già… la solitudine! Per averne percezione del freddo morale che ha patito bisognerebbe che ognuno leggesse la lettera che inviò al Presidente della Repubblica nella quale asseriva di essere conscia di quale sarebbe stato il suo futuro… di credere ancora nella giustizia nonostante l’abbandono.. ma soprattutto… la richiesta di aiuto da parte di qualcuno!

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Lea e la ‘bestia’ Carlo Cosco

 

Già… perché se la ‘ndrangheta l’ha uccisa materialmente c’è da sottolineare che i primi fendenti astratti alla sua persona li ha ricevuti da uno Stato assente e silente rispetto alle sue urlate richieste di attenzioni. Lea non voleva soldi, compassione o pena, non voleva essere a carico di nessuno, voleva solamente che gli fosse data una possibilità… una chance per essere autonoma e indipendente… per garantire sicurezza alla figlia!

La sua Denise! Nessuno si presentò prima… tutti a fare la fila dopo… casualita’! Sempre insieme Lea e Denise, legate come le maglie di una catena, spezzate dalla violenza animalesca di Carlo Cosco e dalle altre bestie che hanno deciso di cancellarla dalla faccia del pianeta!

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Denise e Lea Garofalo

Era forte Lea… Era bella Lea… era come la sua terra! Caparbia, determinata, orgogliosa e coraggiosa! Era una grande donna! Aveva respirato da piccola l’aria di ‘ndrangheta ma i suoi polmoni la rifiutavano quella puzza e dopo la nascita della figlia si tappò la bocca e le narici tanto divenne nauseabonda! Per amore di quella creatura combatté, si ribellò alla logica ‘ndranghetistica rompendo gli schemi e questo lo pagò con la vita. Il libro è meraviglioso e da leggere d’un fiato in contrapposizione all’ambiguità pilotata del film dove forse era più comodo e funzionale esaltare altro rispetto al coraggio di una donna sola, dove quasi bisogna ringraziare il pentimento di qualcuno per il ritrovamento del corpo, dove io , che sono calabrese, inorridisco al solo pensiero di acquistare una t-shirt o una bandierina da esibire come allo stadio o da sponsor su qualche prodotto sopra un qualsiasi banchetto di una qualsiasi iniziativa. Bisogna avere rispetto… quello che ha avuto il giornalista De Chiara, che a dispetto dei molti che in vita gliela “calpestarono” la dignità, lui, con questo suo stratosferico libro, le ha fatto il regalo più grande restituendogliela!

Arturo Andrea Demetrio

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Il Coraggio di dire no

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

CAMPUS della LEGALITà, Priverno (Lt), 3 e 4 giugno 2016

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CAMPUS della LEGALITÀ a Priverno

3 giugno: MENTI RAFFINATISSIME

con Salvatore BORSELLINO (fratello di Paolo, magistrato ucciso dalla mafia), Giorgio BONGIOVANNI (direttore Antimafia2000) e Angela NAPOLI (Commissione Parlamentare Antimafia)

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

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Vittime di mafie 

4 giugno: LA TERRA DEI FUOCHI

con Monica Dobrowolska Mancini (moglie di Roberto, poliziotto morto dopo aver scoperto la ‘terra dei fuochi’), Pino Ciocola (giornalista), don Aniello Manganiello (prete, presidente Premio Borsellino, scrittore).

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Leini e Mappano (Torino)

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LEINI & MAPPANO (Torino), 19 maggio 2016  

GRAZIE DI CUORE A TUTTI.
Siete persone eccezionali!!!

#‎insiemesipuò‬

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Mappano

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO, 5 maggio 2016

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SETTE ANNI DOPO… LEA GAROFALO a CAMPOBASSO:
– 5 maggio 2009, tentativo di sequestro;
– 5 maggio 2016, GIORNATA DEDICATA A LEA,

con la rappresentazione teatrale ‘La Bastarda’.


‪#‎insiemesipuò‬!!!
‪#‎lea‬ ‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ilcoraggiodidireNo‬ ‪#‎fimmina‬ ‪#‎calabrese‬ ‪#‎uccisa‬‪#‎ndrangheta‬ ‪#‎montagnadiMerda‬ ‪#‎tdg‬ ‪#‎campobasso‬ ‪#‎5maggio‬

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a Campobasso, 5 maggio 2016

“La Bastarda”: uno spettacolo teatrale per ricordare Lea Garofalo
di Miriam Iacovantuono
Una giornata interamente dedicata a Lea Garofalo quella che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso ha organizzato per ricordare la giovane donna uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano il 24 novembre del 2009. Era proprio il 5 maggio di sette anni fa quando, nel centro storico di Campobasso, dove Lea viveva con sua figlia Denise, fu tentato il sequestro della giovane testimone di giustizia che  è stata ricordata con uno spettacolo al Teatro Savoia con la rappresentazione “La Bastarda” a cura della Compagnia Ragli. Il testo, scritto da Rosario Mastrota e interpretato da Daria Cozzolino, da Andrea Cappodona, Antonio Monsellato e dallo stesso Mastrota, ha voluto rendere omaggio a una donna che non ha abbassato la testa difronte alla mafia e che ha avuto il coraggio di dire no, non ha avuto paura e questo l’ha aiutata a opporsi al sistema ‘ndranghetista. Uno spettacolo che ha rappresentato i momenti salienti della vita di Lea e del suo coraggio, una rappresentazione che ha sottolineato al meglio la voglia di giustizia e di verità di questa donna che, per onestà e per il bene di sua figlia Denise, ha deciso di denunciare il suo convivente e per questo è stata ammazzata barbaramente e poi bruciata.
La rappresentazione è stata preceduta da un omaggio che il Sindaco Antonio Battista, a nome del Comune di Campobasso, ha voluto fare a Marisa Garofalo, consegnandole una targa e sostenendo che l’amministrazione si impegnerà nel cammino di legalità che da un anno il comune di Campobasso ha intrapreso in collaborazione con le scuole. L’Assessore alla Cultura, Emma De Capua ha voluto ricordare Lea come vittima di femminicidio oltre che vittima della ‘ndrangheta e ha detto che la giovane donna deve essere un esempio per tutte quelle donne che si trovano costrette a scegliere.
All’evento era presente anche il giornalista e scrittore Paolo De Chiara, che di Lea ha narrato nel suo libro “Il coraggio di dire no” e che ha ricordato la giovane testimone di giustizia come una donna che ha avuto il coraggio di opporsi e di denunciare, una donna forte e coraggiosa che rappresenta le 150 donne ammazzate dalla mafia, donne che vengono eliminate perché sono la chiave per entrare nei meccanismi delle cosche mafiose.
Marisa Garofalo, ringraziando emozionata il Comune di Campobasso per l’iniziativa, ha raccontato la figura di sua sorella Lea e il suo omicidio che ha definito omicidio di ‘ndrangheta, ma anche omicidio istituzionale, di uno Stato che non è stato molto presente. “Lea ha denunciato perché le mancava l’aria, si sentiva soffocare – ha detto; – ha denunciato per la figlia Denise. Lea ha lasciato un patrimonio inestimabile, il suo coraggio e la sua onestà. Facciamo in modo di essere tutti Denise, – ha concluso – di essere tutti Lea, di essere tutti testimoni di giustizia e di verità”.

Lea GAROFALO, 8 marzo 2016

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8 marzo 2016
“La DONNA”

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PIETRAMONTECORVINO (Foggia),

 ‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ndranghetaMontagnadiMerda‬

FESTIVAL DELLA LEGALITA’, Foligno

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FOLIGNO, 5 marzo 2016

con gli Studenti per dire NO alle Schifose mafie.

Con IL CORAGGIO DI DIRE NO e TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
GRAZIE di CUORE, siete un gruppo eccezionale!!!
Forza, #‎insiemesipuò‬.

IL CORAGGIO DI DIRE NO… in Puglia

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

La drammatica storia di Lea Garofalo… a TARANTO

19 febbraio 2016

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a ERCHIE (Brindisi)

Intitolazione della Sede Ass. Antiracket e Antimafia a LEA GAROFALO

19 febbraio 2016

CULTURA DELLA LEGALITA’… nelle SCUOLE.

SCUOLA

CULTURA DELLA LEGALITA’… nelle SCUOLE.
‪#‎Appuntamenti‬:
—29 gennaio 2016:
– Mattina: PONTINIA (Latina), Ist. Compr. “Manfredini”;
– Pomeriggio: PRIVERNO (Latina), Ist. Sup. “T. Rossi”;
—1 febbraio 2016:
– TEANO (Caserta).
‪#‎insiemesipuò‬ ‪#‎legalità‬ ‪#‎scuole‬ ‪#‎ragazzi‬ ‪#‎giovani‬ ‪#‎futuro‬ ‪#‎priverno‬‪#‎ilcoraggiodidireno‬ ‪#‎lea‬ ‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ilvelenodelmolise‬ ‪#‎testimonidigiustizia‬‪#‎mafiemontagnadimerda‬

GRAZIE Paola Senza Bavaglio Villa… I tuoi ragazzi sono favolosi. Sono stato benissimo con voi. ISTITUTO COMPRENSIVO ‘Manfredini’, QUARTACCIO (fraz. Pontinia), 29 gennaio 2016
‪#‎insiemesipuò‬ “La Scuola è sempre meglio della merda”.‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

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GRAZIE Loretta Cardarelli. È sempre un piacere tornare nella tua favolosa scuola. I tuoi ragazzi sono eccezionali!!! ‪#‎insiemesipuò‬ ISTITUTO SUPERIORE ‘T. Rossi’, Priverno (Latina), 29 gennaio 2016.
“Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”.

SCOMPARSA DI #Lea Garofalo, Milano, 24 novembre 2009

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SCOMPARSA DI LEA, per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

‪#‎leagarofalo‬ ‪#‎ilcoraggiodidireNo‬ ‪#‎milano‬ ‪#‎arcodellapace‬ ‪#‎scomparsa‬‪#‎clancosco‬ ‪#‎vigliacchi‬ ‪#‎ndrangheta‬ ‪#‎montagnadimerda‬

“La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta,

dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi

arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile”.

Milano, 24 novembre 2009. La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende. Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre. Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato. Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento. Morto.  

 

“Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti. Please!”.

Secondo le motivazioni della sentenza di primo grado, scritte dal presidente della I Corte d’Assise di Milano, Anna Introini (ergastoli, senza articolo 7[1], per tutti i componenti della banda: Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino) Lea è stata trasportata in un appartamento, poi in un garage e, infine, in provincia di Monza. In una zona industriale, nei pressi del cimitero (oggi c’è una targa del Comune che ricorda il coraggio di questa donna), dove è stata interrogata brutalmente, uccisa con un colpo di pistola alla nuca e sciolta nell’acido. Da sei ‘vigliacchi’, sei ‘bestie’. Parole utilizzate dal PM di Milano Marcello Tatangelo e da Salvatore Dolce, il primo magistrato che raccolse la testimonianza di Lea.

 

I resti di Lea

Nel novembre 2012 il colpo di scena. Carmine Venturino (“un soldato dei Cosco disposto a tutto”) ‘canta’, inizia a collaborare con i magistrati. Indica la tecnica utilizzata per eliminare la donna e fa ritrovare i resti di Lea: i denti, la collana che porta sempre al collo e un coltellino. La consulente della procura, l’antropologa e patologa forenze Cristina Cattaneo, indica nella sua perizia circa 2.812 frammenti ossei, ritrovati in un tombino.

Le parole del collaboratore di giustizia Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise (dopo la morte di Lea, Carlo Cosco comincia ad aver paura anche di sua figlia e le piazza il soldato Venturino alle calcagna), rimettono tutto in discussione. Cambia la strategia difensiva. Nel primo grado di giudizio gli avvocati difensori ‘giocano’ con il corpo di Lea mai ritrovato (“sognava l’Australia. È viva, cercatela in Australia”). Nel secondo grado Carlo Cosco, dalla prima udienza, si assume tutte le responsabilità. Entra in aula, ‘gioca’ a fare il boss, con la giacchetta sulle spalle. Legge in maniera stentata una lettera e, mentre abbandona l’aula, si tocca con il dito l’orecchio, la bocca, gli occhi. Non sento, non parlo, non vedo. Una nuova strategia per evitare conseguenze più gravi: “ho ucciso Lea in preda ad un raptus, mi aveva offeso. Volevo far vedere quella casa a Lea perché poi a Natale volevo fare una sorpresa e portarci mia figlia Denise. Le ho mostrato il bagno e le stanze e, mentre ho detto a Venturino di fare un caffè, non so cosa è successo… Lea mi ha detto delle brutte parole e che non mi avrebbe fatto più vedere Denise e non ci ho visto più… L’ho presa a pugni e buttata per terra con la testa…”[2]. Balle. Ancora balle. Il progetto di uccidere Lea risale ai primi anni del 2000. Quando, in carcere, cerca il consenso per uccidere la sua convivente.

            Il contributo di Venturino è fondamentale per capire, per comprendere gli ultimi attimi di vita. È lui che ripete, in aula, la frase pronunciata da Cosco: “la bastarda se n’era accorta”. Spiega: “si incontrò con Lea sotto l’Arco della Pace e la portò con una scusa in un appartamento dove attendeva Vito Cosco”[3]. Indica Carlo Cosco come il responsabile del brutale omicidio: “Abbiamo acceso la luce. Il corpo era disteso per terra nel salotto. Era a faccia in giù, in una pozza di sangue. Il viso aveva grossi lividi. Era stata strangolata, intorno al collo aveva una corda verde, che io riconobbi come quella che era a casa mia e che serviva a chiudere le tende”. Il corpo di Lea, ormai senza vita, viene spostato. “Io e Curcio – svela Venturino – abbiamo portato il cadavere prima presso il box di Floreale e la mattina successiva Vito Cosco e Curcio l’hanno portato nel terreno di Gaetano Crivaro. Qui, già dal 25 (novembre 2009, ndr), è iniziata la distruzione del cadavere che non è stato sciolto nell’acido, ma carbonizzato”. E continua: “Abbiamo preso un grosso fusto di metallo, di quelli alti dove si tiene il petrolio. Abbiamo messo il cadavere dentro spingendo il corpo in modo che non uscisse fuori, a testa in giù, dal bordo si intravedevano le scarpe. Abbiamo versato benzina e dato fuoco. A un certo punto Curcio mi ha detto che forse non bruciava perché non c’era abbastanza aria dentro, e allora con un piccone ho fatto dei buchi al fusto. Anche dopo però il cadavere si consumava lentamente”. Conclude: “Curcio lo aveva messo su dei bancali di legno che bruciavano col corpo. La testa praticamente non c’era più, erano rimasti le cosce e il busto. C’erano frammenti di ossa, con una pala li abbiamo messi insieme ai pezzi di legno, nel fusto, con altra benzina che avevo portato. Alla fine il corpo era carbonizzato, anche se si continuava a vedere una parte del bacino che non bruciava e allora abbiamo fatto un altro fusto. Mentre il corpo bruciava spaccavamo le ossa”. In questo modo muore Lea Garofalo, in questo modo viene bruciato e distrutto il suo corpo.

 

            Oggi, la testimone di giustizia Lea Garofalo (ufficialmente ancora ‘collaboratrice di giustizia’), è diventata un esempio, una speranza per tantissimi giovani. La fimmina ribelle da sola, senza l’aiuto dello Stato, senza l’aiuto di nessuno e con una figlia piccola, è riuscita a sconfiggere un intero clan di ‘ndrangheta. La I Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta da Anna Conforti, ha confermato gli ergastoli per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, ha concesso le attenuanti generiche a Carmine Venturino e ha assolto il primo dei fratelli Cosco, Giuseppe. Ancora detenuto per traffico di droga. 

[1] Articolo 7, Aggravante mafiosa, legge n. 203 del 1991. Il reato viene commesso per avvantaggiare un’associazione a delinquere di stampo mafioso. “Rafforza – secondo il procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio – nei suo componenti il sentimento soggettivo di impunità e la forza del vincolo associativo, oltre a ridurre il rischio di future collaborazioni (nell’ottica distorta e delinquenziale – propria di tutte le organizzazioni delinquenziali organizzate – del “colpirne uno per ‘educarne’ cento”.

[2] “Lea Garofalo: Venturino, spaccavamo le ossa mentre il corpo bruciava”, cn24tv, 11 aprile 2013

[3] “Ecco la corda che strangolò Lea”, Il Quotidiano della Calabria, 20 marzo 2013

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#Cultura della #Legalità con gli Studenti di Campobasso

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GRAZIE DI CUORE.

Siete una risorsa per il futuro. Con i ragazzi dell’Istituto ‘Petrone’ di Campobasso, 20 novembre 2015.

#‎insiemesipuò‬

Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie

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di Miriam Iacovantuono e Davide Vitiello

Una giornata all’insegna della legalità, attraverso il ricordo e la testimonianza di donne e uomini che hanno sfidato la “schifosa mafia”: da Paolo Borsellino a don Pino Puglisi, fino alla testimone di giustizia Lea Garofalo. Davanti alla platea dei piccoli studenti dell’istituto comprensivo Petrone di Campobasso, il giornalista Paolo De Chiara ha lanciato il monito: “la mafia la si combatte attraverso il rispetto delle regole e pensando con la propria testa”.

Parlare di legalità, partendo dalle scuole e tra i giovani, è un progetto che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso sta portando avanti da diversi mesi. Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara ha accettato di sostenere questo progetto incontrando e parlando agli studenti dell’Istituto Comprensivo “I. Petrone” del capoluogo.

L’Assessore alla Cultura, Emma De Capoa, presentando il progetto sulla legalità e introducendo il giornalista, ha rivolto un monito ai ragazzi “Studiate, crescete culturalmente, perché solo la cultura vi renderà liberi e vi farà contrastare chi vi potrà portare sulla strada dell’illegalità. Rimanete sempre fedeli a voi stessi e non abbassate mai la testa.”

Partendo proprio dalla facoltà di scelta che ogni individuo deve avere, Paolo De Chiara spiega ai ragazzi che cos’è la mafia, che un atteggiamento mafioso è anche non rispettare le semplici regole di ogni giorno, non rispettare le persone che hanno il colore della pelle diverso dal nostro o professano un’altra religione o semplicemente buttare la carta per terra, rompere un banco o scrivere su un muro.

Ha parlato di criminalità organizzata, ma soprattutto ha voluto raccontare l’esempio di tanti eroi che la mafia, supportata “dallo stato con la s minuscola”, l’hanno combattuta opponendosi ad essa e trovando la morte. De Chiara ha citato l’esempio di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, Peppino Impastato.

Ha parlato dei testimoni di giustizia, quelle persone che hanno deciso di non rimanere inermi, denunciando l’arroganza mafiosa. In particolare donne coraggiose, come Lea Garofalo, che si sono ribellate al sistema mafioso, opponendosi finanche alle loro famiglie, alle loro madri, ai loro padri, ai loro mariti, per proteggere i propri figli e portarli fuori da quel mondo.

“Quella contro la mafia è una battaglia che si può vincere ragionando, pensando con la propria testa per cambiare la mentalità mafiosa – ha detto De Chiara – . Oggi e soprattutto domani dovete scegliere con la vostra testa” e citando ancora il magistrato Borsellino ha detto: “la rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa nella cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”.

Alla fine dell’incontro il giornalista ha risposto alle tante domande che gli studenti, che lo hanno seguito attenti e incuriositi, gli hanno rivolto su un argomento così ampio e importante come quello della legalità.

Il messaggio che il giornalista e scrittore molisano ha voluto lasciare ai giovani, che sono il futuro del Paese, è quello che ognuno liberamente deve decidere da che parte stare, ragionando con la propria testa, studiando e rispettando gli altri e soprattutto che tutti insieme si può fare di più anche per rendere onore a chi è stato lasciato da solo.

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FICTION RAIUNO, LA STORIA DI LEA GAROFALO IN PRIMA SERATA #ilcoraggiodidireNO

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Lea Garofalo (foto concessa dalla sorella Marisa)

RAIUNO, 18 novembre 2015

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Regia di Marco Tullio Giordana
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO 

Lea Garofalo

La fimmina ribelle che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

 “La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta,

dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi

arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile”.

“Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.  Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee”. Queste le amare parole scritte dalla testimone di giustizia Lea Garofalo[1], una fimmina calabrese. Una testimone di giustizia, una ragazza ribelle, che ha avuto la forza di non girare la testa dall’altra parte. Urlando il suo No alla ‘ndrangheta.

Lea nasce in un ambiente mafioso, sente il puzzo della ‘ndrangheta sin dalla culla. Suo padre Antonio (il boss di Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone), viene ammazzato nel 1975, otto mesi dopo la sua nascita. A colpi di lupara. Molti boss della vecchia guardia non si accorgono del nuovo business delle sostanze stupefacenti e vengono sostituiti. A colpi di lupara. Oggi, questa schifosa mafia, è la più forte e autoritaria. Presente in tutte le regioni italiane, in Europa e nel Mondo. Non conosce, se non marginalmente, il fenomeno del pentitismo. La ‘ndrangheta si fonda su legami forti, di sangue. Tra di loro non si tradiscono, ecco perché le donne fanno paura. Ecco perché vengono ammazzate, suicidate con l’acido, bruciate. Eliminate.

[1] Lea Garofalo: Figlia di Antonio Garofalo e Santina Miletta, è nata a Pagliarelle (Kr), il 24 aprile 1974

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“Ho bisogno di aiuto, qualcuno mi aiuti”, la lettera di Lea, 28 aprile 2009 (primo foglio di quattro, concessi dalla sorella Marisa Garofalo).

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Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (Falco Editore, Cosenza, 2012)

IL CORAGGIO DI DIRE NO.

La storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

(Falco Editore, nov. 2012)

Prefazione di Enrico FIERRO (Il Fatto Quotidiano), Introduzione di Giulio CAVALLI (attore di teatro, scrittore).

Con le testimonianze di Santina Miletta (madre di Lea), Marisa Garofalo (sorella di Lea), Madre Grata (madre Superiore Orsoline di Bergamo), Salvatore Dolce e Armando D’Alterio (magistrati), Francesca Ferrucci (tenente Carabinieri), Annalisa Pisano (primo avvocato di Lea), Angela Napoli e Giuseppe Lumia (parlamentari Antimafia), Francesca Prestia (cantastorie calabrese).

Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ’ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi amici. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ’ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subito la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ’ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una donna e non è guidata da sentimenti di benevolenza umana. A 35 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente fallito tentativo di sequestro in Molise (a Campobasso). […]

 

[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. (dalla Prefazione di Enrico FIERRO).

 

[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà». (dall’Introduzione di Giulio CAVALLI)

targa ponte dedicato a LEA

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